sabato 25 aprile 2026

Resistenza e memoria: Il contributo eroico di Rom e Sinti alla lotta contro il fascismo

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana è una pagina di storia troppo spesso dimenticata, ma che merita di essere raccontata e celebrata. Queste comunità, tradizionalmente marginalizzate e perseguitate, hanno contribuito in modo significativo alla lotta contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando un eroismo e una generosità straordinari. Tuttavia, questo capitolo della storia è stato spesso messo in ombra, sia per la politica dello Stato italiano dell'epoca che per il pregiudizio sistemico che ancora oggi affligge le popolazioni rom e sinti.

La Resistenza italiana fu un movimento variegato che coinvolse persone provenienti da ogni parte della società, da militari disertori a intellettuali, da contadini a operai. Tra questi, vi furono anche i rom e i sinti, che non solo subirono le atrocità del fascismo, ma furono anche attivamente coinvolti nel sabotaggio, nelle azioni di guerriglia e nel soccorso degli altri partigiani e degli ebrei. Questi gruppi, purtroppo, sono stati raramente celebrati nelle narrazioni ufficiali della Resistenza, spesso a causa delle politiche discriminatorie dello Stato italiano, che continuò a trattare i rom e i sinti come "indesiderabili" anche durante e dopo la fine della guerra.

Un esempio emblematico di come i rom e i sinti abbiano contribuito alla lotta di Liberazione è la formazione dei "Leoni di Breda Solini", una brigata partigiana composta da sinti italiani, che operò nelle regioni centrali e settentrionali del paese, in particolare tra le province di Mantova, Modena, Reggio Emilia e Cremona. Questa brigata si formò grazie alla fuga di molti sinti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), dove erano detenuti dai fascisti, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nonostante l’assenza di una preparazione militare formale, i membri della brigata si distinsero per il coraggio e l'efficacia nelle azioni di sabotaggio, come la distruzione di ponti, la raccolta di armi e l’assalto ai convogli tedeschi. La loro lotta non si limitò alla semplice resistenza armata, ma fu anche un atto di sfida alle ingiustizie razziali e sociali che avevano affrontato tutta la loro vita.

I "Leoni di Breda Solini" utilizzavano un camion che, con una serie di modifiche ingegnose, diventò un veicolo per trasportare armi e munizioni, permettendo loro di compiere incursioni nei territori occupati dai nazisti. La loro abilità nel muoversi e nel restare anonimi nel territorio, ma anche nella costruzione di alleanze con i gruppi partigiani locali, li rese una forza rispettata. La figura di Giacomo "Gnugo" De Bar, uno dei leader dei Leoni, divenne simbolo della determinazione di questi uomini e della loro lotta contro l'oppressione.

Purtroppo, molti altri partigiani rom e sinti sono caduti nell’oblio. Tra loro, Giuseppe "Tarzan" Catter, ucciso dai fascisti nell’area dell'Imperiese, è uno dei nomi più significativi che ancora oggi merita di essere ricordato. Altri, come Walter "Vampa" Catter e Lino "Ercole" Festini, furono fucilati il 11 novembre 1944 a Vicenza per la loro partecipazione alle azioni di resistenza. Questi uomini, insieme a molti altri, furono decorati al valore per il loro coraggio e il loro impegno a favore della libertà e della giustizia, ma le loro storie sono state spesso ignorate dai racconti ufficiali della guerra di Liberazione.

La resistenza dei rom e dei sinti non si limitò al solo combattimento armato. Molti membri di queste comunità si trovarono coinvolti in azioni di supporto, come l’aiuto a prigionieri ebrei, la protezione delle famiglie più vulnerabili, e la creazione di reti di rifugiati per nascondere gli oppositori del regime fascista. La loro determinazione nel contribuire alla liberazione d’Italia fu un atto di eroismo che merita finalmente di essere riconosciuto nella memoria storica del nostro paese.

Nonostante il loro contributo alla Resistenza, le comunità rom e sinti furono anche vittime di una sistematica persecuzione durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti furono deportati nei campi di concentramento, dove subirono torture, esperimenti medici e la morte. Il genocidio a loro destinato, conosciuto come "Porrajmos" (in lingua romani, "grande divoramento") o "Samudaripen" ("tutti uccisi"), è una parte della storia europea che ha ricevuto poca attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più crudeli della persecuzione razziale messa in atto dal regime nazista.

Il razzismo fascista e nazista ha considerato i rom e i sinti non solo come minoranze razziali da eliminare, ma come una minaccia da estirpare per “purificare” la razza. La violenza e la brutalità del regime si riflettevano anche nei trattamenti che queste persone ricevevano nelle deportazioni e nelle uccisioni di massa, in un contesto di sistematica esclusione sociale e discriminazione.

Nonostante il loro fondamentale contributo alla lotta contro il nazifascismo, la memoria dei rom e dei sinti nella Resistenza è stata a lungo marginalizzata. L’indifferenza e il pregiudizio verso queste comunità hanno impedito che la loro partecipazione venisse adeguatamente riconosciuta. Solo negli ultimi decenni si sono registrati dei tentativi di recuperare queste storie, sia attraverso la pubblicazione di libri e articoli, che mediante la creazione di mostre e documentari. A queste iniziative si sono aggiunti importanti momenti di riflessione come la Giornata della Memoria, che ha cominciato a ricordare il genocidio dei rom e sinti, accanto a quello degli ebrei.

