sabato 11 gennaio 2025

BARRY LYNDON (1975), di Stanley Kubrick

"Barry Lyndon" non è soltanto un film, ma un’opera d’arte in movimento, una sinfonia visiva che trasporta lo spettatore in un’epoca lontana, riproducendone i colori, i suoni e le atmosfere con un’attenzione al dettaglio senza precedenti nella storia del cinema. Realizzato da Stanley Kubrick nel 1975, il film si presenta come una meditazione sull’ambizione, la caduta e l’ineluttabilità del destino umano. La narrazione, cadenzata e implacabile, riflette il tono distaccato e ironico del romanzo "Le memorie di Barry Lyndon" di William Makepeace Thackeray, dal quale è tratto.

Il film segue la parabola esistenziale di Redmond Barry, un giovane irlandese che, spinto dall’ambizione e da un profondo senso di rivalsa sociale, cerca di elevarsi al di sopra delle sue umili origini attraverso un percorso fatto di intrighi, guerre e matrimoni di convenienza. La storia di Barry si dipana in un susseguirsi di trionfi effimeri e umiliazioni cocenti, in una continua altalena tra ascesa e declino, come se il destino stesso si divertisse a giocare con le sue aspirazioni.

Alla sua uscita nelle sale, "Barry Lyndon" venne accolto con freddezza. La critica si divise: molti considerarono il film eccessivamente lento e privo di emozione, mentre il pubblico si trovò spiazzato di fronte a una narrazione contemplativa e dilatata, in netto contrasto con l’opera precedente di Kubrick, "Arancia Meccanica" (1971). Tuttavia, con il passare del tempo, "Barry Lyndon" ha conosciuto una costante rivalutazione, fino a diventare non solo uno dei film più apprezzati del regista, ma anche uno dei massimi capolavori della storia del cinema.

L’origine di "Barry Lyndon" si colloca in un progetto ben più ambizioso e grandioso che Kubrick aveva iniziato a sviluppare negli anni precedenti: un film sulla vita di Napoleone Bonaparte. Dopo il successo planetario di "2001: Odissea nello spazio" (1968), Kubrick era intenzionato a realizzare un kolossal che ripercorresse l’intera vita dell’imperatore francese, dalle prime vittorie fino alla disfatta di Waterloo.

La dedizione con cui Kubrick si immerse in questo progetto divenne leggendaria. Il regista trascorse anni a raccogliere materiali, documenti e testimonianze storiche, costruendo uno dei più grandi archivi personali mai creati su Napoleone. Studiò ogni battaglia, ogni campagna militare e ogni aspetto della vita privata dell’imperatore. Si racconta che Kubrick avesse addirittura elaborato piani dettagliati per ricostruire le battaglie su larga scala, coinvolgendo migliaia di comparse e utilizzando location autentiche in tutta Europa.

Nonostante l’immenso lavoro preparatorio, il progetto fu accantonato. Il fallimento commerciale di "Waterloo" (1970) di Sergej Bondarčuk, che affrontava lo stesso periodo storico, spinse le case di produzione a ritirarsi dal finanziamento di un altro film epico sulla figura di Napoleone. Kubrick, però, non abbandonò il desiderio di ambientare un film nel XVIII secolo.

Fu in questo contesto che il regista si avvicinò al romanzo di Thackeray, "Le memorie di Barry Lyndon". La storia di un giovane avventuriero irlandese che cerca di scalare i ranghi dell’aristocrazia europea rappresentava un’opportunità perfetta per Kubrick: un racconto che offriva una visione cruda e disillusa della società del Settecento, con tutte le sue ipocrisie e ambizioni, mantenendo una dimensione più intima rispetto alla grandiosità delle campagne napoleoniche.

Kubrick era famoso per la sua ossessione per il realismo e la fedeltà storica, ma con "Barry Lyndon" il regista portò questo perfezionismo a livelli mai raggiunti prima. Determinato a creare un’esperienza cinematografica che risultasse autentica sotto ogni aspetto, Kubrick decise di evitare completamente i set costruiti in studio, girando tutte le scene in location reali.

