domenica 18 ottobre 2026

Desiderio e marginalità: Georges Eekhoud e la poeticità queer dei corpi nascosti

Quando, alle soglie del Novecento, si parlava di desiderio tra uomini, ciò che veniva messo in gioco era assai più di una descrizione dei costumi o di una confessione privata, perché l'atto stesso di nominare quel desiderio, di dargli una forma, un nome, una sintassi, equivaleva a una presa di posizione che poteva costare l'isolamento, la calunnia, la perdita del lavoro e delle amicizie, talvolta la prigione, in un'Europa che aveva imparato a considerare l'omosessualità una colpa morale ben prima di farne, in alcuni ordinamenti, una fattispecie penalmente perseguibile, e che continuava a trattarla come una deviazione anche là dove i rapporti consensuali tra uomini non costituivano, in quanto tali, un reato. Nelle città illuminate dai lampioni a gas, nelle sale dei caffè dove artisti e intellettuali si incontravano e si riconoscevano senza dirsi tutto, il desiderio viveva di sguardi trattenuti un istante di troppo, di mani che si sfioravano fingendo il caso, di parole che tremavano sul crinale tra la confessione e il rischio, mentre la letteratura e le arti figurative diventavano luoghi nei quali quell'esperienza poteva trovare una forma pubblica, a condizione di accettare i sottintesi, le allusioni, le maschere simboliche con cui la censura e la sorveglianza dei costumi costringevano la verità a presentarsi. Il corpo si faceva lingua e la lingua restituiva al corpo una dignità che il mondo gli negava, senza che fosse possibile stabilire con certezza se la maschera proteggesse il desiderio o lo deformasse: probabilmente faceva entrambe le cose, nello stesso momento, ed è anche per questo che tanta letteratura di quegli anni rimane preziosa e difficile da leggere con gli occhi di oggi. In Francia, la vicenda di Verlaine e Rimbaud mostra quanto facilmente la relazione tra due uomini potesse diventare materia di scandalo e di indagine morale. Nel 1873, a Bruxelles, Verlaine viene condannato per le lesioni provocate a Rimbaud con un colpo di pistola; durante l'istruttoria, tuttavia, il loro legame viene sottoposto a un esame medico umiliante, volto a cercare nel corpo dell'imputato presunte tracce di pratiche omosessuali. La sessualità non costituisce il reato per cui il poeta viene condannato, ma entra nel procedimento come oggetto di sospetto, rivelando quanto il giudizio sulla vita intima possa insinuarsi nella macchina giudiziaria e investire una persona ben oltre il fatto contestato. È dentro questo intreccio di repressione, curiosità morbosa e controllo sociale che si comprende il paesaggio nel quale si muove Georges Eekhoud, uno scrittore che porta al centro della propria opera figure marginali e desideri che la rispettabilità borghese vorrebbe confinare nel silenzio.

In Belgio la situazione presenta una specificità che occorre considerare senza confondere la depenalizzazione con la libertà. I rapporti omosessuali consensuali in ambito privato non costituiscono un reato in quanto tali, secondo un orientamento giuridico derivato dalla legislazione francese rivoluzionaria e mantenuto nell'ordinamento successivo, ma questa assenza di una specifica incriminazione non equivale affatto a una generale accettazione sociale. Il tribunale dei costumi continua a operare attraverso la riprovazione, l'esclusione, il sospetto di degenerazione, mentre le norme sulla pubblica indecenza e sugli scritti contrari al buon costume offrono strumenti attraverso i quali la rappresentazione letteraria del desiderio può essere sottoposta a controllo. Il Codice penale belga del 1867, all'articolo 383, contempla infatti sanzioni per la diffusione di scritti e immagini contrari al buon costume: è in questa zona di confine, nella quale il comportamento privato e la sua rappresentazione pubblica vengono sottoposti a regimi differenti, che si colloca una parte decisiva della vicenda di Eekhoud. La tolleranza formale e la pressione sociale non si contraddicono necessariamente, anzi possono sostenersi a vicenda: la prima permette a un paese di presentarsi come moderno, la seconda conserva gli strumenti attraverso i quali l'ordine morale continua a difendere se stesso. La libertà di vivere un desiderio e quella di raccontarlo, del resto, non coincidono, e il caso di Eekhoud mostra quanto possa essere fragile il passaggio dall'una all'altra.

Georges Eekhoud occupa in questo quadro una posizione che sarebbe riduttivo definire soltanto coraggiosa, perché il coraggio si somma a una condizione di partenza già eccentrica sotto diversi profili: nato ad Anversa nel 1854 e morto a Schaerbeek nel 1927, scrive in francese pur conservando una sensibilità profondamente legata al mondo fiammingo. Questa doppia appartenenza lo colloca in una zona di frizione linguistica e culturale che la sua scrittura non cerca di appianare, preferendo lasciare che la lingua letteraria accolga le durezze, i colori, le cadenze di un universo di campagne, porti, fiere e taverne, di lavoratori e vagabondi, di corpi che portano addosso i segni della fatica e della posizione sociale. La precisione dell'osservatore, attento al dato concreto, al mestiere, all'attrezzo, al modo in cui un corpo si stanca o si offre allo sguardo, si congiunge con una forza visionaria che trasfigura la realtà senza abbandonarla. Gli emarginati, i reietti, i carcerati, i lavoratori sfruttati, i ragazzi abbandonati a se stessi e i vagabondi non compaiono come casi pietosi o ornamenti pittoreschi, ma come persone dotate di un peso, di una voce, di un'oscillazione continua tra ribellione e fragilità, passione e solitudine, che il narratore segue senza risolvere in un insegnamento. L'eros maschile non viene isolato come un tema da esibire, bensì calato in un tessuto sociale, culturale e psicologico che lo condiziona e lo trasforma: ogni incontro porta con sé la questione della classe, del lavoro, del denaro, dell'età e della forza, mentre ogni sguardo registra, insieme al desiderio, il rapporto di potere entro cui quel desiderio è costretto a prendere forma. La marginalità, in Eekhoud, non è soltanto il luogo dal quale osservare la società rispettabile, ma anche quello nel quale le sue gerarchie diventano visibili, perché il corpo desiderato, il corpo sfruttato e il corpo sorvegliato appartengono allo stesso mondo e non possono essere separati senza perdere una parte della loro verità.

Il momento in cui questa posizione si trasforma in un caso pubblico arriva nel 1900, quando Eekhoud viene processato a Bruges per Escal-Vigor, il romanzo pubblicato l'anno precedente nel quale l'amore fra uomini viene rappresentato senza essere relegato a una deviazione da condannare. Al centro della vicenda si trovano il conte Henry de Kehlmark, signore di una terra isolata, e il giovane contadino Guidon Govaertz, legati da una relazione nella quale la differenza di classe si intreccia con la distanza che separa il signore dalla comunità e la libertà individuale dall'ordine morale. Il romanzo non nasconde la natura sentimentale ed erotica del loro rapporto dietro un'allegoria capace di renderlo innocuo, né lo riduce a una malattia o a un monito: lo assume come materia narrativa, come possibilità dell'esperienza umana, e proprio questa scelta espone l'autore al giudizio di una società disposta a tollerare molte trasgressioni letterarie quando riguardano l'adulterio o la sessualità eterosessuale, ma assai meno incline ad accettare che l'amore tra uomini venga raccontato come un'esperienza degna di rispetto. Il processo, celebrato nell'ottobre del 1900, non è soltanto un episodio biografico: rende pubblica una controversia sulla possibilità stessa di rappresentare quel desiderio e sulla legittimità di una letteratura che non lo sottoponga preventivamente al giudizio della morale. Eekhoud viene assolto, come viene assolto anche Camille Lemonnier, coinvolto in un procedimento relativo al suo romanzo L'homme en amour. L'assoluzione costituisce una vittoria per la libertà di scrivere, ma non cancella il clima che ha reso possibile l'accusa; al contrario, mostra quanto sia sottile il confine tra ciò che un ordinamento consente formalmente e ciò che una società continua a percepire come intollerabile. La vicenda giudiziaria, inoltre, contribuisce a dare notorietà al romanzo, che conosce nuove edizioni dopo il processo: la censura, nel tentativo di circoscrivere la circolazione di un'opera, finisce così per amplificarne la presenza pubblica.

La tensione fra opera e biografia non si esaurisce nel processo. Eekhoud è sposato con una donna e intrattiene relazioni con uomini, fra cui Sander Pierron, giornalista e scrittore con il quale condivide un legame documentato anche dalla corrispondenza amorosa. Sarebbe facile leggere questa coesistenza come una doppia vita da smascherare, oppure trasformarla in un racconto esemplare di emancipazione, applicando all'autore categorie identitarie che appartengono a un'altra stagione storica. Entrambe le operazioni rischiano di impoverire ciò che vorrebbero chiarire. Il matrimonio, la passione, la convenzione sociale e il desiderio non costituiscono necessariamente compartimenti stagni, e la loro convivenza può essere attraversata da compromessi che non cancellano la libertà, ma ne mostrano il prezzo, le limitazioni e le contraddizioni. Le lettere e i racconti, accostati senza trasformare gli uni nel commento automatico degli altri, consentono di intravedere un uomo che cerca di dare forma a un'esperienza sentimentale entro condizioni storiche che non gli permettono di viverla con la stessa visibilità che oggi, almeno in linea di principio, possiamo rivendicare. La scrittura diventa allora un luogo nel quale il conflitto non viene risolto, ma può essere interrogato, lasciando emergere ciò che la rispettabilità impone di nascondere e ciò che la trasparenza, da sola, non sarebbe comunque in grado di spiegare.

Un fondo di solitudine e di dolore attraversa le pagine di Eekhoud insieme a una vitalità erotica di rara energia, due dimensioni che la lettura frettolosa tende a separare, attribuendo la prima alla condanna sociale e la seconda al temperamento dell'autore. La forza dei suoi testi sta piuttosto nel modo in cui dolore e piacere si avvicinano, senza che l'uno diventi la semplice conseguenza dell'altro: la clandestinità può acuire la sensazione del contatto, la condanna morale può accrescere il rischio di un gesto, ma il desiderio conserva una propria eccedenza, una libertà che non si lascia spiegare interamente dalle circostanze della repressione. L'erotismo non è gratuito né riducibile a un'esibizione, perché mette in relazione i corpi e le classi, le differenze di condizione e le gerarchie che stabiliscono chi possa avvicinarsi a chi, chi possa parlare e chi debba tacere, chi abbia la possibilità di scegliere e chi sia esposto al potere altrui. In Escal-Vigor questa dimensione diventa una dichiarazione narrativa di particolare audacia, ma non sarebbe corretto fare della marginalità una vocazione necessariamente liberatrice, come se l'esclusione conferisse di per sé una conoscenza superiore o una purezza morale. Per chi la abita, la marginalità è anzitutto privazione, e può trasformarsi in una posizione consapevole soltanto quando qualcuno trova le parole per riconoscerla, raccontarla e renderla leggibile agli altri. Occorrono tempo, lingua, possibilità di pubblicazione e un pubblico disposto ad ascoltare: condizioni tutt'altro che garantite, soprattutto per coloro che non possiedono gli strumenti culturali e sociali necessari a trasformare la propria esperienza in testimonianza.

È con questa cautela che conviene accostarsi alla traduzione italiana dei cinque racconti inediti di Eekhoud curata da Stefano Serri, raccolti sotto il titolo Il tatuaggio e altri racconti inediti, un volume di circa cinquanta pagine che costituisce un evento editoriale non per le dimensioni, ma per la possibilità di restituire al lettore italiano testi finora non tradotti e di riportare l'attenzione su un autore a lungo trascurato. Eekhoud viene oggi riconosciuto fra i precursori di una letteratura che si usa definire queer, etichetta utile se accettata come ipotesi di lettura e non come collocazione storica definitiva: l'autore non conosce questa categoria nel significato che le attribuiamo oggi, e la sua opera può proprio per questo metterla alla prova, costringendola a confrontarsi con un mondo nel quale il desiderio tra uomini convive con il matrimonio, con le convinzioni anarchiche, con l'ammirazione per la forza fisica e con una concezione delle classi sociali che non coincide con le nostre distinzioni. Nella postfazione, Serri indica come filo conduttore dei racconti lo «stare dalla parte degli ultimi», una scelta di vita e di poetica che avvicina anarchici e omosessuali, carcerati e proletari, soldati degradati e ragazzi sfruttati. La formula ha il merito di suggerire una coerenza fra temi apparentemente lontani, ma presenta anche una difficoltà: l'accostamento di condizioni diverse può finire per livellarle sotto una comune etichetta di vittime, cancellando le differenze fra chi subisce una condanna morale, chi una condanna economica e chi una condanna penale. La narrativa di Eekhoud, proprio per la sua attenzione al dato materiale, suggerisce invece che l'alleanza degli esclusi, quando si produce, è un'alleanza di posizione più che di sorte: ciascuno può riconoscere nell'altro una forma di esclusione che non coincide con la propria, senza per questo presumere di condividerne interamente l'esperienza. La solidarietà non richiede necessariamente l'identificazione, e può anzi diventare più consapevole quando le differenze vengono riconosciute anziché cancellate. Resta inoltre una questione che riguarda lo stesso scrittore: chi sceglie di stare dalla parte degli ultimi, quando pubblica presso editori e frequenta ambienti letterari, occupa comunque una posizione diversa da quella dei personaggi di cui racconta la vita. La sua partecipazione può essere autentica e documentabile senza eliminare la distanza sociale che lo separa da loro; la parola gli offre una possibilità di intervento che molti dei suoi personaggi non possiedono, e questa asimmetria appartiene alla sua opera tanto quanto la solidarietà che vi si manifesta.

I titoli dei cinque racconti, Gli uomini erranti, Il mulino-orologio, Des Angliers, Un gioco sull'acqua e Il tatuaggio, suggeriscono ambientazioni e situazioni differenti, dalla strada al lavoro artigiano, dalla vita all'aperto agli incontri nei quali il gioco può assumere un carattere più inquieto. Per comprendere davvero la coerenza della raccolta, tuttavia, non basta ricondurre ogni racconto a una declinazione della marginalità o del desiderio: occorre riconoscere come le diverse narrazioni costruiscano le proprie situazioni, quali figure pongano al centro, in che modo facciano interagire l'ambiente e i personaggi, quale rapporto stabiliscano fra descrizione e azione. Alcuni testi possono essere letti soprattutto attraverso la trasgressione erotica, altri attraverso la solitudine di chi non trova nessuno a cui consegnare la propria differenza, altri ancora attraverso le condizioni sociali che precedono e condizionano ogni possibilità d'incontro; queste linee interpretative, però, acquistano consistenza soltanto quando vengono verificate sulla pagina. L'insieme promette un universo nel quale nessuna esperienza è necessariamente consolatoria e nessuna vicenda può essere ricondotta a un insegnamento univoco, ma è la specificità della scrittura a dover mostrare in che modo questa promessa si realizzi. Fra i cinque testi, Il tatuaggio si presta a diventare il centro della lettura critica, già a partire dal titolo, che evoca un segno inciso sulla pelle, una traccia destinata a permanere quando la circostanza che l'ha prodotta è svanita. Il corpo può essere letto come una superficie sulla quale la storia individuale lascia i propri segni, ma sarebbe troppo facile fermarsi alla corrispondenza simbolica fra pelle e pagina: occorre capire quale funzione assuma il tatuaggio nel racconto, come si rapporti alla vicenda dei personaggi e che cosa renda visibile o, al contrario, nasconda. È qui che la critica deve rinunciare per un momento alle proprie formule e seguire da vicino il testo, osservando una scena, un gesto, una frase, il modo in cui la lingua nomina il corpo e dispone i silenzi, il ritmo con cui avvicina o allontana chi guarda da chi viene guardato. Soltanto attraverso questa verifica è possibile affermare che una prosa è sensuale, musicale o psicologicamente penetrante senza trasformare tali qualità in attestati di valore che il lettore non ha gli strumenti per controllare.

La forza della narrativa di Eekhoud risiede anche nella capacità di evocare un mondo attraverso i dettagli concreti, gli ambienti rurali, le città in fermento, le taverne e le officine, i luoghi in cui la vita quotidiana incontra il desiderio e il lavoro entra in rapporto con l'eros. La marginalità offre un punto di osservazione dal quale le gerarchie sociali diventano riconoscibili nelle loro manifestazioni più ordinarie: nei gesti, nelle condizioni materiali, nelle differenze di accesso alla parola e alla libertà, nelle possibilità di movimento che vengono concesse ad alcuni e negate ad altri. Per capire come questa conoscenza si produca, però, bisogna evitare di attribuire automaticamente ai personaggi una consapevolezza che appartiene piuttosto alla costruzione narrativa. Non tutti coloro che vivono ai margini vedono con maggiore chiarezza il mondo, così come non ogni trasgressione produce una coscienza della propria condizione; è il lavoro dello scrittore a mettere in relazione esperienze individuali e strutture sociali, lasciando che le contraddizioni emergano senza convertirle in dimostrazioni. Eekhoud sembra affidarsi a uno sguardo capace di partecipazione senza indulgere nella pietà, attento alla forza e alla fragilità dei personaggi, al desiderio e alla ribellione, senza trasformarli in figure da premiare o punire. Questa sospensione del verdetto può essere considerata una scelta etica, ma anche una scelta narrativa: invece di imporre dall'esterno un giudizio, l'autore lascia che le situazioni conservino una parte della loro opacità, che le passioni non si esauriscano nelle conseguenze e che le persone non coincidano interamente con la posizione sociale o morale in cui vengono collocate. È anche per questo che le sue vicende possono raggiungere lettori lontani nel tempo, purché la vicinanza non cancelli le differenze storiche. Il presente offre protezioni giuridiche che quel mondo non conosceva, ma non ha eliminato il sospetto, l'esclusione o la violenza; la distanza fra le due epoche non può essere raccontata come una successione lineare di arretratezza e progresso, perché le conquiste convivono con nuove forme di rimozione e perché la memoria di ciò che è stato può attenuarsi proprio quando sembra non essere più necessaria.

