Bo Summer's, "el horno" e altri testi di Fabio Galli
martedì 15 settembre 2026
"Keith Haring". Museo di Roma a Palazzo Braschi, 6 ottobre 2026 – 11 aprile 2027
Cattedrale di ombre (monologo, versione ampliata)
lunedì 14 settembre 2026
Apri gli occhi
Oltre lo scrittore generazionale. Pier Vittorio Tondelli tra artificio dell’urgenza e verità della maturità
Comprendere la portata di questa operazione richiede di collocarla dentro il contesto degli anni Ottanta italiani, un decennio spesso ridotto a pura superficie estetica — edonismo, consumismo, invasione della cultura televisiva — ma che rappresenta in realtà una fase di ristrutturazione culturale profonda, il momento in cui si indebolisce ulteriormente la centralità delle grandi ideologie politiche del Novecento e si afferma una soggettività più mobile, più frammentata, più esposta ai linguaggi della cultura pop e dei media di massa. Di fronte a questo scenario, le forme stabili del romanzo tradizionale appaiono sempre più problematiche, esposte al rischio di una distanza crescente dai nuovi modi di percepire e raccontare l'esperienza, e proprio questa distanza apre uno spazio nel quale possono affermarsi scritture meno interessate alla continuità narrativa, alla costruzione psicologica tradizionale o alla riconoscibilità dei generi. Dentro questo campo di trasformazioni accelerate, Tondelli occupa una posizione singolare, difficile da classificare con le categorie disponibili: non è uno sperimentatore puro nel senso delle avanguardie storiche, la sua scrittura resta troppo legata alla comunicabilità, alla presa diretta sul lettore e alla possibilità di costruire una relazione immediata con chi legge; è però altrettanto lontano dal realismo classico, perché il suo rapporto con il reale passa sempre attraverso un filtro di stilizzazione che il realismo tradizionale tenderebbe a rendere meno visibile. La sua è una scrittura ibrida, porosa, attraversata da materiali eterogenei — autobiografia, reportage, finzione, lirismo, parlato, cultura musicale e mediale — che non cerca la purezza del genere ma trova nella contaminazione stessa una forma di conoscenza. Accanto a lui, nello stesso periodo, si muovono autori che esplorano altre direzioni della medesima trasformazione narrativa: Arbasino con la sua prosa enciclopedica e centrifuga, capace di inglobare materiali culturali diversi senza mai fermarsi; Balestrini con la radicalità politico-linguistica ereditata dalla neoavanguardia; Del Giudice con la rarefazione epistemologica del reale, la sua attenzione alla percezione e all'incertezza conoscitiva applicata alla narrazione; Palandri con una sensibilità generazionale affine ma condotta su un piano narrativo più lineare, meno disposto alla frattura formale. In questo panorama affollato, Tondelli si distingue per la capacità di tenere insieme registri che sembrerebbero incompatibili: il documento e la finzione, il parlato e la costruzione poetica più elaborata, la cronaca minuta e la proiezione immaginaria più ampia, l'esperienza individuale e la sua immediata trasformazione in materiale condivisibile, senza che nessuno di questi elementi riesca mai a esaurire completamente gli altri.
