sabato 12 settembre 2026

Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini


Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, pubblicato postumo nel 1976 e costruito attorno agli ultimi interventi giornalistici, alle lettere aperte e agli scritti polemici dell'autore, molti dei quali apparsi sul Corriere della Sera e su altre testate negli anni immediatamente precedenti la morte, si presenta oggi, a distanza di mezzo secolo, non come un reperto storico da consultare per ricostruire il clima intellettuale di un'epoca conclusa, ma come un dispositivo critico ancora capace di produrre attrito, di sottrarsi a quella normalizzazione attraverso la quale gli scrittori scomodi vengono trasformati in classici innocui, buoni per essere citati ma non più realmente letti, poiché la distinzione che Pasolini elabora fra sviluppo e progresso — lo sviluppo inteso come crescita tecnico-economica priva di un orientamento umano e valoriale, il progresso come trasformazione che dovrebbe implicare un effettivo miglioramento delle condizioni dell'esistenza — conserva una sorprendente capacità di interrogare le retoriche contemporanee dell'innovazione, nelle quali la promessa di emancipazione convive con una crescente uniformazione dei comportamenti, dei desideri e dei linguaggi. È questo, più ancora della semplice denuncia della società dei consumi, il centro della sua riflessione: la convinzione che il potere stia cambiando natura e che alla repressione esercitata dalle istituzioni tradizionali si sostituisca una forma di dominio più pervasiva, capace di modificare dall'interno gli individui e il loro modo di percepire ciò che desiderano, un processo che Pasolini interpreta come una vera e propria mutazione antropologica e che, nei suoi passaggi più estremi, arriva a definire con la formula traumatica del «genocidio culturale», espressione con cui non intende semplicemente denunciare la scomparsa di un patrimonio folklorico fatto di dialetti, tradizioni e culture contadine, ma la progressiva perdita della possibilità di vivere secondo forme antropologiche differenti, sostituite da modelli sempre più uniformi attraverso la televisione, la pubblicità, la scuola e la diffusione di un linguaggio sociale comune; ed è proprio nell'articolo dedicato alla scomparsa delle lucciole, divenuto quasi per sinestesia il simbolo dell'intera riflessione pasoliniana dell'ultimo periodo, che questa tesi trova la sua immagine più memorabile e insieme più controversa, perché Pasolini prende un fenomeno concreto, la progressiva scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane, legata alle profonde trasformazioni ambientali e agricole di quegli anni, e lo trasforma nel segno visibile di una cesura storica, individuando nella prima metà degli anni Sessanta il momento di una trasformazione che avrebbe separato un'Italia ancora caratterizzata da una pluralità di culture, comportamenti e forme linguistiche da una società sottoposta all'accelerazione della modernizzazione e dei consumi. Una periodizzazione tanto potente sul piano simbolico quanto problematica sul piano storiografico, perché il mondo al quale Pasolini guarda era tutt'altro che omogeneo e la contrapposizione fra un passato ancora autentico e un presente definitivamente corrotto contiene inevitabilmente una componente di costruzione retrospettiva; ma la forza delle lucciole non dipende dalla loro utilizzabilità come categoria storica, bensì dalla capacità di trasformare un mutamento ambientale in una figura della perdita, facendo coincidere la scomparsa di un piccolo organismo luminoso con la percezione di una civiltà che sta smarrendo le proprie differenze. Da qui prende forma una critica che non risparmia nessuno degli schieramenti politici del suo tempo, compreso e anzi particolarmente colpito il Partito Comunista Italiano, al quale Pasolini rimprovera di non comprendere fino in fondo la natura del nuovo potere e di continuare a leggere la società attraverso categorie politiche appartenenti a una fase ormai superata, mentre la trasformazione decisiva si produce nella vita quotidiana, nella ridefinizione dei desideri e nell'affermarsi di nuovi modelli di comportamento; è anche per questo che le sue posizioni sulle battaglie civili degli anni Settanta risultano difficili da ricondurre alla tradizionale cultura progressista, perché Pasolini rifiuta l'idea che ogni trasformazione dei costumi possa essere interpretata automaticamente come emancipazione e insiste sulla possibilità che alcune libertà vengano rapidamente assorbite dalla logica del consumo, trasformando la liberazione del desiderio nella sua mercificazione e la tolleranza in una nuova forma di conformismo. La sua posizione sull'aborto, in particolare, va letta dentro questa più ampia critica della società dei consumi e non può essere semplicemente sovrapposta a un'opposizione conservatrice alle conquiste civili: ciò che Pasolini teme è la capacità del nuovo sistema di incorporare persino le istanze nate contro di esso, fino a trasformare la trasgressione in linguaggio commerciale e l'emancipazione in comportamento socialmente prescritto. È una posizione che lo porta a entrare in conflitto con una parte significativa della cultura progressista del tempo e contribuisce alla sua crescente solitudine intellettuale, soprattutto quando le sue analisi si sovrappongono a questioni sulle quali la sinistra italiana rivendica invece con forza una propria idea di modernizzazione e libertà; nello stesso modo, i confronti e le polemiche con altri intellettuali, fra i quali Italo Calvino, mostrano quanto il dibattito culturale italiano degli anni Settanta sia attraversato da una frattura che non coincide semplicemente con la contrapposizione fra destra e sinistra, ma riguarda il significato stesso delle parole progresso, modernità, libertà e sviluppo. Pasolini sceglie deliberatamente di collocarsi in una posizione eccentrica, spesso urticante, rifiutando la prudenza dell'intellettuale chiamato a rappresentare una parte e preferendo assumersi il rischio di una scrittura che si espone all'errore pur di non rinunciare alla propria capacità di contraddire il senso comune, secondo quella logica corsara che aveva caratterizzato i suoi interventi pubblici e che consisteva nel sottrarre il discorso politico e culturale alle formule rassicuranti attraverso le quali ogni società tende a raccontarsi come inevitabilmente migliore della precedente; e se è vero che il libro, letto oggi, rivela anche i limiti di una visione talvolta aristocratica, incline a idealizzare il mondo contadino e sottoposta alla tentazione di trasformare la perdita delle differenze in una perdita assoluta, è altrettanto vero che proprio questa contraddittorietà impedisce di ridurre Pasolini a una formula. Un autore interamente coerente con le categorie attraverso le quali oggi siamo abituati a leggerlo sarebbe infatti molto meno interessante di quello che abbiamo davanti: spesso ingiusto nei dettagli, talvolta paradossale nelle conclusioni, ma capace di cogliere con impressionante precisione alcune delle direzioni profonde della trasformazione sociale. Pasolini non scrive trattati sistematici, ma interventi, lettere, articoli e provocazioni rivolti a destinatari concreti e spesso a un potere che sa non lo ascolterà, trasformando così la scrittura pubblica in una forma di testimonianza che non coincide con la ricerca di una soluzione, ma con il rifiuto di tacere davanti a ciò che egli percepisce come una mutazione irreversibile; ed è forse qui, nella consapevolezza di intervenire dentro un processo storico che sembra già oltrepassare la possibilità dell'intervento individuale, che risiede il nucleo più autenticamente tragico di Lettere luterane, perché Pasolini non consegna al lettore una teoria compiuta della società futura né una via politica capace di invertire il processo che denuncia, ma lascia piuttosto la sensazione di una diagnosi formulata nel momento stesso in cui il fenomeno osservato diventa irreversibile. Per questo una rilettura pacificante del libro, quella che trasformasse Pasolini in un semplice profeta del consumismo o in un innocuo anticipatore delle critiche alla società di massa, sarebbe profondamente riduttiva: ciò che resta, chiuso il libro, non è la certezza che avesse previsto il futuro nei suoi dettagli, né che tutte le sue interpretazioni possano essere trasferite senza mediazioni nel presente, ma il sospetto che alcune dinamiche da lui individuate non siano affatto scomparse e abbiano assunto forme nuove, mascherate da parole come inclusione, connessione, personalizzazione, libertà di scelta e accesso universale. Leggere oggi Lettere luterane significa allora misurare non soltanto la distanza che ci separa dall'Italia degli anni Settanta, ma la persistenza di una domanda che il libro continua a rivolgerci: che cosa accade a una società quando il potere non ha più bisogno di proibire ciò che vuole ottenere, perché è riuscito a fare in modo che siano gli individui stessi a desiderarlo? È una domanda che non rende Pasolini infallibile, ma che rende ancora difficile archiviarlo.

venerdì 11 settembre 2026

(oggi pomeriggio sono ritornato a quegli anni Ottanta con Michele Paladino)

(oggi pomeriggio sono ritornato a quegli anni Ottanta)

La prima cosa che colpisce, varcata la soglia di quella che con approssimazione anagrafica si continua a chiamare "casa" di Michele Paladino — e che è piuttosto un deposito, un magazzino delle intenzioni, una sorta di kunstkammer post-industriale dove il barocco meridionale si è dato convegno con la sciatteria funzionale del laboratorio artigiano — non è, dicevo, una singola opera, né una forma che solleciti l'ermeneutica del visitatore di passaggio, bensì la quantità delle cose: la loro proliferazione, la loro pertinace ostinazione a esistere tutte insieme, senza gerarchia, senza quella pulizia espositiva che il gusto contemporaneo — gusto, si badi, non estetica, ché l'estetica è tutt'altra e più seria faccenda — pretenderebbe come condizione minima di decoro. C'è polvere, of course, la polvere che si deposita per li rami sulle cose vissute e sulle cose sopravvissute, ma c'è pure, sotto la coltre pulverulenta, un ordine cripto-tassonomico che sfugge al primo sguardo e forse anche al secondo, un ordo rerum privato, non catalogato, non catalogabile se non da lui medesimo, che vi si muove con la disinvoltura un po' guardinga del proprietario che conosce ogni singola incombenza fiscale del proprio patrimonio: riconosce l'oggetto, ne rievoca la genealogia, la data d'ingresso nel proprio pantheon di ferraglie e di colori, il motivo — sempre un motivo c'è, mai casuale, mai gratuito — per cui quella cosa e non un'altra è stata sottratta all'oblio della discarica.

Lui narra, dunque, ipotattico e digressivo come chi ha tutto il tempo del mondo e nessuna fretta di consegnare il senso, e io — cronista suo malgrado, esegeta riluttante — lo seguo. È forse questa la prima e più elementare condizione dell'incontro: lo stupore, sissignore, ma non tanto quello — banale, da rotocalco — indotto dalla quantità (pure quella, diciamolo, non è cosa da poco), quanto quello, più sottile e più inquietante, che nasce dalla scoperta di una vita intera consumata nel fare, nella quale pittura, scultura, incisione non sono comparti stagni, cassetti ordinati d'un archivio burocratico, ma varianti tattiche d'una medesima, insopprimibile inquietudine. Paladino ha faticato — la fatica, quella vera, quella che lascia il callo e non la metafora — e conosce quella particolare, quasi patologica ostinazione (una sindrome, verrebbe da dire, se non fosse blasfemo trattare da sindrome ciò che è vocazione) che obbliga un uomo a ripresentarsi ogni mattina davanti alla materia recalcitrante — tela, legno, ferro, foglio — anche quando l'oggetto della ricerca si sottrae, si defila, gioca a rimpiattino con l'intenzione dell'artefice.

C'è, in lui, un che di arcaico — non archeologico, si badi bene, ché l'archeologia è disciplina da cattedra e lui di cattedre ne ha frequentate poche e mal volentieri — nel modo di concepire il mestiere: un residuo, quasi un fossile vivente, dell'homo faber pre-industriale, per il quale l'idea non si emancipa mai del tutto dalla mano, dal callo, dall'errore che va corretto a martellate, dalla resistenza — fisica, meccanica, quasi newtoniana — della materia bruta. Pennello e martello, in questa cosmogonia domestica, non sono simboli, non sono allegorie da manuale liceale: sono utensili, ferri del mestiere, cose con cui si fanno i conti in contanti, ogni santo giorno.

Paladino, va detto con la debita enfasi, non getta: accumula, tesaurizza, ricicla ante litteram, con un fiuto da rigattiere illuminato che trasforma la scatola vuota dei pelati — sì, proprio quella, il barattolo di latta del sugo domenicale — in materia prima per l'arte, che con un paio di martellate ben assestate muta la natura ontologica d'un oggetto, che estrae dal materiale più povero, più dozzinale, più dimesso, una presenza che nessuno s'aspettava. C'è, in questo suo gesto ricorrente, qualcosa che eccede il semplice riciclo ecologico-sentimentale di moda oggidì: c'è il rifiuto, tout court, dell'idea che le cose abbiano un valore fisso, bollato, certificato una volta per tutte come un catasto. Nelle sue mani la materia resta, per dir così, in regime di libertà vigilata, sempre disponibile a un'altra vita.

