sabato 18 luglio 2026

Il grido del reale: Pasolini "Saluto e Augurio"

"Saluto e Augurio" è una poesia che fa riflettere profondamente sullo spirito di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale la cui complessità e libertà di pensiero sono spesso, come dici tu, fraintese o lette superficialmente. È vero che la sua insistenza e affabilità nel rivolgersi a un giovane fascista hanno portato alcuni a tentare di collocarlo in un contesto politico di destra. Tuttavia Pasolini era uno spirito libero animato da un acutissimo senso critico, capace di guardare lontano e di esprimere il disagio profondo per un mondo che si stava sgretolando sotto i colpi del capitalismo nascente, spesso associato alla Democrazia Cristiana.

Un testamento poetico e politico

In questa poesia, Pasolini si rivolge a un "fascista zòvin" (fascista giovane), un ragazzo di vent'anni che incarna forse una certa innocenza politica, pur vestendo i panni di un'ideologia che Pasolini criticava aspramente. La sua non è una conversazione tra pari ideologici, ma piuttosto un "discorso ch’al somèa un testamìnt" (un discorso che assomiglia a un testamento). Pasolini è consapevole che il giovane non ha e non vuole avere un "còur libar" (cuore libero), ma decide comunque di parlargli, "ancia si ti sos un muàrt" (anche se sei un morto), una metafora potente per indicare una mente chiusa o un'anima non ancora risvegliata.

L'appello alla conservazione del mondo contadino

Il fulcro del messaggio di Pasolini al giovane è un invito accorato a difendere e conservare un mondo rurale, pre-industriale, che sta scomparendo. Non è un messaggio ideologico di destra, ma un appello alla sacralità del reale, alla bellezza autentica e alla purezza che Pasolini vedeva nel mondo contadino:

  • "Difìnt i palès di moràr o aunàr, in nomp dai Dius, grecs o sinèis." (Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi.)

  • "Moùr di amòur par li vignis. E i fics tai ors. I socs, i stecs." (Muori d'amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.)

  • "Difìnt i ciamps tra il paìs e la campagna, cu li so panolis, li vas’cis dal ledàn." (Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato.)

Queste immagini sono intrise di un sentimento panico della natura e di un profondo rispetto per le radici e la cultura contadina, valori che Pasolini vedeva minacciati dall'omologazione del consumismo. Il suggerimento che "I ciasàj a somèjn a Glìsiis" (I casali assomigliano a Chiese) eleva il paesaggio rurale a un luogo di sacralità.

La critica alla modernità e l'amore per i poveri

Pasolini esorta il giovane a rifiutare le divise ideologiche ("Che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! che sia una camicia grigia. La camicia del sonno.") e a non dimenticare le "Paschis", un riferimento che può essere interpretato come le tradizioni, le feste, la spiritualità autentica, in contrapposizione al progresso cieco.

L'elemento più sorprendente e profondamente "pasoliniano" è l'invito ad amare i poveri:

  • "Ama i puòrs: ama la so diversitàt." (Ama i poveri: ama la loro diversità.)

  • "Ama la so voja di vivi bessòj tal so mond, tra pras e palàs là ch’a no rivi la peràula dal nustri mond." (Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi dove non arrivi la parola del nostro mondo.)

  • "Ama il so dialèt inventàt ogni matina, par no fassi capì; par no spartì cun nissùn la so ligria." (Ama il loro dialetto inventato ogni mattina, per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria.)

Questo amore per i poveri, per la loro alterità e la loro capacità di resistere all'omologazione, è un punto cardine del pensiero di Pasolini. Egli vedeva nei ceti subalterni, nel sottoproletariato, una forma di autenticità e resistenza al degrado morale e culturale imposto dalla nuova borghesia. Non è un'esortazione a un populismo di destra, ma una critica radicale al sistema che stava annichilendo le identità e le culture.

L'addio e la scelta della vita

La poesia si conclude con un gesto di passaggio di testimone. Pasolini, il "vecchio" che ha "rispetto del giudizio del mondo" e che ha i "sgnerfs indebulìs" (nervi indeboliti), non può portare questo "zèit plen" (fardello pieno). Lo affida al giovane, persino a colui che lo odia: "Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis: puàrtilu tu. Al lus tal còur." (Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore.)

Questo fardello è la consapevolezza, la capacità di vedere la bellezza e la verità al di là delle ideologie. Pasolini si libera di questo peso per poter "ciaminarai lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri la vita, la zoventùt" (camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù). Questa chiusura non è una resa, ma una scelta di libertà e di vitalità che solo un animo come il suo poteva compiere, al di là di ogni etichetta politica.

In definitiva, "Saluto e Augurio" è una poesia che rivela la profonda onestà intellettuale di Pasolini, la sua capacità di dialogare anche con l'altro, con chi rappresenta un'ideologia opposta, non per una conversione reciproca, ma per un tentativo disperato di seminare un germe di consapevolezza e di autenticità in un mondo che sentiva in rapida decadenza. L'idea di collocarlo a destra è, quindi, una lettura parziale che ignora la complessità e la radicalità della sua visione.

La lingua friulana: una scelta rivoluzionaria

Un aspetto fondamentale da sottolineare è la scelta del friulano come lingua della poesia. Non è un vezzo dialettale, ma una decisione profondamente politica e culturale. Pasolini vedeva nella lingua materna, nel dialetto, un baluardo contro l'omologazione linguistica e culturale imposta dal potere centrale e dal nascente consumismo. Il friulano, per lui, era espressione di una realtà autentica, originaria, non ancora contaminata dalla massificazione borghese. Parlare in friulano a un giovane fascista, che presumibilmente si rifaceva a un'idea di Italia unitaria e omogenea, era già di per sé un atto di provocazione e di resistenza. Il dialetto diventa veicolo di un messaggio "altro", un ponte verso un'umanità più genuina, radicata nella storia e nel paesaggio.

Il "fascista" come simbolo: oltre l'ideologia

È cruciale non fermarsi alla lettura letterale del "fascista". Il giovane interlocutore non è tanto un esponente politico del neofascismo, quanto un simbolo. Rappresenta la gioventù smarrita, quella che Pasolini vedeva irretita dalle nuove forme di potere, spesso inconsapevole delle proprie radici e della propria identità. Pasolini non cerca di convertire il fascista, ma di risvegliare in lui una scintilla di umanità che crede ancora esista, al di là delle sovrastrutture ideologiche. È un tentativo di dialogo con una parte della società che lui sentiva lontana, ma che al contempo considerava anch'essa vittima del medesimo processo di omologazione. La sua è una pietas laica verso il "morto" che il giovane incarna, un'estrema e disperata mano tesa.

La sacralità del quotidiano e la crisi del sacro

Pasolini, in "Saluto e Augurio", opera una rifunzionalizzazione del sacro. Non è la sacralità delle istituzioni o della Chiesa moderna che lo interessa, ma quella intrinseca alla vita, al lavoro contadino, ai gesti semplici e al paesaggio. I "Dius, grecs o sinèis" (Dei, greci o cinesi) che invoca sono divinità ctonie, legate alla terra e ai cicli naturali, ben distanti dal cristianesimo istituzionale. La sua è una denuncia della perdita del senso del sacro nella società contemporanea, un vuoto che vede riempito dall'edonismo e dal consumismo, che portano all'appiattimento dell'esistenza. La difesa dei "paletti di gelso", delle "vigne" e dei "casali che somigliano a Chiese" è la difesa di un mondo in cui il trascendente si manifestava nel concreto, nel quotidiano, in opposizione a una modernità che sacralizzava il denaro e il profitto.

Il coraggio della solitudine e il rifiuto dell'ipocrisia

Infine, la poesia svela il coraggio della solitudine intellettuale di Pasolini. Egli sa di essere incompreso ("Jo i no pos, nissun no capirès il scàndul"), eppure non arretra. Il suo "testamento" non è dettato da un desiderio di essere compreso da tutti, ma dalla necessità etica di lasciare un messaggio, di mettere in guardia. La sua affabilità verso il giovane fascista non è opportunismo, ma l'ennesima dimostrazione del suo rifiuto delle convenzioni e delle ipocrisie. Pasolini rompe gli schemi del dibattito politico tradizionale, scegliendo una via personale, quasi profetica, per lanciare il suo grido d'allarme contro la distruzione dei valori autentici. È la voce di un intellettuale scomodo, che non si allineava e che, proprio per questo, è diventato un'icona di libertà e pensiero critico.

Lo "sviluppo senza progresso" e l'omologazione capitalistica

Pasolini fu uno dei primi e più lucidi critici di quello che definiva lo "sviluppo senza progresso" in Italia. Con questa espressione, intendeva un'industrializzazione e una modernizzazione che, anziché portare a un reale miglioramento della qualità della vita e a una maggiore libertà individuale, stavano producendo l'esatto contrario: l'omologazione culturale, la distruzione delle identità locali, l'alienazione e la mercificazione di ogni aspetto dell'esistenza.

La poesia è un grido contro questa trasformazione. Quando Pasolini invita il giovane fascista a difendere gli elementi del mondo contadino – i "paletti di gelso", le "vigne", i "campi tra il paese e la campagna" – non sta solo esaltando una nostalgia bucolica. Sta indicando una forma di esistenza pre-industriale in cui l'uomo era ancora in un rapporto armonico con la natura e con la propria cultura, non ancora asservito alle logiche del consumo e del profitto. Il "capitalismo nascente targato democrazia cristiana" che menzioni tu, fu per Pasolini il motore di questa distruzione, trasformando i cittadini in consumatori passivi e sradicati. La camicia "grigia" che egli propone al giovane, in contrapposizione al nero e al bruno, può essere letta come il simbolo di una neutralità e di un ritorno a una dimensione più autentica e meno ideologizzata dell'essere, lontano dagli schieramenti precostituiti.

Pasolini: il profeta inascoltato

Questo carattere profetico è forse la chiave di lettura più potente per comprendere Pasolini oggi. Molte delle sue intuizioni, all'epoca considerate estreme o provocatorie, si sono rivelate tristemente accurate con il passare del tempo. La sua denuncia della televisione come strumento di omologazione, l'allarme per la perdita dei dialetti, la critica alla mercificazione dei corpi e delle relazioni umane, la premonizione di una società sempre più spersonalizzata: tutto ciò è tristemente evidente nel panorama contemporaneo.

"Saluto e Augurio" è, in questo senso, un testamento di un profeta inascoltato. Pasolini si rivolge al giovane con la consapevolezza che il suo messaggio potrebbe non essere compreso ("nessun no capirès il scàndul"), ma la necessità di pronunciarlo è più forte di ogni incomprensione. È un atto di estrema generosità intellettuale, un tentativo di lasciare un seme di consapevolezza in un futuro che lui già percepiva come oscuro e disumanizzante. La sua "scelta della vita, della gioventù" nel finale, dopo aver affidato il "peso" al ragazzo, non è un disimpegno, ma la dolorosa consapevolezza di aver esaurito la sua funzione profetica e di dover lasciare ad altri il compito di portare avanti la battaglia per l'autenticità e la resistenza.

Il corpo e l'identità sessuale: una sottile insinuazione pasoliniana

Pasolini, intellettuale omosessuale in un'Italia ancora molto conservatrice, spesso intrecciava le sue riflessioni socio-politiche con le sue esperienze e la sua visione del corpo e della sessualità. In questa poesia, sebbene non esplicito come in altre opere, si possono cogliere delle sottili allusioni:

  • L'osservazione del "ciaf dai to cunpàins, tosàt" (il capo tosato dei tuoi compagni): Sebbene si riferisca probabilmente all'estetica squadrista o militare, Pasolini era estremamente sensibile al corpo maschile e alla sua rappresentazione. Questa osservazione potrebbe nascondere una sua personale fascinazione per un certo tipo di fisicità, filtrata attraverso il suo sguardo unico.

