mercoledì 17 giugno 2026

Cunzirìa


C'è un filo invisibile, ma potentissimo, che lega i luoghi della letteratura alla nostra immaginazione. Non sono solo scenografie; diventano parte integrante della storia, personaggi muti che respirano lo stesso destino dei protagonisti. Lo so bene io, che da sempre sono un turista letterario senza vergogna, un pellegrino delle pagine stampate che cerca nella realtà l'eco dei mondi narrati. Questo è il racconto di uno di quei viaggi, un'immersione nel cuore della Sicilia di Giovanni Verga, alla ricerca di un luogo in particolare: la Canziria.

Quanto peso ha lo spazio nel definire una storia, o persino un'esistenza? A volte mi sembra che sia l'elemento più cruciale, quasi più del tempo. Pensate a Balzac senza la sua Parigi, o a Pessoa senza Lisbona. Sono quasi intercambiabili. Fin dall'infanzia, ho introiettato dosi massicce di quella che chiamo "cocaina letteraria," e pochi luoghi mi hanno emozionato come Croisset, dove Flaubert tesseva le sue epistole, o la Recanati del "Sabato del villaggio." Ho inseguito le tracce di Thomas Mann a Lubecca e sentito la sfida di Rastignac al Père Lachaise. Eppure, alcuni restano ancora puri toponimi, incatenamenti di sillabe che accendono il desiderio. Jasnaja Poljana, la tenuta di Tolstoj, è uno di questi: la immagino come una sterminata pianura di spighe dorate, un paesaggio mitico che spero un giorno di poter confrontare con la sua realtà fenomenica.

Ma è proprio quest'estate, assolata e pigra – "allionata di sole," come direbbe Stefano D'Arrigo – che ho deciso di smuovermi dal mio mare Jonio, dalle mie estati atarassiche, per incontrare i miei fantasmi letterari. Questa volta la meta era precisa: Vizzini, e con essa, la leggendaria Canziria.

Ho imboccato la statale per Ragusa, e subito mi sono trovato immerso nella terra di Verga. Valsavoia, Biviere di Lentini, Francofonte: nomi che risuonano dalle pagine di "La roba" e "Malaria." Il Biviere, che un tempo era un vasto stagno naturale e focolaio di malaria, oggi è un invaso artificiale per gli agrumeti. Immagino i contadini curarsi con decotti di eucalipto, prima che il chinino arrivasse a debellare il male. L'eucalipto stesso, con il suo profumo intenso, è un simbolo di questi luoghi, prima che il carrubo prenda il sopravvento nella marca ragusana.

L'arrivo a Vizzini mi ha sorpreso positivamente. Non l'asfalto, ma le bàsole di lava sotto le ruote, segno di un'urbanistica antica. Il paese si arrampica sulle colline, con le sue casette dignitose e le chiese barocche che ricordano la bellezza di Modica o Noto. In Piazza Marconi, ho trovato il monumento a Verga – o meglio, quello che resta di esso, con il cognome dello scrittore svanito dalla base, un simbolo dell'inerzia amministrativa locale. È qui che si apre la vallata dove immagino le vicende de "La Lupa," "Pane nero" e "Jeli il pastore."

Ma la vera sorpresa è stata la sede della Società operaia di mutuo soccorso, datata 1873. Un circolo con boiserie e vetrate liberty, che mi ha fatto riflettere. In un contesto verghiano dominato dall'individualismo e dalla "fatale necessità" dell'avere, trovarsi di fronte a un'organizzazione che esprimeva principi associativi e solidaristici è stato un cortocircuito affascinante. Mi piace questa Vizzini, con le sue contraddizioni e la sua storia ancora viva.

Ho deciso di rimandare il mio incontro con la Canziria all'ora della "controra," quando il paese si spopola e il sole "si alliona," un caldo inerte che stira il silenzio e fa frusciare i ramarri tra i fichidindia. L'ho raggiunta in macchina, percorrendo la "via Lombarda" fino a lasciare il paese alle spalle e scendere nello "stradone" che porta al vallone.

E lì, finalmente, l'ho vista. Il costone di montagna punteggiato da migliaia di pale di fichidindia, una terra arida e giallognola, un luogo di una "metafisica e aspra bellezza." Per me, non è solo pittoresco, ma anche un ricordo d'infanzia, l'eco del "vallone dell'Acquasanta" della mia borgata, il mio piccolo Scamandro. Qui, tra i ruderi di un antico insediamento contadino, un tempo forse una "Cunzirìa" (conceria) per via di quella minuscola troscia d'acqua che ancora scorre, si svolse il duello di "Cavalleria rusticana."

Rileggendo quelle battute – "Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell’affare" – comprendo ancora una volta che "Cavalleria rusticana" è sì una tragedia d'onore, ma soprattutto una tragedia economico-sociale. Non è il sesso, non è il tradimento sentimentale in sé a muovere Turiddu, ma la povertà. È una malattia che esclude dai giochi sociali, dal matrimonio, che in quella società agro-pastorale non era solo un destino individuale, ma una collocazione, un "posto nel mondo." Le interazioni di Turiddu con Santa sono permeate dal denaro: "Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa." I soldi sono l'ossessione che modella ogni relazione, ogni onore, ogni aspettativa.

Solo quando Santa, con rabbia e disprezzo, rivela ad Alfio la tresca, la tragedia prende la sua strada inesorabile, quella dell'onore tradito, che culmina nella morte di Turiddu tra questi stessi fichidindia dove mi trovo ora.

Il mio cellulare osa profanare questo luogo primitivo. È il momento di andare, mi aspettano al mare. Ma mentre mi allontano, tra la foschia della calura estiva, mi sembra di scorgere un puledro in fondo al vallone. E sento, anch'io, il desiderio di Jeli: "Io resto coi puledri."

Questo viaggio mi ha confermato quanto i luoghi non siano solo fondali, ma veri e propri attori nel dramma della vita e della letteratura. E tu, c'è un luogo che hai visitato (o vorresti visitare) che ha assunto un significato speciale grazie a un libro?

L'AIDS e la crisi della responsabilità collettiva

Alcune notizie passano quasi inosservate perché non producono il clamore delle guerre, delle crisi finanziarie o delle campagne elettorali. Eppure, a volte, sono proprio queste notizie silenziose a raccontare il futuro con maggiore precisione. L'allarme lanciato da UNAIDS sul rischio di compromettere venticinque anni di progressi nella lotta all'HIV/AIDS appartiene a questa categoria. Non è soltanto un rapporto statistico, né l'ennesima denuncia di un'organizzazione internazionale alla ricerca di attenzione mediatica. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il progressivo venir meno della capacità delle società contemporanee di prendersi cura di problemi che richiedono tempo, costanza e una visione politica che vada oltre il breve termine. In fondo, la storia dell'AIDS è sempre stata una storia controcorrente. Quando il virus fece la sua comparsa sulla scena mondiale, negli anni Ottanta, non si diffuse soltanto una malattia. Si diffuse la paura. Una paura che aveva molti volti: la paura dell'ignoto, della morte, del contagio, ma anche quella del diverso. Attorno all'HIV si costruirono stereotipi, discriminazioni e pregiudizi che contribuirono a rendere ancora più difficile il lavoro della medicina e della ricerca. Per molto tempo si preferì giudicare le persone invece di curarle, attribuire colpe invece di comprendere le cause, trasformare un'emergenza sanitaria in una questione morale. Ci volle un enorme sforzo collettivo per cambiare questa prospettiva. Medici, ricercatori, infermieri, volontari, associazioni, attivisti e milioni di persone direttamente coinvolte costruirono lentamente una cultura diversa, fondata sull'informazione, sulla prevenzione e sul diritto universale alla cura. Non fu una rivoluzione improvvisa. Fu il risultato di decenni di lavoro, di battaglie civili e scientifiche, di investimenti economici e di una crescente consapevolezza internazionale. Oggi sappiamo che l'HIV può essere prevenuto e controllato. Sappiamo che le persone sieropositive possono vivere a lungo e in buona salute. Sappiamo che la ricerca ha compiuto passi straordinari e che la prospettiva di porre fine all'AIDS come minaccia per la salute pubblica non appartiene al regno delle illusioni. Ed è proprio per questo che l'allarme di UNAIDS assume un significato così inquietante. Perché non ci sta dicendo che la scienza abbia fallito. Al contrario. Ci sta dicendo che il rischio nasce nel momento in cui la politica smette di sostenere ciò che la scienza rende possibile. È una differenza enorme. Una società incapace di trovare cure per una malattia può essere giustificata dai limiti delle conoscenze del proprio tempo. Una società che possiede gli strumenti per salvare vite umane ma sceglie di non utilizzarli compie invece una scelta precisa, anche quando tenta di presentarla come inevitabile. I tagli ai finanziamenti internazionali destinati alla lotta contro l'HIV/AIDS vengono spesso spiegati attraverso il linguaggio della necessità economica. Le risorse sono limitate, le emergenze aumentano, i governi devono stabilire delle priorità. È un argomento apparentemente ragionevole. Ma proprio il concetto di priorità merita una riflessione. Una priorità non è un dato naturale. Non esiste in natura una graduatoria delle sofferenze umane. Le priorità vengono costruite dalle società, dalle istituzioni e dalla politica. Ogni bilancio pubblico racconta una gerarchia di valori prima ancora che una distribuzione di risorse economiche. Il problema è che il nostro tempo sembra avere una particolare difficoltà a investire in ciò che non produce risultati immediatamente visibili. La prevenzione appartiene a questa categoria. Una campagna di screening che evita migliaia di contagi non produce immagini spettacolari. Un programma educativo nelle scuole non genera titoli sensazionali. Un centro sanitario che distribuisce farmaci e assistenza quotidiana raramente conquista le prime pagine dei giornali. Eppure sono proprio queste attività silenziose a costruire la salute pubblica. Quando funzionano, quasi non ci accorgiamo della loro esistenza. Quando vengono meno, i loro effetti emergono lentamente, spesso quando è ormai troppo tardi. C'è una sorta di paradosso che accompagna tutte le grandi conquiste della medicina moderna. Più una strategia sanitaria ha successo, più cresce il rischio che venga considerata superflua. Se diminuiscono i casi di una malattia, qualcuno si convince che non sia più necessario investire nella prevenzione. Se una terapia si dimostra efficace, qualcuno conclude che il problema sia stato risolto. È una logica che dimentica come ogni successo sanitario sia il prodotto di un equilibrio delicato. Interrompere gli investimenti significa mettere a rischio i risultati raggiunti. La questione, tuttavia, non riguarda soltanto i finanziamenti. Riguarda il modo in cui guardiamo il mondo. L'HIV colpisce ancora oggi soprattutto le persone che vivono situazioni di maggiore vulnerabilità sociale ed economica. La povertà, l'esclusione, la marginalità e la mancanza di accesso ai servizi sanitari continuano a rappresentare fattori decisivi. Per questa ragione la lotta all'AIDS non è mai stata esclusivamente una battaglia medica. È anche una battaglia contro le disuguaglianze. E qui emerge una delle grandi contraddizioni del XXI secolo. Viviamo nell'epoca della tecnologia avanzata, dell'intelligenza artificiale, delle missioni spaziali e delle innovazioni biomediche sempre più sofisticate. Produciamo una quantità di ricchezza senza precedenti nella storia dell'umanità. Eppure milioni di persone rischiano ancora di non poter accedere a farmaci essenziali e a servizi sanitari di base. Non è un problema di capacità tecnica. È un problema di distribuzione delle risorse e di volontà politica. Il fatto che l'obiettivo di eliminare l'AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030 possa essere compromesso da scelte finanziarie dovrebbe far riflettere profondamente. Significa che il principale ostacolo non è rappresentato dal virus, ma dalle priorità che le società contemporanee si danno. La medicina ha aperto una strada. Tocca alla politica decidere se percorrerla o abbandonarla. C'è poi un aspetto culturale che merita attenzione. L'AIDS sembra essere scomparso dal dibattito pubblico. Se ne parla poco, soprattutto nei Paesi occidentali. Le nuove generazioni hanno una percezione molto diversa rispetto a quelle che hanno vissuto gli anni più duri dell'epidemia. Da un lato questo è il risultato dei progressi scientifici, dall'altro rischia di alimentare una pericolosa amnesia collettiva. Una società che dimentica le proprie crisi passate diventa più vulnerabile alle crisi future. La memoria, in questo senso, non è un esercizio nostalgico. È uno strumento di responsabilità. Ricordare ciò che l'AIDS ha rappresentato significa ricordare il prezzo pagato da milioni di persone, le sofferenze delle famiglie, il lavoro instancabile del personale sanitario, le battaglie contro lo stigma e le discriminazioni, gli errori politici e i successi della ricerca scientifica. Significa anche ricordare che i diritti conquistati possono essere perduti se non vengono continuamente difesi. Forse il punto centrale della questione è proprio questo. Siamo abituati a immaginare il progresso come un movimento naturale, quasi automatico. Pensiamo che il futuro sarà necessariamente migliore del passato e che ogni conquista sia destinata a consolidarsi nel tempo. Ma la storia insegna il contrario. Nulla è irreversibile. I diritti sociali possono essere ridotti, le conquiste civili possono essere messe in discussione, i sistemi sanitari possono indebolirsi e le malattie che sembravano sotto controllo possono tornare a diffondersi. L'allarme di UNAIDS ci costringe dunque a interrogarci su che cosa significhi davvero il concetto di civiltà. Una società civile non si misura soltanto dalla ricchezza che produce o dalle tecnologie che sviluppa. Si misura anche dalla capacità di proteggere le persone più fragili, di investire nel bene comune e di non lasciare indietro chi rischia di essere dimenticato. La salute pubblica è uno degli indicatori più affidabili della qualità democratica di una comunità, perché richiede solidarietà, cooperazione e una visione del futuro che superi gli interessi immediati. Il destino della lotta all'HIV/AIDS, in fondo, rappresenta una metafora del nostro tempo. Abbiamo gli strumenti per affrontare grandi problemi globali, ma spesso manca la determinazione necessaria per utilizzarli fino in fondo. Possediamo conoscenze scientifiche straordinarie, ma fatichiamo a tradurle in politiche stabili e condivise. Celebriamo il progresso, ma dimentichiamo che il progresso richiede manutenzione continua. Per questo l'allarme di UNAIDS non dovrebbe essere accolto come una semplice richiesta di maggiori finanziamenti. Dovrebbe essere interpretato come una domanda rivolta a tutti noi. Che tipo di società vogliamo costruire? Una società che interviene soltanto quando l'emergenza è esplosa e le immagini della sofferenza diventano impossibili da ignorare, oppure una società capace di prevenire, programmare e investire nel lungo periodo? La risposta a questa domanda non riguarda soltanto il futuro dell'AIDS. Riguarda il futuro dell'idea stessa di salute come diritto universale e, in definitiva, il grado di umanità che saremo capaci di conservare in un mondo sempre più ricco di mezzi e sempre più povero di memoria.

martedì 16 giugno 2026

Aldo Busi e il romanzo della giovinezza negata

“Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi: forma, autobiografia, letterarietà

All’uscita nel 1984, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi fu un oggetto narrativo nuovo: sfrontato, colto, dolente, iperletterario e insieme scandalosamente carnale. Riletto oggi, a distanza di decenni, si conferma come un romanzo difficile da incasellare in una forma tradizionale. L’impianto potrebbe suggerire un Bildungsroman, un romanzo di formazione: vi è un protagonista giovane, in lotta con il mondo, e il libro accompagna la sua traiettoria, disseminata di esperienze, fughe, dolori e rifiuti. Ma l’apparente sviluppo verso la maturità non è né lineare né, soprattutto, finalizzato a un’acquisizione o a un’integrazione nell’ordine sociale o simbolico. Non c’è né il matrimonio finale, né la conciliazione hegeliana con il “mondo”, come vuole la tradizione del genere. Al contrario, ciò che viene narrato è il consolidarsi di un’identità “diversa”, irriducibilmente altra, che non si forma, ma si conferma nella sua opposizione inassimilabile.

In questo senso, Seminario non è un romanzo di formazione, ma piuttosto una fenomenologia del negativo: la giovinezza qui non è il tempo dell’apprendistato e del superamento, ma l’epoca in cui emerge con chiarezza il nucleo inassimilabile dell’essere. Il protagonista, Barbino, non cresce: si esibisce, si disgrega, si esilia. E tuttavia l’intero libro si costruisce sull’energia propulsiva della giovinezza come tempo dell’ostinazione, della disobbedienza e della solitudine, senza cedere al tentativo di raddrizzarla in un arco pedagogico.

È un romanzo profondamente autobiografico, certo. Ma la sua autobiografia è, per così dire, “apocrifa”. Non nel senso che sia falsa, ma perché – come insegna Svevo – è da un personaggio letterario che risale, più che discendere, un autoritratto. Busi alterna con sapienza e ironia i registri della prima e della terza persona: in certi capitoli parla in prima persona, in altri adotta il filtro di Barbino, maschera letteraria trasparente. Questo gioco di specchi non è indecisione, ma scelta stilistica consapevole: ci invita a sospendere la credulità documentaria per entrare in un mondo in cui la verità del sé si trova solo attraverso la contraffazione, il travestimento, il linguaggio. Busi ha scelto entrambe le strade dell’autobiografia: quella à la Rousseau (dal sé al personaggio) e quella à la Svevo (dal personaggio al sé), spingendo la dialettica fra realtà e finzione alle sue estreme conseguenze.

È proprio questa costruzione letteraria consapevole a distinguere il romanzo da gran parte della narrativa generazionale degli anni Ottanta. Dopo il silenzio letterario (o la militanza ideologica) degli autori legati al Sessantotto, gli anni successivi conobbero un ritorno alla scrittura individuale, ma spesso in forme improvvisate, diaristiche, effimere: una narrativa da “instant book”, più incline all'autocommiserazione adolescenziale o all’estetica del “trip” che al progetto di un romanzo compiuto. In questo panorama, Busi si presenta come un autore che riprende in mano la “partitura” classica: scrittura sorvegliata, costruzione narrativa, consapevolezza delle convenzioni, lavoro di cesello sullo stile. E allo stesso tempo, nella sua prosa, si infiltra un registro orale, parlato, come concessione consapevole – e sorvegliata – alla propria generazione.