Anche il commercio con l'arte del passato — Pompei, il Gotico, il Neoclassico, la Bauhaus, gli anni di Brera, i maestri, il sodalizio con Raffaele De Grada — non ha la pedanteria del collezionista di citazioni, dello studente che spolvera il manuale per l'esame: è piuttosto un'archeologia privata, un frugare tra i reperti per scovare non il pezzo ma il pensiero che l'ha generato, la scintilla che sopravvive sotto la crosta dei secoli e che continua, testardamente, a interrogare chi sappia porgere l'orecchio. La tradizione, in questa prospettiva, non è cosa da museo: è materiale attivo, radioattivo quasi, che va maneggiato con circospezione ma senza reverenza eccessiva.

È una fedeltà inquieta, dicevo, refrattaria alla forma già catalogata: cerca la continuità ma vi inocula fratture, materiali eterodossi, figure ridotte all'essenziale, soluzioni che paiono provenire da ère remotissime e che pure si ritrovano, per li rami traversi della storia dell'arte, dentro una sensibilità perfettamente contemporanea. Le sue opere paiono così sospese tra due pretese contrastanti: riconoscere il già stato e inventargli, di sana pianta, una forma per l'oggi.

Anche la sua formazione partecipa di questa doppia natura anfibia: aule di Brera, sì, ma pure il tirocinio esterno, la pratica bottegaia, l'osservazione, una curiosità onnivora che pare non essersi mai sazia. Ricorda — e nel ricordare non indulge alla mitografia di sé, che sarebbe patetico oltreché disonesto — gli anni del pendolarismo fra Vigevano e Brera, gli anni dello studente-lavoratore con le tasche vuote e la testa piena, quando i docenti cominciavano a scorgere in lui un che di non ancora del tutto decifrato — nemmeno da lui stesso, ci scommetterei.

È qui che il vocabolo «tardi» acquista una sua pregnanza quasi liturgica. Sant'Agostino, si sa, scriveva: «Tardi ti ho amata, bellezza tanto antica e tanto nuova» — e ogni scoperta genuina, verrebbe da soggiungere con malcelata solennità, arriva sempre in ritardo sulla tabella di marcia, perché la cosa che conta non si consegna al primo appuntamento. Occorre attraversare anni, errori, cantieri abbandonati, rinunce, ostinazioni cieche, financo periodi di totale smarrimento circa l'oggetto della propria ricerca, prima che qualcosa — finalmente — affiori. L'arte, per Paladino, non pare dunque una conquista da archiviare col timbro del "fatto", bensì un'inchiesta permanente che obbliga all'umiltà davanti a ciò che si è appena prodotto, giacché l'opera successiva rimette perpetuamente sotto processo quella precedente.

Persino il tema del Bello — parola grossa, parola che fa west, parola da cui la critica contemporanea rifugge come da un parente povero e imbarazzante — ritorna, in questa cosmogonia, a una dimensione fisica, quasi artigianale: cosa che si costruisce a fatica, per accumulo, per sottrazione, mai per folgorazione istantanea, e che perciò stesso rifiuta la scorciatoia del piacere immediato. Paladino sa — o pare sapere — che il bello può essere sofferto, financo inquietante, e che l'artista non è chi possiede la risposta bell'e pronta, ma chi si ostina, con pazienza da certosino, attorno a una domanda che non si lascia chiudere.

Una parola-chiave, per intendere questo lavoro, potrebbe essere «Centro». Mariangela Maritato, nella presentazione della personale allo Spazio Rocco Scotellaro (2011), rinveniva appunto nelle sculture di Paladino una tensione ascensionale, e richiamava — con dotta pertinenza — l'importanza del Centro nelle cosmologie antiche. Interpretazione accoglibile, purché non la si elevi a passe-partout ermeneutico: il Centro di Paladino non è, mi pare, un punto fisso da bollare sulla mappa, ma piuttosto una necessità d'orientamento, un polo ideale attorno a cui vanno disponendosi esperienze, forme, domande — un poco come l'ago della bussola che non indica un luogo ma una direzione, e per giunta oscilla.

Forse è anche per questo che il suo lavoro risulta refrattario a una certa vulgata del contemporaneo edificata sulla frammentazione permanente, sulla sostituzione compulsiva delle forme, sulla dittatura del Nuovo assunto come valore in sé, a prescindere — direbbe un notabile romano — da ogni verifica di sostanza. Paladino il frammento lo raccoglie, non lo rifugge, ma non vi si accontenta: lo ricuce, lo riconduce a una figura più vasta; interroga la tradizione, la corrompe quel tanto che basta a farla vivere, la trascina dentro il presente senza per questo trasformarla in reliquiario.

Sarebbe però grossolano contrapporlo, con tono agiografico, alla cultura contemporanea, come se egli incarnasse un mondo integro contro un mondo ormai andato in frantumi per definitiva sentenza. Anche nelle sue opere abitano la frattura, l'ansia, la refrattarietà di certi materiali a farsi ricomporre in bell'ordine. La differenza — se di differenza si può parlare senza pedanteria — sta forse nel fatto che egli non eleva la dispersione a fatalità metafisica: continua, cocciutamente, a cercare una forma che tenga insieme ciò che appare separato. Il suo Centro, repetita iuvant, è una direzione, non una risposta bella e confezionata.

Questa ricerca si chiarisce meglio davanti a certe opere essenziali, dove pochi elementi bastano a produrre una presenza, senza fronzoli, senza retorica additiva. Ricordo, in particolare, una rete metallica e alcune sagome umane — figure quasi d'ombra, larve tolte a una precarietà che le conteneva e insieme le tradiva — che non abbisognavano d'apparato scenografico per suggerire una storia intera: bastavano la rete, la sagoma, lo spazio vuoto, e quella sospensione particolare che si dà quando una forma pare sul punto di tramutarsi in altro. Guardando quel lavoro gli dissi, con la solennità un poco impettita del critico che si crede oracolo: «Paladino, vada avanti su questa strada». Lui mi guardò, sorrise — un sorriso sornione, obliquo, da chi ascolta ma non si lascia incatenare da nessun consiglio, foss'anche ben intenzionato — e invece di rispondermi mi mostrò altri quadri. Touché.

Fu forse in quell'istante che compresi come il senso d'un'opera non sia riproducibile in serie, non abbia un formulario da compilare. Per ciascuna, Paladino possiede una storia diversa, un aneddoto, un riferimento erudito o dozzinale, il giudizio d'un professore d'antan, una coincidenza propiziatoria. Non esiste sunto capace di rendere ragione del tutto. Ogni lavoro apre una conversazione, e quella conversazione ne genera un'altra, per partenogenesi quasi. L'artista racconta ciò che ha fatto, ma raccontandolo racconta pure se stesso: il ragazzo pendolare di Brera, l'uomo dalle mani indurite, colui che ha continuato — testardo, indefesso — a studiare, osservare, tentare.

La sua casa-laboratorio si configura così come un autoritratto disseminato fra gli oggetti che ha scelto di non abbandonare al macero: il disordine apparente si rivela archivio, e dietro ogni cumulo si cela una ragione che il visitatore non decifra a colpo d'occhio ma che Paladino, lui sì, sa riconoscere all'istante, come un bibliotecario cieco che ritrova lo scaffale al buio.

Conosce pure l'altra faccia, meno solare, di questa ostinazione: quella che si palesa quando ci si avvede che il prossimo è, per lo più, restio a riconoscere la fatica altrui, e che un'intera esistenza consacrata al lavoro può essere liquidata — con crudele sbrigatività amministrativa — in due o tre etichette da scheda catalografica. La sua opera resiste, per fortuna, a questa riduzione impiegatizia, perché le sue diverse stagioni continuano a conversare fra loro senza sottomettersi a una scansione da anagrafe. Non c'è cesura netta fra il prima e il dopo: c'è, semmai, un artista che muta senza abiurare alle domande originarie.

C'è, in tutto ciò, qualcosa di profondamente — direi quasi imbarazzantemente — umano: l'uomo diviene senza smettere del tutto d'essere quel che era, e l'artista trasforma l'opera propria senza cancellare quella che l'ha preceduta, come chi rifà l'impianto elettrico d'una vecchia casa senza però demolirne i muri portanti. La sua ricerca procede per addizioni, stratificazioni, metamorfosi, non per cancellature.

Non stupisce, allora, che il suo prossimo — nel senso evangelico del termine, e Paladino di questo termine pare fare largo uso, benché senza catechismo — sia composto pure dalle figure anonime che attraversano la sua giornata: uomini di strada e di cantiere, presenze che si infiltrano nell'immaginazione e vi ricompaiono, trasfigurate, nelle opere. C'è in questa attenzione una domanda semplicissima, e per ciò stesso vertiginosa: «Chi è il mio prossimo?». Domanda che non si liquida con la teoria, ma si attraversa — corpo a corpo, se così si può dire — con gli occhi e con le mani.

Vedere, per Paladino, non equivale a guardare distrattamente, alla maniera dello sguardo turistico contemporaneo, avido di scatti e frugale di attenzione. Occorre tempo — merce sempre più rara, sottratta al lavoro artistico dalla tirannia del risultato immediato, dell'immagine già confezionata, della novità riconoscibile al primo sguardo come una marca commerciale. Interessa, molto più raramente, il tempo occorso perché una mano impari il proprio mestiere, uno sguardo maturi, un artista sbagli abbastanza da inciampare, finalmente, nella propria voce. La sua storia racconta un'altra idea della durata: fatta di lavoro, studio, tentativi falliti e ripresi, calli, materiali raccattati, opere lasciate in sospeso per anni come pratiche d'ufficio dimenticate in un cassetto, in attesa che qualcuno — lui, sempre lui — ne riprenda in mano il fascicolo.

«D'inverno neanche l'opera d'arte riesce a scaldarti», mi dice mentre ci si aggira nel laboratorio, con quella sprezzatura sentenziosa che nasconde più filosofia di certi trattati accademici. Battuta che vale un intero capitolo di estetica negativa: l'arte non ripara dalla fatica, non risolve la vita, non tiene alla larga il freddo di gennaio. Si continua a lavorare anche senza garanzia alcuna di riconoscimento, e in questa mancanza di garanzia — burocraticamente parlando, senza copertura assicurativa — si annida forse la condizione più autentica del far arte.

Alla fine Paladino torna a parlarmi delle opere, dei progetti, di ciò che ha già fatto e di ciò che ancora vorrebbe tentare. Dice che la mente, il cuore e le mani hanno ancora cartucce da sparare: immagine bellica, un poco guascona, che tiene insieme l'energia residua del fare e la consapevolezza — mai patetica, mai lamentosa — degli anni già consumati. Non chiede d'essere archiviato in una storia dell'arte già scritta e rilegata in pelle.

Ma ciò che resta, alla fine, di un incontro come questo, non è la soddisfazione contabile d'un bilancio in pareggio, la sensazione consolante del percorso compiuto e certificato. È, piuttosto, l'inquietudine di chi continua a lavorare senza sapere se la forma inseguita arriverà mai a destinazione, se il Centro verso cui ci si orienta sia luogo raggiungibile o soltanto direzione d'uno sguardo che invecchia senza rassegnarsi a cercare altrove. Il ragazzo di Vigevano, lo studente di Brera, il lavoratore, l'autodidatta, l'artista: convivono tuttora nella stessa persona, non come tappe archiviate in un dossier concluso, ma come domande rimaste, ostinatamente, senza risposta — e forse il Centro non si raggiunge mai del tutto: gli si lavora attorno, con un pennello, con un martello, sapendo che ogni opera finita non è che la prova provata che qualcos'altro, sempre, resta ancora da dire.

giovedì 10 settembre 2026

Giustappunto! La sinistra che ha paura di essere sinistra


La destra sta vincendo anche perché, mentre una parte crescente della società si trova immersa in una condizione di insicurezza economica, sociale e culturale che non può essere liquidata come una semplice conseguenza della propaganda, dal momento che dietro la rabbia, la paura e persino il risentimento che oggi attraversano il paese esistono salari reali che, secondo i dati dell'OCSE, nel 2025 erano ancora inferiori al livello del 1990, affitti nelle grandi città che possono arrivare ad assorbire una parte sproporzionata del reddito di un giovane lavoratore, contratti a termine che possono protrarsi attraverso rinnovi e proroghe senza trasformarsi necessariamente in quella stabilità che un tempo veniva associata al lavoro, servizi pubblici che in molte periferie non riescono a rispondere ai bisogni di chi ne avrebbe maggiormente necessità e una sensazione diffusa, soprattutto tra coloro che hanno meno strumenti per difendersi dalle trasformazioni economiche, di essere stati progressivamente esclusi dalla promessa di benessere che per decenni aveva costituito una delle grandi giustificazioni della democrazia occidentale, la sinistra continua a comportarsi come se il problema fondamentale fosse trovare il linguaggio giusto per non spaventare nessuno, come se la propria maggiore difficoltà consistesse nel rischio di apparire troppo radicale, troppo ideologica, troppo legata alla propria storia, troppo attenta ai diritti delle minoranze o troppo poco disponibile ad accettare il principio secondo cui, per conquistare una parte dell'elettorato che guarda a destra, sarebbe necessario dimostrare continuamente di comprendere le ragioni della destra stessa.