Per mesi, Kubrick viaggiò attraverso l’Irlanda, l’Inghilterra e la Germania, selezionando castelli, ville, palazzi e residenze d’epoca che potessero servire da sfondo per le vicende di Barry Lyndon. Tra le location principali figurano il castello di Powerscourt, la Carton House e numerose altre dimore storiche irlandesi, le cui sale vennero arredate con mobili originali del Settecento, spesso presi in prestito da musei e collezioni private.

La stessa attenzione al dettaglio venne dedicata ai costumi. Kubrick affidò questo compito a Milena Canonero e Ulla-Britt Söderlund, che ricrearono gli abiti utilizzando esclusivamente tessuti d’epoca e adottando tecniche di sartoria del XVIII secolo. Ogni capo venne realizzato seguendo modelli tratti da dipinti e stampe coeve, contribuendo a donare ai personaggi un’autenticità visiva senza pari.

Anche gli oggetti di scena furono scelti con cura maniacale. I bicchieri, le posate, i candelabri e persino i tappeti vennero selezionati tra pezzi originali, contribuendo a creare un’atmosfera che non aveva nulla di artificiale o ricostruito.

Uno degli elementi più iconici e rivoluzionari di "Barry Lyndon" è la fotografia. Kubrick, desideroso di ottenere un effetto visivo che riproducesse la qualità pittorica dei dipinti del XVIII secolo, decise di girare gran parte delle scene in interni utilizzando esclusivamente la luce naturale o la luce delle candele.

Questa scelta, pur straordinaria dal punto di vista estetico, presentava sfide tecniche enormi. Le cineprese tradizionali non erano in grado di catturare immagini nitide in condizioni di scarsa luminosità. Per risolvere questo problema, Kubrick si rivolse alla NASA, che gli fornì lenti Zeiss con un’apertura focale di 0.7, progettate per le missioni spaziali. Queste lenti, tra le più sensibili mai realizzate, permisero a Kubrick di girare in condizioni di luce quasi inesistenti, ottenendo un risultato straordinario: le scene illuminate dalle candele possiedono una qualità intima e suggestiva, con una morbidezza e una profondità uniche.


La narrazione di Barry Lyndon è suddivisa in due atti distinti:

Prima Parte: L’Ascesa di Barry – La storia segue Redmond Barry mentre fugge dalla sua casa natale in Irlanda, si arruola nell’esercito, partecipa alle guerre del tempo e, infine, sposa Lady Lyndon, ottenendo così il titolo nobiliare.

Seconda Parte: La Caduta di Barry – La fortuna di Barry inizia a svanire. I suoi eccessi, la rivalità con il figliastro Lord Bullingdon e una serie di scelte avventate lo conducono verso la rovina.


Ogni inquadratura, ogni dialogo, ogni scelta musicale contribuisce a costruire una parabola universale sull’arroganza umana e sulla transitorietà del successo.

Uno degli elementi più evocativi di Barry Lyndon è la colonna sonora, che gioca un ruolo fondamentale nel plasmare l’atmosfera malinconica e solenne del film. Kubrick, noto per il suo approccio meticoloso alla selezione musicale, scelse di utilizzare brani classici e tradizionali dell’epoca, creando una colonna sonora che non solo accompagna la narrazione, ma diventa essa stessa un personaggio silenzioso, testimone delle vicende di Barry.

Il film si apre con la celebre Sarabanda di Georg Friedrich Händel, una composizione lenta e imponente che ritorna più volte nel corso della pellicola, quasi a sottolineare l’ineluttabilità del destino del protagonista. La ripetizione ossessiva di questo tema musicale agisce come una sorta di memento mori, ricordando allo spettatore che, nonostante i successi momentanei, Barry è destinato a cadere.