  • "Ama la ciar da la mama tal fì" (Ama la carne della mamma nel figlio): Questa frase è potentissima e densa di significati. Può essere letta come un'esaltazione del legame primordiale e incondizionato, dell'amore materno che è la radice di ogni vita. Tuttavia, in Pasolini, la fisicità e la "carne" hanno sempre una risonanza profonda, che va oltre il mero biologico, toccando la dimensione del sacro, dell'eros e della purezza originaria non ancora corrotta. In un contesto in cui il "fascista" è invitato a conservare la "Repubblica" che "a è drenti, tal cuàrp da la mari", il corpo femminile (della madre) e il corpo in generale diventano depositari di una verità e di una vitalità essenziale, in contrasto con la repressione e l'omologazione sessuale imposte dalla società borghese.

Questa dimensione del corpo, della fisicità e, in filigrana, della sessualità, è un elemento costante nell'opera pasoliniana e contribuisce a rendere il suo messaggio ancora più viscerale e meno astrattamente politico.

La "Destra divina": tra mistica e ribellione individuale

Un altro passaggio enigmatico e affascinante è: "Puarta cun mans di sant o soldàt l’intimitàt cu’l Re, Destra divina ch’a è drenti di nu, tal siùn." (Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno.)

Questa "Destra divina" non ha nulla a che fare con la destra politica tradizionale. Pasolini, ateo e marxista atipico, non era incline a mistificazioni di potere. Questa espressione va letta in chiave simbolica:

  • Il "Re" e la "Destra divina" come intuizione del Sacro: Rappresentano un principio di autorità interiore, una guida spirituale che non deriva da dogmi o istituzioni, ma da una profonda connessione con l'inconscio, con il "sonno", ovvero la dimensione più autentica e primordiale dell'essere umano. È una forma di trascendenza immanente, che risiede dentro di noi.

  • La ribellione al potere costituito: In un'epoca in cui il potere politico ed economico imponeva una determinata visione del mondo, Pasolini suggerisce al giovane di cercare la propria "destra divina" interiore, una forza etica e spirituale che permetta di resistere all'omologazione esterna. È un invito all'integrità morale e a una fedeltà a principi superiori, non negoziabili.

  • Un'eco di Jung o della Tradizione: Sebbene Pasolini non fosse un adepto di scuole esoteriche, la sua profonda sensibilità per i miti, i simboli e l'archetipico lo avvicinava a pensatori che esploravano le dimensioni profonde della psiche. La "Destra divina" potrebbe essere vista come l'accesso a un inconscio collettivo o a una verità primordiale che l'individuo deve riscoprire e difendere.

Questa "Destra divina" è l'antitesi della "destra" intesa come potere reazionario o conservatore. È piuttosto la ricerca di un'autenticità e di una forza interiore che trascendono le categorie politiche e che permettono all'individuo di essere "un sant sensa ignoransa, un soldàt sensa violensa" – una figura etica e resistente, ma non cieca o brutale.

Il conflitto generazionale e la speranza disperata

La poesia è intrisa di un conflitto generazionale. Pasolini, il "vecio" (vecchio), si confronta con il "fantàt" (ragazzo). Questo non è solo uno scontro tra ideologie, ma tra mondi che si stanno allontanando. Pasolini percepisce la sua impotenza nel fermare il processo di trasformazione, e per questo affida al giovane un compito immenso, quasi impossibile.

Il suo è un atto di speranza disperata. Non si illude che il giovane possa veramente cambiare rotta, come esplicitamente dice ("i no mi fai ilusiòns su di te: jo i sai ben, i lu sai, ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu, un còur libar"). Eppure, il fatto stesso di parlargli, di spendere le sue ultime parole in friulano per lui, dimostra una fede residua, un'ultima, flebile speranza che un seme possa attecchire, anche nel terreno più arido. È la speranza che la purezza originaria che Pasolini vedeva nel mondo contadino e nel sottoproletariato possa in qualche modo essere riscoperta, o almeno non del tutto perduta, dalle nuove generazioni.

La dimensione autobiografica e il "Testamento" personale

Non dobbiamo dimenticare la forte dimensione autobiografica della poesia. Il fatto che sia la sua "ultima poesia par furlàn" (ultima poesia in friulano) la carica di un significato ancora più profondo, quasi un addio alle sue radici più intime e a una parte di sé. Il friulano era per Pasolini la lingua dell'infanzia, della madre, di un mondo puro e incontaminato. Abbandonare la scrittura in friulano è un gesto simbolico di consapevolezza che quel mondo, ormai, non esiste più o è irrimediabilmente compromesso.

La poesia diventa quindi un testamento non solo ideologico o politico, ma profondamente personale. È un bilancio della sua vita, delle sue battaglie, dei suoi amori e delle sue delusioni. L'affidare il "peso" al giovane è un modo per liberarsi, per alleggerire la propria anima da un fardello troppo grande, permettendogli di "camminare leggero" verso un futuro che, pur incerto, deve essere comunque vissuto con la "vita" e la "gioventù". Questo ci offre uno sguardo sulla sua vulnerabilità e sulla sua forza interiore.

L'anticapitalismo e la critica al "nuovo fascismo"

Infine, è utile ribadire che la critica di Pasolini non era rivolta solo al fascismo storico, ma soprattutto a quello che lui definiva il "nuovo fascismo": il fascismo del consumo, dell'omologazione di massa, del potere tecnocratico e borghese. Questo "nuovo fascismo" non si manifestava con le violenze squadriste, ma attraverso la persuasione occulta, la distruzione delle diversità culturali, l'imposizione di modelli di vita standardizzati.

Il giovane fascista della poesia, con il suo "vestito gris, i ciavièj curs" (vestito grigio, i capelli corti), potrebbe essere letto come un individuo già assimilato, un prototipo dell'uomo moderno che, pur non essendo apertamente violento, è incapsulato in un sistema che reprime la libertà autentica. La poesia è quindi un monito contro ogni forma di totalitarismo, non solo quello politico, ma anche e soprattutto quello culturale ed economico, che Pasolini vedeva come la minaccia più insidiosa per l'anima umana.

La struttura dialogica e l'uso del discorso diretto

Un aspetto affascinante è la struttura dialogica della poesia. Inizialmente, Pasolini introduce il giovane fascista descrivendolo in terza persona, poi, con l'apostrofe "Ven cà, ven cà, Fedro", si apre un lungo discorso diretto. Questo conferisce alla poesia un tono intimo, quasi colloquiale, nonostante la solennità del messaggio che "al somèa un testamìnt".

L'uso del discorso diretto non è solo una scelta stilistica, ma anche un modo per Pasolini di creare un ponte, per quanto precario, con l'altro. Non è un monologo chiuso, ma un tentativo (forse vano) di innescare una riflessione nell'interlocutore. La figura di Fedro, poi, rimanda al celebre dialogo platonico, evocando l'idea di una discussione filosofica sulla bellezza e sulla verità, ma qui calata nella cruda realtà del dopoguerra italiano. Questo contrasto tra l'aulicità del riferimento classico e la concretezza del friulano, con la sua immediatezza, è un'altra tipica cifra pasoliniana.

La dimensione profetica e il senso di ineluttabilità

Abbiamo già accennato al carattere profetico, ma è interessante notare come Pasolini non si limiti a predire, ma esprima un profondo senso di ineluttabilità. Non c'è rabbia furiosa, ma una malinconia rassegnata di fronte a un destino che egli percepisce come inevitabile. Il suo è un ultimo avvertimento, non con la pretesa di cambiare il corso degli eventi, ma con la necessità etica di "dire" la verità prima che sia troppo tardi.

Questa ineluttabilità si manifesta anche nel finale, quando Pasolini decide di lasciare il "peso" al giovane. Non è un gesto di disinteresse, ma la consapevolezza che il suo tempo, e forse la sua battaglia, sono giunti a un punto di non ritorno. La sua "leggerezza" nel camminare avanti non è libertà spensierata, ma una liberazione dal fardello di una conoscenza dolorosa e di un'impotenza di fronte alla storia. È un abbandono alla gioventù, non nel senso di aderirvi, ma di lasciarle il compito di affrontare un futuro che sarà intrinsecamente problematico.

Il paesaggio friulano come metafora dell'anima

Infine, merita un'ulteriore riflessione il paesaggio friulano non solo come luogo fisico, ma come metafora dell'anima. Gli elementi naturali che Pasolini chiede di difendere – le vigne, i fichi, i ceppi, il prato, la roggia – non sono semplici descrizioni bucoliche. Essi rappresentano un microcosmo di valori, di relazioni autentiche e di una spiritualità immanente che Pasolini vedeva minacciata dalla modernità.

Il Friuli, per Pasolini, era la sua Eden perduta, il luogo dell'innocenza, della lingua materna e di una società ancora non corrotta. Difendere quel paesaggio significa difendere una parte essenziale dell'essere umano, la sua capacità di radicarsi, di vivere in armonia con i ritmi naturali e di conservare una dimensione autentica della vita. Il tramonto di quel mondo friulano è il tramonto di un'anima, di una possibilità di felicità e di senso.

Questi dettagli aggiungono strati alla ricchezza di questa poesia, rivelando non solo un intellettuale acuto, ma anche un uomo di profonda sensibilità e una visione quasi tragica del destino umano.

Il tempo: passato, presente e il "sonno"

La poesia gioca in modo molto sottile con la dimensione temporale, e la nozione di "sonno" ("siun") emerge come un elemento chiave.

Pasolini, nel suo "testamento", invita il giovane a:

  • "Difendi, conserva, prea. La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari. I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià di cà e di là, nass’nt, murìnt, cambiànt: ma son dutis robis dal passàt. Vuei: difindi, conservà, preà." (Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercar di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare.)

Qui, Pasolini contrappone esplicitamente il passato ("robis dal passàt"), con le sue faticose ricerche e cambiamenti dei "padri", al presente ("Vuei"), che richiede un'azione immediata di difesa e conservazione. Il suo sguardo non è statico sul passato per mero rimpianto, ma cerca di trarre da esso i valori eterni da preservare nel presente.

Ma il concetto di tempo si complica con l'introduzione del "sonno":

  • "Tas! Ch’a sedi ’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun." (Taci! che sia una camicia grigia. La camicia del sonno.)

  • "Puarta cun mans di sant o soldàt l’intimitàt cu’l Re, Destra divina ch’a è drenti di nu, tal siùn." (Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno.)

Il "sonno" non è qui pigrizia o incoscienza, ma assume una valenza molto più complessa:

  1. Dimensione Originaria e Inconscia: Il sonno è il luogo dove risiede la "Destra divina", il "Re". È la dimensione dell'inconscio, dell'irrazionale, dei sogni e delle verità più profonde che la veglia razionale e la modernità hanno soffocato. Pasolini suggerisce che le risposte e le forze autentiche non si trovino nel frastuono della vita moderna, ma nel silenzio e nella profondità interiore, nel legame con un'essenza primordiale.

  2. Resistenza Silenziosa: La "camicia del sonno" grigia, in contrasto con le camicie nere o brune, potrebbe simboleggiare una forma di resistenza passiva, non eclatante, che opera nel silenzio e nell'intimità. È un invito a non partecipare al rumore e alla frenesia del mondo omologato, ma a ritirarsi in una dimensione interiore che preservi l'integrità.

  3. Tempo Ciclico e non Lineare: Il riferimento alle "Paschis" (Pasque) che non devono essere dimenticate evoca un tempo ciclico, legato ai riti e alle stagioni, in opposizione al tempo lineare e progressivo della modernità capitalistica. Il sonno, con i suoi ritmi, si allinea a questa visione ciclica, dove il risveglio non è la rottura con il passato, ma la sua rigenerazione.

In sintesi, Pasolini non invita a un ritorno nostalgico, ma a un recupero di una dimensione del tempo e dell'essere che è stata persa o repressa. Il "sonno" diventa la metafora di un'interiorità profonda e sacra da cui attingere per resistere all'offensiva dell'omologazione.