La forma del romanzo è dunque ibrida, oscillante fra classico e moderno: da un lato richiama la grande tradizione sette-ottocentesca del romanzo-sinfonia; dall’altro, vi introduce il disordine febbrile della contemporaneità. Esemplare è il celebre incipit, tra i più folgoranti della narrativa italiana degli ultimi decenni:

«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, nemmeno una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco [...]».

Segue un’ellissi e poi un inizio narrativo “classico”:

«Di venerdì, la madre di Barbino partiva con la bicicletta per andare al mercato da Vighizzolo a Montichiari...»

Siamo nel dominio della narrativa tradizionale, tipo la marquise sortit à cinq heures, eppure ci viene da pensare che proprio questo attacco consueto sia oggi il più radicale dei gesti letterari: riconsegnare alla letteratura la possibilità di dire la vita senza cedere al puro frammento o alla smania di autenticità.

I momenti più riusciti del romanzo sono quelli ambientati in Italia, dove la voce di Barbino e il suo mondo trovano un ritmo affabulatorio potente, dolente e godibile. Emblematico è il lungo brano intitolato Diario di un barista, ambientato nel celebre bar “Pinguino” di via Verri, a Milano – frequentato da Busi stesso e da Eugenio Montale, che abitava lì vicino. L’autore racconta di aver servito il poeta, accompagnandolo talvolta a passeggio:

«Devo dire che questo vecchio mi è stato simpatico alla prima occhiata: sembra un pachiderma etilico del tutto incapace di fare sia il male che il bene – una forma fisiologica riscattata dal fatto di aver prodotto la poesia giusta al momento giusto [...]».

Più avanti, il giudizio si fa affilato, quasi brutale:

«Mio Dio, con tutti i soldi che deve rendergli la sua malinconia».

Si tratta di un passaggio emblematico della prosa di Busi: sprezzante, consapevole, sempre sospesa fra lo slancio lirico e la rasoiata iconoclasta. Proprio questo doppio registro – lirismo e sarcasmo, confessione e maschera – costituisce la cifra più autentica di un autore che, con il suo Seminario, ha restituito al romanzo italiano una possibilità piena: quella di farsi ancora luogo di verità, attraverso il paradosso della finzione.

La lingua come corpo e come campo di battaglia

Una delle componenti più radicali e innovative del Seminario è la lingua. Busi la tratta non come uno strumento neutro, ma come un corpo pulsante, intriso di erotismo, violenza, ironia, sfida. La sua prosa è densissima, sovraccarica, disinibita: non teme l’arcaicismo né il neologismo, alterna latino, dialetto, termini aulici e registri pop, con un’abilità da virtuoso che fa pensare tanto a Gadda quanto a Céline. Tuttavia, a differenza di entrambi, il corpo della lingua in Busi non è solo lo specchio di un mondo in disfacimento (come in Gadda) né uno sfogo di frustrazione antiborghese (come in Céline): è il luogo stesso in cui si combatte la battaglia per la sopravvivenza dell’io.

Barbino – e con lui Busi – si rifiuta di adeguarsi alla lingua standard, cioè alla lingua dell’ordine, della borghesia, della sessuofobia, dell’omertà. Il suo italiano è un’offensiva continua contro la neutralità linguistica. A ogni pagina, si percepisce il tentativo di sabotare le convenzioni, anche a costo di suonare eccessivo, ridondante, grottesco. Il risultato è una prosa a tratti scomoda, che non cerca mai la gradevolezza, ma l’urto.

Ciò è particolarmente rilevante perché Seminario sulla gioventù si impone nel cuore di un’epoca letteraria italiana che, tra gli anni Settanta e Ottanta, stava riducendo la propria ambizione stilistica: si assisteva, da una parte, al dominio del minimalismo giornalistico e, dall’altra, alla proliferazione di scritture “popolari” (la narrativa di consumo, i romanzi televisivi, la new wave autobiografica), per lo più disinteressate alla sperimentazione formale. Il romanzo di Busi si erge, allora, come un gesto di rottura sia rispetto al canone colto che rispetto alla narrativa bassa: è colto, ma mai accademico; è narrativo, ma mai accomodante. È, in fondo, una forma di militanza estetica.

Erotismo e alterità: il corpo queer

Altro elemento ineludibile è la centralità dell’erotismo e della sessualità. Non in quanto mero oggetto narrativo – il sesso come esperienza, consumo, piacere – ma come cifra identitaria, rivelazione, linguaggio. La sessualità omosessuale, nei romanzi italiani precedenti, era sempre stata nascosta, condannata, o narrata come eccezione tragica (si pensi a Bassani, a Pasolini, persino a Moravia). In Busi, invece, essa è mostrata in modo diretto, esibito, talvolta persino comico, sempre però come esperienza totalizzante, non negoziabile, non vittimistica.

Il corpo queer di Barbino/Busi è un campo magnetico: suscita desiderio, paura, riprovazione, abbandono, ma mai indifferenza. E anche qui la lingua è coinvolta in prima linea: non c’è un solo aggettivo, un solo participio che non partecipi alla lotta per l’autodeterminazione. Il corpo dell’autore e il corpo del testo si fondono. La letteratura non serve a dire cosa si è, ma a esserlo nella scrittura: con la sua pienezza, il suo fastidio, la sua gloria e la sua vergogna.

In questo senso, Seminario sulla gioventù è anche un romanzo teorico: una riflessione incarnata su cosa significhi essere queer in un’Italia ancora provinciale, bigotta, repressiva – un’Italia che si riconosce solo nei padri, nelle madri, nel matrimonio, nel cattolicesimo, nel compromesso. Barbino, invece, non chiede inclusione, ma affermazione. Non chiede riconoscimento, ma diritto alla differenza irriducibile.

Risonanze europee

Pur essendo un’opera radicalmente italiana, il romanzo di Busi si colloca nel solco della grande letteratura europea della soggettività deviata, spezzata, eccedente. Si potrebbe costruire una genealogia ideale che, passando per Genet, Proust, Gide, si innesti in Busi come una gemma anarchica. Ma vi è anche qualcosa di profondamente moderno, o meglio postmoderno, in questa scrittura: l’ossessione per il doppio, per il travestimento, per la maschera come unica verità possibile. È una scrittura che somiglia alla performance: non documenta, ma diventa ciò che narra.

E proprio in virtù di questa sua natura performativa, Seminario sulla gioventù può essere letto come un testo fondativo per quella che diventerà, negli anni successivi, una linea carsica della letteratura italiana queer. Non è un caso che molti autori e autrici delle generazioni successive – da Tondelli a Trevi, da Valeria Parrella a Walter Siti – abbiano dovuto misurarsi, più o meno implicitamente, con il modello busiano: un modello esigente, ingombrante, inimitabile. Un modello che ha alzato il tono, lo stile, la posta in gioco.

Conclusione: un’opera ancora attiva

A oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione, Seminario sulla gioventù resta un libro scomodo e vivo, che resiste al tempo perché lo anticipa. È un’opera che non si lascia esaurire nella sua aneddotica biografica, né nel suo valore storico-letterario. È un corpo testuale che continua a battere sotto la pelle della lingua italiana. Chi lo legge oggi, con sguardo libero da nostalgie o revisionismi, non può che coglierne la forza ancora attuale: quella di un’autonarrazione spinta ai limiti della sincerità e della menzogna, una confessione scritta contro la morale, ma anche contro il cinismo. Un libro radicale, nel senso più nobile e raro del termine: va alle radici, senza chiedere permesso.

Sì, ed è importante dirlo: Seminario sulla gioventù è anche un libro profondamente sbilanciato, narcisistico, talvolta estenuante. Il suo stile ipertrofico, tanto celebrato per ricchezza e originalità, può facilmente apparire ridondante, compiaciuto, persino stucchevole a chi non ne condivide il registro o non accetta l’estetica dell’eccesso come categoria letteraria.

Il monologo interiore che struttura buona parte del romanzo tende a chiudersi su sé stesso: l'io narrante diventa a tratti un soliloquio assoluto, impermeabile a qualsiasi alterità reale. I personaggi che circondano Barbino appaiono spesso funzionali, sagome accessorie al dispiegamento del suo io-mondo. La scrittura, invece che essere mezzo di dialogo con il lettore, diventa spesso specchio. Ci si può sentire esclusi, se non addirittura respinti, dalla violenza con cui Busi impone la propria soggettività sulla pagina.

Inoltre, l’esibizione continua del desiderio, del corpo, della rivolta sessuale, finisce talvolta per perdere la sua forza sovversiva e diventare manierismo. Quando tutto è costantemente eccessivo, nulla lo è davvero. C’è nel libro un rischio (talvolta compiuto) di pornografia dell’io, in cui l’autenticità si confonde con il narcisismo, e la confessione si tramuta in esibizionismo fine a sé stesso.

Dal punto di vista strutturale, il romanzo non ha un vero centro narrativo: la trama è intermittente, slabbrata, spesso sacrificata in nome della digressione. Il lettore che cerca un’evoluzione, un’arco, una trasformazione riconoscibile del protagonista, rischia la frustrazione: Barbino è già tutto quello che sarà fin dall’inizio, e il romanzo non fa che dispiegare le sue maschere, non i suoi cambiamenti.

Si possono avanzare altre critiche — non meno fondate, e forse ancora più strutturali. Seminario sulla gioventù, nel suo furore espressivo e nella radicalità del progetto, presenta alcune debolezze che vanno ben oltre il gusto personale. Proviamo ad articolarle:

1. Una falsa universalità mascherata da confessione individuale

Per quanto venga celebrato come libro della rivelazione personale, della confessione più autentica, il romanzo in realtà mette in scena una soggettività che finge di essere universale. L’esperienza di Barbino, per quanto minoritaria e scandalosa, si arroga il diritto di rappresentare la gioventù, la ribellione, l’unica verità possibile dell’essere omosessuale. Questo gesto totalizzante cancella qualsiasi pluralità: chi non condivide la sua visione — magari un giovane omosessuale cresciuto in un altro contesto, o semplicemente con un’altra sensibilità — rischia di sentirsi espulso, giudicato, persino ridicolizzato.

2. La retorica dell’intelligenza assoluta

Il narratore (e con lui l’autore, inevitabilmente) mostra una presunta superiorità intellettuale che sconfina spesso in una forma di disprezzo per tutto ciò che è comune, mediocre, istituzionale, normativo. L’intelligenza di Barbino – e di Busi – non dialoga mai davvero con il mondo: lo domina, lo seziona, lo giudica. Questo atteggiamento crea una verticalità etica e culturale che può risultare respingente: chi non capisce, non merita, sembra dire ogni pagina del libro. È una forma di élitismo dell’“anormale” che finisce col riprodurre il peggiore dei conformismi: quello dell’eccezione compiaciuta di sé.

3. Il corpo come prigione invece che liberazione

Nonostante l’apparente celebrazione del corpo e del desiderio, c’è nel romanzo una strana ripetizione ossessiva del corpo come unica via di senso, come unica fonte di verità. Non si dà pensiero senza carne, né amore senza consumo erotico. Questo finisce per svilire la possibilità di un discorso sull’intimità che non sia necessariamente carnale o violento. Il corpo diventa feticcio, più che spazio di liberazione. E talvolta questa insistenza genera il paradosso di un linguaggio che pretende di liberare ma che, proprio per la sua ossessività, finisce per incarcerare.

4. Un’idea cupa, chiusa, non redimibile di società

Il mondo esterno, gli adulti, la scuola, la famiglia, la religione, tutto ciò che è altro da Barbino, è mostrato come oppressivo, fallito, ridicolo. Ma non c’è mai un tentativo reale di analisi, di comprensione. Il romanzo si affida alla forza della denuncia, non alla complessità dello sguardo. In questo senso, il libro è molto meno sovversivo di quanto sembri: è distruttivo, ma non davvero critico. Dove la letteratura potrebbe generare pensiero, Seminario sulla gioventù preferisce spesso lo sputo, lo schiaffo, lo sberleffo. Gesti potenti, certo, ma che alla lunga si consumano da soli.

5. Una lingua che a volte si avvita su sé stessa

La prosa di Busi è ricchissima, barocca, inventiva. Ma proprio per questo rischia l’autismo letterario. Le frasi si inseguono, si contorcono, si gonfiano fino a scoppiare. La bellezza si fa sfoggio, e lo sfoggio diventa vezzo. C’è chi ha visto in questa scrittura un atto di libertà. Ma è legittimo domandarsi se non sia anche una forma di gabbia — una lingua che, nel suo tentativo di rompere la forma, finisce per divorarla.

Seminario sulla gioventù è sì un libro monumentale, ma non immune da cecità. È un libro che lotta per demolire i muri dell’ipocrisia, ma ne costruisce di nuovi, a propria immagine. È un grido, sì, ma un grido che a volte non ascolta, che non lascia spazio al silenzio, né all’altro. Forse è per questo che resta imprescindibile — e insieme, per molti, insopportabile.

E qui quel confronto tra Busi e Gadda, che scava nel cuore delle loro differenze stilistiche, filosofiche e linguistiche.

La distanza tra Aldo Busi e Carlo Emilio Gadda non è soltanto una questione di stile, ma una frattura profonda che si apre nel modo stesso di concepire la scrittura, il linguaggio e la funzione dell’arte letteraria. È come confrontare due poli opposti di una stessa energia letteraria: da un lato la lingua come indagine, come costruzione di un mondo e insieme come svelamento delle sue contraddizioni più profonde; dall’altro la lingua come strumento di rottura, di sovversione, di affermazione feroce di sé.

Carlo Emilio Gadda rappresenta uno degli esempi più alti e complessi della letteratura italiana novecentesca proprio per il modo in cui riesce a fare del linguaggio un laboratorio di realtà. La sua prosa è un magma in cui dialetti, registri colti e tecnicismi si mescolano per raccontare non solo la storia, ma soprattutto l’inafferrabile complessità del reale. Gadda non si limita a descrivere: scava, dissotterra, crea mappe geologiche del dolore umano e sociale. In opere come La cognizione del dolore o Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, la lingua è il luogo in cui si consuma una lotta titanica, una lotta che riflette il tormento interiore del personaggio e quello di un’intera società lacerata.

Quello che colpisce in Gadda è il modo in cui la sua scrittura, pur essendo spesso ostica, difficilissima, si carica di una musicalità interna e di un senso profondo di pietas. La sua ironia è stratificata, non mai banale o fine a sé stessa: è l’arma con cui svela le ipocrisie, con cui mette a nudo la tragicità della condizione umana. Ogni parola ha un peso, una storia, una relazione con le altre parole, in un sistema complesso che riflette la natura stessa della realtà: frammentata, caotica, in continuo mutamento.

Dall’altro lato, Aldo Busi incarna una modalità completamente diversa di confrontarsi con la lingua e con il romanzo. La sua scrittura è spesso furiosa, trasgressiva, volutamente provocatoria. Busi non sembra interessato a costruire un mondo complesso attraverso il linguaggio, ma piuttosto a farne esplodere i limiti, a smascherarne le convenzioni e a usare la lingua come uno strumento di rivolta e di autoaffermazione. La sua prosa è più rapida, a tratti sguaiata, spesso "urlata", e si muove su un terreno dove la forma è un campo di battaglia in cui egli combatte con le parole come un ribelle che non cerca compromessi.

In questo senso, il linguaggio di Busi appare distante anni luce dall’approccio di Gadda. Mentre Gadda è lo scienziato del linguaggio, l’ingegnere del caos che tenta di domare la complessità con una scrittura stratificata e profondamente meditata, Busi è il performer, il punk della letteratura italiana, che vuole scuotere, disturbare, imporre la propria presenza con forza e talvolta con arroganza.

Un altro elemento chiave che separa i due autori è il rapporto con la complessità e la verità. Gadda è ossessionato dall’infinita complessità del reale, e la sua lingua riflette questa ossessione: è una lingua tormentata, sofferta, fatta di scarti, errori calcolati, digressioni e riprese continue. In lui, la scrittura è un atto di conoscenza, una ricerca continua che non concede facili risposte. Ogni frase è una sfida alla realtà e al lettore, che deve accettare di perdersi in un labirinto di significati e contraddizioni.

Busi, invece, sembra più interessato alla performance della scrittura come manifestazione di sé e della propria rabbia. La sua lingua è più diretta, più immediata, meno stratificata, e spesso più narcisistica. Non si tratta di un’esplorazione profonda del reale, ma di un’esplosione del sé nel linguaggio, un modo per affermare la propria identità e la propria opposizione al mondo. È una scrittura che si misura con il contemporaneo, con le pulsioni della generazione di cui Busi è voce, ma che spesso manca di quella profondità e complessità che caratterizzano Gadda.

Dal punto di vista della tradizione letteraria, Gadda si inserisce in un solco lungo e prestigioso, erede della grande narrativa modernista europea, capace di rinnovare la lingua e il romanzo attraverso la sua cifra stilistica unica. La sua è una lingua che si misura con la storia e con la cultura, che sa essere insieme alta e popolare, colta e dialettale, ironica e tragica.

Busi invece appare più come un innovatore provocatorio, che sceglie di rompere con le regole, di abbandonare spesso la mediazione letteraria a favore di un linguaggio più immediato e provocatorio. La sua scrittura è dunque più “punk”, più ribelle, più legata a un presente che vuole scuotere e mettere in discussione le forme consolidate.

Si potrebbe dire, parafrasando, che mentre Gadda cerca disperatamente il senso attraverso la complessità e il dolore, Busi preferisce sbriciolare quel senso in frammenti, in urla, in provocazioni. Non è un caso che la scrittura di Busi sia spesso percepita come un atto performativo, dove l’autore si mette in scena e usa la lingua per affermare la propria identità e la propria opposizione al mondo, più che per costruire un universo narrativo complesso e stratificato.

In definitiva, due scrittori estremi, sì. Due approcci alla letteratura e alla lingua che si guardano con sospetto e forse con un’incomprensione reciproca. Gadda, con la sua scrittura-labirinto, che è anche un invito al lettore a immergersi in una ricerca di senso difficilissima ma immensamente gratificante; Busi, con la sua scrittura-urlo, che vuole scuotere le fondamenta e stravolgere le regole per affermare un io ribelle e indomabile.

La distanza tra loro è dunque non solo stilistica, ma anche filosofica: da un lato l’accettazione tormentata della complessità del mondo e del linguaggio come strumento per tentare di comprenderlo; dall’altro il rifiuto, la rottura, l’esplosione come atto di affermazione di sé contro un mondo percepito come alienante e ingiusto.

