Chi parte e chi resta
La partenza e la permanenza
C’è sempre qualcuno che parte e qualcuno che resta, almeno così ci piace raccontare la storia degli uomini quando vogliamo ridurla a una distinzione semplice, quasi domestica, fra chi attraversa una soglia e chi invece rimane dalla parte conosciuta della porta, fra chi abbandona una casa, una città, una lingua, un paese, e chi quella casa, quella città, quella lingua, quel paese continua ad abitarli come se l’abitare fosse una condizione stabile e non, anch’esso, un modo particolare di attraversare il tempo. Eppure basta soffermarsi appena su questa opposizione per accorgersi che le cose sono molto meno ordinate, perché chi parte porta con sé qualcosa di ciò che lascia e, nello stesso momento, comincia a diventare altro, mentre chi resta non rimane affatto immobile, essendo continuamente modificato dalle assenze, dai ritorni, dalle notizie che arrivano da lontano, dalle persone che un giorno sono partite e dalle altre che, magari molti anni dopo, arrivano proprio là dove qualcuno aveva creduto di essere definitivamente fermo.
La migrazione comincia dunque molto prima del confine e continua molto dopo il suo attraversamento, perché non coincide soltanto con il movimento di un corpo nello spazio, con il passaggio da una frontiera all’altra, con un documento mostrato a un controllo, con una valigia trascinata lungo un marciapiede o con un nome registrato in un archivio, ma riguarda anche tutto ciò che gli uomini hanno sempre spostato insieme a se stessi, volontariamente oppure sotto la costrizione della necessità: le parole, le religioni, le immagini, le tecniche, le musiche, i semi, le merci, le malattie, le invenzioni, i racconti, le forme del desiderio, le paure, le idee politiche, le ricette, i gesti quotidiani, perfino i modi di nominare il mondo.
Se si osserva la storia con un poco meno di devozione per le sue mappe e per i suoi confini, diventa infatti difficile trovare una cultura che possa essere considerata davvero immobile, nata una volta per tutte in un luogo preciso e rimasta intatta attraverso i secoli, perché ogni cultura che oggi appare compatta è il risultato di una quantità incalcolabile di attraversamenti, contaminazioni, conflitti, prestiti, appropriazioni, traduzioni e trasformazioni che il tempo ha successivamente cancellato dalla memoria o ha trasformato in tradizione. Persino ciò che chiamiamo origine, parola che sembra indicare un punto fermo e facilmente individuabile, spesso non è altro che il nome che attribuiamo a un momento del movimento dopo averne dimenticato i passaggi precedenti.
Anche l’idea di appartenenza, che spesso ci appare tanto naturale da non richiedere spiegazioni, nasce da una circostanza che naturale non è affatto: veniamo al mondo in un luogo determinato senza averlo scelto, dentro una lingua che non abbiamo deciso, in una famiglia che non abbiamo selezionato, sotto una bandiera che ci viene consegnata prima ancora che possiamo comprenderne il significato, e soltanto molto più tardi impariamo a chiamare destino ciò che all’inizio era semplicemente accaduto. Prima di diventare appartenenza, il luogo di nascita è una casualità, e questa casualità rimane nascosta proprio perché, crescendo, impariamo a trasformarla in identità, a caricarla di memoria, di affetto, di simboli, fino a dimenticare che avrebbe potuto essere altrimenti. Avremmo potuto nascere dall’altra parte di una frontiera, in un’altra lingua, dentro un’altra storia familiare, e quella possibilità che non si è realizzata basta già a incrinare l’idea di un’identità completamente naturale e necessaria.
Non scegliamo quasi nulla di ciò che costituisce il primo paesaggio nel quale impariamo a riconoscerci, e tuttavia passiamo una parte considerevole della vita a difendere proprio quelle casualità originarie come se fossero state il risultato di una scelta consapevole. Ci sembra necessario essere nati qui e non altrove, parlare questa lingua e non un’altra, avere ricevuto questo nome e non un altro, appartenere a questa memoria familiare e non a quella di una famiglia diversa, mentre la nostra identità si costruisce continuamente proprio attraverso elementi che non abbiamo scelto e che, con il passare degli anni, possiamo soltanto reinterpretare.
