Bo Summer's, "el horno" e altri testi di Fabio Galli
domenica 20 settembre 2026
La lezione degli alberi di Seferis
sabato 19 settembre 2026
Calvino e la Beat Generation: razionalità, storia e corpo. Un dissenso critico
IL MESSAGGIO DEI BEATNIKS DI ITALO CALVINO
"Le pagine degli scrittori e dei poeti [della beat generation] – come Jack Kerouac e Allen Ginsberg – hanno in sé tutto quanto si può immaginare di più contrario alle mie preferenze e di più insopportabile per i miei gusti. Una scrittura sovrabbondante, informe, terrosa, un flusso verbale tutto lirico ed esclamativo che cerca di comunicare un entusiasmo per fatti persone e cose senza riuscire a rappresentare nulla, e il tono predicatorio, e il genere di cose predicate: sensualità diffusa, esperienze mistiche con o senza droga, dilatazione dell’io e conseguente perdita del rapporto soggetto-oggetto.
Dei due corpulenti e sanguigni campioni dell’etica individuale americana del Novecento: Hemingway e Henry Miller, i ragazzi della beat generation hanno scelto come loro profeta Henry Miller; io invece ho avuto Hemingway come primo maestro; la sua lezione di esattezza e secchezza, nella parola e nel gesto e nei rapporti umani e amorosi, le sue scelte morali e politiche sempre chiare, il suo culto per le cose ben fatte e per l’essere all’altezza della situazione, la sua concezione stoica della vita e della morte, io credo siano ancora quanto di meglio si possa cavare dalla letteratura del Novecento, quanto di meno “decadente” – con buona pace dell’amico Moravia – pur con tutti i tributi pagati al gusto e al costume del secolo. Tutto il contrario di Henry Miller, torrentizio indiscriminato vaticinante nello stile, nella concezione di vita, nella mistica fisiologica ed erotica; anche se i due hanno avuto molti aspetti in comune: entrambi egoisti fino a diventare gigioni, entrambi eterni turisti, espatriati in rotta con l’America, entrambi forti d’una salute americana che forse ha sopravvissuto solo in loro.
Visitando gli Stati Uniti, cercavo la progenie di Hemingway, e non la trovavo; quell’autore era lontano dalla coscienza dei giovani e identificato ormai con il tardo personaggio delle fotocronache in rotocalco; la progenie di Henry Miller invece occupava vere e proprie città all’interno delle metropoli americane: Greenwich Village a New York, North Beach a San Francisco, Venice a Los Angeles. Ma quello che io ero venuto a cercare negli Stati Uniti erano altre cose, sia nelle forme di vita che nella cultura. Non si poteva pretendere che mi intenerissi per la nuova moda americana del caffè espresso all’italiana, spillato da vecchie macchine di stile umbertino. Cercavo l’America che fosse più America possibile, cercavo nell’America l’immagine o gli spiragli di un nostro comune futuro. Che me ne importava di questi imitatori della bohème europea, di questa atmosfera St. Germain-des-Près trasportata nei vecchi quartieri di Manhattan? Non c’era bisogno di attraversare l’Oceano per conoscerla; tanto valeva restarsene sulla Rive Gauche, o a Chelsea, o a Schwabing o soltanto a Via del Babuino. Quando nelle discussioni si finiva come al solito a parlare dei beatniks, io dicevo che mi interessava di più la gente di Madison Avenue, i managers, i public relation men, gli uffici dei grattacieli di vetro e acciaio. E quando in una serata, cominciata magari un tutt’altro ambiente, si finiva in mezzo a loro, giovani barbuti con i maglioni neri e le scarpette da tennis, ragazze senza rossetto e spettinate, nei locali jazz dove recitano versi a squarciagola per attrazione del pubblico square ( i “quadrati” cioè i non iniziati, i filistei), o anche nei parties della buona società dove vengono invitati o magari noleggiati a un tanto all’ora per dare una nota di colore e dire quattro frasi scandalose alle signore, o nelle loro feste private, in qualche tetro stambugio, dopo l’ora di chiusura dei locali notturni, in quella noia metafisica di quando i suonatori non hanno più voglia di suonare e ci danno dentro alla stracca, e le ragazze stanno lì come drogate e magari non lo sono, e i drogati sono gli unici felici e invece non si vede, e si balla senza allegria, e si beve senza gusto e il whisky è finito e ci si sbronza con cattivo vino… io riflettevo che questa della beat generation è una ribellione a corto raggio, un modo di essere incasellati e riaccettati nella società alla quale ci si ribella: la perfetta efficienza di una società conformista si rivela nel suo riuscire a costituirsi un corpo di anticonformisti in uniforme da anticonformista; se porti la barba e l’abbigliamento da beatnik, allora la tua qualifica di ribelle è scritta a chiare lettere e puoi esercitarla come una professione, tutto rientra nello schema.
