sabato 25 aprile 2026

Resistenza e memoria: Il contributo eroico di Rom e Sinti alla lotta contro il fascismo

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana è una pagina di storia troppo spesso dimenticata, ma che merita di essere raccontata e celebrata. Queste comunità, tradizionalmente marginalizzate e perseguitate, hanno contribuito in modo significativo alla lotta contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando un eroismo e una generosità straordinari. Tuttavia, questo capitolo della storia è stato spesso messo in ombra, sia per la politica dello Stato italiano dell'epoca che per il pregiudizio sistemico che ancora oggi affligge le popolazioni rom e sinti.

La Resistenza italiana fu un movimento variegato che coinvolse persone provenienti da ogni parte della società, da militari disertori a intellettuali, da contadini a operai. Tra questi, vi furono anche i rom e i sinti, che non solo subirono le atrocità del fascismo, ma furono anche attivamente coinvolti nel sabotaggio, nelle azioni di guerriglia e nel soccorso degli altri partigiani e degli ebrei. Questi gruppi, purtroppo, sono stati raramente celebrati nelle narrazioni ufficiali della Resistenza, spesso a causa delle politiche discriminatorie dello Stato italiano, che continuò a trattare i rom e i sinti come "indesiderabili" anche durante e dopo la fine della guerra.

Un esempio emblematico di come i rom e i sinti abbiano contribuito alla lotta di Liberazione è la formazione dei "Leoni di Breda Solini", una brigata partigiana composta da sinti italiani, che operò nelle regioni centrali e settentrionali del paese, in particolare tra le province di Mantova, Modena, Reggio Emilia e Cremona. Questa brigata si formò grazie alla fuga di molti sinti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), dove erano detenuti dai fascisti, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nonostante l’assenza di una preparazione militare formale, i membri della brigata si distinsero per il coraggio e l'efficacia nelle azioni di sabotaggio, come la distruzione di ponti, la raccolta di armi e l’assalto ai convogli tedeschi. La loro lotta non si limitò alla semplice resistenza armata, ma fu anche un atto di sfida alle ingiustizie razziali e sociali che avevano affrontato tutta la loro vita.

I "Leoni di Breda Solini" utilizzavano un camion che, con una serie di modifiche ingegnose, diventò un veicolo per trasportare armi e munizioni, permettendo loro di compiere incursioni nei territori occupati dai nazisti. La loro abilità nel muoversi e nel restare anonimi nel territorio, ma anche nella costruzione di alleanze con i gruppi partigiani locali, li rese una forza rispettata. La figura di Giacomo "Gnugo" De Bar, uno dei leader dei Leoni, divenne simbolo della determinazione di questi uomini e della loro lotta contro l'oppressione.

Purtroppo, molti altri partigiani rom e sinti sono caduti nell’oblio. Tra loro, Giuseppe "Tarzan" Catter, ucciso dai fascisti nell’area dell'Imperiese, è uno dei nomi più significativi che ancora oggi merita di essere ricordato. Altri, come Walter "Vampa" Catter e Lino "Ercole" Festini, furono fucilati il 11 novembre 1944 a Vicenza per la loro partecipazione alle azioni di resistenza. Questi uomini, insieme a molti altri, furono decorati al valore per il loro coraggio e il loro impegno a favore della libertà e della giustizia, ma le loro storie sono state spesso ignorate dai racconti ufficiali della guerra di Liberazione.

La resistenza dei rom e dei sinti non si limitò al solo combattimento armato. Molti membri di queste comunità si trovarono coinvolti in azioni di supporto, come l’aiuto a prigionieri ebrei, la protezione delle famiglie più vulnerabili, e la creazione di reti di rifugiati per nascondere gli oppositori del regime fascista. La loro determinazione nel contribuire alla liberazione d’Italia fu un atto di eroismo che merita finalmente di essere riconosciuto nella memoria storica del nostro paese.

Nonostante il loro contributo alla Resistenza, le comunità rom e sinti furono anche vittime di una sistematica persecuzione durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti furono deportati nei campi di concentramento, dove subirono torture, esperimenti medici e la morte. Il genocidio a loro destinato, conosciuto come "Porrajmos" (in lingua romani, "grande divoramento") o "Samudaripen" ("tutti uccisi"), è una parte della storia europea che ha ricevuto poca attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più crudeli della persecuzione razziale messa in atto dal regime nazista.

Il razzismo fascista e nazista ha considerato i rom e i sinti non solo come minoranze razziali da eliminare, ma come una minaccia da estirpare per “purificare” la razza. La violenza e la brutalità del regime si riflettevano anche nei trattamenti che queste persone ricevevano nelle deportazioni e nelle uccisioni di massa, in un contesto di sistematica esclusione sociale e discriminazione.

Nonostante il loro fondamentale contributo alla lotta contro il nazifascismo, la memoria dei rom e dei sinti nella Resistenza è stata a lungo marginalizzata. L’indifferenza e il pregiudizio verso queste comunità hanno impedito che la loro partecipazione venisse adeguatamente riconosciuta. Solo negli ultimi decenni si sono registrati dei tentativi di recuperare queste storie, sia attraverso la pubblicazione di libri e articoli, che mediante la creazione di mostre e documentari. A queste iniziative si sono aggiunti importanti momenti di riflessione come la Giornata della Memoria, che ha cominciato a ricordare il genocidio dei rom e sinti, accanto a quello degli ebrei.

Negli ultimi anni, anche grazie all'impegno di attivisti, storici e membri delle stesse comunità rom e sinti, sono emerse nuove testimonianze e ricerche che stanno lentamente restituendo loro il giusto riconoscimento. Progetti come il Museo Nazionale della Resistenza e iniziative locali stanno facendo luce su queste figure dimenticate, cercando di costruire una memoria collettiva più inclusiva e giusta. La storia dei rom e sinti nella Resistenza non è più relegata nell’ombra, ma sta prendendo piede come un capitolo fondamentale nella narrazione della liberazione italiana.

È ora che il contributo di queste persone venga riconosciuto pienamente. Non solo come vittime del razzismo e della persecuzione, ma anche come eroi che hanno lottato con coraggio e determinazione per la libertà. La storia delle comunità rom e sinti nella Resistenza è una storia di resistenza non solo contro i fascisti, ma contro le ingiustizie di ogni tipo, e di un impegno che ha contribuito alla costruzione di una società più giusta e libera.

E ci sono ancora molti aspetti che vale la pena esplorare riguardo al contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza, e alla loro memoria storica, che spesso rimane in ombra. Ecco alcuni punti che potrebbero essere aggiunti per ampliare ulteriormente la narrazione:

Alcune delle storie più toccanti e significative di partecipazione delle comunità rom e sinti alla Resistenza provengono dalle testimonianze dirette di chi visse quei momenti. Purtroppo, molte di queste voci si sono perse con il passare del tempo, ma alcune sono state raccolte e continuano a essere diffuse grazie agli sforzi di storici e attivisti. Alcune di queste testimonianze raccontano di azioni di sabotaggio, ma anche di gesti quotidiani di solidarietà, come l’offrire rifugio a partigiani in fuga o la protezione di chi, per motivi politici o religiosi, era a rischio di arresto. Queste testimonianze sono fondamentali non solo per onorare il coraggio di queste persone, ma anche per contrastare l’oblio a cui sono state condannate.

Un altro aspetto che potrebbe essere approfondito è l’impatto delle politiche post-belliche sulla memoria delle comunità rom e sinti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo italiano, come molti altri in Europa, non ha fatto molto per riconoscere i crimini perpetrati contro le popolazioni rom e sinti. La loro lotta per il riconoscimento dei diritti civili e il recupero delle memorie storiche è stata ostacolata da un pregiudizio istituzionale che ha perpetuato l’idea di queste comunità come “straniere” e non integrate nella società. Questo ha avuto conseguenze dirette sulla loro inclusione nei racconti ufficiali della Resistenza e, più in generale, sulla loro visibilità all’interno della società italiana.