Un elemento decisivo della sua opera, che attraversa i testi con intensità diverse e assume forme differenti a seconda della fase della scrittura, è la centralità dello spazio in movimento. I personaggi di Tondelli non abitano luoghi stabili: attraversano continuamente città, province, stanze d'albergo, strade, locali notturni, stazioni, luoghi di passaggio, senza che questo movimento produca mai una vera stabilizzazione identitaria. Lo spazio non costituisce soltanto lo sfondo sul quale si svolgono le vicende, ma diventa una modalità attraverso cui i personaggi sperimentano la propria provvisorietà, come se ogni luogo potesse offrire per un momento una possibile identità senza riuscire a trasformarsi in una dimora definitiva. Il viaggio, nei suoi libri, genera così una condizione di oscillazione permanente, una sospensione che si rinnova a ogni tappa: non è un processo di formazione nel senso classico del Bildungsroman, ma un processo di dispersione progressiva, in cui ogni nuovo spazio aggiunge frammenti senza mai comporli in un disegno definitivo. Il movimento tondelliano non conduce necessariamente verso una meta, perché la meta stessa sembra dissolversi nel momento in cui viene raggiunta; ciò che conta è la successione delle esperienze, la loro capacità di produrre scarti, incontri, deviazioni, improvvise prossimità e altrettanto improvvise distanze. La provincia, in questo sistema, non funziona come periferia marginale rispetto a un centro presunto, ma come laboratorio instabile della modernità italiana, un'Italia che si sta trasformando senza avere ancora trovato una forma definita di sé stessa, sospesa tra il ricordo di un mondo rurale e industriale che si sta dissolvendo e l'apertura improvvisa verso linguaggi globali, musicali, televisivi e culturali appena importati o rapidamente assimilati. È proprio nella provincia, allora, che la modernità tondelliana assume una delle sue forme più singolari: non come conquista lineare del nuovo, ma come collisione di tempi diversi, di codici linguistici e comportamentali che convivono nello stesso spazio senza necessariamente fondersi.
Il passaggio a «Camere separate» segna una discontinuità radicale rispetto a questo sistema di energie centrifughe, ma la sua importanza sta anche nel fatto che questa discontinuità non cancella ciò che l'ha preceduta: lo trasforma, lo porta altrove, quasi costringesse le forme della dispersione a entrare in una dimensione più interna. La scrittura si contrae, si interiorizza, rallenta il proprio ritmo. La tensione che percorreva i libri precedenti non scompare, ma cambia direzione: dall'esterno all'interno, dal collettivo all'individuale, dall'energia del gruppo alla solitudine irriducibile dell'io. Il romanzo si costruisce attorno alla figura di Leo e alla perdita del compagno Thomas, ma quello che è in gioco eccede la vicenda sentimentale o biografica in senso stretto: è la possibilità stessa di dare forma narrativa al lutto, di trovare una sintassi capace di contenere un'assenza senza addomesticarla, di trasformare la perdita in una questione della lingua prima ancora che della memoria. Qui la lingua cambia funzione radicalmente. Se in «Altri libertini» era esplosione e moltiplicazione di voci, in «Camere separate» diventa strumento di precisione emotiva quasi chirurgica: la frammentazione resta, ma viene interiorizzata, portata dentro la coscienza del personaggio invece che dispiegata sulla superficie sociale del gruppo. Il ritmo si fa più lento, più controllato, ma proprio per questo più denso, più carico di ogni singola parola, come se il rallentamento non fosse una rinuncia all'energia dei primi libri ma il modo necessario per misurare ciò che quella stessa energia non poteva ancora dire. Il movimento non scompare: cambia natura. Se prima era soprattutto attraversamento dello spazio, ora diventa movimento della memoria, ritorno, deviazione temporale, oscillazione fra presenza e assenza. La trasgressione smette di essere un gesto visibile, pubblico, quasi teatrale, e diventa una condizione sotterranea: non si manifesta più principalmente in superficie, struttura piuttosto l'interiorità del personaggio dall'interno, come una corrente che scava senza affiorare.