Intanto viaggiavo per gli Stati Uniti, conoscevo la società americana nei vari Stati e ai vari livelli, passavo le sere nelle villette indistinguibili l’una dall’altra in quartieri sterminati e uniformi, ogni casa con la larga finestra della stanza di soggiorno e la lampada vicino alla vetrata, con il praticello ben falciato, con il garage e l’enorme macchina cambiata ogni anno, ogni famiglia uguale all’altra, una giovane coppia con due o tre bambini e il problema della baby sitter per uscire alla sera, mi amalgamavo a queste vite occupatissime ma in cui non succede mai niente, regolate da programmi fissati in precedenza di mesi, a questa generale socievolezza che è la cosa più bella e più invidiabile della vita americana anche se riesce a comunicare così poco, mi imbevevo dell’appagata banalità delle piccole città produttive e consumatrici, della uniformità del paesaggio umano annegata nell’uniformità del paesaggio naturale, e sentivo di integrarmi sempre più in quel mondo, di adattarmi con una rispondenza perfetta alla “American way of life”, di averne sempre condiviso il credo di efficienza, nel lavoro e nel godersi la vita, di cominciare ora a condividerne anche l’aspetto che sempre me ne era restato estraneo: la soddisfazione di quel che si ha e di quel che si avrà, e proprio allora, quando più mi avvicinavo a sentirmi un americano medio, cominciava a prendermi una specie di insofferenza, qualcosa che non mi veniva dalla lettura dei romanzieri e dei sociologi ma da dentro, dal prevedere come si sarebbe potuta svolgere là tutta la mia vita, una specie di angoscia, di vertigine, di fronte alle stazioni di benzina, di fronte alle rivendite di auto usate pavesate di bandierine di carta, di fronte alla banca drive-in con lo sportello al quale puoi svolgere tutte le tue operazioni senza scendere di macchina, come se dietro a tutto questo ci fosse il vuoto, il nulla, e tutt’a un tratto, ecco: avevo capito la beat generation, il no assoluto, il rifiuto di tutto questo, avevo capito la portata – anche quantitativa – come fatto sociale di questo sciamare verso le metropoli di giovani che invece di affrettarsi a trovare il loro posto nel meccanismo della prosperity e delle carriere prestabilite, s’insabbiano in sudici quartieri, si rifiutano di lavorare, abborracciano in modo dilettantesco un’attività letteraria o artistica, e cercano non il successo o il potere, ma un aldilà, un nirvana, cercano con i mezzi che il terreno gli offre teorie sessuali e pratiche mistiche, jazz freddo, buddismo zen, testi religiosi medievali, sigarette alla marijuana, esercizi yoga, qualcosa che non è una trasformazione del mondo, ma una trasformazione del modo di stare al mondo. E’ questo il punto. La beat generation non pretende di trasformare il mondo, ma solo di starci dentro a modo suo; perciò la inesorabile macchina schiacciasassi della repressione sociale l’ha finora rispettata. Di solito, quando una generazione nuova entra in contrasto con il suo ambiente, essa leva la bandiera d’una prospettiva storica, sogna un rinnovamento del proprio paese e vuole mettersi alla testa di questo rinnovamento. Siamo qui invece di fronte a una situazione in cui la tensione politica rinnovatrice è venuta meno da tempo nella gioventù, soffocata dalla crisi del radicalismo intellettuale americano degli anni trenta e soprattutto dall’ondata di sospetto e di repressione del periodo della guerra fredda e del maccarthismo. La gioventù beat è cresciuta amputata del senso della storia, come per una lobotomia. Ha concentrato un’enorme pressione antagonistica e ribelle, ma l’ha sviluppata nell’esplosione esistenziale. Norman Mailer, che è senza dubbio il migliore scrittore del movimento, la mente più lucida e anche purtroppo un incorreggibile gigione che vuol far parlare di sé a tutti i costi, ha scritto in un saggio famoso, Il negro bianco, chi è e che cosa vuole l’esistenzialista americano, il hipster, l’uomo che vive nella presenza continua della catastrofe atomica, il bianco che s’identifica con lo psicopatico, con il delinquente minorile, con il torero, con il santo e il mistico che vive per la morte…
E non è da dire che questa rivoluzione interiore non proponga una sua immagine del futuro, che valga per tutti: è in sostanza un’umanità con un diverso sistema nervoso, quella di cui Norman Mailer si fa profeta, senza inibizioni, posseduta da un dio vitale ed energetico, un’umanità quale nascerà il giorno inevitabile nel futuro americano della fusione dei bianchi e dei negri. Ora noi possiamo dire con una certa sicurezza che quando il senso della storia amputato rigermoglierà nella gioventù americana, quando il legame tra le idee della cultura e le prospettive politiche e sociali sarà ristabilito, come sta per avvenire o sta già avvenendo, questo tipo di problematica perderà molto del suo ascendente. Ma attenti: non si tornerà ai discorsi di prima; i territori che il nichilismo beat ha cercato di esplorare o meglio ha appena sfiorato, non possono più essere evitati. Il problema che la beat generation ha posto è come vivere fino in fondo la nostra natura umana, in un mondo che sarà sempre più perfettamente artificiale. I beatniks sono venuti a cose fatte, accettando questo mondo costruito interamente dall’uomo come se fosse uno scenario naturale, ma non comprendono perché dovrebbero condividere i principi e le regole del gioco su cui si regge. La civiltà industriale, lussureggiante come una giungla, tende ad inglobare tutto e a far crescere tutto con il suo ritmo, anche i fermenti di ribellione. Credo che una parte predominante della formazione della mentalità beat, più ancora del pericolo atomico, l’abbia la tranquilla certezza nella prosperity della affluent society. Un’economia perfettamente organizzata elargisce i suoi frutti come un’indifferente natura. Non verrà forse il giorno in cui la produzione sarà mandata avanti da automi, il giorno in cui il lavoro manuale consisterà nello schiacciare un bottone una volta tanto? I beatniks sono i nuovi selvaggi d’una giungla meccanica ed estranea."