È importante sottolineare che il contributo dei rom e dei sinti alla Resistenza non si è limitato alle brigate partigiane o alle azioni di combattimento diretto. Molti di loro, infatti, hanno contribuito alla “Resistenza diffusa”, quella fatta di atti quotidiani di opposizione al regime fascista. Si trattava di atti di disobbedienza civile, di rifiuto di piegarsi alla violenza del regime, di difesa della propria identità culturale in un contesto che cercava di omologare e cancellare qualsiasi forma di diversità. Il rifiuto delle politiche di razza e l'affermazione di un’identità libera e autonoma, spesso associata all'intransigenza e alla ribellione, è una forma di resistenza che merita di essere esplorata in modo più profondo.

Un aspetto che potrebbe essere ulteriormente approfondito riguarda il ruolo delle donne rom e sinti durante la Resistenza. Come in molte altre situazioni, il contributo femminile è stato spesso trascurato, ma numerose donne delle comunità rom e sinti hanno avuto un ruolo fondamentale nelle reti di resistenza, sia in azioni dirette di sabotaggio che nel supporto logistico e nell’assistenza ai partigiani. Alcune di queste donne si sono distinte anche per il loro coraggio nel proteggere le famiglie dai rastrellamenti fascisti e nazisti, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.

Un altro aspetto importante da aggiungere riguarda il riconoscimento ufficiale di questa parte di storia. La Legge 211 del 2000, che ha istituito la Giornata della Memoria in Italia, ha rappresentato un primo passo importante nel riconoscere anche le vittime rom e sinti del nazismo e del fascismo. Tuttavia, c'è ancora molto da fare per includere adeguatamente il loro contributo alla Resistenza nei curriculum scolastici, nei musei e nelle commemorazioni ufficiali. È fondamentale che le nuove generazioni siano consapevoli del ruolo che queste comunità hanno avuto nella lotta per la libertà e che imparino a riconoscere il valore della loro partecipazione.

Uno degli obiettivi più importanti nel raccontare questa storia è creare una memoria condivisa, che vada oltre le differenze culturali e sociali, per costruire una narrazione inclusiva che riconosca le sofferenze e i sacrifici di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà e contro le ingiustizie. In un mondo che spesso si trova diviso da conflitti razziali e culturali, il racconto delle storie di resistenza dei rom e dei sinti è una lezione di solidarietà, di coraggio e di speranza, che può contribuire a un futuro più giusto e rispettoso della diversità.

Il racconto della Resistenza rom e sinti non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di rivendicazione di una memoria collettiva più equa. Il loro contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo è parte integrante della storia della nostra libertà. Riconoscere e celebrare questo contributo non solo restituisce dignità a queste comunità, ma arricchisce anche la comprensione della nostra Resistenza, rendendola più completa, più giusta e più universale.

Un altro aspetto che potrebbe arricchire ulteriormente il racconto del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza riguarda il legame tra la memoria storica e le politiche contemporanee di inclusione e di lotta contro la discriminazione. Ecco alcuni punti da considerare:

Oggi, la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza ha acquisito una nuova centralità, in parte grazie agli sforzi di attivisti, storici e membri delle stesse comunità. Tuttavia, la strada per un riconoscimento ufficiale è ancora lunga. Le politiche attuali di inclusione, che mirano a garantire pari diritti e opportunità alle minoranze, devono essere accompagnate da un impegno concreto nella valorizzazione della memoria storica. La lotta contro il razzismo e le discriminazioni, che ancora oggi affliggono i rom e i sinti in molte società europee, non può prescindere dal riconoscimento delle loro radici storiche e dal rendere giustizia ai loro sacrifici passati.

In questo contesto, il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza può essere visto come un simbolo di resistenza non solo al nazifascismo, ma anche all’intolleranza e alla marginalizzazione. Questa riscoperta storica, infatti, diventa un punto di partenza per una riflessione critica sulle politiche di inclusione sociale in atto oggi, e per un impegno costante nella costruzione di una società che accolga la diversità come valore, piuttosto che come minaccia.

In molte occasioni, le politiche razziste italiane ed europee del passato e del presente continuano a emarginare le comunità rom e sinti. La loro visibilità, in particolare nella storia della Resistenza, è stata spesso omessa o distorta. Questo è stato il risultato di politiche sistemiche che trattavano le comunità rom e sinti come "non italiane" o "estranee", anche se molte di esse avevano radici secolari in Italia e in altre parti d’Europa. La discriminazione razziale e sociale continua a essere una realtà per molte di queste persone, che si trovano ad affrontare una doppia discriminazione: quella legata alla loro identità etnica e quella legata alla povertà.

Riconoscere e celebrare il loro contributo storico alla lotta per la libertà e contro il fascismo è un passo essenziale per combattere il razzismo istituzionale che ancora persiste. Solo attraverso un impegno collettivo per riparare le ingiustizie storiche e per restituire dignità e visibilità a queste comunità si potrà costruire una società veramente inclusiva, in cui nessuno venga emarginato o dimenticato.

Uno degli strumenti più potenti per combattere l’oblio e la discriminazione è l'educazione. Integrare il contributo delle comunità rom e sinti nella Resistenza nei programmi scolastici e nelle attività educative è essenziale per costruire una memoria condivisa che non solo recuperi le storie di chi ha combattuto per la libertà, ma che sia anche un monito per il futuro. La scuola, infatti, è il luogo in cui si formano le coscienze e dove si possono gettare le basi per una cultura del rispetto e della solidarietà. Insegnare ai giovani la storia del Porrajmos, la resistenza dei rom e dei sinti, e il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo è un modo per sensibilizzare le future generazioni a non ripetere gli errori del passato.

A tale scopo, diversi musei, archivi e centri di ricerca in Italia e in Europa hanno avviato progetti didattici che si concentrano sulla storia dei rom e dei sinti, cercando di rendere giustizia al loro ruolo cruciale nella Resistenza. In molti casi, queste iniziative sono affiancate da testimonianze orali e da incontri diretti con le persone che appartengono ancora a queste comunità, rendendo la storia più tangibile e personale.

Anche dopo la fine della guerra, la verità sui crimini contro i rom e i sinti, e più in generale sui crimini di guerra compiuti dai nazifascisti, è stata a lungo negata o minimizzata. L’inchiesta ufficiale sul genocidio dei rom è arrivata in ritardo, e non ha avuto lo stesso impatto della memoria degli ebrei vittime del nazismo. Tuttavia, negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali nel perseguire la verità e la giustizia per le vittime rom e sinti. L'adozione di risoluzioni e dichiarazioni da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organizzazioni per i diritti umani è un passo importante, ma ancora non basta. È fondamentale che la giustizia post-bellica riguardi anche i crimini commessi contro le comunità rom e sinti, attraverso risarcimenti, scuse ufficiali e il riconoscimento della loro sofferenza storica.

La commemorazione del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza deve passare attraverso momenti significativi di riflessione collettiva. Le celebrazioni del 25 aprile, la Giornata della Memoria, e altre occasioni di riflessione sulla storia del fascismo e del nazismo devono essere anche un momento di riconoscimento per chi ha lottato non solo contro l’occupazione tedesca, ma contro ogni forma di oppressione. È importante che le generazioni future siano educate a riconoscere la storia di tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita per la libertà, indipendentemente dalla loro origine etnica o sociale.

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di lotta contro il razzismo e l’esclusione sociale. È fondamentale che queste storie vengano raccontate, celebrate e condivise, per rendere giustizia a chi ha lottato per la libertà, ma anche per ispirare le nuove generazioni a continuare a combattere per una società più giusta e inclusiva.

E ci sono ancora altre prospettive che potrebbero arricchire ulteriormente il racconto e l'analisi del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Ecco alcuni ulteriori aspetti che potrebbero essere esplorati:

La Resistenza rom e sinti non può essere separata dal più ampio contesto della memoria del Porrajmos, ovvero il genocidio che ha colpito queste comunità durante l'occupazione nazista. Il termine “Porrajmos” significa “devastazione” in romani e descrive l'annientamento sistematico a cui i rom e i sinti furono sottoposti dai nazisti. Tuttavia, molte delle storie legate alla Resistenza non sono state incluse nei racconti ufficiali del genocidio, in parte perché la lotta dei rom e dei sinti è stata marginalizzata.