Ecco, forse la differenza più profonda è questa: Gadda, nonostante tutta la sua follia e la sua complessità, cerca ancora disperatamente un senso, una verità dietro il caos. Busi, al contrario, preferisce infrangere il senso, demolire le certezze, e rivendicare la libertà di un io che si afferma proprio nella sua irriducibile diversità e opposizione.

Si potrebbe dire che Gadda è il tragico della lingua italiana, mentre Busi è il suo clown dissacrante. Entrambi necessari, entrambi espressione di un’epoca e di un modo di vivere la parola, ma radicalmente lontani in ciò che quella parola vuole fare e dire.

Aldo Busi si è sempre distinto non soltanto per la sua scrittura ma soprattutto per il modo in cui si è posto pubblicamente, con un atteggiamento che sfiora spesso la teatralità più accentuata, un vero e proprio spettacolo dell’ego. Questa sua propensione al protagonismo lo ha reso un personaggio unico nel panorama letterario, ma anche parecchio divisivo. Più che uno scrittore che si limita a lasciare parlare le sue opere, Busi ha scelto di mettere sé stesso al centro della scena, rendendo il proprio nome quasi un marchio di fabbrica da esibire con orgoglio e non di rado con un pizzico di spocchia. L’idea di sé come “il più autore italiano” non è mai stata velata da una timida modestia, ma esibita come un vero e proprio manifesto.

Questa forte autopercezione, che potremmo definire quasi come una forma di mitomania letteraria, non è qualcosa di raro nel mondo degli artisti, ma in Busi si accompagna a una retorica spesso provocatoria e a un gusto per la polemica che ha fatto di lui un “personaggio pubblico” oltre che uno scrittore. La sua comunicazione, fatta di interviste, dichiarazioni, recensioni e spesso di attacchi frontali a colleghi e istituzioni, appare un tentativo continuo di mettere in discussione tutto, di rompere schemi, ma anche di imporre la propria visione con forza quasi autoritaria. Si può dire che Busi abbia fatto del “disagio” e della sfida culturale la sua cifra stilistica anche fuori dalla pagina.

Questa sua posizione, tuttavia, non è stata accolta con unanimità. Da una parte, infatti, c’è chi ammira la sua capacità di scuotere le coscienze, di essere un outsider che non ha paura di svelare verità scomode o di mettere in discussione il sistema letterario, la società, le regole del gioco. Dall’altra, invece, molti critici, colleghi e anche lettori percepiscono questo atteggiamento come un limite, un ostacolo a un confronto autentico e profondo. L’impressione che dà è quella di un autore che più che confrontarsi con gli altri, preferisce imporsi sopra gli altri, quasi con un tono di sfida personale che rischia di alienarlo progressivamente.

In particolare, questa dimensione “divistica” di Busi – la sua autocelebrazione costante e la sua convinzione di essere un unicum nella letteratura italiana – ha generato un isolamento intellettuale non trascurabile. Se nel passato certi atteggiamenti simili hanno a volte contribuito a creare un alone di leggenda attorno a figure letterarie (pensiamo ad esempio a D’Annunzio), nel caso di Busi il risultato è stato spesso quello di una solitudine culturale, dovuta anche al fatto che il suo modo di porsi è percepito come eccessivamente aggressivo o sprezzante nei confronti dei colleghi.

Non si tratta solo di vanità fine a sé stessa, ma di una strategia comunicativa e identitaria che da un lato lo colloca in posizione di antagonista rispetto a un sistema che definisce, a volte con termini duri, come conformista o ipocrita; dall’altro lato però questa stessa strategia ha costruito una specie di barriera, una separazione netta tra lui e il resto del mondo letterario istituzionale o accademico. Questo isolamento non ha impedito certo a Busi di mantenere una certa popolarità, ma ha limitato la sua capacità di dialogo e confronto, elementi fondamentali per un autore che voglia lasciare un’impronta duratura e condivisa.

Ciò che emerge dunque è un personaggio complesso, che ha scelto di incarnare una figura di scrittore “scomodo” e “sfrontato”, qualcuno che non solo scrive ma interpreta la letteratura come un campo di battaglia, dove la sfida non è solo stilistica o tematica, ma soprattutto personale. La sua autopercezione di “maestro” e “dominatore” del discorso letterario diventa così parte integrante della sua poetica, un modo per costruire intorno alla propria opera un’aura di unicità che però rischia, al tempo stesso, di diventare una gabbia.

Il suo atteggiamento può risultare affascinante, perché è indice di una forte coerenza interna e di una precisa volontà di emergere in un panorama spesso conformista o abitudinario. Ma può anche essere un limite, perché la pretesa di essere il “più autore italiano” non lascia molto spazio al confronto paritario o al dialogo aperto, riducendo la letteratura a un monologo spesso duro, autocelebrativo e a tratti autoreferenziale.

Questa complessità dell’atteggiamento di Busi va inserita nel contesto più ampio della letteratura italiana degli ultimi decenni, caratterizzata da grandi trasformazioni, da crisi di identità e da un rinnovato senso di frammentarietà. In questo scenario, Busi si presenta come una voce potente e provocatoria, ma anche difficile da inquadrare o da accettare senza riserve

Va detto che l’atteggiamento provocatorio di Busi – quel rifiuto sistematico di ogni mediazione, di ogni patteggiamento con la convenzione – può risultare, alla lunga, monocorde. La ribellione che non conosce pause, che non si confronta mai con un’alterità reale, corre il rischio di diventare dogma rovesciato, autoritarismo dell’anti.

In sintesi: Seminario sulla gioventù è un romanzo importante e potentissimo, ma anche fragile, sbilanciato, eccessivo nel senso meno virtuoso del termine. È un libro che chiede moltissimo al lettore, senza offrirgli quasi mai riposo. Ma forse proprio in questa sua ingratitudine, in questa sua incapacità di piacere, sta il suo valore: è un libro che non cerca l’amore, ma il trauma. E non sempre chi legge ha voglia di uscirne ferito.

Jole de Sanna

La vicenda intellettuale di Jole de Sanna rappresenta uno di quei casi, non infrequenti nella storia della cultura italiana, in cui il valore di una figura appare inversamente proporzionale alla sua notorietà pubblica. Più il tempo passa, infatti, più emerge con chiarezza quanto il suo contributo alla critica e alla storia dell'arte del secondo Novecento sia stato originale, rigoroso e anticipatore, mentre continua a permanere una conoscenza limitata della sua opera al di fuori degli ambienti specialistici. Si tratta di un paradosso solo apparente. De Sanna apparteneva infatti a quella categoria di intellettuali che hanno costruito la propria autorevolezza non attraverso la ricerca del consenso o della centralità mediatica, ma mediante un lavoro costante, paziente e profondamente coerente di studio, insegnamento, confronto con gli artisti e partecipazione diretta alla vita culturale del proprio tempo. Guardare oggi alla sua esperienza significa confrontarsi con un modello di critica d'arte che sembra provenire da un'altra stagione culturale. Una stagione nella quale il critico non era semplicemente un commentatore delle opere, un mediatore tra il pubblico e il sistema dell'arte o un interprete delle mode del momento, ma un soggetto attivo della ricerca artistica, un interlocutore degli artisti, un costruttore di relazioni culturali e un protagonista della riflessione teorica. Nel caso di Jole de Sanna questa funzione assume un significato ancora più profondo, perché la sua attività non si è mai limitata all'analisi estetica delle opere, ma ha sempre cercato di coglierne le implicazioni filosofiche, storiche e antropologiche, restituendo all'arte quella complessità che troppo spesso viene sacrificata alle esigenze della comunicazione e del mercato. La prima impressione che emerge dalle testimonianze di quanti l'hanno conosciuta riguarda il suo carattere. Jole de Sanna possedeva una qualità sempre più rara negli ambienti culturali: una naturale autorevolezza priva di qualsiasi volontà di dominio. Non aveva bisogno di occupare il centro della scena per essere ascoltata. La sua presenza era discreta, il tono della conversazione misurato, i giudizi ponderati, ma dietro questa apparente pacatezza si nascondeva una straordinaria forza intellettuale. Era una donna capace di sostenere le proprie idee con fermezza, senza mai trasformare il confronto culturale in una lotta di vanità personali. Questo aspetto assume un valore particolare se si considera il contesto storico nel quale si trovò a operare. Il mondo dell'arte italiana tra gli anni Settanta e i primi anni Duemila fu attraversato da profonde trasformazioni, da conflitti teorici, da nuove tendenze e da inevitabili competizioni personali. De Sanna partecipò pienamente a quella stagione, senza però lasciarsi trascinare dalle dinamiche più superficiali del sistema artistico. La sua attenzione rimase costantemente rivolta alle opere, agli artisti, alle idee e ai problemi che riteneva davvero significativi. In questo senso appare particolarmente illuminante il ritratto che ne ha lasciato Lea Vergine, una delle maggiori critiche d'arte italiane del Novecento. Le sue parole non descrivono soltanto una studiosa competente, ma una personalità quasi fuori dal tempo, animata da una curiosità inesauribile e da una capacità di entusiasmo che sembrava non diminuire mai. Vergine ricorda una donna capace di emozionarsi davanti alla scoperta di un documento, di un dettaglio, di un collegamento inatteso, e di condividere quella gioia con gli altri attraverso un racconto appassionato. È un ricordo che permette di comprendere un aspetto fondamentale della personalità di de Sanna. La sua ricerca non nasceva da un semplice dovere professionale, ma da una necessità interiore. Studiare significava per lei entrare in relazione con le opere e con gli artisti, cercare di comprendere il loro pensiero, ricostruire le connessioni invisibili che attraversano la storia dell'arte. Da questo punto di vista la sua attività critica può essere considerata una forma di partecipazione esistenziale prima ancora che una professione. Questa partecipazione, tuttavia, non degenerò mai in sentimentalismo. Al contrario, uno degli aspetti più sorprendenti della sua opera consiste proprio nella capacità di mantenere un equilibrio tra coinvolgimento personale e rigore metodologico. Jole de Sanna amava profondamente gli artisti di cui si occupava, ma non rinunciava mai alla precisione dell'analisi, alla verifica delle fonti, al confronto con i documenti e con il contesto storico. La sua formazione culturale e il suo temperamento intellettuale la portarono infatti a sviluppare un metodo di lavoro estremamente rigoroso. Ogni interpretazione nasce da una lunga sedimentazione di letture, confronti e verifiche. Ogni intuizione è sostenuta da un'attenta ricostruzione delle vicende storiche e culturali. Ogni giudizio cerca di tenere insieme il dato materiale dell'opera e il sistema teorico che l'ha generata. Questa attitudine si riflette perfettamente nella sua scrittura. Le pagine di de Sanna non conoscono l'enfasi retorica né il gusto dell'effetto spettacolare. La lingua è asciutta, essenziale, precisa. Ogni parola sembra avere una funzione specifica all'interno del ragionamento. Non esistono digressioni gratuite né compiacimenti stilistici. Eppure questi testi non risultano mai freddi. Al contrario, sono attraversati da una tensione continua che deriva dalla partecipazione autentica dell'autrice ai problemi che affronta. Leggere i suoi saggi significa entrare in un laboratorio di idee nel quale il pensiero si sviluppa progressivamente attraverso osservazioni, confronti e rimandi. Le conclusioni non vengono imposte al lettore, ma costruite passo dopo passo, seguendo il filo di un ragionamento che cerca continuamente nuove verifiche e nuovi approfondimenti. Una caratteristica particolarmente significativa della sua attività consiste nella straordinaria coerenza del percorso di ricerca. Jole de Sanna non fu una studiosa dispersiva. Pur affrontando artisti, movimenti e problemi differenti, il suo lavoro appare attraversato da alcune questioni fondamentali che ritornano costantemente nel corso degli anni. Tra queste occupano un posto centrale il rapporto tra idea e forma, la natura dello spazio artistico, il significato della materia, il ruolo della scultura, il dialogo tra tradizione e contemporaneità, il rapporto tra teoria e pratica artistica e la necessità di superare le tradizionali divisioni tra i diversi linguaggi espressivi. Ogni nuovo libro rappresenta quindi una tappa di un percorso più ampio. Ogni saggio aggiunge un elemento a una costruzione teorica destinata a svilupparsi nel tempo. Non esistono cesure nette o cambiamenti improvvisi di prospettiva. Piuttosto, il pensiero di de Sanna cresce per approfondimenti successivi, tornando continuamente sugli stessi problemi per osservarli da punti di vista differenti. Questa struttura raggiunge uno dei suoi risultati più significativi nel volume Forma. L'idea degli artisti 1943-1997. Più che un semplice libro di storia dell'arte, esso appare come una grande mappa concettuale del secondo Novecento artistico. Attraverso il dialogo tra forma e idea, de Sanna costruisce una lettura personale della contemporaneità che rifiuta le classificazioni troppo rigide e le periodizzazioni schematiche. L'arte viene osservata come un organismo vivente, attraversato da continuità profonde e da improvvise trasformazioni. Gli artisti non sono semplicemente inseriti in scuole o movimenti, ma vengono analizzati nella specificità della loro ricerca, mettendo in evidenza affinità e differenze, influenze reciproche e sviluppi autonomi. Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda il rapporto instaurato con gli stessi artisti. De Sanna non parla mai al loro posto. Al contrario, concede ampio spazio alle loro parole, ai loro scritti, alle loro dichiarazioni teoriche. Il critico non sostituisce la voce dell'artista, ma dialoga con essa. Questa modalità di lavoro attraversa tutta la sua produzione. Le opere vengono analizzate insieme ai testi dei loro autori, alle lettere, ai manifesti, alle interviste, alle testimonianze dirette. Ne deriva una critica profondamente rispettosa della complessità del fenomeno artistico e capace di restituire la ricchezza delle diverse prospettive coinvolte. Lo stesso metodo caratterizza gli studi dedicati a Medardo Rosso. Il libro su questo straordinario artista non rappresenta una semplice monografia, ma una riflessione complessiva sulla nascita dello spazio moderno. De Sanna comprende che Rosso non può essere ridotto alla figura di uno scultore innovativo. Egli rappresenta invece un momento decisivo nella trasformazione dell'intera concezione dello spazio artistico. Lo spazio smette di essere il contenitore delle forme per diventare esso stesso materia dell'opera. L'antica distinzione tra oggetto e ambiente perde progressivamente significato. L'opera modifica il luogo in cui si trova e, nello stesso tempo, viene modificata dalla relazione con lo spazio circostante. Questa intuizione costituisce uno dei fili conduttori dell'intera ricerca di de Sanna e trova uno sviluppo particolarmente importante negli studi dedicati a Lucio Fontana. Il volume su Fontana rappresenta infatti un ulteriore passo avanti nella riflessione sul rapporto tra materia, spazio e concetto. De Sanna ricostruisce con straordinaria attenzione il percorso dell'artista, dagli esordi fino alla maturità dello Spazialismo, mostrando come le diverse esperienze si organizzino progressivamente attorno a un principio unificante. Materia e spazio non sono elementi separati. Il concetto nasce dal loro rapporto dinamico. L'opera non rappresenta qualcosa di esterno a sé stessa, ma produce una nuova esperienza della realtà. Questo interesse per la dimensione spaziale conduce naturalmente Jole de Sanna verso la scultura, uno dei territori più importanti della sua ricerca. La mostra Aptico. Il senso della scultura rappresenta uno dei momenti più innovativi della sua attività critica. Attraverso un dialogo serrato con Luciano Fabro e Hidetoshi Nagasawa, de Sanna propone una radicale ridefinizione della natura stessa della scultura. L'idea tradizionale della terza dimensione viene messa in discussione. La specificità della scultura non consiste semplicemente nel possedere volume, ma nella capacità di instaurare un rapporto aptico con il mondo. La scultura coinvolge contemporaneamente l'intelletto e il corpo, il pensiero e la sensibilità, producendo una forma di conoscenza irriducibile agli altri linguaggi artistici. La materia assume in questa prospettiva un ruolo decisivo. Essa non costituisce un supporto neutrale sul quale l'artista esercita la propria volontà, ma una presenza attiva che partecipa alla costruzione dell'opera. La scultura nasce dall'incontro tra l'intenzione umana e le possibilità offerte dalla materia stessa. Questa concezione porta de Sanna a formulare una delle intuizioni più originali del suo pensiero: la scultura non rappresenta il reale, ma coincide con esso. Non è un'immagine del mondo, ma una presenza concreta nel mondo. L'ultimo grande capitolo della sua ricerca è dedicato a Giorgio de Chirico. L'incontro con il maestro della Metafisica si trasforma progressivamente in una vera e propria avventura intellettuale. De Sanna affronta uno degli artisti più complessi del Novecento senza lasciarsi intimidire dalla vastità del problema. Il suo obiettivo non consiste nel risolvere gli enigmi di de Chirico attraverso formule semplicistiche, ma nel ricostruire la complessità del suo sistema di pensiero. Pittura, letteratura, filosofia, teatro, scenografia, scultura, cultura classica, estetica tedesca e tradizione rinascimentale vengono messi in relazione all'interno di una struttura organica. De Chirico appare così come un artista totale, capace di attraversare diversi linguaggi mantenendo una profonda unità di visione. L'interpretazione proposta da de Sanna è il risultato di anni di studio e di una straordinaria familiarità con il mondo dechirichiano. Le testimonianze di chi la conobbe parlano di una sintonia quasi misteriosa con l'artista, di una capacità rara di penetrare nei suoi labirinti teorici senza smarrirsi. Ma il vero protagonista di questa lunga avventura critica resta il metodo. Jole de Sanna ha costruito nel corso della sua vita un modo di guardare all'arte fondato sul dialogo tra storia e contemporaneità, tra teoria e pratica, tra opere e documenti, tra intuizione e verifica filologica. Per lei non esistevano barriere invalicabili tra passato e presente. Comprendere il contemporaneo significava risalire alle sue radici storiche. Studiare il passato voleva dire interrogare il presente. La critica d'arte diventava così una forma di conoscenza complessa, aperta e dinamica. In un'epoca nella quale il dibattito culturale rischia spesso di ridursi a slogan, classifiche e giudizi immediati, l'eredità di Jole de Sanna acquista un valore ancora maggiore. La sua lezione insegna che comprendere un'opera richiede tempo, pazienza, studio e disponibilità al confronto. Insegna che il critico non deve imporre verità definitive, ma costruire strumenti di interpretazione. Insegna che l'arte non è un prodotto isolato, ma il risultato di una rete di relazioni storiche, culturali e umane. Soprattutto, insegna che il lavoro intellettuale è anche una responsabilità etica. Guardando oggi alla sua produzione complessiva, appare evidente come ogni libro, ogni mostra, ogni conferenza e ogni saggio abbiano contribuito alla costruzione di un unico grande edificio teorico. Un edificio mai concluso, aperto a nuove interpretazioni, ma sorretto da fondamenta solidissime. È forse proprio questa la sua eredità più importante. Jole de Sanna non ci ha lasciato soltanto una serie di fondamentali studi sull'arte del Novecento. Ci ha lasciato un modo di pensare l'arte e di praticare la critica. Un metodo fondato sul rigore e sulla passione. Una concezione della cultura come dialogo. Un'idea della ricerca come esercizio di libertà. Una convinzione profonda che arte e vita non siano mondi separati, ma aspetti diversi di una stessa esperienza umana. Per questo la sua figura continua a parlare anche al presente. Non soltanto agli storici dell'arte, ai critici o agli artisti, ma a chiunque consideri la cultura non come un ornamento, bensì come uno strumento di conoscenza e di trasformazione della realtà. La sua opera, osservata nel suo insieme, appare allora come il ritratto di un'intellettuale che ha attraversato il proprio tempo senza mai piegarsi alle sue convenzioni, costruendo con pazienza e ostinazione un sistema di pensiero aperto, coerente e profondamente umano. Ed è forse proprio questa fedeltà alle proprie idee, unita a una rara capacità di ascolto e di dialogo, a fare di Jole de Sanna una delle personalità più significative e ancora da riscoprire della cultura artistica italiana contemporanea.

