Ecco la maniglia della morte,
lucida come un orizzonte d’acciaio,
immobile eppure carica di tensione,
un oggetto comune che si trasfigura in simbolo,
che pesa come il destino stesso.
Chi l’ha forgiata?
Chi l’ha posta lì, a metà strada tra il qui e l’altrove?
Ogni dettaglio — la curvatura, la freddezza,
la sua forma perfettamente inadatta al conforto —
sembra concepito per resistere al tempo,
per accogliere le mani esitanti di chi non torna indietro.
Essa non promette, non consola,
ma nel suo silenzio c’è un comando:
"Aprimi, perché io sono la soglia,
e tu sei fatto per attraversarmi."
La mania del verbo di sapienza,
un fuoco che non si spegne mai,
una sete che nessuna fonte può estinguere.
È la pulsione primordiale che ci spinge a cercare,
a interrogare le stelle, i mari,
a frugare tra le rovine del passato
in cerca di un significato,
di una parola che finalmente basti.
Ma il verbo non è quiete,
è un mare in tempesta,
è il bagliore di un faro che illude,
che ci guida sempre più lontano
da qualsiasi riva conosciuta.
Eppure, non possiamo smettere di cercare,
perché in quel verbo arde la nostra essenza:
il desiderio di capire,
di dare un senso anche all’insensato,
di strappare una scintilla di luce
dal buio che ci circonda.
E poi, la folle e marchiata zona d’incubo,
non un luogo, ma uno stato dell’essere,
dove tutto si deforma,
dove la mente si specchia in sé stessa
e non riconosce ciò che vede.
È un paesaggio fatto di paure,
di ombre che danzano con volti familiari,
di strade che si torcono su sé stesse
fino a diventare trappole.
Qui la logica non vale,
qui il cuore batte a un ritmo sconosciuto,
e ogni passo avanti è un passo dentro il vuoto.
Ma l’incubo non è solo terrore:
è rivelazione,
è il momento in cui il mondo si spoglia,
in cui tutto ciò che nascondiamo esplode
e ci costringe a guardarci per quello che siamo.
E noi, piccoli viaggiatori di questa odissea,
ci troviamo al confine di queste tre forze:
la maniglia che ci chiama,
il verbo che ci tormenta,
l’incubo che ci svela.
Non possiamo fuggire,
non possiamo tornare indietro.
Siamo condannati e benedetti
a essere creature di passaggio,
abitanti di soglie,
anime sospese tra il già e il non ancora.
Ma in questa condanna c’è anche una promessa:
che tutto ciò che attraversiamo,
tutto ciò che perdiamo,
tutto ciò che affrontiamo,
ci conduce verso una verità più grande,
verso un senso che non possiamo ancora comprendere.
Forse, la maniglia della morte non è la fine:
è una chiave.
Forse, il verbo di sapienza non è un inganno:
è un preludio.
Forse, l’incubo non è un abisso:
è un portale verso la luce.
E così, mentre tendiamo la mano,
mentre cerchiamo le parole,
mentre affrontiamo le ombre,
non siamo soli.
C’è una forza più grande che ci accompagna,
una melodia che ci guida,
un filo invisibile che ci lega
a qualcosa di eterno, di sacro, di nostro.
E quando finalmente varcheremo quella soglia,
quando lasceremo il verbo e l’incubo alle spalle,
scopriremo che l’ultima porta
era solo un ritorno a casa.
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