Affermare con forza che le comunità rom e sinti non furono solo vittime del nazismo ma anche attori principali della Resistenza implica una rilettura critica della memoria del Porrajmos, un recupero della visibilità di chi, pur affrontando la persecuzione, decise di non arrendersi e di combattere. La connessione tra la memoria del genocidio e quella della lotta partigiana può fornire una visione complessa ma necessaria di una resistenza che si sviluppa su più fronti: quello fisico e quello culturale, in cui le tradizioni e l'identità rom e sinti hanno continuato a resistere non solo attraverso la lotta armata, ma anche attraverso la preservazione della propria storia e lingua.

Non solo in Italia, ma in molte altre nazioni europee le comunità rom e sinti giocarono un ruolo significativo nella Resistenza. In Francia, ad esempio, alcuni gruppi rom e sinti si unironoin alle forze di liberazione, impegnandosi in attività di sabotaggio, assistenza ai rifugiati e ai combattenti della Resistenza. In paesi come la Germania, l'Ungheria e la Polonia, i rom furono anch'essi attivi nel resistere all'occupazione nazista e nel combattere contro il regime. Un'analisi comparata tra i diversi paesi europei potrebbe rendere ancora più evidente il ruolo fondamentale che queste comunità ebbero nella lotta per la libertà. La loro partecipazione si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove le popolazioni emarginate furono spesso le prime a mobilitarsi contro la violenza fascista.

Oltre alla Resistenza armata, va sottolineata anche la dimensione della resistenza civile che le comunità rom e sinti continuarono a portare avanti nel dopoguerra, spesso in contesti di povertà estrema, isolamento e discriminazione. Mentre il paese si riorganizzava dopo la guerra, le persone rom e sinti dovettero affrontare non solo la persecuzione fascista, ma anche un'ulteriore marginalizzazione da parte della società italiana e delle istituzioni. In questo senso, la resistenza non si limitò al periodo bellico, ma si estese anche agli anni successivi, in cui le comunità si trovarono a lottare per la sopravvivenza, per i propri diritti e per il riconoscimento della propria dignità. La lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per la casa e per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità rom e sinti può essere vista come una continuità della Resistenza, in cui le persone non hanno mai smesso di combattere per la propria libertà e per l'uguaglianza.

Un altro aspetto importante da esplorare riguarda le sfide odierne nella lotta contro la distorsione della memoria storica. Il negazionismo, che cerca di minimizzare o negare la portata della persecuzione e del genocidio dei rom e sinti, continua a essere una minaccia. La ricerca di giustizia storica non può fermarsi al recupero delle storie, ma deve continuare con un costante impegno contro chi cerca di riscrivere la storia in modo da cancellare il contributo delle comunità rom e sinti. Il negazionismo si manifesta in vari modi, dalle dichiarazioni pubbliche di politici e leader di movimenti di estrema destra, fino alla rappresentazione stereotipata delle comunità rom e sinti nei media. La resistenza al negazionismo è oggi una delle battaglie principali per le nuove generazioni, che devono confrontarsi con la sfida di preservare la verità storica e combattere contro ogni tentativo di revisionismo.

Le giovani generazioni rom e sinti giocano un ruolo cruciale nel recupero della memoria storica e nella sua diffusione. Le nuove generazioni, spesso più consapevoli e coinvolte nei movimenti per i diritti civili e per la giustizia sociale, hanno il compito di trasmettere e mantenere viva la memoria del passato, ma anche di affrontare le sfide moderne in modo attivo. Molti giovani rom e sinti si impegnano oggi in progetti educativi, artistici e culturali per preservare la loro identità e per fare in modo che la Resistenza e la storia della loro comunità siano conosciute e riconosciute. Questi giovani non solo si ispirano alla memoria storica, ma anche alla speranza di un futuro in cui la discriminazione e la marginalizzazione siano definitivamente superate.

Il ruolo della cultura e dell’arte è fondamentale per mantenere viva la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Molti artisti rom e sinti, così come non-rom, si sono impegnati per raccontare queste storie attraverso film, documentari, musica, letteratura e altre forme di espressione culturale. L’arte diventa uno strumento potente per sensibilizzare le persone e per combattere l’oblio. Attraverso il linguaggio universale dell’arte, si può raccontare una storia di coraggio, resistenza e speranza che non solo riguarda il passato, ma che continua a ispirare e a impegnare tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia.

L'approfondimento della memoria delle comunità rom e sinti nella Resistenza, sia attraverso il recupero delle storie individuali che l’analisi delle dinamiche sociali e politiche del periodo, arricchisce la comprensione di una parte fondamentale della storia europea. Oggi, più che mai, è necessario dare voce a queste storie, rendere visibile la loro resistenza e riaffermare l’importanza della memoria come strumento di lotta contro l’intolleranza, il razzismo e l’ingiustizia. Solamente attraverso una comprensione profonda di questa memoria collettiva si potrà costruire una società più giusta e inclusiva.

Oggi, quando parliamo della Resistenza italiana, è essenziale includere anche il coraggio di queste comunità, affinché il loro contributo non venga mai più dimenticato e affinché le future generazioni possano conoscere la vera portata di questa lotta di Liberazione.