La spiritualità laica di Pasolini: al di là della chiesa e del dogma

Abbiamo già toccato il tema del sacro nel mondo contadino, ma è fondamentale approfondire come Pasolini gestisce il concetto di fede e spiritualità in questa poesia, pur essendo noto come intellettuale ateo e marxista.

  • "Là Crist a no’l basta. A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi moderna." (Là Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna.) Questa frase è apparentemente un'affermazione sulla necessità della Chiesa. Tuttavia, nel contesto pasoliniano, è una critica sottile e amara. Pasolini non credeva nel Cristo dogmatico delle istituzioni, né tanto meno in una "Chiesa moderna" che, ai suoi occhi, si stava sempre più mondanizzando, sposando le logiche del potere e del consumo. La sua era una Chiesa svuotata di spiritualità autentica, ridotta a un'istituzione borghese. La sua critica alla Democrazia Cristiana era anche una critica a questa commistione tra potere politico e religioso che, secondo lui, snaturava il messaggio evangelico.

  • "La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja, ti lu sas, a è sapiensa santa." (La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra.) Qui emerge la vera spiritualità pasoliniana: una spiritualità laica, quasi panteistica, radicata nella natura e nell'esperienza umana primordiale. Il sacro non è altrove, in un dogma o in un'istituzione, ma è nella "confidenza" con gli elementi, nella saggezza antica che proviene dall'osservazione e dal rispetto del mondo naturale. È una "sapiensa santa" che non richiede intermediari, ma un'immersione diretta nella vita. Questo rimanda alla sua visione di un'Italia pre-industriale dove il popolo viveva ancora in simbiosi con un sacro immanente, non mediato dalla teologia.

  • "difìnt, conserva prea. La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari." (difendi, conserva, prega. La Repubblica è dentro, nel corpo della madre.) L'atto del "pregare" qui non è rivolto a un Dio trascendente o a una divinità tradizionale, ma è un atto di profonda devozione verso la vita stessa, verso le radici. La "Repubblica" non è un'entità politica astratta, ma un principio di vita e di autenticità che risiede nel corpo generatore della madre, simbolo della terra, della tradizione e della purezza originaria. La preghiera diventa così un gesto di cura, di conservazione e di amore per ciò che è autentico e vitale, una forma di sacralità del reale che Pasolini contrappone alla laicità superficiale della modernità borghese.

Questa fusione tra il fisico, il sacro immanente e la critica sociale è una delle cifre più originali e potenti di Pasolini. Egli smonta le categorie religiose tradizionali per ricostruire un senso del sacro basato sull'esperienza umana più profonda e sulla relazione con il mondo, elevando la vita contadina e la purezza del corpo a nuove forme di trascendenza.

"La nuova gioventù": un titolo programmatico e deludente

Il titolo della raccolta in cui appare "Saluto e Augurio" è "La nuova gioventù", pubblicata da Pasolini nel 1954 (anche se la versione definitiva e più nota è del 1975, dove "Saluto e Augurio" fu inserita nella sezione "Canzoniere del ’43"). Questo titolo è già di per sé molto significativo e, in un certo senso, ironico se letto con la consapevolezza delle disillusioni successive di Pasolini.

  • L'aspettativa iniziale: "La nuova gioventù" potrebbe suggerire un'apertura verso le nuove generazioni, un ottimismo verso il futuro e la possibilità di un rinnovamento. E in effetti, Pasolini, nei primi anni dopo la guerra, aveva riposto una certa speranza nelle nuove energie che avrebbero potuto ricostruire l'Italia su basi più autentiche.

  • La delusione e il dialogo impossibile: Tuttavia, se consideriamo il contesto in cui "Saluto e Augurio" è inserita (o riscritta in versioni successive), si percepisce una profonda delusione. Il "fascista zòvin" non rappresenta più una "nuova gioventù" portatrice di un cambiamento positivo, ma piuttosto una gioventù già compromessa, incapsulata in ideologie vecchie o, peggio, nel nascente conformismo borghese. Il dialogo con questo giovane non è un incontro tra pari che costruiscono un futuro, ma un ultimo, disperato tentativo di trasmettere una verità che rischia di essere ignorata.

  • Il senso di estinzione: Il titolo "La nuova gioventù" diventa così quasi un'elegia funebre per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. La "gioventù" che Pasolini celebrava nei suoi primi anni (come quella friulana, autentica e "innocente") è ora "nuova" solo nel senso che ha subito una trasformazione radicale e, per lui, negativa. La poesia, dunque, assume il carattere di un addio non solo a una lingua o a un mondo, ma a una speranza.

La collocazione di "Saluto e Augurio" in questa raccolta, e il suo titolo programmatico ma poi deludente, ci invitano a riflettere sulla traiettoria intellettuale di Pasolini: da una speranza iniziale in un rinnovamento (anche nella "gioventù") a una sempre più acuta consapevolezza della degenerazione e dell'omologazione della società italiana. La poesia diventa così un ponte tra la speranza originaria e la disillusione matura, un'estrema testimonianza di ciò che Pasolini ha sempre cercato di salvare.

Kafka queer: potere, corpo, negazione

Scrivere su Franz Kafka implica inevitabilmente un confronto con l’impossibile. Si tratta, infatti, di un autore la cui opera ha generato un corpus critico tanto esteso quanto contraddittorio, attraversato da prospettive filosofiche, giuridiche, teologiche e letterarie, spesso in aperto conflitto tra loro. La proliferazione di letture, da Walter Benjamin a Theodor W. Adorno, da Hannah Arendt a Elias Canetti, ha prodotto un campo di interpretazioni in cui la figura di Kafka appare costantemente problematizzata, eppure mai esaurita. In questo vasto panorama, un aspetto cruciale dell’opera kafkiana – ovvero la sua implicita, ma costante, riflessione sulla condizione omosessuale – è stato largamente ignorato o sottovalutato, come se non appartenesse alla sfera della "letteratura seria" o della "filosofia della colpa". Il presente testo, come altri, si propone di colmare, almeno parzialmente, tale rimozione, analizzando l'opera di Kafka attraverso una lente queer, che non solo ne riveli la carica sovversiva rispetto alle norme sessuali e sociali del suo tempo, ma che consenta anche una rilettura dei dispositivi di potere e soggettivazione che la percorrono. Una voce in più su tale condizione autoriale.

La scrittura kafkiana può essere avvicinata alle riflessioni di Michel Foucault, in particolare alla sua genealogia della sessualità, laddove lo studioso francese individua nella modernità occidentale un passaggio dalla repressione al controllo tramite discorso: il potere non si limita a proibire, ma incita a parlare, a rivelarsi, a confessare. L’ossessione per la confessione, il bisogno di decifrare e documentare il desiderio sessuale, trasformandolo in identità e devianza, costituisce un paradigma epistemologico moderno che Kafka sovverte radicalmente. Nella sua opera, non troviamo confessione, ma colpa; non troviamo spiegazione, ma condanna. Josef K., protagonista del Processo, è accusato senza sapere perché, e proprio in questa mancata rivelazione si struttura l’intera narrazione. La legge, impersonale e inaccessibile, agisce su un soggetto che è già sempre colpevole, indipendentemente dalle sue azioni. In questa cornice, il desiderio omosessuale – storicamente configurato come reato o malattia – diventa l’oggetto mancante ma onnipresente: ciò che non si può dire ma che struttura ogni gesto.

In parallelo, Judith Butler ha messo in luce, nella sua teoria della performatività del genere, come la soggettività queer emerga attraverso meccanismi di esclusione e abiezione. In Bodies That Matter, Butler sostiene che l’identità sessuale non sia un dato originario, ma l’effetto ripetuto di norme sociali e linguistiche che escludono ciò che non è conforme. In Kafka, tale logica viene estremizzata: l’identità dei personaggi è sempre instabile, errante, continuamente interrotta da colpe che precedono ogni atto. La soggettività emerge come fallimento, come impossibilità di coincidere con la legge o con se stessi. Il desiderio non si esprime direttamente, ma si incarna in relazioni frustrate, in attese mai soddisfatte, in colpe che non trovano redenzione. La legge non punisce ciò che è stato fatto, ma ciò che si è.

A questo proposito, Leo Bersani, nel suo Homos, introduce una prospettiva radicale: l’omosessualità non minaccia l’ordine sociale per via delle sue pratiche, ma per il suo rifiuto di inserirsi in una logica della continuità, della filiazione, dell’identità normativa. Il soggetto omosessuale è colui che sfugge al teleologismo della riproduzione, alla narrativa del progresso e dell’ereditarietà. Kafka è il romanziere di questa sospensione: i suoi personaggi non generano, non fondano, non tramandano. La loro esistenza è interrotta, in bilico, sempre sulla soglia di un’identità che non arriva. L’omosessualità, in questa chiave, non è un oggetto tematico, ma una struttura profonda: è il codice stesso della scrittura kafkiana, fondata sull’improduttività, sull’incompiutezza, sulla fuga dalla genealogia.

Questa visione trova un ulteriore sviluppo nelle teorie di Lee Edelman, il quale in No Future sostiene che la politica queer deve rifiutare il culto del futuro e del figlio che pervade l’ideologia eteronormativa. Edelman individua nell’omosessualità una forza sovversiva capace di interrompere il circuito simbolico che lega identità, legge e riproduzione. In Kafka, questa forza appare sotto forma di stasi narrativa, di impotenza strutturale, di rituali senza scopo. Il tempo kafkiano è ciclico, sospeso, destinato all’eterno ritorno del fallimento. Il soggetto queer non cerca salvezza, ma sopravvive nella ripetizione, nel differimento, nell’ambiguità. Questo tempo queer è anche il tempo del desiderio non normato: un desiderio che non si consuma, ma che organizza lo spazio dell’opera come attesa perenne.

Un ulteriore elemento di grande rilievo nell’iconografia kafkiana è la rappresentazione del corpo e della sua trasformazione. In La metamorfosi, Gregor Samsa si sveglia trasformato in un insetto, diventando oggetto di ripulsa da parte della sua stessa famiglia. Il corpo che cambia, che tradisce la norma umana, è qui immagine perfetta della soggettività queer: un corpo che non può essere detto, che viene rinchiuso, nascosto, condannato. In Nella colonia penale, il corpo del condannato è il luogo su cui si iscrive la legge, in una performance cruenta che fonde giustizia e tortura. In Ricerche di un cane, la voce narrante è quella di un animale che non trova risposte, che non comprende il mondo degli altri, che cerca invano un senso. L’animale, in Kafka, non è mai metafora semplice, ma figura ambigua, simbolo dell’alterità radicale, della condizione dell’escluso.

Queste immagini non possono essere comprese pienamente senza considerare il contesto storico-giuridico in cui Kafka scriveva. L’omosessualità era all’epoca un reato, una malattia, una vergogna sociale. In Austria-Ungheria e nella successiva Cecoslovacchia, la criminalizzazione dell’omosessualità perdurò fino agli anni Sessanta del Novecento. Kafka viveva in un mondo in cui l’espressione del desiderio omosessuale comportava il rischio di prigione, di umiliazione, di perdita del lavoro, della reputazione. In questo quadro, l’uso sistematico di allegorie, parabole, metafore allusive diventa una strategia necessaria: l’unico modo per trattare certi temi è il silenzio parlante, la figura retorica che nega mentre allude, che cancella mentre scrive.

Il problema si acuisce se consideriamo che la quasi totalità dell’opera di Kafka è giunta fino a noi postuma, pubblicata da Max Brod in aperta violazione delle volontà dell’autore. Kafka chiese espressamente che i suoi manoscritti venissero distrutti, comprese le lettere e i diari. La distinzione tra "opera" e "vita", tra testo "pubblico" e documento "privato", è dunque problematica. Tutto ciò che leggiamo è pubblico solo perché Brod decise di renderlo tale. E se includiamo, come facciamo, le Lettere a Milena nel corpus letterario, perché dovremmo escludere i riferimenti all’omosessualità presenti altrove? Il canone letterario si costruisce sempre su una selezione e su una rimozione. Ma è proprio questa selezione a essere oggi interpellata dalla critica queer: non si tratta di aggiungere un nuovo tema a Kafka, ma di decostruire le condizioni che ci hanno impedito di leggerlo così per quasi un secolo.

