sabato 13 giugno 2026

La voce prima della voce I due libri di poesia di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese non appartiene alla letteratura italiana del Novecento nel modo in cui vi appartengono gli autori che si lasciano collocare, classificare, storicizzare senza residui. La sua opera resiste alla mappa, e non perché sia oscura o volutamente eccentrica, ma perché nasce da un punto non allineato rispetto alla tradizione narrativa e poetica che attraversa il secolo. In Ortese la scrittura non è mai un dispositivo di rappresentazione del mondo, ma una forma di esposizione al mondo, e questa differenza apparentemente minima determina in realtà tutto: lo statuto della prosa, la natura dell’immagine, il ritmo della frase, la funzione stessa dello sguardo. È da questa posizione che vanno letti i due volumi pubblicati da Empirìa negli anni Novanta, Il mio paese è la notte e La luna che trascorre, che non costituiscono un’appendice minore all’opera narrativa ma piuttosto la sua zona sorgiva, il deposito più continuo e più radicale di una voce che per tutta la vita ha oscillato tra prosa e poesia senza mai stabilirsi definitivamente in nessuno dei due territori. Dire che questi libri raccolgono la poesia di Ortese è corretto solo in senso editoriale, non in senso sostanziale. Ortese stessa, con quella cautela che accompagna sempre le sue definizioni, preferisce parlare di “piccoli scritti in forma di poesia”, quasi a suggerire che ciò che abbiamo davanti non appartiene pienamente al genere ma lo attraversa lateralmente, lo utilizza senza esserne utilizzato. Questa esitazione non è un dettaglio biografico ma un indizio teorico decisivo: la poesia, per Ortese, non è una forma ma un evento percettivo, qualcosa che accade quando il mondo si rende improvvisamente non riducibile a spiegazione. Non c’è progetto formale, non c’è costruzione progressiva, non c’è lavoro di levigatura retorica nel senso tradizionale del termine; c’è piuttosto una serie di emergenze, di apparizioni linguistiche che sembrano provenire da un punto precedente alla distinzione stessa tra prosa e verso. È per questo che i due volumi Empirìa appaiono immediatamente disomogenei se letti con le categorie consuete della poesia novecentesca. I testi attraversano decenni, si distribuiscono lungo un arco temporale vastissimo, e tuttavia non mostrano un’evoluzione lineare. Non si passa da una fase giovanile a una fase matura secondo il modello canonico della crescita stilistica; si assiste piuttosto alla riemersione continua di nuclei immaginativi che ritornano, si spostano, si trasformano senza mai risolversi. Il tempo biografico si dissolve in un tempo interno che non procede ma insiste, che non costruisce progressione ma ripetizione variata. È una temporalità non storica ma atmosferica, in cui ogni testo sembra accadere nello stesso presente dilatato. Il primo volume, Il mio paese è la notte, già nel titolo contiene una dichiarazione ontologica che non può essere ridotta a metafora. La notte non è qui una condizione psicologica né un simbolo lirico della malinconia, ma una dimensione del reale in cui il mondo perde la sua trasparenza interpretativa e si presenta nella sua opacità irriducibile. Dire che il proprio paese è la notte significa sottrarsi a ogni forma di appartenenza definita, geografica, politica, identitaria, per collocarsi in uno spazio in cui l’esperienza non è mediata da categorie ma resta esposta nella sua immediatezza non risolta. La notte ortesiana non è vuoto ma densità, non è assenza ma proliferazione di presenze marginali: animali, bambini, figure anonime, creature fragili che non entrano nella narrazione ufficiale del mondo. In questa prospettiva la poesia assume una funzione che potremmo definire di custodia percettiva. Non descrive il reale, ma lo trattiene nella sua esposizione vulnerabile. È una forma di attenzione radicale che non seleziona, non gerarchizza, non organizza. Tutto ciò che nella tradizione poetica tende a diventare immagine, simbolo, costruzione formale, qui resta invece allo stato di apparizione non risolta. È questo che conferisce ai testi una qualità quasi antiletteraria, nel senso più alto del termine: la lingua non cerca mai di diventare autonoma rispetto al mondo, non si chiude in un sistema estetico, ma rimane costantemente aperta verso ciò che eccede la sua possibilità di dire. La natura, in questo contesto, non è mai paesaggio. Non è mai scenario contemplativo né dispositivo di proiezione emotiva. È piuttosto un insieme di presenze dotate di una propria consistenza morale. Gli animali non sono simboli, ma soggetti di esposizione; gli elementi naturali non sono decorazioni, ma forme di vita attraversate da una vulnerabilità che non ha nome. In questo senso la poesia di Ortese anticipa senza alcuna intenzionalità teorica molte delle riflessioni contemporanee sull’ecologia filosofica e sulla dissoluzione dell’antropocentrismo, ma lo fa in modo completamente diverso rispetto al pensiero sistematico: non attraverso concetti, ma attraverso una intensificazione dello sguardo. È una forma di pietà cosmica che non si traduce mai in programma, e che proprio per questo conserva una forza singolare. La lingua che sostiene questi testi è coerente con questa impostazione percettiva. Non è mai una lingua decorativa né sperimentale in senso tecnico. È una lingua che sembra sempre sul punto di arretrare rispetto a ciò che dice, come se ogni frase fosse un tentativo provvisorio di avvicinamento a qualcosa che resta parzialmente inaccessibile. La sintassi è spesso semplice, lineare, quasi prosastica, ma continuamente attraversata da scarti che introducono una discontinuità percettiva: immagini improvvise, aperture metafisiche, ritorni di motivi che non vengono mai spiegati. Il risultato è una scrittura instabile, che non si appoggia mai a una forma definitiva ma resta in uno stato di tensione permanente. Se il primo volume appare dominato da una densità visionaria ancora legata a una certa corporeità mediterranea del mondo, il secondo, La luna che trascorre, introduce un movimento diverso, più rarefatto, più silenzioso, quasi una progressiva sottrazione dell’immagine a favore di una meditazione sempre più essenziale. Qui la poesia sembra ridursi a pochi nuclei percettivi fondamentali, come se la scrittura avesse attraversato un processo di decantazione interna. Non si tratta di una semplificazione, ma di una perdita progressiva di ridondanza: ciò che resta è ciò che non può essere ulteriormente eliminato senza distruggere il senso stesso dell’atto poetico. In questo passaggio si percepisce una trasformazione importante della postura esistenziale dell’autrice. Se nei testi più antichi permane ancora una tensione narrativa implicita, una sorta di energia figurativa che lega le immagini a un mondo ancora riconoscibile, nei testi più maturi prevale una condizione di estraneità più radicale, quasi una sospensione del legame tra soggetto e realtà. Il mondo non è più osservato da una distanza, ma da una forma di prossimità non appropriativa, in cui il soggetto non si pone come centro dello sguardo ma come sua superficie di passaggio. In tutta questa opera poetica ritorna costantemente una figura che ne costituisce il nucleo etico e ontologico: la “creatura”. La creatura non coincide con l’essere umano, ma indica ogni forma di vita esposta, ogni esistenza priva di protezione simbolica, ogni presenza che non possiede giustificazione del proprio dolore. È una categoria che non appartiene alla filosofia sistematica ma a una metafisica affettiva, in cui il mondo viene percepito come rete di vulnerabilità reciproche. In questo senso la poesia di Ortese è una forma estrema di anti-gerarchia ontologica: non esiste un centro, non esiste una misura privilegiata, esiste soltanto una pluralità di esposizioni. È qui che si può collocare uno dei tratti più radicali della sua scrittura: l’assenza di consolazione. Non esiste mai nei suoi testi una ricomposizione finale, una sintesi, una guarigione simbolica della ferita. Tuttavia questa assenza non produce nichilismo, perché non è accompagnata da una svalutazione del mondo, ma da una forma di attenzione che resta intatta anche nella mancanza di risposte. È una lucidità che non si chiude mai in giudizio definitivo, e che proprio per questo conserva una dimensione etica più forte di molte dichiarazioni esplicite. Se si cerca di collocare Ortese in una costellazione poetica, i confronti possibili sono sempre parziali e mai risolutivi. In Cristina Campo si può riconoscere una tensione simile verso una forma assoluta dello sguardo, ma disciplinata da un controllo formale che Ortese non possiede. In Margherita Guidacci emerge una vicinanza nella dimensione religiosa implicita, ma la Guidacci organizza teologicamente ciò che Ortese lascia aperto e non risolto. In Rainer Maria Rilke si ritrova la centralità della creatura e la percezione del mondo come domanda, ma in Ortese manca ogni forma di trasfigurazione consolatoria o di ricomposizione simbolica del dolore. E tuttavia ogni confronto resta insufficiente perché Ortese non appartiene a una genealogia poetica definita. È piuttosto una linea laterale della modernità, una deriva autonoma che attraversa il Novecento senza coincidere con nessuna delle sue grandi narrazioni poetiche dominanti. Né ermetismo, né neorealismo, né lirica pura: la sua scrittura si colloca in uno spazio interstiziale in cui la letteratura diventa quasi un effetto collaterale di una percezione più originaria. In questa prospettiva, i due volumi Empirìa non sono semplicemente un recupero editoriale, ma un atto di ricollocazione canonica. Spostano Ortese da una periferia narrativa a un centro poetico non riconosciuto. E questo spostamento modifica retroattivamente la lettura dell’intera sua opera: ciò che appariva come prosa visionaria si rivela come espansione di una matrice poetica originaria. Alla fine ciò che resta di questi testi non è un sistema di pensiero né una teoria del mondo, ma una forma di voce. Una voce che non si lascia confondere con altre voci del secolo, perché non nasce da un progetto letterario ma da una necessità percettiva. Una voce che continua a insistere sulla fragilità del vivente, sulla esposizione delle creature, sulla impossibilità di ridurre il reale a spiegazione. E forse è proprio questa impossibilità, mantenuta senza cedimenti, a costituire il nucleo più profondo della poesia ortesiana: non dire il mondo, ma restargli accanto nel punto in cui non smette di chiedere attenzione senza mai diventare completamente intelligibile.

