Bo Summer's, "el horno" e altri testi di Fabio Galli
martedì 8 settembre 2026
L'enigma dell'Uno. Il Parmenide di Platone e le sue eredità filosofiche
La risata verde di Alfred Jarry: il profeta dell’assurdo
Parigi alla fine dell’Ottocento: una città che sembra uscita da un sogno febbrile, avvolta dal fumo dei caffè e dal bagliore giallastro dei lampioni a gas. Le strade sono percorse da figure in cappotto lungo e cilindro, poeti che parlano tra loro come se il mondo potesse ancora essere reinventato. È l’epoca in cui i simbolisti sognano, in cui Mallarmé riceve i discepoli nel suo salotto e Verlaine, sempre più tremante, declama versi ai fantasmi della notte. In mezzo a questa scena che oscilla fra il salotto e la taverna, il tempio e il delirio, si muove un giovane con gli occhi inquieti e il passo svelto, un ragazzo che sembra ridere del mondo intero. Si chiama Alfred Jarry, e nessuno, vedendolo passare, potrebbe immaginare che quella figura minuta, con l’aria svagata e lo sguardo acuto, stia per cambiare il linguaggio del teatro e forse quello della realtà.
Jarry non è soltanto uno scrittore: è una mina pronta a esplodere. Nato nel 1873 a Laval, un paesino apparentemente senza storia, cresce fra l’ironia e la malinconia. La madre, donna di intelligenza sottile e umore fragile, lo educa al gusto per l’assurdo, alla libertà di pensare al di là delle regole. Da bambino, raccontano, costruiva piccole macchine inutili, giocattoli meccanici che non servivano a nulla, ma che per lui avevano un senso magico: funzionavano come simboli, parodie del mondo adulto. Quel gusto per la derisione e la precisione meccanica sarà una costante del suo pensiero, fino alla nascita della patafisica, “la scienza delle soluzioni immaginarie”, la scienza del dettaglio assurdo che spiega l’universo.
A diciassette anni ottiene il baccalaureato e parte per Parigi, la città che per lui è insieme inferno e paradiso. Non verrà ammesso all’École Normale Supérieure, ma questo fallimento sarà la sua fortuna: non avrà mai da rendere conto a nessuna autorità, nessuna disciplina. Inizia a scrivere con una velocità febbrile: poesie, prose brevi, testi teatrali, saggi e frammenti che paiono venire da un mondo parallelo. Nel 1893 pubblica la sua prima raccolta, Les minutes de sable mémorial, un titolo già emblematico — la memoria come sabbia, la sabbia come tempo che sfugge e resiste. Il libro passa quasi inosservato, ma i pochi che lo leggono capiscono che lì si nasconde qualcosa di inaudito.
Nello stesso anno, la vita lo ferisce: muoiono entrambi i genitori, lasciandogli una piccola eredità che Jarry trasforma rapidamente in bottiglie, biciclette e stampe simboliste. La sua religione diventa l’assenzio, la “dea verde”, come lui stesso la chiama. Lo si vede vagare per Parigi con il volto dipinto di verde, come un profeta del paradosso, o pedalare di notte, completamente ubriaco, gridando versi al vento. L’assenzio, per lui, non è una fuga ma una rivelazione: lo porta in un altrove, in quella regione sospesa tra sogno e lucidità dove tutto diventa parodia.
Nel 1894 viene arruolato nell’esercito, un’esperienza che trasforma in commedia. Troppo basso per l’uniforme, troppo sarcastico per la disciplina, Jarry incarna il rovescio del soldato: è l’antieroe perfetto. Le cronache militari raccontano la scena di un uomo minuscolo che marcia in un vestito troppo grande, un burattino armato di filosofia. Gli ufficiali cercano di punirlo, ma egli risponde sempre con un’ironia che disarma. Alla fine viene congedato per motivi di salute, o forse di salute mentale, e torna a Parigi libero come un paradosso incarnato.
Lì entra nel giro dei simbolisti: Remy de Gourmont, Alfred Vallette, Paul Fort, figure che vedono in lui un buffone geniale. Con de Gourmont fonda L’Ymagier, una rivista dedicata alle stampe popolari e alla rinascita di un simbolismo medievale. Ma dietro le pagine eleganti della rivista, Jarry prepara il suo colpo di scena. Nel 1895 scrive César Antichrist, un dramma che rovescia la teologia in satira: Cristo non torna come salvatore, ma come burocrate dell’Impero Romano. L’opera è un labirinto di simboli, un’apocalisse giocosa in cui il linguaggio si piega su se stesso fino a diventare specchio. In essa si scorge già la figura del tiranno grottesco che presto prenderà forma in Ubu Roi.
Nel 1896, Paul Fort pubblica Ubu Roi nella sua rivista Le Livre d’art. È una bomba linguistica: il primo atto si apre con la parola “Merdre!”, un grido sgrammaticato e scandaloso che introduce un universo governato dalla stupidità e dal potere come farsa. Nessuno, però, pensa che si possa rappresentare in teatro. Nessuno tranne Lugné-Poe, direttore del Théâtre de l’Oeuvre, che decide di rischiare. La sera del 10 dicembre 1896, Parigi intera trattiene il fiato. In sala ci sono accademici indignati, poeti futuristi, pittori e scandali ambulanti. Quando Firmin Gémier, nei panni di Re Ubu, pronuncia quel “Merdre!” prolungato, la platea esplode: fischi, urla, risate, persino risse. Le signore borghesi gridano allo scandalo, gli studenti battono i piedi, i giornalisti annotano furiosi. È la prima vera insurrezione linguistica della modernità.
Jarry, che assiste in silenzio, capisce che non potrà più tornare indietro. Da quella sera, la sua vita si confonde con quella del suo personaggio. Parla come Ubu, con voce nasale, scandendo ogni sillaba come se fosse una formula magica. Si riferisce a sé stesso con il “noi” regale e comincia a chiamare gli oggetti con perifrasi deliranti: il vento è “ciò che soffia”, la bicicletta “ciò che rotola”. La sua stessa esistenza diventa una performance, una parodia perpetua della ragione.
Vive in un appartamento assurdo, tagliato orizzontalmente da una parete che lo costringe a piegarsi come un contorsionista. Gli ospiti devono gattonare per entrare. Lì, in quello spazio mezzo sotterraneo, Jarry scrive, beve, spara al muro e ride. Porta sempre con sé una pistola carica: dice che serve per difendersi dalla realtà. Quando una vicina gli rimprovera di rischiare di colpire i suoi figli, risponde con un sorriso gelido: “Se mai accadesse, signora, ne faremo altri con voi.” L’aneddoto corre per Parigi come un motto blasfemo, una perla di cinismo, e contribuisce a costruire la leggenda.