Ed è proprio qui che comincia il paradosso, perché mentre la destra non sembra avere alcun problema a presentarsi per ciò che è, anche quando le sue risposte sono semplicistiche, aggressive o costruite sulla trasformazione di un problema complesso in un bersaglio facilmente riconoscibile, chi dovrebbe rappresentare un'alternativa passa una quantità crescente di tempo a spiegare ciò che non è, prendendo le distanze dalle parole che potrebbero essere considerate troppo compromesse con la tradizione della sinistra, precisando di non appartenere a una determinata cultura politica, rassicurando l'elettore moderato, cercando di non irritare quello di centro, mostrando comprensione verso le paure che provengono da destra e, soprattutto, cercando continuamente di dimostrare che essere progressisti non significa necessariamente essere di sinistra, come se la parola «sinistra» fosse diventata talmente compromettente da dover essere pronunciata sottovoce, quasi fosse il nome di una malattia politica dalla quale sarebbe opportuno guarire prima di presentarsi davanti agli elettori.

Questa progressiva cancellazione della differenza, che viene spesso presentata come realismo, responsabilità o capacità di ascoltare il paese, produce però un risultato molto più semplice e molto più devastante di quanto i suoi sostenitori siano disposti ad ammettere, perché se la politica consiste anche nel dire alle persone che cosa si vuole cambiare, in quale direzione si vuole cambiare e soprattutto per quale ragione quel cambiamento dovrebbe migliorare la vita collettiva, una forza politica che trascorre gran parte del proprio tempo a spiegare perché non è troppo lontana dall'avversario finisce inevitabilmente per lasciare all'avversario il monopolio della differenza, e quando la differenza scompare non è affatto detto che gli elettori scelgano la copia più rassicurante dell'originale, mentre è molto più probabile che scelgano l'originale, proprio perché almeno l'originale non sembra vergognarsi di ciò che propone.

Sarebbe però disonesto, a questo punto, fingere che questa cautela nasca dal nulla, o che sia soltanto viltà travestita da strategia, perché chi oggi guida i partiti di sinistra porta sulle spalle una memoria precisa fatta di sconfitte reali, di stagioni in cui un linguaggio più netto è stato punito alle urne, di elettorati operai che sono migrati altrove proprio negli anni in cui la sinistra pronunciava con più decisione le proprie parole storiche, e sarebbe ingeneroso non riconoscere che dietro la moderazione esiste spesso, oltre alla paura, anche il ricordo autentico di una lezione imparata a proprie spese; il problema non è dunque che la cautela sia sempre e comunque un errore, ma che sia diventata un riflesso permanente invece che una scelta tattica temporanea, un abito indossato ogni giorno invece che un'arma impugnata quando necessario, e la differenza tra le due cose è precisamente ciò che si è perso.

È del resto questa una delle ragioni per cui la crescita della destra non può essere spiegata soltanto attraverso l'ignoranza degli elettori, la potenza della propaganda, la manipolazione dei social network o la capacità di alcuni leader di sfruttare le paure collettive, perché tutte queste cose possono certamente avere un peso enorme, ma diventano efficaci soltanto quando incontrano qualcosa che esiste già nella vita reale, vale a dire un sentimento di abbandono, una frustrazione accumulata, una perdita di fiducia, la percezione che le istituzioni non siano più in grado di proteggere chi lavora, chi studia, chi cerca una casa, chi cresce dei figli, chi assiste un familiare, chi invecchia con una pensione insufficiente o chi semplicemente si trova a vivere in un quartiere nel quale il degrado, l'insicurezza e l'assenza dello Stato sono diventati esperienze quotidiane, e proprio perché queste condizioni sono reali sarebbe un errore imperdonabile lasciare che sia la destra a interpretarle per prima, trasformandole in una storia nella quale ogni difficoltà trova un colpevole immediatamente disponibile e nella quale il migrante, il povero, il diverso, la minoranza, il giovane che protesta o la persona che rivendica un diritto possono diventare, a seconda delle necessità del momento, il responsabile ideale di un malessere che ha invece origini infinitamente più profonde.

La sinistra dovrebbe allora fare esattamente il contrario di ciò che troppo spesso fa, e cioè dovrebbe prendere sul serio la rabbia senza prendere per buone le spiegazioni che vengono offerte alla rabbia, dovrebbe riconoscere la paura senza trasformarla automaticamente in una ragione per restringere le libertà, dovrebbe parlare di sicurezza senza accettare che sicurezza significhi necessariamente maggiore controllo sui più deboli, dovrebbe affrontare l'immigrazione senza trasformare ogni persona che arriva da un altro paese in una questione di ordine pubblico e dovrebbe soprattutto tornare a parlare della condizione materiale delle persone, perché è abbastanza curioso che in un'epoca nella quale il lavoro è diventato per molti meno sicuro, la casa più costosa, la sanità più difficile da ottenere e il futuro più incerto, una parte del dibattito politico continui a essere occupata quasi interamente dalla domanda su chi debba essere considerato culturalmente accettabile e da chi invece ci si debba difendere.

Il problema, naturalmente, è che parlare delle condizioni materiali della vita richiede una fatica che non può essere sostituita da uno slogan, perché significa spiegare il funzionamento dell'economia, parlare di salari, fiscalità, rendite, proprietà, servizi pubblici, scuola, sanità, pensioni, precarietà, produttività e redistribuzione, affrontando questioni nelle quali non esistono soluzioni miracolose e nelle quali ogni decisione produce conseguenze che devono essere spiegate, mentre è infinitamente più semplice indicare qualcuno che viene da fuori, qualcuno che riceve un aiuto, qualcuno che manifesta, qualcuno che rivendica un diritto o qualcuno che vive secondo regole culturali differenti e suggerire che, una volta eliminato quel problema, tutto il resto tornerà magicamente al proprio posto.

È questa la grande comodità politica del capro espiatorio, perché consente di trasformare una questione strutturale in una questione personale, una crisi economica in una questione morale, una difficoltà sociale in una colpa individuale e un problema politico in una guerra tra persone che hanno molto meno potere di quanto credano, mentre chi possiede realmente gli strumenti per modificare le condizioni che producono disuguaglianza e precarietà — chi decide dove investire un capitale, chi fissa il canone di un affitto, chi struttura una filiera produttiva per pagare meno chi lavora — può tranquillamente rimanere fuori dall'inquadratura, protetto da una discussione nella quale tutti litigano su chi debba essere punito e quasi nessuno domanda più chi abbia costruito il sistema nel quale quella punizione viene presentata come soluzione.

Di fronte a tutto questo, la sinistra non dovrebbe cercare di diventare più simile alla destra, perché non c'è alcuna ragione per cui chi desidera una politica fondata sull'ordine, sulla gerarchia, sulla chiusura, sulla punizione e sulla nostalgia dovrebbe scegliere una versione attenuata di quelle stesse idee quando può votare direttamente chi le sostiene con maggiore convinzione, mentre avrebbe molto più senso chiedersi perché una persona che non desidera quel mondo dovrebbe essere costretta a scegliere tra l'originale e una sua imitazione sempre più timida, e soprattutto perché milioni di persone che non hanno alcun interesse a vedere ridotti i propri diritti, che non desiderano una società costruita sulla paura dello straniero, che non pensano che la povertà sia una colpa e che non considerano la diversità una minaccia abbiano progressivamente smesso di trovare nella sinistra una casa politica riconoscibile.

È qui che il problema dell'astensionismo assume un significato diverso da quello che normalmente gli viene attribuito, perché continuare a immaginare chi non vota come una riserva elettorale che potrebbe essere recuperata semplicemente scegliendo parole più moderate significa non vedere che dietro l'astensione esiste spesso una forma di stanchezza molto più profonda, che nasce dalla sensazione di essere stati chiamati a votare per cambiare il mondo e di essersi ritrovati, dopo ogni elezione, dentro lo stesso mondo, con qualche promessa modificata, qualche nome nuovo, qualche dichiarazione più efficace e qualche nuova ragione per spiegare perché ciò che era stato promesso non fosse più possibile, e una persona che ha smesso di credere che la politica possa incidere sulla propria vita non torna necessariamente alle urne perché un partito ha smesso di usare una parola che la destra considera offensiva o perché un leader ha dichiarato di non essere abbastanza di sinistra da poter essere facilmente attaccato.

E una ragione politica non è un espediente comunicativo, non è una formula costruita da un gruppo di consulenti, non è una frase studiata per funzionare in televisione e non è nemmeno la promessa di amministrare l'esistente con maggiore efficienza, perché nasce dalla possibilità di riconoscersi in qualcosa che va oltre la propria convenienza immediata, nella sensazione che esista un progetto di società nel quale la propria vita, le proprie difficoltà e persino le proprie speranze abbiano un posto, e questa possibilità diventa quasi inesistente quando una forza politica appare costantemente preoccupata di non irritare nessuno, di non essere accusata di ideologia, di non utilizzare parole troppo forti e di non assumersi il rischio di dire chiaramente da quale parte intenda stare.

La moderazione, quando nasce dalla conoscenza della complessità, può essere una qualità, e nessuno dovrebbe confondere la politica seria con una gara a chi urla più forte o con la convinzione infantile che ogni compromesso rappresenti un tradimento, ma la moderazione che nasce dalla paura di perdere consenso è un'altra cosa, perché non cerca un equilibrio tra principi diversi ma elimina progressivamente i principi stessi, fino a trasformare la politica in una successione di cautele, correzioni e retromarce nelle quali ogni posizione viene formulata soltanto dopo aver verificato quanto possa costare e ogni parola viene scelta non per ciò che significa ma per la quantità di persone che potrebbe non disturbare.

È in questo modo che il pragmatismo rischia di diventare una forma di codardia travestita da competenza, perché essere pragmatici dovrebbe significare confrontarsi con la realtà per trovare il modo migliore di realizzare ciò in cui si crede, mentre troppo spesso viene utilizzato per spiegare perché sia necessario smettere di credere in qualcosa prima ancora di aver provato a realizzarla, e quando una politica arriva a considerare ogni principio un ostacolo, ogni conflitto un pericolo e ogni differenza una possibile perdita di voti, ciò che rimane non è una politica moderata ma una politica che ha progressivamente rinunciato a spiegare perché dovrebbe esistere.

La cosa più sorprendente è che questa paura di essere identificati con la sinistra arriva proprio nel momento in cui la destra sembra avere riscoperto l'utilità dell'identità politica, perché mentre da una parte si cerca di rendere il proprio linguaggio sempre più neutro, dall'altra si rivendicano senza particolare imbarazzo parole come patria, ordine, famiglia, tradizione, sicurezza, confine, autorità e identità, indipendentemente dal fatto che queste parole vengano poi riempite di significati diversi e talvolta contraddittori, e questa asimmetria dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora interesse a capire perché il confronto politico sia diventato così sbilanciato, perché non è possibile vincere una discussione nella quale uno degli interlocutori è disposto a dire con chiarezza che cosa vuole mentre l'altro trascorre il proprio tempo a spiegare che cosa non vuole essere.