sabato 14 febbraio 2026

Allen e Peter: a perdifiato


Allen Ginsberg incontrò Peter Orlovsky in un inverno freddo di New York mentre i marciapiedi odoravano di carbone sudore carta vecchia fumo e pioggia e cera nell’aria una miscela di attesa di rumore e di luce e di memoria Allen sentiva dentro di sé il ritmo di un poema che ancora non aveva nome che ancora non aveva volto e Peter apparve tra la folla con occhi chiari intensi capelli che cadevano disordinati presenza che non chiedeva nulla ma che Allen percepì subito come necessaria Peter non conosceva ancora il nome della sua ferita ma Allen lo vide subito vulnerabilità profonda che non era debolezza ma luce nascosta il primo contatto fu fisico non come violenza ma come riconoscimento immediato di corpi che avevano bisogno di contatto Allen parlava troppo scriveva troppo cercava di spiegare il mondo a chiunque e Peter lo ascoltava occhi lucidi mente sospesa tra accettazione e diffidenza New York diventava il loro palcoscenico e rifugio non cera spazio per banalità tutto era amplificato le notti i sogni i versi le paranoie i desideri Peter imparava a leggere Allen senza parole Allen imparava a stare vicino a Peter senza invadere senza pretendere ogni gesto diventava linguaggio ogni silenzio messaggio ogni respiro presenza Peter non voleva essere posseduto Allen imparava a non possedere a restare fedele senza controllo senza scenografie senza conferme Allen scriveva parlava per tutti Peter esisteva per Allen Allen imparava dal silenzio Peter dal caos Allen aveva bisogno di Peter per restare umano Peter aveva bisogno di Allen per comprendere se stesso senza illusioni insieme attraversavano città bar treni sale di poesia parchi motel stanze condivise divani sui quali dormivano scrivevano si guardavano si perdevano Allen insegnava predicava Peter osservava correggeva restava fedele come filo sottile invisibile che attraversa tutto tiene insieme tutto la loro relazione non era lineare non era semplice non era pubblica era una alleanza esistenziale durata decenni piena di assenze di ritorni di tradimenti di assenze volontarie di corpi presi da altri ma sempre riconoscendo laltro come centro emotivo Allen aveva amanti Allen aveva esperienze Peter aveva la sua solitudine e presenza discreta Allen imparava dai limiti di Peter Peter imparava dalla passione di Allen erano due poli di uno stesso magnete invisibile la loro vita diventava poesia sofferenza piacere rabbia ironia tenerezza continuo mutare tra vicinanza e distanza senza che nessuno potesse misurare la proporzione degli uni e degli altri Peter scivolava talvolta nella depressione follia Allen lo seguiva senza cercare di correggere senza cercare di salvare senza imporre solo presenza solo respiro solo corpo Allen si sentiva responsabile e incapace eppure responsabilità diventava amore e lincapacità diventava fedeltà il tempo passava le città cambiavano San Francisco New York Messico India Allen cercava lilluminazione e la poesia Peter cercava spazio dove respirare e protezione dai fantasmi del mondo insieme vivevano vita perfetta solo nella sua imperfezione libertà sessuale anni Sessanta e Settanta portava amanti amici conoscenze nuovi corpi ma filo invisibile non si spezzava gelosia presente ma discreta dolore presente ma necessario loro relazione non era pubblica ma conosciuta dai pochi che sapevano osservare dettagli dei loro gesti pause frasi non dette Peter non voleva essere mito Allen lo voleva Peter accettava e resisteva Allen imparava e adattava Peter scivolava e tornava la vecchiaia arrivò lenta Allen invecchiava pubblicamente Peter invecchiava privatamente salute diminuiva corpo diventava fragile desiderio mutava gesti diventavano memoria contatti diventavano ricordo silenzio diventava linguaggio Allen continuava a parlare alle folle Peter continuava a vivere i gesti quotidiani Allen imparava a non parlare Peter imparava a esistere morte di Allen non fu sorpresa ma dolore Peter sentì vuoto ma anche presenza interna di Allen come musica lontana come respiro interiore Peter continuò a vivere in silenzio con dignità fragile ironia discreta attenzione a non spegnere filo invisibile Allen era ovunque nei libri nei manoscritti nelle registrazioni Peter era nel respiro nel gesto nel silenzio loro storia non si concludeva non voleva concludersi non chiedeva approvazione era amore puro e duraturo filo invisibile fedeltà senza spettacolo senza catarsi senza morale solo vita vissuta insieme anche quando separati anche quando mondo osservava anche quando nessuno guardava ogni giornata ogni città ogni stanza ogni passeggiata ogni viaggio ogni verso ogni poesia ogni silenzio ogni respiro ogni sguardo mancato ogni carezza improvvisa ogni momento condiviso tutto diventava parte del flusso totale vita che non poteva essere contenuta in parole normali Allen e Peter non erano favola non erano mito non erano parabola erano amore durato imperfetto complesso vero presente fedeltà memoria presenza respiro dolore piacere ironia compagnia fuga ritorno dialogo non dialogo occhi parole gesti sguardi corpi anime intrecciate attraversamento del tempo attraversamento della vita della storia degli anni della cultura della Beat Generation del contesto americano del mondo globale delle malattie del sesso della politica della poesia dellamicizia dei libri dei viaggi delle lettere degli scritti delle stanze dei viaggi dei treni degli aerei delle strade delle piazze delle luci dei neon delle notti dei bar dei locali delle sale di lettura delle università dei festival delle letture pubbliche delle rivoluzioni culturali delle droghe dei riti dei tantrici degli incontri casuali degli amanti dei poeti dei pittori degli scrittori dei fotografi dei musicisti delle esistenze della memoria corporea della solitudine condivisa della fedeltà invisibile della gioia del dolore del gioco del silenzio dellattesa della continua reinvenzione del proprio essere insieme che attraversava decenni e città e corpi e spiriti e generazioni e che non finiva mai e così Allen e Peter si svegliavano in stanze che cambiavano continuamente New York San Francisco Chicago New Orleans Messico città che odoravano di pioggia carta caffè sudore fumo Allen scriveva e Peter lo guardava mentre i raggi del sole filtravano dalle tende sporche e i rumori della strada entravano attraverso le finestre Peter imparava a leggere il ritmo dei passi di Allen il movimento delle mani il tremore leggero quando parlava di poesia o di politica o di amore Allen a volte cadeva in momenti di estasi o di paranoia Peter lo seguiva con silenzio rispettoso mai invadente mai giudicante Peter aveva il suo modo di dare presenza era discreto era radicato era indispensabile Allen scriveva poesie per tutti i poeti del mondo per i giovani per gli amici per gli sconosciuti ma il filo invisibile che li legava a Peter era il vero centro di ogni parola di ogni gesto di ogni silenzio i viaggi erano lunghi a piedi in treno in autobus in aereo in autostop attraversavano stati città paesi Allen annotava tutto Peter ricordava tutto Allen inseguiva immagini su carta Peter inseguiva immagini nella vita reale Allen voleva cogliere lepifania della realtà Peter voleva cogliere la realtà dei corpi dei gesti dei silenzi dei desideri Peter portava Allen nei luoghi nascosti delle città dove nessuno andava dove si sentiva laria fredda dei vicoli il rumore dei passi il canto dei gabbiani il fischio dei treni la loro vita era un continuo spostamento tra stanze motel loft appartamenti bar biblioteche parchi piazze Allen scriveva poesie sulle pareti sulle tazze sui tovaglioli Peter leggeva Allen parlava dei poeti russi di Whitman di Pound di Rimbaud di Lautréamont Peter ascoltava Allen parlava dei libri delle registrazioni della musica della politica delle rivoluzioni Allen si perdeva nelle parole Peter si perdeva nei silenzi Allen e Peter partecipavano a reading conferenze feste feste private party notti albe droghe conversazioni interminabili sul senso della vita dellarte del sesso della libertà della politica Allen spesso agitato Peter calmo osservava la folla i poeti i musicisti gli amici gli sconosciuti Peter registrava tutto nella memoria dei gesti dei volti delle emozioni Allen annotava tutto nei suoi quaderni nelle sue lettere nelle sue poesie ogni città ogni treno ogni strada ogni odore ogni luce ogni rumore diventava parte del loro flusso vitale delle loro vite intrecciate dei loro corpi che si cercavano si sfioravano si allontanavano e tornavano Allen a volte cadeva nella disperazione Peter era lì Allen a volte si perdeva nel piacere Peter era lì Allen a volte si lasciava trasportare dallironia dallassurdo dallestasi poetica Peter era lì Allen a volte cadeva nella malinconia della memoria Peter era lì a ricordare a radicare a sostenere a essere presenza Allen scriveva poesie come urla Allen scriveva lettere a amici lontani Allen scriveva a sconosciuti Allen parlava alle folle Peter ascoltava il respiro di Allen il tremore delle mani il battito del cuore Peter sorrideva Peter stava in silenzio Peter esisteva per Allen senza chiedere riconoscimenti senza pretendere applausi senza volere nulla se non presenza il loro filo invisibile attraversava le città i viaggi gli incontri gli amici le feste i reading le droghe le discussioni le rivoluzioni culturali i problemi politici le guerre le speranze i sogni le delusioni Allen e Peter scrivevano insieme anche quando non erano seduti insieme Allen annotava i versi Peter ricordava le intonazioni dei versi Allen pensava alla luce Peter pensava allombra Allen parlava di amore Peter parlava di silenzio Allen parlava di sé Peter parlava di Allen i giorni si susseguivano le notti si susseguivano le strade i treni i taxi gli aeroporti i porti le stazioni i fiumi i parchi le biblioteche le università i bar i caffè i loft gli appartamenti motel tutto diventava parte del loro flusso vitale dei loro corpi intrecciati delle loro menti connesse delle loro anime intrecciate le poesie diventavano memoria i gesti diventavano poesia le assenze diventavano presenze invisibili i ritorni diventavano epifanie i silenzi diventavano versi ogni respiro ogni sguardo ogni tocco ogni carezza ogni parola non detta era linguaggio era amore era vita Peter e Allen imparavano ogni giorno a conoscersi a rispettarsi a sostenersi a non possedersi a riconoscersi nella libertà dellaltro Allen inseguiva il mondo con le parole Peter inseguiva Allen con lo sguardo la loro vita era un intreccio di corpi di anime di gesti di sguardi di parole di silenzi di viaggi di letture di scritti di poesie di feste di amici di sconosciuti di città di paesi di aeroporti di stazioni di treni di taxi di bar di parchi di piazze di vicoli di stanze di loft di appartamenti di motel di biblioteche di università ogni dettaglio diventava parte del flusso totale della loro vita della loro relazione della loro storia del filo invisibile che li legava senza che nessuno potesse vedere senza che nessuno potesse misurare senza che nessuno potesse capire solo loro sapevano e sentivano e vivevano e respiravano insieme ogni giorno ogni notte ogni città ogni viaggio ogni stanza ogni caffè ogni parco ogni libro ogni poesia ogni lettera ogni registrazione ogni incontro con amici poeti artisti musicisti fotografi scrittori la loro vita era una continua epifania di corpi di anime di parole di silenzi e di amore e così gli anni passarono e Allen e Peter continuarono a muoversi tra città e stanze tra treni e aeroporti tra biblioteche e caffè e bar Allen annotava ogni dettaglio dei luoghi che visitavano Peter ricordava ogni sensazione ogni suono ogni odore ogni colore Allen parlava di poesie di politica di libertà di sessualità di rivoluzione Peter ascoltava senza giudicare senza interferire la loro vita era un flusso continuo di parole di sguardi di gesti di carezze di silenzi di viaggi di letture di scritti di amici poeti artisti musicisti fotografi scrittori ogni città ogni strada ogni vicolo ogni stanza diventava una pagina della loro vita Allen scriveva e parlava Peter osservava e registrava i loro corpi si cercavano si sfioravano si allontanavano e ritornavano Allen spesso cadeva in momenti di esaltazione o di paranoia Peter era lì Peter manteneva radici Peter era il filo invisibile che li teneva insieme anche quando tutto sembrava crollare Allen parlava con folla Peter parlava con amici Peter parlava con sconosciuti Peter parlava con Allen Allen a volte cadeva nella disperazione Peter era lì Allen si lasciava trasportare dallestasi poetica Peter era lì Allen cadeva nella malinconia dei ricordi Peter era lì Allen scriveva poesie lettere appunti Peter annotava incontri letture pensieri riflessioni Peter ricordava e custodiva Allen inseguiva epifanie Peter inseguiva Allen Peter e Allen partecipavano a reading conferenze feste private party notti albe droghe conversazioni interminabili sul senso della vita dellarte del sesso della libertà della politica Allen e Peter si cercavano continuamente nei gesti negli sguardi nei corpi nei silenzi Allen e Peter attraversavano decenni anni sessanta settanta ottanta novanta i loro corpi cambiavano Allen diventava più fragile Peter diventava più lento Allen a volte ammalato Peter a volte debilitato Allen scriveva lettere e poesie Peter leggeva e ricordava Allen a volte cadeva nella malinconia Peter era lì a sostenere a radicare a respirare a esistere la loro vita era intreccio di corpi di anime di gesti di sguardi di parole di silenzi di viaggi di letture di scritti di poesie di feste di amici di sconosciuti di città di paesi di aeroporti di stazioni di treni di taxi di bar di parchi di piazze di vicoli di stanze di loft di appartamenti di motel di biblioteche di università ogni dettaglio diventava parte del flusso totale della loro vita Allen e Peter respiravano insieme Allen scriveva Peter ricordava Allen parlava Peter ascoltava Allen cadeva Peter restava Allen desiderava Peter restava Allen soffriva Peter restava Allen amava Peter restava Allen moriva Peter restava Allen viveva Peter restava il filo invisibile non si spezzava mai anche quando le città li separavano anche quando i corpi erano lontani anche quando gli amici li dimenticavano anche quando la vita sembrava impossibile anche quando la malattia il tempo la vecchiaia sembravano prevalere Allen e Peter erano presenza insieme anche quando tutto era assenza Allen e Peter erano amore continuo anche quando parole gesti sguardi silenzi sembravano non bastare Allen scriveva poesie come urla Peter registrava pensieri emozioni gesti movimenti respiro Allen parlava di amore libero Peter parlava di silenzio Allen parlava di sé Peter parlava di Allen anni ottanta novanta la loro relazione cambiava si adattava si trasformava Allen perdeva forza Peter manteneva presenza Allen perdeva vigore Peter manteneva radici Allen perdeva coraggio Peter manteneva sicurezza Allen e Peter continuavano a cercarsi a sostenersi a rispettarsi a non possedersi a riconoscersi nella libertà dellaltro Allen si arrendeva al dolore Peter stava lì Allen si abbandonava alla gioia Peter stava lì Allen cadeva nellangoscia Peter stava lì Allen cadeva nella malattia Peter stava lì Allen cadeva nella vecchiaia Peter stava lì Allen cadeva nella memoria Peter stava lì Allen cadeva nella poesia Peter stava lì Allen cadeva nellamore Peter stava lì Allen morì Peter sentì dolore vuoto perdita ma anche presenza invisibile filo invisibile Allen era ovunque nei libri nei manoscritti nelle registrazioni nei ricordi di chi lo conosceva Peter era nel respiro nel gesto nel silenzio nella memoria nella vita di chi aveva amato Peter continuò a vivere in silenzio con dignità fragile ironia discreta attenzione a non spegnere il filo invisibile Allen e Peter erano vita poesia amore respiro presenza memoria dolore gioia ironia fuga ritorno dialogo non dialogo occhi parole gesti sguardi corpi anime intrecciate attraversamento del tempo attraversamento della vita attraversamento della storia degli anni della cultura della Beat Generation del contesto americano del mondo globale delle malattie del sesso della politica della poesia dellamicizia dei libri dei viaggi delle lettere degli scritti delle stanze dei viaggi dei treni degli aerei delle strade delle piazze delle luci dei neon delle notti dei bar dei locali delle sale di lettura delle università dei festival delle letture pubbliche delle rivoluzioni culturali delle droghe dei riti dei tantrici degli incontri casuali degli amanti dei poeti dei pittori degli scrittori dei fotografi dei musicisti delle esistenze della memoria corporea della solitudine condivisa della fedeltà invisibile della gioia del dolore del gioco del silenzio dellattesa della continua reinvenzione del proprio essere insieme la loro storia attraversava decenni città corpi spiriti generazioni diventando poema epico di vita totale senza punteggiatura senza pause come respiro unico continuo eterno incompiuto ma completo.