Tratto da Un ottimista in America (1959-1960) Italo Calvino
Calvino e la Beat Generation: razionalità, storia e corpo. Un dissenso critico
Il giudizio che Italo Calvino formula sulla beat generation in Un ottimista in America si colloca in un punto di particolare densità teorica della sua traiettoria intellettuale e, più in generale, all’interno di una faglia decisiva della cultura europea del secondo Novecento. Non si tratta di una presa di posizione occasionale, né di una reazione epidermica a una scrittura percepita come estranea al proprio gusto. È, piuttosto, l’emersione di un conflitto strutturale tra due concezioni inconciliabili dell’esperienza, della letteratura e della storia: da un lato, la razionalità critica, la fiducia nella forma come strumento di conoscenza e come garanzia etica; dall’altro, una pratica della scrittura che assume il corpo, l’eccesso e la perdita di controllo come modalità privilegiate di accesso al reale. Il dissenso di Calvino nei confronti dei beat non è dunque marginale o contingente, ma radicale, e proprio per questo merita di essere interrogato nella sua profondità.
Calvino osserva la beat generation da una posizione che può essere definita, senza forzature, illuministica in senso forte. La sua idea di letteratura è inseparabile da una concezione della responsabilità conoscitiva: scrivere significa dare forma al mondo, stabilire relazioni intelligibili, introdurre distinzioni là dove l’esperienza tende a confondersi. La forma non è mai, per Calvino, un mero fatto stilistico, ma una postura morale. In questa prospettiva, la sua adesione alla lezione di Hemingway assume un valore paradigmatico. L’“esattezza e secchezza” hemingwayane diventano il modello di una scrittura che rifugge l’enfasi, che si sottrae alla proliferazione dell’io, che mantiene intatto il rapporto tra soggetto e oggetto come condizione minima di conoscenza.
Alla luce di questo orizzonte, la scrittura beat non può che apparire come il negativo di ogni valore calviniano. Essa si presenta ai suoi occhi come sovrabbondante, informe, predicatoria; come un flusso verbale che confonde l’intensità emotiva con la verità, l’entusiasmo con la rappresentazione. La perdita del rapporto soggetto-oggetto, che i beat sembrano rivendicare come conquista, viene interpretata da Calvino come una rinuncia, se non addirittura come una resa. Il rifiuto è netto, e sul piano della coerenza interna difficilmente contestabile. Tuttavia, proprio questa coerenza rischia di trasformarsi in rigidità quando il giudizio estetico viene esteso al significato storico e antropologico del movimento.
È qui che si colloca il nucleo problematico del discorso calviniano. La beat generation viene definita come una ribellione “a corto raggio”, una forma di antagonismo facilmente integrabile in una società tanto potente da potersi permettere anche i propri anticonformisti ufficiali. Il beatnik diventa una figura riconoscibile, quasi tipizzata, la cui stessa diversità finisce per essere funzionale al sistema che pretende di rifiutare. Questa diagnosi coglie un meccanismo reale della modernità capitalistica, ma lo coglie in un momento storicamente prematuro, e proprio per questo ne fraintende la portata.
Calvino osserva l’America della prosperity nel momento della sua apparente stabilità, prima che le contraddizioni sociali, razziali e politiche esplodano in forme di conflitto aperto. Da questa posizione, la beat generation gli appare come un fenomeno essenzialmente regressivo, orientato non alla trasformazione del mondo, ma alla fuga dal mondo; non alla costruzione di un progetto storico, ma alla ricerca di un nirvana privato. L’errore non sta tanto nella descrizione del fenomeno, quanto nella sua valutazione. Calvino scambia l’assenza di un programma politico esplicito per sterilità storica, senza cogliere la funzione preparatoria, incubatrice, che quella rivolta dei linguaggi e dei corpi avrebbe esercitato.
La storia successiva smentirà questa previsione. La beat generation, pur priva di una strategia politica consapevole, contribuisce in modo decisivo alla trasformazione dei costumi, del rapporto con l’autorità, della percezione del corpo e della sessualità. Essa prepara il terreno simbolico e linguistico su cui attecchiranno la contestazione studentesca, la protesta contro la guerra in Vietnam, il movimento per i diritti civili, la liberazione sessuale. La storia che Calvino rimprovera ai beat di non avere è, paradossalmente, una storia che essi rendono possibile proprio attraverso la loro apparente sottrazione.