Negli ultimi anni, anche grazie all'impegno di attivisti, storici e membri delle stesse comunità rom e sinti, sono emerse nuove testimonianze e ricerche che stanno lentamente restituendo loro il giusto riconoscimento. Progetti come il Museo Nazionale della Resistenza e iniziative locali stanno facendo luce su queste figure dimenticate, cercando di costruire una memoria collettiva più inclusiva e giusta. La storia dei rom e sinti nella Resistenza non è più relegata nell’ombra, ma sta prendendo piede come un capitolo fondamentale nella narrazione della liberazione italiana.

È ora che il contributo di queste persone venga riconosciuto pienamente. Non solo come vittime del razzismo e della persecuzione, ma anche come eroi che hanno lottato con coraggio e determinazione per la libertà. La storia delle comunità rom e sinti nella Resistenza è una storia di resistenza non solo contro i fascisti, ma contro le ingiustizie di ogni tipo, e di un impegno che ha contribuito alla costruzione di una società più giusta e libera.

E ci sono ancora molti aspetti che vale la pena esplorare riguardo al contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza, e alla loro memoria storica, che spesso rimane in ombra. Ecco alcuni punti che potrebbero essere aggiunti per ampliare ulteriormente la narrazione:

Alcune delle storie più toccanti e significative di partecipazione delle comunità rom e sinti alla Resistenza provengono dalle testimonianze dirette di chi visse quei momenti. Purtroppo, molte di queste voci si sono perse con il passare del tempo, ma alcune sono state raccolte e continuano a essere diffuse grazie agli sforzi di storici e attivisti. Alcune di queste testimonianze raccontano di azioni di sabotaggio, ma anche di gesti quotidiani di solidarietà, come l’offrire rifugio a partigiani in fuga o la protezione di chi, per motivi politici o religiosi, era a rischio di arresto. Queste testimonianze sono fondamentali non solo per onorare il coraggio di queste persone, ma anche per contrastare l’oblio a cui sono state condannate.

Un altro aspetto che potrebbe essere approfondito è l’impatto delle politiche post-belliche sulla memoria delle comunità rom e sinti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo italiano, come molti altri in Europa, non ha fatto molto per riconoscere i crimini perpetrati contro le popolazioni rom e sinti. La loro lotta per il riconoscimento dei diritti civili e il recupero delle memorie storiche è stata ostacolata da un pregiudizio istituzionale che ha perpetuato l’idea di queste comunità come “straniere” e non integrate nella società. Questo ha avuto conseguenze dirette sulla loro inclusione nei racconti ufficiali della Resistenza e, più in generale, sulla loro visibilità all’interno della società italiana.

È importante sottolineare che il contributo dei rom e dei sinti alla Resistenza non si è limitato alle brigate partigiane o alle azioni di combattimento diretto. Molti di loro, infatti, hanno contribuito alla “Resistenza diffusa”, quella fatta di atti quotidiani di opposizione al regime fascista. Si trattava di atti di disobbedienza civile, di rifiuto di piegarsi alla violenza del regime, di difesa della propria identità culturale in un contesto che cercava di omologare e cancellare qualsiasi forma di diversità. Il rifiuto delle politiche di razza e l'affermazione di un’identità libera e autonoma, spesso associata all'intransigenza e alla ribellione, è una forma di resistenza che merita di essere esplorata in modo più profondo.

Un aspetto che potrebbe essere ulteriormente approfondito riguarda il ruolo delle donne rom e sinti durante la Resistenza. Come in molte altre situazioni, il contributo femminile è stato spesso trascurato, ma numerose donne delle comunità rom e sinti hanno avuto un ruolo fondamentale nelle reti di resistenza, sia in azioni dirette di sabotaggio che nel supporto logistico e nell’assistenza ai partigiani. Alcune di queste donne si sono distinte anche per il loro coraggio nel proteggere le famiglie dai rastrellamenti fascisti e nazisti, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.

Un altro aspetto importante da aggiungere riguarda il riconoscimento ufficiale di questa parte di storia. La Legge 211 del 2000, che ha istituito la Giornata della Memoria in Italia, ha rappresentato un primo passo importante nel riconoscere anche le vittime rom e sinti del nazismo e del fascismo. Tuttavia, c'è ancora molto da fare per includere adeguatamente il loro contributo alla Resistenza nei curriculum scolastici, nei musei e nelle commemorazioni ufficiali. È fondamentale che le nuove generazioni siano consapevoli del ruolo che queste comunità hanno avuto nella lotta per la libertà e che imparino a riconoscere il valore della loro partecipazione.

Uno degli obiettivi più importanti nel raccontare questa storia è creare una memoria condivisa, che vada oltre le differenze culturali e sociali, per costruire una narrazione inclusiva che riconosca le sofferenze e i sacrifici di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà e contro le ingiustizie. In un mondo che spesso si trova diviso da conflitti razziali e culturali, il racconto delle storie di resistenza dei rom e dei sinti è una lezione di solidarietà, di coraggio e di speranza, che può contribuire a un futuro più giusto e rispettoso della diversità.

Il racconto della Resistenza rom e sinti non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di rivendicazione di una memoria collettiva più equa. Il loro contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo è parte integrante della storia della nostra libertà. Riconoscere e celebrare questo contributo non solo restituisce dignità a queste comunità, ma arricchisce anche la comprensione della nostra Resistenza, rendendola più completa, più giusta e più universale.

