mercoledì 12 febbraio 2025

Le statue velate tra virtuosismo e oblio: perché Sanmartino e Corradini non sono celebri quanto Michelangelo e Bernini?


La scultura è, tra tutte le arti, quella che più di ogni altra ha dovuto confrontarsi con la sfida della materia. Il marmo, con la sua durezza e la sua intransigenza, è stato nei secoli il banco di prova per gli artisti più audaci, coloro che hanno cercato di domarlo, di renderlo fluido, vibrante, persino etereo. Poche opere riescono a suscitare la stessa meraviglia delle statue velate, in cui il marmo, lungi dall’apparire rigido e pesante, sembra trasformarsi in un velo impalpabile, aderendo ai corpi con una leggerezza che sfida la logica della materia stessa.

Capolavori come il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino o la Pudicizia di Antonio Corradini dimostrano un livello tecnico così straordinario da apparire quasi miracoloso. Eppure, questi artisti non godono della stessa fama di Michelangelo, Bernini o Canova. Perché?

La risposta non è semplice, né può essere ridotta a un unico fattore. La fortuna critica di un artista è il risultato di un complesso intreccio di elementi storici, sociali, politici e culturali. La committenza, il contesto geografico, l’evoluzione del gusto, la costruzione del canone estetico e persino la capacità di essere raccontati e tramandati dalla storiografia giocano un ruolo fondamentale nel determinare chi entra nell’Olimpo dell’arte e chi rimane ai margini.

Esaminando il caso delle statue velate e dei loro autori, possiamo comprendere meglio i meccanismi che regolano la fama artistica e, allo stesso tempo, apprezzare la straordinaria bellezza di queste opere, che oggi stanno vivendo una meritata riscoperta.


1. Il ruolo della committenza e la centralità artistica

Uno dei principali fattori che determinano la fama di un artista è il tipo di committenza per cui lavora. Michelangelo ebbe la fortuna di operare sotto il patrocinio dei papi e della famiglia Medici, due dei più influenti mecenati della storia dell’arte. Il suo nome è legato a opere monumentali come la Cappella Sistina e la Basilica di San Pietro, commissioni che garantivano una visibilità straordinaria e un’immediata consacrazione internazionale.

Diverso è il caso di Giuseppe Sanmartino. Attivo quasi esclusivamente a Napoli, Sanmartino ricevette la commissione per il Cristo velato da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, un intellettuale eccentrico e visionario che volle trasformare la sua cappella funeraria in un luogo di straordinaria bellezza e mistero. La Cappella Sansevero è senza dubbio un gioiello dell’arte barocca, ma rimase per lungo tempo un luogo privato e relativamente periferico rispetto ai grandi centri del potere artistico.

Anche Antonio Corradini, nonostante la sua carriera internazionale tra Venezia, Dresda e Napoli, operò prevalentemente su commissioni locali e in ambiti decorativi e funerari. La sua Pudicizia, realizzata anch’essa per la Cappella Sansevero, è un capolavoro assoluto nella resa del marmo, ma la sua collocazione in un contesto privato ne limitò la visibilità e la diffusione critica.

Un caso analogo è quello di Francesco Queirolo, autore della straordinaria Disinganno, in cui un uomo si libera da una rete scolpita nel marmo, simbolo della liberazione dal peccato e dall’ignoranza. Il livello di abilità tecnica necessario per realizzare un simile effetto è impressionante, ma anche Queirolo, come Sanmartino e Corradini, non ebbe la possibilità di lavorare su progetti di grande risonanza internazionale.

La committenza, quindi, ha giocato un ruolo decisivo nel determinare la fortuna critica di questi artisti: lavorare per un papa o per un grande sovrano significava entrare nella storia, mentre operare per un contesto privato, per quanto raffinato, limitava la diffusione della propria opera.


2. La gerarchizzazione degli stili: il pregiudizio contro il barocco e il rococò

Oltre alla committenza, anche l’evoluzione del gusto e della critica d’arte ha influito sulla percezione di questi artisti. Per secoli, il classicismo rinascimentale è stato considerato il vertice dell’arte occidentale. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, costruì un racconto che vedeva in Michelangelo l’apice della scultura, consacrandolo come modello insuperabile.

Il barocco, nonostante la straordinaria fama di Bernini, fu spesso visto come uno stile eccessivo, emotivo, teatrale, mentre il rococò, con la sua leggerezza e il suo carattere decorativo, fu relegato a una dimensione minore, considerato più frivolo che profondo. Questo pregiudizio critico ha penalizzato artisti come Corradini, il cui straordinario lavoro sul marmo è stato spesso interpretato più come un esercizio di perizia tecnica che come una vera e propria espressione artistica.

Lo stesso destino è toccato a molti altri scultori barocchi e rococò. Jean-Baptiste Pigalle, autore della celebre Mercy (1753), creò figure di straordinaria morbidezza e sensualità, ma il suo nome non è noto al grande pubblico. Anche Étienne-Maurice Falconet, famoso per il Pietro il Grande a cavallo a San Pietroburgo, è stato per lungo tempo considerato un artista minore rispetto ai grandi scultori classici.

Questo dimostra come il gusto e la critica possano influenzare la percezione di un artista ben oltre il suo valore effettivo. Il classicismo ha dominato la scena per secoli, relegando il barocco e il rococò a una posizione marginale, e solo recentemente questi stili stanno ricevendo la rivalutazione che meritano.


3. La costruzione del canone artistico: chi decide chi è un genio?

Un altro elemento cruciale nella consacrazione di un artista è il ruolo della storiografia. Michelangelo ha beneficiato di una narrazione mitica della sua figura: Vasari lo definisce “divino”, trasformandolo in un punto di riferimento assoluto. Bernini, grazie al sostegno papale, fu celebrato già in vita come il massimo scultore barocco.

Sanmartino, Corradini e Queirolo, invece, non hanno avuto biografi di rilievo né teorie artistiche che li abbiano collocati in una posizione centrale. Le loro opere, per quanto straordinarie, sono rimaste confinate in una dimensione più locale.

Anche Canova, considerato il massimo esponente del neoclassicismo, deve parte della sua fama al contesto storico favorevole: la sua connessione con Napoleone e la riscoperta dell’arte antica in chiave romantica gli garantirono un posto d’onore nella storia dell’arte. Senza questi elementi, il suo nome avrebbe potuto subire lo stesso destino di Corradini.


Conclusione: una fama in divenire

Oggi, finalmente, artisti come Sanmartino e Corradini stanno vivendo una meritata riscoperta. Il loro virtuosismo tecnico, un tempo visto come semplice abilità manuale, è ora riconosciuto come un’espressione artistica di altissimo livello.

Le statue velate, un tempo considerate solo dimostrazioni di perizia tecnica, si rivelano oggi capolavori assoluti della scultura occidentale, capaci di trasmettere un senso di spiritualità, leggerezza e mistero che le rende uniche nella storia dell’arte.