Questo passaggio è essenziale per comprendere l'intera traiettoria dell'autore, perché mostra come la trasgressione nei suoi testi non sia mai un valore in sé, un feticcio da esibire. Nei primi libri è energia di rottura, gesto pubblico contro le convenzioni narrative e sociali, ma contiene già, in nuce, una funzione conoscitiva che i testi successivi porteranno a una diversa maturazione; nei testi della piena maturità diventa strumento per interrogare l'identità, il desiderio, la perdita, spogliata progressivamente di ogni possibile riduzione al gesto scandalistico. La seconda fase dell'opera, in questo senso, non smentisce la prima, ma la rilegge retroattivamente, mostrando che sotto l'eccesso, sotto la velocità, sotto la dimensione comunitaria e spettacolare dei primi libri era già presente una domanda più profonda sulla possibilità di dare una forma all'esperienza quando l'identità non coincide più con un luogo, una comunità o una definizione stabile di sé. Il corpo e la marginalità, che nei primi libri potevano apparire come elementi di provocazione, si rivelano modalità di accesso a una verità più complessa dell'esperienza umana, strumenti conoscitivi più che bandiere ideologiche. Allo stesso modo la memoria attraversa l'intera opera senza mai stabilizzarsi in nostalgia consolatoria: il tempo tondelliano non è lineare, è stratificato, fatto di strati che si sovrappongono senza fondersi mai del tutto. Il passato ritorna nel presente non come ricostruzione ordinata e pacificata, ma come interferenza continua, disturbo che increspa la superficie del presente narrativo. La scrittura diventa allora il luogo nel quale questa instabilità temporale può assumere una forma, in cui la coscienza procede non necessariamente per sequenze causali ma per sovrapposizioni improvvise, accostamenti, ritorni e fratture che la logica narrativa tradizionale avrebbe potuto considerare anomalie e che invece Tondelli trasforma in principio compositivo. Anche qui ciò che appare come irregolarità è inseparabile da una precisa organizzazione della materia narrativa: la memoria non viene semplicemente lasciata fluire, viene costruita nella pagina attraverso una particolare disposizione delle immagini, dei tempi, delle voci e delle pause.
In questo quadro anche il rapporto tra lingua ed empatia assume un ruolo determinante, forse il più sottile dell'intera operazione tondelliana. I personaggi vengono costruiti attraverso una prossimità linguistica che non elimina la distanza critica dell'autore, ma la rende produttiva, la trasforma in strumento conoscitivo invece che in ostacolo. La scrittura non giudica dall'alto, non moralizza, rifiuta le gerarchie interpretative facili; si avvicina ai personaggi fino quasi a sfiorarne il punto di vista interno, ma mantiene sempre una minima oscillazione, un residuo di scarto che impedisce l'identificazione totale, la fusione senza resto tra narratore e narrato. Questa distanza minima è particolarmente importante perché impedisce di confondere l'empatia con la semplice adesione: Tondelli può entrare nelle proprie figure, attraversarne il linguaggio e restituirne desideri, paure, fragilità e contraddizioni senza trasformarle in portavoce di una tesi prestabilita. È precisamente in questa oscillazione minima, in questo scarto irriducibile, che nasce l'effetto di verità del testo, un effetto che nessuna trascrizione fedele del reale potrebbe produrre da sola. La lingua può sembrare vicinissima all'esperienza proprio perché non coincide mai completamente con essa, perché conserva una distanza sufficiente a trasformare ciò che viene vissuto in forma, senza privarlo della sua ambiguità. L'empatia tondelliana nasce dunque dalla capacità di stare accanto ai personaggi senza appropriarsene, di condividere la loro esposizione senza chiuderla dentro una spiegazione, lasciando che la scrittura conservi quella zona di opacità nella quale l'esperienza continua a resistere a ogni interpretazione definitiva.