Non si tratta, naturalmente, di recuperare una sinistra nostalgica, di ricostruire artificialmente categorie politiche appartenenti a un altro secolo o di fingere che il mondo sia ancora quello nel quale le grandi organizzazioni collettive — il partito di massa, il sindacato con milioni di iscritti, la sezione come luogo fisico di appartenenza — producevano identità e partecipazione in forme che oggi non esistono più, perché il compito dovrebbe essere precisamente quello di capire come utilizzare oggi quei principi, se ancora li si considera validi, davanti a problemi che hanno assunto forme nuove, e una sinistra capace di parlare alle persone dovrebbe poter spiegare che cosa significhi oggi uguaglianza in una società nella quale la ricchezza è distribuita in modo sempre più diseguale, che cosa significhi libertà in una società nella quale la libertà formale convive con una crescente dipendenza economica, che cosa significhi lavoro quando lavorare non garantisce necessariamente una vita dignitosa, che cosa significhi solidarietà in un paese attraversato da differenze generazionali, territoriali e sociali sempre più profonde e che cosa significhi democrazia quando una parte crescente della popolazione non ritiene più utile partecipare.

Dovrebbe poterlo fare senza vergognarsi delle parole che utilizza e senza chiedere preventivamente il permesso a chi quelle parole le considera pericolose, perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra una destra che promette di restituire ordine a un mondo immaginario e una sinistra che promette semplicemente di non essere troppo sinistra, e soprattutto perché la difesa dei diritti non può essere subordinata alla loro popolarità momentanea, dal momento che se ogni diritto deve essere difeso soltanto quando è conveniente difenderlo non si sta più parlando di diritti ma di concessioni, e una società nella quale le libertà vengono continuamente sottoposte al calcolo della loro convenienza elettorale è una società nella quale quelle libertà sono già molto meno solide di quanto sembri.

Il compito di una sinistra contemporanea dovrebbe allora essere quello, infinitamente più difficile ma anche infinitamente più necessario, di riconoscere le paure senza diventarne prigioniera, di ascoltare il risentimento senza trasformarlo in odio, di parlare di sicurezza senza sacrificare la libertà, di parlare di immigrazione senza disumanizzare chi arriva, di parlare di famiglia senza stabilire quali famiglie siano degne di essere considerate tali, di parlare di identità senza trasformarla in una frontiera contro gli altri e soprattutto di tornare a parlare di disuguaglianza, perché è probabilmente lì, molto più che nelle infinite guerre culturali che occupano quotidianamente il dibattito pubblico, che si trova una parte decisiva della spiegazione della rabbia contemporanea.

Per fare questo, tuttavia, sarebbe necessario accettare una cosa che la politica contemporanea sembra considerare quasi intollerabile, e cioè che non tutti i voti possono essere conquistati, che non tutte le persone saranno d'accordo, che ogni scelta produce inevitabilmente qualcuno che non la condivide e che una politica incapace di sopportare il dissenso è destinata a non avere più alcuna posizione propria, perché il consenso assoluto non esiste e la ricerca ossessiva dell'approvazione universale finisce per produrre soltanto un linguaggio universale e quindi vuoto, nel quale ogni frase può essere interpretata in qualunque modo e nessuno è più in grado di capire che cosa, esattamente, si stia cercando di difendere.

Forse sarebbe dunque il caso di smettere di domandarsi quanto la sinistra possa arretrare senza perdere definitivamente la propria identità e cominciare invece a domandarsi quanto ancora possa arretrare prima di non avere più nulla da offrire, perché una politica non può vivere eternamente di distinguo, di precisazioni, di rassicurazioni e di prese di distanza, soprattutto quando dall'altra parte qualcuno continua a occupare lo spazio lasciato libero semplicemente dicendo che il mondo è sbagliato, che qualcuno ne è responsabile e che lui ha intenzione di cambiarlo, mentre chi dovrebbe proporre un'alternativa continua a spiegare che cambiare è complicato, che bisogna essere prudenti, che bisogna ascoltare tutti, che non bisogna esagerare, che alcune parole sono divisive e che forse, dopotutto, non è necessario essere troppo di sinistra.

E quando una parte politica arriva a vergognarsi perfino della propria ragione di esistere, non dovrebbe stupirsi se qualcun altro trova il coraggio di occupare quello spazio, perché il vuoto politico, come ogni vuoto, non rimane vuoto a lungo e prima o poi viene riempito da qualcuno che non ha paura di dire ciò che pensa, anche quando ciò che pensa è falso, ingiusto, pericoloso o semplicemente sbagliato, mentre chi avrebbe qualcosa di diverso da dire continua a limare le proprie parole fino a renderle talmente innocue da non lasciare più alcuna traccia, e forse è proprio qui che si trova il vero rischio che corre oggi la sinistra, molto più della possibilità di perdere una singola elezione o di essere superata da un concorrente più aggressivo, perché perdere un'elezione appartiene alla fisiologia della democrazia, mentre perdere la capacità di spiegare perché si dovrebbe essere votati significa perdere qualcosa di molto più difficile da recuperare, e cioè la fiducia che la politica possa ancora essere il luogo nel quale una società discute non soltanto di come amministrare ciò che esiste, ma di quale società desideri diventare, e finché questa domanda rimarrà senza risposta, finché continueremo ad assistere alla curiosa situazione nella quale la destra può permettersi di essere destra mentre la sinistra deve continuamente dimostrare di non esserlo troppo, la vittoria dell'una non sarà soltanto il risultato della forza dell'una, ma anche la conseguenza della debolezza dell'altra, perché una sinistra che rinuncia alle proprie parole per paura che qualcuno possa usarle contro di lei non diventa più moderna, più intelligente o più vicina alle persone, ma semplicemente più difficile da distinguere, e quando una forza politica diventa indistinguibile dalle altre la questione non è più soltanto per quale ragione gli elettori dovrebbero sceglierla, ma per quale ragione dovrebbero continuare a considerarla necessaria.

mercoledì 9 settembre 2026

Bo Summer's, Fabio Galli: la lingua che si sottrae al morso

Bo Summer's non è un chi ma un dove: il punto in cui Fabio Galli, nato a Vigevano e formatosi tra le aule dell'Accademia di Brera dove le arti figurative si mescolavano già promiscuamente a musica e spettacolo, ha scelto di collocare la propria voce quando quella voce si è fatta troppo scomoda per portare il proprio nome anagrafico, e se è vero che ogni pseudonimo nasconde, è altrettanto vero che ogni pseudonimo, prima di nascondere, permette — permette a chi ha attraversato la redazione della rivista Poesia fondata da Crocetti e le collaborazioni esterne con il gruppo Elemond, chi ha esordito a metà degli anni Ottanta con una raccolta surrealista che portava già nel titolo, Impura, l'annuncio di una contaminazione programmatica, di continuare a scrivere quando i circuiti che lo avevano accolto da giovane redattore avrebbero forse arretrato davanti alla materia che sarebbe venuta poi; ed è materia che si è impastata per un decennio intero, perché tanto è durata la stesura di #ElHorno, romanzo che non racconta ma frantuma, che non punteggia ma soffoca, costruito attraverso la tecnica del cut-up ereditata da Tzara e da Burroughs e applicata non come vezzo sperimentale ma come atto chirurgico sulla sintassi stessa, tagliando fisicamente il testo per rimontarlo secondo un ordine che il caso e l'associazione mentale dettano al posto della logica narrativa, sicché il lettore non legge ma annaspa, non segue una trama ma viene aggredito da un ritmo che la critica indipendente — penso alla nota che una scrittrice ha definito volutamente una non-recensione, comparendo dentro l'intervista che un giornalista ha condotto per una testata dedicata alla cultura queer — ha avvicinato alla scrittura trans-mentale teorizzata dai futuristi, e insieme, paradossalmente, alla sostanza di una tragedia greca, perché dentro il caos sintattico si muovono comunque delle forze assolute, delle pulsioni fatali, incarnate da due presenze che non sono personaggi nel senso in cui la narrativa borghese intende un personaggio, prive come sono di psicologia definita e di arco narrativo, ma piuttosto corpi di testo, proiezioni: Skeeen, che insegue e somministra l'estasi, e Godz, che quell'estasi non può contenere né guarire, definito nel libro come un inutile amore, inutile perché nessun sentimento, dentro un ingranaggio che brucia come il forno del titolo, può offrire una vera via d'uscita, e così l'amore per Godz non si racconta ma emerge a brandelli, tra frasi spezzate, diventando ossessione poetica prima che vicenda sentimentale, mentre il vero protagonista del libro, più di Skeeen e più di Godz, resta la lingua stessa, le parole tagliate e riaccostate per produrre uno shock visivo che colpisce quanto e più delle azioni dei rari soggetti nominati; e se qualcuno ha voluto sapere se il locale che dà il titolo al romanzo esistesse davvero, la risposta data in quella stessa intervista è stata che sì, esiste, ma nel libro funziona come un condensatore, un dispositivo che assembla le atmosfere di più locali notturni reali e di più luoghi di incontro all'aperto dentro un'unica geografia immaginata, e se qualcuno ha voluto sapere perché un'opera lavorata per un decennio sia rimasta tanto a lungo un testo d'inframondo, la risposta è stata un processo di occultamento, generato tanto dalla crudezza della materia quanto da una vita vissuta ai margini, da eremita, elementi che hanno spinto gli editori tradizionali a scansarla accuratamente finché non è stata la stessa realtà indipendente di GaiaItalia.com, definita dall'autore l'unico editore che ancora gli permette di avere una voce, a farsene carico prima in cartaceo poi in e-book, aprendo la strada anche al racconto lungo che è venuto dopo, L'anarchista, dove la figura del titolo non incarna nessuna ideologia da manuale ma l'emarginazione cosciente come unico spazio di libertà interiore, dove il corpo diventa territorio di rivolta e il desiderio rifiuta di lasciarsi normare dai contratti sociali della famiglia o della coppia borghese, e dove la lingua torna a farsi volutamente sporca, sincopata, priva delle strutture rassicuranti che il mercato editoriale richiede per trasformare un libro in un prodotto di facile consumo, perché distruggere la sintassi commerciale significa, per chi scrive sotto questo pseudonimo, impedire al sistema di digerire l'opera; ed è lo stesso gesto, portato su un altro registro, che anima la rubrica curata per GaiaItalia.com, dove la voce si fa più argomentativa e meno viscerale ma non meno insorgente, capace di scrivere che se l'educazione non libera il potere non ha bisogno di difendersi dall'oppresso perché gli insegna semplicemente a sognare il giorno in cui potrà diventare lui il potere, capace di leggere nello smartphone sostituito al sonaglino l'ennesima normalizzazione pedagogica di un oggetto pensato per adulti, capace di riprendere da Burroughs l'idea che la parola sia un virus, non uno slogan poetico ma una diagnosi antropologica, perché le parole non descrivono il mondo ma lo programmano, impongono categorie, tempi, identità, e per questo vanno spezzate, ricombinate, quasi violentate, dato che rompere la frase equivale a rompere la catena del comando, e se la lingua è il primo software del potere riscriverla diventa un atto insurrezionale — la stessa teoria che spiega, a posteriori, perché il romanziere e il saggista, il narratore della "lingua sporca" e l'editorialista della decostruzione intellettuale, siano in fondo la stessa persona che applica due tecniche speculari alla medesima guerriglia dei codici, l'una immersa fino al rischio espositivo dentro il degrado che descrive, l'altra distaccata quel tanto che basta per smascherare l'inganno; ed è coerente, dentro questa traiettoria, che l'autore rifiuti con la stessa energia sia le gabbie del mercato editoriale sia quelle apparentemente protettive delle categorie identitarie, la letteratura LGBT+ come la letteratura femminile, perché anche l'inclusione di facciata, il pinkwashing che adotta i simboli delle minoranze per ripulire un'immagine o intercettare un target, resta per lui una forma di addomesticamento del dissenso, un modo per insegnare all'oppresso a desiderare le stesse logiche di potere che lo schiacciano — e proprio per questo, forse, l'omosessualità dentro la sua scrittura non viene mai levigata per farsi accettare, ma esibita nella sua materia più cruda, non per provocazione fine a se stessa bensì per denunciare che i giochi di potere, le dipendenze, le ipocrisie attraversano anche le comunità che si vorrebbero, semplicisticamente, solo vittime; e mentre la ricerca continua a spostarsi verso forme sempre più frammentate, verso i dispacci lanciati dal margine e verso una sperimentazione sonora che prende un software commerciale pensato per produrre musica orecchiabile e lo sabota dall'interno nutrendolo di parole spezzate e prive di metrica rassicurante, resta aperta la domanda se questa guerriglia dei codici, condotta per dieci anni su un romanzo e proseguita su ogni fronte linguistico successivo, possa davvero impedire al mercato di digerire l'opera, o se non sia essa stessa, infine, un'altra lingua che il sistema imparerà — prima o poi — a masticare.