Eppure dietro il clown grottesco c’è una malinconia feroce. Jarry è solo, senza soldi, in costante equilibrio fra genialità e autodistruzione. Il suo corpo si consuma nell’assenzio e nel digiuno, la sua mente si accende di visioni. A volte, di notte, scrive lettere a se stesso, firmate “Padre Ubu”, in cui riflette sulla “patafisica” come unica via per spiegare l’assurdo del mondo. La patafisica non è una semplice burla: è un sistema poetico che capovolge la logica, affermando che ogni eccezione è una legge, che il caso è la regola, che l’universo è un insieme di coincidenze poetiche. In un certo senso, Jarry inventa una filosofia dell’immaginario puro, anticipando di decenni le avanguardie del Novecento.
Muore nel 1907, povero e malato, in un ospedale di Parigi. Ha solo trentaquattro anni. Le cronache raccontano che chiese una spazzola da denti come ultimo desiderio, per pulirsi la lingua prima dell’eternità. I pochi amici che lo accompagnano al cimitero sanno di assistere alla fine di una leggenda sotterranea. Ma Jarry, anche morto, continua a vivere nel suo teatro impossibile.
Negli anni successivi, i surrealisti lo adotteranno come santo patrono. Breton, Aragon, Duchamp, Ionesco, Beckett: tutti vedranno in lui il precursore dell’assurdo, l’artista che ha osato rendere ridicolo il potere e poetica la bestemmia. La sua influenza si estende anche oltre la letteratura: nei movimenti dadaisti, nelle arti visive, persino nella filosofia del linguaggio. È lui a insegnare che la realtà è una convenzione linguistica e che l’unico modo per afferrarla è deformarla.
Jarry resta un enigma, una figura che non si lascia chiudere in nessuna biografia. Non era un pazzo, ma un lucido parodista della follia; non un cinico, ma un mistico che aveva capito che la verità non può che essere grottesca. Con la sua risata verde e la sua bicicletta errante, ha fondato una religione dell’assurdo, una mistica del ridicolo. E forse, oggi più che mai, la sua lezione suona attuale: che l’unico modo di sopravvivere al potere è deriderlo, e che il solo linguaggio veramente serio è quello che osa essere ridicolo.
Così Jarry, il minuscolo profeta del caos, continua a pedalare nella memoria europea. Dietro di lui, la scia del suo “Merdre!” echeggia come una preghiera laica: la formula che libera la lingua dal peso della serietà e restituisce alla parola la sua forza originaria — quella del gioco, dell’infanzia, della ribellione. Il suo corpo è polvere da più di un secolo, ma il suo spirito resta sospeso, come una risata che non si spegne mai, nel regno immaginario della patafisica, dove tutto è possibile e nulla è reale, tranne il desiderio di inventare un mondo diverso.
Teresa Wilms Montt: vita, scrittura e libertà radicale
Non ho nulla, non lascio nulla, non chiedo nulla. Nuda come sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Questa dichiarazione, rinvenuta negli ultimi appunti del diario di Teresa Wilms Montt poco prima della sua morte parigina nel dicembre del 1921, non va letta come confessione intima né come estremo addio sentimentale, ma come la sintesi concentrata — quasi la formula chimica — di un intero progetto di vita in cui esperienza, coscienza e scrittura si sono da sempre intrecciate senza margine di separazione: la nudità qui proclamata è dichiarazione ontologica prima ancora che immagine poetica, poiché reclama per l'esistenza il diritto di sottrarsi a ogni mediazione, a ogni protezione istituzionale, a ogni ruolo assegnato dall'esterno, mentre la parola, disponendosi cronologicamente prima dell'atto e sopravvivendogli nella pagina che lo registra, trasforma il suicidio da evento patologico o da cedimento nervoso in compimento coerente di una traiettoria che aveva sempre fatto della libertà radicale il proprio unico criterio di verità.
Teresa nasce a Viña del Mar nel 1893 in una famiglia aristocratica di origini europee — con madre catalana e un padre di cui la tradizione biografica rivendica una discendenza dagli Hohenzollern, dato che la letteratura critica su Teresa non ha finora sottoposto a verifica archivistica rigorosa e che qui va perciò trattato come elemento della mitografia familiare più che come fatto genealogico accertato. La posizione sociale elevata, lungi dal rappresentare un privilegio senza contropartita, comporta fin dall'infanzia un sistema fitto di vincoli e di aspettative, tanto più stringenti quanto più la destinataria è donna: l'aristocrazia cilena di fine Ottocento non concede alle proprie figlie lo status di soggetto, ma quello di garante silenziosa del nome e del patrimonio simbolico della casata, e la fanciullezza di Teresa si consuma interamente dentro questa griglia di aspettative che la ragazza, con una precocità che i biografi hanno spesso liquidato come capriccio caratteriale, comincia presto a percepire come gabbia da forzare piuttosto che come destino da accettare. Il matrimonio con Gustavo Balmaceda Valdés, celebrato a diciassette anni contro il volere della famiglia, va dunque riletto non come gesto di ribellione adolescenziale — la lettura più comoda, e per questo la più diffusa nella pubblicistica scandalistica che ha accompagnato la sua figura fin dal principio — bensì come primissima manifestazione di un principio di autodeterminazione che percorrerà, con crescente radicalità, l'intera parabola della sua breve esistenza: in questo senso la biografia di Teresa non conosce cesure nette tra una fase di conformità e una di rivolta, ma un'unica linea di tensione crescente tra l'imposizione esterna e l'autonomia individuale, tensione che è già essa stessa, prima ancora di tradursi in versi, la materia profonda della sua poetica, perché ogni conflitto vissuto sul proprio corpo e sulla propria libertà di movimento diventerà, con lo scarto tipico della sublimazione letteraria, motivo strutturante della pagina.