A completare il tessuto musicale vi sono brani di Wolfgang Amadeus Mozart, Johann Sebastian Bach e Franz Schubert, che aggiungono profondità emotiva alle scene più intime e ai momenti di riflessione interiore. Un esempio significativo è Trio per pianoforte e archi n. 2 in mi bemolle maggiore di Schubert, utilizzato durante la sequenza della decadenza di Barry, un momento in cui la musica sembra quasi piangere per il protagonista, amplificando la sensazione di perdita e fallimento.

La colonna sonora include anche brani di musica tradizionale irlandese, che accompagnano le prime fasi della storia, quando Barry è ancora un giovane ingenuo. Questa fusione tra musica colta e popolare non solo sottolinea il divario tra le origini modeste di Barry e il mondo aristocratico che cerca di conquistare, ma crea anche una dialettica musicale che riflette il tema centrale del film: l’impossibilità di sfuggire alle proprie radici.

Un altro elemento distintivo di Barry Lyndon è la voce narrante, che accompagna lo spettatore lungo l’intero arco narrativo. Il narratore, interpretato nella versione originale da Michael Hordern, adotta un tono distaccato e quasi sarcastico, commentando le vicende con una freddezza che rispecchia l’approccio cinico e disilluso di Thackeray.

Kubrick utilizza la narrazione in modo innovativo, non limitandosi a descrivere i fatti, ma anticipando spesso gli eventi futuri. Questo crea una sensazione di inevitabilità, suggerendo che la sorte di Barry sia già segnata sin dall’inizio. Ad esempio, durante la presentazione del personaggio di Lord Bullingdon, il narratore avverte che il figliastro sarà la rovina di Barry, eliminando così qualsiasi suspense tradizionale e trasformando il film in una riflessione sulla natura predeterminata delle scelte umane.

Questo approccio richiama la tradizione del romanzo settecentesco, in cui il narratore agisce come una sorta di deus ex machina, guidando il lettore attraverso le vicende con un misto di saggezza e ironia. La scelta di Kubrick di mantenere questa struttura narrativa rende il film ancora più vicino al materiale originale, enfatizzando l’aspetto letterario dell’opera.


Nella versione italiana, la voce di Ryan O’Neal è affidata a Giancarlo Giannini, uno degli attori e doppiatori più talentuosi del panorama italiano. La scelta di Giannini conferisce al personaggio di Barry una profondità emotiva che arricchisce ulteriormente la performance di O’Neal.

Giannini riesce a restituire tutte le sfumature del protagonista: l’ingenua ambizione della giovinezza, la spavalderia del Barry arrivista e calcolatore, e infine la stanchezza e la rassegnazione dell’uomo sconfitto. Il timbro caldo e vibrante di Giannini aggiunge pathos a molte delle scene più intense, contribuendo a rendere il film accessibile e coinvolgente per il pubblico italiano.

In particolare, nelle scene di dialogo con Marisa Berenson (Lady Lyndon), la voce di Giannini riesce a esprimere l’ambivalenza dei sentimenti di Barry: il desiderio di potere e la freddezza con cui manipola la sua sposa si mescolano a una sottile vena di tristezza, lasciando intravedere l’umanità del personaggio sotto la superficie del cinismo.

Una delle sequenze più celebri di "Barry Lyndon" è il duello tra Barry e Lord Bullingdon, il figliastro che rappresenta la rovina del protagonista. Questa scena, girata con una tensione quasi insopportabile, si svolge in un fienile abbandonato, lontano dagli sfarzi delle sale da ballo e dei palazzi nobiliari che dominano il resto del film.

Il duello non è solo un momento di climax narrativo, ma una potente metafora della caduta di Barry. Il protagonista, ormai privo di risorse e alleati, affronta il giovane Bullingdon in uno scontro che segna la fine del suo potere e del suo prestigio sociale. La decisione di Barry di risparmiare il figliastro, rifiutandosi di sparare al primo turno, rappresenta forse l’unico gesto autenticamente nobile del protagonista in tutto il film, un momento di redenzione che, tuttavia, non sarà sufficiente a salvarlo dalla rovina.