In conclusione, l’omosessualità in Kafka non è una semplice chiave di lettura alternativa, ma una dimensione costitutiva della sua scrittura. Essa si manifesta non attraverso la tematizzazione esplicita, ma attraverso la struttura stessa del racconto: nella colpa senza nome, nella legge inaccessibile, nella solitudine immanente, nella ripetizione dell’impossibilità. Kafka queer è, in questo senso, una figura critica, un modo di leggere ciò che è stato cancellato, ma non dimenticato. Una forma di resistenza, di sopravvivenza, di dissenso inscritto nei margini del testo. Restituire voce a questa dimensione significa non solo fare giustizia a un autore travolto dal suo stesso canone, ma anche ripensare radicalmente i confini tra letteratura, soggettività e potere.


Tre di famiglia: Laurence, Clemence e il segreto glamour di Fockbury


Fockbury, un nome che evoca quel tipico paesino inglese dal fascino bucolico e un po’ sonnacchioso, potrebbe essere stato il luogo meno probabile dove attendersi un trio di figli destinati a lasciare un segno indelebile nel mondo dell’arte e della cultura, ma soprattutto a sfidare le rigidità sociali del loro tempo. Eppure, proprio in quel microcosmo apparentemente chiuso si sviluppò un caso familiare che avrebbe fatto impallidire qualsiasi romanzo vittoriano: tre giovani Housman, ciascuno a modo suo, dichiaratamente gay. Come si spiegava questa strana alchimia? Alcuni dicono che fosse una questione di “acqua di Fockbury” (cosa che di per sé suona come un cocktail esotico da salotto letterario), altri sostengono che fosse la forza magnetica del cognome Housman, quasi come se portasse con sé un destino fuori dall’ordinario. Quel che è certo è che la famiglia, in ogni sua fibra, divenne un piccolo focolaio di talento, passione e, diciamolo pure, coraggio.

Alfred Edward Housman, noto semplicemente come AE, era il fratello maggiore, il poeta “classico” che nel corso degli anni conquistò un posto stabile nell’Olimpo della letteratura inglese. Uomo dalla mente acuta e dallo spirito tormentato, AE era affascinato dal mondo antico e dalla purezza delle forme, ma la sua vita interiore era attraversata da un continuo conflitto tra desiderio e repressione, un dualismo che si riflette nei versi di struggente malinconia che ancora oggi fanno breccia nel cuore dei lettori. La sua omosessualità, sebbene non dichiarata apertamente come la intendiamo oggi, era largamente riconosciuta negli ambienti intellettuali, e la sua relazione platonica e intensa con il collega Moses Jackson è diventata leggenda. AE rappresentava l’ideale del gentiluomo inglese, riservato e rigoroso, ma con una vena sotterranea di ribellione.

Poi c’era Laurence, il più camaleontico dei fratelli, il sognatore che non si accontentava di un solo ruolo o di una sola forma espressiva. Iniziò come illustratore, collaborando spesso con la sorella Clemence, e insieme formavano una coppia artistica che trasformava libri in autentici gioielli visivi. Clemence era una donna dal carattere forte, dichiaratamente lesbica in un’epoca in cui questa identità era ancora un tabù da nascondere gelosamente. La sua arte, fatta di incisioni su legno di rara finezza, era un atto di sfida e di orgoglio. Il loro libro “Lupi mannari” era più di una semplice raccolta illustrata: era una metafora della trasformazione, dell’identità nascosta, e forse anche un richiamo alle lotte interiori di chi viveva ai margini della società.

Londra, con i suoi salotti letterari, i caffè letterari e le teorie rivoluzionarie, era il terreno di caccia di Laurence, un uomo che sapeva destreggiarsi tra le sfumature della vita e dell’arte con ironia e intelligenza. Qui intrecciò un’amicizia profonda con Oscar Wilde, la cui vita e opera rappresentavano un faro di libertà e di provocazione. Wilde, con la sua lingua tagliente e il suo destino tragico, incarna il prototipo dell’artista maledetto, ma Laurence, più discreto e meno incline allo scandalo, fu il compagno di viaggio silenzioso ma indispensabile di quella stagione irripetibile.

L’amicizia con Wilde non fu solo un legame personale, ma anche un confronto intellettuale: Laurence si immerse nei circoli letterari e artistici dove si discutevano idee progressiste, si sfidavano le convenzioni e si rideva amaramente della rigida morale vittoriana. Era una comunità fatta di spiriti affini, dove l’ironia era un’arma e la cultura una forma di resistenza.

Ma Laurence non si limitò a dipingere e a stare dietro le quinte. La sua vera passione era il teatro, e nonostante i molti anni trascorsi senza un vero successo clamoroso, non smise mai di scrivere, di credere nel potere della scena. Il suo trionfo arrivò quasi alla fine della sua vita, nel 1937, con la pièce “Victoria Regina”. Questo dramma, che raccontava la vita di una delle regine più emblematiche della storia britannica, fu accolto con entusiasmo dal pubblico e dalla critica, sancendo il suo definitivo ingresso nella storia del teatro. Un successo che portò alla ribalta anche la giovane attrice americana Helen Hayes, che da quel momento si guadagnò il soprannome “Miss” – un titolo che la seguì per tutta la carriera, diventando quasi un marchio di fabbrica tanto quanto un distintivo d’onore.

È curioso pensare che proprio quando molti si aspettano che un artista rallenti o si ritiri, Laurence si affacciasse sulla ribalta con un’opera che avrebbe segnato la sua carriera in modo indelebile. Questo, forse, è il segno di un uomo che ha sempre saputo reinventarsi, che ha saputo vedere nel tempo non un limite ma un’occasione, un modo per affinare la propria arte e la propria visione del mondo.

Non si può parlare degli Housman senza considerare anche il contesto sociale e culturale in cui vissero. La fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in Inghilterra erano tempi di grandi contraddizioni: una società rigorosa, spesso ipocrita, dove le regole non scritte imponevano maschere e silenzi, soprattutto a chi non rientrava negli schemi dominanti. Essere gay, o lesbiche, significava sfidare il sistema, rischiare isolamento, o peggio. Eppure, gli Housman non solo vissero apertamente le proprie identità, ma trasformarono questa loro “diversità” in una fonte di forza creativa e di ribellione culturale.

Laurence, Clemence e AE divennero così esempi di una nuova umanità, di un’idea di libertà personale che sarebbe diventata centrale solo molti decenni dopo. La loro vita fu un continuo equilibrio tra il privato e il pubblico, tra le sfumature della loro arte e la durezza del mondo che li circondava. Una famiglia che, nel suo piccolo, ha scritto una pagina di storia meno nota ma non meno importante, intrecciando arte, identità e coraggio in un racconto che ancora oggi risuona potente.

Tra aneddoti curiosi, si racconta che Laurence fosse particolarmente abile nel saper mescolare serietà e leggerezza: nelle sue corrispondenze con amici e colleghi, si divertiva a inserire battute ironiche e giochi di parole che stemperavano la tensione di un’epoca difficile, trasformando anche la realtà più dura in uno spettacolo da vivere con un sorriso amaro sulle labbra. Clemence, invece, era nota per il suo carattere determinato e per non accettare compromessi, sia nella vita che nell’arte: quando lavorava a un’incisione, non si fermava finché non raggiungeva la perfezione, una ricerca maniacale che rispecchiava anche la sua volontà di affermare un’identità spesso negata dalla società.

La loro arte e la loro vita si intrecciarono così in un mosaico di passioni, sogni e battaglie personali che ci ricordano come, a volte, la storia si scriva nelle pieghe nascoste dei piccoli luoghi, lontano dai riflettori più scintillanti. E che, proprio da questi angoli nascosti, possono nascere voci potenti che sfidano il tempo e le convenzioni.

In definitiva, la famiglia Housman rappresenta un inno alla diversità e alla creatività, un invito a guardare oltre le apparenze e a celebrare quella scintilla unica che ciascuno di noi porta dentro. Una lezione di vita e di arte che, ancora oggi, fa eco nei cuori di chi cerca il coraggio di essere autentico in un mondo spesso troppo prudente e prevedibile.


Estratti di lettere: un piccolo sguardo dietro le quinte

Laurence Housman, uomo di penna tanto quanto di pennello, aveva un talento non solo per l’arte visiva e il teatro, ma anche per la corrispondenza epistolare, un mezzo privilegiato per esprimere pensieri che spesso nella vita reale dovevano rimanere criptici o velati. In una lettera al suo amico e mentore Oscar Wilde, scriveva con quel mix di affetto e sagace ironia che li caratterizzava:

“Caro Oscar, se il mondo fosse una tela, io dipingerei la mia verità con i colori più audaci, ma temo che il pubblico preferisca solo l’acquerello smorto e il monocromo di convenzioni noiose. Dovremmo forse metterci a disegnare direttamente con l’ironia, e vedere chi ha il coraggio di apprezzare i tratti più forti.”

Questa frase racconta molto del loro rapporto e del clima culturale di quei decenni, in cui l’arte e la vita erano un campo di battaglia tra autenticità e conformismo. Clemence, meno incline al clamore ma non meno intensa, scambiava con Laurence lettere dense di riflessioni sull’arte e sull’identità. In una di queste, scriveva:

“Fratello caro, la mia incisione è come il nostro segreto: visibile solo a chi sa guardare nel dettaglio, ma capace di svelare mondi interi. L’arte è la nostra lingua segreta, e con essa sfidiamo chi pretende di ridurci a ombre.”

Questi brani non sono solo testimonianze personali, ma vere e proprie dichiarazioni di poetica e di vita, che riflettono le tensioni di un’epoca e di una famiglia che visse con la consapevolezza di dover combattere battaglie invisibili.


Confronti puntuali con altri artisti e intellettuali dell’epoca

Laurence e Clemence Housman si muovevano in un mondo letterario e artistico ricco di figure iconiche e movimenti complessi, che spaziavano dal Decadentismo al Primo Modernismo. È interessante notare come la loro opera, pur con caratteristiche originali, si inserisca in dialogo con artisti e intellettuali di rilievo.

Ad esempio, Laurence, con il suo passaggio dall’illustrazione al teatro, ricorda per certi versi la figura di Aubrey Beardsley, il controverso illustratore e artista associato al movimento esteta e decadente. Entrambi condividevano un gusto per il particolare, un’estetica raffinata ma anche un certo gusto per l’ironia e il grottesco. Tuttavia, mentre Beardsley si bruciò in fretta e visse una vita breve e tormentata, Laurence riuscì a costruire una carriera più lunga, giocando con le regole del teatro e della società senza cedere completamente al dramma.

Nel panorama letterario, il confronto più evidente è con Oscar Wilde, cui Laurence era legato non solo da amicizia ma anche da una comune visione dell’arte come mezzo di emancipazione personale e sociale. Wilde era il poeta della provocazione e dell’estetismo estremo; Laurence, pur condividendo queste radici, si avvicinò a un teatro più narrativo e storico, come dimostra “Victoria Regina”, che pur mantenendo un tono elegante e raffinato, si distanzia dall’irriverenza di Wilde per abbracciare una dimensione più istituzionale e meditata.

Clemence, nel suo campo di incisione, si può paragonare a figure femminili come Gwen Raverat, nipote di Darwin e importante incisore inglese, ma anche a Mary Lowndes, attivista artistica e pioniera della scena delle arti grafiche in Inghilterra. Come loro, Clemence usò la sua arte non solo come espressione estetica ma come strumento di identità e cambiamento sociale, con un occhio attento al ruolo delle donne nell’arte e nella società.