La frontiera
È anche per questo che la questione delle migrazioni non può essere affrontata soltanto come un problema amministrativo, economico o demografico, perché dietro ogni spostamento umano ritorna una domanda più antica e più scomoda, quella che riguarda il diritto di appartenere a un luogo e il diritto, ancora più difficile da definire, di essere accolti quando quel luogo non ci appartiene per nascita. Kant, in Per la pace perpetua, arriva a formulare il principio secondo cui «il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni dell’universale ospitalità», introducendo nell’idea stessa di rapporto fra gli uomini una parola che sembra semplice e che invece contiene una contraddizione profonda: l’ospitalità, per essere davvero tale, deve accogliere qualcuno che non è già dei nostri, ma nel momento in cui lo accoglie modifica necessariamente l’idea stessa di ciò che significa essere dei nostri.
Il problema diventa ancora più evidente quando ci si accorge che la libertà di movimento non è distribuita nello stesso modo fra tutti gli esseri umani. Esistono persone per le quali attraversare una frontiera significa acquistare un biglietto, mostrare un passaporto, prenotare un albergo e ripartire quando lo desiderano, mentre per altre quella stessa frontiera rappresenta un muro, un rischio, una lunga attesa, una procedura interminabile, una selezione, un respingimento o, nei casi più drammatici, la possibilità concreta di morire prima ancora di raggiungere la terra verso cui si stanno dirigendo. La parola mobilità tende a nascondere questa differenza, perché sembra indicare una facoltà disponibile a tutti, mentre nella realtà il movimento è una delle forme attraverso cui si manifesta la disuguaglianza del mondo: alcuni possono scegliere dove andare, altri possono soltanto tentare di raggiungere un luogo nel quale sperano di poter vivere.
Anche il linguaggio con cui definiamo chi si sposta rivela questa disuguaglianza. Una persona che lascia il proprio paese per lavorare altrove viene spesso chiamata espatriata quando possiede un determinato passaporto, un certo reddito, una certa professione e una sufficiente distanza sociale dal concetto di bisogno, mentre un’altra persona che percorre una traiettoria simile viene definita migrante, straniera, profuga o clandestina, secondo circostanze che non riguardano soltanto il movimento compiuto ma il modo in cui chi osserva decide di interpretarlo. La stessa azione, attraversare uno spazio per cercare altrove una possibilità di vita, può dunque assumere nomi differenti a seconda di chi la compie, e il vocabolario diventa così una delle prime frontiere attraverso cui una società stabilisce chi può muoversi con naturalezza e chi invece deve giustificare la propria presenza.
La frontiera, del resto, non è soltanto una linea tracciata sulla carta geografica, benché continui a possedere conseguenze molto concrete e spesso drammatiche. È anche una costruzione mentale, una convenzione storica che diventa tanto potente da sembrare naturale, e proprio per questo produce l’illusione che esista un dentro originario e un fuori estraneo, come se le comunità umane fossero sempre esistite nella forma compatta che attribuiamo loro oggi. Ma i confini cambiano, avanzano, arretrano, scompaiono, vengono imposti, negoziati, difesi, violati, ridisegnati dopo una guerra o dopo un trattato, mentre gli esseri umani continuano ad attraversarli e a portare con sé ciò che le mappe vorrebbero tenere separato.
Lo straniero, in questo quadro, non è soltanto colui che viene da fuori, ma colui che rende visibile il fatto che quel fuori e quel dentro, che ci sembravano così evidenti, sono il risultato di una decisione storica. La sua presenza obbliga a ricordare che ciò che oggi appare stabile può essere stato mobile, che ciò che chiamiamo territorio è stato attraversato da altri territori e che ogni comunità, anche quella che pretende di essere più antica e compatta, porta dentro di sé tracce di passaggi che non sempre desidera riconoscere.
L’ospitalità dell’altro
È qui che la riflessione sulla migrazione incontra inevitabilmente quella sull’ospitalità. Derrida, parlando dell’accoglienza dell’altro, porta la questione fino al suo punto più radicale quando immagina l’«altro assoluto, sconosciuto, anonimo», perché l’ospitalità sembra davvero mettere alla prova la propria autenticità proprio nel momento in cui l’ospite non è più facilmente riconducibile a una categoria che ci tranquillizzi. Accogliere chi conosciamo, chi possiamo classificare, chi appartiene già in qualche modo al nostro sistema di relazioni, è relativamente semplice; molto più difficile è accogliere colui che non sappiamo ancora come nominare, colui che introduce nella nostra casa una presenza che non possiamo controllare completamente e che, proprio per questo, mette in discussione l’idea stessa della casa.
La casa, infatti, non rimane identica dopo l’arrivo di qualcuno. Anche quando nessun mobile viene spostato, anche quando nessuna parete viene abbattuta, cambia la percezione dello spazio, cambiano le abitudini, le parole, i rumori, i ritmi, le relazioni fra le persone che già abitavano quel luogo. L’ospitalità autentica non consiste quindi semplicemente nell’aprire una porta mantenendo intatta la casa che sta dietro quella porta, perché l’ingresso dell’altro produce necessariamente una trasformazione, e questa trasformazione può generare paura proprio perché costringe a rinunciare all’illusione che l’identità possa conservarsi intatta attraverso ogni incontro.