L'esperienza della clausura conventuale segna il punto più acuto di questa dialettica e costituisce, per ammissione pressoché unanime della critica successiva, il nucleo germinale della sua voce poetica matura. Rinchiusa con l'accusa di adulterio — accusa che, come spesso accade nelle società patriarcali di primo Novecento, funziona meno come giudizio morale genuino che come dispositivo di normalizzazione sociale destinato a colpire selettivamente le donne che eccedono il ruolo prescritto — Teresa vive la reclusione non semplicemente come privazione fisica della libertà di movimento, ma come apparato disciplinare che investe il corpo e la coscienza nella loro interezza, riducendo la persona a oggetto di sorveglianza e di correzione. La sottrazione delle figlie, elemento che si aggiunge alla clausura e ne aggrava la violenza simbolica, introduce nella sua scrittura un registro di sofferenza materna che attraverserà, sia pure in forme trasfigurate e mai direttamente autobiografiche, buona parte della sua produzione successiva. Ciò che colpisce, tuttavia, e che distingue la traiettoria di Teresa da quella di tante altre vittime silenziose dello stesso apparato, è che l'isolamento non produce annientamento della soggettività ma, al contrario, ne intensifica la resistenza interiore: il dolore, in questa fase germinale, comincia a funzionare come principio conoscitivo, come lente attraverso cui la scrittrice impara a leggere se stessa e il mondo che la circonda, in un processo che anticipa — pur senza mai formularlo in termini teorici espliciti — l'idea per cui la sofferenza, lungi dall'essere pura negatività da cui fuggire, può costituire la condizione stessa di un sapere altrimenti inaccessibile. La fuga dal convento, che segue a questa fase di reclusione, non va perciò letta come semplice liberazione fisica: è piuttosto il momento in cui Teresa comprende, con una lucidità che la sua scrittura successiva non farà che confermare, che la libertà autentica non può mai essere concessa dall'esterno, per grazia o per compassione altrui, ma deve essere conquistata attraverso l'esercizio autonomo dell'azione e, in misura non minore, attraverso l'esercizio altrettanto autonomo della parola.
Il trasferimento a Buenos Aires prima e a Parigi poi allarga in maniera decisiva lo spazio esistenziale e creativo della poetessa, offrendole per la prima volta un ambiente in cui la trasgressione non è automaticamente sanzionata dal corpo sociale che la circonda. La capitale argentina, con la sua vivace scena intellettuale d'inizio secolo, e la città francese, allora crocevia indiscusso delle avanguardie europee, diventano i due poli di un contesto in cui Teresa entra in contatto diretto con le correnti più avanzate del modernismo latinoamericano e delle sperimentazioni continentali, sviluppando in particolare un rapporto di frequentazione e di scambio intellettuale con Vicente Huidobro, figura che innerverà, per contrasto più che per somiglianza diretta, la sua stessa ricerca poetica. È in questo periodo che si consolida attorno a Teresa la fama — insistita, spettacolarizzata, in larga parte costruita dalla cronaca mondana del tempo più che dalla sua reale condotta — di donna avvenente e dedita ad alcool e droghe: fama che rischia costantemente, allora come nella ricezione critica successiva, di oscurare la qualità letteraria dei testi dietro il fascino più immediato dello scandalo biografico. Occorre però resistere alla tentazione di leggere questa spettacolarizzazione come contraddizione rispetto al progetto poetico di Teresa: il corpo esposto al pubblico e la scrittura interiore non coincidono, ma nemmeno si escludono a vicenda, poiché la poetessa utilizza consapevolmente la propria vita mondana come materiale grezzo da sottoporre a trasformazione estetica, dimostrando così che la libertà radicale che persegue non si limita alla sfera intima della pagina ma si estende fino a includere la gestione — spregiudicata, e per questo scandalosa agli occhi dei contemporanei — della propria immagine pubblica.
In "Autodefinizione", uno dei testi in cui la voce di Teresa raggiunge la massima densità dichiarativa, la poetessa afferma la propria soggettività con un'energia che nulla concede alla postura vittimistica:
"Sono Teresa Wilms Montt e anche se sono nata cento anni prima di te, la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua. Anche io ho avuto il privilegio d'essere donna. È difficile essere donne in questo mondo. Tu lo sai meglio di tutti."
Il privilegio qui dichiarato è naturalmente rovesciato in condanna, ma l'ironia che sostiene questo rovesciamento non è mai gratuita: essere donna, nel mondo che Teresa descrive, significa essere sottoposta senza tregua a un sistema di norme e di sanzioni pronte a colpire ogni trasgressione dei ruoli prestabiliti, dalla scelta matrimoniale fino all'esercizio stesso della parola pubblica. La clausura, l'esclusione, la sottrazione delle figlie — esperienze che il testo evoca senza mai nominarle direttamente, lasciandole affiorare come sostrato implicito dell'enunciazione — non sono qui simboli letterari convenzionali, ma punizioni concrete subite sulla propria pelle e successivamente trasformate, attraverso il lavoro della scrittura, in materia poetica capace di parlare oltre la singola biografia. Poco più avanti nello stesso testo, la ripetizione ritmica delle azioni — quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia; quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia; quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita — non va liquidata come mero espediente retorico: si tratta piuttosto di una strategia propriamente performativa, in cui l'atto stesso di scrivere e di ripetere la propria resistenza a ogni singola aggressione subita costituisce, sillaba dopo sillaba, l'identità che il testo dichiara di possedere già. La narrazione non racconta semplicemente una vita: la mappa delle relazioni di potere che la circondano diventa, attraverso questa anafora costruttiva, un dispositivo di autoaffermazione etica che precede e fonda ogni possibile lettura biografica del testo.
Diverso, ma non meno rivelatore, è il procedimento che Teresa adotta nei versi de "La luce della lampada", dove la trasfigurazione poetica della realtà procede non per dichiarazione diretta ma per accumulo sensoriale:
"La luce della lampada, resa tenue dal paralume viola, sviene sopra il tavolo. Gli oggetti assumono una tinta sonnambula da sogno malaticcio; si direbbe che una mano tisica abbia accarezzato l'ambiente, lasciandovi il suo languore aristocratico."
L'ambientazione, con la sua luce che sviene e i suoi oggetti dalla tinta sonnambula, non descrive semplicemente uno spazio fisico: costruisce un correlativo oggettivo dello stato interiore della voce che parla, in cui la percezione del mondo esterno e la condizione psichica del soggetto smettono di essere ambiti separati per fondersi in un'unica superficie di senso. Il "languore aristocratico" evocato dalla mano tisica non è vezzo decorativo ma cifra autobiografica appena velata: l'appartenenza di classe di Teresa, che altrove nella sua vita significa costrizione e sorveglianza, qui si trasforma in un'atmosfera estetica precisa, quasi decadente, che permette alla scrittrice di dare forma sensibile a un malessere altrimenti indicibile. Ed è significativo che proprio in questo contesto affiori il desiderio — che Teresa formula altrove con formula ancora più scarna — di "vivere in un altro cuore, per riposare dall'arduo compito di vivere dentro me stessa": frase che condensa in poche parole l'intera fatica esistenziale della sua condizione, la difficoltà cronica di abitare una soggettività costantemente sotto assedio, e che rivela come il desiderio amoroso, in Teresa, non sia mai puro sentimentalismo ma sempre anche, contemporaneamente, strategia di sopravvivenza psichica.