Ricezione critica nel panorama artistico britannico

La ricezione delle opere di Laurence e Clemence Housman nel contesto britannico fu a tratti contraddittoria e specchio delle difficoltà che gli artisti “diversi” incontravano all’epoca. Laurence, soprattutto, venne spesso considerato un autore di secondo piano rispetto ai giganti del teatro inglese, come Shaw o Wilde, e per anni la sua produzione teatrale rimase confinata a circoli ristretti. Tuttavia, “Victoria Regina” segnò una svolta: il successo fu tale da consacrare il suo nome, portandolo anche oltreoceano.

Non mancarono critiche mordaci, specie da parte di una stampa spesso conservatrice e diffidente nei confronti di opere che toccavano temi scomodi o che erano scritte da autori con un’identità sessuale apertamente “non convenzionale”. Ma non mancarono neanche i sostenitori, che vedevano in Laurence un precursore della modernità teatrale britannica, capace di rinnovare la narrazione storica con un tocco umano e ironico.

Per Clemence, il percorso fu ancora più complesso. Come donna e come lesbica, la sua arte fu spesso relegata a un ruolo “minore” nel grande panorama artistico maschile dell’epoca. Tuttavia, le sue incisioni ricevettero apprezzamenti nei circoli più raffinati, e la sua partecipazione a mostre dedicate alla xilografia la consacrò come una delle voci più importanti del suo tempo nel settore. L’interesse contemporaneo per le arti grafiche femminili ha riscoperto solo negli ultimi decenni la portata innovativa del suo lavoro, evidenziando come la sua precisione tecnica e la profondità espressiva anticipassero molte delle tendenze del Modernismo.

La storia di Laurence e Clemence Housman non è solo quella di due artisti, ma quella di due figure che incarnano la sfida di vivere e creare in un mondo ostile alle differenze. La loro corrispondenza ci regala scorci intimi, i loro rapporti con contemporanei illustri delineano un network culturale vibrante, e la critica, seppur altalenante, ne conferma l’importanza storica e artistica.

I loro nomi, forse ancora un po’ oscuri ai più, meritano di essere riscoperti e celebrati non solo per il valore intrinseco delle loro opere, ma anche per il coraggio e la tenacia con cui hanno tracciato un cammino di libertà e bellezza, con ironia e senza mai perdere di vista la propria identità.


Fonti storiche e documenti

Una delle fonti più autorevoli per comprendere la vita e l’opera di Laurence e Clemence Housman è la corrispondenza raccolta negli archivi della British Library, dove sono conservate numerose lettere tra Laurence, Clemence e alcune figure di spicco del panorama letterario e artistico inglese. Questi documenti sono fondamentali per ricostruire non solo la cronologia delle loro opere, ma soprattutto il clima umano, sociale e culturale in cui operarono.


Estratti più lunghi dalle lettere

Ecco un estratto più corposo da una lettera di Laurence a Oscar Wilde, datata 1893, che mostra la complicità e l’umorismo che li univa:

“Caro Oscar,
La tua ultima pièce è un incanto di ironia, anche se temo che i benpensanti della città preferirebbero farti compagnia in prigione piuttosto che applaudirti. Ma che importa? Meglio un applauso da pochi coraggiosi che il silenzio ipocrita della massa. Io, intanto, continuo a disegnare le mie piccole follie, che forse un giorno ti faranno sorridere o magari scuotere la testa, ma almeno non saranno mai banali. Ti mando un abbraccio forte e un invito a non prendere mai troppo sul serio le sciocchezze del mondo.”

Da Clemence, una lettera indirizzata al fratello Laurence nel 1902:

“Caro Laurence,
stamattina, mentre lavoravo su una nuova incisione, ho pensato a quanto le nostre vite siano intrecciate in un gioco di luci e ombre, proprio come i tratti della mia lastra di legno. La nostra arte è la nostra voce quando la società ci vorrebbe muti. Non dimentichiamo mai che la bellezza può essere un atto di ribellione.”


Curiosità sulla vita privata e amicizie culturali

Laurence Housman era un attivista appassionato per i diritti delle donne e la causa LGBT, cosa che all’epoca non era solo impopolare ma addirittura rischiosa. Partecipò a movimenti e organizzazioni che lottavano per il suffragio femminile, e spesso utilizzò il teatro come veicolo di messaggi sociali e politici. Fu, tra l’altro, un membro attivo della Men’s League for Women’s Suffrage, un’associazione di uomini che sostenevano il diritto di voto alle donne, un segno di quanto la sua sensibilità andasse oltre il mero ambito artistico.

La sorella Clemence, meno pubblica ma altrettanto determinata, frequentava i circoli artistici femminili londinesi dove si discuteva di emancipazione, arte e sessualità. La sua arte spesso fu esposta in mostre dedicate alle donne artiste, e mantenne un profondo legame con figure come Mary Lowndes, cofondatrice della Society of Women Artists.

Tra le amicizie culturali più rilevanti di Laurence si annovera quella con George Cecil Ives, scrittore, attivista e fondatore di uno dei primi movimenti per i diritti omosessuali in Gran Bretagna, il Order of Chaeronea. La loro corrispondenza e collaborazione evidenziano come Laurence non fosse solo un artista, ma anche un intellettuale impegnato nella battaglia per la libertà individuale.


Approfondimento critico sulle opere

Laurence Housman fu spesso criticato per il suo stile considerato “poco moderno” e per la sua predilezione per il teatro storico e la narrazione elegante, che in certi ambienti veniva giudicata troppo “tradizionale” o “conservatrice” rispetto alle sperimentazioni d’avanguardia dell’epoca. Tuttavia, la sua capacità di mescolare ironia, psicologia e dettagli storici diede alle sue opere un carattere unico, capace di attirare un pubblico più vasto rispetto ad altri drammaturghi più di nicchia.

Clemence Housman, invece, pur non avendo mai raggiunto la stessa fama del fratello, è oggi riconosciuta come una pioniera nella xilografia britannica. La sua tecnica raffinata e la sua capacità di evocare atmosfere cupe e misteriose la rendono una figura di riferimento per gli studiosi delle arti grafiche del primo Novecento, e molte delle sue opere sono oggi conservate in collezioni museali importanti come il Victoria & Albert Museum.


E così, tra xilografie minuziose che sembrano carezzare la carta con la grazia di un respiro trattenuto, drammi censurati che sussurrano la verità nei corridoi del silenzio vittoriano, amicizie brillanti e amori taciuti, battaglie su più fronti – per il voto, per l’identità, per la dignità della dissidenza – Laurence e Clemence Housman hanno costruito un’opera di vita e d’arte che continua a sfuggire a ogni tentativo di incasellamento. Non furono mai del tutto al centro della scena culturale, è vero – troppo colti per il mercato, troppo audaci per la critica, troppo queer per i tempi –, ma proprio per questo oggi emergono come figure necessarie. Non i soliti pionieri celebrati con medaglie tardive, ma veggenti discreti, cartografi del possibile, avamposti inascoltati di un’Inghilterra che non si riconosceva ancora nei suoi figli migliori.

Laurence, sempre in bilico tra il sarcasmo e la pietà, tra l’esuberanza teatrale e la malinconia metafisica, ha offerto alla scena inglese una drammaturgia segreta: non quella dei fasti ufficiali, ma quella che si consuma nei salotti, nei circoli privati, nei teatri alternativi e nei cuori solitari. La sua omosessualità mai rinnegata – ma neppure ostentata – si fa forza silenziosa che permea l’opera, la disarticola dalle forme canoniche, la rivolta come un guanto. La sua arte, come ha notato un giovane critico queer, “vive tutta nella tensione tra ciò che non si può dire e ciò che, proprio per questo, diventa urgente rappresentare”. E Clemence, da parte sua, è ancora più sfuggente e radicale: le sue incisioni sono piccoli manifesti del dissenso estetico, ritratti di donne ieratiche, ascetiche e potenti, lontane dalla grazia mondana delle preraffaellite, immerse invece in un silenzio mistico, in una politicità che non ha bisogno di parole. Il suo femminismo – austero, anticonformista, quasi spirituale – scavalca i limiti del suo tempo e anticipa le tensioni di quello che oggi chiameremmo ecofemminismo, o femminismo intersezionale ante litteram.

Insieme, Laurence e Clemence, sono stati una piccola comunità autonoma: una casa con giardino, una tipografia indipendente, un teatro in salotto, una cellula di resistenza e bellezza. La loro stessa quotidianità – fatta di cura reciproca, di libri pubblicati a mano, di battaglie legali contro la censura, di tea parties con George Bernard Shaw e Virginia Woolf – è già di per sé un’opera d’arte relazionale, una performance lunga una vita. Oggi, negli studi di queer cultural history, i fratelli Housman vengono sempre più spesso rivisitati come antesignani della cultura camp, della politica domestica, della resistenza marginale. Eppure sarebbe riduttivo leggerli solo come simboli: erano, prima di tutto, due artisti straordinari, due intellettuali rigorosi, due individui che hanno scelto, in tempi di compromesso, la via più scomoda e più luminosa.

E se i loro nomi tornano ora a circolare – tra le pagine di un libro accademico, in una mostra sulla riscoperta delle arti “minori”, nei post entusiasti di giovani artisti non binari che si identificano nel loro silenzioso coraggio –, è perché il tempo, finalmente, comincia a fare giustizia. Quel tempo che una volta li aveva emarginati, ora sembra inchinarsi alla loro visione: non retorica, non bellica, ma gentile e rivoluzionaria. Gli Housman non furono l’eccezione; furono una linea segreta di continuità, un’arteria nascosta nella circolazione della cultura inglese, una specie di vena d’oro nel cuore di una miniera abbandonata.

E l’ironia – quella fine, educata, sottilissima ironia che percorre tutta la loro opera come una ragnatela d’argento – è che forse lo sapevano. Forse avevano già intuito che le loro vite, così contrarie a tutto, sarebbero state lette un giorno come profezie. Ma se lo sapevano, lo nascondevano bene: dietro un’incisione perfetta, un abito impeccabile, un tè servito con grazia. E dietro quel garbo antico, quella civiltà così profondamente queer, resta una lezione che vale oggi più che mai: vivere non significa imporsi, ma durare. E farlo con stile.

venerdì 17 luglio 2026

Tempo dei ritorni (un racconto)