Forse è proprio questa la difficoltà più profonda dell’accoglienza: non si accoglie mai qualcuno senza modificare almeno un poco il luogo nel quale lo si accoglie. Ogni presenza nuova introduce una diversa distribuzione delle distanze, delle parole, delle attenzioni, dei silenzi, e ciò che sembrava essere una casa già compiuta torna a mostrarsi come qualcosa che può ancora essere modificato. L’ospitalità, quando è autentica, non consiste quindi nella concessione benevola di uno spazio già definito, ma nell’accettazione del fatto che quello spazio non tornerà esattamente identico a prima.
Il viaggio del tempo
Forse è anche per questo che la migrazione è una figura filosofica prima ancora di essere una questione politica, perché mette in crisi una delle nostre più radicate fantasie: quella della permanenza. Noi immaginiamo di essere gli stessi mentre cambiamo continuamente, abitiamo per anni la stessa casa mentre la casa cambia insieme a noi, continuiamo a parlare la stessa lingua mentre le parole si trasformano, conserviamo fotografie di persone che non esistono più nella forma in cui le ricordiamo e chiamiamo memoria proprio quella particolare forma di migrazione attraverso la quale il passato arriva nel presente già alterato dal viaggio. Anche il tempo ci rende migranti, senza bisogno di passaporti, perché ogni giorno ci porta fuori da ciò che eravamo e ci deposita in un luogo che solo per abitudine continuiamo a chiamare presente.
Non è casuale che tanta letteratura abbia trasformato il viaggio in una figura della conoscenza. Kavafis, nella sua Itaca, invita il viaggiatore a desiderare una strada lunga, «full of adventure, full of discovery», non perché il luogo di arrivo sia irrilevante, ma perché il significato del viaggio si costruisce attraverso ciò che accade durante l’attraversamento. Tuttavia questa immagine rischia di diventare troppo facilmente consolatoria se viene applicata indistintamente a tutte le migrazioni, perché esiste una differenza enorme fra chi parte per cercare il mondo e chi parte perché il mondo nel quale vive non gli consente più di restare, fra chi può trasformare il viaggio in esperienza e chi è costretto a trasformare la fuga in una condizione di sopravvivenza.
Chi fugge dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame o dalla distruzione della propria casa non sceglie semplicemente di diventare altro; è la realtà a costringerlo a lasciare ciò che conosce, e questa costrizione non scompare quando finalmente raggiunge un luogo sicuro. Il viaggio continua nella memoria, nei documenti da ottenere, nelle parole da imparare, nelle relazioni da ricostruire, nella difficoltà di spiegare ciò che è stato lasciato indietro e nella possibilità, sempre presente, che il luogo verso cui si è fuggiti non coincida affatto con l’immagine che se ne era costruita durante la fuga. La distanza geografica può terminare in un giorno, mentre quella interiore può durare per decenni, e talvolta può diventare impossibile stabilire dove finisca il luogo abbandonato e dove cominci davvero quello nel quale si è arrivati.
Per questo anche la parola integrazione dovrebbe essere usata con cautela, soprattutto quando viene pronunciata come se riguardasse esclusivamente chi arriva e mai chi accoglie. Integrare qualcuno significa spesso immaginare che esista una società già completa nella quale un nuovo individuo debba inserirsi, adattandosi alle sue regole, alla sua lingua, alle sue abitudini, ma ogni arrivo modifica inevitabilmente anche la società che riceve, introducendo nuovi accenti, nuovi cibi, nuove forme di religiosità o di non religiosità, nuove musiche, nuovi comportamenti, nuovi modi di occupare lo spazio pubblico e nuove domande alle quali quella società non aveva pensato di dover rispondere. L’incontro non è mai un processo a senso unico, anche quando le istituzioni cercano di rappresentarlo come tale.
Le città e la memoria
Le città lo dimostrano meglio di qualunque teoria, perché quasi tutte le grandi città del mondo sono il risultato di migrazioni successive che il tempo ha trasformato in normalità. Camminando per una strada si possono attraversare, senza rendersene conto, strati diversi di storia migratoria, nomi provenienti da altre lingue, architetture nate altrove, cibi diventati locali dopo essere stati stranieri, parole che un tempo appartenevano a un’altra comunità e che oggi nessuno considera più forestiere. La città è stata costruita proprio attraverso questa continua sovrapposizione, ma tende a dimenticarlo una volta raggiunto un certo grado di stabilità, come se ciò che è diventato consuetudine avesse sempre avuto il diritto di esserci e ciò che arriva oggi fosse invece necessariamente nuovo, estraneo, problematico.