Il tema della sofferenza come bagaglio esistenziale trova la sua formulazione più icastica in un verso spesso citato ma raramente commentato con l'attenzione che merita: "Ho sofferto ed è l'unico bagaglio che ammette la barca che porta all'oblio." La sofferenza, in questa immagine, cessa di essere semplice lamentazione per diventare esperienza conoscitiva a pieno titolo, condizione di possibilità per la comprensione tanto del sé quanto del mondo che lo circonda: è principio ordinatore, insieme, della vita vissuta e della scrittura che quella vita trasfigura, ed è precisamente questa capacità di sublimare il dolore in forma artistica che rende la voce di Teresa capace di anticipare, con quasi mezzo secolo d'anticipo, molte delle problematiche che la riflessione sulla soggettività femminile e sull'esistenza porrà al centro del proprio interesse solo più tardi nel secolo. La barca che porta all'oblio, immagine di per sé tradizionale nella poesia simbolista, viene qui reinterpretata attraverso un criterio d'ammissione paradossale: non si sale a bordo portando ricchezze o meriti, ma portando esclusivamente il proprio dolore, come se la sofferenza fosse l'unica moneta accettata al passaggio verso la dissoluzione finale del sé.
È a questo punto che la morte di Teresa, sopravvenuta per propria mano, si rivela pienamente coerente con la logica interna della sua intera opera, e non — come una lettura frettolosa e moralistica ha spesso suggerito — come cedimento improvviso o come sintomo di squilibrio patologico estraneo al resto della sua produzione. La frase "nuda come sono nata", posta a suggello degli ultimi appunti diaristici, riprende e porta a compimento l'intera traiettoria che il saggio ha finora ricostruito: la negazione di ogni ruolo imposto — di sposa, di madre sorvegliata, di reclusa, di icona mondana — trova nell'atto finale la propria conferma ultima, mentre la scrittura, disponendosi cronologicamente a ridosso dell'evento e insieme sopravvivendogli sulla pagina, trasfigura il gesto in compimento insieme poetico e ontologico: non semplice fine biologica, ma affermazione conclusiva di un principio che aveva governato ogni scelta precedente.
Il contesto storico e culturale entro cui questa parabola si dispiega resta imprescindibile per valutarne correttamente la portata. Il Cile dei primi decenni del Novecento è una società rigidamente patriarcale e gerarchizzata, nella quale le donne aristocratiche vivono una condizione paradossale, sospesa tra privilegi apparenti — l'agio materiale, la posizione sociale elevata, l'accesso a un'istruzione superiore alla media — e restrizioni severissime che investono ogni aspetto della vita pubblica e privata, dalla libertà di movimento fino al controllo pressoché totale sulla sessualità e sulla maternità. Buenos Aires e Parigi, in questo quadro, non funzionano semplicemente come sfondi geografici intercambiabili, ma come vere e proprie alternative esistenziali: spazi in cui la sperimentazione culturale delle avanguardie modernista offre a Teresa un linguaggio e un contesto sociale capaci di accogliere, sia pure con ambiguità mai del tutto risolte, una soggettività femminile che il Cile aristocratico non avrebbe potuto tollerare. La circolazione tra città e culture diverse diventa così parte integrante, e non semplice cornice biografica, della sua stessa poetica: l'esperienza del viaggio, con il continuo confronto tra sensibilità estetiche e sociali differenti, amplia costantemente le possibilità espressive e riflessive della sua scrittura, impedendole di irrigidirsi in una formula unica e spingendola invece verso una costante rielaborazione del proprio linguaggio.
Il confronto con altri autori coevi permette di situare con maggiore precisione la specificità della voce di Teresa entro il panorama poetico ispanoamericano del suo tempo. Vicente Huidobro, poeta creazionista con cui Teresa intrattiene un rapporto di frequentazione diretta, condivide con lei l'attenzione a una costruzione attiva del mondo attraverso il linguaggio poetico, ma lo fa secondo modalità sostanzialmente divergenti: mentre Huidobro concentra la propria ricerca sulla manipolazione formale del testo, elevando il linguaggio a strumento pressoché autosufficiente di creazione, Teresa intreccia costantemente forma poetica ed esperienza vitale, rifiutando ogni possibile scissione tra l'autobiografia, l'emozione vissuta e la critica sociale implicita. Ancora più istruttivo è il contrappunto con Gabriela Mistral, l'altra grande voce poetica femminile cilena del periodo: se Mistral privilegia una poesia lirica e in larga misura didattica, centrata sui temi della maternità, dell'educazione morale e di un afflato religioso-civile, Teresa si muove in direzione opposta, verso una scrittura apertamente erotica, trasgressiva e politica, nella quale la soggettività individuale e la libertà radicale — non la funzione pedagogica o comunitaria della poesia — costituiscono il centro di gravità assoluto. Questa divergenza, più che segnalare una gerarchia di valore tra le due autrici, illumina la pluralità di strategie con cui la voce femminile cilena di inizio Novecento cerca, per vie diverse e talvolta opposte, uno spazio di legittimità nel campo letterario dominato dagli uomini.
La ricezione critica postuma dell'opera di Teresa segue un andamento carsico, a lungo penalizzato dalla riduzione della sua figura a semplice aneddotica scandalistica: solo a partire dagli anni Novanta, con la pubblicazione della biografia di Ruth González Vergara e la successiva edizione delle opere complete, diventa possibile una lettura che restituisca alla scrittrice la statura letteraria che le è propria, sottraendola finalmente alla lettura esclusivamente mondana e moralistica che ne aveva a lungo compresso l'immagine pubblica. Anche il cinema, con la trasposizione filmica della sua vicenda — la cui filmografia specifica meriterebbe comunque una verifica puntuale prima di essere citata con precisione in sede critica, data la circolazione talvolta imprecisa di titoli e date nelle fonti secondarie disponibili — e la pubblicistica critica più recente hanno contribuito a restituire una prospettiva più equilibrata, in cui la trasgressione sociale e la vita definita all'epoca "dissoluta" non appaiono più come fine a se stesse, ma come strumenti attraverso cui Teresa persegue, con piena consapevolezza, un progetto insieme esistenziale e poetico di libertà radicale.