Il nodo teorico centrale del dissenso riguarda il rapporto tra corpo e storia. Calvino resta legato a una concezione della storia come processo razionale, orientato, leggibile attraverso categorie politiche e ideologiche. I beat, al contrario, operano su un piano differente, che precede e talvolta eccede la dimensione propriamente politica: quello dell’esperienza immediata, della percezione, del desiderio. Per Calvino questa scelta rappresenta una rinuncia; per i beat è una necessità storica. In un mondo in cui la vita è già integralmente amministrata, la scrittura non può più limitarsi a rappresentare: deve farsi esperienza.
In questo senso, la “perdita del rapporto soggetto-oggetto” denunciata da Calvino può essere letta non come un fallimento cognitivo, ma come il tentativo di rispondere a una realtà che ha già reso problematica ogni identità stabile. La dissoluzione dell’io lirico, la sua espansione fino alla confusione con il mondo, anticipano quella crisi del soggetto che diventerà centrale nella filosofia e nella teoria letteraria della seconda metà del secolo. La distanza tra Calvino e i beat è dunque anche una distanza rispetto alla modernità avanzata e alle sue forme di alienazione.
La contrapposizione tra Hemingway e Henry Miller, così centrale nel discorso calviniano, rivela ulteriormente i limiti di questa posizione. Calvino elegge Hemingway a modello di una virilità etica, di una chiarezza morale che si riflette nella forma; Miller viene invece liquidato come torrentizio, indiscriminato, mistico-erotico, quasi emblema di una deriva decadente. Questa opposizione, tuttavia, appare oggi eccessivamente schematica. Miller non è l’anti-Hemingway, ma il portatore di un’altra forma di verità: una verità che passa attraverso l’eccesso, l’oscenità, la confessione radicale. Se Hemingway insegna come stare al mondo senza illusioni, Miller insegna come non mentire a se stessi.
In questo quadro, la beat generation non sceglie il caos contro l’ordine, ma il corpo contro l’astrazione. Essa rifiuta una forma che percepisce come ormai inadeguata a contenere l’esperienza moderna e tenta, spesso in modo disordinato, di inventarne un’altra. Calvino non ignora del tutto la portata di questo tentativo. Uno dei momenti più intensi del suo saggio è quello in cui, immerso nella quotidianità rassicurante dell’America suburbana, egli prova un senso di vertigine e di angoscia. È lì che “capisce” i beat, nel momento in cui avverte il vuoto che si cela dietro l’efficienza, la ripetizione, la soddisfazione programmata.
Questa comprensione, tuttavia, resta incompleta. Calvino riconosce il rifiuto, ma non ne accetta le conseguenze. Continua a vedere nella beat generation una forma di nichilismo destinata a esaurirsi, una esplosione esistenziale priva di futuro. Riletto oggi, questo giudizio appare come il prodotto di una razionalità critica che fatica ad accettare una modernità senza garanzie.
Il confronto con alcune categorie del pensiero critico novecentesco consente di precisare ulteriormente questo limite. Là dove Walter Benjamin individua nella modernità una frattura irreversibile dell’esperienza, Calvino continua a difendere la possibilità di una sua ricomposizione formale. Tuttavia, in un mondo già segnato dalla perdita dell’Erfahrung, la forma tradizionale rischia di diventare un guscio vuoto. Il grido beat, lungi dall’essere una rinuncia all’esperienza, può allora apparire come una sua estrema difesa.
Analogamente, la diagnosi calviniana sulla capacità del sistema di integrare il dissenso trova un punto di contatto con l’analisi di Herbert Marcuse della società a una dimensione. Ma là dove Marcuse individua nella liberazione del corpo e dell’immaginazione una possibile linea di fuga, Calvino vede soprattutto una regressione. Ciò che per lui è mancanza di progetto storico, per Marcuse è una forma embrionale di negatività radicale.
Anche il confronto con Adorno è illuminante. La diffidenza calviniana verso l’immediatezza espressiva dei beat ricorda la critica adorniana alla pseudo-spontaneità culturale; tuttavia, mentre Adorno riconosce all’arte autentica la capacità di incarnare la contraddizione senza risolverla, Calvino chiede alla letteratura una funzione ordinatrice che la scrittura beat rifiuta programmaticamente. Il paradosso è che proprio questo rifiuto rende la poesia beat, per molti aspetti, più coerentemente negativa.
Nel contesto italiano, la distanza da Pasolini è altrettanto significativa. Come Calvino, Pasolini osserva con inquietudine l’omologazione prodotta dalla società dei consumi; ma, a differenza di lui, riconosce nel corpo, nel desiderio e persino nella marginalità una riserva di senso e di resistenza. La beat generation appare, sotto questo profilo, più vicina alla sensibilità pasoliniana che non a quella calviniana.
La figura di Norman Mailer, infine, chiarisce ulteriormente la posta in gioco. The White Negro non è soltanto un saggio provocatorio, ma il tentativo di pensare un’esistenza vissuta sotto la minaccia costante della catastrofe. Calvino ne coglie la dimensione esistenziale, ma ne sottovaluta la portata storica, riducendola a esibizione narcisistica.
