"Quell’oscuro oggetto del desiderio" è l’ultimo film di Luis Buñuel, uscito nel 1977. È una pellicola che gioca con l’ossessione amorosa, la gelosia e l’impossibilità di possedere l’altro, con il tipico tocco surreale e spietato del regista.
La trama ruota attorno a Mathieu, un uomo maturo e facoltoso (interpretato da Fernando Rey), che si innamora perdutamente di Conchita, una giovane donna bellissima e sfuggente. La particolarità? Conchita è interpretata da due attrici diverse: Carole Bouquet e Ángela Molina. Questa scelta non è un vezzo sperimentale fine a se stesso, ma sottolinea la natura mutevole e inafferrabile del desiderio. Quando Mathieu pensa di averla conquistata, Conchita si trasforma, si nega, si ribella, sfuggendo come sabbia tra le dita.
Il film è un adattamento di La femme et le pantin di Pierre Louÿs, ma Buñuel lo trasforma in una riflessione sul conflitto tra pulsione e frustrazione, con il contorno di un’Europa scossa dal terrorismo (tema che ritorna in sottofondo con esplosioni e attacchi casuali).
Come sempre nel cinema di Buñuel, la borghesia ne esce a pezzi: Mathieu incarna la figura dell’uomo di potere convinto che il denaro possa comprare tutto, anche l’amore. Ma Conchita (o le Conchite) gli dimostra che certi desideri restano irrisolti, anche quando sembra di averli a portata di mano.
In bilico tra dramma e ironia, il film si chiude in modo ambiguo, lasciando lo spettatore con la stessa sensazione di Mathieu: insoddisfatto e intrappolato in un eterno gioco di seduzione.
Buñuel, con "Quell’oscuro oggetto del desiderio", porta alle estreme conseguenze il suo interesse per l’inafferrabilità della passione umana, come aveva già fatto in Bella di giorno o Tristana. Qui, però, il gioco si fa ancora più raffinato e crudele. Non c’è redenzione, né soluzione: Mathieu e Conchita danzano in un ciclo continuo di attrazione e rifiuto, senza mai consumare davvero il loro rapporto.
Il dispositivo narrativo della doppia attrice è un colpo di genio che amplifica il senso di straniamento. Bouquet e Molina incarnano aspetti opposti della femminilità: la prima è algida, sofisticata, quasi irraggiungibile; la seconda è carnale, passionale, istintiva. È come se Buñuel ci dicesse che il desiderio maschile oscilla tra questi due poli, senza mai trovare un equilibrio. La Conchita di Bouquet rifiuta con distacco, mentre quella di Molina gioca con il fuoco, ma senza bruciarsi mai del tutto.
Anche l’ambientazione è volutamente frammentaria: la vicenda si sviluppa tra Parigi, Siviglia e l’Andalusia, con continui cambi di scenario che riflettono l’instabilità emotiva di Mathieu. E poi ci sono i dettagli assurdi, marchio di fabbrica del regista: la cameriera sorda che ignora tutto ciò che accade intorno a lei, il valzer degli attentati che esplodono quasi a sottolineare ogni momento di tensione erotica, o la famosa scena del sacco, in cui Mathieu versa un secchio d’acqua sulla testa di Conchita per placare la sua frustrazione.
Buñuel si diverte a smontare le regole del melodramma tradizionale, trasformandolo in una sorta di parodia amara della lotta di potere tra i sessi. Ma non c’è cinismo nel suo sguardo, piuttosto una consapevolezza profonda: il desiderio umano è per sua natura irrisolvibile, e proprio per questo continua a far girare il mondo.
Un elemento cruciale del film è il modo in cui Buñuel intreccia il personale e il politico. L’ossessione amorosa di Mathieu si svolge sullo sfondo di un’Europa lacerata dal terrorismo e dalla violenza indiscriminata. Le bombe esplodono nei ristoranti, nelle strade, nei teatri, ma nessuno sembra davvero sconvolto. Gli attentati diventano quasi incidenti di percorso, rumori di fondo nella battaglia più intima e devastante: quella del desiderio.
Questa scelta non è casuale. Buñuel suggerisce che l’amore e la violenza sono manifestazioni diverse della stessa tensione profonda, un’inquietudine esistenziale che attraversa individui e società. L’attentato finale, che arriva subito dopo l’ennesimo rifiuto di Conchita, sembra chiudere il cerchio: mentre Mathieu e Conchita si allontanano, il mondo intorno a loro esplode, come se il loro stesso desiderio irrisolto avesse trovato una via d’uscita nella distruzione.