Un altro aspetto che potrebbe arricchire ulteriormente il racconto del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza riguarda il legame tra la memoria storica e le politiche contemporanee di inclusione e di lotta contro la discriminazione. Ecco alcuni punti da considerare:

Oggi, la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza ha acquisito una nuova centralità, in parte grazie agli sforzi di attivisti, storici e membri delle stesse comunità. Tuttavia, la strada per un riconoscimento ufficiale è ancora lunga. Le politiche attuali di inclusione, che mirano a garantire pari diritti e opportunità alle minoranze, devono essere accompagnate da un impegno concreto nella valorizzazione della memoria storica. La lotta contro il razzismo e le discriminazioni, che ancora oggi affliggono i rom e i sinti in molte società europee, non può prescindere dal riconoscimento delle loro radici storiche e dal rendere giustizia ai loro sacrifici passati.

In questo contesto, il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza può essere visto come un simbolo di resistenza non solo al nazifascismo, ma anche all’intolleranza e alla marginalizzazione. Questa riscoperta storica, infatti, diventa un punto di partenza per una riflessione critica sulle politiche di inclusione sociale in atto oggi, e per un impegno costante nella costruzione di una società che accolga la diversità come valore, piuttosto che come minaccia.

In molte occasioni, le politiche razziste italiane ed europee del passato e del presente continuano a emarginare le comunità rom e sinti. La loro visibilità, in particolare nella storia della Resistenza, è stata spesso omessa o distorta. Questo è stato il risultato di politiche sistemiche che trattavano le comunità rom e sinti come "non italiane" o "estranee", anche se molte di esse avevano radici secolari in Italia e in altre parti d’Europa. La discriminazione razziale e sociale continua a essere una realtà per molte di queste persone, che si trovano ad affrontare una doppia discriminazione: quella legata alla loro identità etnica e quella legata alla povertà.

Riconoscere e celebrare il loro contributo storico alla lotta per la libertà e contro il fascismo è un passo essenziale per combattere il razzismo istituzionale che ancora persiste. Solo attraverso un impegno collettivo per riparare le ingiustizie storiche e per restituire dignità e visibilità a queste comunità si potrà costruire una società veramente inclusiva, in cui nessuno venga emarginato o dimenticato.

Uno degli strumenti più potenti per combattere l’oblio e la discriminazione è l'educazione. Integrare il contributo delle comunità rom e sinti nella Resistenza nei programmi scolastici e nelle attività educative è essenziale per costruire una memoria condivisa che non solo recuperi le storie di chi ha combattuto per la libertà, ma che sia anche un monito per il futuro. La scuola, infatti, è il luogo in cui si formano le coscienze e dove si possono gettare le basi per una cultura del rispetto e della solidarietà. Insegnare ai giovani la storia del Porrajmos, la resistenza dei rom e dei sinti, e il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo è un modo per sensibilizzare le future generazioni a non ripetere gli errori del passato.

A tale scopo, diversi musei, archivi e centri di ricerca in Italia e in Europa hanno avviato progetti didattici che si concentrano sulla storia dei rom e dei sinti, cercando di rendere giustizia al loro ruolo cruciale nella Resistenza. In molti casi, queste iniziative sono affiancate da testimonianze orali e da incontri diretti con le persone che appartengono ancora a queste comunità, rendendo la storia più tangibile e personale.

Anche dopo la fine della guerra, la verità sui crimini contro i rom e i sinti, e più in generale sui crimini di guerra compiuti dai nazifascisti, è stata a lungo negata o minimizzata. L’inchiesta ufficiale sul genocidio dei rom è arrivata in ritardo, e non ha avuto lo stesso impatto della memoria degli ebrei vittime del nazismo. Tuttavia, negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali nel perseguire la verità e la giustizia per le vittime rom e sinti. L'adozione di risoluzioni e dichiarazioni da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organizzazioni per i diritti umani è un passo importante, ma ancora non basta. È fondamentale che la giustizia post-bellica riguardi anche i crimini commessi contro le comunità rom e sinti, attraverso risarcimenti, scuse ufficiali e il riconoscimento della loro sofferenza storica.

La commemorazione del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza deve passare attraverso momenti significativi di riflessione collettiva. Le celebrazioni del 25 aprile, la Giornata della Memoria, e altre occasioni di riflessione sulla storia del fascismo e del nazismo devono essere anche un momento di riconoscimento per chi ha lottato non solo contro l’occupazione tedesca, ma contro ogni forma di oppressione. È importante che le generazioni future siano educate a riconoscere la storia di tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita per la libertà, indipendentemente dalla loro origine etnica o sociale.

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di lotta contro il razzismo e l’esclusione sociale. È fondamentale che queste storie vengano raccontate, celebrate e condivise, per rendere giustizia a chi ha lottato per la libertà, ma anche per ispirare le nuove generazioni a continuare a combattere per una società più giusta e inclusiva.

E ci sono ancora altre prospettive che potrebbero arricchire ulteriormente il racconto e l'analisi del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Ecco alcuni ulteriori aspetti che potrebbero essere esplorati:

La Resistenza rom e sinti non può essere separata dal più ampio contesto della memoria del Porrajmos, ovvero il genocidio che ha colpito queste comunità durante l'occupazione nazista. Il termine “Porrajmos” significa “devastazione” in romani e descrive l'annientamento sistematico a cui i rom e i sinti furono sottoposti dai nazisti. Tuttavia, molte delle storie legate alla Resistenza non sono state incluse nei racconti ufficiali del genocidio, in parte perché la lotta dei rom e dei sinti è stata marginalizzata.