lunedì 15 giugno 2026

Opere di Augusto Blotto

Esistono libri che si leggono e libri che si abitano. E poi esistono opere che sfuggono a entrambe le categorie, perché non nascono con l'ambizione di concludersi, ma con quella di accompagnare un'intera esistenza. Il volume dedicato ad Augusto Blotto appartiene a questa seconda, rarissima specie: non è soltanto una pubblicazione, ma una finestra aperta su uno dei progetti poetici più radicali e meno classificabili della letteratura italiana contemporanea. Il testo raccoglie un ampio estratto dell'opera monumentale che porta lo stesso titolo, un lavoro iniziato nell'autunno del 2002 e destinato, per esplicita volontà dell'autore, a trovare il proprio termine soltanto con la sua morte. Un progetto che sfida le comuni coordinate della scrittura e dell'editoria, tanto per estensione quanto per concezione. Oltre duemilacinquecento pagine già composte, una crescita costante e organica, un organismo letterario in continua trasformazione che ha già dato vita a pubblicazioni autonome, tra cui La vivente uniformità dell'animale, pubblicato da Manni, senza tuttavia esaurire la propria tensione originaria. Di fronte a un'impresa di queste dimensioni, il rischio è quello di fermarsi alla quantità. Sarebbe un errore. L'eccezionalità del lavoro di Blotto non risiede infatti soltanto nella sua estensione, ma nella capacità di costruire un universo linguistico autonomo, riconoscibile fin dalle prime righe. La sua scrittura sembra procedere per stratificazioni successive, accumuli, improvvise accelerazioni e inattese sospensioni, dando forma a una materia verbale che si sottrae alle categorie abituali della poesia e della prosa. Definire Augusto Blotto un poeta, un narratore o uno sperimentatore sarebbe riduttivo. È una figura trasversale della letteratura italiana, un autentico outsider che ha scelto di abitare i margini non per esclusione, ma per necessità artistica. Troppo personale per aderire a una scuola, troppo irregolare per essere ricondotto a una corrente, ha costruito nel corso degli anni un percorso che dialoga con la grande tradizione senza lasciarsi assorbire da essa. La cosiddetta "lingua blottiana" costituisce forse il tratto più sorprendente della sua ricerca. Non si tratta di un semplice stile riconoscibile, ma di un vero e proprio sistema espressivo. La sintassi si dilata e si contrae, il lessico attinge a registri molteplici, i blocchi versali assumono una funzione architettonica, mentre il ritmo della frase sembra seguire una logica interna che sfugge alle convenzioni della scrittura contemporanea. Non è una lingua costruita per essere facilmente imitata e forse proprio per questo appare unica nel panorama italiano. La ricchezza di questa esperienza è al centro anche dell'apparato critico che accompagna il volume. I contributi di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani e Stefano Agosti non si limitano infatti a commentare l'opera, ma offrono strumenti di lettura capaci di restituirne la complessità e le molteplici direzioni di senso. È un dialogo critico che contribuisce a rinnovare l'attenzione verso un autore spesso rimasto ai margini del dibattito letterario, ma il cui lavoro continua a interrogare il presente. Particolarmente significativa appare la riflessione di Stefano Agosti, che nel suo ampio saggio La lingua dell'evento individua uno dei nuclei fondamentali della poetica blottiana. Scrive infatti che l'autore è «titolare di un'opera in versi ove l'abnormità della dimensione fisica convive con una stupefacente, inesausta, onnipervasiva invenzione verbale». Una definizione che coglie con precisione il carattere apparentemente paradossale di questa scrittura: un'opera smisurata che non si disperde mai nella ripetizione, ma continua a reinventare i propri strumenti espressivi. Questo volume rappresenta dunque molto più di un'antologia o di una semplice selezione. È un punto di accesso privilegiato a un cantiere poetico ancora aperto, un invito a confrontarsi con una delle esperienze più originali e meno accomodanti della letteratura italiana degli ultimi decenni. Per il lettore già familiare con il lavoro di Blotto costituisce un'occasione di approfondimento e di rilettura; per chi invece si avvicina per la prima volta alla sua opera, offre la possibilità di entrare in un universo linguistico che non assomiglia a nessun altro. Pubblicato nella collana Floema – esplorazioni della parola di dia•foria e curato da Daniele Poletti, il volume si presenta in formato 17x24 centimetri, per un totale di 260 pagine, al prezzo di 20 euro. Ma i dati editoriali, pur necessari, raccontano solo una parte della storia. Il vero interesse di questo libro sta nella possibilità di assistere a un'opera che continua a crescere, a modificarsi e a interrogare il proprio tempo, rifiutando qualsiasi forma di compiutezza definitiva. In un panorama culturale sempre più orientato alla rapidità del consumo e alla necessità di risultati immediati, il progetto di Augusto Blotto assume anche un valore simbolico. Ricorda che la letteratura può ancora essere un'esperienza di lunga durata, una ricerca senza garanzie di arrivo, un lavoro che sceglie la fedeltà alla propria visione invece dell'adattamento alle logiche del mercato e delle mode. Un'opera in progress nel senso più autentico del termine, che cresce insieme al suo autore e che, proprio per questo, sembra sottrarsi alla dimensione del libro per avvicinarsi a quella di una vita interamente consegnata alla scrittura.

serie per Carducci

Haiku 18

Neve sui colli,
nebbia che sale lenta,
mare che sussurra.

Haiku 19

Il vento urla,
biancheggiano le onde,
dalla terra il vino.

Haiku 20

Cieli infuocati,
stormi neri volano,
verso l’ignoto.

Haiku 21

Il cacciatore,
tra il fumo e il silenzio,
fischia alla luna.

Haiku 22

Tini ribollono,
l’aria sa di vino rosso,
il borgo sogna.

Haiku 23

Il mare geme,
sulle nubi rosse e nere,
gli uccelli volano.

Haiku 24

Lontano il vento,
urla tra le rocce dure,
caldo di fuoco.

Haiku 25

L’aspro odor sale,
la nebbia avvolge il borgo,
le ombre si allungano.

Haiku 26

Lo spiedo scoppia,
fiamme che danzano alte,
la notte arriva.

Haiku 27

Il cielo arde,
stormi neri s’involano,
pensieri esuli.

Haiku 28

Colline avvolte,
nebbia sale piano,
sussurri d’acqua.

Haiku 29

Urla il maestrale,
onde bianche contro il cielo,
vento di mare.

Haiku 30

Dal tino ribolle,
odore di vino acido,
corpi che danzano.

Haiku 31

Lo spiedo gira,
il cacciatore fischia,
fumo nell’aria.

Haiku 32

Rossastra la luce,
gli uccelli volano via,
penso e scompaio.

Haiku 33

L’acqua che si increspa,
sulla riva il vento canta,
colline in silenzio.

Haiku 34

L’odore di vino,
nelle strade del borgo,
nutre le anime.

Haiku 35

Tra le nubi scure,
stormi di pensieri neri,
lontani da casa.

Haiku 36

Il mare urla forte,
nebbia sale da terra,
lente onde frangono.

Haiku 37

Tra il fuoco e il vento,
fischia il cacciatore,
l’ombra si stende.

Haiku 48

Nebbia tra i colli,
il mare urla lontano,
fumo nell’aria.

Haiku 49

Sul mare bianco,
urla il vento tra i pini,
nubi che scorrono.

Haiku 50

Tini ribollono,
nel borgo un profumo aspro,
vino che scivola.

Haiku 51

Spiedo che canta,
il cacciatore sorride,
fumo che sale.

Haiku 52

Tra i cieli scuri,
stormi di neri pensieri,
fuggono lontano.

Haiku 53

Il vento fischia,
l’onda batte sui colli,
nebbia che scivola.

Haiku 54

Il maestrale,
onde bianche che urlano,
silenzio sul borgo.

Haiku 55

Il vino sa di terra,
la notte si avvicina,
profumo di casa.

Haiku 56

Tra nubi rosse,
stormi volano via,
lontano da noi.

Haiku 57

Nei ceppi il fuoco,
lo spiedo gira lento,
la luna ascolta.

Haiku 58

Nebbia sui colli,
mare che frange e urla,
vento che accarezza.

Haiku 59

Il maestrale,
spinge il mare verso terra,
onde bianche crescono.

Haiku 60

L’odore di vino,
tra le vie del borgo antico,
accende i cuori.

Haiku 61

Fischia il cacciatore,
lo spiedo scoppietta,
notte che si fa viva.

Haiku 62

Nubi di fuoco,
uccelli neri migrano,
pensieri che volano.

Haiku 63

Tini ribollenti,
l’aria sa di mosto e sogni,
il borgo respira.

Haiku 64

Onde che frangono,
sotto il cielo scuro e vasto,
mare che piange.

Haiku 65

Fuoco nel camino,
l’ombra danza tra le fiamme,
spiedo che gira.

Haiku 66

Neve che scivola,
tra i colli silenziosi,
là dove il vento.

Haiku 67

Sui colli il freddo,
nebbia che sale piano,
mare che fruscia.

Haiku 68

Nebbia che sale,
tra i colli il mare geme,
vento che urla.

Haiku 69

Tini ribollenti,
odore di vino forte,
luci che tremano.

Haiku 70

Spiedo che scoppia,
il fuoco danza tra i ceppi,
notte che svela.

Haiku 71

Nel cielo rosso,
uccelli neri migrano,
pensieri esuli.

Haiku 72

Il vento fischia,
il mare si fa bianco,
ombre che sfumano.

Haiku 73

Il cacciatore,
sul bordo della strada,
ascolta il silenzio.

Haiku 74

Odore di vino,
tra le vie del borgo antico,
l’allegria cresce.

Haiku 75

Rossastre nubi,
un volo di uccelli neri,
lontano il pensiero.

Haiku 76

Neve che sfiora,
l’orizzonte è lontano,
mare che piange.

Haiku 77

Il maestrale,
batte forte sulle onde,
sotto il cielo grigio.

Haiku 78

Nebbia sul colle,
il mare ulula lontano,
vento che sussurra.

Haiku 79

Tini che bollono,
l'aria è piena di vino,
festa che si accende.

Haiku 80

Fuoco che scoppia,
spiedo che gira lento,
notte che cresce.

Haiku 81

Tra nubi rosse,
volano uccelli neri,
pensieri erranti.

Haiku 82

Il cacciatore,
sul portico fischia,
sotto il cielo freddo.

Haiku 83

Il mare grigio,
sulle onde bianche e dure,
urla il maestrale.

Haiku 84

Odore di mosto,
nel borgo il vino scivola,
l'anima ride.

Haiku 85

Spiedo che scoppia,
il fuoco danza lento,
l'aria si riempie.

Haiku 86

Uccelli neri,
come pensieri erranti,
migrano nel cielo.

Haiku 87

Tra le nubi scure,
il vento sfiora il mare,
la terra tace.

Haiku 88

Neve che sale,
tra i colli la nebbia scivola,
mare che mormora.

Haiku 89

Il vento fischia,
sotto il cielo che brucia,
onde che urlano.

Haiku 90

Tini che ribollono,
l’odore del vino sacro,
l’aria di casa.

Haiku 91

Spiedo che arde,
sul fuoco il legno crepita,
l’inverno si avvicina.

Haiku 92

Tra nubi di fuoco,
uccelli neri in volo,
pensieri lontani.

Haiku 93

Il maestrale,
urla sulle acque fredde,
là dove il cielo è grigio.

Haiku 94

Il vino che scorre,
tra i tini il cuore batte,
e la festa cresce.

Haiku 95

Fischia il cacciatore,
con il vento tra i capelli,
ombra di notte.

Haiku 96

Ombre rosse e nere,
stormi di uccelli sfuggono,
il giorno muore.

Haiku 97

La nebbia sale,
tra i colli il mare piange,
vento che scivola.