La lingua di Eekhoud, nella misura in cui intreccia l'esattezza dell'osservazione e l'intensità della visione, invita a interrogare il rapporto fra descrizione e desiderio. La presenza fisica dei corpi, la precisione dei gesti e la tensione delle situazioni non sono soltanto qualità stilistiche: acquistano un significato particolare in un mondo nel quale il corpo viene sorvegliato, giudicato e interpretato dall'esterno, e nel quale la rappresentazione di una relazione può diventare materia d'accusa. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare ogni scelta linguistica come una risposta diretta alla censura, perché la scrittura possiede anche una propria autonomia immaginativa e perché la sensualità non è necessariamente un codice clandestino, una strategia escogitata per dire indirettamente ciò che non può essere pronunciato. La questione più interessante riguarda proprio la convivenza di queste possibilità: il corpo può essere descritto con una precisione che lo sottrae all'astrazione morale, ma può anche restare esposto allo sguardo che pretende di classificarlo; il desiderio può affermarsi come esperienza individuale e, nello stesso tempo, diventare il luogo in cui si rendono visibili le disuguaglianze sociali. La scrittura politica non coincide necessariamente con una dichiarazione esplicita, così come l'erotismo non perde la propria libertà quando rivela le condizioni storiche che lo circondano. Fra queste dimensioni rimane una tensione che non deve essere risolta in anticipo: il desiderio, quando viene riconosciuto come forma di resistenza, rischia di essere valutato soltanto per la sua utilità politica, mentre la resistenza, quando viene trasformata in una qualità estetica, rischia di perdere la durezza delle condizioni materiali che l'hanno resa necessaria. Eekhoud può essere letto proprio a partire da questa ambivalenza, senza che ogni pagina debba confermare una tesi già stabilita.

Leggere Eekhoud oggi significa dunque misurarsi con un autore che, vissuto più di un secolo fa, ci raggiunge senza lasciarsi interamente addomesticare dalle categorie contemporanee. La sua attenzione ai desideri repressi, la sua opposizione alla morale dominante e la complessità dei personaggi risuonano con una sensibilità attenta alla libertà di amare, di esprimersi e di vivere; ma risuonano anche con ciò che quella stessa sensibilità fatica talvolta a guardare, ossia la persistenza di sistemi di esclusione che non hanno più bisogno di tribunali per funzionare e la facilità con cui le libertà conquistate vengono separate dalla storia delle lotte che le hanno rese possibili. I racconti invitano a sospendere il giudizio, ad ascoltare le esperienze prima di ricondurle a una categoria, a riconoscere nelle vite altrui una complessità che non si lascia esaurire dalla condizione sociale o dalla sessualità. Ma sentire non basta a sapere che cosa fare di ciò che si è sentito, e comprendere può diventare una forma raffinata di distanza quando il lettore si concede il piacere della commozione senza interrogare la propria posizione. Resta allora la domanda su che cosa significhi, oggi, stare dalla parte degli ultimi, in un tempo che moltiplica le definizioni dell'esclusione e rende talvolta più difficile riconoscerne le manifestazioni concrete; e resta da chiedersi se il desiderio, che per Eekhoud è insieme esperienza intima e punto di conflitto con la morale pubblica, possa ancora funzionare come strumento di conoscenza in una società che lo ha reso più visibile, ma anche più facilmente esponibile, classificabile e commerciabile. La visibilità, infatti, non coincide con la libertà, così come la possibilità di nominare una condizione non garantisce che essa venga compresa. Forse è proprio qui che la scrittura di Eekhoud conserva la propria inquietudine: nella distanza fra ciò che può essere mostrato e ciò che può essere davvero accolto, fra il corpo che si espone e lo sguardo che pretende di sapere in anticipo che cosa quel corpo significhi. Il tatuaggio e altri racconti inediti riporta alla luce una parte di questa esperienza e offre l'occasione di ripensare la posizione di un autore che ha scelto di raccontare persone e desideri esposti al giudizio altrui; il valore della raccolta, tuttavia, non può esaurirsi nel suo significato storico o nella sua collocazione fra i precursori di una letteratura queer. Deve essere cercato anche nella singolarità delle narrazioni, nelle loro differenze, nelle forme con cui la lingua restituisce ai personaggi una presenza che le categorie sociali tendono a negare. È sulla pagina, infine, che la questione torna a farsi concreta: non soltanto nel coraggio di aver raccontato ciò che molti avrebbero preferito tacere, ma nella capacità di trasformare quell'esperienza in letteratura, lasciando che il segno inciso sul corpo e quello affidato alle parole continuino a interrogare un mondo che, pur avendo imparato a leggerli, non sempre ha imparato ad accoglierli.

sabato 17 ottobre 2026

Cominciano a mancarmi le parole

Cominciano a mancarmi le parole, o forse comincia a mancarmi quella specie di fede oscura, priva di qualsiasi fondamento razionale e tuttavia tenace come una malattia contratta nell'infanzia, che per tanti anni mi consente di sedermi davanti a una pagina e di credere, almeno per il tempo necessario a riempirla, che esista ancora qualcosa da dire, qualcosa che non sia già stato divorato dalla ripetizione, sfigurato dalla consuetudine, restituito al mondo sotto forma di una frase che somiglia troppo a un'altra frase, a un pensiero che porta ancora addosso le impronte di tutti i pensieri precedenti, a un'immagine che si presenta con l'aria di una rivelazione e che, appena la guardo più attentamente, riconosco come una vecchia conoscenza, un fantasma che conosco così bene da non riuscire più a distinguere la sua presenza dalla mia stessa ombra. Non so se sia la stanchezza, se sia l'età, se sia il logoramento di chi ha trascorso una parte considerevole della propria esistenza a inseguire le parole attraverso corridoi sempre più lunghi, porte che si aprono su altre porte, stanze nelle quali la luce arriva già esausta e il pensiero, invece di trovare riposo, riprende a girare intorno alla medesima domanda, oppure se sia semplicemente il momento in cui la scrittura, dopo avermi accompagnato per tanto tempo come una compagna inaffidabile, una presenza capace di sottrarmi alla realtà e nello stesso istante di riconsegnarmela ingigantita, deformata, resa più crudele dalla lente d'ingrandimento della lingua, comincia a mostrarmi il proprio volto stanco, le proprie mani vuote, la propria incapacità di promettere ancora qualcosa che non sia la prosecuzione del viaggio attraverso le rovine di ciò che ho già tentato di dire.

Perché non è soltanto questione di parole, almeno non nel significato più semplice e immediatamente riconoscibile dell'espressione, come se mi trovassi davanti a un lessico improvvisamente impoverito, a una lingua che smarrisce i propri sinonimi, a una grammatica che si rifiuta di collaborare, a un repertorio di immagini dal quale siano stati sottratti, uno dopo l'altro, gli oggetti necessari alla costruzione della frase. Le parole esistono ancora, circolano, si affollano, si presentano talvolta con una violenza che mi sorprende, si insinuano nelle ore meno opportune, affiorano da ricordi che credevo sepolti, si accendono per un istante come quei fuochi che si vedono apparire nelle campagne durante la notte e che nessuno sa se annuncino una presenza umana o l'incendio di qualcosa che non tornerà più a essere quello che era. Il problema è che non sempre riesco a riconoscere in esse una promessa, non sempre sento che mi conducano verso una terra ancora inesplorata, non sempre riesco a sottrarle alla terribile impressione di essere i resti di un linguaggio già attraversato, le pietre di una città nella quale ho abitato troppo a lungo, le iscrizioni consumate sulle pareti di un edificio che continua a reggersi soltanto perché nessuno ha ancora avuto il coraggio di dichiararlo inagibile. Scrivo una frase e mi sembra di averla già incontrata, ne costruisco un'altra e avverto che qualcosa, in quella successione di parole, ripete un movimento antico, un gesto che appartiene a una stagione precedente della mia vita, quando la necessità di scrivere possiede ancora la forza di una scoperta e ogni pagina sembra aprire una breccia nella superficie compatta delle cose. Adesso, qualche volta, la breccia si richiude mentre sto ancora cercando di attraversarla, e rimango davanti a una parete che conosco, con la sensazione poco gloriosa di essere arrivato troppo tardi persino nel luogo che io stesso ho costruito.

Dopo tanti anni trascorsi a scrivere, riscrivere, correggere, smontare, ricomporre, gettare via e recuperare, dopo aver affidato alle pagine una quantità di tempo che non saprei più misurare senza provare un certo sgomento, dopo aver seguito le parole fin dentro quelle zone in cui la lingua smette di essere uno strumento docile e diventa un territorio di conflitto, una specie di campo devastato nel quale il pensiero cerca di sopravvivere alle proprie contraddizioni, mi sorprendo a osservare ciò che scrivo con una diffidenza che un tempo non conosco, o che conosco in forme diverse, più feconde, quando il dubbio agisce come una lama capace di liberare il testo dalle sue compiacenze e non come una nebbia che rende indistinguibili la direzione e lo smarrimento. Un tempo dubitare significa poter ricominciare, sospettare della frase significa trovare la forza di modificarla, accorgersi che un'immagine non regge significa cercarne un'altra, più precisa, più feroce, più aderente a quel nucleo oscuro che continua a sottrarsi a ogni definizione; adesso, invece, il dubbio qualche volta si allarga fino a occupare l'intero spazio della scrittura, si insinua prima ancora che la prima frase abbia trovato la propria forma, siede accanto a me come un censore che non ha bisogno di leggere ciò che scrivo perché conosce già tutte le obiezioni, tutti i limiti, tutte le possibili ragioni per cui sarebbe meglio tacere. E la pagina, che dovrebbe essere il luogo in cui qualcosa prende forma, diventa il luogo in cui ogni forma viene anticipatamente sospettata di essere inutile, ogni intuizione viene interrogata sulla propria legittimità, ogni tentativo di proseguire si scontra con la domanda che non riesco più a tenere fuori dalla stanza: a chi sto parlando?

Non è una domanda nuova, naturalmente. Chi scrive conosce da sempre questa presenza invisibile, questo interlocutore che non ha volto, non possiede una voce riconoscibile, non garantisce la propria esistenza e tuttavia esercita un potere considerevole sulla mano che scrive, perché basta immaginare che da qualche parte esista qualcuno disposto a leggere per avvertire una modificazione della frase, un cambiamento impercettibile nella pressione esercitata sulle parole, una specie di corrente sotterranea che collega il gesto solitario della scrittura alla possibilità di un incontro. Ma che cosa accade quando l'interlocutore diventa sempre più difficile da immaginare, quando il silenzio si prolunga fino a perdere la propria natura episodica e comincia ad assumere l'aspetto di una condizione permanente, quando ogni nuovo testo viene affidato al mondo senza che il mondo sembri accorgersi della sua partenza? Che cosa accade quando ci si abitua a parlare senza ricevere risposta, quando il gesto della pubblicazione si trasforma in una consegna senza destinatario, quando le parole partono e non tornano, non perché abbiano trovato una destinazione lontana, ma perché sembrano dissolversi subito dopo aver varcato la soglia, inghiottite da una voragine che non produce nemmeno il rumore necessario a confermare che qualcosa vi sia precipitato?

Non so rispondere, e non voglio fingere di possedere una spiegazione capace di ricondurre questa inquietudine a una formula rassicurante. Potrei raccontarmi che siamo tutti prigionieri di una quantità di comunicazione che rende quasi impossibile qualsiasi incontro, che ogni giorno milioni di parole si accavallano, si urtano, si cancellano reciprocamente, che il tempo della lettura viene continuamente divorato dall'urgenza di passare a qualcos'altro, che l'attenzione è diventata una risorsa contesa da apparati capaci di trasformare ogni interesse in una permanenza provvisoria, ogni curiosità in un movimento rapido, ogni testo in una presenza destinata a scomparire non appena un'altra presenza reclama il proprio turno. Potrei attribuire a tutto questo la mia difficoltà, dichiarare che non sono io a essere stanco, ma il mondo a essere diventato incapace di ascoltare, e in parte forse sarebbe persino vero. Ma sarebbe una spiegazione troppo conveniente, un riparo costruito con materiali che conosco bene, un modo per trasformare la delusione in una diagnosi generale e sottrarmi alla domanda più scomoda, quella che riguarda il mio lavoro, la sua effettiva capacità di raggiungere qualcuno, la possibilità che le parole alle quali attribuisco tanta importanza non riescano a suscitare negli altri nemmeno una frazione dell'urgenza che rappresentano per me.

Perché esiste anche questa eventualità, e non intendo scartarla soltanto per proteggere l'immagine che ho costruito della mia scrittura. È possibile che ciò che scrivo non interessi, che le mie pagine appartengano a una geografia troppo personale, che le ossessioni alle quali ritorno abbiano perduto, agli occhi degli altri, quella forza di attrazione che continuano a esercitare sui miei, che la mia lingua, con le sue complicazioni, le sue sovrapposizioni, i suoi improvvisi addensamenti, le sue resistenze a lasciarsi ridurre a una comunicazione immediata, finisca talvolta per chiudersi nel proprio labirinto, trasformando la ricerca di una forma in una prova di resistenza che non tutti hanno ragione di voler affrontare. Non basta dichiarare necessaria una scrittura perché essa diventi necessaria anche per chi la incontra; non basta aver impiegato anni per costruire una pagina perché quella pagina debba reclamare un posto nella vita di qualcun altro; non basta la sincerità di un'intenzione a garantire la riuscita di un'opera, e non basta nemmeno aver sofferto, insistito, sacrificato tempo, energie e possibilità per ottenere, come una ricompensa dovuta, l'attenzione di un lettore. Lo so. L'ho sempre saputo, almeno in teoria, ma sapere qualcosa quando la si osserva da lontano non significa necessariamente riuscire ad accettarla quando viene a sedersi accanto a noi, quando smette di essere un principio astratto e assume la forma concreta di una pagina ignorata, di un testo che passa inosservato, di una successione di giorni nei quali non arriva alcun segnale che consenta di distinguere il disinteresse dalla semplice assenza di occasioni.

Eppure, proprio perché non voglio raccontarmi favole, non riesco neppure ad accettare la favola contraria, quella secondo cui il valore di una scrittura sarebbe misurabile attraverso la quantità di attenzione che riesce a raccogliere, come se la letteratura fosse una gara regolata da un sistema di punteggi, come se il numero delle persone raggiunte potesse trasformarsi automaticamente in un certificato di necessità, come se ciò che viene letto da molti fosse per questo più vero, più profondo, più capace di sopravvivere alla propria epoca. La storia della letteratura è piena di destini irregolari, di opere accolte e dimenticate, di libri che trovano il proprio pubblico quando il loro autore non può più assistere all'incontro, di scritture che attraversano il tempo senza che nessuno possa spiegare con certezza quale combinazione di circostanze le abbia sottratte all'oblio. Ma sarebbe altrettanto ingenuo trasformare questa constatazione in una promessa personale, usare le eccezioni come una garanzia, immaginare che ogni silenzio sia soltanto un riconoscimento rinviato, che ogni marginalità custodisca necessariamente un tesoro che il futuro saprà dissotterrare. Non ho alcuna certezza in questo senso, e non voglio costruirmene una. Non so quale destino attendano le cose che scrivo, né se abbiano un destino al di fuori del tempo che dedico loro; non so se qualcuno le incontrerà domani, fra un anno, fra dieci anni, o se resteranno dove sono adesso, sospese in una circolazione minima, esposte alla possibilità di essere dimenticate senza che nessuno avverta la necessità di recuperarle.

La cosa che più mi inquieta, tuttavia, non è l'eventualità di essere dimenticato, perché la dimenticanza appartiene alla natura delle cose umane con una regolarità che nessuna ambizione riesce davvero a correggere, e non vedo perché la scrittura dovrebbe essere sottratta alla sorte che attende quasi tutto ciò che gli esseri umani costruiscono. Mi inquieta piuttosto la possibilità che il desiderio di scrivere sopravviva troppo a lungo alla relazione che lo rende vivo, che continui a produrre pagine mentre perde gradualmente la capacità di riconoscere perché le produce, che il gesto si trasformi in una ripetizione tanto fedele da diventare una prigione, che la necessità di dire qualcosa venga sostituita dall'abitudine di dire, dalla paura di interrompere il movimento, dal sospetto che smettere equivalga ad ammettere una sconfitta. Non voglio essere fedele alla scrittura come si è fedeli a una condanna, né trasformare gli anni trascorsi a scrivere in un debito che sarei obbligato a pagare continuando a produrre testi, quasi che il passato potesse reclamare dal presente una prestazione incessante, una prova quotidiana di sopravvivenza, un'altra pagina, un'altra frase, un altro tentativo di dimostrare che tutto quel tempo non è stato inutile.

Non vorrei che il mio rapporto con le parole finisse per somigliare a quello di chi continua a camminare attraverso una città devastata perché non riesce a immaginare un altro luogo in cui dirigersi, di chi conosce ogni strada, ogni edificio crollato, ogni finestra murata, ogni insegna corrosa dalla pioggia e tuttavia procede, non più perché intraveda una destinazione, ma perché fermarsi significherebbe guardare in faccia l'immensità delle rovine. Ci sono momenti in cui la scrittura mi appare proprio così, come una città dopo un cataclisma, una distesa di edifici ancora in piedi per abitudine, di facciate che conservano l'apparenza di una solidità perduta, di stanze nelle quali gli oggetti rimangono al loro posto mentre la funzione che li rendeva necessari è scomparsa da tempo. E io continuo ad aggirarmi fra quelle costruzioni, a entrare nelle stanze, a cercare una porta che non ricordo di aver mai aperto, a raccogliere parole disseminate sul pavimento come frammenti di un alfabeto sopravvissuto a un incendio, senza sapere se sto preparando una ricostruzione o semplicemente prolungando il tempo necessario a riconoscere che qualcosa è finito. Ma non voglio fare di questa immagine una sentenza definitiva. Le rovine possono contenere materiali per un edificio diverso, le città possono rinascere attraverso trasformazioni che nessuno riesce a prevedere, e persino il silenzio, quando non viene immediatamente riempito, può restituire alle parole una distanza dalla quale tornare a vederle. Il problema è che non so se mi trovo davanti a una fine o a una soglia, e non possiedo alcun segno affidabile che mi consenta di distinguere le due cose.

Forse è l'età a rendere più urgente questa domanda, non perché a un certo punto della vita si debba necessariamente rinunciare alla scrittura, né perché gli anni accumulati costituiscano una misura della stanchezza intellettuale, ma perché il tempo, quando smette di apparire come una riserva indefinita, modifica il rapporto con ciò che facciamo, rende più difficile considerare ogni gesto come un semplice tentativo, ogni pagina come una possibilità fra molte, ogni progetto come qualcosa che potrà sempre essere ripreso più avanti. Si comincia a vedere con maggiore chiarezza la quantità di tempo che una frase richiede, il numero di volte in cui un pensiero viene affrontato senza che il suo nucleo si lasci esaurire, la sproporzione fra le ore necessarie per costruire qualcosa e il breve intervallo durante il quale quella cosa rimane esposta allo sguardo altrui. Si comincia a domandarsi se valga ancora la pena spendere le proprie giornate in questo modo, se la fedeltà a una necessità interiore non rischi di trasformarsi in una forma di ostinazione, se non esistano altri modi di stare al mondo che la scrittura, con la sua insaziabile richiesta di tempo, finisce per tenere ai margini. E queste domande non comportano necessariamente una risposta negativa, ma impediscono almeno di continuare a scrivere con la stessa inconsapevolezza di prima, come se il tempo fosse infinito e ogni pagina potesse essere seguita da un'altra senza che nulla venisse sottratto alla vita.