venerdì 12 giugno 2026

Il punk prima del punk: Egon Schiele e David Bowie, anatomia di una ribellione estetica

Nelle genealogie culturali, alcune corrispondenze sembrano emergere come accidenti misteriosi: anacronismi significativi che, pur distanti nel tempo e nello spazio, si richiamano come note dissonanti di una stessa partitura. Non si tratta di influenze dirette, né di citazioni consapevoli, ma di qualcosa di più sottile e perturbante — una risonanza strutturale, una parentela di sensibilità che attraversa i decenni e i mezzi espressivi, rivelando qualcosa di profondo sull'impulso umano a rompere i propri contenitori. È questo il caso dell'accostamento tra Egon Schiele (1890–1918), pittore austriaco fra i più radicali dell'espressionismo europeo, e David Bowie (1947–2016), figura proteiforme della musica pop-rock e del teatro performativo del secondo Novecento. Un accostamento che non si esaurisce nella suggestione superficiale, ma si struttura come un dialogo trans-storico fondato sulla condivisa tensione verso l'eccesso, la messa in crisi dei codici identitari, la destrutturazione dei linguaggi artistici e dei ruoli sociali. Per comprendere la portata di questo dialogo, occorre però partire da lontano — dal contesto che ha generato ciascuno dei due, e da ciò che ciascuno ha dovuto attraversare per diventare ciò che è diventato. Egon Schiele nasce e cresce in un impero che sta morendo. La Vienna di fine Ottocento e inizio Novecento è una città straordinariamente fertile, attraversata da tensioni filosofiche, scientifiche e artistiche di portata epocale: è la Vienna di Freud, di Wittgenstein, di Mahler, di Loos. È anche, però, una città che sente il peso della propria decadenza — un mondo borghese che si regge su convenzioni sempre più fragili, su un ordine morale sempre più contestato dall'interno. La Secessione viennese, fondata nel 1897 da Gustav Klimt, è già una risposta a questa crisi: un tentativo di rinnovare il linguaggio artistico, di liberarlo dalle accademie e dalle convenzioni. Ma Klimt, per quanto rivoluzionario, rimane in qualche modo ancorato a una visione dell'arte come ornamento, come trasformazione del mondo in superficie preziosa. Il suo erotismo è avvolto nell'oro, mediato dal simbolo, addomesticato dalla bellezza. Schiele, suo allievo e poi antagonista, compie un passo ulteriore e più radicale. Non si tratta solo di rinnovare il linguaggio: si tratta di portarlo fino alla rottura. Il suo tratto secco, affilato, quasi nervoso, incide i corpi come se li interrogasse dall'interno, forzando l'anatomia fino alla deformazione. I suoi soggetti — adolescenti, prostitute, sé stesso — sono figure liminari, oscillanti tra desiderio e trauma, che si stagliano su fondi neutri come relitti carnali resi immortali dalla loro fragilità. Non c'è sfondo, non c'è contesto ambientale, non c'è narrazione consolatoria: solo il corpo, nella sua nudità essenziale e spesso dolorosa. La carnalità che Schiele mette in scena non è mai compiaciuta né seduttiva in senso banale: è una carne esposta, interrogata, dolente. È già, in questo senso, una rivolta — una denuncia muta ma potentissima contro l'ipocrisia morale del suo tempo. Questa rivolta ha conseguenze concrete e biografiche. Nel 1912, Schiele viene arrestato con l'accusa di aver prodotto materiale osceno e di aver corrotto una minorenne. Trascorre ventiquattro giorni in prigione, durante i quali continua a disegnare — le proprie mani, il proprio corpo, le proprie paure. L'episodio è rivelatore: la società che Schiele interroga con la sua arte risponde con la repressione, confermando in modo involontario la pertinenza e la potenza del suo gesto. L'artista che mette in scena il desiderio come ferita viene punito proprio perché quella ferita è reale, e la sua visibilità insopportabile. In questo senso, Schiele non è solo un pittore: è un caso limite, un esperimento condotto ai margini della tolleranza borghese, che ne rivela le fondamenta fragili e contraddittorie. David Bowie nasce in un contesto radicalmente diverso, ma non meno carico di tensioni. La Londra degli anni Cinquanta e Sessanta in cui cresce è una città che emerge dalle macerie della guerra e si reinventa con un'energia frenetica e contraddittoria. È la Londra del dopoguerra, della ricostruzione, ma anche dello swinging London, della controcultura, del rock'n'roll. È un mondo in cui l'identità è ancora in larga misura determinata dalla classe, dal genere, dalla provenienza geografica — ma in cui queste determinazioni cominciano a vacillare sotto la pressione di forze nuove: la televisione, la musica di massa, la moda come linguaggio politico. Bowie emerge in questo contesto come una figura anomala fin dall'inizio. Non si accontenta di suonare o cantare: vuole costruire qualcosa di più complesso, un'opera totale in cui musica, immagine, corpo e narrazione si fondano in un unico gesto. Con l'invenzione di Ziggy Stardust, nel 1972, compie un salto qualitativo che pochi artisti della sua generazione avevano osato: crea un alter ego completo, con una storia, una fisionomia, una voce, una cosmologia propria. Ziggy non è un costume, non è una maschera nel senso superficiale del termine: è una struttura concettuale, un dispositivo critico attraverso cui Bowie interroga le categorie della rockstar, della mascolinità, della sessualità, del successo. In questo modo, Bowie introduce un elemento di discontinuità radicale nella tradizione del rock: non si tratta più di incarnare un'identità "autentica", ma di moltiplicare le maschere, di performare il sé come finzione consapevole. Questa operazione non si esaurisce con Ziggy. Nel corso degli anni Settanta, Bowie si reinventa continuamente: da Aladdin Sane a Halloween Jack, da The Thin White Duke al Bowie "berlinese" dei tre album con Brian Eno. Ogni personaggio è una risposta a una crisi, una fuga in avanti, un tentativo di non essere mai del tutto afferrabile. Questa mobilità non è frivolezza: è una strategia esistenziale e artistica, un modo per mantenere aperta la questione dell'identità invece di chiuderla in una definizione. Come Schiele, usa il corpo come superficie instabile — lo trucca, lo altera, lo mette in scena come un palinsesto su cui riscrivere continuamente il significato. La sessualità, in entrambi, si fa linguaggio fluido, ambivalente, spesso doloroso. Fin qui le convergenze sono nitide. Ma c'è un punto in cui i due si separano, e quella separazione è forse più rivelatrice delle somiglianze. Schiele scandalizza per la crudezza con cui mostra il desiderio come ferita aperta, senza mediazione né ironia. Nei suoi autoritratti, l'artista si espone con una vulnerabilità che sfiora il masochismo: il corpo è teso, contratto, a volte deforme, come se l'atto del guardarsi causasse dolore. Non c'è distanza tra Schiele e il suo soggetto — anche quando ritrae altri, sembra ritrarsi sempre, portando ogni figura nella propria orbita emotiva. La sua pittura è confessionale in senso quasi fisico: lascia tracce, segni, impronte. Bowie, al contrario, introduce sempre una distanza. Il travestimento non è confessione, ma esercizio — quasi un esperimento condotto su sé stesso con fredda lucidità. Anche nei momenti di maggiore intensità emotiva, come nell'album "Heroes" o in "Station to Station", c'è sempre una cornice, un frame che separa l'artista dal personaggio. Bowie non si fonde con le sue creature: le abita temporaneamente, le studia, le abbandona. Questa distanza non è freddezza, ma metodo — un modo per mantenere il controllo su un materiale che altrimenti potrebbe diventare ingestibile. Si pensi al periodo del Thin White Duke, in cui Bowie esplora tematiche oscure e pericolose con un distacco quasi clinico, come se stesse conducendo un esperimento su un paziente che è, al tempo stesso, sé stesso. Schiele urla; Bowie osserva. Ed è proprio in questa tensione irrisolta — tra esposizione totale e controllo performativo, tra confessione e teatro — che il loro dialogo diventa più interessante di un semplice parallelismo. Non si tratta di due versioni dello stesso gesto: si tratta di due risposte diverse alla stessa domanda. La domanda è: fino a dove si può spingere il linguaggio prima che si rompa? Schiele risponde spingendo fino alla rottura, accettandone le conseguenze. Bowie risponde moltiplicando i linguaggi, rendendo impossibile ogni rottura definitiva perché nulla è mai completamente reale. L'intreccio più sottile si trova nella comune tendenza a rovesciare le polarità: luce e ombra, maschile e femminile, alto e basso, arte e intrattenimento. Nella pittura di Schiele, la luce non illumina, ma disseziona; l'ombra non nasconde, ma