Affermare con forza che le comunità rom e sinti non furono solo vittime del nazismo ma anche attori principali della Resistenza implica una rilettura critica della memoria del Porrajmos, un recupero della visibilità di chi, pur affrontando la persecuzione, decise di non arrendersi e di combattere. La connessione tra la memoria del genocidio e quella della lotta partigiana può fornire una visione complessa ma necessaria di una resistenza che si sviluppa su più fronti: quello fisico e quello culturale, in cui le tradizioni e l'identità rom e sinti hanno continuato a resistere non solo attraverso la lotta armata, ma anche attraverso la preservazione della propria storia e lingua.

Non solo in Italia, ma in molte altre nazioni europee le comunità rom e sinti giocarono un ruolo significativo nella Resistenza. In Francia, ad esempio, alcuni gruppi rom e sinti si unironoin alle forze di liberazione, impegnandosi in attività di sabotaggio, assistenza ai rifugiati e ai combattenti della Resistenza. In paesi come la Germania, l'Ungheria e la Polonia, i rom furono anch'essi attivi nel resistere all'occupazione nazista e nel combattere contro il regime. Un'analisi comparata tra i diversi paesi europei potrebbe rendere ancora più evidente il ruolo fondamentale che queste comunità ebbero nella lotta per la libertà. La loro partecipazione si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove le popolazioni emarginate furono spesso le prime a mobilitarsi contro la violenza fascista.

Oltre alla Resistenza armata, va sottolineata anche la dimensione della resistenza civile che le comunità rom e sinti continuarono a portare avanti nel dopoguerra, spesso in contesti di povertà estrema, isolamento e discriminazione. Mentre il paese si riorganizzava dopo la guerra, le persone rom e sinti dovettero affrontare non solo la persecuzione fascista, ma anche un'ulteriore marginalizzazione da parte della società italiana e delle istituzioni. In questo senso, la resistenza non si limitò al periodo bellico, ma si estese anche agli anni successivi, in cui le comunità si trovarono a lottare per la sopravvivenza, per i propri diritti e per il riconoscimento della propria dignità. La lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per la casa e per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità rom e sinti può essere vista come una continuità della Resistenza, in cui le persone non hanno mai smesso di combattere per la propria libertà e per l'uguaglianza.

Un altro aspetto importante da esplorare riguarda le sfide odierne nella lotta contro la distorsione della memoria storica. Il negazionismo, che cerca di minimizzare o negare la portata della persecuzione e del genocidio dei rom e sinti, continua a essere una minaccia. La ricerca di giustizia storica non può fermarsi al recupero delle storie, ma deve continuare con un costante impegno contro chi cerca di riscrivere la storia in modo da cancellare il contributo delle comunità rom e sinti. Il negazionismo si manifesta in vari modi, dalle dichiarazioni pubbliche di politici e leader di movimenti di estrema destra, fino alla rappresentazione stereotipata delle comunità rom e sinti nei media. La resistenza al negazionismo è oggi una delle battaglie principali per le nuove generazioni, che devono confrontarsi con la sfida di preservare la verità storica e combattere contro ogni tentativo di revisionismo.

Le giovani generazioni rom e sinti giocano un ruolo cruciale nel recupero della memoria storica e nella sua diffusione. Le nuove generazioni, spesso più consapevoli e coinvolte nei movimenti per i diritti civili e per la giustizia sociale, hanno il compito di trasmettere e mantenere viva la memoria del passato, ma anche di affrontare le sfide moderne in modo attivo. Molti giovani rom e sinti si impegnano oggi in progetti educativi, artistici e culturali per preservare la loro identità e per fare in modo che la Resistenza e la storia della loro comunità siano conosciute e riconosciute. Questi giovani non solo si ispirano alla memoria storica, ma anche alla speranza di un futuro in cui la discriminazione e la marginalizzazione siano definitivamente superate.

Il ruolo della cultura e dell’arte è fondamentale per mantenere viva la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Molti artisti rom e sinti, così come non-rom, si sono impegnati per raccontare queste storie attraverso film, documentari, musica, letteratura e altre forme di espressione culturale. L’arte diventa uno strumento potente per sensibilizzare le persone e per combattere l’oblio. Attraverso il linguaggio universale dell’arte, si può raccontare una storia di coraggio, resistenza e speranza che non solo riguarda il passato, ma che continua a ispirare e a impegnare tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia.

L'approfondimento della memoria delle comunità rom e sinti nella Resistenza, sia attraverso il recupero delle storie individuali che l’analisi delle dinamiche sociali e politiche del periodo, arricchisce la comprensione di una parte fondamentale della storia europea. Oggi, più che mai, è necessario dare voce a queste storie, rendere visibile la loro resistenza e riaffermare l’importanza della memoria come strumento di lotta contro l’intolleranza, il razzismo e l’ingiustizia. Solamente attraverso una comprensione profonda di questa memoria collettiva si potrà costruire una società più giusta e inclusiva.

Oggi, quando parliamo della Resistenza italiana, è essenziale includere anche il coraggio di queste comunità, affinché il loro contributo non venga mai più dimenticato e affinché le future generazioni possano conoscere la vera portata di questa lotta di Liberazione.

martedì 14 aprile 2026

Jean Genet. L’etica dell’infamia


Provo a dirlo subito, senza inchinarmi all’agiografia e senza nemmeno fingere neutralità: Jean Genet non è una figura letteraria, è un detonatore. Entra nella letteratura del Novecento come un corpo estraneo, sporco, luminoso e irriducibile, e la fa esplodere dall’interno. Non chiede permesso, non invoca redenzione, non cerca comprensione. Scrive come si delinque, ama come si tradisce, pensa come si bestemmia. Ed è proprio per questo che continua a essere necessario.