Non voglio, però, nemmeno cadere nella tentazione di trasformare la mia stanchezza in una posa, di fare della solitudine dello scrittore una corona di spine da esibire, di presentare il silenzio dei lettori come una persecuzione, di attribuire alla mia marginalità un significato eroico che non possiede. Non sono interessato alla figura dell'autore incompreso che contempla dall'alto la mediocrità del mondo, perché quella figura mi sembra una delle più comode e pericolose invenzioni attraverso cui chi scrive può proteggersi da ogni dubbio, convertendo la mancanza di riscontro in una prova della propria superiorità. Non ho alcuna ragione di pensare che gli altri siano colpevoli perché non leggono le mie pagine, né che la loro indifferenza dimostri qualcosa di negativo sulla loro intelligenza, sulla loro sensibilità o sulla loro capacità di riconoscere ciò che conta. Ognuno abita il proprio tempo, porta con sé le proprie urgenze, attraversa le proprie perdite, cerca le parole di cui ha bisogno e lascia cadere quelle che non riesce a trattenere. Non esiste un obbligo morale di leggere me, e non esiste alcuna giustificazione per pretendere che qualcuno debba riconoscere nella mia scrittura una necessità che io stesso, in questo momento, comincio a interrogare.

Ma riconoscere la libertà degli altri non significa dover dichiarare irrilevante la propria delusione. Posso comprendere che nessuno mi debba attenzione e, nello stesso tempo, avvertire il dolore di non riuscire a raggiungere quasi nessuno; posso rifiutare l'idea che la scrittura debba essere ricompensata e, nello stesso tempo, desiderare che non si trasformi in una conversazione con le pareti; posso non volere applausi e tuttavia sentire la mancanza di una voce che risponda, anche soltanto per contestare ciò che ho scritto, per indicare un punto debole, per dichiarare che una pagina non convince, che un'immagine è eccessiva, che un pensiero non regge, che una frase merita di essere attraversata diversamente. Il dissenso, almeno, presuppone un incontro, una lettura che non si limita a registrare la presenza di un testo ma decide di entrarvi, di misurarsi con le sue contraddizioni, di restituirgli una forma di resistenza. L'indifferenza, invece, non lascia nemmeno questo. Non produce conflitto, non apre una discussione, non offre la possibilità di capire se le parole abbiano fallito oppure se non siano mai arrivate a destinazione. È un silenzio senza contorni, una superficie sulla quale non riesco a distinguere alcuna impronta, e forse proprio per questo diventa così difficile da sopportare: perché non permette nemmeno di comprendere contro che cosa sto urtando.

E allora mi domando che cosa significhi, oggi, pubblicare un testo, affidarlo a una pagina, lasciarlo circolare in un territorio nel quale ogni presenza sembra avere una durata sempre più breve, nel quale ciò che appare adesso viene immediatamente sommerso da ciò che appare un istante dopo, nel quale la permanenza di un pensiero non coincide più necessariamente con la sua capacità di essere visto, e la possibilità tecnica di raggiungere qualcuno non garantisce in alcun modo che qualcuno si fermi. Posso scrivere un testo, renderlo disponibile, indicare il luogo in cui si trova, e poi assistere alla sua scomparsa quasi immediata dal campo dell'attenzione, non perché sia stato confutato, dimenticato dopo una lettura, respinto da qualcuno che abbia deciso di non condividerne le idee, ma perché la successione degli eventi non concede quasi mai alle parole il tempo di depositarsi. È come parlare in una piazza attraversata da una tempesta, mentre ogni voce viene strappata via prima che il suo significato possa raggiungere la persona alla quale era destinata. Eppure non voglio attribuire tutto alla velocità del mondo, perché sarebbe un'altra maniera di sottrarmi alla domanda che riguarda la mia stessa scrittura. Anche in mezzo alla tempesta qualcuno riesce a farsi ascoltare, anche in un territorio saturo di comunicazione esistono testi che trovano una risonanza, anche quando il tempo della lettura sembra ridursi a una successione di istanti, certe parole riescono ancora a trattenere l'attenzione e a trasformarla in un'esperienza. Perché le mie, qualche volta, non ci riescono? La domanda rimane, e non possiedo alcuna risposta che non rischi di essere, almeno in parte, una giustificazione.

Forse dovrei accettare che non tutto ciò che scrivo merita di essere letto, che non ogni pagina raggiunge la forma che immagino, che la quantità di lavoro investita in un testo non coincide necessariamente con la sua forza, che il tempo trascorso a cercare una frase non garantisce che quella frase riesca a trovare il proprio destinatario. Forse dovrei imparare a distinguere la necessità che mi spinge a scrivere dalla convinzione che ciò che ne deriva possieda automaticamente un interesse per gli altri. Sarebbe una distinzione salutare, se riuscissi a praticarla senza trasformarla in una nuova forma di censura, senza cominciare a giudicare ogni pagina prima ancora che abbia avuto la possibilità di svilupparsi, senza lasciare che il timore dell'indifferenza diventi un sorvegliante incaricato di impedire alla scrittura di tentare ciò che ancora non conosce. Perché esiste anche il rischio opposto: quello di smettere di scrivere non perché le parole siano davvero finite, ma perché la paura che non interessino più nessuno comincia a intervenire prima della scrittura, la restringe, la rende esitante, le impone di giustificarsi continuamente, fino a farle perdere proprio quella libertà dalla quale potrebbe nascere qualcosa di inatteso.

Non voglio arrivare a questo punto, non voglio che la presenza immaginaria dei lettori diventi un tribunale permanente, che ogni frase debba superare l'esame di un pubblico che forse non esiste, che la mia mano finisca per obbedire a un'idea anticipata dell'indifferenza altrui. Non voglio scrivere per essere letto a qualsiasi costo, ma non voglio neppure smettere di desiderare la lettura come se quel desiderio fosse una debolezza da correggere, un residuo di vanità, una concessione alla parte più esposta e meno difendibile di chi pubblica. Il desiderio di essere letto non coincide necessariamente con il desiderio di essere celebrato. Può essere semplicemente il desiderio che una cosa uscita da noi non rimanga prigioniera di noi, che le parole possano attraversare la distanza fra due esperienze, che qualcosa del nostro passaggio nel mondo venga riconosciuto non come un monumento da erigere, ma come un segnale lasciato lungo una strada che altri percorrono in direzione diversa. Non chiedo che qualcuno si fermi davanti a quel segnale per sempre; mi domando soltanto se abbia ancora senso lasciarlo, se esista ancora la possibilità che venga visto, se la scrittura possa continuare a essere un modo di entrare in relazione con ciò che non conosciamo.

Forse è questo, alla fine, che rende così difficile nominare la stanchezza che avverto: non posso ridurla alla mancanza di parole, perché le parole continuano a esistere, né posso attribuirla soltanto alla mancanza di lettori, perché non so mai con certezza chi abbia letto, chi sia passato oltre, chi abbia incontrato una frase senza sentire la necessità di rispondere. È una stanchezza più ambigua, che nasce nel punto in cui la necessità di scrivere incontra l'incertezza della propria destinazione, nel punto in cui il gesto rimane possibile ma il suo significato sembra indebolirsi, nel punto in cui ciò che per anni costituisce una forma di orientamento comincia a restituire una quantità di domande superiore a quella delle risposte. Non so se questa stanchezza sia il segno di una fine, e non voglio pronunciare sentenze definitive soltanto perché attraversare l'incertezza è diventato faticoso. Potrei avere bisogno di fermarmi, di lasciare che le pagine rimangano vuote per qualche tempo, di sottrarmi alla pressione di dover trovare sempre qualcosa da dire, di riconoscere che anche il silenzio appartiene alla vita di chi scrive e che non ogni pausa deve essere immediatamente trasformata in una dichiarazione di fallimento. Potrei avere bisogno di cambiare il rapporto con la scrittura, di smettere di misurare il suo valore attraverso la frequenza con cui produco nuovi testi, di permettere alle parole di tornare quando hanno qualcosa da chiedermi e non soltanto quando io ho paura di perderle.

Ma so anche che non è facile sospendere una necessità che si è intrecciata così profondamente alla propria esistenza, perché a un certo punto non si distingue più con chiarezza ciò che si fa da ciò che si è diventati facendo quella cosa, e ogni tentativo di allontanarsene assume il peso di una separazione che non riguarda soltanto un'abitudine, ma un'intera maniera di stare nel mondo. Scrivere significa per me attraversare le cose cercando di sottrarle alla loro apparente evidenza, dubitare di ciò che sembra già spiegato, seguire le contraddizioni fin dove smettono di essere semplici contraddizioni e diventano il modo in cui la realtà si manifesta, provare a costruire una lingua capace di contenere ciò che non si lascia contenere senza perdere la propria natura. Non so se ci riesca, e non pretendo che ogni mio tentativo riesca, ma so che per molto tempo questa ricerca mi consente di attraversare anche i periodi in cui tutto il resto sembra perdere consistenza, di riconoscere nella scrittura un luogo in cui le domande possono continuare a esistere senza essere immediatamente costrette a una risposta. Se adesso anche quel luogo comincia a sembrarmi meno abitabile, non posso liquidare la sensazione con una formula consolatoria. Devo almeno concedermi di guardarla, di capire che cosa mi sta dicendo, di distinguere la stanchezza dalla rinuncia, il bisogno di silenzio dalla perdita del desiderio, la fine di una forma dalla fine della necessità che quella forma cerca di esprimere.

Non voglio, dunque, proclamare la morte della scrittura, come se ogni esitazione dovesse trasformarsi in una tragedia e ogni pagina mancata annunciasse l'apocalisse. L'apocalisse, del resto, non ha bisogno di essere annunciata: può consistere anche nel lento svuotamento delle cose, nella perdita progressiva del loro significato, nella sopravvivenza delle forme dopo che la sostanza che le rendeva necessarie si è ritirata altrove. Può essere una biblioteca ancora piena di libri che nessuno apre, una stanza nella quale la luce continua a entrare senza che vi sia più qualcuno disposto a guardare, una voce che conserva la propria capacità di parlare mentre perde la certezza di essere ascoltata. Ma può anche essere il momento in cui un ordine crolla e lascia apparire ciò che quell'ordine impedisce di vedere, il momento in cui la distruzione di una consuetudine rende possibile un movimento diverso, una lingua che non ripete più le forme attraverso cui ha cercato fino a quel momento di sopravvivere. Non so quale delle due possibilità mi riguardi, e forse sarebbe prematuro scegliere. Posso soltanto riconoscere che qualcosa sta cambiando nel mio rapporto con le parole, che la vecchia sicurezza non è più disponibile nella stessa forma, che il gesto di scrivere si accompagna adesso a una domanda dalla quale non riesco a liberarmi: se continuo, che cosa sto cercando davvero?

Non cerco necessariamente il successo, se con questa parola si intende quella forma di riconoscimento pubblico che trasforma un autore in una presenza costante, una voce in un marchio, un libro in un'occasione per occupare altro spazio. Non ho mai considerato la scrittura una professione dalla quale ricavare una rendita, né ho mai creduto che il valore di un testo dipendesse dalla sua capacità di produrre un vantaggio per chi lo firma. Ma non posso neppure sostenere di essere completamente indifferente alla sorte delle cose che scrivo, perché sarebbe una menzogna troppo evidente. Se pubblico, è perché una parte di me desidera che le parole escano dalla stanza in cui nascono, che si espongano a un incontro, che possano essere accolte oppure respinte, comprese oppure fraintese, amate oppure contestate. Desidero che accada qualcosa dopo la loro pubblicazione, anche se non so che cosa, anche se non posso controllarlo, anche se so bene che la maggior parte delle parole affidate al mondo non produce alcun evento riconoscibile. È questo desiderio, forse, a rendere tanto difficile la convivenza con il silenzio, perché ogni volta che una pagina viene pubblicata una parte di me si ritira e un'altra rimane in ascolto, nonostante tutte le dichiarazioni di autonomia, nonostante la convinzione che si debba scrivere senza aspettarsi ricompense, nonostante la consapevolezza che nessuno abbia il dovere di rispondere.

E quando la risposta non arriva, non sempre riesco a convincermi che non sia importante. Posso dirmi che il testo rimane, che la sua esistenza non dipende dal numero delle persone che lo incontrano, che la scrittura possiede un tempo diverso da quello dell'attenzione immediata, che ciò che oggi sembra invisibile può essere recuperato domani, ma queste considerazioni, per quanto ragionevoli, non cancellano del tutto la sensazione di parlare da una riva mentre dall'altra parte il paesaggio rimane vuoto. Non è la vanità a rendere doloroso quel vuoto, o almeno non soltanto quella parte di vanità che appartiene a chiunque esponga qualcosa di proprio allo sguardo degli altri; è anche il dubbio che il gesto della comunicazione abbia smarrito la propria destinazione, che le parole siano diventate un esercizio senza conseguenze, una successione di segni che si aggiunge ad altri segni senza modificare nulla, senza aprire una domanda, senza produrre nemmeno quel piccolo spostamento dello sguardo che, qualche volta, giustifica tutto il lavoro necessario per arrivare fino alla fine di una pagina.

Forse, allora, non mi mancano le parole: mi manca la fiducia nel loro viaggio, la possibilità di immaginare che, una volta uscite da me, possano incontrare qualcosa che non sia già previsto dalla loro stessa solitudine. Mi manca l'idea che una pagina possa essere un luogo d'incontro e non soltanto il deposito di un'esperienza, che la scrittura possa costruire una relazione senza doverla dichiarare, che qualcuno possa leggere e riconoscere in quelle parole una domanda che appartiene anche alla propria vita, un'inquietudine che non sapeva nominare, una contraddizione nella quale improvvisamente si riconosce. Non ho bisogno che quel qualcuno mi somigli, che condivida le mie convinzioni, che apprezzi la mia lingua o che consideri riuscito ogni mio tentativo. Mi basterebbe, forse, sapere che le parole non restano interamente prigioniere della persona che le scrive, che esiste ancora la possibilità di un passaggio, che la distanza non è diventata assoluta, che il silenzio non è l'unica risposta che il mondo riesce a restituire.

Eppure non voglio trasformare questo desiderio in una richiesta, né chiedere ai lettori di giustificare la propria assenza, né fare della mia stanchezza un conto presentato a chiunque abbia avuto l'occasione di leggere e non l'abbia fatto. Non c'è alcun debito da saldare, nessuna colpa da distribuire, nessun tribunale al quale convocare coloro che passano oltre. Ognuno è libero di non leggere, di dimenticare, di non trovare interessante ciò che scrivo, e io sono libero di riconoscere che questa libertà, quando si manifesta attraverso un silenzio prolungato, produce in me una forma di scoraggiamento che non riesco più a nascondere nemmeno a me stesso. Non è un'accusa, ma una constatazione; non è una pretesa, ma l'ammissione di un limite; non è il tentativo di ottenere una risposta attraverso il ricatto della tristezza, ma il bisogno di dire che anche chi scrive, anche chi per anni ha fatto della parola una forma di resistenza, può arrivare a un punto in cui la resistenza stessa comincia a pesare, in cui la fedeltà alla propria voce non basta più a dissipare il dubbio che quella voce stia parlando in una stanza vuota.

E a voi, che leggete qualche volta, che forse leggete senza lasciare traccia, che passate attraverso queste pagine come si passa davanti alle finestre illuminate di una casa nella quale non si ha alcuna ragione di entrare, non voglio chiedere di fermarvi per dovere, né di dichiarare un interesse che non provate. Mi domando soltanto se vi sia ancora un luogo in cui le parole possano essere accolte senza dover prima dimostrare la propria utilità, se esista ancora la possibilità di leggere un testo senza considerarlo un contenuto da consumare e sostituire immediatamente con un altro, se la scrittura possa ancora chiedere qualche minuto di attenzione senza sembrare un'intrusione, una pretesa, un peso aggiunto alla quantità di cose che già reclamano il vostro tempo. Non so se queste domande riguardino soltanto me, se siano il riflesso di una stanchezza personale oppure il sintomo di una distanza più ampia fra chi scrive e chi legge, e non voglio fingere di poterlo stabilire. So soltanto che, qualche volta, mi piacerebbe avvertire una presenza dall'altra parte, non per sentirmi dire che sono bravo, non per ricevere un'approvazione, non per aggiungere un numero a una statistica che non saprebbe comunque spiegarmi che cosa accade davvero quando qualcuno legge, ma per sapere che il movimento delle parole non si esaurisce nel momento in cui le affido al mondo.

Perché il punto, forse, non è che io abbia bisogno di essere letto per continuare a esistere, né che la mia scrittura debba trovare un pubblico per giustificare il tempo che le dedico. Il punto è che la scrittura, almeno per come l'ho vissuta, non è mai stata soltanto un'attività privata, una maniera di riempire le ore, un esercizio di stile, una collezione di frasi che posso conservare per me stesso e considerare sufficienti. È sempre stata anche un tentativo di raggiungere ciò che non conosco, di entrare in contatto con esperienze che non coincidono con la mia, di mettere alla prova le parole contro un mondo che non si lascia ridurre alle mie intenzioni. Se questa possibilità si restringe, se il testo torna a me senza aver lasciato alcuna traccia riconoscibile, se ogni tentativo sembra chiudersi nel circuito di una voce che parla a se stessa, allora la stanchezza non riguarda soltanto il fatto di scrivere, ma il significato che attribuisco alla scrittura, la sua capacità di sottrarmi all'isolamento proprio mentre mi costringe ad attraversarlo.

Non so che cosa accadrà. Non so se domani le parole torneranno a presentarsi con la stessa prepotenza, se una frase inattesa riuscirà a riaprire il passaggio che adesso mi sembra chiuso, se il silenzio che avverto si rivelerà soltanto una pausa o il principio di una trasformazione più profonda. Non voglio promettere che continuerò comunque, né annunciare che smetterò, perché entrambe le dichiarazioni mi sembrerebbero premature, come se avessi bisogno di trasformare un'incertezza in una decisione soltanto per liberarmi dal peso di non sapere. Posso concedermi di rimanere in questo punto intermedio, senza celebrarlo e senza condannarlo, riconoscendo che ci sono momenti in cui la scrittura non offre risposte, in cui il suo linguaggio sembra esaurirsi proprio mentre la necessità di interrogare le cose rimane intatta, in cui l'unica forma di onestà consiste nel non fingere una sicurezza che non possiedo. Posso lasciare che le pagine rimangano vuote, che le parole si allontanino, che il desiderio di scrivere attraversi una stagione di incertezza senza costringerlo immediatamente a produrre qualcosa che dimostri la propria sopravvivenza.