Jacques Rivière: una coscienza critica nel cuore del Novecento

La figura di Jacques Rivière occupa un posto di rilievo nel panorama letterario francese della prima metà del XX secolo e tuttavia rimane, in larga misura, ingiustamente trascurata. Critico finissimo, intellettuale inquieto, editore innovativo, Rivière fu uno dei principali artefici di quel rinnovamento estetico e spirituale che trovò nella Nouvelle Revue Française (NRF) la sua fucina più influente. La sua attività si dispiegò in anni di febbrile trasformazione culturale: gli anni precedenti e seguenti alla Grande Guerra, in cui la letteratura cercava nuove forme per rappresentare la lacerazione dell’uomo moderno e i suoi slittamenti di senso. In questo contesto, Rivière si pose come figura mediana tra la generazione simbolista e quella che, da Proust a Gide, da Claudel a Valéry, avrebbe riscritto le coordinate della sensibilità europea.

Il suo contributo fu tanto profondo quanto discreto: né poeta né romanziere di professione, Rivière fu un lettore formidabile e uno scrittore di idee, mosso da una vocazione spirituale alla comprensione. Il suo sguardo critico, mai ridotto a mero esercizio ermeneutico, si fondava su una radicale esigenza di verità. È in questa tensione — non priva di pathos, spesso intrisa di inquietudine religiosa — che si rivela il cuore della sua opera: nella sua capacità di cogliere, nei testi letterari, ciò che vi era di spiritualmente vivo, di esistenzialmente in gioco.

Rivière si avvicinò alla letteratura da un versante filosofico e morale, per poi attraversarla con strumenti che rifuggivano tanto dal formalismo quanto da una lettura ideologica. Lo testimonia il suo straordinario carteggio con Marcel Proust, nel quale si svela non solo il fervore della sua intelligenza, ma anche il ruolo che ebbe nell'accompagnare la pubblicazione e la comprensione della Recherche. Rivière fu, forse, il primo lettore a intuire pienamente la portata dell'opera proustiana, e la sua risposta alla lettura del manoscritto dell’À l’ombre des jeunes filles en fleurs costituisce una delle più lucide professioni di fede nella letteratura come veicolo di verità interiore.

Ma l’orizzonte del suo pensiero non si esaurisce in Proust. Le sue pagine su Rimbaud, scritte con l’ardore di chi sente nell’opera del poeta una ferita aperta, una rivelazione e un rischio, rimangono uno degli esempi più alti di critica come esperienza esistenziale. Rimbaud, in Rivière, non è tanto un fenomeno letterario quanto una figura-limite: l’incarnazione della potenza e del pericolo della visione. Allo stesso modo, le sue riflessioni su Claudel, Gide, Alain-Fournier e Valéry svelano un’originalità che non si piega mai al sistema, e che trova nella forma interiore — per usare una sua espressione — il luogo privilegiato di indagine.