L’autunno dell’arte italiana e il bisogno di tornare a guardare



C’è qualcosa di quasi rituale nel modo in cui l’arte italiana ricomincia a settembre, quando l’estate non è ancora del tutto finita ma le istituzioni culturali hanno già ricominciato ad accendere le proprie luci, le sale tornano a riempirsi, i comunicati stampa si accumulano nelle caselle di posta, i cataloghi ricompaiono sui tavoli delle librerie e il calendario delle inaugurazioni comincia a somigliare, ancora una volta, a una promessa di abbondanza, come se la quantità delle mostre potesse essere una misura, per quanto indiretta, della vitalità culturale di un Paese. È un rito al quale siamo talmente abituati da non accorgerci quasi più della sua natura contraddittoria: da una parte l’autunno continua a essere la stagione nella quale i musei italiani concentrano alcuni dei loro appuntamenti più importanti, dall’altra la proliferazione di mostre, retrospettive, grandi prestiti internazionali, collezioni private e celebrazioni di artisti già entrati stabilmente nel canone rischia di trasformare l’esperienza dell’arte in una forma di consumo culturale accelerato, una successione di nomi da vedere, fotografare, ricordare per qualche giorno e poi sostituire con il nome successivo.

Eppure l’autunno 2026, se lo si guarda con un minimo di distanza dalla logica del calendario, sembra offrire qualcosa di più interessante di una semplice lista di appuntamenti da non perdere, perché dietro la sequenza delle mostre che attraverseranno l’Italia da Milano a Napoli, passando per Torino, Genova, Bologna, Firenze e Roma, si intravede una domanda che riguarda non tanto gli artisti esposti quanto il modo nel quale oggi abbiamo bisogno di raccontare la storia dell’arte. Il grande museo continua infatti a tornare sui grandi nomi — Dalí, Picabia, Matisse, Kandinsky, Pontormo, Artemisia Gentileschi, Renoir, Monet, Cézanne, Picasso, Boetti — ma contemporaneamente sente il bisogno di correggere le prospettive, di riportare al centro figure rimaste più a lungo ai margini, di interrogare la dimensione coloniale e interculturale della modernità, di ripensare la posizione delle donne nella storia dell'arte, di mettere in relazione collezionismo privato e costruzione del canone, di restituire alla fotografia il suo carattere politico e di dimostrare, attraverso artisti come Luciano Fabro e Marisa Merz, che il secondo Novecento italiano è ancora tutt’altro che una storia pacificata.

Non è dunque soltanto una stagione ricca. È una stagione che, almeno nelle sue scelte migliori, sembra voler discutere con il modo stesso nel quale la storia dell’arte è stata raccontata.

A Milano questa contraddizione appare immediatamente evidente. Palazzo Reale inaugura il proprio autunno con Dalí e la moda, dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, una mostra dedicata a un rapporto che potrebbe sembrare, a prima vista, laterale rispetto all’opera di Salvador Dalí e che invece tocca uno dei nuclei più profondi del Surrealismo: la trasformazione della vita quotidiana in teatro, dell’identità in maschera, del corpo in superficie disponibile alla metamorfosi. Oltre duecento opere e materiali raccontano il rapporto dell’artista con la moda, dagli abiti ai gioielli, dai disegni alle collaborazioni con stilisti e maison, mostrando come per Dalí l’abbigliamento non fosse semplicemente un territorio nel quale applicare la propria immaginazione, ma uno dei luoghi privilegiati nei quali arte, desiderio e costruzione dell’immagine pubblica potevano confondersi.

Dalí aveva compreso qualcosa che la cultura contemporanea ha trasformato in sistema: che l’artista non è soltanto colui che produce un’opera, ma anche colui che costruisce intorno all’opera una figura, un personaggio, una leggenda. Il celebre artista dai baffi improbabili, il provocatore permanente, l’uomo capace di trasformare persino il proprio volto in una superficie surrealista, appartiene già a quella modernità nella quale la distinzione fra opera e immagine dell’artista comincia a diventare sempre più fragile. E la moda, in questo senso, non è un semplice capitolo della sua biografia creativa: è il luogo nel quale questa sovrapposizione diventa evidente.

La questione non è quindi soltanto sapere se Dalí abbia disegnato un abito o collaborato con una maison, ma capire che cosa accade quando l'arte entra nel territorio della moda e la moda, a sua volta, comincia a comportarsi come arte, producendo oggetti destinati a essere contemporaneamente indossati, fotografati, desiderati e trasformati in immagini. È un rapporto che oggi ci appare naturale proprio perché Dalí e altri artisti del Novecento hanno contribuito a renderlo possibile.

E nello stesso Palazzo Reale, a partire dal 9 ottobre, il discorso cambia radicalmente ma continua a ruotare intorno alla stessa difficoltà di definire un artista: Picabia. Aprire le Porte della Notte riporta in Italia Francis Picabia, figura che sembra fatta apposta per mettere in crisi qualunque racconto lineare delle avanguardie.

Picabia è infatti uno di quegli artisti che diventano più difficili da raccontare proprio quando si cerca di raccontarli bene. Dadaista, surrealista, astratto, figurativo, provocatore, ironista, sperimentatore, pittore capace di attraversare stili incompatibili senza mai sembrare realmente disposto a stabilirsi in uno di essi, Picabia non costruisce una carriera secondo una logica di sviluppo progressivo, ma secondo una logica di fuga. Ogni identità artistica che sembra aver raggiunto viene quasi immediatamente abbandonata.

È una caratteristica che dovrebbe interessarci molto più di quanto non faccia, perché viviamo in un sistema culturale nel quale la riconoscibilità è diventata una forma di valore. L'artista contemporaneo viene spesso chiamato a possedere un linguaggio immediatamente identificabile, una grammatica visiva che consenta al mercato, al museo e al pubblico di riconoscerlo in pochi secondi. Picabia, al contrario, sembra dirci che un artista può essere anche colui che rifiuta la propria riconoscibilità, colui che considera la coerenza stilistica una prigione anziché una virtù.

La sua modernità, allora, non consiste soltanto nelle opere che ha prodotto, ma nella libertà quasi scandalosa con la quale ha trattato la propria stessa identità artistica.

A pochi chilometri di distanza, sempre a Milano, il MUDEC propone dall’8 ottobre Matisse. Il mondo in una stanza, un progetto che affronta Henri Matisse a partire dal rapporto con culture e oggetti provenienti dall’Africa, dal mondo islamico e dall’Asia. Circa cento opere vengono messe in relazione con tessuti, sculture e altri oggetti appartenuti all’artista, nel tentativo di ricostruire quella complessa rete di influenze attraverso la quale la pittura moderna occidentale ha modificato il proprio modo di vedere.

Qui la questione diventa ancora più delicata, perché parlare dell'influenza esercitata dall'arte non occidentale sui grandi modernisti significa inevitabilmente interrogare il vecchio racconto dell'avanguardia europea come storia autonoma, quasi autosufficiente, capace di produrre la propria rivoluzione attraverso unicamente le proprie categorie. La modernità, invece, è stata anche una storia di appropriazioni, incontri, viaggi, collezioni, scambi e trasformazioni, e il problema non consiste nel negare l’originalità di Matisse, ma nel comprendere che quella originalità si è formata anche attraverso un confronto con oggetti e forme che la storiografia occidentale ha per lungo tempo relegato nella categoria indistinta dell’“esotico”.

Il museo contemporaneo, quando funziona davvero, dovrebbe fare proprio questo: non demolire il passato per sostituirlo con un nuovo dogma, ma complicarlo.

La stessa Milano propone, dall’8 ottobre al 21 febbraio 2027, un altro passaggio fondamentale con Luciano Fabro a Pirelli HangarBicocca.

Fabro appartiene a quella generazione dell’Arte Povera che ha trasformato radicalmente il rapporto fra opera e spazio, materia e percezione, artista e spettatore. Ma oggi guardare Fabro significa anche interrogarsi su quanto sia stato profondo il cambiamento prodotto da quella stagione e su quanto, paradossalmente, le sue intuizioni siano state progressivamente assorbite dal sistema che avevano contribuito a mettere in discussione.

L'Arte Povera nacque infatti anche come rifiuto di una certa idea di opera, di produzione, di valore, di spettacolarità. E tuttavia oggi gli artisti di quella generazione sono oggetto di grandi retrospettive museali, entrano stabilmente nelle collezioni internazionali, vengono studiati, catalogati, quotati. Non è necessariamente una contraddizione: la storia dell'arte ha bisogno di istituzionalizzare ciò che in origine ha messo in crisi l'istituzione. Ma proprio questa contraddizione rende ogni grande retrospettiva di Arte Povera qualcosa di più di una celebrazione.

Torino prosegue questo discorso attraverso Marisa Merz – La danza delle ore, dal 29 ottobre al 4 aprile 2027, una mostra diffusa che coinvolge GAM, Castello di Rivoli e Fondazione Merz.

Marisa Merz è forse una delle figure attraverso le quali è più evidente quanto la storia dell’Arte Povera abbia dovuto essere lentamente riscritta. Il problema non è semplicemente il fatto che fosse l’unica donna riconosciuta all’interno del movimento, ma il modo nel quale il suo lavoro ha costretto la critica a interrogarsi sulle categorie con cui era abituata a descrivere il radicalismo artistico.

Filo, rame, cera, argilla, piccoli oggetti, forme organiche, elementi domestici: materiali e gesti che, osservati superficialmente, potrebbero essere associati a una dimensione privata, persino intima, diventano invece strumenti di una ricerca estremamente rigorosa sulla materia, sul tempo e sul corpo. Merz non ha avuto bisogno di costruire un monumento per mettere in discussione il monumentale.

Ed è proprio questa una delle ragioni per cui la sua opera appare oggi così necessaria: perché mostra che la radicalità non coincide necessariamente con la dimensione, la violenza del gesto o la spettacolarità della forma.

A Torino, inoltre, CAMERA dedica a Letizia Battaglia la grande retrospettiva L’opera, 1970–2020, dal 17 ottobre al 7 febbraio 2027.

Qui il museo torna a confrontarsi con una domanda ancora diversa: che cosa significa fotografare quando ciò che si fotografa è la storia mentre accade? Cinquant’anni di lavoro attraversano la cronaca, Palermo, la violenza mafiosa, le donne, le bambine, la politica, la marginalità, i corpi e le città, ma ridurre Battaglia alla definizione di fotografa di denuncia significherebbe ancora una volta semplificare un'opera nella quale la dimensione documentaria convive con una precisa costruzione estetica dell'immagine.

La fotografia di Battaglia non è soltanto testimonianza. È anche sguardo, scelta, composizione, distanza. E proprio perché ogni fotografia è una scelta, anche la fotografia apparentemente più documentaria contiene una posizione.

Questo è forse uno dei problemi più urgenti della fotografia contemporanea: siamo circondati da immagini come mai prima nella storia e, proprio per questo, abbiamo sempre più difficoltà a distinguere fra vedere e guardare. Battaglia appartiene a una generazione nella quale fotografare significava ancora assumersi una responsabilità nei confronti di ciò che si metteva davanti all'obiettivo.

A Genova, Palazzo Ducale porta invece il pubblico dentro una storia apparentemente più rassicurante, quella della grande pittura moderna, attraverso oltre 140 opere della Collezione Scharf, con Renoir, Monet, Toulouse-Lautrec e Cézanne al centro di un percorso che si estende dall’Ottocento fino alla contemporaneità. La mostra, dal 16 ottobre al 2 maggio 2027, mette in relazione due secoli di pittura e include anche artisti contemporanei come Tony Cragg e Katharina Grosse.

Ma anche una mostra costruita attorno a una grande collezione privata può diventare un’occasione per interrogarsi sulla natura del canone. Chi decide quali opere debbano essere conservate? Chi stabilisce ciò che merita di essere acquistato? In che modo una collezione privata diventa, attraverso l’esposizione pubblica, una forma di racconto della storia dell’arte?

Il collezionista non è mai completamente neutrale, così come non lo è il museo. Ogni collezione è una forma di montaggio e ogni montaggio contiene un’idea della storia. Esporre una collezione significa dunque renderne visibile la logica, anche quando quella logica non viene esplicitata.