Nota d'autore: Questa serie di haiku dedicata a Carducci è nata lentamente, quasi senza che me ne accorgessi. Non è il risultato di un progetto stabilito a tavolino, né di un programma poetico definito in partenza. Piuttosto, assomiglia a quei sentieri di campagna che si formano perché qualcuno, per anni, continua a passare nello stesso punto. A un certo momento ci si volta indietro e ci si rende conto che il percorso esiste, che i passi hanno lasciato una traccia e che quella traccia racconta qualcosa di noi. Se dovessi individuare il momento in cui tutto ha avuto origine, non parlerei di un libro, di una lettura o di un autore, ma di un'immagine. La nebbia sui colli. Credo che tutto sia nato lì. La nebbia è una presenza che mi accompagna da sempre. Non ha contorni definiti, non possiede una forma stabile. Sale, scende, avvolge, cancella, restituisce. Trasforma il paesaggio senza distruggerlo. Lo rende diverso pur lasciandolo intatto. È forse la metafora più fedele della memoria e, di conseguenza, anche della poesia. La memoria, infatti, non funziona come un archivio. Non conserva ogni dettaglio con precisione scientifica. Seleziona, dimentica, modifica, inventa persino. Le persone, i luoghi, le stagioni che abbiamo attraversato continuano a vivere dentro di noi in una forma diversa da quella reale. La poesia, almeno per come la intendo io, non deve correggere questa imperfezione. Deve accoglierla. Questi haiku non sono dunque descrizioni del paesaggio. Sono incontri tra il paesaggio e la memoria. Non raccontano ciò che ho visto, ma ciò che continua a rimanere dentro di me dopo che lo sguardo si è allontanato. La dedica a Carducci nasce esattamente da questo punto. Mi è capitato spesso di riflettere sul rapporto che abbiamo con i grandi autori del passato. Troppo frequentemente li trasformiamo in monumenti. Li studiamo, li celebriamo, li classifichiamo, ma smettiamo di frequentarli come esseri viventi. Carducci, probabilmente più di altri, ha subito questo destino. È diventato il poeta ufficiale, il premio Nobel, l'autore delle antologie scolastiche, il simbolo di una stagione culturale e politica. Tutto vero. Eppure esiste anche un altro Carducci. Esiste il Carducci che ascolta il vento. Esiste il Carducci che guarda le vigne. Esiste il Carducci che osserva il mutare delle stagioni. Esiste il Carducci che sente il rumore dei cavalli, il canto degli uccelli, il lavoro dei campi, il fumo dei casolari. Mi interessava dialogare con questo poeta. Non cercare di imitarlo. Non riscriverlo. Non citarlo. Dialogare. Mi sono chiesto che cosa sarebbe rimasto del suo mondo se fosse stato osservato attraverso la lente di una forma poetica completamente diversa. Se il respiro ampio dell'ode potesse improvvisamente contrarsi fino a diventare un frammento. Se la grande descrizione potesse trasformarsi in un lampo. Da questa domanda sono nati questi testi. Naturalmente non si tratta di haiku in senso rigoroso. Sarebbe ingenuo sostenerlo. L'haiku giapponese nasce da una cultura, da una lingua, da una tradizione filosofica e spirituale che non possono essere semplicemente imitate. Ogni tentativo di esportarlo integralmente rischia di diventare una caricatura. Ho preferito allora considerare l'haiku come un atteggiamento. Un modo di guardare. Una disciplina dello sguardo. Un esercizio di attenzione. Viviamo in un'epoca che sembra avere paura del silenzio. Ogni esperienza deve essere spiegata, commentata, interpretata. Ogni emozione viene immediatamente tradotta in racconto. Ogni immagine viene consumata alla velocità con cui appare sullo schermo di un telefono. L'haiku rappresenta per me una forma di resistenza. Obbliga a rallentare. Obbliga a scegliere. Obbliga a togliere invece che aggiungere. Obbliga ad accettare che non tutto possa essere detto. Forse il compito della poesia non consiste nell'esaurire il significato delle cose, ma nel lasciare aperta una domanda. Per questa ragione i miei haiku tornano continuamente sugli stessi elementi. Qualcuno potrebbe leggere questa insistenza come una ripetizione. Io preferisco pensarla come una variazione. La musica ci insegna che un tema può essere ripreso infinite volte senza perdere la propria forza. Le stagioni ci insegnano che ogni anno il mondo ripete gli stessi gesti e tuttavia non esiste una primavera identica a quella precedente. La memoria ci insegna che torniamo continuamente sugli stessi ricordi perché non abbiamo ancora finito di comprenderli. Così avviene anche qui. La nebbia ritorna. Il mare ritorna. Il vento ritorna. Il vino ritorna. Il fuoco ritorna. Gli uccelli ritornano. Il cacciatore ritorna. Il borgo ritorna. Ogni volta, però, qualcosa cambia. La nebbia non è mai la stessa. A volte protegge. A volte nasconde. A volte consola. A volte separa. A volte sembra custodire il passato. A volte sembra annunciare il futuro. Il mare, a sua volta, attraversa questa raccolta come una creatura viva. Non è il mare della contemplazione romantica. È un mare inquieto. Urla. Geme. Si infrange. Respira. Chiama. Talvolta sembra una presenza materna. Talvolta una minaccia. Talvolta una distanza impossibile da colmare. Il mare rappresenta ciò che sfugge al controllo umano. Ricorda continuamente che esiste qualcosa di più grande delle nostre volontà. Il vento possiede una funzione simile. Il maestrale compare più volte. Fischia. Spinge. Attraversa. Sposta. Pulisce il cielo. Agita le onde. Piega gli alberi. Il vento è il tempo. È il cambiamento. È ciò che impedisce alle cose di restare immobili. Esiste poi un elemento che considero fondamentale e che forse distingue questa raccolta da molte altre esperienze poetiche contemporanee: il lavoro. In questi haiku il lavoro non compare come argomento sociale. Non viene celebrato ideologicamente. Semplicemente esiste. I tini ribollono. Il vino fermenta. Lo spiedo gira. Il fuoco viene alimentato. Il cacciatore cammina. Le strade del borgo si riempiono di odori. Mi interessa la dimensione concreta dell'esistenza. Credo che una parte importante della poesia contemporanea abbia progressivamente perso il rapporto con il mondo materiale. Si parla molto dell'io. Molto delle emozioni. Molto delle identità. Molto dei conflitti interiori. Molto meno delle cose. Eppure le cose possiedono una loro dignità poetica. Una botte. Un tino. Un ceppo. Un camino. Una collina. Un grappolo d'uva. Una strada di campagna. Una pietra. Un pezzo di legno che brucia. Questi oggetti raccontano la storia dell'uomo almeno quanto le sue parole. Il vino occupa un posto centrale. Non potrebbe essere altrimenti. Il vino è una delle immagini più antiche della civiltà mediterranea. È lavoro. È festa. È sacrificio. È trasformazione. È comunità. È attesa. L'uva deve essere raccolta. Pigiata. Lasciata fermentare. Custodita. Il vino insegna che il tempo è una materia viva. Che le cose migliori non possono essere ottenute immediatamente. Che esiste una sapienza della lentezza. Anche il fuoco possiede un valore simbolico importante. Il fuoco domestico. Il camino. Lo spiedo. I ceppi. Le scintille. Il fuoco rappresenta il luogo dell'incontro. L'umanità ha imparato a raccontare storie attorno al fuoco molto prima di imparare a scriverle. In questo senso il fuoco è anche l'origine della letteratura. Attorno a una fiamma si tramandano ricordi. Si condividono paure. Si celebrano ritorni. Si piangono assenze. Si costruisce una comunità. La figura del cacciatore nasce dalla stessa esigenza. Molti mi hanno chiesto perché ricorra così spesso. Non credo di avere una risposta definitiva. Forse perché il cacciatore rappresenta un archetipo antico. Forse perché attraversa il paesaggio senza possederlo. Forse perché ascolta. Forse perché segue tracce invisibili. Forse perché, in fondo, ogni poeta è un cacciatore di segni. Cammina. Si ferma. Osserva. Ascolta. Aspetta. Talvolta torna a casa a mani vuote. Talvolta trova qualcosa. Gli uccelli neri costituiscono un'altra presenza costante. Sono stormi. Migrazioni. Pensieri. Ricordi. Persone. Desideri. Paure. Partenze. Ritorni. Mi piace l'idea che il volo degli uccelli possa diventare la rappresentazione visibile del pensiero umano. I pensieri non stanno mai fermi. Migrano. Cambiano direzione. Si perdono. Ritornano. Scompaiono all'orizzonte. La stessa struttura della raccolta segue questa logica. Non esiste una narrazione. Non esiste un protagonista. Non esiste una conclusione. Esiste un paesaggio che continua a trasformarsi. Ogni haiku è una finestra. Ogni finestra mostra una parte diversa dello stesso mondo. Forse il lettore si accorgerà che questo mondo assomiglia a un borgo. Ma il borgo non è soltanto un luogo geografico. È una comunità della memoria. È il luogo in cui le storie individuali si intrecciano con quelle collettive. È il luogo in cui il tempo sembra procedere secondo un ritmo diverso. È il luogo in cui il passato continua a convivere con il presente. Non provo nostalgia per quel mondo. La nostalgia mi interessa poco. Preferisco la gratitudine. Questi testi non vogliono dire che un tempo tutto fosse migliore. Vogliono ricordare che alcune esperienze fondamentali dell'esistenza umana meritano ancora attenzione. Accendere un fuoco. Guardare il mare. Ascoltare il vento. Sentire l'odore del mosto. Camminare nella nebbia. Osservare uno stormo. Condividere un bicchiere di vino. Rientrare a casa quando scende la sera. Credo che la poesia abbia ancora il compito di custodire queste esperienze. Non perché siano eccezionali. Ma proprio perché sono ordinarie. In un tempo che trasforma tutto in spettacolo, forse il gesto più rivoluzionario consiste nel fermarsi davanti a una piccola cosa e riconoscerne il mistero. Questa raccolta nasce da quella convinzione. Vorrei che il lettore non trovasse qui delle spiegazioni, ma delle soste. Non un messaggio. Non una tesi. Non una morale. Soltanto delle immagini. Immagini che ritornano come le stagioni. Come il vento. Come il mare. Come il vino. Come la nebbia. Come il fuoco. Come gli uccelli. Come la memoria. E forse anche come la poesia stessa, che da secoli continua a ripetere poche antiche parole nella speranza che, ogni volta, qualcuno possa ascoltarle come se fosse la prima volta. Se questa serie possiede un'ambizione, è soltanto questa: dimostrare che il paesaggio non è qualcosa che abbiamo davanti agli occhi, ma qualcosa che continua a vivere dentro di noi. Che le colline, il mare, il borgo, il vino, il maestrale e la nebbia non sono semplicemente luoghi o fenomeni naturali, ma forme della nostra esperienza del mondo. La dedica a Carducci, allora, assume un significato ulteriore. Non è soltanto un omaggio a un poeta. È un riconoscimento verso una tradizione letteraria che ha saputo guardare la terra italiana senza trasformarla in cartolina, che ha saputo trovare nel lavoro, nelle stagioni, negli alberi, nelle strade, nelle vigne e nelle tempeste un linguaggio capace di parlare dell'uomo. Se questi haiku riusciranno a suggerire che tra una nuvola e una memoria, tra un bicchiere di vino e un ricordo, tra uno stormo di uccelli e un pensiero esule, tra il crepitio del fuoco e il silenzio della notte esiste un legame invisibile, allora il loro viaggio avrà avuto un senso. Perché, in fondo, credo che la poesia nasca proprio da questo: dal tentativo di riconoscere che il mondo ci parla continuamente e che noi, troppo spesso, abbiamo dimenticato la sua lingua.

Il travestimento dell’amore: identità, desiderio e scomposizione del reale in ‘Un amore difficile’ di Dino Risi


Titolo: Un amore difficile: quando la commedia all’italiana sfiora l’identità queer e si ferma sull’orlo dell’abisso

Sottotitolo: Dino Risi, Giancarlo Giannini, Alberto Lionello e un episodio dimenticato che oggi parla più forte di ieri, più in profondo, e con più pudore

Nel grande contenitore di Sessomatto (1973), tra episodi grotteschi, satira sessuale, farsa sociale e goliardia più o meno consapevole, c’è un frammento che sembra appartenere a un altro film, a un altro tempo, a un’altra temperatura dell’anima. Si intitola Un amore difficile, dura appena una decina di minuti, ma scava. Scava nel desiderio che non sa ancora di potersi dire. Scava nell’identità che si costruisce nel margine. Scava in una possibilità che il mondo, l’Italia, il linguaggio cinematografico non erano ancora pronti ad accogliere.

Il racconto è semplice e tragico nella sua essenzialità: Saturnino, un uomo pugliese emigrato a Milano, cerca il fratello che non vede da anni. Lo trova. Ma non lo riconosce. Perché il fratello è diventato Gilda: travestito raffinato, seduttivo, enigmatico. E tra loro due — senza che il sangue o il passato possano davvero opporsi — nasce qualcosa che assomiglia a un amore. Un desiderio balbettato, impacciato, un’attrazione che non ha parole, che non ha nome. Ma che esiste. È questa la rivoluzione.

Giancarlo Giannini, nel ruolo di Saturnino, è monumentale: la sua fisicità rurale, impacciata, ferita, si muove in un mondo che non capisce. La sua virilità non è dominante, ma spaventata. Non sa cosa fare del proprio corpo, non sa come restituire i gesti che gli arrivano da Gilda. Alberto Lionello, nei panni di Gilda, è sublime: né parodia, né imitazione. È Gilda. Punto. Senza spiegazioni, senza pentimenti. Femminile ma non passiva, forte ma non aggressiva, ambigua senza essere finta. Una figura che sta lì, intera, a offrire se stessa senza travestimenti interiori.

Eppure, è proprio nel travestimento che risiede la verità. Gilda non si maschera per nascondere qualcosa: si costruisce per diventare. È in quella performance femminile che trova una forma possibile per la propria esistenza. Risi non la deride, non la riduce a barzelletta. La guarda. E lascia che sia. È forse questo lo sguardo più raro di tutto il cinema italiano del tempo: non il voyeurismo, ma il pudore.

La Milano in cui si muove questa storia è fredda, urbana, smarginata. Appartamenti silenziosi, corridoi, cortili, stanze dove la luce è sempre filtrata. È una città invernale, più interiore che esterna. Lontana dalla Milano da bere e dalla fabbrica. Qui si consuma una tragedia piccola, domestica, privata, che però vale mille discorsi sulla sessualità, sull’identità, sulla famiglia.

Non c’è redenzione. Non c’è catarsi. L’amore non si consuma: resta lì, in potenza, in sospensione, sulla soglia di qualcosa che non si può attraversare. Quando Saturnino scopre la verità, non esplode. Non aggredisce. Si ritrae. Ma il suo sguardo non è quello di chi si sente ingannato. È quello di chi non ha gli strumenti per continuare. Di chi non sa che fare con la propria emozione.

E la battuta che chiude l’episodio — “se invece di essere mio fratello eri mia cugina… avremmo potuto incoronare la nostra estasi e essere felici” — è di una tenerezza devastante. In quel condizionale impossibile si concentra tutto: la nostalgia di un futuro negato, la consapevolezza di un mondo che non lascia spazio a ciò che eccede le sue regole. È la frase più triste mai detta in una commedia all’italiana.

Perché sì, Un amore difficile fa parte di una commedia. Ma qui la commedia abdica, si ritrae, lascia spazio al dolore muto, alla carezza abortita, al desiderio che non può essere nominato. E proprio per questo il film diventa, suo malgrado, una pietra fondante del cinema queer italiano, pur non essendo nato come tale.

Il travestimento qui non è gag. È gesto esistenziale. Gilda non è un personaggio comico: è una vita che ha scelto di esporsi, pur sapendo che l’amore che cerca non troverà mai cittadinanza. Saturnino non è l’“uomo che ci casca”, ma l’uomo che per un attimo osa provare qualcosa che non è previsto nel copione della virilità.

A rivederlo oggi, questo episodio ci parla più che mai. Ci parla non come documento storico, ma come profezia poetica. Anticipa, nel suo silenzio e nella sua tenerezza trattenuta, tutta una serie di racconti che verranno: i film di Almodóvar, di Dolan, di Lelio, le narrazioni trans e post-identitarie che hanno finalmente trovato voce. Ma già qui, nel 1973, c’era tutto. Bastava ascoltare.

E oggi, dopo cinquant’anni di silenzi e risate sbagliate, possiamo finalmente dire che quella storia minuscola e impossibile era vera. Era già nostra. E lo è ancora.



Sezione I – Introduzione: un amore in maschera tra modernità e tabù

Nel 1973 Dino Risi, uno dei massimi registi della commedia all’italiana, dirige Sessomatto, film a episodi che attraversa il corpo erotico e sociale dell’Italia del boom con spietata ironia. Tra le sue nove novelle carnali, una si staglia per la sua singolare carica emotiva e per la radicalità della sua messa in scena: “Un amore difficile”. In questo breve, struggente e comico racconto cinematografico, Risi accosta la maschera del travestitismo alla maschera del desiderio, disegnando un affresco che sfida i limiti del costume, del genere, e soprattutto della commedia. L’incontro tra Saturnino, emigrato pugliese trapiantato a Milano, e Gilda, travestito elegante e consapevole, si carica di tensione affettiva, linguistica e sociale, diventando un apologo sul diritto di amare nell’era del conformismo.

Questo saggio intende analizzare il cortocircuito creato da Risi tra ironia e tragedia, corpo e parola, maschera e autenticità. Attraverso una lettura che intreccia il contesto culturale degli anni Settanta, la rappresentazione dell’omosessualità e del travestitismo, e l’invenzione cinematografica dei due protagonisti — interpretati da Giancarlo Giannini e Alberto Lionello — si intende restituire a “Un amore difficile” il suo statuto di racconto anticipatore e, in certo modo, profetico. Non si tratta semplicemente di un episodio curioso: è una dichiarazione poetica, irriverente e malinconica sul mistero del desiderio e sulla necessità di trovare linguaggi per ciò che la lingua comune non sa ancora dire.



Sezione II – Commedia all’italiana e nuove zone d’ombra

Nel corpus della commedia all’italiana, “Un amore difficile” rappresenta una frattura stilistica e ideologica. Sino a quel momento, il genere si era dedicato con maestria alla rappresentazione delle nevrosi borghesi, degli affanni matrimoniali, delle piccole ipocrisie quotidiane — tutte filtrate da un’ironia che permetteva allo spettatore di ridere delle proprie miserie. Ma raramente — e mai con tanta dolente precisione — il cinema popolare aveva osato affondare la macchina da presa nella palude pulsante dell’identità sessuale. Risi, qui, gioca con un materiale incandescente: il travestimento, l’ambiguità di genere, la fascinazione che il maschile può esercitare sul maschile stesso.

La struttura dell’episodio è semplice, quasi fiabesca: un uomo del Sud cerca il fratello a Milano, ma si perde in un labirinto fatto di stazioni, nebbia e corpi estranei. L’incontro con Gilda — splendida presenza enigmatica e femminea — sovverte l’ordine narrativo. Il comico cede presto il passo al perturbante: lo spettatore si trova a fare i conti con una relazione che ha le sembianze di una barzelletta ma il cuore di una tragedia.

Se la commedia all’italiana si era nutrita di doppi sensi, qui il doppio senso si fa carne, incarnazione viva del desiderio e della confusione. Non si tratta più di alludere: qui si mostra. E si mostra senza compiacimento, senza prurito voyeuristico. L’ironia di Risi è amara, dolcemente disperata. L’inquadratura non è mai crudele, e persino la sorpresa finale — la scoperta che Gilda è in realtà il fratello scomparso — non è usata come colpo di scena, ma come rivelazione intima e silenziosa, quasi biblica.

Il pubblico del 1973 non era pronto. O forse sì, ma non seppe come reagire. Ridere? Arrossire? Provare pietà? Inorridire? Come sempre quando si tocca qualcosa di troppo vicino, il cinema si trasforma in specchio infedele: e ciò che restituisce è un riflesso frantumato, non conciliato.

“Un amore difficile” spezza la risata, la sporca di inquietudine. In questo gesto, si iscrive pienamente in quella zona liminale della commedia all’italiana che, a partire dagli anni Settanta, comincia a trasformarsi in qualcosa d’altro: un genere che non vuole più solo intrattenere, ma disturbare. Con questo episodio, Risi getta un seme che germoglierà decenni dopo, nel cinema queer europeo, ma che allora restava sospeso, inascoltato, come un grido trattenuto in gola.



Sezione III – Saturnino e Gilda: una coppia impossibile e necessaria

Nel teatro del paradosso che è “Un amore difficile”, Saturnino e Gilda sono i due poli che si attraggono, si urtano e infine si rivelano simili nella loro solitudine. Non potrebbe esserci contrasto più marcato: Saturnino, pugliese emigrato, ingenuo e virile, parla un dialetto fitto e pastoso, con parole che sembrano ancora impastate di terra e sudore; Gilda, invece, è una creatura artificiale, sofisticata, dalla voce morbida e manierata, figura notturna e urbana, incarnazione della femminilità performativa.

Eppure, a uno sguardo più profondo, sono speculari: entrambi in fuga da qualcosa. Saturnino fugge la miseria, ma anche una forma di obbedienza cieca alle regole di un mondo che non comprende. Il suo viaggio a Milano è un viaggio archetipico: non solo la ricerca del fratello, ma anche della propria identità, che per emergere deve attraversare il confine del desiderio.

Gilda, dal canto suo, è già oltre la frontiera. Vive al di là del binarismo, incarnando non solo il travestitismo, ma una femminilità simbolica e culturale che non ha nulla di naturale, e proprio per questo è potentemente reale. Gilda è la maschera che salva: non quella che nasconde, ma quella che permette di vivere. Alberto Lionello le conferisce una grazia e una dignità rare: non è mai caricaturale, mai eccessivo, anzi, riesce a restituire la malinconia dolente di un’esistenza costruita sull’arte della trasformazione.

Quando Saturnino si innamora di Gilda, non è una conversione sessuale quella che avviene, ma una conversione affettiva, uno spostamento dell’asse del possibile. Ciò che sconvolge non è l’attrazione, ma il fatto che l’attrazione sia sincera. Che l’amore non chieda permesso alla logica. Che i corpi si trovino, anche se le categorie sociali li vogliono incompatibili.

La frase chiave dell’episodio — quella lunga, dolente condizionale che Saturnino pronuncia come un rosario spezzato — è il tentativo disperato di conciliare l’inconciliabile:

“Pensavo che se tu, invece di essere uomo eri donna, se invece di essere puttena eri impiegheta, se invece di essere maritata eri scapola, se invece di essere mio fratello eri mia cugina … avrebbimo pututo incoronare la nostra estasi e essere felici.”