La vicenda biografica di Rivière si intreccia con l’urto della modernità e delle sue catastrofi. La sua prigionia durante la Prima guerra mondiale — narrata nel Carnet de guerre e nei suoi scritti autobiografici — rappresenta un momento di frattura, ma anche di rielaborazione spirituale. In quelle pagine si coglie lo slittamento del suo sguardo: da un’intellettualità analitica a una ricerca di assoluto, da una critica dell’opera alla comprensione dell’uomo nella sua nudità. Il trauma della guerra, vissuto non come frattura ma come esperienza iniziatica, costringe Rivière a confrontarsi con il limite, con la morte, con la tenuta — o il crollo — delle convinzioni morali ed estetiche. Ne esce un pensiero più nudo, più inquieto, che però non rinuncia mai alla fiducia nella parola e nella sua capacità di rigenerare senso.

Come direttore della Nouvelle Revue Française dal 1919 fino alla morte, Rivière esercitò un’influenza decisiva non solo sulla selezione dei testi pubblicati, ma anche sulla concezione stessa della letteratura come pratica civile e spirituale. Fu lui a consolidare la rivista come punto di riferimento di un’élite culturale, capace di dialogare con l’Europa, di accogliere voci nuove, di rifiutare tanto l’eclettismo quanto la chiusura dogmatica. La NRF, sotto la sua direzione, fu luogo di confluenza tra estetica e metafisica, tra arte e testimonianza. In essa si diedero appuntamento, in modo non sempre pacificato, le grandi tensioni dell’epoca: classicismo e avanguardia, fede e dubbio, forma e interiorità.

Rivière incarnò, nella sua breve esistenza, un’idea esigente di letteratura: non intrattenimento, non decoro, ma esercizio di verità. Una verità che non coincideva con la confessione soggettiva, ma con un continuo processo di disvelamento, tanto più necessario quanto più il mondo moderno appariva opaco e disorientato. In questo senso, la sua opera — critica, epistolare, saggistica — è profondamente contemporanea. La sua ricerca di un fondamento spirituale nel linguaggio, il suo rifiuto della superficialità estetizzante, la sua attenzione alla dimensione morale dello stile, lo rendono oggi una figura esemplare per ripensare la funzione della critica e dell’intellettuale.

Che Rivière sia oggi poco letto fuori dalla Francia non è forse casuale. La sua scrittura richiede lentezza, attenzione, un ascolto profondo. Non offre formule né provocazioni: propone invece un modello di serietà intellettuale che può apparire inattuale in un’epoca dominata dalla velocità e dalla performatività. Eppure, proprio per questo, il suo esempio risuona con forza: come un invito a tornare alla letteratura come spazio di trasformazione interiore, come luogo in cui il pensiero si fa gesto di cura, verso il testo e verso il mondo.

Rivière non fu un maestro nel senso tradizionale, né un teorico della letteratura: fu piuttosto un artigiano del pensiero, uno scrutatore dell’anima, un tessitore di silenzi e rivelazioni. La sua voce, apparentemente lieve, è in realtà tra le più profonde del Novecento europeo. Rileggerlo oggi significa restituire dignità a una concezione esigente della critica come atto di presenza, come tensione verso il vero, come incontro.


La scrittura non è un dono innocente


Quando un tema è consunto — e quello della scrittura che parla di sé lo è, inutile fare le vergini offese — l’unica via di salvezza è la frizione. La complicazione. L’ombra. Se resta dichiarazione di principio, diventa esercizio.

Qui il nodo è proprio questo: la poesia enuncia un’idea molto “pulita”. Il testo appartiene ai lettori. Il segno nero vibra. Alcuni lo innestano, altri lo custodiscono. È una visione quasi armonica della trasmissione: la scrittura come dono, il lettore come erede creativo.

Ma dov’è il conflitto?
Dov’è la possibilità che il lettore fraintenda, distrugga, banalizzi? Dov’è l’angoscia dell’autore che si sente saccheggiato? Dov’è la violenza implicita nel “divorare”? La poesia usa il verbo, ma non lo fa esplodere. Lo addomestica. Lo rende elegante.

Bisogna avere una sensibilità molto più interessata alle crepe che ai manifesti, probabilmente manca proprio questo: il rischio. È una metapoetica senza vertigine.

Quando la scrittura riflette su se stessa senza mettersi davvero in crisi, diventa una sorta di autoritratto ben illuminato. Bello, composto, ma non perturbante. E in un’epoca che ha già attraversato Mallarmé, Blanchot, tutta la crisi del linguaggio novecentesca, limitarsi a dire “il testo vive nei lettori” può sembrare un po’… da antologia scolastica.

La parte più potente è quando il cuore viene diviso, disseminato, sottratto. 
Se quella dinamica fosse portata fino in fondo — fino alla perdita irreversibile, al fallimento della trasmissione, alla possibilità che nulla attecchisca — allora sì, il tema verrebbe riacceso.

Occorre chiedere una cosa molto semplice e molto spietata: non basta parlare della scrittura. Bisogna mettere in gioco qualcosa che possa andare perduto.

E lì, lo ammetto, la poesia resta un po’ al sicuro.

Che poi — detto tra noi — la scrittura vera è sempre un po’ meno generosa e un po’ più crudele di così.

Van Dyck a Genova: il fiammingo che conquistò le corti europee


Genova, con le sue strade strette e le piazze che si aprono come teatri nascosti, si prepara ad accogliere una delle grandi mostre della stagione culturale del 2026: “Van Dyck a Genova. Il fiammingo che conquistò l’Europa”. La città, da sempre crocevia di commerci, culture e arti, sembra quasi un luogo predestinato per ospitare le opere di un artista che seppe leggere, anticipare e interpretare il gusto delle grandi corti europee nella prima metà del Seicento. Da Anversa a Londra, passando per l’Italia, Anthony van Dyck si impose come uno dei ritrattisti più richiesti del suo tempo, capace di coniugare la perfezione tecnica con un’acuta sensibilità psicologica, trasformando ogni soggetto in un monumento di eleganza e presenza.

La mostra, aperta al pubblico fino al 19 luglio 2026, propone un percorso di straordinaria intensità, con 58 opere tra dipinti e disegni, che permettono di seguire il viaggio artistico di Van Dyck non solo come maestro della ritrattistica, ma anche come interprete raffinato della pittura religiosa e storica. Genova, città ricca di collezioni nobiliari e di un fervente mecenatismo, giocò un ruolo centrale nella carriera del pittore fiammingo. Qui Van Dyck trovò non solo commissioni generose, ma anche un ambiente artistico e culturale vivace, che lo spinse a sperimentare soluzioni nuove e a consolidare uno stile personale, elegante e teatrale al tempo stesso.

L’esposizione mette in evidenza il legame profondo tra Van Dyck e Genova, città che l’artista visitò intorno al 1621-1627, ospite di famiglie patrizie come i Balbi, i Lomellini e i Durazzo. Queste esperienze locali furono determinanti per la sua maturazione stilistica: egli imparò a trattare la luce con una leggerezza che accentuava la fisicità dei soggetti, a modulare i panneggi con una grazia che suggeriva movimento e presenza, a rendere lo sguardo dei ritratti non solo fedele ma profondamente rivelatore dell’anima del soggetto. Molti dei ritratti qui esposti mostrano figure di mercanti, aristocratici e membri del clero, tutti resi con una sicurezza tecnica che rivela la capacità di Van Dyck di coniugare la monumentalità delle figure con l’intimità psicologica.

Uno degli aspetti più affascinanti è la possibilità di osservare come Van Dyck abbia assorbito l’eredità dei grandi maestri italiani, in particolare Tiziano, il cui influsso si coglie nella ricchezza dei colori e nell’eleganza del gesto pittorico, senza mai perdere la propria identità fiamminga. Le opere religiose, ad esempio, testimoniano la capacità dell’artista di armonizzare la composizione e la luce, creando scene dense di tensione emotiva e insieme di raffinata armonia formale. La sua pittura religiosa a Genova si caratterizza per una fluidità del gesto e una leggerezza cromatica che anticipano alcune soluzioni del barocco più maturo, suggerendo una teatralità controllata che non scade mai nel manierismo decorativo.