Alla luce di tutto questo, la definizione di scrittore generazionale rivela la propria insufficienza strutturale, la propria natura di scorciatoia critica. Tondelli non rappresenta una generazione come uno specchio rappresenta ciò che gli sta davanti: ne costruisce la forma narrativa, ne elabora il linguaggio prima ancora che quel linguaggio esista compiutamente fuori dai suoi libri, ne traduce le contraddizioni interne in una struttura letteraria capace di conservarle senza risolverle. Non si limita a un'epoca storica precisa: la trasforma in un sistema di tensioni che resta leggibile ben oltre il contesto che lo ha generato, ed è per questo che la sua opera continua a funzionare fuori dagli anni Ottanta italiani, non perché documenti fedelmente un periodo ormai remoto, ma perché lo traduce in un linguaggio che resta attivo, capace di generare senso in contesti che l'autore non poteva prevedere. La sua letteratura non è memoria congelata in una teca, reperto da museo della cultura giovanile di un decennio, ma una macchina narrativa ancora in funzione, che produce senso ogni volta che qualcuno la rimette in moto attraverso la lettura. E forse è proprio in questa capacità di restare macchina — mai monumento, mai reperto — che si misura la distanza tra Tondelli scrittore generazionale, figura che la critica ha spesso cercato di fissare una volta per tutte, e Tondelli scrittore della tensione irrisolta tra vita e linguaggio, tra l'immediatezza che la lingua promette e la costruzione che la lingua inevitabilmente mette in atto. Una tensione che attraversa «Altri libertini» e «Camere separate» senza trovare una soluzione definitiva, che cambia forma insieme all'autore ma non scompare, e che proprio per questo impedisce alla sua opera di diventare semplicemente il documento di un'età, di una provincia, di una cultura giovanile o di un decennio. Tondelli continua a interrogare il presente perché nei suoi libri il passato non è mai veramente passato: torna come voce, come ritmo, come corpo, come desiderio, come perdita, ma soprattutto come problema della lingua, e ogni volta che quella lingua viene riaperta dalla lettura torna a produrre la stessa domanda, mai definitivamente risolta, su quanto della vita possa entrare nella letteratura senza smettere di essere vita e su quanto la letteratura debba costruire, deformare e tradire l'esperienza per riuscire finalmente a restituirne qualcosa che assomigli alla verità.
sabato 12 settembre 2026
Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini
venerdì 11 settembre 2026
(oggi pomeriggio sono ritornato a quegli anni Ottanta con Michele Paladino)
giovedì 10 settembre 2026
Giustappunto! La sinistra che ha paura di essere sinistra
La destra sta vincendo anche perché, mentre una parte crescente della società si trova immersa in una condizione di insicurezza economica, sociale e culturale che non può essere liquidata come una semplice conseguenza della propaganda, dal momento che dietro la rabbia, la paura e persino il risentimento che oggi attraversano il paese esistono salari reali che, secondo i dati dell'OCSE, nel 2025 erano ancora inferiori al livello del 1990, affitti nelle grandi città che possono arrivare ad assorbire una parte sproporzionata del reddito di un giovane lavoratore, contratti a termine che possono protrarsi attraverso rinnovi e proroghe senza trasformarsi necessariamente in quella stabilità che un tempo veniva associata al lavoro, servizi pubblici che in molte periferie non riescono a rispondere ai bisogni di chi ne avrebbe maggiormente necessità e una sensazione diffusa, soprattutto tra coloro che hanno meno strumenti per difendersi dalle trasformazioni economiche, di essere stati progressivamente esclusi dalla promessa di benessere che per decenni aveva costituito una delle grandi giustificazioni della democrazia occidentale, la sinistra continua a comportarsi come se il problema fondamentale fosse trovare il linguaggio giusto per non spaventare nessuno, come se la propria maggiore difficoltà consistesse nel rischio di apparire troppo radicale, troppo ideologica, troppo legata alla propria storia, troppo attenta ai diritti delle minoranze o troppo poco disponibile ad accettare il principio secondo cui, per conquistare una parte dell'elettorato che guarda a destra, sarebbe necessario dimostrare continuamente di comprendere le ragioni della destra stessa.
Ed è proprio qui che comincia il paradosso, perché mentre la destra non sembra avere alcun problema a presentarsi per ciò che è, anche quando le sue risposte sono semplicistiche, aggressive o costruite sulla trasformazione di un problema complesso in un bersaglio facilmente riconoscibile, chi dovrebbe rappresentare un'alternativa passa una quantità crescente di tempo a spiegare ciò che non è, prendendo le distanze dalle parole che potrebbero essere considerate troppo compromesse con la tradizione della sinistra, precisando di non appartenere a una determinata cultura politica, rassicurando l'elettore moderato, cercando di non irritare quello di centro, mostrando comprensione verso le paure che provengono da destra e, soprattutto, cercando continuamente di dimostrare che essere progressisti non significa necessariamente essere di sinistra, come se la parola «sinistra» fosse diventata talmente compromettente da dover essere pronunciata sottovoce, quasi fosse il nome di una malattia politica dalla quale sarebbe opportuno guarire prima di presentarsi davanti agli elettori.