Jean Genet non entra nella letteratura: la viola. Non la attraversa, la espone. Non la frequenta, la compromette. Ogni tentativo di raccontarlo come “scrittore” fallisce, perché Genet è prima di tutto una posizione etica ed estetica estrema, un punto di rottura dentro il Novecento europeo. La sua opera non nasce dal desiderio di dire qualcosa sul mondo, ma dalla necessità di stare contro il mondo, di collocarsi deliberatamente nel punto che la società indica come intollerabile. In questo senso, Genet non scrive per essere letto: scrive per essere respinto. E proprio in questo gesto di rifiuto preventivo costruisce una delle opere più radicali, coerenti e pericolose del secolo scorso.

Nato nel 1910, figlio di una prostituta che lo abbandona quasi subito, Genet cresce senza origine. Non c’è mito fondativo, non c’è genealogia, non c’è casa. L’infanzia, anziché essere il luogo della formazione, diventa il primo dispositivo di esclusione. Il bambino Genet impara molto presto che l’identità non è qualcosa che si riceve, ma qualcosa che viene attribuito dall’esterno come marchio. Il marchio dell’abbandono, della colpa, della devianza. È in questa precoce esperienza di sradicamento che si forma il suo sguardo: uno sguardo che non cerca integrazione, ma lucidità; non riconoscimento, ma verità.
Il sistema rieducativo che lo accoglie tenta di normalizzarlo. E in parte fallisce proprio perché Genet è intelligente, disciplinato, capace. Ottiene buoni risultati scolastici, comprende le regole, sa come funzionano. Ma è esattamente questa comprensione che lo spinge a sabotarle. Il furto, la fuga, la menzogna non sono atti impulsivi: sono scelte. Modi per sottrarsi alla narrazione che altri stanno scrivendo per lui. Delinquere diventa una forma di scrittura anticipata, un gesto simbolico attraverso cui affermare un’identità negativa ma autonoma.


Quando Genet entra nel circuito carcerario, non vive la prigione come semplice punizione. La prigione diventa uno spazio simbolico centrale, un luogo in cui le gerarchie sociali si mostrano nella loro nudità. Dentro il carcere, il potere non finge. Il corpo è sorvegliato, desiderato, punito, scambiato. Il sesso, soprattutto quello omosessuale, non è un’identità ma una pratica, una valuta, una forma di relazione che sovverte i ruoli esterni. È lì che Genet comincia a intuire che la marginalità non è solo una condizione sociale, ma una categoria poetica.

La scrittura nasce come necessità di trasfigurazione. Non c’è mai, in Genet, il realismo della denuncia. Non gli interessa raccontare la miseria per correggerla. Al contrario, la sua operazione è alchemica: prende ciò che la società considera infame e lo trasforma in bellezza assoluta. Il ladro diventa eroe, il traditore diventa santo, il prostituto diventa figura sacrale. Nei suoi primi testi narrativi, come “Notre-Dame-des-Fleurs” e “Journal du voleur”, la lingua è sontuosa, barocca, liturgica. È una lingua che celebra ciò che dovrebbe essere taciuto. Non per provocazione, ma per fedeltà.


L’omosessualità, in Genet, occupa una posizione centrale e tuttavia sfugge a ogni tentativo di riduzione identitaria. Non è una bandiera, non è una rivendicazione, non è un problema da risolvere. È una condizione ontologica, un modo di abitare il desiderio come forza destabilizzante. I suoi personaggi non cercano l’amore borghese, né la coppia, né la normalizzazione. Cercano il rischio, l’umiliazione, la perdita di sé. Il desiderio è sempre intrecciato al potere, alla violenza, alla colpa. Ed è proprio questa radicalità a rendere i suoi testi insopportabili per il loro tempo.
La censura che colpisce Genet non è solo morale, ma strutturale. I suoi libri vengono proibiti perché mettono in crisi il sistema di valori su cui si fonda l’ordine sociale. Non c’è redenzione, non c’è progresso, non c’è catarsi. Il male non viene superato, viene abitato. E questo è inaccettabile per una cultura che ha bisogno di distinguere chiaramente tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Genet, invece, dissolve questa distinzione, mostrando come sia spesso il potere a definire la colpa, e non il contrario.


Il momento della grazia del 1949 segna uno snodo decisivo. Dopo la decima condanna, Genet rischia l’ergastolo. L’intervento di figure come Sartre, Cocteau e Picasso lo sottrae alla prigione definitiva, ma lo espone a un altro pericolo: quello dell’istituzionalizzazione. Sartre, in particolare, tenta di inscriverlo in una lettura esistenzialista, di farne l’esempio del soggetto che sceglie il male per affermare la propria libertà. Genet accetta la protezione, ma rifiuta l’etichetta. Non diventa un autore “salvato”. Continua a scrivere contro ogni assimilazione.
Il teatro diventa allora il luogo privilegiato della sua offensiva. A differenza della narrativa, il teatro gli permette di agire direttamente sullo spazio pubblico, di coinvolgere lo spettatore, di costringerlo a prendere posizione. Opere come “Les Bonnes” e “Le Balcon” smontano la teatralità del potere, mostrando come i ruoli sociali siano maschere, rituali, finzioni sostenute dalla ripetizione. Il potere non è naturale, è scenico. E come tale può essere rovesciato, parodiato, esposto.