Ma non voglio neppure concludere che tutto sia perduto, perché non lo so, e perché la tentazione di trasformare una stanchezza in una sentenza definitiva è spesso soltanto un modo per sottrarsi alla fatica di restare dentro una domanda. Il silenzio può essere una fine, ma può anche essere il luogo in cui qualcosa si prepara senza essere ancora capace di manifestarsi; le parole possono sembrare consumate perché non hanno più nulla da dire, ma possono anche aver bisogno di essere sottratte alle forme attraverso cui le abbiamo costrette a parlare; la scrittura può diventare una prigione quando si trasforma in abitudine, ma può tornare a essere una strada quando smettiamo di percorrerla soltanto per paura di fermarci. Non so quale di queste possibilità mi attenda. Non so nemmeno se abbia senso cercare una risposta adesso, quando la domanda è ancora troppo vicina per essere osservata senza che il suo peso deformi tutto ciò che le sta intorno.

So soltanto che non voglio mentire, né a me stesso né a chi eventualmente legge. Non voglio fingere che l'assenza di risposte non mi tocchi, che la mancanza di interesse non abbia conseguenze, che basti dichiararsi estranei alle logiche del riconoscimento per diventare immuni al desiderio di essere ascoltati. Non voglio nemmeno trasformare la mia inquietudine in una requisitoria, perché non considero nessuno responsabile del fatto che le mie parole non arrivino dove vorrei, e perché la libertà di scrivere comprende anche la possibilità di non essere letto, di non essere capito, di non trovare alcun interlocutore disposto a raccogliere ciò che si è cercato di dire. Ma rivendico il diritto di nominare questa condizione, di ammettere che a volte pesa, che a volte scoraggia, che a volte mi fa dubitare non soltanto dell'utilità di una singola pagina, ma della necessità di continuare a costruire pagine quando non riesco più a immaginare che cosa accada dopo.

Forse, in fondo, è proprio questo il punto nel quale mi trovo: non alla fine delle parole, ma alla fine di una certa fiducia nelle parole, o almeno alla fine della facilità con cui quella fiducia mi accompagna mentre scrivo. Per anni posso permettermi di procedere senza sapere esattamente dove sto andando, perché la scrittura stessa rappresenta una forma di orientamento, perché ogni pagina apre la possibilità di una pagina successiva, perché persino l'insuccesso di un tentativo contiene l'indicazione di un'altra strada. Adesso, qualche volta, mi sembra che anche questa riserva si sia assottigliata, che il movimento continui senza produrre una direzione, che le parole si presentino come un esercito stanco davanti a una città le cui porte non si aprono più, e che io debba decidere se insistere nell'assedio oppure riconoscere che non esiste alcuna città da conquistare. Ma forse l'immagine è sbagliata, forse la città esiste e sono io a non riuscire più a vederla, forse il problema non è che le porte siano chiuse, ma che ho trascorso troppo tempo a bussare sempre nello stesso punto, aspettandomi che la risposta arrivasse dalla parte dalla quale l'ho sempre attesa.

Non ho una conclusione da offrire, e forse è giusto così. Non voglio ricavare da questa stanchezza una morale, non voglio trasformarla in un manifesto, non voglio fingere che il semplice fatto di averla nominata basti a superarla. Per il momento posso soltanto riconoscere che le parole, anche quando sembrano mancare, non scompaiono tutte insieme, e che la necessità di scrivere non è una certezza immutabile, ma qualcosa che può attraversare periodi di oscurità, perdere temporaneamente la propria voce, cambiare forma, ritirarsi senza per questo dichiarare necessariamente la propria fine. Posso anche ammettere che il desiderio di essere letto non mi rende meno libero, così come il silenzio dei lettori non rende automaticamente meno necessaria la scrittura; che queste due verità possono convivere senza annullarsi, lasciandomi nel territorio scomodo in cui non esistono garanzie e tuttavia rimane possibile scegliere.

E allora, se in questi giorni le parole mi sembrano meno disponibili, se la pagina mi appare come una distesa sulla quale non so più riconoscere il punto da cui partire, se mi domando a che cosa serva continuare a parlare quando la risposta è così rara da diventare quasi indistinguibile dalla sua assenza, non voglio interpretare tutto questo come una sconfitta definitiva. Voglio almeno concedermi il diritto di non sapere, di non riempire immediatamente il vuoto, di non trasformare ogni esitazione in un nuovo testo soltanto per dimostrare che sono ancora capace di scrivere. Voglio vedere se, dopo il rumore, dopo la stanchezza, dopo il progressivo sgretolarsi di alcune certezze, rimane qualcosa che abbia ancora voglia di parlare, qualcosa che non sia soltanto la ripetizione di ciò che conosco, ma una voce diversa, magari più fragile, magari meno sicura, capace di riconoscere la propria incertezza senza vergognarsene.

Perché forse non è vero che cominciano a mancarmi le parole. Forse comincia a mancarmi la fiducia nel loro viaggio, la convinzione che possano uscire dalla mia solitudine senza esservi immediatamente ricondotte, la possibilità di immaginare che dall'altra parte esista qualcuno disposto a incontrarle, non necessariamente ad accoglierle, non necessariamente a comprenderle, ma almeno a riconoscerle come parole rivolte a un essere umano e non come un'altra traccia dispersa nella polvere di un mondo che non smette di produrre segni e sembra avere sempre meno tempo per leggerli. Forse comincia a mancarmi la certezza, sempre fragile e mai del tutto confessata, che valga la pena mettere le parole al mondo, affidarle a un destino che non posso controllare, lasciarle esposte alla possibilità di essere ignorate, dimenticate, fraintese, oppure incontrate da qualcuno nel momento imprevedibile in cui una frase riesce a raggiungere un punto della sua esperienza che nessun'altra frase aveva ancora toccato.

E questa, per chi ha trascorso tanti anni a cercare nella scrittura una ragione per continuare a interrogare le cose, è una stanchezza assai più difficile da nominare della semplice mancanza di parole. Perché le parole, in qualche modo, si possono sempre cercare, inventare, deformare, strappare alla consuetudine, costringere a un movimento diverso, mentre la fiducia nel fatto che esse possano ancora incontrare qualcuno non dipende soltanto da chi scrive, né può essere ricostruita con la stessa pazienza con cui si corregge una frase o si ricompone una pagina. Quella fiducia appartiene a un territorio più vasto, nel quale entrano gli altri, il tempo, il caso, la possibilità dell'incontro, tutto ciò che non posso governare e che tuttavia continua a determinare una parte del significato che attribuisco al mio lavoro.

Non so se continuerò a scrivere come ho scritto finora, e forse non è nemmeno questo che conta. So che non voglio continuare per inerzia, né smettere per disperazione, né confondere il silenzio di chi non risponde con una sentenza pronunciata sulla mia vita. Voglio soltanto capire se, sotto le macerie delle abitudini, delle aspettative e delle forme che conosco troppo bene, esiste ancora una necessità capace di sorprendermi, una parola che non abbia già pronunciato, una domanda che non si lasci ricondurre a quelle precedenti, un movimento che non nasca dalla paura di essere dimenticato ma dal desiderio, ancora possibile, di avvicinarmi a qualcosa che non conosco.

Per il momento rimango qui, davanti a questa incertezza, senza sapere se sia una fine o un passaggio, senza chiedere al futuro di promettermi ciò che il presente non riesce a garantire, senza pretendere che qualcuno venga a rassicurarmi. Se le parole torneranno, torneranno; se avrò bisogno di tacere, cercherò di non considerare il silenzio una colpa. E se qualcuno, passando di qui, troverà in queste righe qualcosa che gli appartiene, una domanda, un dubbio, una piccola scheggia della propria esperienza, non avrà bisogno di dichiararlo per rendere giustificabile tutto ciò che scrivo, ma forse mi ricorderà che il viaggio delle parole non è sempre misurabile attraverso le risposte che produce, che qualche incontro può restare invisibile, che non ogni silenzio equivale necessariamente a un rifiuto.

Non so se sia sufficiente. Non so nemmeno se la parola sufficiente abbia ancora un significato in una vicenda che non offre garanzie e non promette risarcimenti. So soltanto che, qualche volta, mi piacerebbe sentire il rumore di una porta che si apre, non perché io possa finalmente entrare in una stanza dove qualcuno mi attende, ma perché quel rumore mi dimostri che la casa non è completamente vuota, che il mondo non ha smesso del tutto di rispondere, che fra la voce di chi scrive e il silenzio di chi legge esiste ancora una distanza attraversabile.

Forse è tutto qui, in questa attesa che non voglio più mascherare da indifferenza, in questo desiderio che non voglio trasformare in pretesa, in questa stanchezza che non voglio né esibire come una ferita gloriosa né nascondere come una debolezza. Continuo a interrogarmi, continuo a dubitare, continuo a non sapere quale forma debba prendere il passo successivo. E forse, per una volta, posso lasciare che sia proprio questa incertezza a rimanere sulla pagina, senza costringerla a diventare una risposta, senza cercare una conclusione capace di mettere ordine in ciò che ordine non possiede.

Perché, se davvero qualcosa finisce, non sempre finisce nel momento in cui smettiamo di parlarne; e se qualcosa continua, non sempre lo fa attraverso la produzione incessante di nuove parole. A volte resta una domanda, una frase incompleta, un silenzio che non sappiamo ancora interpretare, una pagina che non riusciamo a concludere. E forse è da lì che bisogna ricominciare, oppure è proprio lì che, per il momento, bisogna avere il coraggio di fermarsi.

Io, almeno per ora, non so fare altro che riconoscere questo: le parole sono ancora qui, ma non so più con la stessa certezza perché le chiamo, a chi le affido, quale distanza debbano attraversare per diventare qualcosa di diverso dalla mia voce. Non so se mi manchino i lettori o se mi manchi la capacità di immaginarli, se sia il mondo a essersi allontanato dalle mie pagine o se siano le mie pagine ad aver perso una parte della loro capacità di raggiungerlo. Non so se questa stanchezza annunci una fine o prepari, nel buio, una forma diversa di scrittura. So soltanto che non voglio mentire su ciò che provo, e che non voglio nemmeno fare del mio dubbio una condanna.

Perciò scrivo queste parole senza sapere se saranno lette, senza pretendere che qualcuno risponda, senza la certezza che servano a qualcosa. Le scrivo perché, almeno in questo momento, tacere senza dire nulla di questo silenzio mi sembra una menzogna più grande. Le affido a chi passa, a chi si ferma, a chi forse non arriverà mai, come si affida alla notte un segnale che potrebbe non essere visto, senza sapere se dall'altra parte esista qualcuno capace di riconoscerlo.

E se non ci sarà nessuno, se queste parole finiranno anch'esse nel grande deposito delle cose ignorate, se il loro passaggio non lascerà alcuna traccia riconoscibile, non potrò dire che il mondo mi ha sottratto qualcosa che mi apparteneva di diritto. Potrò soltanto prendere atto che anche questo tentativo appartiene alla parte fragile della scrittura, quella che non può garantire il proprio destino, quella che espone chi scrive alla possibilità di non essere ascoltato e, nello stesso tempo, gli consente di non rinunciare del tutto alla possibilità di esserlo.

Forse domani ricomincerò, forse resterò in silenzio, forse mi accorgerò che le parole non sono finite e che sono soltanto io ad aver bisogno di una distanza diversa per ritrovarle. Per ora non voglio promettere nulla, nemmeno a me stesso. Voglio soltanto lasciare aperta questa domanda, con tutta la sua scomodità, senza trasformarla in una conclusione edificante e senza fingere che la sua risposta sia già nascosta da qualche parte, pronta a venirmi incontro.

Perché forse non è vero che cominciano a mancarmi le parole. Forse comincia a mancarmi la certezza che valga la pena metterle al mondo. E questa, dopo tanti anni trascorsi a cercare nella scrittura una forma di resistenza al silenzio, è la domanda più terribile che possa rivolgermi: non se abbia ancora qualcosa da dire, ma se esista ancora, da qualche parte, qualcuno per il quale valga la pena dirlo.

Francesco Bonami a Mosca: quando il sistema dell'arte chiama dialogo ciò che non vuole chiamare compromesso


La cultura non ha passaporto, si dice, e l'arte dovrebbe ignorare le frontiere e sottrarsi alle ragioni degli Stati. Sono formule che nessuno può contestare senza apparire rozzo, e proprio per questo servono da riparo comodo a un sistema internazionale che continua a distribuire incarichi, prestigio e legittimazione con la regolarità con cui inaugura una mostra, come se il mondo intorno non avesse cambiato le condizioni in cui quelle distribuzioni avvengono. La nomina di Francesco Bonami a direttore artistico della GES-2 House of Culture di Mosca, annunciata il 13 ottobre, cade esattamente su questo terreno, dove i principi sulla libertà culturale, invocati con sincerità o per abitudine, finiscono per rendere indiscutibile ciò che andrebbe discusso.

Bonami arriva a GES-2 da collaboratore di lunga data: lavora con la fondazione V-A-C dal 2010, contribuisce alle strategie dell'istituzione dal 2021 e ora assume una responsabilità più diretta sulla scelta dei progetti e sulla programmazione. Alle spalle ha una carriera da protagonista del circuito internazionale, direttore della Biennale di Venezia nel 2003, curatore della Whitney Biennial del 2010, senior curator al Museum of Contemporary Art di Chicago. L'autorità simbolica che gli viene da questo percorso, costruita grazie alla circolazione di opere, idee e persone che oggi rischia di essere ostacolata, toglie alla sua scelta il carattere di faccenda privata fra un professionista e un datore di lavoro e la rende un fatto pubblico, da giudicare con i criteri che si applicano ai fatti pubblici.

Esiste una scorciatoia, che consiste nell'interdire in blocco la cultura russa e nel giudicare ogni artista, curatore e spettatore secondo le decisioni del Cremlino. È rozza e inefficace, perché confonde i cittadini con lo Stato e colpisce proprio coloro che, dentro quel Paese, tengono aperta una possibilità di pensiero diversa da quella ufficiale. Rifiutarla, tuttavia, lascia intatta la questione vera: quanto peso si possa dare alla parola dialogo quando pretende di rendere irrilevanti le condizioni politiche ed economiche in cui il dialogo avviene, e se l'autonomia dell'arte debba intendersi come capacità di interrogare il potere, con ciò che questa capacità costa a chi la esercita, oppure come diritto degli operatori culturali a non essere disturbati dalle conseguenze delle proprie scelte.

GES-2 è stata inaugurata nel dicembre 2021, pochi mesi prima dell'invasione su vasta scala dell'Ucraina, in un'ex centrale elettrica trasformata da Renzo Piano in un grande centro multidisciplinare nel cuore di Mosca, di fronte al Cremlino. Appartiene alla V-A-C Foundation, fondata dal magnate del gas Leonid Mikhelson, proprietario di Novatek e figura di primo piano dell'economia russa, che ha finanziato un progetto ambizioso fra arti visive, ricerca, spettacolo e partecipazione pubblica. Sarebbe disonesto negare il valore di ciò che in quegli spazi è stato fatto, mostre serie, artisti di rilievo, occasioni reali di studio, e altrettanto ingenuo fingere che l'origine delle risorse e i rapporti fra capitale, istituzioni e potere restino fuori dal quadro. La qualità di un programma convive con le condizioni che lo rendono possibile senza cancellarle, e la natura privata di una fondazione, che le dà una distanza formale dallo Stato, non ne fa un territorio sottratto alle domande del pubblico.

La cultura, del resto, conserva la propria innocenza finché qualcuno ha interesse a ricordarla, e quando la perde non sempre veste una divisa. Accanto alla propaganda dichiarata esiste una funzione più discreta, che consiste nel mantenere l'immagine di un Paese come interlocutore ancora frequentabile, nel proteggere la reputazione di un'istituzione, nel mostrare che il mondo continua a varcarne la soglia. Per riconoscerla non servono ordini dall'alto né intenzioni documentate: la diplomazia culturale funziona al meglio quando evita di chiamarsi con il proprio nome, e le basta che le persone giuste continuino a incontrarsi, che i nomi prestigiosi restino sulle locandine, che il circuito conservi il suo moto.

Bonami ha sostenuto in passato che le sanzioni economiche non dovrebbero toccare la cultura e, a quanto si è letto, ha definito la sanzione culturale un atto che ferisce le persone nell'anima. La posizione merita una discussione di merito e ha una sua forza, perché colpire un violinista o un pittore per il passaporto che ha in tasca attribuisce alla nazionalità una colpa che nessun individuo ha scelto. Accolto per intero, però, l'argomento difende la circolazione degli artisti e lascia senza risposta la domanda su chi dirige l'istituzione che li accoglie: fra il rifiuto di punire indiscriminatamente chi crea e l'accettazione di una direzione artistica in una struttura sostenuta da uno dei grandi nomi dell'economia russa si stende uno spazio di valutazione che la parola autonomia, pronunciata per coprirlo, non riesce ad abolire.

L'obiezione più forte, quella che un testo severo deve concedere all'avversario prima di rispondergli, vuole che la presenza di un curatore occidentale in una grande istituzione moscovita sia già una forma di apertura, un filo che resta teso mentre tutti gli altri si spezzano, una finestra offerta ad artisti, tecnici e pubblico proprio mentre il resto del mondo la chiude. Ha il suo peso, e chi la scartasse con sdegno mostrerebbe di non aver mai lavorato dentro un'istituzione sotto pressione. Regge però soltanto finché la finestra serve a chi sta dentro, e smette di reggere quando la stessa finestra serve a chi sta fuori, a mostrare che la vita culturale procede come prima e che il prestigio dei nomi invitati ne garantisce la normalità. Lo stesso gesto produce così due effetti opposti, e nessuna dichiarazione d'intenti permette di separarli.

Il momento accentua l'ambiguità. La nomina interviene mentre in Europa i rapporti con le istituzioni russe restano tesi, gli scambi museali sono stati interrotti o ridotti, la presenza della Russia alla Biennale di Venezia ha riaperto un conflitto politico e culturale di nessuna modestia e la Commissione europea ha sospeso due milioni di euro destinati alla Biennale proprio in relazione a quella controversia. Accettare la direzione artistica di una grande casa della cultura a Mosca significa allora prendere posto, volenti o nolenti, dentro una discussione sul confine fra indipendenza culturale, responsabilità pubblica e normalizzazione. La replica di GES-2, secondo cui la vocazione internazionale fa parte dell'identità dell'istituzione e non dipende da una singola nomina, è comprensibile per chi deve difendere la continuità di un programma, ma risponde a una domanda che nessuno ha posto: nessuno dubita che un centro culturale possa desiderare rapporti con artisti di ogni Paese, e il problema riguarda le condizioni di quei rapporti, gli interlocutori, le risorse, la consapevolezza con cui se ne accettano le conseguenze. L'internazionalità, presentata come credenziale morale, lavora anche come capitale reputazionale per un'istituzione che vuole conservare la propria centralità mentre il quadro politico intorno si restringe.