Anche il finale, enigmatico e aperto, è una firma inconfondibile di Buñuel. Mathieu e Conchita camminano per strada, apparentemente riconciliati. Lei indossa un abito bianco, simbolo di purezza, e sembra che finalmente qualcosa possa compiersi. Ma proprio quando la tensione sembra allentarsi, una bomba esplode. Non c’è conclusione, né catarsi: solo il perpetuarsi di un ciclo che sfugge al controllo.
In tutto questo, Buñuel non giudica né Mathieu né Conchita. Li osserva con ironia, ma anche con una certa tenerezza. Mathieu non è un mostro, nonostante i suoi tentativi di possedere Conchita con denaro e manipolazioni; è un uomo ridicolo, certo, ma anche disperato, come lo siamo tutti quando il desiderio ci consuma. Conchita, dal canto suo, non è né una vittima né una carnefice, ma una donna consapevole del proprio potere, che gioca con le regole imposte dalla società maschile per sovvertirle.
Alla fine, "Quell’oscuro oggetto del desiderio" non offre risposte, ma lascia lo spettatore con domande che risuonano ben oltre i titoli di coda. Forse, suggerisce Buñuel, è proprio nell’impossibilità di possedere ciò che desideriamo che risiede la vera essenza del desiderio stesso.
C’è un dettaglio che attraversa l’intero film, quasi impercettibile ma carico di significato: una borsa di tela, malconcia e cucita, che Mathieu porta con sé durante il viaggio. A un certo punto, in treno, la borsa viene aperta per mostrarne il contenuto: nulla di particolarmente rilevante, solo oggetti quotidiani. Ma la borsa ritorna, come un leitmotiv silenzioso, a ricordarci che nel cinema di Buñuel nulla è mai banale.
Quella borsa, rattoppata e apparentemente insignificante, diventa metafora dell’amore e del desiderio: un oggetto malconcio, cucito e ricucito, che non smettiamo di portare con noi, anche quando sembra non avere più valore. Mathieu, con la sua ossessione, è come quella borsa: malridotto ma incapace di lasciar andare.
La dualità delle attrici, Ángela Molina e Carole Bouquet, riflette non solo la complessità del personaggio di Conchita, ma anche la frattura interna di Mathieu. È come se ogni suo tentativo di avvicinarsi a Conchita generasse una nuova donna, diversa, irriconoscibile. A seconda di come Mathieu si pone, Conchita risponde con un volto o con l’altro. E lui, inevitabilmente, resta sempre un passo indietro.
Il rapporto tra Mathieu e Conchita si trasforma così in una continua messinscena, un gioco sadico in cui il piacere è sempre promesso, mai concesso. In una scena iconica, Mathieu trova Conchita che danza per strada con un gruppo di uomini, lasciandosi ammirare in modo quasi esibizionista. Mathieu esplode di rabbia, ma non fa nulla. È come se fosse intrappolato in uno spettacolo di cui non riesce mai a essere protagonista.
Anche la figura di Mathieu, interpretata dal sublime Fernando Rey, è un omaggio alle precedenti opere di Buñuel. Rey era già stato l’emblema dell’uomo borghese tormentato in Il fascino discreto della borghesia e Tristana. In "Quell’oscuro oggetto del desiderio", la sua performance è ancora più sfumata: Mathieu non è solo il borghese ipocrita, è un uomo logorato da un desiderio che non comprende e che non riesce a domare.
Verso la fine del film, Conchita dice a Mathieu una frase che risuona come una condanna definitiva:
“Non puoi avere tutto quello che vuoi, Mathieu.”
E in quelle parole, Buñuel racchiude tutta la filosofia del film. Il desiderio non è fatto per essere soddisfatto. La sua forza sta nell’attesa, nel gioco infinito tra il sì e il no, tra il possibile e l’irraggiungibile.
"Quell’oscuro oggetto del desiderio" è, in fondo, una parabola crudele ma profondamente umana: il desiderio ci tiene vivi, ma ci condanna anche a un’inquietudine perpetua. Ed è proprio in questa tensione che si nasconde, forse, il segreto della vita.
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