rivela. I corpi non sono idealizzati ma deformati, resi più veri proprio nella loro bruttezza. L'espressività del volto, la tensione delle mani, la sproporzione delle membra — tutto concorre a una poetica della disarmonia necessaria, in cui la bellezza convenzionale viene sistematicamente sabotata per fare spazio a qualcosa di più autentico e più perturbante. Schiele non vuole piacere: vuole inquietare, e in quell'inquietudine aprire uno spazio di verità. Bowie compie un'operazione parallela nel campo del linguaggio musicale e visivo, ma con strumenti e in un contesto radicalmente diversi. Mescola i generi — rock, soul, elettronica, cabaret, musica da camera — destruttura l'epica rock, attinge al glam, al teatro kabuki, alla fantascienza, al vaudeville. L'alto e il basso convivono fino a rendere impossibile ogni gerarchia estetica: una canzone di Bowie può contenere una citazione colta e una battuta da varietà, un arrangiamento orchestrale e un riff grezzo, senza che nessuno dei due elementi prevalga sull'altro. In questo senso, Bowie anticipa alcune delle intuizioni del postmodernismo prima ancora che questo diventi un paradigma culturale riconosciuto. Anche il dolore viene trasfigurato, in entrambi. Nei personaggi di Bowie, la malinconia affiora con un'ironia lieve, talvolta disarmante: si pensi alla struttura di "Life on Mars?", in cui un sentimento di alienazione profonda viene veicolato attraverso una melodia quasi da musical, o a "Heroes", in cui la grandiosità del gesto è continuamente undermined da una consapevolezza della sua fragilità. La verità emerge non per gravità, ma per dislocazione: il significato si nasconde nelle pieghe del paradosso, nel momento in cui ci si aspetta qualcosa d'altro. Schiele ottiene un effetto simile attraverso mezzi opposti: è la deformazione anatomica a produrre la verità emotiva, l'eccesso formale a liberare il contenuto. Ciò che davvero accomuna i due, al di là delle convergenze stilistiche, è il loro posizionamento rispetto alla norma. Entrambi operano fuori centro, scegliendo consapevolmente la marginalità come luogo di forza. Ma anche qui le differenze sono significative e meritano di essere esplorate, perché rivelano qualcosa di importante sui contesti storici in cui ciascuno si muove. Per Schiele, la marginalità è in primo luogo esistenziale e involontaria: egli non sceglie di essere perseguitato, ma accetta le conseguenze della propria visione senza compromessi. Arrestato per pornografia, osteggiato dall'establishment artistico, costantemente in bilico tra riconoscimento e rifiuto, vive il suo tempo come un antagonista nel senso più letterale del termine. La sua posizione ai margini non è una posa, non è un calcolo: è il risultato naturale di un'arte che non chiede il permesso di esistere. Schiele muore a ventotto anni, durante l'epidemia di influenza spagnola del 1918, tre giorni dopo la moglie Edith. Non fa in tempo a vedere il proprio riconoscimento postumo — la trasformazione da scandalo in classico, da provocatore in maestro. In questo senso, la sua marginalità è tragica: è quella di chi ha ragione troppo presto. Bowie, invece, si colloca ai margini in modo più sofisticato e consapevole, sfruttando la macchina dello spettacolo per sabotarla dall'interno. Non è un outsider nel senso di Schiele: è qualcuno che conosce perfettamente le regole del sistema e sceglie di giocarci contro, dall'interno. Trasforma la celebrità in una forma di performance, il successo in uno spazio di riflessione sull'identità, la fama in un materiale da modellare e decostruire. Questa posizione è resa possibile, in parte, dal contesto storico: la cultura popolare degli anni Settanta e Ottanta offre spazi di sperimentazione che la Vienna di inizio secolo non poteva nemmeno immaginare. Ma è anche il risultato di una intelligenza strategica straordinaria, di una capacità di leggere il proprio tempo e di abitarne le contraddizioni senza esserne consumato. In entrambi i casi, tuttavia, la marginalità non è esclusione, ma strategia — un modo per disinnescare il potere delle convenzioni e affermare l'esistenza di altri mondi possibili. E in entrambi i casi, questa strategia funziona non nonostante la fragilità, ma attraverso di essa: è proprio la vulnerabilità messa in scena, il rischio assunto, l'esposizione accettata, a dare forza al gesto artistico. Le loro opere sono profondamente radicate nel proprio presente — la Vienna decadente per Schiele, la Londra e la Berlino post-moderne per Bowie — eppure entrambi sembrano abitare un tempo altro, un tempo che non coincide mai del tutto con quello dei contemporanei. Le loro creazioni non si limitano a rispondere al proprio contesto: lo eccedono, lo anticipano, lo destabilizzano. Schiele dipinge corpi che sembrano già sapere ciò che Freud sta teorizzando nello stesso momento e nella stessa città: la pulsione come forza irriducibile, il desiderio come struttura fondamentale dell'essere umano, l'inconscio come territorio inesplorato che affiora sulla superficie del visibile. Non c'è nessuna influenza diretta documentata, ma la consonanza è impressionante — come se l'aria di quella Vienna carica di idee nuove si depositasse nei quadri di Schiele con la stessa densità con cui si depositava nei testi di Freud. Bowie, dal canto suo, anticipa con decenni di anticipo alcune delle questioni che la teoria culturale e i gender studies avrebbero sistematizzato solo negli anni Novanta e Duemila: la fluidità identitaria, la performatività del genere, la costruzione sociale della sessualità, la molteplicità del sé. Quando Judith Butler pubblica "Genere e identità" nel 1990, Bowie aveva già incarnato queste idee sul palco per quasi vent'anni. Non è che Bowie avesse letto Butler prima che Butler scrivesse: è che entrambi, da posizioni diverse, stevano rispondendo alla stessa pressione storica, alla stessa urgenza di rimettere in discussione categorie che si stavano rivelando insufficienti. In questa visione, l'arte non è un riflesso, ma una fessura — un'apertura nell'ordine del visibile attraverso cui passa il non detto, il non ancora. Sia Schiele che Bowie sembrano capaci di percepire, con una sensibilità quasi sismografica, le tensioni sotterranee del proprio tempo, e di tradurle in forme prima ancora che quelle tensioni diventino intellegibili al discorso comune. È questa, forse, la loro dote più rara: non la tecnica, non l'originalità, non nemmeno il coraggio — ma la capacità di sentire ciò che gli altri non sentono ancora, e di trovare un linguaggio per dirlo. Schiele e Bowie non sono dunque solo figure eccellenti nei rispettivi campi: sono sintomi di una stessa esigenza radicale, quella di rimettere in discussione ciò che viene dato per scontato — il corpo, il sesso, l'identità, il linguaggio, il tempo. La loro opera non consola, ma espone. Non offre risposte, ma radicalizza le domande. E in questa esposizione risiede la loro potenza: non la rassicurazione, ma l'urgenza. Non l'equilibrio, ma il varco. C'è qualcosa di profondamente necessario, in entrambi, che va al di là del talento o dell'originalità. È una necessità nel senso etimologico del termine: qualcosa che non poteva non essere, che doveva accadere perché il linguaggio aveva bisogno di essere spinto fino a quel punto. Schiele doveva dipingere quei corpi perché la pittura accademica non aveva ancora trovato le parole per dire ciò che lui sapeva — il desiderio come dolore, la carne come pensiero, il corpo come territorio politico. Bowie doveva inventare quei personaggi perché la cultura popolare non aveva ancora trovato il modo di contenere ciò che lui portava — la molteplicità come condizione normale, l'identità come processo, il sé come opera in continua costruzione. In questo senso, entrambi sono artisti necessari non perché rispondono a un bisogno del pubblico, ma perché creano un bisogno che prima non esisteva — o che esisteva senza nome, senza forma, senza spazio in cui manifestarsi. Dopo Schiele, è impossibile dipingere il corpo umano con la stessa innocenza di prima. Dopo Bowie, è impossibile salire su un palco senza fare i conti con la domanda di chi si sta essendo, e se quell'essere è autentico o costruito — e se la distinzione ha ancora senso. Che si tratti di una tela imbevuta di dolore o di una canzone costruita su una voce mutante, ciò che accomuna Schiele e Bowie è l'urgenza di oltrepassare — non come atto eroico, ma come necessità costitutiva. E in questa tensione verso l'eccesso, in questo "troppo umano" che li abita, si consuma la loro verità. Non una verità che rassicura, ma una verità che brucia. Non un punto di arrivo, ma una soglia sempre aperta.

