martedì 11 febbraio 2025

K’inich Janaab’ Pakal, conosciuto come Pakal il Grande

Nel 1947, Alberto Ruz L’Huillier, un archeologo messicano appassionato di storia antica, si trovava a studiare il Tempio delle Iscrizioni, una delle strutture più emblematiche del sito archeologico di Palenque, nell’attuale Chiapas, Messico. Palenque, una delle città maya più ricche di storia e di mistero, era già famosa per le sue magnifiche piramidi, i templi e le sculture raffinate, ma nulla avrebbe potuto preparare Ruz a ciò che avrebbe scoperto durante quella campagna di scavi. Il Tempio delle Iscrizioni, che ospitava una serie di geroglifici maya su cui gli studiosi avevano già concentrato l’attenzione, si rivelò ben più complesso di quanto inizialmente ritenuto. Nel corso delle sue indagini, Ruz si imbatté in un blocco di pietra massiccia che, sebbene apparisse come parte del monumento, sembrava anche essere un sigillo o una porta nascosta. Questo elemento, apparentemente insignificante e comune, divenne il punto di partenza di una scoperta che avrebbe rivoluzionato la nostra comprensione della cultura maya e delle sue pratiche funerarie.

Il blocco di pietra aveva dodici fori, ognuno perfettamente sigillato con tappi di pietra finemente lavorati, un dettaglio che non passò inosservato a Ruz. Quel piccolo e curioso elemento spingeva a domandarsi cosa ci fosse dietro quella pietra e, soprattutto, cosa i maya avessero voluto nascondere così accuratamente. Era chiaro che quella pietra non doveva essere semplicemente un elemento decorativo, ma aveva una funzione particolare. L’archeologo, con la sua esperienza e il suo intuito, decise di rimuoverla e, sollevandola, si trovò di fronte a una scoperta sconvolgente: una scala, nascosta da secoli sotto terra, che si inerpicava nel buio profondo. La scala non solo era un passaggio fisico, ma simbolicamente rappresentava una via d’accesso tra il mondo dei vivi e quello dei morti, un varco segreto che avrebbe condotto a una verità sepolta sotto i secoli di storia.

L’intera operazione per liberare la scala e i suoi gradini non fu un compito facile. La vegetazione tropicale che ricopriva l’area e il passare del tempo avevano reso l’ambiente ancora più ostico, ma Ruz non si lasciò scoraggiare. Gli scavi, che richiesero anni di lavoro paziente, portarono finalmente alla luce il tratto di scala che si snodava in profondità nel sottosuolo, un percorso che, passo dopo passo, svelava segreti che la natura e il tempo avevano nascosto. Il 1952 fu l’anno in cui, finalmente, la scala venne completamente liberata, portando alla luce cinquantanove gradini che scendevano verso un mondo sotterraneo, apparentemente sigillato da un’epoca lontana. I gradini, una volta ripuliti, rivelarono una parete e, dietro di essa, ne seguirono altre. Ogni muro che veniva rimosso e ogni passo che si faceva avanti non facevano altro che aumentare l’inquietudine e la meraviglia degli archeologi: cosa si nascondeva ancora dietro quelle mura?

Quando il gruppo di Ruz raggiunse la fine di quella lunga e faticosa discesa, ciò che emerse fu ben più sorprendente di quanto chiunque avesse potuto immaginare. Una cripta sigillata da una parete spessa, solida e decorata, custodiva un sarcofago che avrebbe cambiato per sempre la storia della civiltà maya. Al centro della cripta, protetto da decorazioni e bassorilievi intrisi di simbolismo, si trovava un sarcofago di pietra. Il sarcofago, non solo straordinariamente ben conservato, ma anche magnificamente scolpito, stava a simboleggiare l’importanza e l’eccezionalità di ciò che conteneva. Le incisioni che decoravano la cripta e il sarcofago non erano solo semplici rappresentazioni artistiche, ma raccontavano la storia del defunto, della sua vita e del suo viaggio nell’aldilà, rendendo il tutto una testimonianza tangibile del potere politico, religioso e cosmologico del sovrano sepolto in quel luogo.