In conclusione, il giudizio di Calvino sulla beat generation va compreso come l’espressione di un limite storico della razionalità critica novecentesca. Il suo errore non consiste nell’aver rifiutato esteticamente i beat, ma nell’averne sottovalutato la funzione di rottura antropologica e simbolica. La beat generation non ha fornito un progetto di società, ma ha inciso in profondità sul modo di percepire, di desiderare, di scrivere. Ed è proprio per questo che ha fatto storia, anche contro le categorie con cui Calvino cercava di misurarla.
Il dissenso tra Calvino e i beat non è dunque un episodio marginale, ma una scena paradigmatica del Novecento: da un lato la fiducia nella forma come garanzia di senso, dall’altro la scommessa sull’esperienza totale; da un lato la storia come progetto, dall’altro la vita come rischio. Che questo conflitto resti ancora aperto è forse il segno più eloquente dell’attualità dell’errore calviniano.
Pasolini, il film che non vedremo mai: la sconvolgente verità sulla “Trilogia del Male”
La cosa straordinaria è che Salò sembra quasi chiedere di essere immaginato oltre il proprio finale, oltre la villa, oltre quei corpi, oltre quella rappresentazione insostenibile del potere, come se Pasolini avesse costruito non soltanto un film ma una porta aperta su qualcosa che non avremmo mai potuto vedere fino in fondo, spalancando davanti allo spettatore una voragine per poi richiuderla bruscamente e lasciandoci con la sensazione che dall'altra parte esista ancora qualcosa, un altro mondo, un'altra forma dell'orrore, un'altra possibilità cinematografica che la morte ha sottratto alla storia. È una sensazione diversa da quella provocata da un'opera perduta, perché l'opera perduta conserva almeno la certezza di essere esistita: qui, invece, la perdita riguarda il futuro, e il futuro, proprio perché non si è realizzato, non può essere ricostruito se non attraverso ipotesi. La morte di Pasolini non ha semplicemente interrotto la carriera di un regista che avrebbe potuto realizzare altri film: ha cancellato un futuro creativo che avrebbe potuto assumere direzioni imprevedibili, contraddittorie, persino opposte a quelle che oggi immaginiamo, perché un artista vivo continua necessariamente a cambiare, a smentirsi, a perdere alcune ossessioni e a trovarne altre, mentre un artista morto rimane fissato nell'ultimo punto raggiunto, e noi restiamo intorno a quel punto come geometri che cercano di misurare una figura di cui manca per sempre un lato.
È proprio qui che nasce la mia curiosità per quella che viene indicata come Trilogia del Male: non riesco a considerarla soltanto un progetto incompiuto appartenente alla storia del cinema, perché la sua incompletezza la trasforma in una delle grandi opere fantasma della cultura italiana, una di quelle creazioni che acquistano una forza quasi mitologica precisamente perché non hanno mai avuto la possibilità di diventare materia — pellicola, montaggio, immagini, suoni, scandalo — e che per questo possono essere continuamente reinventate dalla nostra fantasia. Possiamo entrare nelle due opere mancanti e costruirle secondo le nostre ossessioni personali, immaginando quali abissi avrebbe scelto Pasolini, quali corpi avrebbe mostrato, quali forme di potere avrebbe messo sotto accusa, quali trasformazioni sociali avrebbe osservato, quali tabù avrebbe affrontato, e soprattutto quale linguaggio avrebbe cercato per raccontare un male che nel suo cinema non è mai soltanto una questione individuale o psicologica, ma si intreccia continuamente alla storia, alla politica, alla società, alla cultura, alla maniera stessa con cui una comunità decide che cosa sia normale, desiderabile, accettabile o sacrificabile, costruendo una grammatica del potere che si scrive attraverso i corpi che quella comunità protegge e quelli che è disposta ad abbandonare.
Salò è uno di quei film davanti ai quali la parola «scandalo» diventa rapidamente insufficiente, e il motivo non sta semplicemente nella violenza delle immagini o nella radicalità delle situazioni rappresentate: sta nel fatto che Pasolini compie un'operazione molto più profonda, trasformando lo spettatore in un testimone costretto a confrontarsi con una forma di violenza nella quale il corpo cessa progressivamente di essere il luogo dell'identità e diventa il luogo della sua cancellazione, il sesso si trasforma in linguaggio di dominio, il piacere viene assorbito dall'esercizio del potere fino a diventare quasi indistinguibile da esso, il cibo diventa strumento di degradazione, la parola si trasforma in comando, e perfino la cultura, con tutta la sua raffinatezza apparente, viene utilizzata come scenografia di una barbarie che non ha bisogno di rinunciare alle buone maniere, alla musica, alla letteratura, all'eleganza degli interni, alla ritualità sociale, per manifestarsi nella sua forma più mostruosa. È proprio questa convivenza, questa coabitazione senza attrito tra il salotto e il macello, a costituire uno dei nuclei più insostenibili del film: il male non ha bisogno di presentarsi come qualcosa di estraneo alla civiltà, perché può parlare il linguaggio della civiltà, appropriarsi delle sue forme e servirsi della sua cultura.