La custodia degli indifesi: una riflessione attraverso Anna Maria Ortese


Nel centro nascosto dell’Arizona, un paesaggio che per Anna Maria Ortese diventa quasi una metafora cosmica, prende vita la vicenda di Alonso e i visionari. Qui la scrittrice napoletana non si limita a costruire un racconto né a descrivere un semplice incontro tra uomini e animali, ma erige un vero e proprio manifesto etico, una parabola destinata a interrogare il nostro presente. Alonso, piccolo puma di quell’Arizona, non è soltanto il fulcro narrativo, bensì un prisma attraverso il quale osservare l’intero problema della fragilità umana e non umana: la sua esistenza ci mette davanti al tema scottante dell’eliminazione silenziosa dei vulnerabili, quella cancellazione subdola che le società moderne, spesso senza rendersene conto, oppure sì, esercitano su chi non ha voce né forza per opporsi.

Ortese sceglie, come di consueto, la strada più scomoda: non l’apologia del potere né il lirismo trionfante della forza, ma la celebrazione dei deboli, degli scartati, degli esseri che più facilmente rischiano di soccombere all’indifferenza collettiva. È proprio qui che si rivela la portata rivoluzionaria della sua scrittura: trasformare la marginalità in centro narrativo, fare della custodia e della protezione il mondo pulsante di un’epopea poetica.

Alonso, pur essendo un animale, si rivela molto più che semplice presenza bestiale. La sua fragilità diventa un linguaggio universale, un codice che parla di purezza e innocenza dentro un mondo logorato dal cinismo e dalla violenza. Non è casuale che Ortese scelga un puma, creatura di forza potenziale e al tempo stesso di vulnerabilità estrema, per simboleggiare l’ambiguità della vita. La sua sopravvivenza dipende interamente dall’accoglienza o dall’ostilità degli esseri umani che lo circondano: ed è in questa precarietà che si specchia l’intera condizione degli indifesi.

Accanto a lui compaiono figure singolari: il professore italiano, i suoi figli, il collega americano. Tutti partecipano a quella che potremmo definire una forma di chiaroveggenza morale. Sono “visionari”, capaci di cogliere ciò che la maggioranza ignora: che nella debolezza, nel dolore, nell’innocenza senza difese, si cela una verità più radicale della forza apparente. Non si tratta di personaggi eroici nel senso tradizionale, ma di testimoni di una realtà invisibile ai più, e dunque più autentica.

La denuncia ortesiana non si colloca sul piano delle grandi tragedie storiche, ma in quello quotidiano, apparentemente minore, che però produce conseguenze devastanti. La vera eliminazione dei deboli non avviene con gesti plateali: si consuma attraverso l’indifferenza, che lentamente corrode e cancella. Questo è il volto nascosto di quella che potremmo chiamare eutanasia sociale: bambini lasciati senza cure adeguate, anziani abbandonati alla solitudine, animali relegati all’invisibilità, interi gruppi esclusi dai diritti fondamentali.

Ortese ci mostra che il male radicale, oggi, non è necessariamente la violenza esplosiva, ma il silenzio che accompagna la sofferenza altrui. L’indifferenza collettiva funziona come un veleno lento, invisibile eppure letale, perché spegne la possibilità stessa di relazione e di riconoscimento. Non vedere l’altro significa negargli l’esistenza, ridurlo a un nulla.

Di fronte a questo scenario, l’opera di Ortese ci richiama a un imperativo fondamentale: la custodia. Non un gesto paternalistico né una carità di facciata, ma un impegno profondo, concreto, quotidiano. Custodire significa assumere la responsabilità di un altro essere vivente, riconoscere che la nostra umanità si misura nella capacità di proteggere ciò che non ha difese.

I visionari del romanzo non si limitano a provare compassione per Alonso: si fanno carico della sua presenza, trasformando l’attenzione in azione. Ecco la lezione che Ortese intende trasmettere: non basta sentire, occorre agire. Non basta emozionarsi davanti alla fragilità, bisogna farsene responsabili con coerenza.

Uno dei nuclei più intensi del testo ortesiano risiede nel ribaltamento delle gerarchie di valore. I marginali, i dolenti, i dimenticati non sono semplici destinatari di pietà: possiedono un sapere che i privilegiati non hanno. Vivere ai margini significa sviluppare un’acuità particolare, la capacità di leggere le contraddizioni e le falsità del mondo dominante. Alonso e i visionari non rappresentano dunque solo il bisogno di protezione, ma anche un’occasione di conoscenza, un’apertura verso verità che altrimenti resterebbero nascoste.