Questa progressiva cancellazione della differenza, che viene spesso presentata come realismo, responsabilità o capacità di ascoltare il paese, produce però un risultato molto più semplice e molto più devastante di quanto i suoi sostenitori siano disposti ad ammettere, perché se la politica consiste anche nel dire alle persone che cosa si vuole cambiare, in quale direzione si vuole cambiare e soprattutto per quale ragione quel cambiamento dovrebbe migliorare la vita collettiva, una forza politica che trascorre gran parte del proprio tempo a spiegare perché non è troppo lontana dall'avversario finisce inevitabilmente per lasciare all'avversario il monopolio della differenza, e quando la differenza scompare non è affatto detto che gli elettori scelgano la copia più rassicurante dell'originale, mentre è molto più probabile che scelgano l'originale, proprio perché almeno l'originale non sembra vergognarsi di ciò che propone.
Sarebbe però disonesto, a questo punto, fingere che questa cautela nasca dal nulla, o che sia soltanto viltà travestita da strategia, perché chi oggi guida i partiti di sinistra porta sulle spalle una memoria precisa fatta di sconfitte reali, di stagioni in cui un linguaggio più netto è stato punito alle urne, di elettorati operai che sono migrati altrove proprio negli anni in cui la sinistra pronunciava con più decisione le proprie parole storiche, e sarebbe ingeneroso non riconoscere che dietro la moderazione esiste spesso, oltre alla paura, anche il ricordo autentico di una lezione imparata a proprie spese; il problema non è dunque che la cautela sia sempre e comunque un errore, ma che sia diventata un riflesso permanente invece che una scelta tattica temporanea, un abito indossato ogni giorno invece che un'arma impugnata quando necessario, e la differenza tra le due cose è precisamente ciò che si è perso.
È del resto questa una delle ragioni per cui la crescita della destra non può essere spiegata soltanto attraverso l'ignoranza degli elettori, la potenza della propaganda, la manipolazione dei social network o la capacità di alcuni leader di sfruttare le paure collettive, perché tutte queste cose possono certamente avere un peso enorme, ma diventano efficaci soltanto quando incontrano qualcosa che esiste già nella vita reale, vale a dire un sentimento di abbandono, una frustrazione accumulata, una perdita di fiducia, la percezione che le istituzioni non siano più in grado di proteggere chi lavora, chi studia, chi cerca una casa, chi cresce dei figli, chi assiste un familiare, chi invecchia con una pensione insufficiente o chi semplicemente si trova a vivere in un quartiere nel quale il degrado, l'insicurezza e l'assenza dello Stato sono diventati esperienze quotidiane, e proprio perché queste condizioni sono reali sarebbe un errore imperdonabile lasciare che sia la destra a interpretarle per prima, trasformandole in una storia nella quale ogni difficoltà trova un colpevole immediatamente disponibile e nella quale il migrante, il povero, il diverso, la minoranza, il giovane che protesta o la persona che rivendica un diritto possono diventare, a seconda delle necessità del momento, il responsabile ideale di un malessere che ha invece origini infinitamente più profonde.
La sinistra dovrebbe allora fare esattamente il contrario di ciò che troppo spesso fa, e cioè dovrebbe prendere sul serio la rabbia senza prendere per buone le spiegazioni che vengono offerte alla rabbia, dovrebbe riconoscere la paura senza trasformarla automaticamente in una ragione per restringere le libertà, dovrebbe parlare di sicurezza senza accettare che sicurezza significhi necessariamente maggiore controllo sui più deboli, dovrebbe affrontare l'immigrazione senza trasformare ogni persona che arriva da un altro paese in una questione di ordine pubblico e dovrebbe soprattutto tornare a parlare della condizione materiale delle persone, perché è abbastanza curioso che in un'epoca nella quale il lavoro è diventato per molti meno sicuro, la casa più costosa, la sanità più difficile da ottenere e il futuro più incerto, una parte del dibattito politico continui a essere occupata quasi interamente dalla domanda su chi debba essere considerato culturalmente accettabile e da chi invece ci si debba difendere.