Ed è forse questo che rende Salò ancora più terrificante di quanto non appaia a una prima visione, perché l'orrore pasoliniano non arriva da un universo completamente alieno nel quale sia possibile riconoscere facilmente il male e prendere le distanze dicendo «quelli sono i mostri»: nasce precisamente dalla possibilità che la violenza venga amministrata da uomini colti, educati, raffinati, dotati di potere e perfettamente capaci di discutere di arte, filosofia, musica e letteratura mentre trasformano altri esseri umani in cose. A quel punto il film smette di essere soltanto la rappresentazione di una pagina storica precisa e diventa una riflessione più ampia sulla civiltà stessa, sulla possibilità che la cultura non basti a renderci migliori, sulla fragilità delle convenzioni morali, sulla facilità con cui gli esseri umani possono costruire sistemi nei quali l'altro perde progressivamente il diritto di essere considerato un soggetto. E forse è proprio la gradualità di questa perdita, il modo quasi amministrativo con cui la persona viene ridotta a corpo disponibile, a rendere il film tanto difficile da guardare: la violenza non appare come un'esplosione improvvisa che interrompe l'ordine, ma come qualcosa che l'ordine stesso può organizzare.
Pasolini possedeva una capacità rarissima di vedere la superficie delle cose e, nello stesso momento, ciò che quella superficie nascondeva, ed è forse proprio questa doppia visione a spiegare perché ancora oggi risulti così difficile archiviarlo: ogni volta che sembra possibile collocarlo definitivamente nel suo tempo — dentro la storia italiana degli anni Sessanta e Settanta, dentro la polemica politica, dentro la poesia civile, dentro il cinema d'autore, dentro la questione sessuale, dentro la letteratura — emerge qualcosa che sfugge alla classificazione e torna a interrogare il presente. La sua sopravvivenza non dipende però dal fatto che avrebbe previsto con precisione ciò che sarebbe accaduto, formula che rischia di trasformarlo in una specie di profeta retroattivo, ma dall'aver individuato alcune strutture profonde della modernità: la mercificazione, l'omologazione, il consumo, la trasformazione dei desideri in merci, la progressiva sostituzione dell'esperienza con la sua rappresentazione. Sono dinamiche che hanno continuato a svilupparsi dopo la sua morte e che oggi possono essere osservate in forme che Pasolini non avrebbe potuto conoscere, ma che rendono ancora interrogabili alcune delle sue domande.
Viene allora spontaneo chiedersi che cosa avrebbe fatto Pasolini se fosse vissuto altri vent'anni, trenta, quaranta, ma questa domanda diventa interessante soltanto quando si resiste alla tentazione di trasformarla in una gara di profezie. Un Pasolini sopravvissuto agli anni Ottanta avrebbe incontrato la televisione commerciale nel pieno della sua espansione, avrebbe assistito alla trasformazione dell'immaginario pubblicitario, alla progressiva spettacolarizzazione della politica, alla crescente esposizione del corpo come superficie di consumo, alla nascita e alla diffusione di nuove forme di pornografia, alla trasformazione del consumo in identità; più avanti avrebbe incontrato la rete, i social network, la produzione incessante di immagini, la possibilità per ogni individuo di trasformare la propria vita in una sequenza pubblica di rappresentazioni, fino alla quasi completa sovrapposizione fra esperienza e immagine dell'esperienza. Possiamo immaginare che avrebbe reagito, ma non possiamo sapere come. E questa differenza è decisiva, perché ogni previsione formulata a posteriori rischia di costruire un Pasolini che serve alle nostre necessità più di quanto restituisca l'uomo e l'artista che avrebbe potuto essere.
Trasformarlo in un profeta capace di anticipare ogni fenomeno contemporaneo sarebbe infatti il modo più semplice per neutralizzarlo, per farne un'icona rassicurante invece che una presenza scomoda. La sua grandezza sta anche nella sua contraddittorietà, nella capacità di formulare intuizioni straordinarie insieme a giudizi discutibili, di cambiare posizione, di radicalizzarsi, di entrare in conflitto con quasi tutti gli schieramenti culturali disponibili, di non concedere mai allo spettatore quella posizione comoda dalla quale poter dire di aver finalmente capito tutto. Pasolini non è un autore che ci consegna una dottrina pronta per essere applicata al presente: è un autore che ci obbliga continuamente a pensare, e pensare davvero significa anche poterlo contraddire, correggere, discutere, persino respingere alcune delle sue conclusioni senza per questo smettere di riconoscere la potenza delle sue domande. È una forma di fedeltà infedele, se così si può dire, forse l'unico modo onesto di restare in dialogo con chi non può più rispondere.