Ortese sembra suggerire che chi è fragile ci offre lo specchio più sincero della nostra civiltà. Non è nei luoghi del potere che si misura la qualità etica di una comunità, ma in quelli dove si gioca la sorte dei più vulnerabili.

Custodire non è un gesto passivo, ma un’azione dinamica. Ortese ci mostra che la cura richiede energia, resistenza, consapevolezza. Bisogna saper vedere la fragilità, ma anche opporsi attivamente ai meccanismi che la cancellano. In questo senso, Alonso e i visionari non è soltanto un racconto letterario, ma un laboratorio etico: un manuale narrativo che ci insegna, attraverso i suoi protagonisti, a praticare la custodia come forma di resistenza civile.

La cura diventa così un atto politico: custodire un essere fragile significa ribellarsi a una società che celebra soltanto il successo, la forza, l’efficienza.

Alonso, con la sua semplice esistenza, diventa icona di resistenza. Ogni gesto di protezione che lo riguarda non è solo cura di un animale, ma affermazione di una speranza: quella di un mondo in cui i deboli non vengano eliminati, bensì riconosciuti come parte essenziale del tessuto comune. Il piccolo puma diventa così l’immagine di tutto ciò che ancora può essere salvato, di tutto ciò che resiste al degrado morale della civiltà.

La custodia si trasforma, in questa prospettiva, in gesto di speranza concreta: proteggere significa credere che un futuro diverso sia possibile, che la vulnerabilità non sia una condanna ma una risorsa di umanità.

La nostra contemporaneità, con le sue logiche economiche spietate e le sue derive tecnologiche, rischia più che mai di perpetuare l’eliminazione silenziosa dei fragili. I meccanismi di esclusione non si presentano con volti brutali, ma con la freddezza dei numeri, con la logica impersonale del profitto, con l’efficienza che calcola e scarta. Ortese, già decenni fa, aveva colto questa deriva, e il suo romanzo funziona oggi come un ammonimento profetico.

La custodia non è dunque un atto eccezionale, ma una responsabilità che si rinnova ogni giorno: è la prova più alta del nostro essere autenticamente umani.

Con Alonso e i visionari, Ortese non si limita a raccontare una storia. Costruisce un orizzonte etico che ci obbliga a interrogarci su cosa significhi vivere insieme, su quale sia la sostanza della convivenza umana. Alonso diventa simbolo di speranza, i visionari figure archetipiche di testimonianza, la narrazione stessa un ponte verso un’etica fondata sulla custodia.

L’insegnamento che ne scaturisce è chiaro: custodire non è un gesto facoltativo, ma l’imperativo che definisce la nostra stessa umanità. Significa opporsi alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza, significa riconoscere nell’altro, chiunque esso sia, una vita degna di cura e di rispetto.

Ortese ci ricorda che la vera eliminazione degli indifesi non si compie con la violenza diretta, ma con il silenzio, con la dimenticanza, con il voltare lo sguardo altrove. Contrastare questa deriva è la forma più autentica di resistenza: significa scegliere di vivere pienamente, di sperare concretamente, di essere, in definitiva, davvero umani.

Contro la trappola: il processo che cambiò la storia dei diritti civili in America

All’inizio degli anni Cinquanta, l’America postbellica era un luogo sospettoso e feroce, dove l’omosessualità non solo era considerata un crimine, ma un pericolo sociale, un morbo da estirpare. In questo clima da caccia alle streghe — mentre il senatore McCarthy guidava il suo comitato per la “sicurezza nazionale” e la polizia si infiltrava nei locali gay per effettuare arresti su base morale — un uomo qualunque, artista e scrittore, decise che no, non si sarebbe più nascosto. Quel gesto, piccolo e gigantesco insieme, accese una miccia. Il suo nome era William Dale Jennings.

Era la primavera del 1952, e Jennings stava rientrando da una passeggiata serale al Westlake Park, oggi noto come MacArthur Park, nel cuore di Los Angeles. Nulla di eccezionale, eppure quella notte si sarebbe trasformata in un crocevia della storia queer americana. Un agente in borghese, appostato nei pressi del parco, lo seguì fino a casa e lo arrestò con l'accusa generica e infamante di "comportamento osceno". Un’accusa che ai tempi bastava a distruggere una vita: carriera, reputazione, identità pubblica. Ma Jennings fece qualcosa che nessuno, fino ad allora, aveva mai osato.

Chiamò Harry Hay, fondatore della Mattachine Society — uno dei primi movimenti organizzati per i diritti degli omosessuali negli Stati Uniti — e, con lui, decise di non dichiararsi colpevole. Decise, invece, di lottare. L’idea fu audace, quasi temeraria: portare il caso in tribunale, smascherare l’intrappolamento, e sfidare apertamente la prassi poliziesca di pedinare, provocare, arrestare uomini gay in cerca di contatti umani. Fu così che nacque il “Citizens Committee to Outlaw Entrapment”, un comitato cittadino per denunciare le pratiche persecutorie e violente che si abbattevano sugli omosessuali.

Il processo cominciò il 12 giugno 1952 nella Municipal Court di Los Angeles. Durò dieci giorni e si svolse sotto gli occhi allibiti e morbosi di una stampa in cerca di scandalo. Il procuratore contava su una facile condanna, come da prassi. Ma Jennings, difeso dall’avvocato George Sibley, non crollò. Non si lasciò intimidire. Portò in aula il suo coraggio, la sua verità, la sua dignità. I testimoni parlarono della brutalità e dell’intimidazione che aveva subito. Il giurato medio, in quell’America ancora puritana, fu costretto a guardare in faccia l’ingiustizia. E, contro ogni aspettativa, Jennings fu assolto il 21 giugno. Non perché fosse “innocente” nel senso eterosessuale del termine — ma perché la giuria riconobbe l’uso fraudolento della legge da parte della polizia.

Quell’assoluzione, apparentemente limitata a un solo uomo, fu in realtà l’inizio di una breccia. Per la prima volta, un omosessuale americano non solo non si era dichiarato colpevole, ma aveva combattuto — e vinto — in tribunale. La Mattachine Society ne uscì rafforzata, acquisendo credibilità e visibilità. L’omosessualità, che fino a quel momento esisteva solo come ombra, come refuso, come condanna, si era finalmente detta. Aveva preso parola. Aveva rivendicato esistenza.

Le conseguenze di quella scelta coraggiosa si fecero sentire per decenni. L’opinione pubblica americana, sebbene lentamente, cominciò a interrogarsi sulla legittimità di certe leggi, sulla brutalità di certe operazioni. Le cosiddette “sodomy laws”, che punivano gli atti sessuali “contro natura”, furono contestate una dopo l’altra. Grazie all’onda lunga generata anche da quel processo, entro l’anno 2000 la maggior parte degli Stati americani aveva abrogato quelle leggi infami. Una rivoluzione culturale era cominciata dal gesto di resistenza di un uomo solo, spinto fino al limite, e deciso a non chinare la testa.

E se una nota finale può illuminare ulteriormente questa vicenda: Rudy Gernreich, amico e sodale di Hay e Jennings, nonché stilista d’avanguardia e co-fondatore della Mattachine, lasciò gran parte del proprio patrimonio per istituire un fondo a sostegno di uomini gay arrestati attraverso trappole simili. Era il riconoscimento postumo che quella ferita iniziale — l’arresto, il processo, il coraggio di dire no — aveva trasformato il dolore privato in lotta collettiva.

Oggi, il nome di William Dale Jennings non è tra i più citati nei manuali di storia. Ma la sua voce, la sua scelta, e quella singola notte del 1952 restano incisi nella carne viva di una battaglia ancora aperta. Perché, come lui stesso scrisse anni dopo, “essere se stessi davanti al mondo non è solo una vittoria personale. È un atto politico. È un atto d’amore.”