Resta, a conclusione di questo percorso, un nodo che il saggio non intende sciogliere in una sintesi consolatoria: la coerenza tra vita, parola e morte che la traiettoria di Teresa dispiega non offre alcuna redenzione facile, alcuna lezione morale trasmissibile senza residuo. Il corpo, la sofferenza e la scrittura si rivelano in lei strumenti di conoscenza autentica, ma la conoscenza che ne deriva non consola: mostra soltanto che l'autonomia radicale, quando perseguita fino in fondo, comporta costi che nessuna sublimazione artistica riesce interamente a compensare. La sua scrittura registra questo costo senza attenuarlo, e proprio in questa mancanza di attenuazione — non in una presunta attualità pacificante da rivendicare per i lettori di oggi — risiede la sua tenuta più autentica: un'esperienza della libertà che rimane, fino all'ultima riga del diario, irrisolta, esposta, e per questo capace di continuare a interrogare chiunque vi si accosti senza cercarvi conforto.
lunedì 7 settembre 2026
Ardere senza tregua: la vertigine e la verità di Brad Davis
Non tutte le vite chiedono di essere raccontate, poiché alcune si limitano a esistere con una dignità silenziosa, simili a case dalle finestre sempre chiuse, dentro le quali accade qualcosa che il mondo ignora e che forse ignorerà per sempre; sono esistenze lineari, scandite da stagioni riconoscibili, attraversate da dolori che non esplodono mai davvero e da gioie che non pretendono l'eternità, esistenze che camminano lungo binari solidi, che accettano la misura, la gradualità, la prudenza come forme legittime di sopravvivenza, e il cui tempo non si spezza mai bruscamente ma si distende, si dilata, si consuma con la lentezza di chi ha fatto pace con la propria finitudine. Altre esistenze, al contrario, sembrano nascere già fuori asse, come scosse elettriche, fenditure nella superficie levigata delle cose, appartenendo a quella categoria di esseri umani nei quali pare esserci, fin dall'inizio, una combustione interna difficile da contenere; è a questa seconda specie che appartiene, almeno nella forma in cui oggi possiamo ricostruirla, la vita di Brad Davis, la cui biografia non possiede l'ordine tranquillo delle esistenze lineari ma si configura piuttosto come una traiettoria obliqua, segnata da improvvise accelerazioni, cadute, ritorni, riconquiste e nuove esposizioni, una vita nella quale il desiderio di essere qualcuno davanti agli altri si sarebbe progressivamente intrecciato con il prezzo, spesso altissimo, che l'essere riconoscibili comporta.
Prima dei riflettori, prima delle luci crude dei set, prima degli sguardi che osservano, giudicano, desiderano, c'è un bambino nato a Tallahassee, in Florida, il 6 novembre 1949, cresciuto in un ambiente familiare complesso e destinato a lasciare presto la propria città per inseguire una vocazione che avrebbe trovato nel teatro e poi nel cinema il luogo della propria manifestazione; non sappiamo, naturalmente, che cosa quel bambino pensasse davvero del proprio futuro, e sarebbe troppo facile costruire a posteriori una predestinazione là dove esisteva soltanto un ragazzo, ma sappiamo che Davis studiò recitazione all'American Academy of Dramatic Arts e all'American Place Theater di New York, entrando progressivamente in quel mondo dello spettacolo nel quale il corpo, la voce e soprattutto la capacità di rendersi visibili agli altri diventano strumenti di lavoro. Prima ancora che il cinema lo trasformasse in un volto riconoscibile, dunque, esisteva già una tensione verso la scena, verso quella particolare forma di esposizione che non consiste semplicemente nell'essere guardati ma nell'accettare che una parte di sé venga consegnata allo sguardo altrui.
La svolta arriva nel 1978, quando Alan Parker lo sceglie per interpretare Billy Hayes in Midnight Express, tratto dalla vicenda reale del giovane americano arrestato in Turchia per traffico di hashish; il film avrebbe trasformato quasi immediatamente Davis in una star internazionale e gli avrebbe procurato il Golden Globe come miglior nuovo attore, imponendo sullo schermo un volto che non aveva la levigatezza rassicurante della star tradizionale ma una fisicità nervosa, vulnerabile, quasi febbrile. Davis non sembra semplicemente interpretare la paura di Billy Hayes: la porta nel corpo, nella magrezza, negli occhi, nella progressiva degradazione fisica del personaggio, e proprio questa esposizione corporea contribuisce a rendere la sua interpretazione così memorabile. Lo spettatore crede di assistere alla storia di un prigioniero, ma vede anche un attore che accetta di non proteggersi dietro la distanza professionale, lasciando che il ruolo lo attraversi fino a diventare, almeno per la durata del film, una condizione fisica prima ancora che psicologica.
Il successo arriva con una rapidità che la sua stessa vita avrebbe faticato a sostenere. Dopo Midnight Express Davis lavora ancora intensamente per il cinema e la televisione, interpreta il giornalista Phil Caputo in A Rumor of War, è Jackson Scholz in Chariots of Fire, affronta il ruolo di Querelle nell'ultimo film di Rainer Werner Fassbinder e continua a muoversi fra cinema, televisione e teatro, senza mai riuscire però a trasformare il successo iniziale in quella carriera lineare che Hollywood sembra promettere alle proprie giovani stelle. È una traiettoria più irregolare, nella quale al riconoscimento pubblico si accompagnano problemi personali sempre più difficili da ignorare: l'alcol, l'uso di droghe per via endovenosa, una fase di dipendenza che avrebbe raggiunto il culmine proprio negli anni in cui la sua carriera sembrava decollare, e infine la decisione di diventare sobrio nel 1981, cercando di ricostruire una vita professionale che rischiava di essere compromessa. Non c'è dunque, nella sua storia, quella semplice parabola ascendente che la mitologia hollywoodiana ama costruire intorno alle proprie vittime e ai propri eroi; c'è piuttosto una continua oscillazione fra visibilità e precarietà, fra successo e paura di perderlo, fra la possibilità di ricominciare e la consapevolezza che ogni ricominciamento porta con sé le conseguenze di ciò che è avvenuto prima.
Nel 1985 accade qualcosa che, riletto oggi, assume una forza quasi paradossale. Davis interpreta Ned Weeks in The Normal Heart, il dramma di Larry Kramer dedicato alla crisi dell'AIDS, una delle prime opere teatrali americane a portare con violenza sulla scena gli effetti pubblici e privati dell'epidemia; Davis presta il proprio corpo a un personaggio che combatte contro una malattia ancora circondata da paura, ignoranza e stigma, mentre proprio durante quel periodo scopre di essere HIV positivo. La coincidenza è tragica, ma sarebbe sbagliato trasformarla in una specie di destino letterario: non fu il ruolo a spiegare la sua vita e non fu la sua vita a rendere inevitabile il ruolo. Fu piuttosto uno di quei cortocircuiti che la storia, a volte, produce senza alcun riguardo per la struttura narrativa che noi cerchiamo successivamente di attribuirle.
