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La custodia degli indifesi: una riflessione attraverso Anna Maria Ortese
Nel centro nascosto dell’Arizona, un paesaggio che per Anna Maria Ortese diventa quasi una metafora cosmica, prende vita la vicenda di Alonso e i visionari. Qui la scrittrice napoletana non si limita a costruire un racconto né a descrivere un semplice incontro tra uomini e animali, ma erige un vero e proprio manifesto etico, una parabola destinata a interrogare il nostro presente. Alonso, piccolo puma di quell’Arizona, non è soltanto il fulcro narrativo, bensì un prisma attraverso il quale osservare l’intero problema della fragilità umana e non umana: la sua esistenza ci mette davanti al tema scottante dell’eliminazione silenziosa dei vulnerabili, quella cancellazione subdola che le società moderne, spesso senza rendersene conto, oppure sì, esercitano su chi non ha voce né forza per opporsi.
Ortese sceglie, come di consueto, la strada più scomoda: non l’apologia del potere né il lirismo trionfante della forza, ma la celebrazione dei deboli, degli scartati, degli esseri che più facilmente rischiano di soccombere all’indifferenza collettiva. È proprio qui che si rivela la portata rivoluzionaria della sua scrittura: trasformare la marginalità in centro narrativo, fare della custodia e della protezione il mondo pulsante di un’epopea poetica.
Alonso, pur essendo un animale, si rivela molto più che semplice presenza bestiale. La sua fragilità diventa un linguaggio universale, un codice che parla di purezza e innocenza dentro un mondo logorato dal cinismo e dalla violenza. Non è casuale che Ortese scelga un puma, creatura di forza potenziale e al tempo stesso di vulnerabilità estrema, per simboleggiare l’ambiguità della vita. La sua sopravvivenza dipende interamente dall’accoglienza o dall’ostilità degli esseri umani che lo circondano: ed è in questa precarietà che si specchia l’intera condizione degli indifesi.
Accanto a lui compaiono figure singolari: il professore italiano, i suoi figli, il collega americano. Tutti partecipano a quella che potremmo definire una forma di chiaroveggenza morale. Sono “visionari”, capaci di cogliere ciò che la maggioranza ignora: che nella debolezza, nel dolore, nell’innocenza senza difese, si cela una verità più radicale della forza apparente. Non si tratta di personaggi eroici nel senso tradizionale, ma di testimoni di una realtà invisibile ai più, e dunque più autentica.
La denuncia ortesiana non si colloca sul piano delle grandi tragedie storiche, ma in quello quotidiano, apparentemente minore, che però produce conseguenze devastanti. La vera eliminazione dei deboli non avviene con gesti plateali: si consuma attraverso l’indifferenza, che lentamente corrode e cancella. Questo è il volto nascosto di quella che potremmo chiamare eutanasia sociale: bambini lasciati senza cure adeguate, anziani abbandonati alla solitudine, animali relegati all’invisibilità, interi gruppi esclusi dai diritti fondamentali.
Ortese ci mostra che il male radicale, oggi, non è necessariamente la violenza esplosiva, ma il silenzio che accompagna la sofferenza altrui. L’indifferenza collettiva funziona come un veleno lento, invisibile eppure letale, perché spegne la possibilità stessa di relazione e di riconoscimento. Non vedere l’altro significa negargli l’esistenza, ridurlo a un nulla.
Di fronte a questo scenario, l’opera di Ortese ci richiama a un imperativo fondamentale: la custodia. Non un gesto paternalistico né una carità di facciata, ma un impegno profondo, concreto, quotidiano. Custodire significa assumere la responsabilità di un altro essere vivente, riconoscere che la nostra umanità si misura nella capacità di proteggere ciò che non ha difese.
I visionari del romanzo non si limitano a provare compassione per Alonso: si fanno carico della sua presenza, trasformando l’attenzione in azione. Ecco la lezione che Ortese intende trasmettere: non basta sentire, occorre agire. Non basta emozionarsi davanti alla fragilità, bisogna farsene responsabili con coerenza.
Uno dei nuclei più intensi del testo ortesiano risiede nel ribaltamento delle gerarchie di valore. I marginali, i dolenti, i dimenticati non sono semplici destinatari di pietà: possiedono un sapere che i privilegiati non hanno. Vivere ai margini significa sviluppare un’acuità particolare, la capacità di leggere le contraddizioni e le falsità del mondo dominante. Alonso e i visionari non rappresentano dunque solo il bisogno di protezione, ma anche un’occasione di conoscenza, un’apertura verso verità che altrimenti resterebbero nascoste.
Ortese sembra suggerire che chi è fragile ci offre lo specchio più sincero della nostra civiltà. Non è nei luoghi del potere che si misura la qualità etica di una comunità, ma in quelli dove si gioca la sorte dei più vulnerabili.