A Bologna, dal 9 ottobre al 29 marzo 2027, Palazzo Albergati propone Da Gaudí a Picasso. Capolavori dalla Collezione Carmen Thyssen, attraversando la Spagna fra il Modernismo catalano e le avanguardie del primo Novecento.

Gaudí e Picasso possono sembrare figure lontanissime: l’uno legato all’architettura, alla materia, alla decorazione, alla costruzione di forme quasi organiche; l’altro alla pittura e alla progressiva dissoluzione della rappresentazione tradizionale. Eppure appartengono a una stessa trasformazione culturale nella quale le categorie artistiche iniziano a perdere la loro rigidità.

È uno dei passaggi decisivi della modernità: l’arte smette lentamente di essere una successione di discipline separate e comincia a diventare un sistema di contaminazioni. Architettura, pittura, grafica, arti decorative, moda, fotografia e design entrano in relazione, e proprio da questa perdita dei confini nascerà una parte considerevole dell'arte del Novecento.

A Firenze, dal 21 ottobre al 4 aprile 2027, il Museo degli Innocenti dedica invece una grande mostra ad Artemisia Gentileschi, concentrandosi in particolare sul periodo fiorentino, decisivo nella sua formazione e nella sua affermazione professionale.

Artemisia è ormai diventata una figura quasi impossibile da separare dalla questione della riscrittura del canone. Eppure proprio per questo occorre evitare un altro equivoco: quello di trasformare la sua biografia in una spiegazione totale della sua pittura.

La storia personale di Artemisia è certamente parte della sua vicenda, ma la sua grandezza non può essere ridotta alla sua capacità di trasformare una esperienza dolorosa in pittura, né alla sua condizione di donna in un mondo dominato dagli uomini. Artemisia deve tornare a essere guardata anche come pittrice, cioè come artista capace di costruire immagini, corpi, luce, spazio, tensione narrativa.

È un passaggio fondamentale: correggere il canone significa includere ciò che è stato escluso, ma significa anche impedire che l'artista venga nuovamente imprigionato in una categoria, per quanto oggi culturalmente virtuosa.

Roma propone due mostre che, pur diversissime, possono essere lette come due estremi della storia dell'immagine. A Palazzo Bonaparte, dal 15 settembre al 14 febbraio 2027, arriva Kandinsky, mentre alle Scuderie del Quirinale, dall’8 ottobre al 7 febbraio, sarà protagonista Pontormo.

Kandinsky è l’artista al quale siamo abituati ad associare l’idea stessa di pittura astratta, ma proprio questa familiarità rischia di neutralizzare la radicalità della sua ricerca. Guardando oggi una composizione di Kandinsky, possiamo avere l'impressione di trovarci davanti a un linguaggio ormai acquisito, quasi spontaneo: forme geometriche, colori, linee, ritmi. Ma la sua pittura nasce da una domanda tutt'altro che spontanea: può un quadro esistere senza rappresentare il mondo visibile e, se può farlo, su che cosa fonda allora il proprio significato?

Kandinsky cercò una risposta nel rapporto fra colore, forma e musica, ma anche in una concezione spirituale dell'arte che oggi può apparire distante e persino estranea. Proprio questa distanza, però, è interessante, perché ci impedisce di trasformare l'Astrattismo in una semplice grammatica decorativa.

L'astrazione non è nata per rendere più belli i muri.

È nata da una crisi dell'immagine.

E se Kandinsky guarda alla dissoluzione dell'oggetto, Pontormo rappresenta, molti secoli prima, un'altra forma di crisi: quella dell'equilibrio rinascimentale. La mostra delle Scuderie del Quirinale riporta infatti al centro uno dei pittori più inquieti del Manierismo, un artista nel quale le figure sembrano perdere la stabilità che la grande tradizione rinascimentale aveva conquistato.

Pontormo è interessante proprio perché non sembra mai completamente a proprio agio dentro la storia che lo precede. I suoi corpi sono allungati, le composizioni appaiono instabili, i colori possono assumere una qualità quasi irreale, e la superficie pittorica sembra attraversata da una tensione che impedisce allo sguardo di accomodarsi.

Guardarlo significa dunque tornare a un momento nel quale il Rinascimento non era ancora diventato il monumento culturale che oggi conosciamo, ma era già attraversato dalle proprie contraddizioni.

Infine Napoli, con l’arrivo alle Gallerie d’Italia, dal 16 dicembre 2026 a maggio 2027, di circa trentacinque opere di Alighiero Boetti provenienti dalla Collezione Luigi e Peppino Agrati.

Boetti è forse l’artista che più di altri, fra quelli presenti in questa stagione, permette di mettere in discussione la figura romantica dell'autore. Mappe, ricami, sistemi numerici, alfabeti, classificazioni: la sua opera è costruita continuamente sulla possibilità che l'artista possa progettare senza necessariamente eseguire, stabilire una regola senza controllarne ogni risultato, concepire un'opera che diventi altra cosa nel momento stesso in cui viene affidata ad altri.

È una riflessione sull'autorialità che oggi assume una nuova attualità, in un'epoca nella quale la produzione delle immagini è sempre più separata dalla mano individuale e nella quale la distinzione fra ideare, produrre, delegare e generare è diventata infinitamente più complessa di quanto fosse nel Novecento.

Boetti, naturalmente, non è un artista dell'intelligenza artificiale e sarebbe assurdo trasformarlo retroattivamente in un profeta tecnologico. Ma alcune delle domande che la sua opera pone — chi fa l'opera, chi la decide, dove comincia l'autore, dove finisce l'esecuzione — appartengono ormai al centro del nostro presente.

Ed è forse proprio qui che le dodici mostre dell’autunno italiano smettono di essere dodici appuntamenti separati.

Dalí ci parla della trasformazione dell'identità in immagine; Picabia della possibilità di rifiutare un'identità stilistica; Matisse della natura non autosufficiente della modernità occidentale; Fabro della crisi dell'oggetto e dello spazio; Merz della necessità di riscrivere le gerarchie del canone; Battaglia della responsabilità dell'immagine; le grandi collezioni di Genova e Bologna del modo in cui il collezionismo costruisce memoria; Artemisia della necessità di correggere senza semplificare la storia dell'arte; Kandinsky della crisi della rappresentazione; Pontormo della crisi dell'armonia; Boetti della crisi dell'autore.

Forse è questa la vera mostra che l’autunno 2026 ci propone, una mostra senza edificio e senza curatore, composta dalla sovrapposizione di dodici percorsi apparentemente diversi ma attraversati dalla stessa inquietudine: quella di una storia dell’arte che non può più accontentarsi di raccontare ciò che è già stato deciso essere importante.

Perché il problema del museo contemporaneo non è più soltanto conservare il passato. Il passato, ormai, è fin troppo facilmente conservato, digitalizzato, fotografato, riprodotto, catalogato, trasformato in immagine disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Il problema è impedirgli di diventare innocuo.

Un'opera d'arte storica diventa davvero contemporanea non quando viene aggiornata artificialmente con un nuovo apparato teorico, ma quando torna a produrre una domanda che non sappiamo risolvere. È per questo che una mostra di Pontormo può essere più contemporanea di molte esposizioni costruite appositamente sul presente, così come una fotografia di Letizia Battaglia può continuare a inquietare non perché appartenga a un'epoca ormai conclusa, ma perché ci ricorda che guardare significa sempre assumersi una posizione.

Andare per mostre, allora, dovrebbe significare qualcosa di più che accumulare immagini e nomi. Dovrebbe significare accettare di perdere, almeno per qualche ora, la sicurezza delle proprie categorie.

L’autunno italiano offre molte occasioni per farlo. Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma e Napoli costruiscono una geografia culturale nella quale il Novecento dialoga con il Rinascimento, l'avanguardia con il Barocco, la fotografia con la pittura, la moda con il Surrealismo, il collezionismo con il museo, il gesto domestico con la scultura, la carta geografica con il concetto di autore.

Non tutte queste mostre avranno necessariamente la stessa forza, e sarebbe ingenuo fingere che la presenza di un grande nome garantisca automaticamente una grande esposizione. Una mostra può possedere capolavori e non avere una tesi, può essere impeccabile e non lasciare nulla, può essere affollata e rimanere vuota. Al contrario, può capitare che un'opera apparentemente marginale, incontrata quasi distrattamente in una sala, finisca per diventare il punto intorno al quale si ricompone l'intera esperienza.

È questa, in fondo, l'unica ragione per cui vale ancora la pena andare nei musei.

Non per vedere ciò che già sappiamo di dover vedere, non per poter dire di essere stati davanti all'ennesimo capolavoro riprodotto migliaia di volte, non per aggiungere una fotografia al repertorio personale delle fotografie davanti alle opere, ma per verificare se, davanti a un'immagine che credevamo di conoscere, siamo ancora capaci di vedere qualcosa che non avevamo visto.

Il vero autunno dell'arte comincia forse proprio lì: nel momento in cui il calendario smette di essere un calendario e una mostra torna a essere un incontro.

E in un'epoca nella quale tutto sembra chiedere di essere consumato rapidamente, persino l'arte, forse la cosa più radicale che possiamo ancora fare davanti a un'opera è semplicemente restare.

martedì 8 settembre 2026

L'enigma dell'Uno. Il Parmenide di Platone e le sue eredità filosofiche


Nel pensiero occidentale pochi testi hanno prodotto una vertigine speculativa paragonabile a quella del Parmenide di Platone, un dialogo che, proprio quando sembra avvicinarsi al problema fondamentale della filosofia, l'essere, l'Uno, il rapporto fra pensiero e realtà, rende ogni risposta più difficile e ogni certezza più precaria, fino a trasformare la stessa attività filosofica in un esercizio di esposizione sistematica al paradosso; tradizionalmente collocato nella fase matura della produzione platonica, il dialogo possiede infatti una caratteristica singolare, poiché il suo protagonista apparente, il giovane Socrate, viene sottoposto a una critica serrata dal vecchio Parmenide, mentre nella parte conclusiva è proprio Parmenide, ormai divenuto maestro di una dialettica tanto rigorosa quanto destabilizzante, a condurre il suo interlocutore Aristotele attraverso una lunga serie di deduzioni sull'Uno, senza che Platone offra una soluzione conclusiva né sembri intenzionato a sostituire una dottrina con un'altra, costruendo piuttosto una macchina filosofica nella quale ogni posizione, se assunta fino alle sue estreme conseguenze, rivela ciò che contiene di problematico, costringendo il lettore a comprendere che il pensiero non è soltanto la facoltà attraverso cui si raggiunge una verità, ma anche il luogo nel quale le condizioni stesse della verità vengono continuamente messe alla prova.

Il Parmenide è uno dei luoghi nei quali Platone porta la dialettica a interrogare se stessa, mostrando che non basta possedere una teoria dell'essere per poterla formulare senza incontrare immediatamente difficoltà relative all'unità e alla molteplicità, alla partecipazione, alla conoscenza, alla predicazione e persino alla possibilità di parlare coerentemente di ciò che si pretende di pensare; è forse proprio questa radicalità a spiegare la straordinaria fortuna del dialogo, che dall'Antichità tarda fino alla filosofia contemporanea è stato letto ora come una critica alla metafisica platonica, ora come una sua conferma a un livello più profondo, ora come un esercizio logico, ora come una teologia negativa ante litteram, ora come un testo che anticiperebbe, sia pure indirettamente e problematicamente, alcune delle questioni più radicali della filosofia moderna. Vale la pena, prima di seguire questa lunghissima catena di ricezioni, sostare più a lungo sul testo stesso, perché la sua struttura interna, spesso liquidata come un gioco puramente formale, contiene già in nuce quasi tutte le direzioni che la tradizione successiva svilupperà.

Il dialogo si apre con una scena apparentemente semplice, ma già carica di conseguenze: un giovane Socrate, ancora lontano dall'immagine del filosofo maturo consegnata dagli altri dialoghi, ascolta Zenone, che sta leggendo un testo destinato a difendere la posizione eleatica attraverso argomenti che mostrano le contraddizioni implicite nell'ipotesi della molteplicità, poiché se le cose sono molte esse devono risultare contemporaneamente simili e dissimili, una e molte, limitate e illimitate, e dunque la stessa esperienza del molteplice conduce a conseguenze paradossali. Socrate interviene cercando di spostare il problema: forse non è la molteplicità sensibile a essere contraddittoria, bensì il rapporto fra le cose sensibili e le Idee, che possono essere una e tuttavia partecipate da molte realtà differenti, e in questo spostamento è già contenuta l'intera posta in gioco del dialogo, perché Socrate crede di poter salvare il molteplice sensibile trasferendo la contraddizione a un livello superiore, senza accorgersi che quel livello superiore dovrà a sua volta rendere conto di se stesso.