La memoria collettiva opera spesso in questo modo: conserva l’esito e cancella il movimento che lo ha prodotto. Una tradizione appare antica proprio quando abbiamo dimenticato quante volte è stata modificata, una lingua sembra pura quando non ricordiamo più le parole che ha preso in prestito, una cucina appare autenticamente nazionale quando non vogliamo più sapere da quali commerci, invasioni, migrazioni e scambi siano arrivati i suoi ingredienti. La purezza culturale è spesso una forma di amnesia, perché per immaginare un’identità immobile bisogna dimenticare la quantità di movimento che l’ha costruita.
Da qui nasce anche una parte della paura dello straniero, non soltanto dalla paura dell’altro in quanto sconosciuto, ma dalla paura che l’altro renda visibile ciò che preferiremmo non vedere di noi stessi: la precarietà della nostra identità, la casualità della nostra nascita, la fragilità dei confini ai quali attribuiamo un significato assoluto. Lo straniero porta con sé una lingua che non comprendiamo, un corpo che non riconosciamo immediatamente come familiare, abitudini che possono apparirci eccentriche, e proprio per questo ci ricorda che ciò che consideriamo normale è spesso soltanto ciò a cui siamo stati abituati.
La paura può allora trasformarsi in una difesa dell’identità, ma l’identità che ha bisogno di essere difesa continuamente rischia di diventare una fortezza, e una fortezza non è soltanto un luogo protetto: è anche un luogo nel quale bisogna trascorrere una parte considerevole della propria esistenza a controllare chi entra e chi esce. Più una comunità pretende di essere impermeabile, più deve moltiplicare i controlli necessari a mantenere quella presunta purezza, mentre la storia continua comunque a passare attraverso le sue mura, spesso senza chiedere il permesso.
Quello che la politica non riesce a contenere
Dire che siamo tutti migranti, però, non basta. È vero in un senso antropologico e filosofico: siamo tutti esseri che attraversano il tempo, che ricevono un’eredità e la trasformano, che entrano e escono da luoghi, relazioni, identità, condizioni esistenziali. Ma questa verità generale non deve diventare un modo elegante per cancellare le differenze concrete fra chi possiede il diritto di muoversi e chi non lo possiede, fra chi parte per scelta e chi fugge, fra chi trova una frontiera aperta e chi trova una barriera, fra chi può tornare e chi non ha più un luogo nel quale tornare. L’universalità della condizione umana non elimina la disuguaglianza delle condizioni storiche, e confondere le due cose significa trasformare una constatazione filosofica in una comoda assoluzione politica.
È forse la letteratura, più della politica, a ricordarci questa differenza perché la politica deve necessariamente classificare, organizzare, contare, distinguere, mentre la letteratura può restituire a un individuo ciò che una categoria gli ha sottratto. Un numero può indicare migliaia di persone, una parola come migrante può designare un insieme vastissimo di vite, ma nessuna categoria riesce a contenere interamente la storia di chi ha lasciato una casa, il volto di chi è rimasto indietro, la paura provata durante una traversata, la vergogna di non comprendere una lingua, la nostalgia per un odore, una canzone ascoltata durante l’infanzia, un oggetto infilato in una valigia all’ultimo momento perché sembrava assurdo abbandonarlo. La letteratura non rende più semplice questa complessità, e proprio per questo può diventare uno spazio nel quale essa finalmente trova una forma.
Forse la sua funzione, quando si occupa della migrazione, non è nemmeno quella di spiegare il fenomeno, perché spiegare troppo facilmente significa rischiare di sostituire una categoria a un’altra, ma di restituire alla persona quella parte di opacità che nessuna statistica può eliminare. Una vita non coincide con il motivo per cui qualcuno è partito, con il documento che possiede, con il paese nel quale è nato o con quello nel quale cerca di vivere. Anche quando una storia individuale viene raccontata per rappresentare un fenomeno più vasto, conserva qualcosa che resiste alla rappresentazione generale, una zona irriducibile nella quale la persona rimane soltanto se stessa.