Con “Les Nègres” e soprattutto con “Les Paravents”, Genet entra apertamente nel terreno politico. Ma lo fa senza mai adottare il linguaggio della propaganda. La guerra d’indipendenza algerina non viene raccontata dal punto di vista dell’eroismo o della vittoria, ma da quello della disgregazione. I vivi e i morti convivono, i traditori parlano, la violenza non viene giustificata né condannata: viene mostrata nella sua nudità. Lo scandalo che accompagna le rappresentazioni francesi degli anni Sessanta non è solo reazione ideologica, ma paura. Paura di vedersi riflessi in uno specchio che non assolve.


Negli anni successivi, Genet radicalizza ulteriormente la sua posizione scegliendo di schierarsi sempre con chi non ha voce. Le Black Panthers negli Stati Uniti rappresentano per lui non un movimento da analizzare, ma una presenza da accompagnare. Osserva il razzismo americano con uno sguardo europeo ma non coloniale, cogliendo la profondità strutturale dell’odio. La sua celebre riflessione sull’albero e sui corpi neri impiccati non è una metafora letteraria: è una diagnosi storica. Il razzismo non è un residuo, è un fondamento.

L’ultimo grande capitolo della sua vita è il rapporto con la causa palestinese. Anche qui, Genet rifiuta il ruolo dell’intellettuale occidentale che interpreta. Vive nei campi, ascolta, osserva. “Un captif amoureux” è un libro di prossimità, di esposizione, di amore senza romanticismo. Non idealizza, non semplifica. Accetta la contraddizione, il fallimento, la sconfitta. Ancora una volta, sceglie di stare dalla parte di chi perde.
“Un chant d’amour”, il suo unico film, resta un’opera isolata e centrale. Muto, breve, intensissimo, è una meditazione visiva sul desiderio come forza che attraversa i muri, le sbarre, la sorveglianza. Non c’è narrazione, non c’è spiegazione. Solo il corpo, lo sguardo, il respiro. È cinema prima del cinema queer, poesia prima della teoria.


Jean Genet muore nel 1986. Non lascia eredi, non fonda scuole. Eppure, continua a essere una presenza ingombrante. In un’epoca che tende a neutralizzare la dissidenza trasformandola in identità riconosciuta, Genet resta irriducibile. Non chiede diritti, non chiede rappresentanza. Chiede di guardare ciò che non vogliamo vedere. La sua opera non consola, non educa, non pacifica. Disturba. E in questo disturbo conserva la sua necessità.

Leggere Genet oggi significa accettare di perdere l’equilibrio morale. Significa riconoscere che la letteratura non serve sempre a migliorare il mondo, ma a renderlo insopportabile così com’è. Genet non offre soluzioni. Offre una vertigine. E forse è proprio questa vertigine, ancora oggi, la sua forma più alta di verità.

lunedì 13 aprile 2026

Crocifisso coi chiodi delle parole. La passione disgregante in "Ascolta" di Vladimir Majakovskij

[ Dimenticherò l'anno, la data, il giorno della settimana ]

A chiave mi chiuderò con un foglio di carta soltanto. Adempiti, o magia sovrumana delle sillabe illuminate di pianto! Appena entrato nella tua abitazione, oggi mi sono sentito a disagio. Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso e s'aggirava nell'aria un profumo d'incenso. Ti ho chiesto se eri contenta. Mi hai risposto due sillabe fredde: tanto. L'inquietudine ha rotto le dighe della ragione, ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre. Ascolta. Non è possibile che tu riesca a celare il cadavere. Gettami in viso la parola terribile. Perché non vuoi udire? Non senti che ogni tuo nervo contorto urla come una tromba di vetro: l'amore è morto, l'amore è morto…Ascolta. Rispondimi senza mentire come faro’ ad andare indietro? Come due fosse in viso ti scavano gli occhi. Le due tombe sprofondano. Non se ne vede più il fondo. Cadrò dall'impalcatura dell'ore! L'anima ho teso come una fune sul precipizio, e v'ho danzato, acrobata equilibrista, giocoliere delle parole. Lo so che s'è di già consumato l'amore. Ormai a più di un segno vi riconosco la noia. Ritornami giovane in cuore! All'anima insegna di nuovo del corpo la gioia. Lo so, si paga sempre per una donna. Che importa? La vestirò, come dentro una gonna, invece d'una toeletta comprata a Parigi, col fumo della mia sigaretta. Recherò l'amor mio per mille strade distanti, come recavano gli antichi apostoli Dio Da secoli t'ho preparato un diadema, costellato di sillabe vivide in arcobaleni di brividi. Come i giganteschi elefanti che valsero la vittoria di Pirro, a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello. Inutilmente: di te non avrò nemmeno un brandello. Gioisci, gioisci, che finalmente mi hai dato il colpo mortale! Io desidero fuggire al canale per mettere il capo nella mandibola liquida! Mi hai offerto le labbra. Rozze erano e umide. Le ho appena sfiorate e m'hanno agghiacciato, come se in pentimento avessi baciato un monastero tagliato nella pietra ruvida. Hanno sbattuto la porta. Egli è entrato, rorido dell'allegria delle vie. Io mi sono spezzato come un gemito in due. Gli ho detto: Va bene, andrò via. Va bene, sia tua. Coprila di cenci, se vuoi che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro. Bada che puoi fuggire a nuoto. Attaccale al collo una collana di perle come una pietra. Che notte stanotte! Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore. A sentire le mie risate e i singhiozzi il muso della mia camera ha fatto una smorfia d'orrore. Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto, si levo’ la tua effigie quasi immagine magica, come se un altro Bialik evocasse in segreto una favolosa regina per la nuova Sion ebraica. Nel supplizio della passione ora piego i ginocchi e la testa dinanzi a colei che fu mia. A mio paragone re Alberto che ha arreso tutte le sue piazzeforti, come se ricevesse regali per la sua festa. Indoratevi ancora nell'erba e nel cielo sereno! O vita, rifa’ primavera dalle tue mille fibre diverse! Non voglio che ormai un veleno: bere, sempre bere i miei versi. Tutto mi rubasti col cuore, e non mi lasciasti il fardello della disdetta. L'anima mi lacerasti come in un rovo. Accetta il mio dono, o diletta: forse non inventerò altro di nuovo. Nei quaderni dei tempi scrivete la data di oggi a lettere d'oro! Adempiti, magia simile alla passione di Cristo. Guardate: sulla carta son crocifisso coi chiodi delle parole.

Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Ascolta in Flauto di vertebre - A cura di B. Carnevali

  1. Introduzione

Il presente saggio intende proporre un'analisi estesa e approfondita del testo "Ascolta" di Vladimir Vladimirovič Majakovskij, incluso nella raccolta Flauto di vertebre (1915), nella traduzione e curatela di B. Carnevali. Il componimento, che si presenta come un monologo lirico-visionario, è denso di immagini violente, accensioni barocche, dinamiche teatrali e proiezioni estatiche, inscritte in un contesto di disperazione amorosa e delirio linguistico. In questo contesto, la scrittura poetica si configura non soltanto come riflesso del dolore, ma come forma rituale di sacrificio e di esorcismo, laddove la parola assume un valore salvifico e, al contempo, mortifero. L'intero testo si fonda su una tensione tra l’io lirico, il tu femminile e la dimensione della performance linguistica, dando vita a un'esperienza poetica radicale che impone una riflessione sull'estetica della distruzione amorosa.

  1. La struttura del testo: monologo drammatico e visione interna

"Ascolta" si configura come un poema in prosa dal taglio teatrale. L'io narrante si rivolge a un tu amoroso in una dinamica di invocazione, accusa e supplica. Il testo, pur non essendo suddiviso in strofe o sezioni, presenta una progressione narrativa interna: si passa da una situazione di disagio iniziale a una dichiarazione della morte dell'amore, dalla richiesta di verità alla descrizione allucinata della rottura, fino all'evocazione mistica dell'atto poetico come supplizio e riscatto.

L'interlocutore, per quanto silenzioso, ha un ruolo determinante. Egli è assente, ma la sua assenza è fondata su una presenza passata che si è rivelata traditrice. La donna evocata è depositaria di un potere oscuro, inaccessibile e colpevole: nasconde, inganna, mente, e il soggetto lirico è inchiodato alla necessità di decifrare la verità del disamore. La domanda cruciale – "Come farò ad andare indietro?" – è emblema del crollo dell’ordine emotivo e razionale.

  1. L’amore morto: figura della decomposizione affettiva

L’immagine centrale del testo è la morte dell’amore, non come processo graduale, ma come evento traumatico, improvviso, catastrofico. Il testo stesso si articola come una veglia funebre, un’orazione disperata, un lamento dissonante. L’io lirico afferma: "L’amore è morto, l’amore è morto…" e lo fa non attraverso una constatazione fredda, ma con un grido che risuona come "una tromba di vetro".

Questa immagine, altamente sinestetica, allude al fragore della rottura e alla trasparenza del sentimento infranto. La tromba di vetro è lo strumento della dichiarazione, ma anche della frattura. L’amore, che dovrebbe essere caldo, vivo, pieno, è diventato cadavere da nascondere, fantasma da esorcizzare, rovina da visitare.

  1. La performatività del dolore: corpo, voce, parola

Il dolore del soggetto non è mai astratto. Esso si manifesta attraverso il corpo, la voce e infine la parola poetica. Majakovskij mette in scena un io che si spezza, che si flette e che si consuma come materia esposta all'incendio. Dice: "Io mi sono spezzato come un gemito in due". La lacerazione interiore diventa lacerazione sonora, una scissione in atto che attraversa i registri espressivi.

Il corpo è anch’esso uno strumento: la fune dell’equilibrista, la bocca che pronuncia parole, le labbra che tremano. La poesia non è più un luogo di rappresentazione del sentimento, ma la sua manifestazione incarnata. Il dolore, qui, è performato, non narrato.

  1. L’arte come residuo e salvezza: il diadema e il fumo

Due sono le immagini centrali del tentativo dell’io di sublimare il proprio dolore: il diadema e il fumo. Il primo rappresenta l’arte che si fa dono, l’omaggio di un amore perduto sublimato nella parola poetica. Il diadema è “costellato di sillabe vivide in arcobaleni di brividi”, ossia di versi capaci di evocare la passione in tutta la sua potenza sinestetica e cromatica.

Il secondo, il fumo della sigaretta, rappresenta invece il disincanto, la sostituzione della materia viva con una consistenza evanescente, residuale. Non potendo più offrire abiti da Parigi, il poeta “la vestirà” col fumo delle proprie sigarette: metafora struggente della trasformazione dell’amore in cenere, e della poesia in ultimo gesto disperato.

  1. La figura femminile: icona doppia, dea e pietra

La donna è qui figura ambivalente. Da un lato è regina, destinataria di un culto, creatura da incoronare con versi e sillabe. Dall’altro è colpevole, pietrificata, cadavere emotivo. Le sue labbra sono “rozze e umide”, e il loro bacio “agghiaccia”, come se si fosse baciata la pietra di un monastero.