Bonami non risponde delle decisioni del governo russo per il solo fatto di aver accettato un incarico, e attribuirgli intenzioni propagandistiche senza prove sarebbe scorretto. Il riconoscimento della sua autonomia professionale, tuttavia, obbliga a prendere sul serio la scelta: una nomina frutto di valutazione consapevole autorizza a chiedere quale idea di responsabilità culturale la sostenga e quale rapporto egli intenda stabilire fra libertà artistica e condizioni materiali della produzione. Il prestigio accumulato in decenni rende queste domande più necessarie, perché chi ha molta credibilità da perdere ha anche molto da insegnare con il proprio esempio.

Resta ciò che il caso rivela del sistema nel suo insieme. Per anni ci è stato raccontato che l'arte contemporanea possiede la capacità quasi miracolosa di attraversare le divisioni, di costruire ponti dove la diplomazia fallisce, di parlare una lingua che nessun governo controlla; messo alla prova da circostanze concrete, il racconto si applica con sorprendente selettività. Il dialogo viene difeso quando conserva relazioni di pregio, l'autonomia viene invocata quando le responsabilità si fanno scomode, la complessità viene esibita come valore intellettuale e poi adoperata come alibi per non pronunciarsi su nulla.

A Bonami non si deve chiedere di farsi diplomatico, oppositore o giudice della storia. A chi lo discute si deve chiedere di farlo senza la deferenza abituale verso i nomi che il sistema ha consacrato e senza la superstizione che vuole ciò che avviene dentro un museo separato da ciò che avviene fuori. La cultura può sopravvivere alle fratture politiche e talvolta contrastarle, ma chiamarla libera non la rende tale, così come un curatore occidentale alla guida di un'istituzione moscovita dimostra la libertà di quell'istituzione soltanto a chi ha già deciso di crederci. Il diritto di Bonami di lavorare a Mosca ha una risposta ovvia, che non esaurisce il giudizio su ciò che il suo lavoro lì significa; e la domanda che rimane, scomoda per lui come per chi lo critica, è se esista una forma di presenza che non coincida con il consenso né con la fuga, o se ogni scelta, in questo punto della storia, finisca per servire qualcuno che non l'aveva chiesta.

La grammatica del dominio: Ingeborg Bachmann e l’impossibilità di dire «lui»