È morto Ciro Cascina

È difficile raccontarlo attraverso gli elenchi. Poeta, scrittore, attore, artista, attivista. Ogni parola aggiunge qualcosa e, allo stesso tempo, sottrae. Perché Ciro Cascina era soprattutto un modo di stare al mondo. Un modo ostinato e gentile di affermare che nessuno dovrebbe vivere una vita che non gli appartiene. La comunità italiana perde una delle sue voci più riconoscibili, ma forse perde soprattutto una memoria vivente. Non quella fatta di date e di anniversari, ma quella che abita i corpi, le parole, i gesti quotidiani. La memoria di un tempo in cui amare significava spesso nascondersi, e scegliere invece di essere sé stessi era già una forma di poesia. Ciro aveva capito una cosa fondamentale: che il desiderio non è soltanto una questione privata. È una forza creativa. È il luogo in cui ciascuno di noi prova a immaginare una vita diversa da quella che gli altri hanno deciso per lui. Per questo nelle sue parole, nel teatro, nelle sue apparizioni pubbliche, non c'era mai soltanto la rivendicazione di un diritto. C'era il tentativo di difendere la bellezza delle differenze. In un mondo che ama le categorie, Ciro Cascina è rimasto un irregolare. Troppo artista per essere soltanto un militante. Troppo militante per essere soltanto un artista. Troppo profondamente napoletano per rinunciare alle proprie radici e troppo profondamente queer per accettare che quelle radici diventassero una gabbia. Aveva il coraggio di chi non cerca il consenso. Di chi sa che la libertà è una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti, di parole dette al momento giusto, di ironia, di tenerezza e anche di rabbia. Perché essere queer, soprattutto per la sua generazione, ha significato imparare a trasformare le ferite in racconti e i rifiuti in possibilità. Forse è questo che oggi commuove di più. La sensazione che con lui se ne vada una di quelle persone che tenevano aperta una finestra sul passato senza mai trasformarlo in nostalgia. Era una presenza che ricordava a tutti, soprattutto ai più giovani, che le libertà non sono mai nate dal nulla. Che qualcuno, prima di noi, ha attraversato il buio perché altri potessero camminare con meno paura. Eppure sarebbe ingiusto ricordarlo soltanto attraverso la fatica e il dolore. Ciro Cascina apparteneva a una tradizione queer che ha sempre saputo opporre alla violenza del mondo una forma inattesa di gioia. Una gioia ostinata. La capacità di fare arte con ciò che sembrava destinato al silenzio. Di trasformare il margine in un luogo da cui osservare il centro con uno sguardo più lucido. Le persone come lui insegnano che l'identità non è una fortezza da difendere ma un giardino da coltivare. Che si può essere molte cose contemporaneamente senza tradirne nessuna. Che il dialetto e la poesia, il sacro e il desiderio, la tradizione e la trasgressione possono convivere nello stesso respiro. La morte ha un brutto vizio: sembra sempre voler chiudere le storie. Ma le vite come quella di Ciro Cascina sfuggono anche a questo. Restano nelle parole che hanno lasciato, nelle persone che hanno incontrato, nei giovani che forse non conosceranno il suo nome ma erediteranno, senza saperlo, un pezzo della strada che lui e tanti altri hanno contribuito a costruire. C'è una frase che ritorna spesso quando muore qualcuno che abbiamo amato: "mancherà". È vera, ma è incompleta. Ciro Cascina mancherà, certo. Mancherà il suo sguardo, la sua voce, la sua capacità di abitare il mondo senza chiedere scusa per ciò che era. Ma c'è qualcosa che la morte non riesce a portare via. È la possibilità che una vita continui a parlare a chi resta. E forse il ricordo più bello che possiamo dedicargli non è quello dell'attivista, del poeta o dell'artista. È quello di un uomo che ha attraversato il proprio tempo con una fedeltà rara a sé stesso. Un uomo che ha scelto di non nascondersi, di non semplificarsi, di non chiedere permesso. In fondo, la storia delle persone queer è anche questa: lasciare tracce d'amore in un mondo che troppo spesso avrebbe preferito il silenzio. Oggi Ciro Cascina diventa una di quelle tracce. E forse il modo migliore per salutarlo è immaginarlo ancora lì, da qualche parte, mentre sorride con quella leggerezza che appartiene a chi ha capito che la libertà, prima di essere una conquista politica, è un'opera d'arte da costruire ogni giorno con la propria vita.