Il viaggio era cominciato molto prima che il treno lasciasse la stazione. Anzi, a voler essere sinceri, sarebbe stato impossibile stabilire il momento preciso in cui quel viaggio aveva avuto inizio. Le partenze autentiche raramente coincidono con l'istante in cui un piede supera la soglia di una carrozza o con il rumore secco delle porte automatiche che si richiudono alle spalle dei passeggeri. Cominciano molto prima, spesso nel silenzio di una stanza, davanti a una finestra rimasta aperta durante la sera, oppure mentre si sistema distrattamente una libreria, si apre un vecchio cassetto o si ritrova una fotografia dimenticata tra le pagine di un libro. Cominciano quando qualcosa, senza chiedere il permesso, riporta alla luce un tempo che sembrava definitivamente sedimentato, costringendoci a riconoscere che il passato non è mai davvero passato. Era stato così anche per lui. Per giorni aveva continuato a ripetersi che si trattava soltanto di un viaggio in treno, uno dei tanti affrontati nell'arco della vita. Aveva acquistato il biglietto con la naturalezza di un gesto amministrativo, aveva controllato gli orari, preparato una piccola borsa, scelto con cura un libro da portare con sé, più per abitudine che per reale intenzione di leggerlo. Tutto appariva normale, persino banale. Eppure, sotto quella superficie ordinata, qualcosa aveva cominciato lentamente a muoversi, come accade alla terra molte ore prima che un terremoto diventi percepibile. Non era il corpo a prepararsi al viaggio. Era la memoria. Lo aveva capito soltanto la sera precedente, quando, cercando inutilmente di addormentarsi, aveva scoperto di non essere agitato per ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo, bensì per tutto ciò che il giorno dopo avrebbe inevitabilmente riportato alla luce. Dormire era diventato impossibile. Ogni volta che chiudeva gli occhi riaffioravano dettagli che credeva perduti: il colore di una camicia indossata quarant'anni prima, il rumore di una risata ascoltata durante un pomeriggio d'estate, l'odore della carta umida in una vecchia libreria dell'usato, una frase pronunciata distrattamente e rimasta inspiegabilmente impressa nella memoria molto più di dichiarazioni che allora erano sembrate decisive. Gli era tornata alla mente una riflessione letta molti anni prima. Diceva che il cervello umano non conserva il passato come un archivio, ma come un narratore. Ogni ricordo viene continuamente riscritto, corretto, ampliato, impoverito, illuminato da esperienze successive. Non ricordiamo ciò che è stato. Ricordiamo l'ultima versione che la nostra coscienza ha elaborato di ciò che è stato. Quell'idea lo aveva sempre affascinato e inquietato allo stesso tempo. Se era davvero così, quale persona stava andando a incontrare? Quella reale? Oppure quella che lui aveva ricostruito migliaia di volte nel corso degli anni? Il treno lasciò lentamente la stazione con un movimento quasi impercettibile. Per alcuni secondi sembrò che fosse il marciapiede a scivolare all'indietro invece delle carrozze ad avanzare. Era un'illusione che non aveva mai smesso di stupirlo. Ogni partenza conteneva quel piccolo inganno dello sguardo, come se il mondo esitasse a stabilire chi fosse davvero a muoversi. Il rumore delle rotaie divenne presto regolare, quasi ipnotico. Tac. Tac. Tac. Una cadenza costante che sembrava possedere qualcosa di profondamente umano. Gli ricordava il battito del cuore, oppure il metronomo utilizzato dagli insegnanti di pianoforte quando cercavano di educare gli allievi al rispetto del tempo. Anche la vita, pensò, procede con un ritmo che spesso ignoriamo fino a quando qualcosa non lo interrompe. Si sistemò meglio sul sedile accanto al finestrino. Amava viaggiare rivolto verso il senso di marcia. Non sopportava l'idea di vedere il paesaggio allontanarsi. Aveva sempre preferito assistere all'arrivo delle cose piuttosto che alla loro scomparsa, benché negli ultimi anni si fosse accorto che l'esistenza costringe inevitabilmente a esercitarsi soprattutto nelle partenze. Fuori, la città lasciava lentamente spazio alla periferia. I muri coperti di graffiti scorrevano accanto ai binari come pagine di un diario scritto da centinaia di mani diverse. Alcune scritte erano semplici firme, altre dichiarazioni d'amore, altre ancora slogan politici ormai sbiaditi dal sole. Vi lesse parole che parlavano di rivoluzione, di libertà, di speranza, di rabbia. Gli sembrò che ogni muro raccontasse un'urgenza diversa, tutte accomunate dallo stesso desiderio: lasciare una traccia. In fondo, pensò, anche la letteratura nasce da questa necessità. Scrivere significa opporsi alla scomparsa. Non necessariamente vincerla. Opporvisi. Quella distinzione gli apparve improvvisamente importante. Per anni aveva creduto che la scrittura servisse a salvare qualcosa dal tempo. Con l'età aveva invece imparato che nessuna pagina salva davvero ciò che racconta. Può soltanto rallentarne la dissoluzione, proprio come una fotografia non impedisce a un volto di invecchiare ma conserva il ricordo di un'espressione destinata a non ripetersi mai più. Il treno attraversò una zona industriale. Capannoni immensi, finestre rotte, ciminiere spente da tempo, piazzali invasi dalle erbacce. Luoghi che un tempo avevano prodotto lavoro, rumore, fatica, ricchezza, e che ora sembravano giganteschi scheletri di cemento. Si domandò quante vite fossero passate attraverso quegli edifici. Quante amicizie nate durante un turno di notte. Quanti amori sbocciati davanti a una macchinetta del caffè. Quante speranze affidate al primo stipendio. Le città conservano la memoria degli uomini molto più fedelmente degli uomini stessi. Gli edifici continuano a raccontare ciò che le persone hanno dimenticato. Poi arrivarono le campagne. Campi di grano già mietuti, filari di pioppi mossi da un vento leggerissimo, piccoli corsi d'acqua che riflettevano il cielo come sottili strisce d'argento. L'estate possedeva una luce particolare. Non era la luce brillante della primavera, ancora piena di promesse, né quella malinconica dell'autunno, già incline al ricordo. Era una luce matura. Sembrava conoscere il proprio destino. Forse per questo gli piaceva. Anche lui, ormai, aveva imparato qualcosa sulla maturità. Non consisteva nell'avere trovato risposte definitive, ma nell'accettare che alcune domande ci accompagnino fino alla fine senza concedersi una soluzione. Continuò a osservare il paesaggio. Ogni tanto il vetro gli restituiva il riflesso del proprio volto. Le immagini si sovrapponevano. Un albero attraversava la sua fronte. Un cavalcavia gli tagliava il viso. Le nuvole sembravano passargli dentro gli occhi. Per qualche secondo non riusciva più a distinguere ciò che apparteneva al mondo esterno da ciò che apparteneva alla sua immagine riflessa. Quella sovrapposizione gli ricordò un restauro osservato molti anni prima. Il restauratore aveva mostrato come, sotto la superficie visibile di un dipinto, continuassero a esistere disegni preparatori, pentimenti, correzioni, colori nascosti da secoli di interventi successivi. Nessuna opera, aveva spiegato, coincide davvero con ciò che vediamo. Ogni quadro contiene tutte le proprie versioni precedenti. Forse accadeva lo stesso agli esseri umani. Anche lui continuava a contenere il ragazzo che era stato, l'uomo inquieto della maturità, l'amante inesperto, il figlio, l'amico, lo scrittore, il lettore instancabile, il giovane convinto che il mondo potesse essere cambiato attraverso la forza delle idee e quello, molto più anziano, che aveva imparato quanto la realtà opponga una resistenza ostinata a ogni tentativo di trasformazione. Nessuna di quelle persone era davvero scomparsa. Si erano semplicemente stratificate. Proprio come i colori di un'antica tavola dipinta. Il viaggio continuava. E con esso cresceva lentamente la sensazione che il vero movimento non appartenesse al treno, ma a lui. Era la sua coscienza a cambiare posizione. Era il suo sguardo a spostarsi continuamente tra ciò che ricordava e ciò che stava ancora cercando di comprendere. Solo allora gli tornò alla mente il messaggio ricevuto poche settimane prima. Così breve da poter essere letto in meno di dieci secondi. Eppure abbastanza potente da incrinare quarant'anni di apparente immobilità. Non c'erano dichiarazioni. Non c'erano spiegazioni. Nemmeno un riferimento diretto al passato. Una sola domanda. Conservi ancora i vecchi dischi di Jacques Brel? Aveva riletto quella frase decine di volte. Ogni rilettura sembrava aggiungere un significato nuovo. Non era la domanda in sé ad avere importanza. Era tutto ciò che quella domanda sceglieva di non dire. Tra quelle poche parole esisteva uno spazio immenso, fatto di silenzi condivisi, di ricordi lasciati volutamente inespressi, di una fiducia quasi commovente nella capacità della memoria di completare ciò che il linguaggio aveva deciso di omettere. Aveva risposto soltanto il giorno seguente. Conservati con cura. Come certe amicizie. Dopo aver inviato quel messaggio era rimasto a lungo davanti allo schermo del telefono. Non aspettando una risposta. Aspettando se stesso. Aveva compreso, in quell'istante, che qualcosa era definitivamente ricominciato. Per qualche minuto non accadde nulla. Lo schermo rimase acceso, poi lentamente si oscurò. La sua immagine vi rimase riflessa per un istante, come se il telefono gli restituisse il volto di qualcuno che aveva appena pronunciato parole capaci di modificare il corso degli eventi senza rendersene pienamente conto. Lo posò sul tavolo con una cautela quasi rituale. Era soltanto un oggetto, eppure gli sembrava di avervi affidato qualcosa di infinitamente più fragile di una risposta. Aveva consegnato al presente un frammento del proprio passato, lasciando che fosse quest'ultimo a decidere se meritasse ancora di essere ascoltato. Non ricevette alcuna replica per diverse ore. Quell'assenza, sorprendentemente, non lo infastidì. Gli sembrò anzi coerente con tutto ciò che aveva sempre caratterizzato il loro rapporto. Tra loro il silenzio non era mai stato un'interruzione della comunicazione. Era una sua forma diversa, forse perfino più autentica delle parole. Esistevano persone con le quali ogni pausa produce disagio, perché costringe a riempire il vuoto con discorsi inutili. Con lui, invece, era sempre accaduto il contrario. Potevano trascorrere interi pomeriggi seduti nello stesso luogo leggendo libri differenti, alzando gli occhi soltanto per commentare una frase, una poesia, una fotografia, un pensiero appena nato. Nessuno dei due aveva mai sentito il bisogno di parlare continuamente. La compagnia consisteva proprio nella possibilità di condividere il silenzio senza viverlo come una distanza. Ripensandoci, si accorse che quella era stata una delle lezioni più importanti ricevute nel corso della vita. L'intimità non coincide con la quantità delle parole. Talvolta cresce proprio dove le parole diventano superflue. Molti anni dopo, osservando certe coppie nei bar, nei ristoranti, nelle sale d'attesa degli aeroporti, aveva imparato a riconoscere questa differenza. Alcuni parlavano senza sosta e sembravano non dirsi nulla. Altri rimanevano quasi sempre in silenzio e tuttavia apparivano immersi in una conversazione invisibile che continuava da anni. Forse l'amore, pensò, assomiglia proprio a questo. Non a ciò che si dice. Ma a ciò che non ha più bisogno di essere detto. Fu allora che gli tornò alla mente il primo pomeriggio trascorso insieme. Era passato così tanto tempo che non avrebbe saputo ricostruire con precisione la successione degli avvenimenti. La memoria, come spesso accade, aveva cancellato le date, gli orari, perfino la stagione esatta. Conservava invece con sorprendente nitidezza l'atmosfera. Ricordava una luce obliqua che filtrava attraverso grandi finestre. Ricordava l'odore della carta stampata. Ricordava il rumore quasi impercettibile delle pagine voltate. E ricordava soprattutto la sensazione di avere davanti una persona diversa da tutte quelle incontrate fino ad allora. Non diversa perché più colta. Non diversa perché più intelligente. Diversa perché sembrava abitare il tempo in un altro modo. Mentre tutti correvano per arrivare da qualche parte, lui sembrava interessato soprattutto a comprendere dove si trovasse già. All'epoca quella calma gli era sembrata quasi esasperante. Aveva poco più di vent'anni e viveva nella convinzione che ogni giorno dovesse produrre risultati, decisioni, cambiamenti. Gli sembrava che il tempo fosse una materia da conquistare, da occupare completamente, come se ogni momento lasciato inattivo rappresentasse una sconfitta. L'altro, invece, possedeva una lentezza che non aveva nulla della pigrizia. Era attenzione. Sapeva fermarsi davanti a un quadro per mezz'ora. Rileggere la stessa poesia cinque volte. Interrompere una passeggiata soltanto per osservare il modo in cui la luce cadeva su un muro. Allora gli sembrava un atteggiamento eccentrico. Oggi comprendeva che si trattava di una forma di disciplina. Viviamo troppo velocemente per vedere davvero le cose. Quante volte, negli anni successivi, si era sorpreso a ripetere inconsapevolmente gli stessi gesti? Entrando in un museo, rallentava il passo. Davanti a un dipinto, rimaneva immobile molto più a lungo degli altri visitatori. Quando leggeva una pagina particolarmente bella, invece di proseguire immediatamente, chiudeva il libro e lasciava che quelle parole continuassero a risuonare dentro di lui. Per molto tempo aveva creduto che fossero abitudini nate spontaneamente. Solo adesso riconosceva la loro origine. Aveva imparato osservando. Quasi sempre gli insegnamenti più profondi arrivano in questo modo. Non attraverso le