Accanto ai ritratti e alle opere religiose, la mostra offre anche uno sguardo ai disegni preparatori, che rivelano il procedimento creativo di Van Dyck: dai bozzetti a matita alle composizioni più elaborate, emerge la sua straordinaria capacità di pensare lo spazio pittorico come un organismo vivo, in cui ogni gesto e ogni dettaglio contribuiscono a costruire l’insieme. Il pubblico può così cogliere la tensione tra studio e spontaneità, tra struttura e libertà espressiva, elementi che rendono l’opera di Van Dyck unica nel panorama artistico europeo del Seicento.

La città di Genova, inoltre, non è solo lo scenario geografico della mostra, ma un interlocutore culturale attivo: le sale espositive, organizzate in un percorso cronologico e tematico, offrono una lettura stratificata della carriera del pittore, alternando ritratti di corte, commissioni private e opere di carattere religioso. Si percepisce, in ogni sala, la vitalità della città seicentesca, il fervore delle famiglie nobili che commissionavano ritratti per affermare la propria posizione sociale, la passione per il collezionismo e la cultura visiva che trasformava Genova in un laboratorio artistico internazionale.
Il percorso della mostra è arricchito da un apparato didattico e multimediale che permette di approfondire le tecniche pittoriche e il contesto storico in cui Van Dyck operava. Non solo il visitatore può osservare le pennellate e la resa della luce nei dipinti, ma può anche capire le strategie di composizione e il dialogo tra artista e committente, tra pittura e potere, tra immagine e rappresentazione sociale. La mostra, in questo senso, diventa un’occasione per comprendere come la pittura del Seicento non sia mai mero decoro, ma linguaggio complesso e stratificato, capace di raccontare status, identità e valori culturali di un’epoca.

Un’attenzione particolare è dedicata ai ritratti femminili, in cui Van Dyck raggiunge vette di delicatezza e sofisticazione. Le figure femminili, siano esse nobili o personaggi di rilievo della città, vengono rese con una sensibilità unica: gli sguardi sfuggenti, i gesti misurati, i panneggi eleganti diventano strumenti per raccontare l’intimità e la dignità dei soggetti, senza cedere alla mera rappresentazione estetica. La pittura di Van Dyck riesce così a coniugare la presenza fisica con una tensione psicologica sottile, trasformando il ritratto in un vero e proprio ritratto dell’anima.
La mostra non trascura infine l’influenza che Van Dyck ebbe sulle generazioni successive di artisti, sia in Italia sia nelle corti europee. La sua capacità di sintetizzare realismo fiammingo e sensibilità italiana divenne modello per i ritrattisti inglesi, olandesi e italiani, contribuendo a definire un canone di eleganza e introspezione che sopravvive nei secoli. Il visitatore ha così l’opportunità di percepire non solo l’arte di Van Dyck in sé, ma anche il suo ruolo di ponte tra tradizioni e culture diverse, di interprete di un’Europa in trasformazione, che guardava alla pittura come mezzo per affermare potere, gusto e identità culturale.

In conclusione, la mostra “Van Dyck a Genova” rappresenta un’occasione rara e preziosa per osservare da vicino la complessità e la bellezza della pittura seicentesca, per comprendere le strategie artistiche di uno dei più grandi maestri del ritratto europeo e per immergersi nella città che accolse, valorizzò e ispirò il suo genio. Tra le sale del percorso espositivo, il pubblico può riscoprire la forza narrativa e la raffinata eleganza di Van Dyck, il suo sguardo capace di cogliere l’essenza dei soggetti, e la sua capacità di trasformare ogni tela in un incontro intimo tra pittore e osservatore. Una mostra che non solo celebra il passato, ma illumina il presente, ricordando come l’arte, in ogni epoca, sia sempre un dialogo tra sensibilità, cultura e potere.

Fragilità e fedeltà: la dimensione affettiva e poetica di W. H. Auden nella relazione con Chester Kallman


Per comprendere appieno la complessità della figura di Wystan Hugh Auden e il profondo impatto che la sua relazione con Chester Kallman esercitò sulla sua poetica, è indispensabile collocare questo rapporto all’interno di un quadro più ampio di trasformazioni storiche, culturali e letterarie che caratterizzarono la prima metà del XX secolo. Auden, nato nel 1907 a York, Inghilterra, emerse in un’epoca di forti tensioni socio-politiche e di profondi mutamenti estetici, che avrebbero influenzato in modo cruciale la sua concezione del ruolo dell’artista, la sua visione dell’amore e la sua modalità espressiva. Egli si collocò fin da giovane all’interno della tradizione poetica britannica, segnato dalla rigorosa educazione delle scuole pubbliche e dall’esperienza intellettuale di Oxbridge, ambienti che contribuirono a forgiarne una voce caratterizzata da acutezza intellettuale, ironia sottile e una forma metrica precisa.

L’approccio di Auden alla poesia, tuttavia, non si limitò mai a una mera adesione formale o a una ripetizione di modelli tradizionali; al contrario, egli si dimostrò un innovatore che seppe adattare la lingua poetica alle esigenze di una modernità incerta e travagliata, caratterizzata da crisi ideologiche e conflitti globali. La sua scrittura si nutrì delle sfide poste dalla guerra, dalla crisi della fede e dalla disillusione politica, ma anche da una profonda riflessione sulla natura dell’identità e delle relazioni umane. In questo quadro, il suo trasferimento negli Stati Uniti nel 1939, momento cruciale della sua biografia, segnò una svolta radicale non solo nel piano geografico ma anche esistenziale e creativo.

Il contesto americano rappresentò per Auden non solo una nuova realtà culturale da esplorare, ma anche un terreno su cui poter sperimentare liberamente aspetti della sua identità e della sua vita affettiva che in Inghilterra erano sottoposti a severe restrizioni sociali. Fu in questo nuovo ambiente che la sua relazione con Chester Kallman – poeta e traduttore americano più giovane di lui – si sviluppò, assumendo una centralità che avrebbe influenzato in modo determinante la sua produzione poetica. La relazione, per quanto complessa e talvolta turbolenta, era un elemento imprescindibile del suo mondo emotivo, e divenne fonte di ispirazione e di riflessione in molte delle sue composizioni più intime.

Analizzare questa relazione significa muoversi al di là della semplice biografia sentimentale per entrare nella dimensione più profonda del processo creativo di Auden. La natura irregolare e conflittuale del rapporto tra Auden e Kallman – segnato da devozione non corrisposta, infedeltà, momenti di grande intimità alternati a distacchi dolorosi – trova una diretta risonanza nella poetica di Auden, che traduce queste esperienze in versi capaci di catturare le contraddizioni e la fragilità dell’amore umano. La poesia comunemente denominata “Ninna nanna”, con versi emblematici quali “Appoggia la tua testa addormentata, amore mio, / Umano sul mio braccio senza fede...”, è un esempio paradigmatico di questa capacità di trasformare il vissuto personale in arte universale, attraversando i territori della tenerezza, della precarietà e della consapevolezza della natura effimera dei sentimenti.

Il riferimento a un “braccio senza fede” è carico di una tensione che riflette non solo la vulnerabilità dell’amore stesso, ma anche il riconoscimento delle sue imperfezioni e della sua temporaneità. È un’espressione che riconosce l’impossibilità di un assoluto, ma nello stesso tempo celebra la bellezza fragile di una fiducia momentanea. Questa poesia, scritta in un modesto appartamento a Brooklyn, dove Kallman era una presenza intermittente, non è dunque un ideale romantico distaccato dalla realtà, bensì una testimonianza intensa e concreta di un amore vissuto nei suoi aspetti più quotidiani e umani. La dimensione biografica, dunque, arricchisce il testo di una profondità che non si limita all’astrazione lirica ma si fa esperienza palpabile.