Nel racconto «Il latrato», che appartiene alla raccolta Simultan del 1972 e che il lettore italiano frequenta nell'edizione intitolata «Tre sentieri per il lago», Ingeborg Bachmann costruisce una delle rappresentazioni più radicali della soggettività femminile del secondo Novecento rinunciando alla scena che ci si aspetterebbe da un testo di questo genere, quella in cui una donna sottoposta a una forma di dominio riconoscibile verrebbe descritta e denunciata dall'esterno, secondo uno schema narrativo che prevede da una parte il soggetto oppresso e dall'altra il soggetto oppressore, la violenza visibile da un lato e la coscienza lesa dall'altro, e che consente al lettore di collocarsi in una posizione comoda, quella del testimone che vede con chiarezza ciò che i personaggi non vedono; ciò che la scrittrice indaga, invece, con una pazienza che sconfina nell'accanimento, è il processo assai più oscuro e perturbante mediante il quale il dominio viene progressivamente interiorizzato, depositato nelle abitudini percettive, convertito in norma morale, trasmesso attraverso la famiglia e la lingua e la cultura, e infine assunto dalla coscienza individuale come una parte quasi naturale del proprio modo di abitare il mondo, cosicché quella che all'origine poteva essere riconosciuta come una relazione storica e contingente di potere, con i suoi beneficiari e i suoi costi, finisce per apparire come una condizione generale dell'esistenza, un difetto antropologico condiviso, una colpa priva di responsabile o addirittura una fatalità davanti alla quale resta soltanto la posizione della sofferenza, della comprensione e del sacrificio, posizione che la cultura ha già provveduto a rivestire di dignità morale e persino di un certo prestigio spirituale. In questa trasformazione del dominio da realtà esterna a struttura interna della coscienza si colloca uno dei nuclei teorici più importanti del racconto, e lo si può dire con una certa sicurezza proprio perché la scrittrice si rifiuta di dirlo in forma di tesi, affidando la dimostrazione a una vicenda in cui le parole hanno più peso dei fatti e in cui un pronome, una desinenza, la scelta fra il singolare e il plurale, valgono come atti decisivi dentro un conflitto che nessuno dichiara; Bachmann mostra quanto sia arduo per una donna riconoscere la propria subordinazione quando la cultura che l'ha prodotta le ha insegnato nello stesso movimento a leggere la sopportazione come virtù, la rinuncia come responsabilità, la comprensione dell'altro come superiorità morale e la propria sofferenza come una componente pressoché inevitabile dell'ordine delle cose, di modo che la libertà, quando si affaccia, si affaccia già sospettata di egoismo, già carica del peso di un'accusa che nessuno ha ancora formulato e che il soggetto formula in anticipo contro se stesso. Il titolo medesimo, a pensarci, appartiene a questa economia del dire e del non dire, perché il latrato è un suono che precede e oltrepassa l'articolazione, una voce che si fa sentire senza farsi intendere, un segnale di allarme o di minaccia o di dolore la cui lettura dipende interamente da chi lo ascolta, e una scrittrice che intitola un racconto a un suono privo di sintassi sta indicando, con la discrezione che le è propria, che l'oggetto dell'indagine si trova nella zona in cui la sofferenza ha già una voce e ancora non ha un linguaggio, nel punto in cui il corpo e la psiche emettono ciò che la grammatica disponibile non è in grado di accogliere e che perciò rischia di essere interpretato, dall'esterno e dall'interno, come rumore, come eccesso, come disturbo di una quiete che altri hanno interesse a conservare. La vicenda di Franziska acquista pertanto un significato che eccede ampiamente la dimensione individuale e psicologica, poiché il suo rapporto con l'anziana donna consente a Bachmann di rappresentare la trasmissione intergenerazionale come la riproduzione di una struttura simbolica, e ciò significa che l'eredità consiste in un modo di percepire ciò che accade assai più che in un insieme di comportamenti, di valori o di pregiudizi enumerabili, e dunque in un determinato modo di stabilire che cosa sia normale, che cosa sia tollerabile, che cosa debba essere perdonato, che cosa debba essere sopportato e soprattutto chi abbia il diritto di essere considerato responsabile di ciò che accade e chi invece la facoltà, o il dovere, di rispondere per tutti. Un comportamento può essere imitato e un valore può essere discusso, mentre un modo di percepire si abita senza saperlo, si respira come l'aria di una casa nella quale si è nati, e la sua trasmissione avviene per una via che non passa dalla persuasione e che sfugge perciò alle forme ordinarie della critica, dal momento che nessuno ha mai detto alla figlia o alla nuora, o alla donna più giovane in generale, che le cose stanno in un certo modo e debbono stare così, e tuttavia la più giovane si trova a sapere come stanno le cose, in quale ordine vadano ascoltate le richieste, di chi sia prioritario il disagio, quale rumore sia lecito fare e quale silenzio debba invece essere custodito. Franziska vede più dell'anziana donna, e questo elemento è decisivo, perché la sua coscienza dispone di strumenti critici che la generazione precedente non aveva avuto o non aveva potuto adoperare, sicché la distanza fra le due si misura con una precisione quasi clinica nella quantità di cose che la più giovane riesce a registrare senza poterle ancora trasformare in azione; la maggiore capacità percettiva, tuttavia, non produce automaticamente una liberazione, perché vedere una struttura equivale a possedere la mappa di un labirinto senza aver ritrovato la porta, e riconoscere che un determinato comportamento è ingiusto non implica di essere già capaci di attribuirne la responsabilità a chi lo compie, in particolare quando il soggetto è stato educato a pensare la propria esperienza attraverso categorie in cui la responsabilità individuale tende continuamente a essere riassorbita dentro una colpa collettiva più ampia, più rassicurante e, proprio per questo, più difficile da contestare. L'ampiezza di quella colpa ha anzi un fascino particolare per una coscienza che ha appena cominciato a vedere, perché le offre un posto dove riporre il proprio vedere senza doverlo spendere, una forma elevata e malinconica di lucidità che rende il disagio presentabile e l'inazione quasi un segno di profondità, e la tentazione di abitarla cresce nella misura in cui la coscienza è diventata più acuta, poiché una coscienza ottusa non avrebbe nulla da riparare e una coscienza pienamente libera non ne avrebbe bisogno. Qui assume importanza decisiva il passaggio linguistico in cui Franziska sembra arrivare a un passo dalla formulazione di un giudizio autenticamente determinato e tuttavia, nel momento stesso in cui potrebbe compiere quel passo, torna indietro e sostituisce l'individuazione di una responsabilità precisa con una generalizzazione che coinvolge tutti: «che razza di persone siamo» anziché «che razza di uomo è mio marito». La differenza fra le due proposizioni, minima e quasi impercettibile se la si considera dal solo punto di vista grammaticale, costituisce il luogo in cui il racconto rende visibile una vera politica del linguaggio, perché il passaggio dal singolare al plurale modifica radicalmente il luogo in cui viene collocata la responsabilità, trasforma un comportamento individuale in una colpa universale e sostituisce alla possibilità di un giudizio la formulazione di una condanna tanto vasta da rischiare l'inefficacia. A questa differenza l'italiano aggiunge, nella traduzione, una risonanza che l'originale tedesco forse dispone in altro modo e che nondimeno merita di essere interrogata, dato che l'espressione «che razza di» appartiene al registro dell'indignazione quotidiana, quello in cui si dice «che razza di modi» o «che razza di discorsi» per esprimere uno sdegno che si è già rassegnato a restare verbale, e porta dentro di sé, sotto la patina del colloquiale, la parola «razza» con tutto il peso storico che essa ha assunto nel Novecento, la parola del classificare gli esseri umani in specie, dell'assegnare a ciascuno la sua natura e 
il suo posto. Quando la formula viene portata al plurale della prima persona, «che razza di persone siamo», lo sdegno cambia bersaglio e si rivolge a un noi che comprende il marito, la moglie, la generazione precedente e quella successiva, in una sorta di specie colpevole nella quale le distinzioni si perdono, e la classificazione che la lingua della indignazione porta nel suo fondo viene applicata all'umanità intera, la quale diventa così la colpevole di ciò che una persona determinata fa a un'altra persona determinata dentro una casa determinata. Dire «che razza di uomo è mio marito» avrebbe significato separare il soggetto dall'atto, attribuire a qualcuno una responsabilità, riconoscere che esiste una differenza fra chi esercita il potere e chi ne subisce le conseguenze, e soprattutto accettare l'idea che una determinata relazione possa essere giudicata senza che il giudizio debba trasformarsi in un'accusa rivolta all'intera umanità; dire invece «che razza di persone siamo» dissolve quella differenza, include se stessi nella colpa, converte una relazione concreta in un problema generale dell'essere umano e rende, attraverso questa universalizzazione, molto più difficile individuare il soggetto concreto che esercita la responsabilità, perché la domanda sull'autore dell'atto è stata già soddisfatta da una risposta che nomina tutti. La forza della formulazione bachmanniana sta nel fatto che la generalizzazione della colpa può apparire, a un primo livello, persino più radicale del giudizio individuale, dato che sembra declinare la comoda possibilità di trovare un singolo colpevole e riconoscere invece che la violenza, l'egoismo, la sopraffazione e l'incapacità di amare appartengono a una condizione umana più vasta, e dato che questa rappresentazione dispone di un'antica e illustre genealogia, religiosa e filosofica, che la rende immediatamente rispettabile, la genealogia del peccato originale e dell'umana fragilità, della miseria della creatura e della comune partecipazione alla caduta, dentro la quale è sempre apparso più nobile, più profondo, più veramente compassionevole dire che tutti siamo colpevoli piuttosto che incolpare uno. Nel contesto specifico del racconto, però, questa apparente radicalità morale produce un effetto paradossalmente conservatore, e lo produce con tanta maggiore efficacia quanto più la sua origine è sincera, perché quando la responsabilità viene distribuita indistintamente fra tutti, quando l'ingiustizia viene ricondotta alla generica imperfezione dell'essere umano, quando il rapporto di potere viene trasformato in una colpa universale nella quale vittima e responsabile si trovano sullo stesso piano e siedono insieme sul banco degli imputati, la possibilità stessa di nominare il dominio si indebolisce, e ciò che sembrava una comprensione più profonda della realtà funziona come la sua neutralizzazione. La frase «che razza di persone siamo» nega la colpa con minor decisione di quanto la renda indistinta; il marito non viene assolto in forma esplicita e tuttavia viene sottratto alla possibilità di essere separato dalla totalità nella quale è ricompreso; la violenza rimane viva dentro la formula e subisce nondimeno la trasformazione in caratteristica generale della specie, e in tal modo diventa assai più difficile comprendere chi la eserciti, attraverso quali rapporti, secondo quali norme e a vantaggio di chi. Una colpa universale è una colpa senza indirizzo, e una colpa senza indirizzo può essere pianta, meditata, perfino confessata con un certo struggimento, ma non può essere contestata, né riparata, né interrotta, giacché nessuno si trova nella posizione di dover cambiare qualcosa e tutti si trovano nella posizione di dover soffrire per qualcosa che resta uguale. Il problema fondamentale consiste così nella distanza che separa la disponibilità del linguaggio dalla capacità psichica di assumere fino in fondo ciò che quel linguaggio permette di dire, laddove sarebbe fuorviante immaginare una protagonista priva delle parole necessarie per descrivere la realtà: Franziska possiede già, almeno implicitamente, gli strumenti per percepire la struttura della propria condizione, e tuttavia non è ancora in grado di sostenere la conseguenza soggettiva di una formulazione pienamente determinata. La frase corretta è linguisticamente possibile e psicologicamente impronunciabile, e questa dissociazione costituisce uno degli aspetti più profondi della scrittura di Bachmann, nella quale la coscienza compare come un campo di conflitto in cui la verità può essere contemporaneamente riconosciuta e respinta, intravista e rimossa, formulata e immediatamente neutralizzata attraverso le categorie stesse che il soggetto ha interiorizzato, mentre ci si sarebbe aspettato di vederla trattata come il luogo sereno nel quale la verità, una volta scoperta, viene semplicemente possessa. Che cosa renda impronunciabile una frase grammaticalmente innocua lo si può comprendere soltanto se si considera che pronunciarla significherebbe modificare il proprio posto nel mondo, il che comporta una serie di conseguenze a catena che la coscienza, anche prima di enumerarle, avverte come un pericolo: la frase obbligherebbe a guardare il marito con occhi diversi, e dunque a guardare con occhi diversi anni di vita già trascorsi, i ricordi, le scelte, i compromessi, le piccole rinunce che appartenevano a una storia fino a quel momento leggibile come una storia di fedeltà e di pazienza e che dopo la frase diventerebbe leggibile come una storia di assoggettamento, con la conseguente necessità di decidere che cosa fare di quella lettura, di chi diventare dopo averla compiuta, a quale lealtà rispondere. Il prezzo del dire consiste, in altri termini, in una riscrittura retroattiva dell'intera esistenza, e dunque in una forma di lutto per la persona che si è creduto di essere, di modo che l'arretramento verso il «noi» assume l'aspetto di un gesto di autoconservazione, la difesa elementare di un io che ancora non dispone dei mezzi per sopportare la propria storia riscritta. Franziska arriva così al punto in cui potrebbe dire «lui», e in quel momento torna a dire «noi», e questo ritorno rimane qualcosa di diverso da una semplice esitazione psicologica, poiché costituisce il sintomo di una condizione storica in cui la subordinazione è diventata tanto profonda da non avere più bisogno di essere imposta continuamente dall'esterno, potendo funzionare attraverso la coscienza stessa di chi la subisce, con una economia di mezzi che ogni potere ha sempre desiderato e che solo l'interiorizzazione completa permette di raggiungere. A questo punto il riferimento alla dialettica fra servo e padrone, che il testo originario evocava con un nome illustre, può essere ripreso nella forma di un semplice problema di riconoscimento, il quale appartiene al racconto prima che a qualunque teoria che lo illumini e che si lascia descrivere con le sole parole della vita quotidiana, perché ciò che la dialettica insegna, nei suoi tratti più elementari, è che il padrone si costituisce come tale solo attraverso il riconoscimento dell'altro, e che l'altro, a sua volta, si costituisce come subordinato attraverso un riconoscimento forzato, asimmetrico, incompleto. Il padrone dipende dalla coscienza servile che lo conferma, e tale dipendenza, che il padrone preferisce non vedere, rende la sua posizione assai più fragile di quanto la sua apparenza lasci supporre; il servo dispone, nel lavoro e nell'attesa, di una conoscenza del mondo che il padrone non possiede; ma questa conoscenza resta senza effetto fintanto che il servo non riconosce la propria posizione come una posizione, cioè come qualcosa di assegnato, di storico, di modificabile, e non come una proprietà della propria natura. Nel caso di Franziska il padrone non si presenta sotto le specie del tiranno, e la relazione si svolge in uno spazio in cui l'autorità si esprime nelle forme dell'affetto, della consuetudine, del bisogno reciproco, di modo che il riconoscimento che dovrebbe essere rifiutato viene continuamente rinnovato dentro gesti che somigliano alla cura e che la cura contengono davvero, in una confusione di piani che rende la 
separazione ancora più ardua, perché separare il dominio dall'affetto sembra equivalere a distruggere l'affetto, e la coscienza che si avvicina a questa operazione ne avverte il costo prima ancora di esserne certa. Il riconoscimento, dunque, esige due soggetti che si guardino, e il racconto mette in scena una situazione in cui uno dei due, quello che potrebbe riconoscere e farsi riconoscere, trattiene lo sguardo prima di averlo compiuto, e lo trattiene attraverso un'operazione grammaticale d'insospettabile semplicità: sostituire il pronome. Nel caso di Franziska il passaggio decisivo consiste nel costruire linguisticamente quella distanza minima che consente al soggetto di dire che questo accade, che questo viene fatto, e che chi lo fa è qualcuno distinto da me, qualcuno al quale posso attribuire una responsabilità senza dover assumere su di me la totalità della colpa; comprendere soltanto che il marito ha determinati comportamenti, o che la relazione nella quale ella si trova produce sofferenza, equivale a una conoscenza che la coscienza può accogliere e archiviare senza esserne trasformata, mentre la costruzione di quella distanza ha il carattere di un atto, e come ogni atto reca con sé il rischio di essere compiuto. La questione del linguaggio diventa inseparabile dalla questione della soggettività, perché l'uso del pronome personale determina la posizione che il soggetto assume rispetto alla realtà che sta descrivendo, e il «noi» di Franziska funziona come una forma di inclusione nella colpa che impedisce la separazione necessaria perché possa emergere un giudizio, laddove il «lui» che ella non riesce a pronunciare rappresenterebbe il gesto attraverso il quale la coscienza potrebbe stabilire finalmente un confine fra sé e l'altro, fra ciò che subisce e ciò che viene esercitato, fra la propria responsabilità e quella altrui. Poiché la possibilità di pronunciare «lui» implica la possibilità di pronunciare «io», la crisi linguistica di Franziska coincide con una crisi della costituzione del soggetto, e il circolo che ne risulta ha qualcosa di doloroso nella sua perfezione, giacché finché ella non riesce a distinguere il marito dalla totalità della quale entrambi sono fatti partecipi non riesce neppure a pensarsi pienamente come individuo separato, come coscienza autonoma, come soggetto titolare del diritto di giudicare la realtà senza doversi prima domandare se non sia anch'egli colpevole di ciò che gli viene inflitto, e finché non si pensa come soggetto separato non dispone della posizione da cui il «lui» potrebbe essere detto. Si direbbe un nodo che può essere sciolto da ciascuno dei suoi due capi e che nondimeno nessuno dei due capi si lascia afferrare per primo, giacché l'io si forma nel momento in cui distingue l'altro e l'altro viene distinto solo da un io già formato, sicché la liberazione, se ci sarà, avrà la forma di un salto più che di una successione, e un salto domanda una condizione che il racconto, con rigore quasi spietato, si guarda dal concedere alla sua protagonista. Occorre aggiungere che il sistema dei pronomi disponibili a Franziska include tutto fuorché una posizione tranquilla. L'«io» è gravato da un'esigenza di giustificazione che lo rende sempre sospetto, perché dire «io» in presenza di un dominio che ha insegnato a pensare l'io come fonte di pretesa significa dichiarare una pretesa, ed essere perciò esposti alla possibilità che la pretesa venga giudicata eccessiva; il «lui» è gravato da un'esigenza di prova, perché dire «lui» in forma di accusa significa assumere l'onere di dimostrare ciò che si afferma davanti a un tribunale interiore che ha già assolto l'imputato per ragioni di pietà e di consuetudine; il «noi» è l'unico pronome che non richiede nulla, non pretende e non accusa, e proprio questa sua gratuità lo rende il rifugio per eccellenza. La coscienza che sceglie il «noi» sceglie in realtà il pronome meno costoso, e la scelta, per quanto involontaria, si accompagna a una forma di gratificazione morale, giacché il «noi» consente di apparire generosi nel momento stesso in cui si tace, di esercitare la comprensione come un lavoro, di sentirsi, nell'atto di rinunciare al giudizio, superiori a chi giudica. Si tratta di una gratificazione sottile, e il suo effetto consiste nel rendere meno visibile il prezzo pagato, che è la rinuncia a se stessi come istanza di giudizio, e più visibile il guadagno, che è l'immagine di sé come persona buona, ampia, capace di vedere le ragioni di tutti. La subordinazione, per riprodursi, offre insomma al subordinato una compensazione in forma di virtù, e questa compensazione è tanto più persuasiva quanto più sincera, perché nessuna ipocrisia sarebbe in grado di sostenere a lungo un simile sistema, mentre una sincerità che non si interroga sui propri vantaggi può sostenerlo per generazioni. La trasmissione intergenerazionale che lega Franziska all'anziana donna assume allora una forma ancora più inquietante, perché ciò che passa da una generazione all'altra comprende la grammatica stessa attraverso la quale la morale viene resa plausibile, ben oltre il contenuto di una morale che si potrebbe riassumere in massime. Si trasmette la capacità di percepire il sacrificio come qualcosa di moralmente significativo, e con essa la sensazione di essere nel giusto quando si cede, di aver contribuito a qualcosa di grande quando si rinuncia, di appartenere a una discendenza di donne forti nella misura in cui sono state capaci di sopportare; viene costruito un sistema nel quale la sopportazione può essere vissuta come prova di forza, di dignità, di amore e perfino di superiorità, e nel quale chi sopporta riceve un riconoscimento che ha il sapore del privilegio e il contenuto della rinuncia; si interiorizza una disposizione a comprendere continuamente le ragioni dell'altro, fino al punto in cui la comprensione dell'oppressore diventa più importante della comprensione di se stessi, e in cui la competenza nell'interpretare l'umore, il silenzio, il malessere dell'altro si sviluppa a spese della competenza nell'interpretare il proprio. A questo livello la riproduzione dell'oppressione si fa particolarmente efficace, perché prescinde dalla presenza di un'autorità che ordini, minacci o proibisca: basta che il soggetto abbia interiorizzato un sistema di valutazione nel quale la propria rinuncia appare spontaneamente come dovere e la propria ribellione come egoismo, e il resto procede da sé, senza testimoni, senza regia, senza bisogno di una volontà cattiva che lo governi. La stessa anziana donna, in questa prospettiva, rappresenta meno una persona che una forma, una forma di vita che ha avuto il tempo di compiersi e che offre alla più giovane l'anticipazione del proprio futuro possibile, un futuro nel quale la sopportazione, ripetuta abbastanza a lungo, sarà diventata carattere, e il carattere sarà stato infine scambiato per natura. Il sacrificio merita di essere guardato con attenzione particolare, perché è uno dei meccanismi con i quali il dominio assume una forma moralmente accettabile, specialmente quando viene incorporato in una cultura in cui la capacità di sopportare viene attribuita come virtù a determinati soggetti e non ad altri, in cui si dice che le donne hanno una forza particolare nel soffrire e si dice, nello stesso respiro, che questa forza è il loro ornamento. Franziska è costretta a rinunciare a qualcosa, e questo costituisce il livello più visibile del problema; il livello più profondo riguarda la possibilità che ella arrivi a interpretare quella rinuncia attraverso un linguaggio in cui la coercizione scompare e resta soltanto il dovere, in cui la violenza viene tradotta in incomprensione reciproca, la subordinazione viene presentata come responsabilità e la rinuncia alla propria autonomia può perfino essere considerata una forma superiore di amore. Una volta compiuto questo processo, il potere ha smesso di dichiararsi come potere, perché può presentarsi attraverso le categorie morali che la persona subordinata utilizza spontaneamente per giudicare se stessa, e le categorie morali hanno una qualità che nessuna imposizione possiede, la qualità di essere sentite come proprie. Si può 