La diagnosi arriva attraverso una comunicazione del Cedars-Sinai Hospital dopo una donazione di sangue e cambia il significato di tutto ciò che fino a quel momento Davis aveva cercato di ricostruire. Lui e la moglie Susan Bluestein decidono di mantenere il segreto, perché temono che la notizia della sua sieropositività possa distruggere la possibilità di continuare a lavorare; non era una paura astratta, come avrebbe dimostrato la realtà successiva, ma una possibilità concreta in un'industria nella quale l'AIDS era ancora associato allo stigma, alla paura e alla discriminazione. Davis continua quindi a lavorare mentre nasconde la malattia, e questa clandestinità finisce per diventare una seconda condizione della sua esistenza: da una parte l'attore riconoscibile, il volto di Midnight Express, di Chariots of Fire e di Querelle; dall'altra l'uomo costretto a vivere una parte essenziale della propria vita lontano dagli occhi di coloro che continuano a giudicarne il corpo e il valore professionale.
La contraddizione diventa ancora più dolorosa perché Davis non smette di lavorare. Nel 1989, quando le sue condizioni peggiorano, riesce a trovare assistenza medica attraverso amici come Larry Kramer e Rodger McFarlane, mantenendo comunque il massimo riserbo possibile; le cure vengono organizzate nella clandestinità e persino i rapporti con il sistema sanitario sono condizionati dalla paura che qualcuno possa collegare il nome dell'attore alla diagnosi. La sua situazione rende visibile, proprio attraverso il silenzio, una delle contraddizioni più feroci dell'epoca: Hollywood poteva partecipare a campagne pubbliche contro l'AIDS e contemporaneamente rendere estremamente rischiosa, per un attore, la rivelazione di essere sieropositivo. Lo stesso Davis lo avrebbe scritto nella bozza di un libro che stava progettando nelle ultime settimane della sua vita, osservando che in un'industria che proclamava il proprio impegno nella lotta all'AIDS bastava anche soltanto la voce di una possibile infezione per compromettere il lavoro di un attore.
Ed è forse qui che la sua storia smette definitivamente di poter essere letta soltanto come la biografia di una star travolta dall'eccesso e diventa qualcosa di più complesso: la storia di un uomo che aveva conosciuto la fama, la dipendenza, la sobrietà, la ricostruzione professionale e infine una malattia che lo costringeva a vivere nell'ombra proprio mentre il suo volto continuava a essere riconoscibile. Nel giugno del 1991 completa il suo ultimo lavoro, A Habitation of Dragons, un dramma televisivo tratto da Horton Foote; poche settimane dopo, ormai gravemente malato, prepara su un blocco legale giallo la proposta di un libro nel quale intende raccontare che cosa significhi vivere con l'HIV, ricevere cure e contemporaneamente dover proteggere la propria identità professionale. Non è un diario trovato dopo la sua morte e non è neppure un testamento letterario compiuto: è una traccia, una dichiarazione d'intenti, l'abbozzo di una testimonianza che Davis non avrà il tempo di completare.
Morì a Studio City l'8 settembre 1991, a quarantuno anni, per complicazioni legate all'AIDS. Aveva continuato a lavorare fino a pochi mesi prima e la sua morte rese pubblica una condizione che, per sei anni, lui e la moglie avevano cercato di proteggere dal circuito della curiosità e del pregiudizio. Susan Bluestein avrebbe raccontato pubblicamente quella storia subito dopo la sua scomparsa, spiegando che il marito non voleva diventare, dopo la morte, «un'altra persona senza volto» e che desiderava che la propria esperienza potesse essere raccontata con integrità.
Qualche anno più tardi, Bluestein avrebbe raccolto quella memoria in After Midnight: The Life and Death of Brad Davis, pubblicato con Hilary de Vries, un libro che ricostruisce la loro vita insieme, la rapida ascesa di Davis, gli anni della dipendenza, la diagnosi del 1985 e la lunga clandestinità imposta dalla malattia. È importante che la sua storia sia arrivata fino a quel libro non come una semplice celebrazione postuma, ma come il tentativo di restituire complessità a un uomo che rischiava di essere ricordato soprattutto per un'unica interpretazione e per la maniera tragica della sua morte.
Se oggi torniamo con la memoria a quel ragazzo di Tallahassee che ancora non conosceva la forma che avrebbe preso la propria inquietudine, non abbiamo bisogno di trasformarlo retroattivamente in un bambino predestinato alla tragedia; è sufficiente osservare la traiettoria concreta che avrebbe seguito, fatta di desiderio, talento, successo, dipendenza, sobrietà, lavoro, paura, amore e malattia, e riconoscere che alcune vite diventano leggibili soltanto quando le si osserva nella loro contraddizione, senza costringerle dentro una morale conclusiva. Davis non fu semplicemente l'attore di Midnight Express, né soltanto l'uomo che nascose per anni la propria sieropositività, né soltanto il volto fragile di un cinema che negli anni Ottanta cercava ancora di capire come rappresentare il corpo, il desiderio e la malattia; fu tutte queste cose insieme, e proprio questa sovrapposizione impedisce di ridurlo a una sola immagine.
Forse è questo che resta della sua vicenda: non l'idea romantica di una vita destinata a bruciare, che sarebbe una formula troppo facile per una storia tanto dolorosa, ma la consapevolezza che l'intensità non coincide necessariamente con l'autodistruzione e che, al contrario, può talvolta essere la forma con cui una persona cerca di sottrarsi alla propria invisibilità. Davis conobbe entrambe le possibilità: fu consumato da alcune delle proprie scelte, ma seppe anche ricostruirsi dopo la dipendenza, tornare al lavoro, affrontare ruoli difficili e continuare a recitare mentre portava dentro di sé una diagnosi che non poteva permettersi di rendere pubblica. La sua storia non è dunque quella di un uomo che non seppe fermarsi, ma quella, più inquietante, di un uomo che continuò a muoversi anche quando il mondo gli chiedeva di nascondersi.
E forse, alla fine, il vento della Florida può ancora tornare, non come spiegazione della sua vita ma come immagine della distanza fra ciò che siamo e ciò che gli altri finiscono per vedere di noi: un vento che attraversa i prati dell'infanzia, entra nelle sale cinematografiche, passa attraverso il corpo di un attore e poi scompare senza lasciare una forma visibile, mentre le immagini rimangono, e continuano a restituirci quel volto giovane, inquieto, vulnerabile, che il cinema ha fissato nel tempo molto prima che la vita gli concedesse di sapere quale prezzo avrebbe avuto quella luce.