È morto David Hockney e con lui la rivoluzione della normalità

Alcuni artisti cambiano il linguaggio dell'arte e artisti che cambiano il modo in cui una società guarda se stessa. Raramente le due cose coincidono. David Hockney apparteneva a quella ristretta categoria di autori che riescono a trasformare un gesto estetico in un fatto storico senza mai assumere il tono del profeta o del militante. La sua morte, a ottantotto anni, chiude una delle stagioni più straordinarie della cultura contemporanea, ma offre anche l'occasione per riflettere su una questione che riguarda non soltanto la pittura, ma il rapporto tra rappresentazione e libertà. Molti necrologi hanno ricordato Hockney come «l'artista che dipinse l'intimità omosessuale quando era ancora un tabù». È una definizione corretta, ma incompleta. Anzi, rischia di essere fuorviante. Perché ciò che rende Hockney una figura decisiva non è il fatto che abbia dipinto uomini che amano altri uomini. Altri artisti lo avevano fatto prima di lui, spesso pagando prezzi altissimi in termini di censura, emarginazione o persecuzione. La sua vera rivoluzione consiste nell'aver sottratto l'omosessualità tanto allo scandalo quanto alla tragedia. Prima di Hockney, la cultura occidentale aveva costruito due immagini quasi opposte dell'omosessualità. Da una parte il vizio, il peccato, la devianza da nascondere. Dall'altra la sofferenza, il destino maledetto dell'artista diverso, del poeta perseguitato, del genio condannato alla solitudine. Anche quando il giudizio morale si attenuava, rimaneva una certa idea di eccezionalità. L'omosessuale era una figura drammatica. Un personaggio. Un simbolo. David Hockney rifiutò entrambe queste narrazioni. Nei suoi quadri non c'è il gusto della provocazione. Non c'è la ricerca dello scandalo. Non c'è neppure il compiacimento della sofferenza. Ci sono ragazzi che si incontrano, uomini che nuotano, coppie che condividono una stanza, amici che conversano, amanti che si osservano. C'è la vita quotidiana. Può sembrare poco. In realtà era un gesto di enorme portata politica. Bisogna ricordare il contesto in cui Hockney iniziò il proprio percorso artistico. Nato nel 1937, crebbe in un'Inghilterra in cui l'omosessualità maschile costituiva ancora un reato. Il processo contro Oscar Wilde apparteneva formalmente al passato, ma il suo fantasma continuava ad abitare la società britannica. Nel 1954 Alan Turing, uno dei più grandi matematici del Novecento, si tolse la vita dopo essere stato perseguitato proprio a causa della propria omosessualità. Soltanto nel 1967 il Regno Unito avrebbe parzialmente depenalizzato i rapporti tra uomini. Hockney apparteneva dunque a una generazione che aveva conosciuto la discriminazione non come memoria storica, ma come esperienza concreta. Eppure la sua risposta non fu il rancore. Questa è forse una delle caratteristiche più sorprendenti della sua opera. In un secolo segnato dalle ideologie, dalle guerre, dalle rivoluzioni e dalle grandi contrapposizioni politiche, Hockney scelse la leggerezza. Una leggerezza che non aveva nulla di superficiale. Era piuttosto una forma di resistenza. Rappresentare due uomini che condividono un momento di serenità poteva diventare un atto più radicale di qualsiasi manifesto. La California che Hockney scoprì negli anni Sessanta contribuì enormemente a questa trasformazione. Per un giovane inglese cresciuto sotto cieli grigi, Los Angeles apparve quasi come un mito. La luce, le ville moderne, le piscine, la possibilità di reinventare la propria identità, tutto sembrava appartenere a un universo alternativo. Le celebri piscine di Hockney sono state interpretate in molti modi. C'è chi vi ha visto il simbolo del benessere americano, chi un esercizio di ricerca sulla luce e sulla trasparenza, chi una riflessione sulla fotografia. Tutto vero. Ma esiste anche un'altra lettura. La piscina è uno spazio di libertà. Il corpo si spoglia degli abiti sociali. Le differenze si attenuano. L'acqua modifica le forme e i movimenti. Il desiderio può manifestarsi senza bisogno di travestimenti. In quadri come Portrait of an Artist, probabilmente l'opera più famosa di Hockney, il vero soggetto non è l'uomo che nuota né quello che lo osserva dalla riva. Il vero soggetto è la distanza che li separa. Lo spazio invisibile di una relazione. Il mistero dell'amore, della memoria e della perdita. Hockney ha sempre rifiutato interpretazioni troppo rigide del proprio lavoro. Diffidava delle teorie che pretendevano di spiegare completamente un'immagine. Per lui un quadro doveva rimanere aperto, disponibile a molteplici letture. Questa concezione della pittura si accompagnava a una straordinaria curiosità tecnica. Anche in questo caso Hockney sfuggiva alle classificazioni. Era un pittore, ma studiava la fotografia. Era un disegnatore, ma sperimentava con il fax. Era un artista tradizionale, ma utilizzava computer e tablet. Quando molti suoi contemporanei denunciavano le nuove tecnologie come una minaccia per l'arte, lui preferiva esplorarle. Non vedeva nella tecnica una nemica dell'immaginazione, ma uno strumento ulteriore per ampliare lo sguardo. Questa disponibilità verso il nuovo deriva probabilmente da una convinzione molto semplice. L'arte non consiste negli strumenti che utilizziamo, ma nel modo in cui osserviamo il mondo. Hockney non ha mai smesso di guardare. Ha dipinto gli amici che invecchiavano. Ha dipinto i fiori. Ha dipinto gli alberi dello Yorkshire. Ha dipinto le strade della Normandia. Ha dipinto il succedersi delle stagioni. Persino durante la pandemia, mentre gran parte del pianeta viveva una condizione di isolamento e paura, continuava a realizzare immagini di paesaggi e di fioriture accompagnandole con un messaggio tanto semplice quanto disarmante: ricordatevi che la primavera non può essere cancellata. È una frase che potrebbe apparire ingenua. Ma forse proprio l'ingenuità rappresenta la qualità più rara della sua opera. Nel Novecento l'arte ha spesso identificato la profondità con il pessimismo. Più un'opera era cupa, più sembrava intelligente. Più mostrava la distruzione del mondo, più appariva autentica. Hockney ha seguito una strada diversa. Ha creduto che la bellezza fosse una categoria seria. Ha creduto che la gioia meritasse attenzione. Ha creduto che la luce potesse essere complessa quanto il buio. Questa posizione gli è costata anche qualche critica. Una parte della cultura contemporanea ha guardato con sospetto il suo ottimismo, quasi fosse una forma di evasione. Eppure è difficile immaginare qualcosa di più difficile che difendere la possibilità della felicità in un secolo attraversato da guerre, epidemie, discriminazioni e crisi sociali. Anche il suo contributo alla storia dei diritti civili andrebbe forse ripensato. Oggi siamo abituati a chiedere agli artisti di essere attivisti, portavoce di una causa, interpreti di un'identità collettiva. Hockney non corrisponde a questo modello. Non ha costruito la propria fama sulla rivendicazione. Ha preferito la testimonianza. Ha mostrato una vita possibile. Talvolta il cambiamento sociale avviene proprio così. Non attraverso grandi dichiarazioni. Ma attraverso immagini che lentamente modificano ciò che una società considera normale. Per milioni di persone, vedere nei musei, nei libri d'arte e nelle gallerie uomini che si amavano senza vergogna ha contribuito a rendere pensabile un'esistenza diversa. È difficile misurare l'impatto di questa rivoluzione silenziosa. L'arte non cambia il mondo con la rapidità di una legge. Lavora nel tempo lungo. Cambia gli immaginari. Trasforma le sensibilità. Rende familiare ciò che prima appariva estraneo. Forse questa è la più grande eredità di David Hockney. Aver dimostrato che la normalità può essere rivoluzionaria. Che un uomo che guarda un altro uomo può essere un soggetto degno di un quadro senza bisogno di scandalo o di giustificazioni. Che la bellezza appartiene anche alle vite che la storia ha cercato di nascondere. E che il compito dell'arte non consiste soltanto nel denunciare il dolore del mondo, ma anche nel ricordarci ciò che vale la pena salvare. La morte di David Hockney segna la fine di un grande pittore. Ma soprattutto chiude il percorso di uno degli ultimi artisti capaci di credere che guardare il mondo con attenzione fosse già una forma di speranza. In un'epoca dominata dalla velocità, dalla produzione incessante di immagini e dall'indignazione permanente, la sua opera continua a suggerire qualcosa di quasi scandaloso: fermarsi, osservare, riconoscere la dignità dell'ordinario. E forse scoprire che le rivoluzioni più profonde non sono quelle che gridano più forte, ma quelle che, un'immagine dopo l'altra, cambiano il modo in cui impariamo a vedere gli altri e noi stessi.