Ma proprio perché non possiamo sapere che cosa avrebbe fatto, possiamo permetterci di immaginarlo, e questa immaginazione non è necessariamente un esercizio sterile. Ogni volta che pensiamo ai film mancanti stiamo interrogando il rapporto fra un artista e il futuro, fra ciò che un'opera contiene e ciò che avrebbe potuto contenere, fra il limite concreto della vita e l'infinita capacità dell'immaginazione di prolungare un progetto oltre la morte del suo autore. È qui che l'incompiuto assume una forza particolare: un'opera non realizzata non ha conosciuto il fallimento, non ha incontrato i limiti economici, gli attori, la produzione, il montaggio, la durata, il pubblico, la critica, la fatica quotidiana di trasformare un'idea enorme in un oggetto concreto e necessariamente limitato. Non ha dovuto misurarsi con la materia e quindi non ha ancora conosciuto quella forma di perdita che accompagna ogni realizzazione. Può rimanere vasta, contraddittoria, informe, e proprio per questo continuare a sembrare infinita.
Il film mai realizzato è dunque, per definizione, un capolavoro possibile, e questa è una delle trappole più affascinanti della memoria culturale, perché possiamo attribuirgli tutto ciò che desideriamo senza mai essere smentiti dalla visione. Possiamo immaginare che sarebbe stato più radicale di Salò, più poetico, più politico, più scandaloso, più visionario; possiamo immaginare che avrebbe superato i confini del cinema tradizionale e che Pasolini avrebbe inventato una forma nuova di racconto; oppure possiamo pensare esattamente il contrario, un autore che dopo aver raggiunto il punto estremo di Salò avrebbe sentito il bisogno di cambiare direzione, di abbandonare l'orrore, di tornare verso una forma di poesia più nuda, più antica, magari persino verso qualcosa che oggi non sapremmo prevedere. Tutte queste possibilità rimangono aperte perché nessuna può essere verificata, e forse è proprio questa impossibilità di verifica, più ancora del contenuto delle ipotesi, il vero oggetto del nostro attaccamento: non amiamo necessariamente un film particolare che immaginiamo, amiamo la condizione stessa dell'immaginare senza il rischio di essere smentiti.
Quando poi si ricorda la prima esperienza davanti a Salò, quando un film può dare la sensazione di farci volare oltre le pareti, oltre il cielo, oltre lo spazio conosciuto, si entra in un territorio nel quale l'esperienza estetica smette di coincidere con il piacere. Un'opera può essere terribile e produrre ugualmente una forma di apertura, può costringerci a guardare ciò che preferiremmo non guardare, può farci sentire che le categorie attraverso cui organizziamo abitualmente la realtà non sono più sufficienti, e proprio attraverso quella violenza dello sguardo può produrre una forma paradossale di libertà: la libertà di non poter più fingere di non sapere. È una sensazione che appartiene alle opere capaci di modificare, anche solo temporaneamente, la posizione dello spettatore davanti a ciò che vede, facendogli perdere la distanza rassicurante che normalmente separa l'immagine da chi la osserva.
È questo, credo, che accade con Pasolini quando il cinema smette di essere semplicemente cinema e diventa esperienza mentale: non stiamo più soltanto osservando una storia che si svolge davanti a noi, ma entriamo in una costruzione simbolica nella quale ogni immagine sembra rimandare a un'altra immagine, ogni gesto a un'altra possibilità di significato, ogni corpo a una teoria del potere, ogni forma del desiderio a una domanda sulla libertà, ogni spazio chiuso a una metafora sociale, ogni atto di violenza a una riflessione sulla capacità dell'essere umano di trasformare l'altro in materia disponibile. Quando un film riesce a produrre questo slittamento, quando per qualche istante rende incerto il confine fra ciò che stiamo guardando e ciò che stiamo pensando, non siamo più semplicemente davanti a un'opera: siamo dentro di essa, e forse è proprio questa vertigine di appartenenza, più che qualunque singolo contenuto, a spiegare perché certi film non si lascino mai completamente alle spalle.
Per questo Salò continua a essere vivo nonostante tutto ciò che è cambiato intorno a noi, nonostante l'enorme quantità di immagini che abbiamo imparato a consumare quotidianamente, nonostante la violenza spettacolare attraversi cinema, televisione, internet e social network, nonostante il corpo sia esposto in una quantità apparentemente infinita di forme e nonostante lo scandalo abbia perso una parte della sua capacità di scandalizzare. La forza di Pasolini non consiste nell'aver mostrato qualcosa di proibito, perché ciò che ieri appariva proibito può diventare rapidamente familiare, consumabile, perfino innocuo; consiste nell'aver costruito un sistema nel quale lo spettatore è costretto a interrogarsi sulla propria posizione davanti a ciò che vede. È questa domanda, molto più dello scandalo, a non invecchiare, perché continua a ripresentarsi ogni volta che gli strumenti della rappresentazione diventano più potenti e più pervasivi, ogni volta che aumenta la quantità di immagini disponibili e diminuisce la nostra capacità di distinguere fra ciò che guardiamo, ciò che desideriamo e ciò che ci viene insegnato a desiderare.