La donna è quindi non solo simbolo del fallimento dell’amore, ma anche suo veicolo: fredda, muta, inaccessibile, ha già tradito. E l’arrivo dell’altro, il nuovo amante, suggella la definitiva esclusione del poeta dalla scena affettiva.

  1. L’immaginario mistico: poesia come passione e crocifissione

Un elemento di particolare rilevanza in "Ascolta" è l’immaginario mistico che attraversa il testo e lo culmina. La passione dell’io poetico si modella sulla Passione di Cristo: l’agonia interiore si trasferisce in una scena sacrificale. L’immagine finale della crocifissione – "sulla carta son crocifisso coi chiodi delle parole" – non è soltanto metafora, ma vera e propria liturgia dell’anima. L’amore perduto non viene soltanto raccontato: viene esplicitamente offerto.

Majakovskij, attraverso questo gesto, si inscrive in una tradizione di martirio volontario dell’artista che trova radici tanto nel simbolismo russo quanto nella mistica medievale. La poesia è luogo del supplizio, ma anche del miracolo. Così come Cristo redime con il corpo, il poeta redime con la lingua. E la pagina, in questo caso, diventa sindone: prova e traccia del dolore.

  1. Ricezione critica dell’opera

La critica ha spesso sottolineato la radicalità linguistica e sentimentale di Flauto di vertebre, e in particolare del testo "Ascolta". Se i primi lettori russi evidenziarono il lirismo quasi eccessivo e l’impronta tragica, lettori e studiosi più recenti, come Roman Jakobson o Viktor Šklovskij, hanno sottolineato il carattere performativo e "violento" della lingua majakovskiana.

Nel contesto occidentale, il testo è stato letto come esempio di lirismo espressionista e come parallelo russo alle invettive amorose di Artaud, alle confessioni di Cendrars, o ai lamenti frantumati di Trakl. La curatela di B. Carnevali, pur nella sua selezione intensa e tragica, ha contribuito a mostrare come la forza della poesia majakovskiana non risieda soltanto nel tema, ma nel modo in cui esso viene fatto detonare nella lingua.

  1. Confronto con altri autori contemporanei e le avanguardie europee

Nel quadro della poesia europea dei primi decenni del XX secolo, "Ascolta" trova corrispondenze e contrappunti con altre voci liriche e drammatiche. In ambito russo, l’opera di Majakovskij può essere accostata a quella di Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, seppure con esiti e registri profondamente diversi. Se Achmatova lavora sulla rarefazione dell’assenza e del ricordo, e Cvetaeva sull’intensità emotiva che si fa ritmo e visionarietà, Majakovskij urla, aggredisce, si crocifigge.

In ambito tedesco, l’opera si pone in risonanza con Georg Trakl e Gottfried Benn, soprattutto nella capacità di esprimere una corporeità lacerata e una lingua poetica come fenomeno anatomico. Trakl, con la sua visione crepuscolare e oppiacea, rappresenta il versante elegiaco del disfacimento. Benn, invece, con il suo cinismo clinico, anticipa le visioni più estreme della corporeità moderna.

Nel panorama francese, si può evocare il confronto con Antonin Artaud: entrambi gli autori trasformano il proprio corpo in teatro, e la parola in coltello. Tuttavia, mentre Artaud tende al collasso semantico, Majakovskij conserva sempre, anche nel parossismo, una forza sintattica e argomentativa impressionante.

Più in generale, "Ascolta" si iscrive nel clima delle avanguardie storiche europee – cubismo, futurismo, dadaismo, espressionismo – condividendone la volontà di frantumare le forme liriche tradizionali, di caricare la parola di forza fisica e rivoluzionaria, di portare il corpo dentro il testo. Come nei manifesti futuristi di Marinetti, anche in Majakovskij la lingua non descrive ma agisce, esplode, aggredisce.

Tuttavia, rispetto ai colleghi italiani o francesi, Majakovskij conserva un elemento tragico e mistico che lo distacca dalla pura iconoclastia. Se il futurismo italiano tendeva a esaltare la velocità, la macchina, il dinamismo impersonale, Majakovskij rivendica l’individuo, l’io ferito, la voce esposta. L’avanguardia è dunque per lui dramma interiore, non solo rivoluzione formale.

  1. Conclusioni

Il testo “Ascolta” rappresenta una delle più alte espressioni della poetica majakovskiana nella sua fase giovanile. In esso convergono il grido della rivoluzione interiore, il delirio amoroso, il misticismo verbale, e la corporeità della parola. In questo poema in prosa l’amore è già disfatto, ma la poesia riesce a sublimare anche le sue macerie, offrendo un’immagine nuova del poeta moderno: non più cantore del sentimento, ma martire della lingua, crocifisso tra il nulla e la memoria.

Lungi dall’essere solo un testo d’amore, “Ascolta” è anche un manifesto esistenziale e artistico. È il documento di una lotta tra eros e thanatos, tra desiderio e rovina, tra parola e silenzio. Un testo che chiede di essere letto non soltanto come espressione lirica, ma come atto politico, psichico e rituale.

Nel contesto più ampio dell’opera di Majakovskij, questo componimento si configura come una soglia, un crinale emotivo e ideologico: oltre il quale l’amore non è più redenzione, ma materia da bruciare nel forno ardente della lingua. Così, nel fuoco delle parole, l’io poetico si offre in sacrificio, trasformando il proprio dolore in atto estetico assoluto.