Mann, Mahler, Visconti
Ma sotto questo strato nietzschiano ne corre un altro, più antico e altrettanto decisivo, ed è quello platonico: Mann fa pensare Aschenbach, mentre osserva Tadzio sulla spiaggia, al dialogo tra Socrate e Fedro e alla concezione della bellezza come unica manifestazione dell'ideale capace di giungere all'uomo attraverso i sensi, senza che l'esperienza sensibile debba necessariamente essere separata dall'esperienza dello spirito; e proprio questo privilegio rende la bellezza pericolosa, perché se essa costituisce la via sensibile verso l'assoluto, l'uomo che la contempla può credere di elevarsi verso l'idea mentre, quasi impercettibilmente, sta cedendo al desiderio del corpo, confondendo l'eros rivolto alla forma con l'eros rivolto alla carne. Il movimento della novella nasce precisamente da questa ambiguità, che non viene mai risolta: Aschenbach vorrebbe interpretare Tadzio attraverso la tradizione della bellezza ideale, vorrebbe trasformare l'attrazione in contemplazione, il desiderio in estetica, l'impulso in conoscenza, ma ciò che accade al suo corpo e alla sua volontà rende progressivamente impossibile quella sublimazione. Il riferimento al Fedro si intreccia così con quello al Simposio, con l'idea di un'ascesa dell'eros attraverso la bellezza, ma Mann rovescia dall'interno quel percorso ascensionale, mostrando come l'ideale possa diventare il linguaggio attraverso cui il desiderio cerca di giustificarsi. È qui che l'estetica classica, quella stessa estetica che Aschenbach ha professato per un'intera esistenza come disciplina della forma, si rivolta contro chi l'aveva servita, rivelando che dietro ogni teoria della bellezza si nasconde una teoria del desiderio e che nessuna disciplina, per quanto rigorosa, può neutralizzare definitivamente ciò che pretende di governare.
Non bisogna poi dimenticare la cornice storica in cui questo dramma privato si consuma, perché Mann non separa mai completamente la crisi personale di Aschenbach dalla crisi più ampia della civiltà europea: la novella si apre sullo sfondo di una tensione politica e sociale che attraversa l'Europa e si chiude con l'epidemia di colera che le autorità veneziane cercano di occultare ai turisti per non compromettere gli interessi economici della città — un'epidemia realmente esplosa a Venezia nel 1911 e che nella costruzione narrativa di Mann diventa il correlativo perfetto di una decadenza che la superficie ordinata della società si ostina a nascondere a se stessa, esattamente come Aschenbach nasconde a lungo la natura della propria ossessione. La malattia non è quindi soltanto un elemento atmosferico né una semplice metafora della corruzione: è il punto in cui ciò che era stato rimosso ritorna alla superficie, contaminando il corpo della città nello stesso momento in cui il corpo del protagonista perde progressivamente la capacità di mantenere l'illusione della propria disciplina. E non è un caso che, poco prima della fine, Aschenbach si lasci truccare da un barbiere che gli tinge i capelli e gli arrossa le guance per farlo apparire più giovane: il trucco diventa così la messa in scena, sul suo stesso corpo, di ciò che Venezia fa costantemente a se stessa, mascherare il disfacimento sotto lo splendore, occultare la malattia sotto l'apparenza della salute, sovrapporre il belletto alla decomposizione.
C'è però un dato che complica, e in realtà arricchisce, questa genealogia, ed è un dato cronologico prima ancora che critico: non è vero — come si potrebbe essere tentati di credere seguendo la suggestione di una fusione compiuta soltanto da Visconti sessant'anni più tardi — che Mann avesse già scritto il suo Aschenbach quando Mahler morì. È vero l'esatto contrario. Il 18 maggio 1911 Mann si trova sull'isola di Brioni, in viaggio verso Venezia, quando gli giunge la notizia della morte di Gustav Mahler, compositore che aveva conosciuto personalmente l'anno precedente a Monaco, in occasione della prima dell'Ottava sinfonia, e al quale aveva scritto dopo quel concerto, riconoscendo nella sua musica una delle espressioni più alte dell'arte contemporanea. Poco dopo, il 26 maggio, Mann raggiunge Venezia con la moglie Katia e soggiorna al Grand Hôtel des Bains, dove il ricordo del compositore appena scomparso si sovrappone, in quei giorni, all'incontro reale con un adolescente polacco che diventerà Tadzio. La novella nasce dunque già dentro il lutto per Mahler, non prima di esso, e il nome stesso del protagonista, quel Gustav che nessun lettore attento può ignorare, non è una coincidenza priva di conseguenze: Mann vi deposita la memoria del compositore appena morto, al quale aveva riconosciuto una statura artistica eccezionale. Ma Aschenbach non è soltanto Mahler trasposto nella letteratura, e sarebbe riduttivo leggerlo come un semplice doppio romanzesco del musicista. La sua genealogia è più stratificata: accanto a Mahler vi è August von Platen, poeta che Mann aveva già incontrato attraverso la propria formazione letteraria e che diventa una delle matrici della figura di Aschenbach, anche per la morte di colera in Italia e per il rapporto fra poesia, bellezza e desiderio che la sua vicenda biografica portava con sé; persino il cognome Aschenbach, «corso d'acqua di cenere», sembra appartenere a questa atmosfera funebre nella quale il personaggio viene costruito fin dall'origine. Aschenbach è dunque una figura composita, un personaggio nel quale Mann lascia confluire memoria biografica, tradizione letteraria e ossessione estetica, e nel quale la morte di un musicista contemporaneo e quella di un poeta dell'Ottocento finiscono per incontrarsi sotto il nome di un uomo inventato.
E vale la pena ricordare chi fosse, quel Mahler che entra così indirettamente nella novella: l'ultimo grande sinfonista di un'epoca che stava per essere spazzata via, il compositore delle Kindertotenlieder, della Nona sinfonia e del Das Lied von der Erde, un artista che aveva costruito la propria opera dentro una tensione incessante fra monumentalità e dissoluzione, fra desiderio di totalità e consapevolezza della precarietà, e la cui figura, nella cultura viennese di inizio Novecento, apparteneva già a un mondo in trasformazione nel quale l'idea stessa di forma sembrava essere arrivata al limite delle proprie possibilità. Mahler aveva attraversato il passaggio dalla grande tradizione romantica alla modernità musicale portando con sé il peso di quella tradizione e, nello stesso tempo, sottoponendola a una continua crisi interna; e anche la leggenda della «maledizione della Nona», il timore superstizioso di non sopravvivere a una nona sinfonia dopo Beethoven, contribuisce retrospettivamente a costruire intorno alla sua figura un'aura nella quale la musica sembra già conoscere la propria fine. Non occorre però trasformare questa leggenda in una profezia: è più interessante osservare come, nella memoria culturale europea, Mahler sia diventato una delle figure attraverso cui il Novecento ha imparato a rappresentare la sopravvivenza della bellezza nel momento stesso in cui la certezza della sua durata veniva meno.