È qui che emerge la teoria delle Forme. Socrate lascia emergere l'esistenza di realtà intelligibili quali il Bello in sé, il Giusto in sé, il Buono in sé e, più in generale, di Forme che non coincidono con gli oggetti mutevoli dell'esperienza sensibile: le cose belle sono belle perché partecipano del Bello, le cose giuste perché partecipano del Giusto, e così via. Parmenide prende sul serio questa posizione e la sottopone a una critica che costituisce uno dei momenti più vertiginosi dell'intero corpus platonico, articolata attorno a un nucleo preciso: il problema non è soltanto stabilire quali Idee esistano, ma comprendere che cosa significhi dire che esse sono separate dalle cose sensibili e, nello stesso tempo, che le cose sensibili partecipano di esse. Se una Forma è una e identica a se stessa, come può essere presente in molte cose? Se invece la Forma è interamente presente nelle singole cose, come può rimanere una? E se si tenta la via intermedia, ammettendo che ogni cosa partecipi non dell'intera Forma ma di una sua parte, la difficoltà non si dissolve, perché occorrerebbe allora spiegare come una Forma semplice, priva di composizione, possa avere parti da distribuire, ricadendo così nella medesima aporia sotto un'altra veste.

Se la relazione di partecipazione implica che una cosa sia simile alla Forma di cui partecipa, allora bisogna spiegare che cosa renda simili la Forma e la cosa, introducendo una nuova Forma che comprenda entrambe; ma anche questa nuova Forma, per lo stesso motivo, richiederebbe una Forma ulteriore, e così via indefinitamente. È il problema che la tradizione ha chiamato del «terzo uomo», benché l'espressione non appartenga al testo platonico, e che porta alla luce una difficoltà fondamentale, poiché una teoria che separa troppo nettamente le Forme dalle cose rischia di rendere ancora più difficile spiegare il rapporto che dovrebbe unirle: il regresso non è un semplice vizio logico da correggere con un accorgimento tecnico, ma il sintomo di una tensione strutturale fra l'esigenza di garantire alle Forme un'identità stabile e l'esigenza, altrettanto pressante, di renderle in qualche modo comunicanti con la molteplicità che dovrebbero fondare.

A questa difficoltà se ne aggiunge un'altra, altrettanto radicale, quella della conoscibilità reciproca: se le Forme sono ciò che sono in se stesse e possiedono una realtà indipendente dal mondo sensibile, come possono entrare nell'orizzonte della conoscenza umana? E, inversamente, se la conoscenza delle Forme è possibile soltanto attraverso una relazione con le cose sensibili, non si finisce per compromettere proprio quella separazione che dovrebbe garantire loro la stabilità ontologica? Parmenide arriva così a suggerire una conseguenza apparentemente devastante: se si ammette una separazione assoluta fra il mondo delle Forme e quello delle cose, diventa difficile persino spiegare come gli dèi possano conoscere le cose umane e come gli uomini possano conoscere le realtà intelligibili, giacché la conoscenza divina, per essere davvero divina, dovrebbe riguardare le Forme e non le cose mutevoli, mentre la conoscenza umana, vincolata al mondo sensibile, non potrebbe mai raggiungere le Forme stesse: due sfere della conoscenza che si separano esattamente nella misura in cui si separano i loro oggetti.

Il giovane Socrate, a questo punto, viene costretto a riconoscere che una filosofia non può accontentarsi di enunciare principi plausibili, ma deve sottoporre quei principi alla prova delle loro conseguenze: Parmenide non intende distruggere la teoria delle Idee per sostituirla con una teoria alternativa, il suo gesto è più sottile e più esigente, poiché mostra che una posizione filosofica diventa veramente pensabile soltanto quando è capace di attraversare le obiezioni che essa stessa genera. È un passaggio fondamentale, perché prepara il movimento della seconda parte del dialogo: se il giovane Socrate deve imparare a pensare, deve imparare soprattutto a non fermarsi alla prima formulazione di una tesi, ad abitare l'obiezione invece di eluderla, e proprio in questa disciplina dell'attraversamento risiede ciò che Parmenide chiama, con parole quasi tecniche, l'esercizio necessario prima di poter dire alcunché sull'essere del bello, del giusto o di qualunque altra cosa.

La lunga sezione conclusiva del dialogo nasce precisamente da questa esigenza. Parmenide propone di esercitarsi nella dialettica assumendo un'ipotesi e sviluppandone le conseguenze non soltanto nella direzione che sembra confermarla, ma anche in quella che sembra contraddirla, e il punto di partenza è l'ipotesi «se l'Uno è»; ma quasi immediatamente la domanda si moltiplica, poiché occorre chiedersi che cosa segua dal fatto che l'Uno sia, che cosa segua invece se l'Uno non è, e ancora che cosa accada all'Uno stesso e che cosa accada agli altri, a seconda che l'Uno sia o non sia. Da questa moltiplicazione nasce la celebre serie di ipotesi, otto secondo la lettura più diffusa, nella quale ciascuna proposizione viene esaminata prima assumendo l'esistenza dell'Uno e poi la sua non esistenza, prima considerando le conseguenze per l'Uno stesso e poi quelle per il molteplice che gli sta accanto, in un intreccio combinatorio che non va letto come sterile esercizio scolastico ma come il tentativo di esaurire sistematicamente ogni possibile configurazione del rapporto fra unità ed essere.

È qui che il Parmenide raggiunge il suo centro di gravità filosofico. L'Uno sembra, per definizione, ciò che non può essere molteplice: se è veramente uno, non può avere parti, non può essere diverso da se stesso, non può essere altro da ciò che è; ma nel momento in cui diciamo «l'Uno è», abbiamo già introdotto due termini, «Uno» ed «essere», e dunque una relazione. Se l'Uno partecipa dell'essere, allora non è semplicemente Uno, perché si trova a essere qualcosa di ulteriore rispetto alla sua pura unità; se possiede parti, non è più assolutamente uno; se non possiede parti, diventa difficile attribuirgli determinate caratteristiche; se è identico a se stesso, entra tuttavia nella relazione di identità; se è diverso da tutte le altre cose, entra nella relazione della differenza. L'Uno, insomma, non può essere nominato senza essere immediatamente coinvolto nella rete delle relazioni che il linguaggio e il pensiero instaurano, e proprio questa rete sembra minacciare ciò che il concetto di Uno dovrebbe preservare, ossia la sua assoluta semplicità: qui si tocca un nervo che la filosofia successiva non smetterà di toccare, quello per cui ogni atto di predicazione, anche il più elementare, comporta già una scissione fra il soggetto di cui si parla e ciò che di esso si dice, scissione che un principio davvero uno dovrebbe per definizione escludere.

La dialettica procede quindi attraverso una serie di deduzioni nelle quali l'affermazione iniziale viene portata fino alle sue conseguenze più estreme: l'Uno è, e dunque in qualche modo è, ma se è, partecipa dell'essere, e se partecipa dell'essere, sembra non essere più soltanto Uno; è uno e, sotto un altro riguardo, è molteplice, è identico e diverso, è in relazione con altro e con se stesso, è soggetto a determinazioni temporali e, nello stesso tempo, sembra dover sfuggire al tempo, poiché se fosse pienamente nel tempo dovrebbe invecchiare rispetto a se stesso, cioè diventare diverso da sé, cosa che la sua unità originaria sembrava escludere fin dall'inizio. Ogni determinazione sembra generare quella che la contraddice, e questa generazione non è casuale, bensì segue un ordine che Parmenide costruisce con cura quasi geometrica, tanto che i commentatori successivi, dal neoplatonismo fino alla logica contemporanea, hanno potuto leggervi un tentativo di deduzione sistematica delle categorie fondamentali del pensiero: l'uno e il molteplice, l'identico e il diverso, il simile e il dissimile, l'uguale e il disuguale, il tutto e la parte, la quiete e il movimento.

La stessa cosa accade quando si assume l'ipotesi opposta, «se l'Uno non è»: anche il non essere dell'Uno non produce semplicemente il nulla, perché l'Uno che non è deve essere pensato, deve essere distinto dal resto, deve entrare in qualche modo nel discorso, e così l'assenza dell'Uno produce a sua volta una serie di conseguenze sul molteplice, sull'identità, sulla differenza, sul tempo e sulla conoscenza. Vi è qui un paradosso ulteriore, forse il più sottile dell'intero dialogo: dire che l'Uno non è significa già attribuirgli un qualche statuto, quello di ciò-che-non-è, e questo statuto, per essere pensato e detto, deve differenziarsi da tutto ciò che invece è, generando ancora una volta relazioni, differenze, una rete concettuale che l'ipotesi negativa credeva di poter evitare limitandosi a negare.

Il risultato è una delle più impressionanti esperienze di pensiero della filosofia antica, perché non esiste una posizione che possa essere semplicemente assunta e lasciata intatta: ogni tesi, una volta introdotta, genera una costellazione di conseguenze che tende a destabilizzarla. Sarebbe però riduttivo concludere che Platone voglia dimostrare che tutto è contraddittorio o che la verità è irraggiungibile; la funzione della dialettica è più esigente, perché insegna a considerare una posizione da tutti i lati possibili, a verificare che cosa accade quando si afferma e quando si nega, a non confondere una prima intuizione con una dimostrazione e, soprattutto, a comprendere che concetti apparentemente semplici come uno, essere, identico, diverso, molteplice diventano estremamente complessi non appena vengono sottoposti a un'analisi rigorosa. Il suo oggetto più profondo potrebbe essere la stessa possibilità della predicazione: che cosa significa attribuire qualcosa a qualcosa? Che cosa facciamo quando diciamo che l'Uno è? Stiamo descrivendo una realtà già costituita, oppure, attraverso la grammatica della proposizione, introduciamo relazioni che trasformano ciò di cui parliamo? La domanda conduce direttamente al confine fra ontologia e linguaggio, un confine che la filosofia contemporanea avrebbe esplorato in forme radicalmente diverse, ma che nel Parmenide appare già come un problema decisivo, formulato con una precisione che nulla ha da invidiare alle analisi logico-linguistiche del Novecento.

Questa radicalità spiega la straordinaria fortuna del dialogo nell'Antichità tarda. Con il neoplatonismo, il Parmenide diviene uno dei testi fondamentali per pensare l'Uno come principio supremo della realtà: Plotino legge la filosofia platonica alla luce di una gerarchia nella quale l'Uno è al di là dell'essere e della molteplicità, principio da cui procede tutto il resto senza essere esso stesso riducibile a ciò che da esso procede, e la sua operazione consiste precisamente nel prendere sul serio la prima ipotesi del dialogo, quella in cui all'Uno viene negata ogni determinazione, ogni relazione, persino l'essere stesso, trasformandola non in un vicolo cieco logico ma nella descrizione più esatta possibile di un principio che, per essere davvero primo, deve situarsi al di là di ogni categoria che presupponga già una qualche molteplicità. La difficoltà logica del dialogo viene così trasformata in una questione metafisica e teologica: se l'Uno è veramente primo, non può essere semplicemente un ente fra gli altri, perché ogni determinazione lo collocherebbe già all'interno di un ordine ontologico più ampio, e da questo principio discendono, per successive emanazioni, l'Intelletto, l'Anima e infine la molteplicità sensibile, in una struttura che replica, a livello cosmologico, la scansione stessa delle ipotesi platoniche.

Porfirio e soprattutto Proclo porteranno questa interpretazione a un livello ancora più sistematico. Nel grande commento procliano al Parmenide, le diverse ipotesi vengono interpretate in rapporto ai diversi livelli della realtà intelligibile e alla struttura complessiva della metafisica neoplatonica, tanto che la prima ipotesi, quella dell'Uno assolutamente senza attributi, viene fatta corrispondere al principio supremo, mentre le ipotesi successive scandiscono la progressiva articolazione degli enti intelligibili, delle anime, dei corpi, fino al molteplice privo di unità con cui si chiude la serie: il dialogo viene così letto come una sorta di architettura nascosta dell'intero universo, nella quale il movimento della dialettica riflette il rapporto fra l'Uno assolutamente trascendente e la molteplicità delle realtà che da esso dipendono. Damascio, l'ultimo grande scolarca dell'Accademia ateniese prima della chiusura giustinianea, spingerà questa lettura fino al limite estremo, interrogandosi se non si debba postulare, al di là dello stesso Uno neoplatonico, un principio ancora più indicibile, un «inesprimibile» che nemmeno il nome di Uno riesce a nominare senza già tradirne l'assoluta trascendenza: è una lettura potentissima, che tuttavia non coincide con l'intenzione originaria di Platone, mostrando piuttosto quanto il testo fosse capace di generare, per pura forza interna, una filosofia ulteriore che lo eccede.