Il problema, naturalmente, è che parlare delle condizioni materiali della vita richiede una fatica che non può essere sostituita da uno slogan, perché significa spiegare il funzionamento dell'economia, parlare di salari, fiscalità, rendite, proprietà, servizi pubblici, scuola, sanità, pensioni, precarietà, produttività e redistribuzione, affrontando questioni nelle quali non esistono soluzioni miracolose e nelle quali ogni decisione produce conseguenze che devono essere spiegate, mentre è infinitamente più semplice indicare qualcuno che viene da fuori, qualcuno che riceve un aiuto, qualcuno che manifesta, qualcuno che rivendica un diritto o qualcuno che vive secondo regole culturali differenti e suggerire che, una volta eliminato quel problema, tutto il resto tornerà magicamente al proprio posto.
È questa la grande comodità politica del capro espiatorio, perché consente di trasformare una questione strutturale in una questione personale, una crisi economica in una questione morale, una difficoltà sociale in una colpa individuale e un problema politico in una guerra tra persone che hanno molto meno potere di quanto credano, mentre chi possiede realmente gli strumenti per modificare le condizioni che producono disuguaglianza e precarietà — chi decide dove investire un capitale, chi fissa il canone di un affitto, chi struttura una filiera produttiva per pagare meno chi lavora — può tranquillamente rimanere fuori dall'inquadratura, protetto da una discussione nella quale tutti litigano su chi debba essere punito e quasi nessuno domanda più chi abbia costruito il sistema nel quale quella punizione viene presentata come soluzione.
Di fronte a tutto questo, la sinistra non dovrebbe cercare di diventare più simile alla destra, perché non c'è alcuna ragione per cui chi desidera una politica fondata sull'ordine, sulla gerarchia, sulla chiusura, sulla punizione e sulla nostalgia dovrebbe scegliere una versione attenuata di quelle stesse idee quando può votare direttamente chi le sostiene con maggiore convinzione, mentre avrebbe molto più senso chiedersi perché una persona che non desidera quel mondo dovrebbe essere costretta a scegliere tra l'originale e una sua imitazione sempre più timida, e soprattutto perché milioni di persone che non hanno alcun interesse a vedere ridotti i propri diritti, che non desiderano una società costruita sulla paura dello straniero, che non pensano che la povertà sia una colpa e che non considerano la diversità una minaccia abbiano progressivamente smesso di trovare nella sinistra una casa politica riconoscibile.
È qui che il problema dell'astensionismo assume un significato diverso da quello che normalmente gli viene attribuito, perché continuare a immaginare chi non vota come una riserva elettorale che potrebbe essere recuperata semplicemente scegliendo parole più moderate significa non vedere che dietro l'astensione esiste spesso una forma di stanchezza molto più profonda, che nasce dalla sensazione di essere stati chiamati a votare per cambiare il mondo e di essersi ritrovati, dopo ogni elezione, dentro lo stesso mondo, con qualche promessa modificata, qualche nome nuovo, qualche dichiarazione più efficace e qualche nuova ragione per spiegare perché ciò che era stato promesso non fosse più possibile, e una persona che ha smesso di credere che la politica possa incidere sulla propria vita non torna necessariamente alle urne perché un partito ha smesso di usare una parola che la destra considera offensiva o perché un leader ha dichiarato di non essere abbastanza di sinistra da poter essere facilmente attaccato.
E una ragione politica non è un espediente comunicativo, non è una formula costruita da un gruppo di consulenti, non è una frase studiata per funzionare in televisione e non è nemmeno la promessa di amministrare l'esistente con maggiore efficienza, perché nasce dalla possibilità di riconoscersi in qualcosa che va oltre la propria convenienza immediata, nella sensazione che esista un progetto di società nel quale la propria vita, le proprie difficoltà e persino le proprie speranze abbiano un posto, e questa possibilità diventa quasi inesistente quando una forza politica appare costantemente preoccupata di non irritare nessuno, di non essere accusata di ideologia, di non utilizzare parole troppo forti e di non assumersi il rischio di dire chiaramente da quale parte intenda stare.