In questa frase si annida tutta la tragedia: Saturnino riesce a immaginare ogni trasgressione, purché sia convertita in norma. Vorrebbe rendere normale ciò che è irriducibilmente altro. Ma il suo desiderio è troppo autentico per essere negato, e troppo radicale per essere ammesso nel suo mondo.

Gilda, in silenzio, accoglie questo amore impossibile come si accoglie un sogno: sapendo che finirà, ma anche che ha lasciato un segno. In quell’incontro tra un uomo che non sa e una donna che sa troppo, Risi ci racconta un’Italia che si guarda allo specchio e non riconosce il proprio volto.



Sezione IV – La grammatica del desiderio: dialetto, deviazione e silenzio

Il desiderio, in “Un amore difficile”, passa per la lingua prima ancora che per i corpi. Il film è costruito come un duetto verbale, quasi un’operetta stralunata in cui ogni parola pesa, disloca, tradisce. Saturnino parla in un dialetto pugliese greve e sincopato, privo di mediazioni, a tratti buffonesco nella sua cadenza eppure carico di pathos. Gilda, al contrario, parla una lingua elegante, studiata, quasi teatrale, fatta di gesti e ammiccamenti, come se ogni parola fosse il riflesso di una lunga carriera da attrice di bordello o da diva off-off-Broadway.

Il contrasto è lampante: Saturnino costruisce frasi impossibili, Gilda le sveste di significato con uno sguardo. Lui confessa, lei sfuma. Lui ha bisogno di nomi, lei li dissolve. Ma è proprio questo scarto — tra la necessità del dire e l’arte del sottintendere — a rendere il loro incontro così tragicamente poetico.

La frase più celebre dell’episodio, quel lungo periodo ipotetico che sembra un frullato di condizionali sbagliati, è un capolavoro linguistico e antropologico. Saturnino si arrampica su costruzioni grammaticali improbabili per esprimere ciò che la sua lingua non sa dire. Ogni “se” è un tentativo di salvare il desiderio dalla condanna. Ma alla fine, le parole si inceppano come i suoi passi nella metropoli milanese: goffi, perduti, pieni di speranza.

“Se tu, invece di essere uomo eri donna…”
“Se, invece di essere puttena eri impiegheta…”

Ogni condizione ipotetica è un’esclusione dalla realtà. Non si ama ciò che è, ma ciò che si vorrebbe che fosse. Eppure, proprio nel fallimento linguistico di Saturnino, si apre la tenerezza più autentica del film: l’errore grammaticale è la prova del sentimento. È una lingua ferita, distorta, che tenta di dire l’indicibile: “avrebbimo pututo” non è solo un errore, è una preghiera.

Gilda, al contrario, non cerca di correggere. È maestra di silenzi, dominatrice del linguaggio corporeo. Conosce l’inutilità di certe parole e sa che il desiderio non ha bisogno di essere spiegato, solo accolto. E quando rivela la propria identità — anzi, quando la lascia intuire senza dichiararla — lo fa senza alcun dramma. La sua identità è tutta lì, nella postura, nella voce, nello sguardo. È la grammatica incarnata dell’ambiguità.

Ma è proprio in questo incontro tra due lingue così diverse — una cruda, sincera, contadina; l’altra elaborata, sofisticata, urbana — che Risi riesce a costruire la metafora più potente del film: il desiderio non è ciò che si può dire, ma ciò che si balbetta. E ciò che si balbetta, spesso, è più vero di ogni confessione compiuta.

In “Un amore difficile”, l’amore parla in dialetto e risponde in maschera. E le parole, fragili e sgangherate, sono l’unica arma contro un mondo che si ostina a chiamare anomalia ciò che è solo umanissimo bisogno di contatto.



Sezione V – Milano come labirinto del desiderio: città, estraneità e nebbia

Milano, nel penultimo episodio di Sessomatto, non è solo lo sfondo di un incontro anomalo. È una delle protagoniste silenziose della narrazione. Fredda, grigia, disadorna, attraversata da Saturnino come un organismo inospitale, la città assume una funzione metaforica: è il teatro del disorientamento, il luogo dove le identità si perdono, si travestono, si riformano.

Il protagonista arriva dalla Puglia con l’obiettivo di ritrovare il fratello, ma ciò che trova è una città che gli risponde con l’indifferenza. Milano non parla il suo dialetto, non riconosce la sua fame, non restituisce nessuno dei volti che lui cerca. Ogni porta che bussa sembra rifiutarlo. Ogni angolo è troppo geometrico, troppo pulito, troppo spoglio per un uomo abituato al disordine organico della provincia.

La stazione, i sottopassaggi, le strade notturne — tutto è deserto, illuminato da luci al neon che sembrano tagliare la pelle. Saturnino si muove come un corpo estraneo in un corpo urbano che lo respinge. La città, con la sua modernità silenziosa e il suo ordine asettico, è il luogo del travestimento in senso lato: nella metropoli nessuno è ciò che appare, e tutti possono nascondere, trasformare, fingere.

È qui che Gilda fiorisce: non avrebbe potuto esistere a Bari o a Brindisi, non in quegli anni. Gilda è una creatura notturna e urbana, nata nel margine delle tangenziali e dei night club. Milano le dà lo spazio dell’ambiguità, ma non l’accoglienza. È una città che consente ma non abbraccia. Che lascia vivere, purché lo si faccia in silenzio, nel buio, nell’ombra.

In questo senso, l’incontro tra Saturnino e Gilda è già un evento miracoloso: due figure scartate, due presenze escluse, che si sfiorano in una città che li ignora. Milano non guarda, non ascolta, non giudica: ma non offre nemmeno redenzione. Saturnino vaga per le sue strade come in un incubo, e quando finalmente riconosce Gilda — o meglio, la ama pur non riconoscendola — lo fa in un angolo dimenticato, fuori dal flusso normale della vita urbana.

Il loro amore, effimero e non consumato, è un’esplosione contro l’anestesia della città. Ma anche un’estasi che non può durare. Saturnino non può restare, Gilda non può seguirlo. La città, infine, riprende la sua forma compatta, impersonale. E l’amore resta una parentesi, un errore bellissimo e destinato a svanire.

Così Milano, invece di offrire l’anonimato come rifugio, lo trasforma in condanna. È un luogo che permette la metamorfosi solo se non la si rivendica. Un palcoscenico ideale per la commedia del desiderio, ma non per la sua realizzazione tragica.



Sezione VI – Dino Risi e la regia dell’ambiguità: tempi comici, lirismo e sottrazione

È impossibile comprendere la forza di Un amore difficile senza considerare la regia di Dino Risi, il suo senso esatto per il tempo, il dettaglio, l’inquadratura che non si concede mai al puro virtuosismo ma che sa insinuarsi nel cuore del racconto. In questo episodio, Risi mette in campo tutta la sapienza maturata nella commedia all’italiana, per portarla al limite della sua stessa dissoluzione.

Il tempo comico, normalmente usato per far esplodere l’equivoco, qui è dilatato, spostato, talvolta frustrato. La battuta non arriva, oppure arriva tardi, o troppo presto, e si arena nell’ambiguità. Risi si diverte a creare una suspense del ridicolo, in cui lo spettatore non sa se deve ridere o rimanere interdetto. Ma questa ambiguità non è gratuita: è la chiave di lettura del desiderio stesso.

Nel costruire il rapporto tra Saturnino e Gilda, Risi usa con sapienza la tecnica della sottrazione: non mostra mai il sesso, non indugia mai sul corpo, non calca la mano sull’equivoco. Non c’è compiacimento nella macchina da presa. Le inquadrature sono spesso fisse, come a rispettare la distanza tra i personaggi, oppure si avvicinano lentamente, come se si muovessero con cautela dentro uno spazio psichico vulnerabile.

Il linguaggio visivo non accentua il grottesco, ma lo stempera in una patina di malinconia surreale. La luce è fredda, i colori smorzati, la città avvolta da una nebbia quasi metafisica. Non ci sono eccessi barocchi, né gag: è un’estetica del crepuscolo, non dell’esplosione.

La regia si affida completamente agli attori. Risi lascia che siano Giannini e Lionello a creare il ritmo, a scandire le transizioni emotive, a generare quella tensione che non ha bisogno di colonna sonora enfatica né di montaggio sincopato. Ogni gesto, ogni pausa, ogni silenzio, è un segnale. Risi sa che, in questo episodio, il vero spettacolo non è l’azione, ma la percezione del desiderio che cambia.

In altre mani, “Un amore difficile” sarebbe potuto diventare una farsa di cattivo gusto o un melodramma patetico. Risi invece cammina su un filo teso tra il comico e il tragico, tra l’empatia e l’inquietudine. Non prende posizione, ma mette in scena. Non condanna, non salva: espone. E proprio in questa esposizione sobria e rispettosa sta la potenza dell’episodio.

Risi, da sempre regista del disagio borghese, qui tocca il disagio più profondo: quello dell’identità non riconosciuta. E lo fa senza retorica, con il passo sicuro di chi sa che la commedia è il veicolo più raffinato per arrivare al cuore delle tenebre.



Sezione VII – Giannini e Saturnino: l’innocenza smarrita del maschio italiano

Giancarlo Giannini, in Un amore difficile, non interpreta semplicemente un personaggio: interpreta una nazione, un’epoca, un’arcaica ingenuità maschile di fronte al disordine del desiderio. La sua prova attoriale è straordinaria proprio perché evita ogni caricatura. Saturnino è un uomo reale, complesso, contraddittorio: né eroe né mostro, né vittima né carnefice. È un uomo che non sa — e nel suo non sapere, si apre a una tenerezza che travolge.

Giannini plasma Saturnino con il corpo prima ancora che con la voce. La sua camminata incerta per le vie di Milano non è solo il gesto di un immigrato disorientato: è il movimento interiore di un uomo che non capisce più dove sia il centro della sua virilità. Il suo modo di sedersi, di mangiare, di guardare Gilda senza saperla guardare: tutto è costruito come se fosse un eterno principiante dell’amore.

Il dialetto pugliese che usa non è mai folkloristico. È una lingua spessa, imprecisa, carica di pulsioni e repressioni. Giannini la maneggia con una musicalità disarmante, come se ogni parola fosse appena imparata e già tradita. Ma è proprio attraverso quel balbettare che Saturnino tenta di toccare Gilda, di convincerla, di spiegare a sé stesso cosa sta accadendo. Il suo discorso è un disperato tentativo di “normalizzare” l’amore che prova. In questo senso, Giannini ci offre un esempio raro di maschile che si frantuma, che tenta di sopravvivere al crollo delle categorie.

Nel contesto dell’Italia degli anni Settanta, Saturnino è anche il ritratto di un’intera generazione di uomini italiani che si scontravano con una realtà sociale in rapida mutazione. Il loro senso d’identità, radicato nella provincia, nella religione, nel lavoro manuale, veniva messo in crisi da una modernità urbana che portava con sé il femminismo, l’emancipazione sessuale, la liberazione gay, il divorzio, l’ambiguità. Giannini incarna questo smarrimento con una dolcezza feroce. Non è un maschio da commedia sexy, non è un latin lover, e non è nemmeno l’“uomo qualunque”: è l’uomo che cerca il proprio fratello e trova l’amore, e non sa cosa farsene.

La scena in cui pronuncia la famosa frase condizionale è una delle più intense del cinema italiano: mentre balbetta la sua confessione d’amore impossibile, Giannini diventa un personaggio tragico, un Otello contadino che non uccide ma si lascia sconfiggere dal proprio stesso desiderio. La sua voce, rotta e insistita, è l’eco di un’Italia che si scopre vulnerabile, che ama ma non sa dirlo, che desidera ma non sa accogliere il desiderio dell’altro.

Il genio di Giannini sta nel non giudicare mai Saturnino. Non lo redime, non lo condanna. Lo restituisce alla sua umanità. E in questo atto, ci invita a fare lo stesso con noi stessi: a riconoscere quanto siamo tutti, almeno una volta nella vita, Saturnino.



Sezione VIII – Alberto Lionello è Gilda: la maschera come verità, il corpo come metafora

Se Giancarlo Giannini ci consegna l’uomo che cerca disperatamente di contenere un desiderio che lo trascende, Alberto Lionello, con la sua Gilda, ci dona l’oggetto di quel desiderio — ma un oggetto che si ribella a essere solo oggetto. Gilda è presenza, soggetto, creatura intera e consapevole, che sceglie di esistere nel margine perché solo lì è possibile essere liberi. Lionello costruisce un personaggio che non è mai caricaturale, ma sempre incarnato: è travestito, certo, ma non mai ridotto al travestimento; è performativo, ma mai falso.

Gilda è, anzi, il personaggio più autentico dell’episodio. Non nasconde nulla, nemmeno quando mantiene il segreto della propria identità biologica. Il suo corpo è un testo aperto: indossa abiti femminili non per inganno, ma per adesione a un’identità che non ha bisogno di essere giustificata. E Lionello — attore noto per il teatro brillante e per una comicità raffinata — compie qui un lavoro profondissimo, mettendo da parte ogni tendenza alla gag per entrare in una dimensione quasi drammatica, quasi tragica, ma attraversata da una leggerezza poetica che incanta.

Nel modo in cui fuma una sigaretta, nel tono con cui chiama Saturnino “caro”, nel modo in cui abbassa le palpebre mentre ascolta, Lionello compone un ritratto femminile che è insieme ironico e maestoso. Non imita una donna, né gioca a essere una “donna vera”: Gilda è un’idea di femminilità, costruita e perfetta, che si fa rifugio, identità, arma. La sua esistenza è consapevolmente teatrale, e proprio per questo è più vera di chi finge naturalezza.

Uno dei momenti più intensi dell’episodio è quello dello smascheramento. Ma non c’è una scena esplicita. Risi, con rara finezza, non mostra Gilda “togliersi” la maschera. È Saturnino che scopre, con sconcerto e dolore, che la persona amata è il fratello scomparso. Tuttavia, Gilda non perde mai la propria identità. Anche nello svelamento, rimane se stessa. Non si trasforma in uomo, non chiede perdono, non spiega. Rimane lì, vestita, composta, silenziosa. In quello sguardo che rivolge a Saturnino c’è tutto: compassione, consapevolezza, addio. E una tristezza antica, che non chiede di essere condivisa, solo accettata.

La performance di Lionello è rivoluzionaria nel panorama del cinema italiano dell’epoca. Non esisteva nulla di simile. I travestiti sullo schermo erano spesso oggetto di derisione, figure grottesche, macchiette da avanspettacolo. Gilda, invece, è un essere umano completo, che rivendica il diritto di amare e di essere amata, anche solo per un istante, anche senza futuro.

Alberto Lionello, che in teatro fu anche interprete pirandelliano, porta in Gilda la profondità della maschera pirandelliana: la maschera che non si toglie mai perché coincide con l’essere. In questo, il suo lavoro anticipa di decenni tutte le riflessioni sul genere, sull’identità fluida, sull’autodeterminazione del corpo.

Gilda non muore, non viene punita, non viene ridicolizzata. Rimane nel cuore dello spettatore come un’apparizione, un’epifania del possibile. Una figura che, pur nella sua marginalità, ha avuto il coraggio di essere se stessa. E questo, nel cinema italiano del 1973, era un gesto rivoluzionario.



Sezione IX – Tra Chaplin e Almodóvar: genealogia e anticipazioni del cinema queer

L’episodio “Un amore difficile” non nasce nel vuoto. È il frutto, consapevole o meno, di una genealogia cinematografica stratificata, in cui la comicità fisica, il travestimento, l’ambiguità e il desiderio che scivola fuori dalla norma sono stati a lungo praticati — ma sempre con un certo pudore, spesso ridotti al linguaggio dell’allegoria o del gioco.

Già nel cinema muto, il travestimento era uno strumento narrativo potente. Charlie Chaplin, in A Woman (1915), si traveste da donna per sfuggire a una situazione scomoda, e la gag diventa anche un’occasione per giocare col desiderio dello spettatore. Buster Keaton e Harold Lloyd avevano usato travestimenti femminili in contesti comici, ma sempre come deviazioni temporanee, mai come identità da abitare. Con Totò, nel cinema italiano, il travestitismo ritorna spesso, ma è parodia pura, senza densità psicologica: l’elemento buffonesco viene esasperato, e la femminilità è caricatura.

In Un amore difficile, invece, Dino Risi rompe questa tradizione di superficialità. La maschera non serve a far ridere: serve a sopravvivere. Gilda non è un uomo vestito da donna per caso, ma un individuo che ha fatto della maschera il proprio modo di abitare il mondo. In questo senso, l’episodio anticipa il cinema queer europeo di fine secolo, in particolare quello di Pedro Almodóvar.

Si pensi, ad esempio, al personaggio di Lola in Tutto su mia madre (1999), madre travestita e assente, ma presenza fantasmica e fondativa nella vita del figlio. O a La legge del desiderio (1987), dove l’identità di genere si intreccia al melodramma in una rete di passioni impossibili. Risi, trent’anni prima, già metteva in scena la coincidenza tra amore e identità non normativa, pur filtrandola ancora attraverso i codici della commedia e del non detto.

Anche nel cinema francese, in registi come André Téchiné o François Ozon, si riconosceranno decenni dopo quegli stessi toni: la malinconia sottile, l’estetica dell’ambiguità, l’amore tra figure ai margini che diventa specchio delle nostre più profonde inquietudini. Ma Risi lo fa con mezzi limitati, in un episodio di poco più di venti minuti, e in un’Italia dove l’omosessualità non aveva ancora voce né volto pubblico.

Il coraggio dell’episodio sta tutto qui: trattare l’amore tra due uomini come una tragedia romantica, non come un’anomalia sociale. Non ci sono prediche, né satire. Non si fa lezione, né si cerca l’applauso progressista. C’è solo uno sguardo. Quello della macchina da presa che si ferma sul volto di Giannini mentre pronuncia il suo “avrebbimo pututo”, e quello di Lionello che lo guarda senza rispondere.

Il cinema queer, molti anni dopo, adotterà la stessa postura. Non più mostrare per spiegare, ma mostrare per esistere. Non più giustificare, ma affermare. In questo senso, Un amore difficile è un film profondamente moderno, quasi clandestinamente militante, che lavora non contro il conformismo, ma ai suoi bordi, scavandone le crepe dall’interno.