I due film che non vedremo mai continuano allora a chiamarci da qualche parte, non come opere realmente esistenti che dobbiamo cercare, ma come possibilità perdute che possiamo soltanto evocare. Ogni volta che immaginiamo Pasolini davanti a una nuova sceneggiatura, davanti a un nuovo progetto, davanti a una nuova epoca storica, stiamo cercando di prolungare artificialmente una conversazione che la morte ha interrotto nel modo più brutale possibile, chiedendogli che cosa avrebbe pensato, che cosa avrebbe visto, che cosa avrebbe attaccato, che cosa avrebbe amato, quali nuovi mostri avrebbe riconosciuto e quali nuove forme di bellezza avrebbe trovato in un mondo che nel frattempo avrebbe continuato a trasformarsi senza di lui. Ma quella conversazione è inevitabilmente unilaterale e proprio per questo non può concludersi: noi possiamo continuare a rivolgergli domande, mentre non possiamo più ascoltare la risposta, e ogni risposta che immaginiamo appartiene inevitabilmente anche al nostro tempo, alla nostra sensibilità, alle nostre paure.
Ed è forse questo il paradosso più crudele dell'eredità pasoliniana: più tempo passa, più aumenta la quantità di futuro che Pasolini non ha potuto vedere, e più quel futuro cresce, più cresce anche il territorio immaginario nel quale continuiamo a cercarlo. Ogni anno aggiunge nuove domande, nuovi fenomeni che avremmo voluto sottoporgli, nuove contraddizioni davanti alle quali avremmo voluto ascoltare la sua voce, mentre Salò rimane lì, immobile e terribile, come una porta che conduce contemporaneamente verso il passato e verso qualcosa che non abbiamo ancora smesso di comprendere. È un'opera che non invecchia semplicemente perché appartiene al passato, ma perché continuiamo a interrogarla dal presente, caricandola di domande nuove proprio mentre sappiamo che non potrà più opporre resistenza, correggerci, smentirci.
C'è però un rovescio in questa operazione che vale la pena guardare senza addolcirlo: ogni ipotesi formulata su ciò che Pasolini avrebbe fatto dice qualcosa di noi molto più di quanto dica di lui. Forse la vera funzione dei film mancanti non è offrirci un Pasolini futuro da ricostruire, ma mettere a disposizione uno spazio nel quale proiettare le nostre ossessioni contemporanee, i nostri timori sulla mercificazione del corpo, sulla spettacolarizzazione della violenza, sulla perdita del confine tra rappresentazione ed esperienza. In questo senso l'atto di immaginare le opere mai realizzate rischia sempre di trasformarsi in un atto di ventriloquio: facciamo parlare un morto con la nostra voce presente, convinti di ascoltare lui mentre ascoltiamo anche, e forse soprattutto, l'eco amplificata delle nostre inquietudini. Il pericolo non sta nell'immaginare, ma nel dimenticare che stiamo immaginando.
Forse i capitoli mancanti della Trilogia del Male non sono dunque soltanto film che non esistono: rappresentano simbolicamente tutte le opere che la morte di un artista può portarsi via, tutti i libri non scritti, tutti i quadri non dipinti, tutte le musiche non composte, tutti i film non girati, tutte le idee rimaste nella mente di qualcuno che non ha avuto il tempo di trasformarle in materia. In questo senso il lutto per Pasolini diventa qualcosa di più grande del lutto per una singola persona, perché riguarda anche la perdita di una possibilità culturale, di una voce che avrebbe potuto continuare a entrare in conflitto con il proprio tempo proprio mentre quel tempo cambiava sotto i suoi occhi. Forse questa è la vera cifra della sua assenza: non tanto ciò che ha smesso di dire, quanto la lite che non ha potuto continuare ad avere con noi.
Rimane dunque Salò, rimane il suo orrore, rimane la sua bellezza gelida e terribile, rimane quella sensazione di essere stati spinti fuori dal mondo ordinario e dentro una dimensione nella quale il cinema sembra improvvisamente capace di diventare filosofia, poesia, politica, pornografia, tragedia e incubo nello stesso momento. Rimangono soprattutto le domande che il film continua a generare, domande alle quali forse non dobbiamo nemmeno cercare di rispondere definitivamente, perché la funzione di un'opera come questa non è consegnarci una risposta ma impedire che smettiamo di cercarla. E forse i due film mancanti, se fossero esistiti, avrebbero fatto esattamente questo: non chiudere il discorso, ma aggiungere altre domande a quelle che già ci lasciano insonni.
Chissà dove sarebbe arrivato Pasolini, quali mondi avrebbe inventato, quali abissi avrebbe attraversato, quali forme del potere avrebbe smascherato, quali corpi avrebbe portato davanti alla macchina da presa, quali parole avrebbe scritto, quali scandali avrebbe provocato, quali nemici avrebbe incontrato, quali nuove ossessioni avrebbe trasformato in immagini. Ogni volta che pensiamo ai film mai realizzati sembra di intravedere, dietro il cinema che conosciamo, un altro Pasolini ancora possibile, un Pasolini che non abbiamo avuto il tempo di incontrare e che proprio per questo resta eternamente incompiuto, proiettato verso un futuro che non è mai arrivato. E forse è proprio questa la ragione per cui continuiamo a cercarlo: non per trovare una risposta a ciò che avrebbe fatto, perché quella risposta non esiste, ma per mantenere aperta la domanda, come si mantiene aperta una porta dietro la quale sappiamo che non c'è più nessuno e che tuttavia continuiamo, ostinatamente, a voler attraversare.