venerdì 10 gennaio 2025

"Nosferatu", Robert Eggers

Con "Nosferatu", Robert Eggers sembra confermare un percorso artistico sempre più smarrito, in cui l'ambizione visiva si piega a una superficialità narrativa disarmante. Nonostante l’aura di aspettativa che circondava il progetto, il risultato appare più un’operazione di facciata che un sincero tributo al capolavoro di Murnau. Il film si presenta come un pastiche di suggestioni estetiche che non riescono mai a coagularsi in un'opera coesa, tradendo non solo il mito del vampiro, ma anche le premesse di un regista che, con "The Lighthouse", aveva dimostrato di saper esplorare le profondità dell'inquietudine umana.

A prima vista, Eggers tenta di immergere lo spettatore in un mondo gotico e romantico, evocando atmosfere desolate degne dei dipinti di Caspar David Friedrich. Tuttavia, quelle che dovrebbero essere immagini intrise di poesia visiva si rivelano semplici quadri scenografici, incapaci di sostenere il peso emotivo della narrazione. L'estetica, per quanto accurata, risulta sterile, quasi che l’autore abbia confuso la forma con il contenuto, dimenticando che la bellezza di Nosferatu risiede nella sua capacità di insinuarsi nell’animo dello spettatore attraverso una paura sottile e indefinibile.

La caratterizzazione del vampiro, perno centrale del film, rappresenta uno dei punti più deboli dell’opera. Bill Skarsgård, trasformato in una caricatura grottesca da un trucco ipertrofico e ridondante, è privo della complessità che rendeva inquietanti i suoi predecessori. L’orrore del Nosferatu di Max Schreck e Klaus Kinski derivava dalla loro umanità perversa, da uno sguardo che svelava tanto la bestia quanto l’uomo. Skarsgård, al contrario, appare come un mostro generico, disumanizzato al punto da perdere qualsiasi capacità di evocare empatia o vero terrore.

Eggers sembra ossessionato dall’idea di rendere ogni scena visivamente memorabile, ma questa ricerca compulsiva del sublime visivo finisce per appesantire il film, sottraendogli dinamismo e intimità. La storia, schiacciata dal peso delle sue stesse ambizioni, si riduce a un susseguirsi di episodi scollegati, incapaci di costruire una tensione emotiva o narrativa. Anche gli spunti potenzialmente interessanti – il conflitto tra natura e civiltà, l’ambiguità morale del vampiro – vengono abbozzati e subito abbandonati, lasciando lo spettatore con la sensazione di trovarsi di fronte a un’occasione sprecata.

In definitiva, "Nosferatu" di Robert Eggers è un'opera che tradisce la sua promessa: invece di rivitalizzare un mito immortale, lo imbalsama in un prodotto artificiale, pensato più per compiacere il pubblico dei social che per esplorare davvero l’oscurità dell’animo umano. Un peccato, perché il talento visivo di Eggers meriterebbe ben altro destino.

Persino il cast, che avrebbe potuto rappresentare un punto di forza, viene mal sfruttato. Bill Skarsgård, noto per la sua capacità di incarnare l’orrore con sfumature sottili (basti pensare al suo Pennywise in It), qui è relegato a una performance soffocata da un trucco ridondante e una sceneggiatura che lo priva di qualsiasi profondità emotiva. Anya Taylor-Joy, attrice feticcio di Eggers, è relegata a un ruolo talmente stereotipato che nemmeno il suo indubbio carisma riesce a riscattarlo. I dialoghi tra i personaggi, rarefatti e spesso vuoti, sembrano scritti più per giustificare le lunghe pause contemplative che per costruire un vero intreccio.

Sul piano della regia, Eggers sembra indeciso tra omaggiare il cinema muto di Murnau e spingere verso un’estetica modernizzata che strizza l’occhio ai blockbuster. Il risultato è una schizofrenia stilistica che disorienta più che affascinare. Le ombre, così fondamentali nel linguaggio del Nosferatu originale, qui sono ridotte a mero effetto estetico, prive della loro carica simbolica e drammatica. La fotografia, per quanto impeccabile dal punto di vista tecnico, manca di anima: è un esercizio di stile che non riesce a trasmettere né paura né malinconia, due elementi essenziali per un’opera di questo tipo.