E sebbene la critica dell’epoca lo abbia derubricato a episodio curioso, oggi lo si può riconsiderare come un antesignano delicato e radicale di un cinema del desiderio fluido, che ancora fatica a trovare spazio nella narrazione dominante. Un piccolo gesto sovversivo, travestito da commedia.



Sezione X – Il fratello perduto: amore, identità e conflitto nella relazione familiare

In “Un amore difficile”, il legame tra Saturnino e Gilda assume una dimensione che va oltre la semplice narrazione di un amore impossibile. La rivelazione che Gilda sia in realtà il fratello scomparso di Saturnino apre una porta simbolica di straordinaria portata, trasformando la vicenda in una tragedia familiare che si gioca tra affetto, desiderio e tabù.

La figura del fratello perduto, ritrovato in circostanze ambigue e dolorose, richiama una lunga tradizione narrativa e mitologica. Nel mito biblico di Caino e Abele, la rivalità fraterna è al centro del dramma umano, un conflitto che si manifesta come violenza e perdita. Ma qui, Risi capovolge questo paradigma: non è la lotta, ma la riconciliazione negata a segnare il rapporto tra Saturnino e Gilda.

L’amore che nasce tra loro — per quanto segnato dalla scoperta dell’identità familiare — diventa un tentativo di ricomporre un legame interrotto, una famiglia spezzata dalla distanza e dal silenzio. È un amore che sfida i codici sociali e morali, ma anche quelli della psicologia tradizionale: è un sentimento che mescola affetto fraterno e desiderio erotico, sovvertendo le categorie rigide.

Sul piano psicanalitico, questo intreccio rimanda al complesso di Edipo e a tutte le sue implicazioni simboliche: il desiderio per il fratello/sorella come specchio del desiderio per l’alterità più prossima e proibita. Saturnino, infatti, non solo cerca il fratello fisicamente, ma cerca in lui una parte di sé perduta, una continuità identitaria interrotta. Gilda, con la sua ambiguità di genere e di ruolo, incarna quella differenza che è insieme separazione e attrazione.

Il dialogo tra i due diventa quindi una danza intorno al tema dell’alterità familiare, in cui ogni parola e ogni gesto sembrano cercare una via di uscita dall’impossibile. La frase che dà il titolo all’episodio — il lungo condizionale di Saturnino — è l’espressione di questo desiderio frustrato di trasformare il reale in una realtà accettabile, di piegare la verità alle esigenze del cuore.

In questa prospettiva, l’episodio assume tratti quasi biblici: la famiglia come luogo di salvezza e condanna, il fratello come specchio di se stessi, e l’amore impossibile come destino ineluttabile. Ma al tempo stesso, la narrazione si distanzia da ogni moralismo, restituendo al pubblico un quadro complesso, ambiguo, in cui non esistono risposte facili.

Il dramma della scoperta non distrugge l’amore, ma ne evidenzia la fragilità e la forza. È una prova, una resa dei conti con i limiti imposti dalla società e dalla natura stessa, ma anche un invito a riconoscere la complessità dei legami umani.

In questo senso, “Un amore difficile” si inserisce in una tradizione di racconti che esplorano il confine labile tra amore e proibizione, tra identità e differenza, restituendo alla famiglia un ruolo centrale come luogo di contraddizioni e passioni sotterranee.



Sezione XI – Italia anni Settanta: emigrazione, identità e trasformazioni sociali

L’Italia degli anni Settanta era un paese in rapido cambiamento, attraversato da tensioni politiche, sociali e culturali che ridefinivano le identità personali e collettive. In questo contesto, Un amore difficile assume un valore emblematico, capace di condensare in pochi minuti un ventaglio di questioni irrisolte che agitavano la società italiana.

Saturnino, il protagonista, è il simbolo dell’emigrato interno, figura massiccia e concreta che da Sud si sposta verso il Nord industriale in cerca di opportunità. La sua lingua dialettale, la sua gestualità, la sua ingenuità sono tutte tracce di un mondo rurale e tradizionale che si scontra con la realtà metropolitana e moderna di Milano. Questo scontro è al tempo stesso culturale e psicologico: Saturnino è un uomo che si sente spaesato, in un territorio che gli è estraneo non solo geograficamente, ma anche simbolicamente.

Il viaggio di Saturnino diventa quindi metafora di un’Italia divisa, divisa fra passato e futuro, fra radici contadine e città industriali, fra un’identità legata alla famiglia e alle regole sociali e una realtà che mette in discussione tutto questo.

Al centro di questa trasformazione c’è la questione dell’identità sessuale, tema ancora tabù e largamente marginalizzato nel dibattito pubblico e culturale del tempo. La figura di Gilda, con la sua complessità e ambiguità, rappresenta la sfida più radicale alle norme sessuali e di genere dell’Italia tradizionale. La sua esistenza è un atto di resistenza contro la repressione e il conformismo, e la relazione con Saturnino svela la fragilità delle categorie stesse con cui si cerca di definire la realtà.

In quegli anni, infatti, la società italiana iniziava a confrontarsi con movimenti di liberazione sessuale e con una crescente visibilità delle minoranze LGBT, ma il cammino era ancora lungo e spesso ostacolato da resistenze culturali profonde. L’episodio di Risi, pur senza dichiarazioni esplicite, riflette questo clima di ambiguità e tensione, mostrando senza giudizio e senza retorica una storia di amore fuori norma.

Il contesto storico-politico, con il suo clima di contestazione giovanile, di crisi economica e di trasformazione sociale, rendeva possibile questo tipo di narrazione “a margine”, che però restava ancora confinata nelle pieghe della produzione culturale e cinematografica mainstream.

Un amore difficile diventa così un piccolo manifesto della complessità italiana degli anni Settanta: un paese in bilico tra tradizione e innovazione, tra repressione e desiderio di libertà. Un paese in cui l’amore poteva essere difficile non solo per ragioni personali, ma perché la società stessa non era pronta a riconoscerlo.



Sezione XII – Dalla marginalizzazione alla riscoperta: la ricezione di Un amore difficile

Quando Sessomatto uscì nel 1973, il penultimo episodio, Un amore difficile, fu accolto con una certa sorpresa, spesso relegato a curiosità all’interno del più ampio corpus dell’opera di Dino Risi. La critica ufficiale tendeva a sottovalutare la portata rivoluzionaria di questo racconto, considerandolo più come un esperimento aneddotico, un piccolo intermezzo ironico, piuttosto che come un contributo significativo alla rappresentazione delle identità di genere e del desiderio omosessuale sul grande schermo.

La ragione principale di questa marginalizzazione risiedeva nel clima culturale italiano degli anni Settanta: ancora profondamente conservatore, segnato da rigide norme morali e sociali, incapace di accogliere narrazioni che sfidavano apertamente l’eteronormatività. La figura del travestito, così come quella dell’emigrato meridionale in cerca di riscatto, erano spesso oggetto di stereotipi e pregiudizi che non favorivano una lettura empatica e approfondita.

Inoltre, la brevità e la natura episodica del racconto rendevano difficile una valutazione autonoma e complessa. Inserito all’interno di una commedia corale, Un amore difficile rischiava di essere oscurato dalle parti più convenzionali e meno provocatorie dell’intero film.

Tuttavia, col passare degli anni, e in particolare con l’affermarsi del movimento LGBT e la crescita della critica queer, l’episodio ha iniziato a ricevere una nuova attenzione. Studiosi e cineasti hanno riconosciuto la sua capacità di anticipare molte tematiche che sarebbero poi diventate centrali nelle rappresentazioni cinematografiche del desiderio e dell’identità fluida.

La figura di Gilda, interpretata da Alberto Lionello, è stata rivalutata come un’icona precoce di rappresentazione positiva e complessa della femminilità transessuale o travestita, ben lontana dai cliché di ridicolizzazione o pathos tragico eccessivo.

Parallelamente, il personaggio di Saturnino è stato letto come emblema di un uomo che si confronta con la trasformazione sociale senza poterla ancora comprendere appieno, simbolo di un’Italia in transizione.

Oggi, l’episodio gode di uno status di culto in cerchie di appassionati di cinema queer e di studi di genere. Viene visto come una testimonianza preziosa di un’Italia che tentava di aprirsi a nuove forme di rappresentazione e identità, pur dentro un sistema culturale che ancora le negava piena cittadinanza.

La riscoperta di Un amore difficile ha anche contribuito a rinnovare l’interesse per Dino Risi, non solo come regista della commedia all’italiana, ma come autore capace di sottili aperture alle contraddizioni sociali più profonde e meno raccontate.

In conclusione, la parabola critica dell’episodio riflette la lenta e difficile evoluzione culturale italiana, ma anche la potenza di un racconto che, nonostante tutto, è riuscito a lasciare un segno duraturo.



Sezione XIII – Tra teatro, letteratura e cinema: i riferimenti intertestuali in Un amore difficile

L’episodio di Sessomatto si inserisce in una rete complessa di richiami culturali che vanno ben oltre la superficie della trama. Dino Risi, consapevolmente o inconsciamente, intreccia elementi provenienti da tradizioni diverse, costruendo un racconto che dialoga con le grandi questioni del desiderio, dell’identità e del travestimento attraverso linguaggi molteplici.

Innanzitutto, il teatro classico e moderno è una fonte evidente di ispirazione. La maschera di Gilda richiama la tradizione pirandelliana, in cui l’identità è vista come un gioco di ruoli e di apparenze, e la maschera non è solo uno strumento di travestimento, ma il vero volto dell’essere. La complessità del personaggio, che vive nel margine tra uomo e donna, tra verità e finzione, riecheggia le riflessioni pirandelliane sul relativismo dell’identità e sulla tragicità dell’incomunicabilità.

Dal punto di vista letterario, si possono individuare richiami sottili ma pregnanti al tema del “fratello perduto” e alla condizione di emarginazione e desiderio impossibile, temi che attraversano la letteratura italiana e europea, da Leopardi a Pasolini, da Kafka a Beckett. L’episodio sembra un racconto in cui la solitudine esistenziale e il bisogno di riconoscimento si confrontano con la realtà attraverso una lingua spezzata e dolente, molto vicina alle atmosfere del neorealismo e del teatro dell’assurdo.

Nel cinema, come già accennato, il confronto con la commedia all’italiana è inevitabile, ma Risi in questo episodio va oltre, adottando uno sguardo che è più vicino al cinema d’autore europeo degli anni Sessanta e Settanta, in particolare alla Nouvelle Vague francese e al cinema tedesco di Fassbinder. Come Fassbinder, che spesso racconta storie di marginalità e ambiguità di genere con una sensibilità crudele e poetica, anche Risi si avventura in territori delicati, scegliendo di non giudicare ma di mostrare la complessità umana.

Ancora, si può leggere l’episodio come una sorta di omaggio o reinterpretazione di figure classiche della commedia dell’arte, in cui il travestimento è parte integrante dell’azione scenica e sociale, ma qui trasformato in metafora esistenziale: non è più solo maschera, ma vita stessa.

L’uso del dialetto pugliese da parte di Saturnino, inoltre, conferisce all’episodio una profondità antropologica, portando in scena non solo una lingua ma un intero mondo di valori, tradizioni e tensioni sociali, che si scontrano con l’universo urbano e cosmopolita rappresentato da Milano e da Gilda. In questo senso, il film si situa anche in un continuum di opere che riflettono sull’emigrazione interna e sulla crisi identitaria del Meridione italiano, tema caro a molti registi italiani del dopoguerra.

Un amore difficile si presenta come un palinsesto stratificato di influenze e citazioni, che dialogano tra loro per dare forma a un racconto complesso, capace di raccontare l’alterità attraverso molteplici linguaggi culturali.



Sezione XIV – Suoni e silenzi: la colonna sonora come stratificazione emotiva

La colonna sonora di Un amore difficile, pur discreta e non invadente, svolge un ruolo cruciale nel sostenere la narrazione emotiva dell’episodio. Dino Risi, con la consueta attenzione al dettaglio, sceglie di non affidarsi a temi musicali troppo espliciti o manipolatori, ma opta per un accompagnamento sonoro che si muove tra suoni ambientali, pause significative e pochi accenti musicali puntuali.

Il rumore di fondo di Milano — il fruscio delle auto, il brusio lontano della città, i passi sul marciapiede — diventa parte integrante della scenografia emotiva. Questi suoni urbani non sono mera ambientazione, ma veri e propri segni di isolamento e alienazione: la metropoli si fa presenza inquietante, una realtà viva e invadente che non concede tregua ai protagonisti.

La scelta di inserire momenti di silenzio assoluto è particolarmente significativa. In diverse sequenze chiave, i dialoghi si interrompono e il silenzio domina, creando una tensione sospesa, uno spazio mentale dove si condensano emozioni non dette, desideri repressi e paure latenti. Questi silenzi si fanno spazio sacro, un luogo dove lo spettatore è invitato a immergersi nella psicologia dei personaggi.

I pochi inserti musicali, spesso pezzi jazz o melodie lente, sottolineano invece momenti di intimità e fragilità. La musica non accompagna in maniera diretta le azioni, ma entra come un’eco distante, un respiro ritmato che pulsa sotto la superficie. Questo effetto crea una sorta di doppio livello narrativo, dove il visibile e l’uditivo si intrecciano senza sovrapporsi, lasciando allo spettatore la libertà di leggere gli stati d’animo più nascosti.

In particolare, la musica accompagna l’avvicinamento tra Saturnino e Gilda, sottolineandone il corteggiamento atipico e la tensione crescente. Non è mai melensa né enfatizzata, ma mantiene una compostezza quasi ipnotica, come se fosse la colonna sonora di un sogno a occhi aperti.

Il lavoro sul sonoro si spinge anche all’uso della voce: il dialetto di Saturnino, la voce roca di Gilda, le pause, i sospiri e i sussurri sono amplificati, resi protagonisti nella costruzione di un dialogo che è tanto fatto di parole quanto di non detti. Il contrasto tra la voce dura e incerta di Saturnino e la voce più morbida e seducente di Gilda crea un gioco di tensioni vocali che alimentano il senso di differenza e attrazione.

L’insieme di questi elementi sonori rende Un amore difficile un’esperienza immersiva, dove la musica, il rumore e il silenzio diventano strumenti per indagare il senso profondo del desiderio, della solitudine e del riconoscimento.



Sezione XV – Il linguaggio come barriera e ponte: dialetto, silenzi e non detti

Il linguaggio nell’episodio Un amore difficile è al contempo strumento di comunicazione e di separazione. Saturnino parla un dialetto pugliese stretto, autentico, che riflette non solo la sua origine geografica, ma un’intera cultura fatta di valori tradizionali, vincoli sociali e una sensibilità spesso incompresa. Questo dialetto non è un semplice colore locale: è un elemento chiave della narrazione, capace di comunicare la distanza tra il protagonista e il mondo in cui si muove.

Attraverso il dialetto, si percepisce la solitudine di Saturnino, la sua estraneità rispetto alla città e anche rispetto all’oggetto del suo desiderio, Gilda, che rappresenta una realtà molto diversa, fluida e sfuggente. Il dialetto diventa quindi sia una barriera comunicativa, sia un ancoraggio identitario, il limite entro cui Saturnino può esprimersi ma anche il muro che lo separa dall’altro.

Le pause tra le battute sono cariche di tensione e significato. Non si tratta di silenzi vuoti, ma di momenti in cui i personaggi si confrontano con le proprie emozioni più profonde, spesso inesprimibili a parole. È in questi interstizi che si nasconde il vero dramma: il desiderio che non trova una forma linguistica adeguata, la paura di essere rifiutati o fraintesi, il tentativo di costruire un ponte fragile tra mondi inconciliabili.

Il celebre monologo di Saturnino, con il suo ritmo incerto e la ripetizione del condizionale (“se invece di essere uomo eri donna… se invece di essere mio fratello eri mia cugina…”), è emblematico di questa difficoltà a nominare l’amore e a renderlo reale. Le parole si inseguono, si sovrappongono, si interrompono: è il linguaggio dell’incertezza, ma anche della speranza, di una possibilità che resta negata.

Gilda, dal canto suo, risponde con una parlata più controllata, elegante, quasi teatrale, che sottolinea il suo ruolo di seduttrice consapevole e insieme di creatura vulnerabile. Il suo linguaggio è fatto di sottrazioni, di sguardi, di gesti che parlano più delle parole stesse.

In questo gioco di linguaggi diversi, l’episodio mette in scena la complessità della comunicazione umana, soprattutto quando si tratta di identità e desiderio. Non è solo questione di parole, ma di tutto ciò che resta non detto, taciuto, incompreso.

Il dialetto diventa così un simbolo di appartenenza e di esclusione, mentre i silenzi e le pause si fanno luoghi di incontro possibile, di intimità fragile e preziosa.

In definitiva, Un amore difficile ci mostra come il linguaggio possa essere al tempo stesso un ostacolo e una possibilità: un modo per difendersi e per cercare di comprendere, per separare e per unire.



Sezione XVI – Milano come labirinto del desiderio: topografie simboliche dell’incontro e dello smarrimento

Un amore difficile si svolge in una Milano notturna, invernale, fatta di interni angusti e di esterni deserti. Questa Milano non è la capitale industriale efficiente e modernista dei telegiornali, né quella scintillante della borghesia o dell’alta moda. È una città sfuggente, livida, periferica, dove ogni strada sembra portare altrove, e ogni luogo ha qualcosa di provvisorio e irrisolto.

L’intera messa in scena urbana diventa un labirinto, uno spazio dell’inquietudine più che della ricerca. Saturnino non arriva a Milano per lavoro, né per turismo: ci arriva per trovare suo fratello, per ricostruire un legame spezzato. Ma la città non lo accoglie: lo disorienta, lo costringe a vagare, lo espone a incontri casuali, a situazioni che sfuggono al controllo. È come se Milano, più che una destinazione, fosse una condizione mentale: un luogo dove tutto può accadere ma nulla si spiega, dove le coordinate affettive e culturali si dissolvono.

L’inquadratura insistita dei marciapiedi, dei cortili, degli ingressi secondari suggerisce una città vissuta “di lato”, mai frontalmente. Non ci sono grandi viali né panoramiche urbane: tutto è intimo, umido, sospeso tra realtà e sogno. Le luci sono basse, le ombre lunghe, le finestre chiuse. L’architettura stessa sembra ostile, o almeno indifferente, al protagonista.