giovedì 11 giugno 2026

La verità inquieta di Egon Schiele

Non è mai semplicemente un corpo quello che si incontra davanti a Egon Schiele, ma un punto in cui la forma smette di reggere se stessa, un luogo in cui la rappresentazione si incrina dall’interno come se la pittura fosse costretta a mostrare non ciò che vede, ma ciò che la visione non riesce a contenere. Le sue figure non si offrono allo sguardo, lo interrompono, lo mettono in crisi, lo espongono a una tensione che non si risolve mai in contemplazione, perché ciò che accade sulla superficie della tela non è mai stabilità ma combustione lenta, come se ogni segno fosse già attraversato da un principio di dissoluzione. In questo senso “bruciare la forma” non è una metafora ornamentale, ma una necessità interna al suo linguaggio: la forma deve cedere perché solo nella sua cessione può emergere qualcosa che le resiste, una verità che non coincide mai con l’armonia del visibile ma con la sua frattura, e che proprio nella frattura trova la sua unica possibilità di apparizione. Ma questa frattura non è mai soltanto estetica: è una condizione dello sguardo, un modo di essere nel mondo in cui ciò che appare non coincide più con ciò che è, e ciò che è non trova più una forma stabile per dirsi, come se la realtà avesse smesso di coincidere con la sua immagine e l’immagine fosse diventata il luogo in cui questa non-coincidenza si manifesta con maggiore violenza. La Vienna in cui Schiele cresce non è un semplice contesto storico, ma una pressione mentale continua, una città che vive della propria eleganza mentre ne avverte già la fine imminente, una superficie culturale in cui la bellezza e la crisi convivono senza mai conciliarsi davvero. È il mondo di Freud e della nascita dell’inconscio, della scoperta che l’Io non è unità ma campo instabile, attraversato da forze che lo eccedono e lo contraddicono, e Schiele sembra collocarsi esattamente in questa faglia, non per rappresentarla ma per incarnarla visivamente, traducendo la crisi dell’identità in crisi della forma stessa. In questo senso la sua pittura non è mai descrizione del mondo, ma rivelazione della sua instabilità strutturale, come se il visibile non fosse mai dato una volta per tutte, ma dovesse continuamente essere ricostruito nel momento stesso in cui si disgrega. Vienna diventa allora non solo luogo geografico ma dispositivo psichico, una città che produce immagini già attraversate dalla loro fine, già segnate da una tensione verso la dissoluzione che Schiele raccoglie e amplifica fino a farne linguaggio. È una città che pensa attraverso la propria decadenza, che estetizza la propria crisi senza riuscire a neutralizzarla, e proprio per questo diventa il terreno ideale per una pittura che non cerca equilibrio ma esposizione della frattura. Il passaggio attraverso Klimt è decisivo proprio perché non si risolve in una semplice emancipazione stilistica, ma in una divergenza radicale di concezione del visibile che implica due idee opposte di forma. Klimt rappresenta ancora la possibilità di una mediazione estetica del desiderio, una superficie che contiene e trasfigura, che trasforma il corpo in ornamento e l’eros in decorazione preziosa, mantenendo una distanza che rende l’immagine abitabile, contemplabile, quasi protetta. In Schiele questa mediazione si spezza e ciò che resta non è una versione più estrema dello stesso linguaggio, ma un altro regime dello sguardo, in cui il desiderio non è più sublimato ma esposto nella sua nudità non simbolica, priva di protezione, priva di distanza, priva di qualsiasi dispositivo di attenuazione. Là dove Klimt costruisce immagini come soglie dorate che separano e insieme uniscono, Schiele le espone come ferite aperte che non possono essere richiuse perché non sono mai state concepite come superfici chiuse. E proprio in questa apertura senza protezione si produce un cortocircuito dello sguardo: non si guarda più un’immagine come oggetto, ma si viene risucchiati in un campo di esposizione reciproca in cui anche chi osserva perde stabilità, perché non esiste più una distanza estetica sufficiente a neutralizzare ciò che si sta vedendo. Il corpo, in questo nuovo regime, non è mai unità né forma compiuta, ma instabilità permanente, campo di forze contraddittorie che si manifestano in torsioni, allungamenti, posture impossibili che non cercano la deformazione come effetto estetico ma come unica possibilità di esistenza visibile. Le figure non vogliono essere belle, non vogliono essere armoniche, vogliono semplicemente essere, anche quando questa esistenza coincide con il disagio dello sguardo che le osserva, anche quando la loro presenza mette in crisi la possibilità stessa di guardare senza essere coinvolti. È qui che la pittura di Schiele smette di essere rappresentazione e diventa esposizione radicale, perché ciò che viene mostrato non è il corpo come oggetto ma il corpo come tensione irrisolta tra presenza e disfacimento, tra affermazione e collasso, tra visibilità e impossibilità di essere contenuto in una forma stabile. E più la forma tenta di reggere, più si rivela il suo fallimento strutturale, come se ogni linea fosse insieme costruzione e cedimento, ogni contorno una soglia che trattiene solo momentaneamente ciò che sta già scivolando altrove. L’episodio del processo del 1912, con l’accusa di immoralità e la condanna per i disegni ritenuti osceni, non è soltanto un incidente biografico ma un punto di collisione tra due regimi dello sguardo inconciliabili, quello che pretende che l’immagine sia contenuta entro una norma e quello che la espone a ciò che la norma non riesce a includere. Il gesto del giudice che brucia un disegno in aula non è solo censura ma tentativo simbolico di ripristinare un ordine attraverso la distruzione della forma, come se eliminando l’immagine si potesse eliminare anche ciò che essa ha già reso visibile e irreversibile nello spazio della percezione. Ma proprio in questo gesto si rivela la potenza del lavoro di Schiele: ciò che viene bruciato non è solo carta, ma la possibilità stessa di neutralizzare ciò che è stato visto, perché una volta che lo sguardo ha attraversato quella forma, non può più tornare a uno stato precedente di innocenza percettiva. La distruzione materiale dell’opera diventa così una forma paradossale di conferma, come se la cancellazione producesse un residuo invisibile ancora più persistente, un’immagine che continua a operare senza corpo, come una traccia psichica che non dipende più dalla sua esistenza fisica. In questa dinamica anche l’autoritratto perde ogni funzione identitaria e diventa invece il luogo di una dissoluzione progressiva dell’io, in cui il volto non afferma ma si incrina, lo sguardo non stabilisce ma interroga, la presenza non si consolida ma si svuota, come se l’artista si rappresentasse nel momento stesso in cui si sottrae a qualsiasi possibilità di unità. L’io non è più ciò che si guarda, ma ciò che si disgrega mentre viene guardato, e l’autoritratto diventa allora un dispositivo paradossale in cui la rappresentazione non costruisce identità ma ne mostra l’impossibilità strutturale, come se ogni tentativo di dire “io” producesse immediatamente la sua smentita visiva. Le mani, spesso sproporzionate, isolate, tese oltre la logica anatomica, diventano allora il punto in cui questa crisi si condensa con maggiore evidenza, perché sono insieme gesto e fallimento del gesto, desiderio di contatto e impossibilità del contatto, estensione psichica che non riesce a trovare un oggetto adeguato a cui rivolgersi, movimento che si prolunga oltre il suo scopo fino a diventare pura esposizione della mancanza di compimento. In esse si concentra una forma di linguaggio preverbale, una grammatica del bisogno che non riesce mai a diventare comunicazione stabile. L’evoluzione della sua pittura tra il 1910 e il 1918 non segue una linea di sviluppo progressivo ma una serie di intensificazioni che portano la forma a ridurre progressivamente la propria funzione decorativa per diventare sempre più essenziale, quasi scheletrica, senza mai perdere però la tensione interna che la attraversa fin dall’inizio. La linea, inizialmente aggressiva e graffiante, si interiorizza dopo il 1912, diventa più controllata ma non meno inquieta, come se la violenza non si fosse attenuata ma spostata a un livello più profondo della costruzione dell’immagine, dove non agisce più come gesto ma come struttura. Negli ultimi anni si alleggerisce senza mai pacificarsi, come se la sottrazione fosse l’unico modo per avvicinarsi a una verità che non può più essere sostenuta dalla densità del segno, ma che non può neppure essere detta senza segno, generando così una condizione paradossale in cui ogni riduzione aumenta l’intensità invece di diminuirla. La pittura diventa allora un processo di condensazione estrema, in cui ciò che viene eliminato continua a operare come presenza negativa, come un vuoto attivo che sostiene la figura senza mai lasciarla stabilizzare. Sul fondo di questa trasformazione si colloca anche la guerra e la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, non come semplice contesto ma come atmosfera storica che amplifica la percezione di un mondo in disgregazione, in cui le forme culturali e sociali perdono progressivamente la loro coerenza e la loro capacità di organizzare l’esperienza. In Schiele questa disgregazione non diventa tema, ma linguaggio: la pittura stessa sembra adattarsi a un mondo che non regge più la propria immagine, come se ogni figura fosse già attraversata dalla possibilità della propria scomparsa, come se ogni presenza fosse già abitata dalla propria fine senza che questa fine debba necessariamente accadere per essere già operativa. In questo senso la sua opera non è solo testimonianza di un’epoca, ma anticipazione di una condizione dello sguardo moderno, in cui la forma non garantisce più stabilità ma solo esposizione alla sua crisi permanente. La sua morte nel 1918, a soli ventotto anni, insieme a quella della moglie Edith, segna non una conclusione ma un’interruzione brusca di un processo che sembrava ancora in espansione, come se la logica interna della sua opera avesse semplicemente trovato un punto in cui la vita non poteva più seguirla. Eppure ciò che resta non è una serie di immagini concluse, ma una forma di esposizione che continua a operare, perché i suoi corpi non smettono di produrre inquietudine, non smettono di rifiutare la distanza estetica, non smettono di costringere lo sguardo a riconoscere che ciò che vede non può essere pacificato e che ogni tentativo di pacificazione è già una forma di riduzione che tradisce l’oggetto stesso dello sguardo. La sua opera continua così a lavorare come un attrito permanente, come un residuo attivo che non si lascia consumare dal tempo ma lo attraversa, restando operativo come una domanda senza soluzione. Ed è forse proprio in questo rifiuto della pacificazione che si conserva la sua verità più radicale: Schiele non costruisce forme per fermare il mondo, ma le brucia per lasciare emergere ciò che nel mondo non smette di eccedere ogni forma possibile, una verità instabile, esposta, continuamente sul punto di disfarsi e proprio per questo impossibile da neutralizzare, una verità che non si lascia possedere ma che insiste come una tensione aperta nello sguardo, come una domanda che non trova mai risposta definitiva ma che continua a riaprirsi ogni volta che si torna a guardare, e che proprio in questa impossibilità di chiusura trova la sua unica, inquieta permanenza.