Ciò che allora compie Visconti, nel 1971, trasformando Aschenbach in un compositore con il volto di Dirk Bogarde e affidando all'Adagietto della Quinta sinfonia la funzione di voce interiore del protagonista — non semplice accompagnamento, ma sostituzione di ciò che il personaggio non riesce più a dire — non è un'operazione ermeneutica arbitraria compiuta a posteriori su un testo che nulla prevedeva, ma la resa esplicita, sonora e visibile di un'identificazione che nella novella restava affidata soprattutto al nome proprio e alla memoria biografica che lo aveva generato. Visconti prende ciò che in Mann è implicito e lo porta alla superficie, sostituendo allo scrittore il compositore e facendo della musica di Mahler il luogo stesso della coscienza di Aschenbach. La scelta si comprende ancora meglio se la si colloca dentro la traiettoria del cinema viscontiano, dentro quella che si potrebbe chiamare la sua personale ossessione per il crepuscolo dei mondi sociali e delle classi alle quali la sua stessa biografia lo aveva consegnato: l'aristocratico Visconti aveva già raccontato la trasformazione e la fine di un ordine nel Gattopardo, aveva fatto della crisi erotica e politica di Senso una storia di decadenza e tradimento, aveva portato nella Caduta degli dei la degenerazione di una famiglia dell'alta borghesia industriale tedesca sotto il nazismo, e avrebbe proseguito, dopo Morte a Venezia, nella claustrofobia domestica di Gruppo di famiglia in un interno. Aschenbach non è dunque, per lui, un soggetto isolato, ma un'altra variazione sul tema di un uomo che osserva, dall'interno di un mondo al quale appartiene, il momento in cui quel mondo perde la propria capacità di credersi eterno.
Il vero salto compiuto dal film, allora, non sta nell'aver scoperto un'equivalenza che Mann non aveva previsto, ma nell'averla musicalizzata e resa visibile attraverso una serie di scelte che vanno ben oltre la sola colonna sonora: la fotografia di Pasqualino De Santis, che avvolge Venezia in una luce insieme dorata e malata, come se la pellicola stessa fosse già attraversata dalla febbre; la dilatazione dei tempi, i movimenti della macchina da presa, l'insistenza sui corpi e sui volti del Lido, sugli abiti, sulle superfici, sulla materia stessa della città, che progressivamente perde ogni neutralità documentaria e diventa il teatro sensibile della degradazione; e soprattutto quella scena, già preparata dal testo di Mann ma amplificata dal cinema fino a farne una delle immagini decisive del film, in cui Aschenbach si lascia truccare per apparire più giovane, sequenza nella quale Visconti indugia sul contrasto fra il volto segnato dagli anni e la maschera che vi si sovrappone, fino a trasformare il trucco in una seconda pelle, destinata a sciogliersi sotto il sudore nel finale sulla spiaggia. Il volto truccato e quello che lentamente si disfa diventano così due momenti della stessa immagine: prima la forma che nasconde la morte, poi la morte che torna a rendere visibile la forma. È in questo senso che si può dire che la prosa di Mann possieda una qualità musicale prima ancora che narrativa, non perché il suo periodare debba essere forzatamente assimilato a una composizione musicale, ma perché la ripetizione, l'accumulazione, la variazione e il ritorno dei motivi producono una struttura ritmica che Visconti può tradurre in durata, silenzio, movimento e musica. E non stupisce, in questa prospettiva, che appena due anni dopo il film, nel 1973, Benjamin Britten componga la propria opera Death in Venice, tornando direttamente alla novella di Mann e affidando ad Aschenbach la voce di un tenore, mentre Tadzio rimane una figura muta affidata alla danza: non una semplice ripetizione di Visconti, dunque, ma una nuova traduzione dello stesso materiale letterario, nella quale ciò che il cinema aveva affidato al volto, alla macchina da presa e all'Adagietto torna a essere interrogato dalla musica attraverso un'altra forma.
Resta allora, di questo triangolo che attraverso Britten si allarga fino a diventare una costellazione, non tanto la formula ormai consumata per cui la bellezza condurrebbe alla morte, o ne sarebbe l'esperienza — formula che rischia di chiudere in una sentenza generale ciò che la genealogia stessa ha mostrato essere assai più preciso e assai meno risolvibile — quanto il fatto che Aschenbach nasca già sotto il segno di morti che non gli appartengono, che la sua vicenda letteraria cominci nel momento in cui la vita di un musicista è appena finita e che la sua figura sia composta, fin dall'origine, di prestiti, memorie, biografie e desideri che Mann trasforma in un unico corpo immaginario. Le sue reincarnazioni successive — il compositore che Visconti gli sovrappone, il volto di Bogarde, l'Adagietto che ne diventa la voce interiore, il tenore di Britten — non fanno che prolungare questo processo, come se ogni nuovo linguaggio artistico fosse costretto a riaprire la stessa ferita e a cercare un'altra forma per rappresentarla. È qui che la metafora della «necromanzia estetica» acquista il suo significato più preciso: non perché l'arte possa davvero riportare in vita i morti, ma perché ogni nuova opera nasce appropriandosi di ciò che un'altra opera, o un'altra vita, ha già perduto, facendo della memoria una materia e della morte una condizione di sopravvivenza della forma. Venezia, città reale e insieme metafora, splendida e malata, sospesa sull'acqua che già ne contiene il disfacimento, diventa allora il luogo nel quale questo meccanismo si rende visibile: la città nasconde la peste mentre Aschenbach nasconde il desiderio, il trucco nasconde l'età mentre l'arte tenta di sottrarre alla morte ciò che essa stessa ha ricevuto dalla morte. E forse è proprio questo, più della formula secondo cui la bellezza sarebbe destinata a morire, ciò che La morte a Venezia continua a mettere in scena: che la bellezza non è mai innocente, perché ogni sua apparizione porta con sé la memoria di ciò che l'ha preceduta e la minaccia di ciò che la dissolverà, e che ogni arte chiamata a raccontarla finisce, consapevolmente o meno, per ripetere quel gesto originario con cui Mann prese il nome di un morto, lo mescolò alla memoria di un poeta e lo consegnò alla finzione, perché soltanto attraverso questa appropriazione la morte potesse continuare, ancora una volta, a parlare.