contestare un ordine, si può disobbedire a un divieto, si può lottare contro una minaccia; quando invece il comando abita la voce della coscienza, la disobbedienza ha l'aspetto di un tradimento di sé, e la lotta deve rivolgersi in primo luogo contro la parte di sé che sa come obbedire, una parte che è stata alimentata con amore e che per molti versi ha garantito la sopravvivenza. Per questa ragione la maggiore consapevolezza di Franziska rispetto alla generazione precedente non può essere letta come un progresso lineare, giacché Bachmann sembra suggerire che la coscienza possa crescere senza che cresca nella stessa misura la capacità di agire, e che una consapevolezza incompleta possa produrre una forma particolarmente dolorosa di contraddizione, nella quale il soggetto vede ciò che prima non vedeva e non possiede ancora la libertà necessaria per trarre da quella visione le conseguenze che sarebbero inevitabili. L'anziana donna, in un certo senso, era più al riparo, perché la sua cecità le risparmiava il tormento della visione, e la sofferenza di cui era portatrice era una sofferenza senza nome che poteva essere attraversata senza essere compresa; Franziska, che ha un nome da dare alle cose o almeno ne intravede la possibilità, soffre di una sofferenza raddoppiata, quella del fatto e quella della sua conoscenza inefficace, e questa seconda sofferenza è la più amara, perché trasforma la lucidità in una specie di condanna aggiuntiva. È più consapevole dell'anziana donna, ma la consapevolezza resta distante dall'emancipazione, che richiederebbe di riconoscere la presenza del dominio e insieme di riconoscere se stessa come soggetto in grado di rifiutarlo, e soprattutto di interrompere la continuità attraverso la quale il dominio è diventato una parte del proprio modo di interpretare il mondo. Si apre così una temporalità intermedia, per la quale la lingua italiana possiede una parola, soglia, e che nondimeno è meglio descritta come una condizione di sospensione, perché una soglia suggerisce un passaggio imminente mentre ciò che il racconto mostra è una sospensione che potrebbe durare, e che ha tutta l'apparenza di poter durare un'intera vita, essendo la vita stessa organizzata in modo da renderla sopportabile. La dimensione temporale del racconto risulta, da questo punto di vista, importante almeno quanto quella linguistica, perché la storia di Franziska procede in una temporalità della ripetizione e fa pensare poco a una concezione progressiva del tempo, quella per cui ogni nuova generazione dovrebbe necessariamente superare la precedente; il passato continua ad agire nel presente e il presente tende a riprodurre il passato sotto forme modificate, più moderne, più consapevoli, apparentemente più libere, e tuttavia non sottratte alla struttura originaria. Franziska non è identica all'anziana donna, e la differenza rende la ripetizione più inquietante, perché un'esperienza che si riproducesse in modo meccanico sarebbe immediatamente riconoscibile come ripetizione e quindi suscettibile di rifiuto, mentre una struttura che si riproduce attraverso differenze sufficienti a farla apparire nuova sfugge al riconoscimento e ottiene dal soggetto stesso, che si crede altro, una collaborazione entusiasta. Il dominio non ha bisogno di presentarsi con le stesse parole, con gli stessi gesti o con le stesse istituzioni, e può serenamente concedere alla donna più giovane un'istruzione, un lavoro, un linguaggio più ricco, persino un vocabolario critico, perché ciò che viene trasmesso è la logica che permette a quelle forme diverse di continuare a produrre una relazione analoga, e finché la logica sopravvive le forme possono rinnovarsi senza inconvenienti. L'innovazione delle forme coincide con la loro conservazione sotto altro aspetto, e per un soggetto che cerca la propria emancipazione la scoperta più amara consiste appunto nel constatare che molte delle libertà conquistate, una volta messe alla prova, risultano compatibili con la medesima obbedienza di prima, e che il vocabolario della critica, appreso e posseduto, può servire a ben dissimulare l'assenza della critica effettiva. In questo senso «Il latrato» si lascia leggere come un racconto sulla difficoltà di spezzare una genealogia della subordinazione e insieme come un racconto sulla difficoltà di distinguere fra la propria voce e la voce dell'ordine sociale che parla attraverso di noi, e la seconda difficoltà è più radicale della prima, perché per spezzare una genealogia occorre sapere di quale discendenza si è parte, mentre per distinguere la propria voce da quella dell'ordine occorre disporre di un criterio che la voce stessa non possiede, una voce non potendo ascoltarsi dall'esterno. La domanda «che razza di persone siamo» contiene infatti una voce collettiva, quasi impersonale, in cui Franziska può rifugiarsi proprio perché quella voce le consente di evitare la radicalità della prima persona, ed è lecito chiedersi di chi sia, esattamente, quella voce: appartiene a Franziska, che la pronuncia, appartiene all'anziana donna, che l'avrebbe pronunciata con parole simili, appartiene alla comunità delle persone ragionevoli che hanno sempre trovato giusto distribuire le colpe in modo equo, appartiene alla lingua stessa, che offre quel plurale come una delle sue forme più disponibili e più rispettabili. La narrazione, con le sue tecniche di avvicinamento alla coscienza dei personaggi, permette di avvertire come la frase si collochi su un confine, in una zona in cui il pensiero della protagonista e il discorso comune diventano indiscernibili, e tale indiscernibilità costituisce il cuore dell'interiorizzazione: il momento in cui il soggetto non sa più dire se sta pensando o se sta venendo pensato. Il «noi» offre protezione dalla solitudine del giudizio, perché accusare tutti significa non essere costretti ad accusare qualcuno, e allo stesso tempo impedisce la formazione di una soggettività capace di assumersi il rischio della distinzione; il «lui», al contrario, risulta pericoloso proprio perché produce una separazione, obbliga a riconoscere che tutto ciò che accade appartiene solo in parte a una generica natura umana, che le responsabilità hanno gradazioni diverse, che la sofferenza di chi subisce non può essere convertita automaticamente nella colpa di chi la subisce. La frase «che razza di persone siamo» risulta così profondamente ambigua, perché possiede contemporaneamente una dimensione critica e una dimensione conservatrice, e l'ambiguità si lascia sciogliere soltanto a prezzo di una semplificazione che il racconto non autorizza: la frase è critica nella misura in cui riconosce l'esistenza di qualcosa di profondamente sbagliato, e questo riconoscimento ha un valore che non va sottovalutato, dal momento che molte coscienze non arrivano nemmeno a formulare il sospetto; è conservatrice nella misura in cui sottrae quell'errore alla possibilità di essere individuato e dunque modificato. Chi leggesse la frase soltanto come evasione sarebbe ingiusto verso la fatica che ci vuole per pronunciarla, e chi la leggesse soltanto come conquista sarebbe cieco davanti alla funzione che essa svolge nell'economia della relazione; la frase è l'una e l'altra cosa nello stesso istante e con la stessa intensità, e a Bachmann interessa, con ogni evidenza, questa contemporaneità, la quale trasforma il verdetto in una domanda e la domanda in un luogo in cui il lettore deve soffermarsi. L'universalizzazione della colpa può essere una forma di profondità morale, e può essere nel contempo una strategia inconsapevole di neutralizzazione del conflitto, perché un'ingiustizia descritta come caratteristica dell'umanità intera rischia di apparire come una fatalità e non più come una struttura storica trasformabile. Tale è il paradosso che il racconto porta alla superficie: il linguaggio può diventare apparentemente più universale proprio nel momento in cui diventa meno capace di rendere giustizia alla concretezza dell'esperienza, e la sua capacità di dire il tutto si paga con l'incapacità di dire il caso, con la perdita del nome proprio, della data, del gesto, di tutto ciò che nella vita di una persona costituisce la prova del torto 
subito. Prima di procedere conviene fermarsi sul luogo nel quale il racconto è stato scritto e pubblicato, perché la raccolta Simultan porta nel titolo, con una coerenza che sarebbe ingenuo attribuire al caso, il nome di una pratica che riguarda il rapporto fra due lingue e due soggetti, quella dell'interpretazione simultanea, nella quale una voce traduce in tempo reale ciò che un'altra voce sta dicendo, senza poter rivedere, senza poter sospendere, trasferendo da un codice all'altro un discorso che non le appartiene e che tuttavia deve restituire come se fosse suo. Se si assume questa suggestione come una chiave di lettura, e non come una decorazione erudita, la frase di Franziska si presenta come una traduzione simultanea fallita, o meglio riuscita fin troppo bene, perché nel breve intervallo fra ciò che la coscienza percepisce e ciò che la bocca pronuncia opera un interprete invisibile, un interprete interiore che conosce il codice dell'ordine sociale e che converte, con una rapidità che nessuna deliberazione potrebbe eguagliare, l'enunciato pericoloso nell'enunciato tollerabile, il «lui» nel «noi», la responsabilità nella colpa, il fatto nella condizione. Quell'interprete non si accorge di mentire, dal momento che l'interpretazione simultanea ha per sua natura la funzione di rendere comprensibile ciò che altrimenti non lo sarebbe, e la comprensibilità, in questa scena, ha il volto della convenzione: la frase che esce è la frase che chiunque potrebbe aver detto, la più ascoltabile, la meno suscettibile di provocare reazioni, e la sua fluidità è il segno che il lavoro di traduzione è stato svolto con perizia. Il soggetto si ritrova quindi a parlare una lingua che gli viene consegnata già tradotta, e il problema consiste nel fatto che la lingua originaria, quella in cui l'esperienza si era formulata nel momento in cui è stata vissuta, non ha mai avuto un luogo dove essere pronunciata, e perciò non può essere confrontata con la versione ufficiale, sicché l'interprete interiore lavora senza testo a fronte, e nessuno è in grado di dire quanto, della frase detta, sia fedele a quella che avrebbe voluto essere detta. Il fatto che l'autrice abbia dedicato gli ultimi anni della propria opera narrativa a un ciclo che aveva per titolo, nelle sue intenzioni, una formula che parla dei modi di morire, e che in quel ciclo l'intimità fra uomo e donna venga indicata come il primo luogo nel quale si esercitano le forme di violenza che la storia poi ripete sul piano collettivo, conferisce alla frase di Franziska un peso ulteriore, perché la rende il piccolo documento di una grande tesi: ciò che si impara nella casa, nel letto, nella cucina, nel rapporto di coppia, nelle abitudini della conversazione fra due persone che si dicono di amarsi, è lo stesso schema che regge, in scala maggiore, le relazioni fra i popoli, le classi, le istituzioni, e il modo in cui un'epoca insegna a una donna a dire «noi» quando dovrebbe dire «lui» somiglia, nella sua struttura, al modo in cui la stessa epoca insegna ai suoi cittadini a dire «siamo stati tutti» davanti ai propri disastri. L'ipotesi di una continuità fra la violenza domestica e la violenza storica non ha bisogno di essere dimostrata per risultare feconda nella lettura del racconto, e basta a indicare perché la scrittrice si accanisca su un dettaglio linguistico che altri avrebbero considerato trascurabile: il dettaglio contiene in miniatura il meccanismo mediante il quale una collettività si assolve, e una scrittrice che aveva visto, nella propria vita e nella propria epoca, che cosa significhi la dissoluzione della responsabilità in un plurale rassicurante, sapeva con precisione quanto fosse costoso, per un soggetto, sottrarsi a quel plurale. Chi legge «che razza di persone siamo» in questa luce avverte, sotto la superficie del discorso coniugale, il fondo di una cultura che ha imparato a fare del plurale un luogo di riparo, e che ha appreso, a prezzo di molte rovine, la tecnica del dire tutto senza nominare nessuno. Occorre inoltre distinguere con cura, all'interno di quello che il testo originario chiamava indifferentemente colpa, due ordini di realtà che il linguaggio comune tende a confondere e che la confusione rende politicamente utili. La colpa appartiene a un registro religioso e psicologico, quello del peccato, del rimorso, della coscienza che si volge contro se stessa; la responsabilità appartiene a un registro civile e giuridico, quello del rispondere, del dover render conto, del poter essere chiamati a riparare. Una società che parla il linguaggio della colpa produce soggetti sofferenti, lacerati, inclini alla confessione, e una società che parla il linguaggio della responsabilità produce soggetti obbligati, chiamabili in causa, soggetti a conseguenze; e la tradizione che ha educato Franziska le ha messo a disposizione soprattutto il primo registro, che ha il vantaggio di restare interamente dentro la coscienza e di non uscire mai verso il mondo, laddove il secondo registro avrebbe richiesto un luogo, un interlocutore, una forma di fronte alla quale produrre la propria accusa. La colpa può essere universale senza inconvenienti perché non domanda destinatari; la responsabilità, per esistere, deve essere distribuita, deve avere nomi e circostanze, e la sua distribuzione implica il rischio dello scontro. La frase «che razza di persone siamo» appartiene al registro della colpa, e per questo può essere pronunciata nel chiuso di una stanza senza che nulla accada, laddove la frase sul marito avrebbe appartenuto al registro della responsabilità e avrebbe messo in moto, con il suo semplice enunciarsi, una serie di eventi possibili, di risposte, di difese, di rotture, di ritorsioni, di silenzi più duri dei silenzi precedenti. Si può dire, con un certo azzardo, che il passaggio al «lui» sia anche un passaggio dal pensiero alla politica, cioè dalla sofferenza che si elabora in sé alla pretesa che si rivolge a qualcuno, e che la coscienza di Franziska avverta la distanza fra i due ambiti con una precisione istintiva, preferendo restare nel luogo dove nulla può essere chiesto e nulla può essere negato. La trasformazione della responsabilità in colpa possiede inoltre un'efficacia retorica che merita di essere analizzata nei suoi dettagli, perché la colpa è un sentimento che si comunica facilmente, si diffonde con rapidità, trova ascolto presso chiunque e produce, in chi lo ascolta, una disposizione alla compassione che disarma l'accusa. Quando Franziska dice «che razza di persone siamo», l'interlocutore potenziale, fosse pure lo stesso marito, è chiamato a riconoscersi in una condizione di fragilità comune, a rispondere con un sospiro, con un cenno di assenso, con una partecipazione al dolore generale, e l'accusa che avrebbe potuto separare i due soggetti li riunisce invece in una malinconia condivisa nella quale il torto subito e il torto commesso diventano indistinguibili nel medesimo sentimento di insufficienza. Questa riunificazione ha tutta l'apparenza dell'intimità, e proprio perché ha l'apparenza dell'intimità risulta così difficile da sospettare: sembra che finalmente i due parlino la stessa lingua, che l'uno riconosca all'altra la dignità di una sofferenza e l'altra all'uno la dignità di una debolezza, e invece il dislivello di potere rimane intatto sotto l'armonia dei toni, protetto dalla simmetria apparente delle confessioni. Nessun'altra forma di conversazione conserva così bene le asimmetrie come quella che le dichiara superate in nome di una fragilità comune, e il racconto suggerisce, con un'acutezza che il lettore avverte quasi fisicamente, che la reciprocità dell'ammissione di colpa può funzionare come lo strumento con cui la parte più forte conserva i propri vantaggi concedendo alla parte più debole il conforto di una parità sentimentale. Nel quadro di questa analisi la figura dell'anziana donna riceve una luce nuova, che consente di sottrarla al ruolo di semplice antecedente e di restituirle un'importanza strutturale. La vecchiaia, nella narrativa che Bachmann sviluppa intorno alle relazioni fra le generazioni femminili, possiede una funzione di specchio temporale, perché mostra alla più 
giovane il punto d'arrivo di un cammino che sta ancora percorrendo, e l'anziana donna, in questa funzione, offre a Franziska il vantaggio di una visibilità che la propria condizione presente non possiede: ciò che nella propria vita appare ancora come un insieme di scelte, di contingenze, di eventi suscettibili di essere diversi, nella vita della donna più anziana appare già come un destino compiuto, e la conclusione di una vita fatta in un certo modo rende leggibile ciò che nel suo svolgimento rimane opaco. Franziska guarda l'anziana donna come si guarda un testo del quale si conosce la prima pagina e del quale si sta scrivendo, senza saperlo, la ripetizione, e la lucidità con cui vede più di lei si accompagna a una forma di spavento, perché vedere significa anche riconoscere in lei la propria possibile fine. Il rapporto fra le due donne presenta pertanto una duplicità che nessuna lettura semplificante può risolvere: l'anziana donna è il veicolo della trasmissione, colei che per prima ha insegnato il linguaggio della rinuncia, ed è insieme la vittima di quel medesimo linguaggio, colei che l'ha imparato per prima e che ne porta le conseguenze nel corpo e nelle parole; Franziska, nello stesso tempo, è erede e testimone, destinataria di un insegnamento e giudice di un risultato, e la sua posizione implica un debito e una condanna che si sovrappongono senza annullarsi. Né sarebbe corretto immaginare che la generazione precedente fosse puramente cieca e la generazione successiva puramente vedente, perché la distinzione, pur utile a mettere in evidenza la differenza di consapevolezza, rischia di ripetere la gerarchia che il racconto smonta, quella per cui chi viene dopo sa meglio di chi viene prima, e la posizione dell'anziana donna merita di essere restituita alla sua complessità. Chi ha sopportato per una vita intera possiede, rispetto a chi sta imparando a sopportare, una conoscenza di prima mano dei costi, dei trucchi, dei piccoli risarcimenti, delle strategie che permettono di sopravvivere dentro un ordine che non si può cambiare, e quella conoscenza, per quanto non si traduca in una critica esplicita, costituisce una forma di sapere che la più giovane, con la sua lucidità teorica, potrebbe non possedere. La sopportazione, osservata da questo lato, assume i tratti di un'arte, di un mestiere appreso con fatica, di una pratica dotata di tecniche e di gerarchie interne, e giudicarla soltanto come errore o alienazione significherebbe trascurare il fatto che una pratica di quel genere ha reso abitabili innumerevoli esistenze che altrimenti sarebbero state distrutte. La difficoltà di Franziska consiste anche in questo, nel dover separare, dentro l'eredità che l'anziana donna le consegna, la parte che serve a sopravvivere da quella che serve a sparire, sapendo che le due parti sono fatte della stessa materia, e che ogni gesto di rifiuto, applicato senza discernimento, rischia di colpire insieme al meccanismo di sottomissione anche la sapienza che aveva permesso alle donne precedenti di durare. La questione del rifiuto introduce un aspetto che fin qui è rimasto sullo sfondo, e che riguarda il costo relazionale della nominazione, perché pronunciare «lui» in forma di accusa equivale a interrompere o trasformare un legame, e i legami di cui si parla nel racconto sono quelli che definiscono l'identità sociale ed affettiva di una donna, il matrimonio, la famiglia acquisita, la rete di rapporti che la riconoscono come moglie e come nuora e come figlia di qualcuno. Rompere la solidarietà implicita del «noi» significa esporsi al rischio di restare senza posto, di non essere più né dentro la coppia né dentro la genealogia né dentro la lingua che ha dato forma al proprio mondo, e la paura di questa esposizione non può essere liquidata come debolezza, giacché corrisponde a una valutazione realistica di ciò che accade a chi infrange la convenzione. La storia delle donne è piena di casi in cui la parola detta ha comportato l'espulsione, il discredito, la reclusione in categorie patologizzanti come l'isterica, la rancorosa, l'eccessiva, e la memoria di quei casi, trasmessa come monito più che come racconto, costituisce parte dell'educazione che Franziska ha ricevuto, di modo che il suo ritorno al plurale ha anche la forma di un calcolo, certo non deliberato e non cinico, che pesa il prezzo della verità e lo trova troppo alto per le risorse di cui dispone. Anche questo il racconto lascia intendere, e lo lascia intendere con una discrezione che impedisce di leggerlo come apologia della rassegnazione: la rassegnazione è descritta nella sua razionalità, nella sua coerenza con una situazione di svantaggio, e la ragione per cui essa merita di essere compresa e non soltanto condannata sta nel fatto che chi la rimprovera da una posizione di maggiore sicurezza non ha mai dovuto pagare il costo della sua alternativa. A tale razionalità si accompagna una forma peculiare di temporalità del giudizio, che il testo originario aveva intravisto parlando di retroattività e che merita di essere approfondita. Pronunciare il «lui» significa giudicare il presente, e giudicando il presente si giudica necessariamente il passato che l'ha reso possibile, poiché una relazione di dominio si è formata lentamente, ben prima dell'istante in cui viene nominata,, attraverso una successione di piccoli consensi, di concessioni, di silenzi, di decisioni che a ciascun momento sembravano ragionevoli, e la nominazione tardiva costringe il soggetto a riconoscersi complice, almeno per omissione, della propria condizione. Franziska si trova dunque di fronte a un dilemma che non ha soluzione indolore: se dice «lui» e riconosce il dominio, deve ammettere di averlo tollerato a lungo, e la tolleranza passata rischia di apparire come una colpa propria che il «noi» aveva avuto il merito di mascherare; se resta nel «noi» conserva l'innocenza retrospettiva della propria storia e rinuncia alla possibilità di cambiarne il seguito. La scelta fra le due strade è una scelta fra due forme di dolore, il dolore di dover rivedere la propria vita e il dolore di doverla continuare così com'è, e nessuna delle due si lascia presentare come preferibile in assoluto, tanto che la decisione di Franziska, o la sua indecisione, appartiene al regno delle cose che si capiscono dal di dentro e si giudicano male da fuori. Il corpo, in tutta questa vicenda, svolge una parte che il linguaggio non registra e che il titolo del racconto, ancora una volta, lascia intravedere. Il latrato è un fenomeno corporeo, un suono emesso da una gola, uno sfogo di tensione che precede la parola e che a volte la sostituisce, e la sofferenza che non trova il linguaggio adeguato tende a manifestarsi attraverso canali corporei, tensioni, stanchezze, insonnie, irritabilità, piccoli sintomi che la cultura interpreta con spiegazioni mediche o caratteriali e che raramente vengono letti come forme di una enunciazione bloccata. Il corpo di Franziska sa ciò che la sua bocca non dice, e il disaccordo fra i due livelli, quello del corpo che si ribella e quello della lingua che concilia, crea un'altra forma di dissociazione, speculare a quella fra il linguaggio disponibile e la capacità psichica di assumerlo: il corpo parla, e parla senza grammatica, e la sua voce viene ricondotta, dalla stessa persona che la emette, a una condizione generale dell'esistenza, a un destino comune, a quella umana fragilità di cui il «noi» è il portavoce. Si capisce allora perché il racconto non possa risolversi in una scena liberatoria: la liberazione richiederebbe che il corpo e la lingua trovassero un accordo, e l'accordo richiederebbe che la lingua accettasse di dire ciò che il corpo sa, il che equivale a chiedere alla lingua di tradire gli interessi dell'ordine che l'ha formata. Una conseguenza ulteriore di questa dissociazione riguarda il modo in cui il soggetto vive il proprio tempo interiore, perché il ritardo fra ciò che si sa e ciò che si dice genera uno scarto cronico, una condizione di anticipo del sapere sull'azione che la lingua italiana, con una delle sue formule più sobrie, descrive dicendo che qualcuno sa ma non può. Quel non poter fare ciò che si sa non coincide 