La moderazione, quando nasce dalla conoscenza della complessità, può essere una qualità, e nessuno dovrebbe confondere la politica seria con una gara a chi urla più forte o con la convinzione infantile che ogni compromesso rappresenti un tradimento, ma la moderazione che nasce dalla paura di perdere consenso è un'altra cosa, perché non cerca un equilibrio tra principi diversi ma elimina progressivamente i principi stessi, fino a trasformare la politica in una successione di cautele, correzioni e retromarce nelle quali ogni posizione viene formulata soltanto dopo aver verificato quanto possa costare e ogni parola viene scelta non per ciò che significa ma per la quantità di persone che potrebbe non disturbare.
È in questo modo che il pragmatismo rischia di diventare una forma di codardia travestita da competenza, perché essere pragmatici dovrebbe significare confrontarsi con la realtà per trovare il modo migliore di realizzare ciò in cui si crede, mentre troppo spesso viene utilizzato per spiegare perché sia necessario smettere di credere in qualcosa prima ancora di aver provato a realizzarla, e quando una politica arriva a considerare ogni principio un ostacolo, ogni conflitto un pericolo e ogni differenza una possibile perdita di voti, ciò che rimane non è una politica moderata ma una politica che ha progressivamente rinunciato a spiegare perché dovrebbe esistere.
La cosa più sorprendente è che questa paura di essere identificati con la sinistra arriva proprio nel momento in cui la destra sembra avere riscoperto l'utilità dell'identità politica, perché mentre da una parte si cerca di rendere il proprio linguaggio sempre più neutro, dall'altra si rivendicano senza particolare imbarazzo parole come patria, ordine, famiglia, tradizione, sicurezza, confine, autorità e identità, indipendentemente dal fatto che queste parole vengano poi riempite di significati diversi e talvolta contraddittori, e questa asimmetria dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora interesse a capire perché il confronto politico sia diventato così sbilanciato, perché non è possibile vincere una discussione nella quale uno degli interlocutori è disposto a dire con chiarezza che cosa vuole mentre l'altro trascorre il proprio tempo a spiegare che cosa non vuole essere.
Non si tratta, naturalmente, di recuperare una sinistra nostalgica, di ricostruire artificialmente categorie politiche appartenenti a un altro secolo o di fingere che il mondo sia ancora quello nel quale le grandi organizzazioni collettive — il partito di massa, il sindacato con milioni di iscritti, la sezione come luogo fisico di appartenenza — producevano identità e partecipazione in forme che oggi non esistono più, perché il compito dovrebbe essere precisamente quello di capire come utilizzare oggi quei principi, se ancora li si considera validi, davanti a problemi che hanno assunto forme nuove, e una sinistra capace di parlare alle persone dovrebbe poter spiegare che cosa significhi oggi uguaglianza in una società nella quale la ricchezza è distribuita in modo sempre più diseguale, che cosa significhi libertà in una società nella quale la libertà formale convive con una crescente dipendenza economica, che cosa significhi lavoro quando lavorare non garantisce necessariamente una vita dignitosa, che cosa significhi solidarietà in un paese attraversato da differenze generazionali, territoriali e sociali sempre più profonde e che cosa significhi democrazia quando una parte crescente della popolazione non ritiene più utile partecipare.
Dovrebbe poterlo fare senza vergognarsi delle parole che utilizza e senza chiedere preventivamente il permesso a chi quelle parole le considera pericolose, perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra una destra che promette di restituire ordine a un mondo immaginario e una sinistra che promette semplicemente di non essere troppo sinistra, e soprattutto perché la difesa dei diritti non può essere subordinata alla loro popolarità momentanea, dal momento che se ogni diritto deve essere difeso soltanto quando è conveniente difenderlo non si sta più parlando di diritti ma di concessioni, e una società nella quale le libertà vengono continuamente sottoposte al calcolo della loro convenienza elettorale è una società nella quale quelle libertà sono già molto meno solide di quanto sembri.