La scena è costruita con un ritmo esasperatamente lento, ogni gesto e sguardo è prolungato all’inverosimile, creando un’atmosfera di sospensione che amplifica l’angoscia dello spettatore. La fotografia di John Alcott, vincitrice di un Oscar, gioca un ruolo cruciale in questa sequenza, con l’uso magistrale della luce naturale che avvolge i personaggi in un chiaroscuro pittorico, trasformando il duello in una sorta di quadro vivente.

Negli anni successivi alla sua uscita, "Barry Lyndon" ha continuato a crescere nell’apprezzamento del pubblico e della critica, diventando oggetto di studio nei corsi di cinema e nelle accademie di tutto il mondo.

Il film è stato spesso citato come esempio di perfezione formale, un’opera che dimostra come il cinema possa raggiungere le vette della pittura e della letteratura, fondendo estetica e narrazione in un equilibrio quasi soprannaturale. Registi come Martin Scorsese, Ridley Scott e Paul Thomas Anderson hanno riconosciuto l’influenza di "Barry Lyndon" sulle loro opere, lodando la visione artistica di Kubrick e la sua capacità di reinventare continuamente il linguaggio cinematografico.

Oggi, "Barry Lyndon" è considerato non solo uno dei migliori film di Stanley Kubrick, ma uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, un’opera che continua a esercitare il suo fascino su nuove generazioni di spettatori, offrendo in ogni visione nuove sfumature e dettagli da scoprire.


A un livello più profondo, Barry Lyndon è anche una riflessione sulla condizione umana, sulla lotta per la sopravvivenza sociale e sulla vacuità delle ambizioni terrene. La storia di Barry è una parabola sull’ascesa e la caduta di un uomo che, pur avendo tutto ciò che desidera — potere, ricchezza, e status — si ritrova ugualmente vuoto e sconfitto. La sua lotta per emergere dalle umili origini irlandesi è una rappresentazione delle lotte individuali che molti affrontano nel tentativo di trascendere la propria condizione sociale. Tuttavia, Kubrick ci mostra come questo slancio di ambizione, questo desiderio di trionfare sulla società, sia spesso futile e destinato a fallire.

Lungo il film, Kubrick osserva con un distacco quasi clinico le convenzioni sociali e le dinamiche di classe del XVIII secolo. La figura di Barry, pur essendo una delle più ambiziose e spregiudicate della storia, viene rappresentata senza condanna o idealizzazione. Kubrick sembra suggerire che, in un mondo governato dall’inganno e dalla manipolazione, non ci sono eroi né giusti: esistono solo uomini che cercano di navigare in un sistema ingiusto e ineluttabile. Le azioni di Barry non sono mai veramente giustificate, ma nemmeno completamente condannabili. In questo senso, "Barry Lyndon" diventa una riflessione universale sul destino e sull’inesorabilità del corso della vita.

Le sue interazioni con gli altri personaggi, da Lady Lyndon a Lord Bullingdon, mostrano la stessa meccanica sociale che governa ogni epoca, un sistema di potere basato sul controllo, sulla manipolazione e sull’opportunismo. Tuttavia, la vera lezione di Barry è che l’essere umano, per quanto possa cercare di manipolare il proprio destino, non può mai sfuggire alle leggi dell’universo. L’ambizione e il desiderio di potere non sono mai sufficienti a garantire la felicità o la realizzazione personale, come dimostra la fine di Barry, che si ritrova solitario e disilluso, senza nemmeno la compagnia di chi avrebbe potuto essere un sostegno affettivo.