Il ritorno
Anche il ritorno, quando è possibile, non risolve necessariamente il viaggio. Chi torna non è più quello che era partito e spesso non ritrova il luogo che aveva conservato nella memoria, perché anche il luogo è cambiato durante la sua assenza. La casa può essere stata venduta, demolita, ristrutturata; le persone possono essere morte o invecchiate; le strade possono avere un altro aspetto; perfino il paesaggio può sembrare diverso, benché sia rimasto quasi uguale, perché è cambiato lo sguardo di chi lo osserva. In questo senso il ritorno non consiste nel ripristino di una condizione precedente, ma nell’incontro fra due trasformazioni, quella di chi è partito e quella del luogo che lo ha visto partire.
Forse è proprio qui che la distinzione fra chi parte e chi resta comincia definitivamente a perdere la sua apparente chiarezza, perché anche chi resta deve continuamente fare i conti con ciò che se ne va, con ciò che cambia, con le persone che emigrano, con le generazioni che modificano il rapporto con il luogo d’origine, con le parole che vengono sostituite, con gli oggetti che scompaiono e con i ricordi che si trasformano. Restare non significa dunque sottrarsi al movimento, così come partire non significa necessariamente liberarsene. Esistono partenze che durano tutta una vita e permanenze che sono forme molto complesse di viaggio.
La migrazione, allora, non riguarda soltanto coloro che vediamo attraversare una frontiera, perché attraversa anche chi li osserva, chi li attende, chi li respinge, chi li accoglie, chi li teme, chi li ama, chi li ricorda e chi, molti anni dopo, si accorge di vivere dentro una società che è diversa da quella nella quale era nato proprio grazie a tutti quei movimenti che un tempo sembravano estranei alla propria storia. Ogni arrivo modifica la geografia della memoria e ogni partenza lascia una zona vuota che prima o poi qualcuno dovrà abitare in un modo nuovo.
Forse per questo dovremmo smettere di pensare alla migrazione come a un’eccezione rispetto alla condizione normale dell’uomo, perché la condizione normale dell’uomo è precisamente quella di essere continuamente trasformato dal movimento, anche quando il corpo rimane nello stesso luogo. Cambiano le generazioni, cambiano le lingue, cambiano i rapporti di potere, cambiano le città, cambiano i significati attribuiti alle parole, cambiano le persone che amiamo e quelle che perdiamo, e dentro questo movimento continuo costruiamo l’illusione di una stabilità che ci consenta di riconoscerci. È un’illusione necessaria, forse, perché senza qualche forma di continuità sarebbe difficile abitare il mondo, ma resta pur sempre un’illusione, e le migrazioni hanno il potere di renderla visibile.
Chi parte e chi resta, dunque, non sono due categorie definitivamente separate, ma due posizioni provvisorie dentro una storia più grande del singolo individuo. Si può partire da un luogo e restarvi dentro per tutta la vita attraverso la memoria, così come si può restare fisicamente in un luogo e sentirsi già altrove; si può arrivare in una città e continuare per anni a vivere nella lingua del luogo lasciato, oppure nascere in una terra e trascorrere l’esistenza intera cercando di capire che cosa significhi davvero appartenerle. Il movimento non coincide sempre con lo spostamento e la permanenza non coincide sempre con la presenza.
Alla fine rimane forse soltanto questa difficoltà, che è anche una forma di verità: non siamo mai completamente dove crediamo di essere. Portiamo con noi luoghi che non esistono più, persone che non possiamo più raggiungere, parole che abbiamo smesso di pronunciare, immagini che si sono modificate nel ricordo, mentre nel frattempo altri luoghi entrano nella nostra esperienza e diventano parte di ciò che chiamiamo casa. La casa stessa, allora, smette di essere soltanto un punto sulla carta geografica e diventa una costruzione mobile della memoria, qualcosa che continuiamo a ricomporre mentre il tempo ci sottrae pezzi e ce ne consegna altri.
Forse «chi parte e chi resta» è soltanto il modo più semplice per nominare una realtà che semplice non è affatto, perché ciascuno di noi, in forme differenti e spesso invisibili, conosce entrambe le condizioni: abbiamo lasciato qualcosa e abbiamo visto qualcuno partire, siamo stati accolti e siamo rimasti fuori, abbiamo desiderato tornare e abbiamo scoperto che il luogo del ritorno non era più quello che ricordavamo, abbiamo creduto di appartenere definitivamente a una casa e ci siamo accorti, molto tempo dopo, che quella casa apparteneva ormai soltanto al passato. Non siamo arrivati una volta per tutte, perché l’arrivo stesso è soltanto una pausa dentro un movimento che continua, e siamo qui, per ora, dentro una casa provvisoria e dentro una storia che continua a muoversi, mentre qualcuno parte, qualcuno arriva, qualcuno resta ad aspettare e noi, quasi sempre senza accorgercene, finiamo per essere tutte e tre le cose.