Il compito di una sinistra contemporanea dovrebbe allora essere quello, infinitamente più difficile ma anche infinitamente più necessario, di riconoscere le paure senza diventarne prigioniera, di ascoltare il risentimento senza trasformarlo in odio, di parlare di sicurezza senza sacrificare la libertà, di parlare di immigrazione senza disumanizzare chi arriva, di parlare di famiglia senza stabilire quali famiglie siano degne di essere considerate tali, di parlare di identità senza trasformarla in una frontiera contro gli altri e soprattutto di tornare a parlare di disuguaglianza, perché è probabilmente lì, molto più che nelle infinite guerre culturali che occupano quotidianamente il dibattito pubblico, che si trova una parte decisiva della spiegazione della rabbia contemporanea.
Per fare questo, tuttavia, sarebbe necessario accettare una cosa che la politica contemporanea sembra considerare quasi intollerabile, e cioè che non tutti i voti possono essere conquistati, che non tutte le persone saranno d'accordo, che ogni scelta produce inevitabilmente qualcuno che non la condivide e che una politica incapace di sopportare il dissenso è destinata a non avere più alcuna posizione propria, perché il consenso assoluto non esiste e la ricerca ossessiva dell'approvazione universale finisce per produrre soltanto un linguaggio universale e quindi vuoto, nel quale ogni frase può essere interpretata in qualunque modo e nessuno è più in grado di capire che cosa, esattamente, si stia cercando di difendere.
Forse sarebbe dunque il caso di smettere di domandarsi quanto la sinistra possa arretrare senza perdere definitivamente la propria identità e cominciare invece a domandarsi quanto ancora possa arretrare prima di non avere più nulla da offrire, perché una politica non può vivere eternamente di distinguo, di precisazioni, di rassicurazioni e di prese di distanza, soprattutto quando dall'altra parte qualcuno continua a occupare lo spazio lasciato libero semplicemente dicendo che il mondo è sbagliato, che qualcuno ne è responsabile e che lui ha intenzione di cambiarlo, mentre chi dovrebbe proporre un'alternativa continua a spiegare che cambiare è complicato, che bisogna essere prudenti, che bisogna ascoltare tutti, che non bisogna esagerare, che alcune parole sono divisive e che forse, dopotutto, non è necessario essere troppo di sinistra.
E quando una parte politica arriva a vergognarsi perfino della propria ragione di esistere, non dovrebbe stupirsi se qualcun altro trova il coraggio di occupare quello spazio, perché il vuoto politico, come ogni vuoto, non rimane vuoto a lungo e prima o poi viene riempito da qualcuno che non ha paura di dire ciò che pensa, anche quando ciò che pensa è falso, ingiusto, pericoloso o semplicemente sbagliato, mentre chi avrebbe qualcosa di diverso da dire continua a limare le proprie parole fino a renderle talmente innocue da non lasciare più alcuna traccia, e forse è proprio qui che si trova il vero rischio che corre oggi la sinistra, molto più della possibilità di perdere una singola elezione o di essere superata da un concorrente più aggressivo, perché perdere un'elezione appartiene alla fisiologia della democrazia, mentre perdere la capacità di spiegare perché si dovrebbe essere votati significa perdere qualcosa di molto più difficile da recuperare, e cioè la fiducia che la politica possa ancora essere il luogo nel quale una società discute non soltanto di come amministrare ciò che esiste, ma di quale società desideri diventare, e finché questa domanda rimarrà senza risposta, finché continueremo ad assistere alla curiosa situazione nella quale la destra può permettersi di essere destra mentre la sinistra deve continuamente dimostrare di non esserlo troppo, la vittoria dell'una non sarà soltanto il risultato della forza dell'una, ma anche la conseguenza della debolezza dell'altra, perché una sinistra che rinuncia alle proprie parole per paura che qualcuno possa usarle contro di lei non diventa più moderna, più intelligente o più vicina alle persone, ma semplicemente più difficile da distinguere, e quando una forza politica diventa indistinguibile dalle altre la questione non è più soltanto per quale ragione gli elettori dovrebbero sceglierla, ma per quale ragione dovrebbero continuare a considerarla necessaria.