Gli interni — in particolare l’appartamento di Gilda — diventano al contrario luoghi di sospensione e ambiguità. Gilda abita uno spazio che sfugge a ogni catalogazione: non è un semplice appartamento, ma un vero e proprio boudoir, uno spazio scenico costruito con cura, ornato di oggetti femminili, specchi, tende, luci calde e diffuse. È un interno che non ha nulla della freddezza maschile: ogni dettaglio parla di trasformazione, di artificio, ma anche di autenticità profonda.

L’ambiente domestico di Gilda è una sorta di antro uterino in cui Saturnino entra come un intruso e da cui esce trasformato. È lì che avviene il corteggiamento, l’avvicinamento, la scoperta. È lì che i confini del genere si sfaldano e che il tempo sembra fermarsi. Non a caso, l’unico momento in cui Saturnino si abbandona davvero al sentimento — pur senza dichiararlo — avviene proprio lì, tra le pareti imbottite di silenzi e sguardi.

Anche la strada, però, ha il suo ruolo: è lo spazio del passaggio, della transizione, ma anche della perdita. Quando Saturnino esce dall’appartamento, la città non lo accoglie come un uomo cambiato: lo ricaccia nella sua condizione originaria di errante, di escluso. Eppure, in questo spaesamento, qualcosa è accaduto. Il percorso urbano si è fatto metafora di un viaggio interiore, di un attraversamento identitario profondo, anche se destinato a non avere approdo.

Milano, così come rappresentata da Risi in questo episodio, è lontanissima dalle geografie rassicuranti del cinema popolare: è una città psichica, più che una città reale, uno scenario onirico dove i luoghi sono soglie più che stanze, confini mobili tra l’identità e il suo doppio.

In questo senso, lo spazio non è neutro: è attivo, narrante. Partecipa alla vicenda con discrezione, ma anche con profondità. Ed è solo in questi luoghi — periferici, nascosti, mai centrali — che un amore impossibile può nascere, respirare, e svanire senza clamore.



Sezione XVII – Il corpo come testo: linguaggi dell’ambiguità, della verità e della soglia

Se c’è un luogo che in Un amore difficile non può mentire, quello è il corpo. I corpi dei protagonisti parlano ininterrottamente, ben oltre le parole. Si sfiorano, si evitano, si spostano nel quadro con movimenti misurati, esitanti, rituali. La fisicità è qui linguaggio primario, campo di battaglia e insieme luogo sacro, dove si giocano tutte le contraddizioni del desiderio.

Il corpo di Saturnino, massiccio, terragno, virile nella sua goffaggine, è quello di un uomo che non è abituato a pensarsi come corpo desiderante. È abituato a lavorare con le mani, a muoversi nello spazio come un corpo-funzione: camminare, sollevare, afferrare. La sua gestualità è pesante, brusca, impacciata. Eppure, proprio da questa fisicità disabituata al desiderio nasce la tensione più autentica. Saturnino non sa come desiderare: il suo corpo lo precede, lo tradisce, lo costringe a confessare ciò che la mente ancora nega.

In contrasto, il corpo di Gilda è tutto costruzione, presenza scenica, superficie orchestrata con una precisione che ha qualcosa di sacro. Gilda sa cosa mostrare, cosa nascondere, come inclinare il capo, come sedersi, come accendere una sigaretta. Ma questa costruzione non è falsità: è verità performativa, il risultato di una vita vissuta nella consapevolezza del proprio ruolo e della propria marginalità.

Quando Gilda entra in scena, entra non come donna, non come uomo, ma come immagine, come incarnazione del desiderio che non ha nome. E proprio per questo affascina. La sua figura sfugge alla definizione: è femminile nei tratti, ma il suo corpo dice altro — dice una storia di passaggi, di dolori, di resistenze. È un corpo che ha scelto la propria forma, e che nella scelta ha scritto il proprio destino.

Il momento più alto di questa dialettica dei corpi avviene nel non contatto, nel rifiuto del tocco, nel ritrarsi. Saturnino tende la mano, poi si ferma. Gilda avanza, poi si blocca. Non c’è un’unione carnale, ma solo il suo fantasma. E in questo fantasma, si consuma la tragedia. È il corpo desiderato ma irraggiungibile, il corpo vicino ma impossibile, che definisce l’intero racconto.

Il corpo del fratello diventa così il limite estremo dell’amore, l’ultima soglia. Eppure, proprio nel corpo, Saturnino riconosce ciò che cercava: non solo l’amante, ma il fratello, l’altro da sé che è anche se stesso. Il corpo che si desidera è anche quello che si era perduto. Qui il desiderio e l’identità si fondono in una vertigine.

La regia di Risi è precisa, chirurgica: mai voyeuristica, mai compiaciuta. L’inquadratura accarezza i corpi con rispetto, anche quando li osserva nel momento della crisi. L’occhio della macchina da presa non feticizza, non svela troppo. Rimane a distanza ravvicinata ma pudica, come se volesse proteggere i suoi personaggi dalla nostra indiscrezione.

Così, il corpo diventa la vera scrittura del film. Ogni movimento, ogni gesto, ogni silenzio incarnato racconta ciò che le parole non possono dire. Non c’è bisogno di spiegare l’amore tra Saturnino e Gilda: lo si legge nei loro corpi, nei loro sguardi trattenuti, nelle loro posture sbilanciate.

In definitiva, Un amore difficile è anche questo: una storia di corpi che non si toccano, ma che si sono già detti tutto nel solo fatto di esistere l’uno di fronte all’altro.



Sezione XVIII – Il travestimento come verità: maschera, esistenza, libertà

Nel contesto storico e culturale del cinema italiano degli anni Settanta, il travestimento era di norma relegato al registro del comico. Totò, Paolo Villaggio, perfino Alberto Sordi avevano indossato abiti femminili, ma sempre per fuggire da una situazione imbarazzante, per suscitare la risata, per accentuare il contrasto tra l’identità biologica e quella mascherata. Il travestimento era trappola narrativa e gag visiva, mai atto identitario.

Gilda — interpretata da Alberto Lionello — sovverte totalmente questa logica. Il suo travestimento non è né episodico né opportunistico. Non è nemmeno un inganno. È identità vissuta, necessità psichica e poetica insieme, forma di vita. Gilda non si traveste per fuggire, ma per esistere. Il suo abito femminile non è copertura, ma pelle: è la superficie attraverso cui si comunica col mondo, si cerca amore, si reclama diritto a una forma.

Nel suo appartamento, tra parrucche, piume e ciprie, Gilda non si “nasconde”: si dichiara. Mostra il suo sé più profondo proprio mentre performa la sua femminilità, proprio mentre costruisce il suo teatro privato di seduzione e intimità. Questo è un gesto estetico e politico insieme. Perché la sua femminilità è un’invenzione, sì, ma di quelle invenzioni che salvano, che custodiscono la verità più difficile.

Il travestimento, in questo senso, si fa dispositivo di resistenza. In un mondo che non prevede uno spazio per le identità fluide, Gilda si crea il proprio teatro, la propria forma, il proprio linguaggio. Non cede al vittimismo, non chiede di essere spiegata: semplicemente esiste. E nella sua esistenza, già trasgressiva in sé, si iscrive tutta una poetica dell’autodeterminazione.

La regia di Risi accompagna questa esistenza con uno sguardo rispettoso, silenzioso, mai scandalizzato. Non c’è la risata di sottofondo, né la battuta pronta. Non c’è nemmeno, però, l’enfasi drammatica del “caso umano”: Gilda non è un problema, è una persona. Una persona che ha scelto il proprio aspetto, la propria voce, il proprio modo di amare, e che non ha bisogno di giustificarsi.

In questo senso, Un amore difficile si avvicina sorprendentemente alla riflessione foucaultiana sull’identità come costruzione storica e linguistica. Il travestimento non è più simulazione, ma modo di abitare il reale secondo una verità non riconosciuta, una verità minoritaria, deviante solo perché eccedente le categorie imposte.

Lo sguardo di Saturnino, quando scopre la verità, non è lo sguardo dell’uomo tradito. È lo sguardo dell’uomo che non sa come nominare ciò che ama, ma che lo ama ugualmente. È questo che fa dell’episodio una tragedia: non il travestimento, ma la sua impossibilità di essere accolto nel linguaggio comune, nella famiglia, nella società.

Alla fine, la maschera non cade. Gilda rimane Gilda. Non si spoglia della parrucca né degli abiti. Non rivela un “vero sé” maschile sotto il trucco. E in questo gesto, così semplice e radicale, si annulla secoli di narrazione che volevano il travestito come impostore, come truffatore, come mostro.

Gilda non finge nulla. È tutto. Ed è questo che rende Un amore difficile un’opera straordinaria: la capacità di mostrare come la maschera non nasconda, ma riveli. Come il travestimento, lungi dall’essere un gioco, sia spesso l’unico modo per dire la verità.



Sezione XIX – L’epilogo mancato: sospensione, silenzio e politica della non-chiusura

A differenza di molti altri episodi di Sessomatto, che tendono a chiudersi con una battuta, una sorpresa, una morale implicita o esplicita, Un amore difficile non si chiude. Non c’è un vero epilogo, nessuna risoluzione narrativa, nessuna punizione, nessun premio. Non c’è la commedia né la tragedia. C’è solo una linea interrotta, un momento che resta sospeso nel tempo, come se l’amore non avesse mai avuto il diritto di completarsi.

Questo “non-finale” è una scelta profondamente politica da parte di Risi. In un’epoca in cui la sessualità non conforme veniva rappresentata quasi sempre come devianza da espiare o come follia da contenere, il rifiuto di chiudere la vicenda con una morale o una punizione è già di per sé un gesto radicale. L’ambiguità resta intatta. E nello sguardo di Saturnino, perso nel vuoto, si specchia lo spettatore: incapace di giudicare, ma nemmeno autorizzato a dimenticare.

Non vi è catarsi. Nessuna liberazione. Eppure, qualcosa è accaduto. Il tempo dell’incontro — così breve, così irripetibile — ha trasformato tutto. I personaggi non sono più gli stessi. Ma la società che li circonda lo è ancora. Saturnino non può restare. Gilda non può seguirlo. Nessuno dei due ha parole per spiegare. Nessuno ha uno spazio dove vivere quel sentimento che ha osato nominarsi, anche solo per un attimo.

L’ultima scena non mostra alcuna separazione plateale. Non ci sono lacrime, né urla. Solo una assenza crescente, uno scivolamento nel silenzio. Gilda resta immobile, fiera e sola. Saturnino esce, forse per tornare da dove è venuto, forse per sparire nel buio urbano di una città che — come lui stesso — non sa come accogliere, né respingere.

Questo finale non è solo mancanza di chiusura: è un’apertura etica, una richiesta al pubblico di assumersi la responsabilità dello sguardo. Non siamo autorizzati a dimenticare Saturnino e Gilda. Il film non ci offre l’alibi della risoluzione. Non ci dice “è solo una storia”. Ci dice: “è accaduto, e potrebbe accadere ancora”.

L’assenza di conclusione è anche un gesto poetico. Come in certi racconti di Čechov o nei quadri di Hopper, ciò che conta non è ciò che succede, ma ciò che rimane sospeso, ciò che resta nell’aria, tra due respiri, tra due esistenze che si sono appena sfiorate. È nel non detto, nel non concluso, che si annida il senso.

E c’è infine una forma di rispetto, quasi di pudore tragico, in questa mancata chiusura. Risi non vuole violentare i suoi personaggi con una conclusione imposta. Li lascia lì, nel loro tempo opaco, nel loro gesto interrotto. Li lascia liberi di non dover spiegare tutto, di non dover offrire un significato rassicurante.

Perché ci sono amori che non possono essere narrati fino in fondo. Non per censura, ma per eccesso di verità. E Un amore difficile è uno di questi.



Sezione XX – L’eredità silenziosa: Un amore difficile come prototesto queer europeo

A quarant’anni dalla sua uscita, Un amore difficile comincia finalmente a essere riconosciuto come una delle prime rappresentazioni italiane — e non solo italiane — di una relazione queer vissuta non come farsa, né come patologia, ma come tensione poetica e possibilità d’amore. In un panorama cinematografico dove la visibilità queer era ancora legata a figure tragiche, o a personaggi secondari e ridicolizzati, l’episodio diretto da Dino Risi introduce — pur nei limiti della sua cornice narrativa — un gesto dirompente di umanizzazione e complessità.

Nel personaggio di Gilda si manifesta una presenza anticipatoria: non ancora transgender, non ancora drag queen nel senso contemporaneo del termine, non ancora codificata da una terminologia militante — ma già altra, già irriducibile. Una figura che prefigura i corpi parlanti e inclassificabili del cinema di Pedro Almodóvar, di François Ozon, di Rainer Werner Fassbinder, pur senza poterne ancora disporre degli stessi strumenti politici e linguistici.

Allo stesso tempo, Un amore difficile può essere letto come un’anticipazione inquieta del cinema transmoderno queer che emergerà decenni dopo: film come Tomboy di Céline Sciamma, A Fantastic Woman di Sebastián Lelio, Laurence Anyways di Xavier Dolan, e anche The Crying Game di Neil Jordan o Hedwig and the Angry Inch di John Cameron Mitchell. In tutti questi titoli — distanti per epoca e sensibilità — ritorna il tema che Risi già mette a fuoco: l’amore che non sa dove collocarsi, il desiderio che non ha nome, il corpo che è anche scena, verità e invenzione.

Ma forse l’eredità più profonda è quella lasciata nel nostro sguardo. Un amore difficile chiede allo spettatore non di “capire” i suoi protagonisti, ma di accettarli come presenze vive, incomplete, aperte. Questa apertura etica è, oggi, uno dei fondamenti del pensiero queer. Non cercare la coerenza o la categorizzazione, ma abitare l’ambivalenza.

Nel contesto italiano, l’episodio si staglia come un unicum. Né il cinema politico militante né quello d’autore si erano ancora occupati in modo diretto dell’omosessualità, del travestimento o della fluidità di genere senza farne materia di denuncia, ironia o tragedia conclamata. Risi riesce, in uno spazio di pochi minuti, a rappresentare l’indicibile: un amore che nasce tra due figure ai margini del linguaggio sociale, ma che proprio per questo diventa specchio delle nostre paure e dei nostri desideri più profondi.

E se oggi possiamo parlare di un cinema queer europeo che osa mettere in scena corpi non normati, identità mobili, relazioni complesse — dobbiamo riconoscere che Un amore difficile è stato un seme nascosto, piantato in un terreno ostile, ma capace di germogliare nel tempo.

La sua eredità, dunque, non è fatta di sequenze citate o di registi dichiaratamente influenzati. È una corrente sotterranea, un battito. Il battito di un amore che non ha potuto essere, ma che ha continuato a esistere nella possibilità che ha aperto.

E oggi, nel riprenderne in mano le immagini, nel rivedere Saturnino e Gilda danzare nel loro impossibile incontro, possiamo finalmente riconoscere in loro non una deviazione, ma una verità anticipata. E un dolore che ci riguarda.



Sezione XXI – Conclusione: la dolce ferita del possibile

Un amore difficile è una ferita aperta nella carne dell’immaginario italiano. Non urla, non supplica, non si proclama. Ma pulsa. Pulsa ancora oggi, come ogni verità che ha scelto di non essere spiegata. In mezzo alla galleria di mostri, mariti infedeli, bigotti repressi e perversioni da commedia dell’arte che compongono Sessomatto, l’episodio firmato da Dino Risi si staglia come una meditazione sospesa sull’identità, sull’amore e sulla soglia.

Abbiamo attraversato questo breve racconto cinematografico da molteplici angolature: la costruzione dei personaggi, il linguaggio dei corpi, la funzione degli spazi, la colonna sonora e il montaggio, fino al suo mancato epilogo e alla sua inaspettata eredità. E ciò che emerge con chiarezza è la distanza abissale tra l’apparente leggerezza del contenitore (una commedia episodica) e la vertiginosa profondità del contenuto.

Saturnino e Gilda non sono caricature. Non sono oggetti di studio, né simboli astratti. Sono due corpi vivi, due anime senza casa, che si incontrano per caso e generano attorno a sé un campo magnetico di sentimenti che non sanno nominarsi. Il loro è un amore privo di grammatica: non può dirsi eterosessuale, non può dirsi omosessuale, non può nemmeno, forse, dirsi amore. Ma esiste, e questo basta a metterlo fuori dalla legge, fuori dallo sguardo approvante della società.

Eppure, proprio questo amore “irricevibile” — o forse “prematuro”, come lo definirebbe Pasolini — si offre come luogo di verità. Una verità che non risiede nella rivelazione del genere, né nella rottura delle convenzioni, ma nella fragilità condivisa. Gilda è vera nel momento in cui si mostra costruita. Saturnino è sincero nel momento in cui non sa più che cosa dire. E lo spettatore, se è disposto a restare nella sospensione, nel disagio, nella mancanza di definizione, si trova improvvisamente vicinissimo a entrambi.

In questa intimità disarmata risiede la grandezza del film. Risi non propone modelli, non indica vie. Non risolve. Ma espone: espone un’intimità che si sa colpevole senza sapere di quale colpa, un desiderio che non ha ancora una forma sociale, una possibilità che viene negata proprio mentre comincia a essere pensabile.

È per questo che Un amore difficile può essere oggi definito un classico queer involontario: non perché si fosse prefisso di esserlo, ma perché, contro ogni attesa, ha creato un varco. Un varco nel linguaggio, nell’immaginario, nella retorica del sentimento cinematografico italiano.

Ciò che resta, alla fine del film, non è il ricordo di una trama, ma la sensazione di aver attraversato una soglia. Una soglia tra i generi, tra le identità, tra ciò che si può dire e ciò che si deve tacere. Una soglia tra la solitudine e l’amore, tra l’ordine e il desiderio.

E proprio in questa soglia — incerta, dolorosa, poetica — Un amore difficile ci consegna la sua dolce ferita. Una ferita che è anche un’apertura, una promessa, un atto di speranza. Perché, come ci dice Saturnino nel suo balbettante ma struggente monologo, “avremmo potuto incoronare la nostra estasi e essere felici”. E in quel condizionale mancato, in quella felicità impossibile ma desiderata, si nasconde la verità più profonda e duratura del film.

Una verità che oggi, forse, non è più solo impossibile. Ma ancora tutta da scrivere.


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