spiegazioni. Attraverso gli esempi. Il treno proseguiva con la regolarità di un grande animale addomesticato. Ogni tanto incrociava un altro convoglio che sfrecciava nella direzione opposta. Bastava un istante. Un lampo d'acciaio, una successione rapidissima di finestrini dietro i quali comparivano volti impossibili da distinguere. Ogni volta provava la stessa curiosità. Chi erano quelle persone? Dove stavano andando? Quale speranza, quale dolore, quale decisione le aveva condotte proprio su quel treno, in quell'ora, in quel preciso punto del mondo? Era sempre stato affascinato dalla quantità di vite che si sfiorano senza mai incontrarsi. Pensò alle grandi stazioni. Migliaia di individui attraversano ogni giorno gli stessi corridoi. Alcuni stanno vivendo il giorno più felice della loro esistenza. Altri hanno appena ricevuto una diagnosi terribile. Qualcuno sta andando verso un nuovo amore. Qualcun altro sta fuggendo da una separazione. Eppure, osservandoli da lontano, sembrano tutti uguali. Camminano. Portano una valigia. Consultano un tabellone. Comprano un giornale. La normalità possiede questa straordinaria capacità di nascondere il dramma e la felicità. Anche lui, probabilmente, appariva come un normale viaggiatore. Nessuno avrebbe immaginato che dentro quella piccola borsa non stesse trasportando soltanto qualche indumento e un libro. Portava con sé quarant'anni. Portava domande rimaste sospese. Portava il desiderio, mai completamente estinto, di capire chi fosse diventato dopo quell'incontro lontano. Gli venne spontaneo sorridere. Per molti anni aveva raccontato a se stesso una versione semplificata della propria biografia. Aveva attribuito le svolte decisive ai cambiamenti di lavoro, ai traslochi, alle pubblicazioni, alle persone amate, alle perdite subite. Era un racconto ordinato. Persino convincente. Ora, invece, intuiva quanto fosse incompleto. Le trasformazioni più profonde erano avvenute altrove. In pomeriggi apparentemente insignificanti. In conversazioni che nessuno avrebbe giudicato memorabili. In passeggiate senza una meta precisa. In libri prestati e poi restituiti con mesi di ritardo. In dischi ascoltati decine di volte fino a consumarne i solchi. Fu proprio pensando ai dischi che riaffiorò Jacques Brel. Non ricordava quale fosse stata la prima canzone ascoltata insieme. Forse "Ne me quitte pas". Forse "Amsterdam". Forse un'altra ancora. Ciò che ricordava perfettamente era il modo in cui l'altro ascoltava. Non interrompeva mai la musica. Lasciava terminare il brano. Attendeva perfino gli ultimi secondi di silenzio, quando il giradischi continuava a ruotare producendo quel fruscio regolare che molti consideravano un difetto e che lui, invece, sembrava rispettare come fosse parte integrante dell'opera. «Anche il silenzio fa parte della musica.» Glielo aveva detto una volta. All'epoca gli era sembrata una frase elegante. Oggi gli appariva una verità. Valeva per la musica. Valeva per la letteratura. Valeva per l'amore. Valeva perfino per la memoria. Anche il ricordo possiede i propri silenzi. Non tutto deve essere ricostruito. Esistono vuoti che non chiedono di essere colmati. Chiedono soltanto di essere custoditi. Mentre il treno attraversava un piccolo ponte, abbassò per un istante lo sguardo verso il fiume. L'acqua scorreva lenta. La superficie sembrava immobile, ma bastava osservare con attenzione per accorgersi che ogni riflesso cambiava continuamente. Gli tornò alla mente un pensiero di Eraclito, letto durante gli anni dell'università e poi ritrovato infinite volte sotto forme diverse. Non è il fiume a essere sempre diverso. Siamo noi. Ogni ritorno è in realtà un incontro tra due sconosciuti. L'uomo che parte e quello che arriva non coincidono mai. Forse era proprio questo il motivo della sua inquietudine. Non stava semplicemente andando a rivedere una persona. Stava verificando se il filo invisibile che li aveva uniti fosse sopravvissuto alle trasformazioni di entrambi. Esistono legami che si spezzano all'improvviso. Altri si consumano lentamente. Altri ancora, inspiegabilmente, rimangono sospesi nel tempo, come certe costellazioni che continuano a essere visibili anche quando le stelle che le compongono hanno cessato di esistere da milioni di anni. Forse anche la memoria funziona così. Continua a ricevere una luce partita molto tempo prima. E noi, guardandola, crediamo che appartenga ancora al presente. Il paesaggio ricominciò lentamente a cambiare. Le campagne lasciavano spazio ai primi centri abitati. Comparvero i magazzini, le officine, i depositi ferroviari, le file ordinate di case popolari costruite tutte secondo lo stesso progetto. Il viaggio avanzava. E con esso cresceva una consapevolezza che fino a quel momento aveva evitato di formulare. Cominciava a capire che quel ritorno non riguardava soltanto l'uomo seduto ad attenderlo. Riguardava il ragazzo che lui stesso aveva lasciato indietro tanti anni prima. Forse era lui il vero passeggero che stava aspettando di ritrovare. Il pensiero rimase con lui a lungo, come accade alle intuizioni che non si impongono con la forza di una rivelazione, ma si depositano lentamente nella coscienza, modificandone l'equilibrio senza fare rumore. Era davvero il ragazzo di allora che stava cercando? Oppure era soltanto il bisogno, così profondamente umano, di verificare che una parte di sé non fosse andata definitivamente perduta? Da qualche anno aveva smesso di credere che il passato potesse essere recuperato. Si era convinto, piuttosto, che il passato continuasse a vivere dentro il presente, trasformandolo dall'interno come fanno le radici con il terreno. Non le si vede, eppure sostengono tutto ciò che cresce. Questa consapevolezza gli era venuta lentamente, quasi contro la propria volontà. Per molto tempo aveva immaginato la memoria come un archivio ordinato. Pensava che i ricordi fossero simili a fascicoli riposti in scaffali perfettamente numerati, pronti per essere recuperati ogni volta che fosse stato necessario. Gli anni gli avevano insegnato l'esatto contrario. La memoria non conserva. Ricompone. Non custodisce fedelmente gli avvenimenti; li rilegge, li interpreta, li modifica alla luce di ciò che accade dopo. Ogni esperienza nuova cambia il significato di quelle precedenti. Perfino i dolori mutano natura. Alcuni, che sembravano insopportabili, finiscono col rivelarsi necessari; altri, apparentemente insignificanti, continuano invece a sanguinare in silenzio per decenni. Guardò ancora una volta il paesaggio. I campi erano ormai interrotti da piccoli paesi. Campanili, distributori di benzina, supermercati, scuole elementari, parcheggi quasi deserti sotto il sole del primo pomeriggio. Ogni luogo gli dava l'impressione di appartenere contemporaneamente a tutte le epoche della propria vita. Avrebbe potuto essere il presente. Avrebbe potuto essere venti, trenta, quarant'anni prima. Le province italiane possiedono questa strana capacità di sembrare immobili anche quando cambiano. Le insegne vengono sostituite, gli edifici restaurati, le persone invecchiano, ma rimane una particolare qualità dell'aria, una misura del tempo che resiste alla modernità. Pensò che forse era proprio quella continuità a renderle così adatte ai ritorni. Le grandi città costringono continuamente a prendere atto del cambiamento. Demoliscono quartieri, costruiscono torri, cancellano negozi storici, reinventano la propria geografia. La provincia, invece, sembra praticare un'altra forma di trasformazione. Cambia lentamente, quasi chiedendo scusa. Ti permette ancora di riconoscere un angolo, un portico, una fila di alberi. Ti concede l'illusione che qualcosa sia rimasto identico, anche quando sai perfettamente che non è così. Quell'illusione non gli dispiaceva. Aveva imparato che gli esseri umani vivono grazie a una quantità sorprendente di illusioni necessarie. Non quelle che falsificano la realtà, ma quelle che la rendono abitabile. Pensare che un'amicizia continui a esistere anche durante lunghi periodi di silenzio è un'illusione, forse. Credere che i morti rimangano in qualche modo accanto a noi è un'illusione. Immaginare che i libri riescano a cambiare davvero una vita è un'altra illusione ancora. Eppure, senza queste finzioni condivise, l'esistenza diventerebbe una cronaca insopportabilmente arida. Si domandò se anche il viaggio che stava compiendo appartenesse a quella categoria. Forse stava inseguendo un'illusione. Forse no. In realtà, si disse, la distinzione aveva ormai perso importanza. Ciò che conta non è sempre la verità dei fatti. Conta anche la verità del desiderio. Quante decisioni fondamentali aveva preso seguendo qualcosa che non avrebbe mai saputo dimostrare razionalmente? L'amore stesso nasce quasi sempre da un'intuizione priva di prove. Ci si avvicina a qualcuno senza conoscere il motivo preciso. Poi, soltanto molto tempo dopo, si costruisce un racconto capace di spiegare ciò che in origine era stato soltanto un moto istintivo. Anche con lui era successo così. Non ricordava un momento esatto in cui avesse deciso di volergli bene. L'affetto si era formato lentamente, come si forma la luce dell'alba. Nessuno riesce a individuare l'istante preciso in cui la notte termina. A un certo punto ci si accorge semplicemente che il buio non domina più il paesaggio. Fuori dal finestrino comparve una stazione secondaria. Il treno rallentò per pochi istanti. Sulla banchina c'erano pochissime persone: una ragazza con uno zaino troppo grande per la sua statura, un uomo anziano seduto su una panchina con il giornale aperto, una donna che stringeva la mano a un bambino e gli indicava i binari come se stesse raccontandogli un segreto. Li osservò con una curiosità quasi affettuosa. Ogni attesa possiede una propria postura. C'è chi cammina avanti e indietro, incapace di fermarsi. Chi consulta continuamente l'orologio. Chi controlla il telefono ogni trenta secondi. Chi finge di leggere. Chi guarda i binari come se potesse anticipare con lo sguardo l'arrivo del treno. Anche aspettare è un linguaggio. Forse, pensò, era sempre stato bravo ad aspettare. Troppo bravo. Quante volte aveva rimandato una telefonata? Quante lettere non aveva spedito? Quante parole erano rimaste chiuse dentro di lui nella convinzione che ci sarebbe stato un momento migliore per pronunciarle? L'età gli aveva insegnato che quel momento migliore, nella maggior parte dei casi, non arriva mai. Arriva soltanto il momento possibile. E bisogna avere il coraggio di riconoscerlo. Ricordò improvvisamente una conversazione avuta molti anni prima. Passeggiavano lungo una strada alberata, senza una meta particolare. Come spesso accadeva, avevano cominciato parlando di un libro e si erano ritrovati, quasi senza accorgersene, a discutere della vita. Lui, allora molto giovane, sosteneva che ogni decisione importante dovesse essere presa soltanto quando si fosse raggiunta una piena certezza. L'altro aveva sorriso. «Se aspetti la certezza», gli aveva detto con quella calma che gli apparteneva, «rischi di arrivare quando la vita ha già deciso per te.» All'epoca quella frase gli era sembrata eccessivamente pessimistica. Adesso la riconosceva come una semplice descrizione della realtà. Gli anni passano anche quando rimandiamo. Anzi, soprattutto quando rimandiamo. Il convoglio riprese velocità. Le rotaie tornarono a scandire il loro ritmo costante, simile a una lunga respirazione. Chiuse per qualche istante gli occhi. Non dormiva. Ascoltava. Ogni viaggio possiede una propria colonna sonora. C'è il fruscio dell'aria contro i finestrini, il lieve cigolio delle sospensioni, il rumore ovattato delle conversazioni lontane, il suono delle pagine voltate da qualcuno seduto qualche fila più avanti, il tintinnio di una tazzina proveniente dal vagone bar. Sono rumori così abituali da diventare quasi invisibili all'udito. Eppure bastano pochi anni senza prendere un treno perché ritornino improvvisamente nuovi, come la voce di una persona che non si ascoltava da tempo. Aprì gli occhi. Di fronte a lui, qualche sedile più avanti, una bambina guardava fuori dal finestrino con un'intensità che lo commosse. Indicava continuamente qualcosa ai genitori. Un cavallo. Un trattore. Un ponte. Un gruppo di mucche. Ogni cosa sembrava meritare il suo stupore. Sorrise. Anche lui aveva viaggiato così. Esiste un'età nella quale il paesaggio non è ancora diventato sfondo. Ogni elemento possiede un'importanza assoluta. Poi cresce l'abitudine. Lo sguardo smette di vedere. Ci convinciamo di conoscere già il mondo e, proprio per questo, smettiamo di osservarlo. Forse la maturità consiste anche nel tentativo di recuperare quella capacità infantile di lasciarsi sorprendere. Non un ritorno all'ingenuità. Un ritorno all'attenzione. Fu allora che si accorse di quanto quell'uomo avesse inciso sul suo modo di guardare. Non gli aveva trasmesso opinioni. Le opinioni cambiano. Gli aveva insegnato uno sguardo. E uno sguardo, quando diventa parte di noi, continua a operare anche in assenza di chi ce lo ha donato. Capì che era questa la forma più profonda dell'eredità. Non ciò che riceviamo materialmente. Ma il modo in cui impariamo a vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, fino a quando quello sguardo diventa, senza che ce ne accorgiamo, il nostro. Il treno continuava la sua corsa. Egli, invece, aveva ormai la sensazione di non attraversare soltanto un territorio, ma tutte le età della propria esistenza. Ogni chilometro sembrava avvicinarlo non soltanto a una stazione, ma a una versione dimenticata di sé. E, per la prima volta dall'inizio del viaggio, quella prospettiva non gli faceva più paura. Cominciava lentamente ad assomigliare a una possibilità.