Anche la colonna sonora, composta da Mark Korven, risulta deludente. Se in "The Witch" e 'The Lighthouse" il suono giocava un ruolo fondamentale nel creare tensione e inquietudine, qui si limita a sottolineare gli eventi in modo meccanico, senza mai sorprendere o aggiungere qualcosa di significativo all’esperienza visiva. Il risultato è un accompagnamento sonoro che, anziché amplificare l'atmosfera, finisce per appiattirla.

Forse il problema più grande di "Nosferatu" è che sembra un film privo di urgenza. Non c'è alcuna nuova idea, alcun punto di vista fresco o originale sul mito del vampiro. Eggers sembra accontentarsi di riproporre, senza convinzione, immagini e suggestioni già viste, nella speranza che il pubblico confonda la patina di eleganza con la sostanza. Ma il cinema – specialmente quello che aspira a reinterpretare i classici – richiede coraggio e una visione chiara, qualità che qui latitano tragicamente.

In definitiva, "Nosferatu" è un’occasione sprecata, un film che non solo non riesce a reggere il confronto con i suoi illustri predecessori, ma che rischia persino di danneggiare la reputazione di un regista che, con il suo esordio, aveva fatto sperare in una nuova voce potente e originale nel panorama cinematografico. Speriamo che Eggers trovi presto la via per tornare a quel tipo di cinema che sa davvero inquietare e affascinare.

Il confronto con i predecessori di Nosferatu non lascia scampo all’opera di Eggers. Murnau, nel 1922, aveva creato un capolavoro di cinema espressionista che riusciva a evocare un terrore sottile attraverso l’uso innovativo delle ombre, della luce e delle scenografie deformate. La sua creatura, interpretata da Max Schreck, era un’immagine inquietante e surreale che incarnava l’orrore del diverso, l’ignoto che si insinua nelle pieghe della normalità. Ogni fotogramma del film originale è impregnato di una poesia cupa, un senso di tragedia che rimane indelebile nella memoria.

Herzog, nel 1979, con "Nosferatu: Phantom der Nacht", aveva saputo reinventare il mito senza tradirlo, aggiungendo un lirismo decadente che si sposava perfettamente con l’interpretazione magnetica di Klaus Kinski. Il suo vampiro era al contempo bestiale e umano, una figura che suscitava repulsione e compassione. Herzog ampliava il discorso di Murnau, trasformando Nosferatu in una metafora del contagio, della malattia e dell’alienazione. Anche la colonna sonora dei Popol Vuh contribuiva a creare un’atmosfera sospesa tra sogno e incubo, rendendo l’esperienza cinematografica profondamente immersiva.

Eggers, al contrario, sembra non comprendere cosa abbia reso questi film così straordinari. Nel suo Nosferatu, non c’è traccia di quella tensione emotiva che nasce dal conflitto tra la natura predatoria del vampiro e il suo tormento esistenziale. Bill Skarsgård, completamente sommerso da un trucco eccessivo, non ha alcuna possibilità di esplorare le complessità psicologiche del personaggio. Il suo Nosferatu non è un essere tragico, ma una figura bidimensionale che non lascia alcun segno.

Anche l’estetica, che nei film di Murnau e Herzog era parte integrante della narrazione, qui è ridotta a una vuota ostentazione. Eggers cita Friedrich come se bastasse una nebbia sullo sfondo e una scogliera frastagliata per evocare l’inquietudine romantica. Ma le immagini, per quanto ben confezionate, non hanno mai il peso simbolico o narrativo che ci si aspetterebbe. È come se Eggers avesse frainteso il potere evocativo dei dettagli, trasformandoli in orpelli decorativi privi di significato.

Dove Murnau e Herzog osavano affrontare il mito con sensibilità e coraggio, Eggers si rifugia in un manierismo sterile, incapace di aggiungere qualcosa di nuovo alla leggenda. Il risultato è un film che, lungi dal celebrare il passato, ne tradisce lo spirito, offrendo una visione superficiale e prevedibile che non riesce mai a emozionare.



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