Se paragonato ad altri capolavori di Stanley Kubrick, "Barry Lyndon" emerge come una delle sue opere più sottili e introspettive, sebbene non manchi di rispecchiare alcune delle caratteristiche più marcate del suo cinema. In primo luogo, la tematica della lotta tra l’individuo e le forze superiori è un tema ricorrente nei lavori di Kubrick, visibile in 2001: "Odissea nello spazio" e "Il Dottor Stranamore" (1964), ma in "Barry Lyndon" il regista lo esplora attraverso una lente storica, mostrando l’impossibilità di una vera ascesa nel contesto di una società rigidamente stratificata. In altri film, come "Arancia Meccanica" e "Shining" (1980), l’individuo è in lotta contro un mondo distorto e violento; qui, invece, Barry lotta contro un ordine sociale che non perdona e che non fa sconti, indipendentemente dai suoi meriti o demeriti.

Un altro parallelo interessante con il cinema kubrickiano è l'uso del distacco emotivo, che caratterizza anche film come 2001: "Odissea nello spazio", dove le emozioni vengono ridotte a un piano secondario rispetto alla struttura narrativa e visiva. Kubrick non permette mai al pubblico di connettersi emotivamente con i suoi personaggi in modo convenzionale; piuttosto, invita lo spettatore a riflettere sulla loro condizione esistenziale, a considerare le loro azioni e motivazioni senza essere influenzato dal sentimentalismo. In Barry Lyndon, questa distensione emotiva è particolarmente evidente, creando una tensione silenziosa che permea ogni scena.

Eppure, nonostante questa freddezza analitica, Kubrick riesce a infondere un profondo senso di tragedia nei suoi protagonisti. Sebbene il film non riservi un trattamento indulgente a Barry, l’umanità del personaggio emerge nelle sue debolezze, nei suoi errori e nelle sue perdite. La sua non-riposta all’amore, la sua ossessione per il potere e il suo eventuale isolamento sono presentati senza indulgenza, ma con un rispetto per la sua condizione tragica come essere umano.


Nel corso degli anni, "Barry Lyndon" ha esercitato una notevole influenza su generazioni di cineasti e artisti. Il suo stile visivo, in particolare, ha ispirato numerosi registi a ricercare l’uso innovativo della luce naturale e a sperimentare con le inquadrature statiche e la composizione pittorica. Film come "Il paziente inglese" (1996) di Anthony Minghella e "La ragazza con l'orecchino di perla" (2003) di Peter Webber mostrano chiaramente l’influenza estetica di Kubrick, con la loro attenzione al dettaglio visivo e l’approccio alla luce come elemento narrativo. L'influenza di Barry Lyndon si estende anche nel campo delle serie televisive, come testimoniano i costumi e l’impostazione visiva di "The Crown" (2016) di Peter Morgan, che catturano la stessa eleganza e la stessa atmosfera di alta classe del Settecento e dell’Ottocento.

In ambito cinematografico, il film è stato oggetto di studio per la sua perfezione formale e per la sua capacità di unire estetica e narrazione. La scelta di Kubrick di non fare un film che fosse un semplice biopic storico, ma una riflessione filosofica e sociale, ha rappresentato una lezione per i cineasti che sono venuti dopo di lui. La sua attenzione al dettaglio nella ricostruzione storica, nella fotografia e nella musica ha elevato Barry Lyndon a una delle vette del cinema, dove la forma e il contenuto sono indissolubilmente legati, creando un'esperienza unica per chiunque vi si accosti.

Anche la critica ha riconosciuto la grandezza del film nel corso del tempo, elevandolo a una delle opere più complete e complesse della filmografia di Kubrick. Nonostante la sua iniziale accoglienza tiepida, Barry Lyndon è ora considerato un film che non solo ha cambiato il corso del cinema epico, ma ha anche contribuito a ridefinire cosa un film possa essere, unendo maestria tecnica, profondità filosofica e una riflessione senza tempo sul destino umano.


"Barry Lyndon" rimane, dunque, un capolavoro immortale che non solo continua a incantare il pubblico con la sua bellezza visiva e il suo rigore formale, ma invita anche a una riflessione sulla vita e sull’amore, sull’ambizione e sulla rovina, sulla condizione umana nella sua totale fragilità.

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