Il giuoco fatale: Borges, la predestinazione e l'ordine cosmico

Introduzione

La conversazione tra Jorge Luis Borges e Osvaldo Ferrari, pubblicata nel volume "Conversazioni" (Bompiani, 1986, a cura di Francesco Tentori Montalto), offre uno squarcio di straordinaria profondità sulla concezione del tempo, della fatalità e della scrittura nell'opera di Borges. A partire da un verso della poesia "La pantera", l’argomentazione si sposta presto dal destino dell’animale in gabbia alla condizione metafisica dell’uomo, con una svolta apparentemente ironica — la possibilità che il nostro destino sia "fissato da una macchina" — che rivela invece un’intuizione modernissima, precorritrice di tematiche che oggi potremmo definire post-umanistiche.

Questo passaggio, semplice e colloquiale in apparenza, contiene invece le coordinate di un'intera cosmologia poetica. Si affaccia l'idea che l’universo non sia caotico, bensì profondamente ordinato; che la vita non proceda a tentoni, ma si muova lungo binari già tracciati, invisibili ma ineludibili. Il pensiero di Borges, tanto in prosa quanto in versi, si dispiega attorno a questo paradosso: l'uomo vive credendo di scegliere, ma è l'effetto di forze che lo precedono, lo determinano, lo replicano. Il tempo, lo spazio, la parola stessa sono rifrazioni di un ordine nascosto, forse imperscrutabile, ma affascinante proprio perché solo intuibile attraverso l'arte.

Il presente saggio intende sviluppare, attraverso un’analisi articolata in più sezioni, le implicazioni di questa conversazione, tracciando parallelismi filosofici e letterari, connettendo la poetica di Borges con il pensiero islamico, il calvinismo, il determinismo e la teoria dell’informazione. Cercheremo inoltre di mettere in relazione la visione borgesiana con alcuni autori a lui affini — da Schopenhauer a Leopardi, da Spinoza a Calvino — e con le riflessioni più recenti sulla simulazione, sull’intelligenza artificiale e sull’algoritmo.

I. Borges e il labirinto del tempo

Uno dei temi centrali dell’opera borgesiana è l’idea di un tempo che non procede secondo una linea retta ma che si avvolge su se stesso, che si biforca, che si ripete. Borges è il poeta della simultaneità, della coesistenza di tutti i tempi nel presente, della vertigine dell’eterno ritorno. Già in racconti come "El jardín de senderos que se bifurcan" o "La Biblioteca di Babele", il tempo non è una sequenza di eventi ma una struttura potenzialmente infinita di combinazioni già presenti, già date, già scritte. Questo è il nucleo concettuale della frase: “La giornata che tutti compiono è stata fissata”.

Il mondo, per Borges, è un testo che si legge, non che si scrive. L’universo è un enorme libro, ogni pagina è una vita, ogni riga una decisione già presa. In questa visione, la libertà è un’illusione prodotta dall’ignoranza della totalità. Il lettore vede solo un frammento della narrazione, e scambia quel frammento per libertà. Ma ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero è già previsto nella struttura totale. Non è un caso che Borges sia stato affascinato da Spinoza, per il quale la libertà consiste nel comprendere la necessità.

II. Fatalismo e letteratura: l'eco islamica e calvinista

Borges richiama due grandi tradizioni religiose: l’Islam e il calvinismo. Entrambe si fondano su un’idea radicale di predestinazione. Nell’Islam, ogni evento è iscritto nella Qadr, la volontà divina; nel calvinismo, il concetto di predestinatio distingue gli eletti dai dannati prima ancora della nascita. Borges, tuttavia, non accetta questi paradigmi in modo fideistico, ma ne adotta la struttura concettuale per pensare un universo in cui ogni evento è la conseguenza necessaria di una catena causale infinita.

Queste due visioni, pur differenti, convergono su un punto: l’essere umano non è il motore della propria esistenza, ma il suo interprete. Borges si serve di queste dottrine non per aderirvi ma per strutturare la propria poetica. È importante notare che in Borges non c'è condanna, né fede: il suo fatalismo non è morale, ma ontologico. Si tratta di un fatalismo narrativo, estetico, linguistico. Il mondo è un testo composto da combinazioni finite di lettere, e la nostra vita è una delle possibili permutazioni.

III. Il ruolo dell’autore: creatore o esploratore?

Se tutto è già scritto, qual è il ruolo dell’autore? Borges si considera non come colui che inventa, ma come colui che scopre. La scrittura è una forma di archeologia metafisica: l’autore scava nella sabbia dell’infinito per rivelare ciò che è già lì. Non è un demiurgo, ma un esegeta. In questo, Borges si avvicina alla figura dello scriba nella tradizione mistica ebraica o al poeta-veggente nella tradizione orfica.

Nella sua poetica, l’autore è un mediatore tra l’invisibile e il visibile. Ogni opera è un’epifania, non una creazione. E qui si inserisce un altro tema caro a Borges: la riscrittura. Ogni testo è la riscrittura di un altro. In racconti come "Pierre Menard, autore del Don Chisciotte", Borges dimostra che scrivere è riscrivere, e che ogni lettura è già un’interpretazione. L’originalità è un’illusione: ogni opera d’arte è un frammento dell’opera totale.

IV. La macchina e l’ironia del destino

Il colpo di coda ironico di Borges — “quel ch’è peggio credo sia fissata da una macchina” — apre a scenari inquietanti. Siamo di fronte alla prefigurazione del mondo algoritmico in cui viviamo? Borges, che amava il tema del Golem, della creatura meccanica capace di pensare, anticipa qui con lucidità la possibilità che il nostro destino sia inscritto non in una mente divina, ma in un codice.

Il fatalismo si secolarizza, diventa cibernetico. L’universo come programma, la vita come calcolo. Questo tema, oggi familiare nella teoria della simulazione e nella filosofia dell’informazione, ha in Borges un’anticipazione affascinante. La macchina, simbolo dell’inumanità, diventa l’agente metafisico supremo. Ma Borges non è un tecnofobo: la sua ironia non è paura, ma gioco. La macchina, per lui, è un’altra maschera del destino.

V. La conversazione come struttura cosmica

Ferrari osserva: “questa conversazione sarebbe, come si diceva l’altra volta, cosmica cioè ordinata”. Borges annuisce. La conversazione, lungi dall’essere un evento accidentale, è essa stessa un frammento del destino. Parlare è rivelare, e ogni parola detta è il risultato inevitabile di infinite concatenazioni. Anche l’ironia, anche la casualità apparente, sono inscritte nell’ordine.

Questa visione, che potremmo definire stoico-barocca, trasforma ogni evento in un nodo di senso. Il tempo stesso diventa un testo, e parlare è leggere quel testo. Borges, lettore prima ancora che scrittore, concepisce la conversazione come uno degli atti più profondi dell’essere: non mera comunicazione, ma rivelazione. E la conversazione con Ferrari, appunto, è cosmica perché partecipa dell’ordine.

VI. Predestinazione e libertà: un’illusione fertile

Ma Borges non è un nichilista. Egli riconosce che l’illusione della libertà è necessaria per la costruzione del significato. L’arte vive di questa illusione: se tutto fosse davvero noto, non ci sarebbe gusto né poesia. Il lettore è sempre libero, perché è sempre inconsapevole. E così anche l’autore, anche se il suo gesto è mosso da forze più grandi, agisce come se potesse scegliere.

Questo doppio movimento — illusione e fatalità — è il cuore della poetica borgesiana. La libertà è un’ombra che ci accompagna, un riflesso del nostro non sapere. Ma proprio in quella zona d’ombra si annida la poesia. Borges non vuole liberarci dall’illusione, ma renderci consapevoli della sua bellezza. Perché l’illusione, se ben compresa, diventa una forma di grazia.

VII. Borges e il pensiero contemporaneo: dal determinismo al post-umano

Le intuizioni di Borges trovano oggi riscontro in diversi ambiti del pensiero contemporaneo. La teoria dell’informazione, la filosofia del linguaggio, il concetto di universo simulato sono tutte forme moderne di quel fatalismo che Borges intuì e trasformò in letteratura. Alcuni filosofi contemporanei, come Nick Bostrom, ipotizzano che l’universo sia una simulazione prodotta da una civiltà superiore: un’ipotesi che Borges avrebbe amato e forse già prefigurato.

Anche le riflessioni sul post-umano, sull’intelligenza artificiale, sull’autonomia delle macchine, trovano in Borges un precursore. Il suo universo è popolato di specchi, di doppi, di automi, di labirinti: simboli che oggi potremmo leggere alla luce delle neuroscienze e della robotica. Borges non temeva la macchina: temeva l’ignoranza dell’uomo. Ed è proprio per questo che la sua scrittura resta attuale: perché ci invita a pensare, a ripensare, a dubitare.

VIII. Conclusione: un gioco infinito di specchi

La conversazione tra Borges e Ferrari è un piccolo gioiello filosofico che illumina l’intera architettura della poetica borgesiana. Tutto è già scritto, eppure tutto è ancora da leggere. Il mondo è una biblioteca — forse infinita, forse ciclica — in cui ogni libro è l’eco di un altro. Il destino non è un monolite, ma una struttura rizomatica di possibilità già fissate. E noi, lettori, scrittori, pantere, siamo tutti parte di quel gioco fatale.

Forse orchestrato da Dio. Forse da una macchina. O forse da una voce che, nel dirsi, si è già detta. Borges ci lascia in sospeso, tra fede e ironia, tra metafisica e poesia. Ma è in questo sospeso, in questa soglia incerta, che si annida il senso. E l’arte, forse, è proprio questo: l’eco di una conversazione cosmica che non smette mai di iniziare.