Con grande cura e dopo innumerevoli sforzi, gli archeologi sollevarono il coperchio del sarcofago. Quando la pietra fu sollevata, si rivelò ciò che molti avevano sospettato, ma che nessuno poteva immaginare nella sua interezza: il corpo di un uomo, sepolto con un sontuoso corredo funerario. Quel corpo, nonostante il passare dei secoli, portava con sé tutta la solennità di un rito che gli aveva conferito una divinità oltre la morte. Il defunto era adagiato su un letto di polvere rossa, decorato con gioielli di giada e una maschera funeraria che rappresentava un’opera d’arte straordinaria, creata con intarsi di ossidiana e madreperla. La maschera, che copriva il volto del defunto, mostrava un’espressione incredibilmente realistica, quasi viva, un’immagine che suscitava una sensazione di mistero e sacralità, come se quell’uomo non fosse mai davvero scomparso.

Le incisioni sul coperchio del sarcofago furono interpretate da molti come rappresentazioni di un astronauta o di una figura celeste, ma studi più approfonditi rivelarono un significato più profondo. Quelle immagini non raccontavano di viaggi spaziali, ma del viaggio dell’anima del defunto attraverso il regno dei morti, verso la sua apoteosi e trasformazione in una divinità. Il defunto non era solo un re, ma un essere che, grazie alla sua morte, sarebbe stato trasfigurato in un dio, e la sua figura, simbolicamente imprigionata nella maschera, rappresentava il passaggio da un’esistenza mortale a una divina.

A dominare la scena del sarcofago, al centro della lastra che lo ricopriva, c’era una figura giovanile che sembrava librarsi sospesa, tra il cielo, la terra e l’inframondo. Questa figura, che indossava gioielli e vesti elaborate, era circondata da simboli cosmici e creature mitologiche, come se rappresentasse il momento supremo del sovrano che, nel morire, ascendeva al rango divino. Gli esperti interpretarono questa scena come la raffigurazione del re nel suo momento di apoteosi, mentre la sua anima viaggiava attraverso il regno degli dèi, trasformandosi in una divinità celeste.

Il nome di quel re, rivelato attraverso le iscrizioni sulle pareti della cripta, era K'inich Janaab' Pakal, noto anche come Pakal il Grande, uno dei più celebri e influenti sovrani di Palenque. Pakal aveva regnato per quasi settant’anni, e la sua tomba, unica nel suo genere, non era solo un luogo di sepoltura, ma un monumento alla sua immortalità. L’intera sepoltura, dalle ricche offerte rituali alle complesse incisioni, suggeriva che Pakal fosse stato considerato non solo un re, ma una figura divina, un intermediario tra gli dèi e gli uomini, un simbolo del potere e della cultura maya che trascendeva il tempo.

La sua tomba e la lastra che la copriva non solo raccontavano la storia di un uomo, ma rappresentavano un atto simbolico che collegava il re al cosmo, al cielo e all’inframondo. I numerosi simboli e le raffigurazioni sulle pareti della cripta illustravano il viaggio dell’anima, e l’albero cosmico che emergeva dal trono del defunto simboleggiava la connessione tra la vita, la morte e la divinità. In questo universo simbolico, Pakal non era un semplice sovrano, ma un ponte tra il mondo terribile e il mondo divino.

La scoperta della sua tomba, con i suoi straordinari bassorilievi, le ricche offerte e la maschera funeraria, non solo ha arricchito la nostra comprensione della cultura maya, ma ha sollevato interrogativi più ampi sulla natura della morte, dell’immortalità e della divinità nel mondo precolombiano. La sua tomba, oggi conservata come uno dei più grandi capolavori dell’arte e della religione maya, continua a essere oggetto di studi e riflessioni. Pakal il Grande, con il suo volto di giada e la sua incredibile storia, resta uno dei più grandi simboli della civiltà maya, una civiltà che, pur nel suo mistero e nelle sue complessità, ha lasciato un’eredità immortale, una testimonianza tangibile del legame tra l’uomo e l’universo, tra la vita e l’eternità.