con l'ignoranza né con la volontà contraria, e rappresenta un territorio intermedio che la filosofia morale ha sempre faticato a classificare perché sfugge alle categorie della colpa e della scusa: chi non può dire ciò che sa non è propriamente responsabile del proprio silenzio e non ne è nemmeno del tutto innocente, e la sua posizione, che nella vita quotidiana si incontra con una frequenza imbarazzante, non trova riconoscimento nei sistemi di valutazione disponibili, che prevedono il colpevole e l'innocente ma non prevedono la persona che sta imparando a diventare l'uno o l'altro. Bachmann restituisce dignità narrativa a questa posizione intermedia, e la restituisce rifiutando di assegnarle una funzione, di farne un mezzo per un fine drammatico, lasciandola essere ciò che è, un tempo di vita nel quale accadono molte cose e nessuna sembra decisiva, e nel quale si prepara, forse, una decisione che il racconto non mostra, o si prepara l'impossibilità di una decisione che il racconto, con la sua franchezza amara, non vuole nascondere. Rimane da considerare la posizione del lettore uomo e della lettrice donna, perché la frase di Franziska si offre a ricezioni diverse a seconda di chi la ascolta, e la differenza è parte integrante del suo significato. La lettrice che ha pronunciato, nella propria vita, qualche versione di quel «noi» riconosce nella frase un'esperienza intima, e il riconoscimento ha la forma di una commozione che può trasformarsi in rabbia, in tenerezza verso se stessa, in nostalgia di una lingua mai avuta; il lettore uomo che si riconosce nel marito, o che teme di riconoscercisi, può reagire con una difesa, con un'autoassoluzione preventiva, con la tentazione di cogliere nel «noi» di Franziska la conferma che in fondo la colpa è di tutti e quindi anche sua in modo accettabile, e questa reazione, che sarebbe la prova vivente dell'efficacia della formula, mostra come il testo funzioni da test per chi lo legge. Il «noi» è una trappola che si richiude anche sul lettore, il quale, appena accetta con sollievo l'idea di una colpa universale, si colloca esattamente nella posizione che la frase gli offre e che il racconto, con il suo sguardo sul meccanismo, lo invita a sospettare. Una lettura che non si accorgesse di questa seduzione ne sarebbe vittima, e una lettura che se ne accorgesse senza poterne uscire ne sarebbe la dimostrazione, mentre soltanto una lettura capace di abitare l'oscillazione, di sentire il fascino del plurale e di avvertire nello stesso tempo il costo che esso fa pagare, può dirsi all'altezza della complessità che il racconto propone. Tra i sentimenti che il racconto lascia sotto la superficie, uno merita di essere nominato con maggiore decisione di quanta la scrittrice stessa ne conceda ai suoi personaggi, ed è la rabbia, la quale occupa nella vicenda di Franziska la posizione dell'affetto mancante, di ciò che ci si aspetterebbe di trovare davanti a un torto riconosciuto e che invece viene sistematicamente convertito in qualcos'altro, in tristezza, in compassione, in stanchezza, in quella malinconia lucida che il «noi» autorizza e protegge. La rabbia possiede una funzione conoscitiva che la tradizione morale ha quasi sempre trascurato, perché segnala che un confine è stato oltrepassato, che qualcosa di proprio è stato leso, che esiste un io con diritti e con pretese, e la sua assenza, o il suo travestimento, equivale alla soppressione dello strumento che permetterebbe di misurare la distanza fra ciò che accade e ciò che dovrebbe accadere. Una coscienza educata a sentire la rabbia come colpa, come eccesso, come tratto sgradevole da correggere o da nascondere, perde la possibilità di usare quell'organo di percezione, e quando la perde la perdita non viene avvertita come una mancanza, perché la capacità di comprendere l'altro, sviluppata a compenso, offre in cambio un sentimento di elevazione che sembra più pregiato della collera. Per questa via il sacrificio e la comprensione, di cui il testo ha parlato nelle pagine precedenti, mostrano una radice affettiva, giacché ciò che rende la comprensione tanto vantaggiosa per l'ordine stabilito consiste nel fatto che essa si insedia nel posto che la rabbia avrebbe occupato, e che il suo trionfo coincide con l'estinzione di un sentimento che avrebbe potuto produrre un giudizio. Si può aggiungere che la rabbia ha una grammatica sua propria, e che quella grammatica coincide con la grammatica del «lui»: essa distingue, individua, ha un oggetto, si rivolge a qualcuno, mentre il sentimento che il «noi» incoraggia, la mestizia per la condizione umana, non ha oggetto e non si rivolge a nessuno, e la sostituzione dell'una con l'altra riproduce sul piano degli affetti la sostituzione sul piano dei pronomi. Quando Franziska arretra dal «lui» al «noi» sta quindi compiendo un'operazione che investe l'intera economia della sua vita emotiva, trasformando una collera potenziale in una pietà generale e un'accusa potenziale in una confessione corale, e il racconto, nel mostrarlo, lascia affiorare la possibilità che sotto la mestizia ci sia qualcosa di non detto che continua ad agire, e che il latrato del titolo sia anche, in una delle sue accezioni, il nome di quella collera rimasta senza parola, riversata nel corpo e nell'aria della casa come un'energia che non trova istituzione in cui scaricarsi. Il fatto che il testo non nomini mai in modo esplicito questa rabbia non ne attesta l'assenza e ne indica la rimozione, e chi legge ha il compito, molto delicato, di avvertire la sua presenza senza trasformarla in un contenuto da attribuire alla protagonista, perché imporle una collera che ella non si concede significherebbe ripetere, sul piano affettivo, il gesto del lettore che le impone la frase giusta. Anche la forma della confessione e quella delle scuse, due forme linguistiche che l'uso quotidiano assimila ma che possiedono architetture opposte, aiutano a mettere a fuoco la natura del problema. Chi si scusa dichiara un torto proprio e si espone alla possibilità del perdono, e dunque riconosce un altro come titolare del diritto di accordarlo; chi si confessa dichiara una colpa e si affida a un ascolto che può assolvere o condannare, ma che per definizione non è parte in causa; chi dice «che razza di persone siamo» compie una confessione corale in cui tutti sono insieme colpevoli e giudici, con il risultato che l'istanza che dovrebbe assolvere o condannare coincide con quella che viene giudicata, e il procedimento si chiude su se stesso senza produrre alcuna sentenza. Il vantaggio di una simile circolarità, per un ordine che ha interesse alla propria continuazione, è evidente, perché il tribunale, pur funzionando, non emette verdetti, e lo spettacolo della coscienza morale in azione sostituisce il suo esito. Franziska, in questo senso, si trova a recitare un rituale di giustizia privo di giudice, e la sua sofferenza deriva anche dall'incompletezza del rito, dal fatto che il procedimento da lei attivato con onestà non può concludersi, e che l'onestà stessa, per il modo in cui viene incanalata, finisce per alimentare l'inconclusività. A ciò si connette il tema della cura, che nella relazione descritta occupa uno spazio ambiguo, perché la cura è il linguaggio nel quale più spesso si esprime l'affetto e nel quale più spesso si nasconde il vincolo, e il lavoro di comprensione di cui si è detto è un lavoro di cura a tutti gli effetti, dedicato all'umore dell'altro, alla sua stanchezza, alle sue ragioni, alla sua fragilità. Chi cura sa molto di chi è curato e viene a sapere poco di sé, e la competenza sviluppata nell'accudire diventa uno strumento di governo reciproco, perché permette di prevedere, di prevenire, di attenuare i conflitti prima che si manifestino, e in tal modo di mantenere una pace che ha il prezzo dell'autoannullamento. La donna che cura il proprio dominatore, con un'attenzione che sconfina nell'identificazione, acquisisce un potere sottile, quello di conoscere l'altro meglio di quanto egli conosca se stesso, e tale potere, che potrebbe essere usato come leva, viene invece speso nella conservazione dell'equilibrio, perché ogni uso offensivo comporterebbe la perdita della 
posizione di virtù che la cura le garantisce. Il circolo è perfetto e la sua perfezione è dolorosa: il sapere acquisito nella servitù, che sarebbe la risorsa più preziosa per un'emancipazione, viene sistematicamente impiegato per rendere la servitù più sopportabile, e il «noi» si rivela allora il nome stesso di quel lavoro, il segno di una conoscenza dell'altro così profonda da includerlo nel proprio orizzonte morale, tanto che accusarlo equivarrebbe ad accusare una parte di se stessa. Non meno rilevante, per comprendere la forza di questa formula, è il suo carattere di enunciato che attraversa le classi sociali, le epoche e le sensibilità, un enunciato che si può trovare, con minime varianti, sulle labbra di donne di condizione molto diversa, perché il suo funzionamento dipende dalla struttura del rapporto, non dal contenuto particolare della vita di chi lo pronuncia. Un racconto che sceglie un singolo caso, un nome, una vicenda domestica, può per questo aspirare a un valore esemplare che nessuna statistica gli darebbe, e il valore esemplare viene conferito dalla precisione con cui il meccanismo è mostrato, più che dalla frequenza con cui si presenta. Qui la letteratura offre alla riflessione critica qualcosa che le scienze sociali, con i loro strumenti, raggiungono a fatica: la possibilità di vedere il meccanismo operare dentro una coscienza, di seguirne i tempi e le esitazioni, di cogliere il punto in cui un pronome si sostituisce a un altro, di assistere, come davanti a un esperimento irripetibile, alla nascita di una piccola menzogna di sopravvivenza. Il lettore che esce da questa osservazione sa qualcosa che prima non sapeva, e ciò che sa non può essere formulato come una tesi senza perdere una parte della sua verità, perché la tesi, per essere dicibile, deve scegliere un pronome, e ogni pronome tradisce una parte di ciò che il racconto era riuscito a tenere insieme. Se la libertà viene pensata a partire da questa scena, essa assume un aspetto che sfugge alla definizione corrente della libertà come facoltà di scegliere fra diverse azioni, e che richiede di essere concepita più radicalmente come possibilità di produrre un linguaggio nel quale la propria esperienza abbia smesso di essere interpretata secondo le categorie dell'ordine che la opprime. Prima di poter dire «no», il soggetto deve poter dire «questo è ciò che mi sta accadendo», e prima di poter accusare deve poter distinguere la propria responsabilità da quella dell'altro; la conquista del pronome personale acquista per questa via un valore quasi ontologico, perché dire «io» significa riconoscere la propria esperienza come propria, e dire «lui» significa riconoscere che l'altro resiste alla dissoluzione dentro la colpa universale che impedisce di stabilire un giudizio. Chi possiede il potere possiede la possibilità di imporre determinati comportamenti, e può arrivare a possedere inoltre il vocabolario nel quale quei comportamenti vengono descritti, con la conseguenza che ciò che potrebbe essere chiamato violenza diventa conflitto, ciò che potrebbe essere chiamato sfruttamento diventa sacrificio, ciò che potrebbe essere chiamato subordinazione diventa amore, ciò che potrebbe essere chiamato responsabilità individuale diventa colpa universale. Nessuna di queste sostituzioni sembra una menzogna, e ognuna conserva un grano di verità sufficiente a renderla credibile, perché in ogni relazione di potere vi è davvero anche del conflitto, del sacrificio, dell'amore, della fragilità condivisa, e la sostituzione agisce selezionando, fra tutte le verità disponibili, quella che lascia intatta la struttura. Il racconto, in tal modo, mette in luce un aspetto della menzogna sociale che la critica ordinaria tende a trascurare, perché essa raramente consiste nell'affermazione del falso e quasi sempre nell'accentuazione di un vero parziale, collocato nel punto esatto in cui il resto del vero non potrà più essere detto senza apparire eccessivo. In questa prospettiva la frase di Franziska rappresenta una vera e propria scena di politica del linguaggio, perché nel suo passaggio dal singolare al plurale si può osservare il momento preciso in cui una possibilità di nominazione viene neutralizzata. La lingua ha già raggiunto il luogo della verità, ma la coscienza non riesce ancora a seguirla, e per questo la frase devia verso una formulazione più ampia, più vaga e apparentemente più filosofica, attraverso la quale il soggetto può continuare a riconoscere che qualcosa non funziona senza dover riconoscere con esattezza chi abbia fatto che cosa. È una strategia psicologica comprensibile, e la sua comprensibilità la rende politica, perché il sistema di dominio si conserva anche mediante l'impossibilità di produrre una frase nella quale responsabilità e soggettività possano essere distintamente collocate, e un sistema che riesce a rendere impronunciabile l'enunciato che lo descriverebbe con precisione dispone di una difesa assai più solida di qualsiasi apparato repressivo. Il latrato, a questo punto, torna a farsi sentire nel suo significato di figura: ciò che non trova la frase corretta si manifesta come suono, come sintomo, come rumore, e il rumore può essere facilmente ricondotto a una causa qualsiasi, al carattere, all'umore, alla stanchezza, all'età, alla natura dell'essere umano, senza che nessuno debba prendere in considerazione la possibilità che si tratti del residuo di un'enunciazione impedita. Una società che dispone di molte spiegazioni per il disagio delle donne e di nessun ascolto per la frase che il disagio sta tentando di formare dimostra, con questa sproporzione, la propria natura. Fin qui l'analisi ha seguito la direzione che il racconto stesso suggerisce, quella che porta dal «noi» al «lui» come a una conquista da desiderare, e sarebbe una comodità eccessiva fermarsi senza chiedersi che cosa accadrebbe se la conquista avvenisse davvero, perché il «lui» ha i suoi pericoli, e i pericoli sono speculari a quelli del «noi». Una frase che dicesse «che razza di uomo è mio marito» sposterebbe la responsabilità sull'individuo e renderebbe disponibile una lettura in cui il torto subito appartiene al carattere di una persona, alla sua durezza, alla sua incapacità di ascolto, alla sua storia privata, come se la relazione fosse una disavventura personale e il marito un caso, un esemplare sfortunato da cui sarebbe lecito, nella migliore delle ipotesi, separarsi; in tale lettura la struttura scomparirebbe con la stessa efficacia con cui scompare nel «noi», e ciò che il «noi» dissolve nella generalità il «lui» lo dissolve nella singolarità, giacché un uomo cattivo è una disgrazia, mentre una struttura che rende possibili molti uomini così è un problema, e la sostituzione del problema con la disgrazia ha lo stesso effetto neutralizzante della sostituzione della responsabilità con la colpa comune. Esiste quindi una psicologizzazione del dominio che ripete, sul versante opposto, la medesima operazione, e che consiste nel convertire in questione di personalità ciò che è questione di posizione, ruolo, aspettativa, vantaggio, nel ridurre la storia a biografia, e un pensiero che volesse restituire a Franziska il «lui» senza restituirle insieme la comprensione del modo in cui quel «lui» occupa un posto che esisteva prima di lui e che continuerebbe a esistere dopo di lui le avrebbe consegnato un'arma spuntata, buona a produrre una separazione, forse un risentimento, probabilmente un nuovo senso di colpa per l'eccesso del giudizio, e certamente nessuna comprensione della trama in cui la sua esperienza è inserita. La difficoltà così messa in luce non risparmia nemmeno chi scrive, e conviene dirlo con una franchezza che il testo originario, nella sua parte finale, aveva preferito attenuare. Il lessico dell'analisi strutturale, che invita a comprendere il dominio come sistema e a non fermarsi alla singola condotta, possiede una sua nobiltà e una sua indispensabile verità, e può tuttavia diventare, nelle mani di chi lo adopera, un nuovo «noi»: quando si dice che il patriarcato è la causa, che la struttura produce i comportamenti, che gli individui sono portatori di rapporti sociali che li eccedono, si ottiene 
una spiegazione potente e si corre il rischio di ottenere, insieme, una nuova indistinzione, nella quale la sofferenza di una donna determinata si perde dentro una categoria e la responsabilità di un uomo determinato si dissolve nella necessità storica che lo ha prodotto. Il patriarcato può essere nominato in una frase che serve a distinguere, a collocare, a rendere comprensibili le asimmetrie, e può essere nominato in una frase che serve ad assolvere, perché una struttura alla quale nessuno è sfuggito non lascia nessuno sotto accusa, e la formula «siamo tutti dentro» non è lontana, nella sua costituzione logica, dalla formula «che razza di persone siamo». La differenza fra l'uso critico e l'uso assolutorio dello stesso concetto non risiede nel concetto, che rimane identico, e nemmeno nell'intenzione di chi lo pronuncia, che può essere nei due casi ugualmente generosa; risiede nella funzione che la frase assume nel suo contesto, in ciò che essa permette di fare e di non fare, di dire e di non dire, a chi, in quale momento. Il racconto insegna a leggere i pronomi come funzioni prima che come significati, e questa lezione vale anche per il vocabolario di chi si occupa di spiegare il racconto. Si delinea in tal modo una situazione nella quale nessun pronome risulta innocente e nessuna scelta lessicale è al riparo dall'uso conservatore: il «noi» dissolve la responsabilità nella specie, il «lui» la restringe nell'individuo, la «struttura» la trasferisce a un soggetto senza volto, l'«io» la riassume su di sé nella forma del rimorso, e il «loro» che ogni tanto fa la sua comparsa nei discorsi di chi guarda da fuori riproduce la comodità del testimone esterno che il racconto, fin dall'inizio, rifiuta di concedere. Ciò che la scrittura di Bachmann sembra esigere è una vigilanza sull'uso dei pronomi, e la scelta del pronome giusto, che renderebbe la questione risolvibile con una regola e trasformerebbe la letteratura in una grammatica prescrittiva, rimane fuori dal suo orizzonte; si tratta di una capacità di avvertire, in ogni formulazione, quale parte del reale essa illumini e quale lasci nell'ombra, e di passare dall'una all'altra senza fissarsi in nessuna. Il soggetto che si va costituendo ha il compito di tenere insieme ciò che il linguaggio disponibile separa, di dire «lui» sapendo che il «lui» è anche un luogo, di dire «noi» sapendo che il «noi» è anche una collusione, di dire «struttura» senza dimenticare che la struttura ha mani e volti, e di dire «io» senza perdere di vista che l'io è stato formato dalla storia che sta cercando di giudicare. Un'impresa simile non conosce un punto di arrivo che si possa raggiungere una volta per tutte, perché ogni conquista linguistica si logora e rischia di trasformarsi nel luogo comune della critica successiva, e ogni parola che oggi libera domani potrà servire da copertura. Da questo punto di vista il racconto assume una portata che supera la specifica questione del rapporto fra uomo e donna, pur mantenendo in essa il proprio centro storico e simbolico, perché interroga più generalmente il modo in cui ogni relazione di potere tende a produrre, insieme alla subordinazione materiale, una subordinazione interpretativa, cioè la progressiva interiorizzazione delle categorie attraverso le quali il soggetto dominante riesce a rendere plausibile la propria posizione. La questione decisiva diventa quella del diritto a nominare l'esperienza, e si tratta di un diritto che nessuna costituzione garantisce, perché si esercita nella zona prima del diritto, là dove si decide che cosa potrà essere detto come torto e che cosa soltanto come sfortuna. In questa zona operano gli istituti più antichi e più silenziosi della società, le famiglie, le lingue, le abitudini del pudore, le gerarchie dell'ascolto, e proprio perché tali istituti non si presentano come poteri riescono a esercitare un potere che le istituzioni dichiarate non hanno mai raggiunto, quello di stabilire preventivamente l'ordine del pensabile. Per questo la violenza più profonda non è necessariamente quella che costringe il corpo, e può essere quella che riesce a organizzare il campo delle interpretazioni disponibili, stabilendo in anticipo ciò che il soggetto potrà considerare un'ingiustizia, ciò che dovrà considerare un dovere, ciò che potrà attribuire all'altro e ciò che sarà portato ad attribuire a se stesso; la violenza che costringe il corpo lascia dei segni che qualcuno può leggere, mentre quella che organizza l'interpretazione lascia al posto dei segni una versione dei fatti nella quale i segni non hanno ragione di esistere. La posizione in cui Franziska si trova può essere descritta, a questo punto, con maggiore esattezza, evitando l'immagine troppo rassicurante della soglia: il racconto la mostra in uno stato di conoscenza instabile nel quale il sapere è già abbastanza grande da impedire il ritorno all'innocenza e ancora troppo piccolo, o troppo spaventoso, per sostenere un cambiamento; ella è sufficientemente libera da percepire la propria prigionia e insufficientemente libera da poterla interrompere, e la sua coscienza, anziché essere vuota di verità, è attraversata da una verità che non riesce a sostenere, come un corpo attraversato da una corrente che non può né scaricare né spegnere. Bachmann rappresenta così una forma di conflitto nella quale il soggetto sa abbastanza da non poter più tornare indietro, e questa posizione intermedia è forse più dolorosa dell'ignoranza perché rende visibile la distanza fra comprendere e liberarsi, una distanza che i discorsi sull'emancipazione hanno spesso trattato come una semplice questione di tempo, di volontà o di coraggio, mentre il racconto la presenta come la sede di un conflitto fra due ordini di fedeltà, la fedeltà alla verità percepita e la fedeltà alla storia che ha reso possibile chi percepisce. Franziska ha davanti a sé il compito più difficile, quello di distinguere ciò che ha interiorizzato da ciò che realmente pensa, ciò che le appartiene da ciò che le è stato trasmesso, ciò che desidera da ciò che ha imparato a desiderare, ciò che è responsabilità propria da ciò che è responsabilità altrui, e il compito è reso arduo dal fatto che lo strumento con cui dovrebbe compiere questa distinzione, la sua stessa coscienza, è il prodotto dell'indistinzione che si tratta di sciogliere. Il «noi» di Franziska risulta, per questa ragione, più inquietante del semplice silenzio, perché il silenzio potrebbe essere letto come assenza di consapevolezza, mentre il «noi» mostra una consapevolezza che ha già acquisito il linguaggio della critica e lo adopera ancora in modo da evitare la separazione decisiva. Franziska comprende l'ingiustizia, e la comprende in una forma che le permette di includersi nella colpa e dunque di non rompere completamente la relazione nella quale è implicata; è una forma di coscienza che si avvicina alla verità attraverso una strada che, proprio perché non riesce ancora a nominare l'individuo responsabile, rischia continuamente di tornare alla struttura che intende criticare, e che sa, insieme, che il ritorno avviene. Questo sapere del ritorno è forse il tratto più pungente del personaggio, perché toglie al suo arretramento l'alibi dell'inconsapevolezza e lo consegna alla zona grigia in cui le azioni sono compiute con una lucidità sufficiente a pesare e insufficiente a deviare. Tale zona, nel racconto, non riceve alcuna sanzione, né condanna né assoluzione, e Bachmann si astiene dal giudicare la sua protagonista con la stessa severità con cui si astiene dal giudicare il marito, lasciando al lettore l'onere e il rischio di decidere se quel ritorno al plurale debba essere letto come tradimento, come prudenza, come amore, come stanchezza, come saggezza, come tutte queste cose insieme. Ed è qui che il lettore, a sua volta, viene chiamato in causa, perché la tentazione di completare la frase di Franziska, di restituire il «lui» che ella ha trattenuto, di pronunciare per lei la parola che le è mancata, costituisce la forma più sottile del medesimo gesto che il racconto mette sotto osservazione. Chi corregge la protagonista, chi le indica con chiarezza la direzione in cui avrebbe dovuto andare, 
adotta la posizione del testimone sicuro, quello che vede senza costo e giudica senza rischio, e in tal modo rinnova, in forma di sollecitudine, la gerarchia fra chi sa e chi non sa, fra chi nomina e chi subisce la nominazione, che è precisamente la gerarchia che il racconto descrive come origine della subordinazione interpretativa. Il lettore che dice a Franziska «avresti dovuto dire lui» esercita una forma di dominio benevolo, assegnandole un compito e un giudizio nello stesso momento in cui sostiene di voler promuovere la sua libertà, e tale dominio benevolo, quando viene praticato dalla critica, dalla letteratura, dalle teorie che pretendono di emancipare, ha la stessa struttura della comprensione sacrificale che si voleva smascherare: parla in nome dell'altra, sa meglio di lei che cosa le serve, trasforma la sua esitazione in un errore da correggere anziché in un'esperienza da ascoltare. Bachmann non fornisce al lettore alcuno strumento per sottrarsi a questa trappola, e il suo rifiuto di concedere la frase corretta può essere inteso come un gesto di rispetto verso la protagonista oppure come l'ultima astuzia di un testo che sa di non poter dire ciò che pure ha bisogno di far intravedere, e probabilmente è l'una e l'altra cosa, perché la letteratura ha la possibilità, che il saggio non ha, di tenere aperte due letture incompatibili senza che l'una debba cancellare l'altra. Così la tesi di partenza, secondo la quale la conquista del «lui» sarebbe la condizione per costituirsi come soggetto, mantiene la sua verità e la perde insieme, ed è bene che le due cose avvengano nello stesso periodo senza accordarsi: la distinzione fra i soggetti, le azioni e le responsabilità resta una condizione per comprendere realmente la struttura nella quale essi sono inseriti, giacché un mondo in cui tutti sono colpevoli nello stesso modo è un mondo in cui nessuno può essere chiamato a rispondere; e la stessa distinzione, quando si irrigidisce in verdetto, rischia di tradire la complessità che aveva il compito di illuminare, costruendo un colpevole che serve a tranquillizzare l'accusatore e a lasciare intatte le condizioni che lo rendono possibile. La grammatica che Franziska dovrebbe conquistare, nella quale «io», «lui» e «noi» non siano più intercambiabili, nella quale la responsabilità possa essere collocata senza che la vittima debba assumere su di sé la colpa del proprio oppressore, nella quale la comprensione dell'altro non debba precedere e annullare la comprensione di sé, rimane una grammatica da inventare e che nessuna tradizione ha ancora fornito in forma compiuta, e l'attesa di tale grammatica, la cui possibilità il racconto lascia intravedere nel momento stesso in cui ne mostra l'assenza, costituisce forse l'unico terreno su cui si possa dire che la protagonista, e con lei chi legge, sta già facendo qualcosa. Resta la frase, con la sua doppia natura di rifugio e di indizio, con la sua capacità di dire una verità e di impedirne un'altra, e resta il suono che dà il titolo al racconto, il latrato che nessuna grammatica ha ancora preso in carico e che continua a farsi sentire al di qua dell'articolazione, come voce di un'esperienza che attende ancora di decidere se verrà tradotta in giudizio, in lamento, in storia, in rottura, o se continuerà a risuonare come l'eco di una lingua che le donne di tre generazioni hanno parlato senza possederla. Che cosa significhi essere liberi in una lingua che ci ha insegnato a pensarci colpevoli, e quale parola dovrebbe sostituire il «noi» senza replicare nella propria innocenza apparente la stessa evasione, e se una parola simile esista o se la libertà consista piuttosto in un esercizio indefinito di sostituzioni, ciascuna delle quali serve per un tratto di strada e poi diventa a sua volta ostacolo, e se chi legge, mentre si domanda tutto questo, stia ascoltando davvero Franziska o stia già parlando al suo posto con una voce che lei non ha scelto, sono questioni che il racconto lascia sospese, e forse la sua qualità più alta risiede in questa sospensione, in questo rifiuto di trasformare la domanda in risposta proprio nel punto in cui ogni lettore, e ogni lettrice, e ogni critico, vorrebbe sentirsela pronunciare.