Il recupero rinascimentale di Platone passa in modo decisivo attraverso Marsilio Ficino, che traduce e commenta le opere platoniche inserendole nel nuovo orizzonte del platonismo cristiano: la lettura dell'Uno assume allora un significato diverso, perché la trascendenza del principio platonico può essere posta in rapporto con la teologia cristiana, pur attraverso differenze che non devono essere cancellate, dal momento che l'Uno neoplatonico è impersonale e sovraessenziale mentre il Dio cristiano è insieme trascendente e personale, creatore per volontà e non per semplice necessità emanativa. In questo clima si colloca anche la riflessione di Nicola Cusano, nella quale la coincidenza degli opposti e la dotta ignoranza portano il problema della conoscenza al limite in cui l'intelletto riconosce l'impossibilità di trasformare l'infinito in un oggetto concettuale finito: Cusano riprende in termini nuovi proprio la tensione che il Parmenide aveva messo in scena fra l'Uno e la molteplicità delle sue determinazioni, sostenendo che nel massimo assoluto tutti gli opposti coincidono, così come nel dialogo platonico ogni predicato attribuito all'Uno finiva per generare il proprio contrario.

Con la modernità, il Parmenide non perde la sua capacità di inquietare, ma cambia il modo nel quale viene interrogato. Kant, pur riconoscendo in Platone un interlocutore fondamentale della filosofia, non può essere descritto semplicemente come un pensatore che riceve il dialogo attraverso il neoplatonismo e la scolastica, poiché il suo rapporto con Platone è più complesso e passa anche attraverso la critica delle pretese della metafisica razionale: nel sistema kantiano il problema non è più soltanto stabilire quale sia il principio ultimo dell'essere, ma chiedersi quali siano le condizioni che rendono possibile la conoscenza e quali limiti essa incontri quando pretende di oltrepassare l'esperienza. Le antinomie della ragion pura, nelle quali tesi e antitesi opposte risultano entrambe dimostrabili quando la ragione tenta di pensare la totalità del mondo, la libertà o l'esistenza di un essere necessario, riproducono in un linguaggio nuovo la struttura stessa delle deduzioni parmenidee, dove ogni ipotesi genera con eguale rigore la propria conseguenza affermativa e la propria conseguenza negativa: la differenza decisiva è che Kant trasforma questo esito non in un invito a proseguire la dialettica all'infinito, come sembra suggerire Platone, ma nel segno di un limite strutturale della ragione umana, che deve rinunciare a conoscere le cose in sé per accontentarsi delle condizioni della loro apparizione.

È con l'idealismo tedesco, e soprattutto con Hegel, che la dialettica platonica acquista una nuova centralità. Hegel vede nella filosofia antica momenti di un movimento concettuale che la filosofia moderna deve assumere e sviluppare, e il Parmenide gli interessa precisamente perché mostra che l'Uno astrattamente pensato non può rimanere una pura identità immobile: quando viene pensato, entra necessariamente in relazione con la differenza e con la molteplicità, e questa relazione non è un incidente da correggere ma il movimento stesso attraverso cui il concetto si determina. Nelle sue lezioni sulla storia della filosofia Hegel arriva a definire il Parmenide come uno dei documenti più perfetti della dialettica antica, precisamente perché non si accontenta di enunciare l'unità e la molteplicità come termini opposti e statici, ma li fa passare l'uno nell'altro attraverso una serie di transizioni necessarie: la contraddizione, in questa prospettiva, non è soltanto un errore da eliminare, ma una tensione attraverso la quale il concetto si muove e si determina, esattamente come accade nella Scienza della logica quando l'essere puro, privo di ogni determinazione, si rivela indistinguibile dal nulla e la loro unità produce il divenire.

La lettura hegeliana non esaurisce la fortuna moderna del dialogo. Schelling si muove su un terreno differente, interrogando il rapporto fra fondamento, libertà, natura e coscienza e mostrando quanto sia difficile ridurre l'origine dell'essere a un principio puramente razionale: nelle sue Ricerche sulla libertà umana e negli scritti sulla filosofia della rivelazione, Schelling insiste su un fondo oscuro e irriducibile alla logica del concetto che precede ogni determinazione razionale, un residuo che nessuna dialettica concettuale, per quanto raffinata, può interamente dissolvere. Il problema dell'Uno torna così a coincidere con la domanda sull'origine, ma un'origine che non può essere facilmente trasformata in un oggetto della ragione senza perdere proprio quel carattere originario che la definisce: in questo senso Schelling legge nel Parmenide, più che una vittoria della dialettica, la testimonianza di un limite che la dialettica stessa incontra quando si avvicina troppo al principio.

Nel Novecento il Parmenide entra in rapporto con una nuova crisi della metafisica. Heidegger vi riconosce uno dei luoghi privilegiati per interrogare il rapporto fra essere, pensiero e verità, ma la sua lettura di Parmenide e di Platone non coincide con quella neoplatonica né con una lettura tradizionalmente metafisica dell'Uno: il problema heideggeriano riguarda piuttosto la differenza fra l'essere e gli enti e il modo nel quale la storia della filosofia occidentale ha progressivamente trasformato la domanda sull'essere in una ricerca dell'ente supremo o del fondamento, quella che Heidegger chiama onto-teo-logia. In questo senso il dialogo platonico può essere interrogato come una soglia della metafisica occidentale, il luogo in cui l'essere comincia a essere pensato attraverso le categorie della presenza e della sostanza, aprendo la strada a quella storia dell'oblio dell'essere che Heidegger si propone di ripercorrere a ritroso, senza per questo pretendere di trovare in Platone una risposta già compiuta ai problemi che porrà molti secoli dopo.

Anche la riflessione ermeneutica di Hans-Georg Gadamer permette di vedere il dialogo sotto una luce diversa. Il testo non è un contenitore nel quale una dottrina definitiva attende di essere estratta, ma un evento interpretativo che continua a produrre senso attraverso l'incontro con il lettore: la sua apparente inconclusività diventa allora una delle condizioni della sua vitalità, perché proprio in quanto Platone non chiude il problema con una risposta definitiva, il dialogo può essere nuovamente interrogato da epoche diverse, in un movimento che Gadamer chiamerebbe fusione di orizzonti, dove il senso del testo antico non è mai semplicemente recuperato tale e quale ma sempre rinnovato nell'incontro con le domande del presente.

Jacques Derrida, da un'altra prospettiva, porta l'attenzione sulle tensioni interne al discorso filosofico e sulle difficoltà che emergono quando il linguaggio cerca di fissare opposizioni come presenza e assenza, identità e differenza, essere e non essere: il Parmenide si presta naturalmente a questo tipo di interrogazione perché costruisce la propria forza proprio attraverso l'instabilità delle opposizioni che mette in scena, mostrando come ogni tentativo di stabilizzare un termine puro, sia esso l'Uno o l'essere, finisca per rivelare la traccia dell'altro termine che avrebbe dovuto escludere. Sarebbe tuttavia improprio trasformare Platone in un precursore diretto della decostruzione: interessa piuttosto la possibilità di far dialogare un testo antico con problemi che la filosofia contemporanea ha formulato in termini nuovi, senza appiattire la specificità storica del dialogo su categorie che gli sono estranee.

In Italia la ricezione del Parmenide ha seguito percorsi altrettanto differenziati, ma non semplicemente giustapposti, perché fra queste letture corre una tensione comune, quella fra chi tende a valorizzare la continuità del pensiero platonico attraverso le sue trasformazioni storiche e chi insiste piuttosto sulla necessità di restituire ogni testo alla sua specifica congiuntura. Giovanni Reale ha insistito sul significato complessivo della filosofia platonica e sulla funzione formativa della dialettica, contribuendo a una lettura nella quale il dialogo non appare come una semplice demolizione della teoria delle Idee ma come un passaggio necessario per comprenderne la complessità, in linea con la sua più generale tesi secondo cui l'insegnamento orale di Platone, le cosiddette dottrine non scritte, offrirebbe la chiave sistematica per collocare correttamente le difficoltà sollevate nei dialoghi scritti. Enzo Paci, dall'orizzonte fenomenologico, ha interrogato invece il rapporto fra logos, esperienza e struttura della conoscenza, inserendo Platone nella più ampia questione del rapporto fra filosofia e vita, in una direzione che si oppone quasi programmaticamente alla sistematicità di Reale, privilegiando la dimensione vissuta e processuale del pensiero rispetto alla ricostruzione dottrinale. Carlo Diano ha sviluppato una lettura fortemente originale del rapporto fra forma, evento e struttura del pensiero antico, mostrando come le categorie logiche della filosofia greca affondino le proprie radici in una esperienza del tempo e dell'accadere che la logica successiva avrebbe progressivamente rimosso, mentre Mario Vegetti ha insistito sulla necessità di restituire il testo al suo contesto storico e filosofico, evitando di proiettare retroattivamente su Platone categorie nate molti secoli dopo, in una posizione che funziona quasi da correttivo storiografico rispetto alle letture più speculative dei suoi contemporanei. La compresenza di questi approcci, spesso in aperta polemica reciproca, non fa che confermare quanto il Parmenide continui a costituire, anche nel dibattito italiano più recente, un banco di prova decisivo per stabilire che cosa significhi leggere filosoficamente un testo antico.

La molteplicità di queste interpretazioni non è un accidente della storia della critica, ma appartiene alla natura stessa del Parmenide: un testo che non offre una soluzione univoca obbliga ogni epoca a scegliere quale problema considerare centrale. Per il neoplatonismo è soprattutto il problema dell'Uno trascendente; per l'idealismo diventa quello della relazione fra identità e differenza; per la filosofia contemporanea può diventare il problema della predicazione, del linguaggio, della presenza, della possibilità stessa di parlare dell'essere senza trasformarlo immediatamente in un ente. Quel che colpisce, ripercorrendo questa sequenza, non è tanto la varietà delle risposte quanto la costanza del problema che le genera tutte: ogni epoca, per quanto lontana dalle premesse storiche del dialogo, si trova a dover fare i conti con la stessa impossibilità di nominare un principio assolutamente semplice senza già introdurre, nell'atto stesso del nominare, la relazione e la differenza che quel principio dovrebbe escludere.

Il Parmenide ci insegna qualcosa di più difficile del semplice dubitare: a dubitare nel modo giusto, cioè a seguire un'idea oltre il punto in cui smette di essere rassicurante, a non interrompere l'analisi quando una contraddizione sembra minacciare la nostra posizione, a comprendere che una tesi filosofica non vale per la sua eleganza iniziale ma per la capacità di sopportare il peso delle conseguenze che comporta. Il giovane Socrate della prima parte e il lettore della seconda si trovano nella medesima condizione: entrambi devono imparare che il pensiero non consiste nel trovare rapidamente una risposta, ma nel saper abitare la complessità prodotta da una domanda quando questa viene presa sul serio, così che l'aporia non è il fallimento della filosofia ma il momento nel quale la filosofia diventa finalmente consapevole della difficoltà del proprio oggetto.

E l'oggetto più difficile è forse proprio l'Uno, perché nel momento in cui lo nominiamo lo sottoponiamo già alla molteplicità del linguaggio, nel momento in cui diciamo che è lo mettiamo in rapporto con l'essere, nel momento in cui lo distinguiamo da ciò che non è Uno introduciamo la differenza, nel momento in cui tentiamo di pensarlo come assolutamente semplice ci accorgiamo che il pensiero stesso procede attraverso distinzioni, relazioni, predicazioni: l'Uno sembra così sottrarsi proprio nell'atto in cui viene cercato, ed è in questa sottrazione, più che in una dottrina conclusiva capace di catturarlo, che il dialogo continua ancora oggi a esercitare la propria forza, obbligandoci a riconoscere che il pensiero non coincide con il possesso della verità, ma con la capacità di avanzare verso ciò che non può possedere senza perdere, nel momento stesso in cui lo possiede, qualcosa della propria natura.