Sul piano storico-culturale, va sottolineato come la sessualità di Auden, pur non essendo un segreto all’interno delle sue cerchie intellettuali, fosse comunque mediata da una società ancora profondamente omofobica e repressiva. Questo contesto imponeva agli artisti e alle persone queer una gestione cauta e riservata delle proprie relazioni, condizionando inevitabilmente la loro visibilità pubblica e la narrazione che potevano dare delle loro vite private. La relazione di Auden con Kallman, pur aperta entro certi limiti ai loro ambienti, fu dunque segnata da una tensione tra desiderio di autenticità e necessità di discrezione. Tale ambivalenza è percepibile nelle poesie, che oscillano tra momenti di sincerità emotiva e una sorta di protezione narrativa, come se l’amore dovesse essere allo stesso tempo rivelato e velato.

Questa dinamica di apertura e chiusura riflette anche una più ampia riflessione sul ruolo dell’amore e della sessualità nella costruzione dell’identità e nella pratica artistica. Auden non tratta mai l’amore come un ideale astratto e universale, ma come una realtà complessa e contraddittoria, fatta di momenti di gioia e di dolore, di fedeltà e di tradimento, di presenza e di assenza. Le sue poesie di questo periodo sono infarcite di dettagli quotidiani – i pasti condivisi, le discussioni, le risate notturne e i rimpianti mattutini – che restituiscono un’immagine dell’amore come esperienza materiale e psicologica insieme, con tutte le sue sfumature. Questa prospettiva rompe con molte delle tradizioni romantiche precedenti, introducendo una visione più realistica e sfaccettata dei rapporti umani.

Dal punto di vista formale e stilistico, la poesia di Auden si caratterizza per un equilibrio delicato tra controllo metrico e intensità emotiva. Egli padroneggia la lingua e la forma con un’abilità che permette di rendere esplicite le tensioni interiori senza rinunciare a una struttura ordinata e armoniosa. Questo equilibrio tra rigore e passione si riflette nel modo in cui affronta temi quali la precarietà dell’amore e la mutabilità delle relazioni. La precisione della forma diventa così uno strumento per dare voce a sentimenti complessi e spesso contraddittori, contribuendo a creare un effetto di verità e immediatezza che rende la sua poesia ancora oggi estremamente potente.

La centralità della relazione con Kallman nella produzione poetica di Auden ha avuto anche conseguenze significative sulla ricezione critica della sua opera. Numerosi studiosi hanno sottolineato come la sua esperienza personale abbia contribuito a dare alla sua poesia una profondità psicologica e una dimensione etica che la distinguono nel panorama letterario del Novecento. In particolare, l’esplorazione delle dinamiche affettive e sessuali consente di leggere la sua opera come un tentativo di ridefinire il concetto di amore e di identità in una società che stava attraversando profonde trasformazioni culturali. La sua poesia diventa così uno strumento di indagine sulle possibilità e sui limiti della relazione umana, ma anche una testimonianza storica della condizione di marginalità vissuta dalle persone queer in epoche di forte repressione.

In conclusione, la relazione tra W. H. Auden e Chester Kallman rappresenta non solo un capitolo fondamentale della biografia personale del poeta, ma costituisce anche un elemento chiave per la comprensione della sua produzione artistica e della sua visione del mondo. Attraverso una scrittura che unisce rigore formale, profondità emotiva e consapevolezza storica, Auden offre un ritratto sfaccettato dell’amore come esperienza umana complessa, fatta di tenerezza e conflitto, fedeltà e tradimento, presenza e assenza. La sua poesia, nata dal confronto diretto con la realtà vissuta, continua a parlare con forza alle generazioni successive, invitando a riflettere sulle molteplici dimensioni della soggettività e della relazione affettiva nel mondo contemporaneo.


La Metafisica come esperienza viva: "Metafisica / Metafisiche" a Milano


C’è una qualità della Metafisica che sfugge alle definizioni ristrette e ti resta addosso come un’urgenza: quella tensione tra visibile e invisibile, tra ciò che appare e ciò che tace. È un effetto più che un movimento, un modo di guardare che continua a operare ben oltre l’incunabolo storico. Questo è il senso profondo di "Metafisica / Metafisiche", il grande progetto espositivo a cura di Vincenzo Trione, fino al 21 giugno 2026 trasforma Milano — Piazza Duomo, Brera e i grandi musei cittadini — in una lunga sequenza di stanze mentali e visioni sospese.

Entrare a Palazzo Reale significa abbandonare gli schemi consueti della cronologia e camminare dentro un dialogo che pulsa tra il primo Novecento e il presente. Nelle sale principali, circa quattrocento opere — dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, illustrazioni, vinili, video, riviste, plastici e modelli architettonici — non celebrano un movimento chiuso nel passato, bensì mostrano come l’impianto concettuale metafisico abbia attraversato e trasformato i linguaggi del XX e XXI secolo.

Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi non sono qui eroi di una stagione finita, ma presenze che rivelano la Metafisica come un nodo di relazioni: la pittura come spazio mentale; la città come scena; l’oggetto come enigma. Queste figure, che nel 1917 — a Ferrara — immaginarono l’arte come una forma di pensiero sospeso, si mostrano in questo grande abbraccio critico non come riferimenti statici, ma come punti di attrito con le immagini contemporanee: dalle sperimentazioni cinematografiche alla fotografia, dal design alla moda, dal graphic novel alla musica.

La mostra non finisce con l’uscita da Palazzo Reale. A Museo del Novecento, "Milano Metafisica" esplora il rapporto tra la città e quel pensiero visivo: un legame di scambi, collaborazioni, incontri tra i protagonisti storici del movimento e il tessuto urbano e artistico milanese. La selezione di disegni, vestiti, materiali d’archivio, fotografie e maquette racconta di una città che non fu semplice palcoscenico, ma spazio vivo di riflessione e invenzione.

Alle Gallerie d’Italia – museo di Intesa Sanpaolo in Piazza Scala la Metafisica si fa ancora più sottile: qui il focus è su Giorgio Morandi, ma attraverso il filtro personale delle fotografie di Gianni Berengo Gardin dedicate al suo atelier a Bologna. Le stanze di Morandi, i vasi, le ombre delle nature morte non sono solo forme, ma variazioni continue di tono, luce e tempo — un’eco perfetta al modo in cui la Metafisica “sente” lo spazio, lo sospende, lo lascia interrogare.

E infine c’è Palazzo Citterio — la Grande Brera — dove l’artista William Kentridge firma un omaggio intenso e inedito a Morandi: un’installazione video e sculture in cartone che non riproducono l’opera, ma la trasformano in esperienza sensoriale, oscillando tra memoria, ritmo e narrazione visiva. Qui l’effetto metafisico non è contemplazione, ma partecipazione: lo sguardo non resta davanti all’opera, ma si immerge dentro di essa.

Il titolo stesso, "Metafisica / Metafisiche", dice moltissimo: non è un singolare da tramandare, ma un plurale da abitare. La mostra non offre un’unica definizione, ma una serie di aperture attraverso cui la Metafisica si incrocia con molteplici forme di pensiero e linguaggi. In un tempo in cui la rapidità sembra sempre chiudere i significati in etichette prevedibili, questa esposizione chiede di rallentare, di lasciare che lo sguardo si apri come una pausa, prima ancora che come una conquista.

L’esperienza di "Metafisica / Metafisiche" somiglia a una camminata dentro un’idea: non c’è una risposta netta, ma una serie di interrogazioni che ti accompagnano fuori dal museo e dentro la città. Ogni tappa — da Palazzo Reale al Museo del Novecento, da Gallerie d’Italia a Palazzo Citterio — è un capitolo, un’eco, una variazione su un tema che continua a essere vivo quando chiudi gli occhi e immagini di nuovo una piazza vuota, un manichino sospeso, un’ombra che non vorresti spiegare.

Fino al 21 giugno 2026 Milano è un grande spazio di visione metafisica; fino al 6 aprile "Metafisica / Metafisiche" alle Gallerie d’Italia e fino al 5 aprile la proposta di William Kentridge a Palazzo Citterio sono occasioni irripetibili per sentire come il passato non sia mai chiuso, ma un continuo presente di cui siamo ancora spettatori e co-creatori.