Custodire non è un gesto passivo, ma un’azione dinamica. Ortese ci mostra che la cura richiede energia, resistenza, consapevolezza. Bisogna saper vedere la fragilità, ma anche opporsi attivamente ai meccanismi che la cancellano. In questo senso, Alonso e i visionari non è soltanto un racconto letterario, ma un laboratorio etico: un manuale narrativo che ci insegna, attraverso i suoi protagonisti, a praticare la custodia come forma di resistenza civile.
La cura diventa così un atto politico: custodire un essere fragile significa ribellarsi a una società che celebra soltanto il successo, la forza, l’efficienza.
Alonso, con la sua semplice esistenza, diventa icona di resistenza. Ogni gesto di protezione che lo riguarda non è solo cura di un animale, ma affermazione di una speranza: quella di un mondo in cui i deboli non vengano eliminati, bensì riconosciuti come parte essenziale del tessuto comune. Il piccolo puma diventa così l’immagine di tutto ciò che ancora può essere salvato, di tutto ciò che resiste al degrado morale della civiltà.
La custodia si trasforma, in questa prospettiva, in gesto di speranza concreta: proteggere significa credere che un futuro diverso sia possibile, che la vulnerabilità non sia una condanna ma una risorsa di umanità.
La nostra contemporaneità, con le sue logiche economiche spietate e le sue derive tecnologiche, rischia più che mai di perpetuare l’eliminazione silenziosa dei fragili. I meccanismi di esclusione non si presentano con volti brutali, ma con la freddezza dei numeri, con la logica impersonale del profitto, con l’efficienza che calcola e scarta. Ortese, già decenni fa, aveva colto questa deriva, e il suo romanzo funziona oggi come un ammonimento profetico.
La custodia non è dunque un atto eccezionale, ma una responsabilità che si rinnova ogni giorno: è la prova più alta del nostro essere autenticamente umani.
Con Alonso e i visionari, Ortese non si limita a raccontare una storia. Costruisce un orizzonte etico che ci obbliga a interrogarci su cosa significhi vivere insieme, su quale sia la sostanza della convivenza umana. Alonso diventa simbolo di speranza, i visionari figure archetipiche di testimonianza, la narrazione stessa un ponte verso un’etica fondata sulla custodia.
L’insegnamento che ne scaturisce è chiaro: custodire non è un gesto facoltativo, ma l’imperativo che definisce la nostra stessa umanità. Significa opporsi alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza, significa riconoscere nell’altro, chiunque esso sia, una vita degna di cura e di rispetto.
Ortese ci ricorda che la vera eliminazione degli indifesi non si compie con la violenza diretta, ma con il silenzio, con la dimenticanza, con il voltare lo sguardo altrove. Contrastare questa deriva è la forma più autentica di resistenza: significa scegliere di vivere pienamente, di sperare concretamente, di essere, in definitiva, davvero umani.
Contro la trappola: il processo che cambiò la storia dei diritti civili in America
All’inizio degli anni Cinquanta, l’America postbellica era un luogo sospettoso e feroce, dove l’omosessualità non solo era considerata un crimine, ma un pericolo sociale, un morbo da estirpare. In questo clima da caccia alle streghe — mentre il senatore McCarthy guidava il suo comitato per la “sicurezza nazionale” e la polizia si infiltrava nei locali gay per effettuare arresti su base morale — un uomo qualunque, artista e scrittore, decise che no, non si sarebbe più nascosto. Quel gesto, piccolo e gigantesco insieme, accese una miccia. Il suo nome era William Dale Jennings.
Era la primavera del 1952, e Jennings stava rientrando da una passeggiata serale al Westlake Park, oggi noto come MacArthur Park, nel cuore di Los Angeles. Nulla di eccezionale, eppure quella notte si sarebbe trasformata in un crocevia della storia queer americana. Un agente in borghese, appostato nei pressi del parco, lo seguì fino a casa e lo arrestò con l'accusa generica e infamante di "comportamento osceno". Un’accusa che ai tempi bastava a distruggere una vita: carriera, reputazione, identità pubblica. Ma Jennings fece qualcosa che nessuno, fino ad allora, aveva mai osato.
Chiamò Harry Hay, fondatore della Mattachine Society — uno dei primi movimenti organizzati per i diritti degli omosessuali negli Stati Uniti — e, con lui, decise di non dichiararsi colpevole. Decise, invece, di lottare. L’idea fu audace, quasi temeraria: portare il caso in tribunale, smascherare l’intrappolamento, e sfidare apertamente la prassi poliziesca di pedinare, provocare, arrestare uomini gay in cerca di contatti umani. Fu così che nacque il “Citizens Committee to Outlaw Entrapment”, un comitato cittadino per denunciare le pratiche persecutorie e violente che si abbattevano sugli omosessuali.
Il processo cominciò il 12 giugno 1952 nella Municipal Court di Los Angeles. Durò dieci giorni e si svolse sotto gli occhi allibiti e morbosi di una stampa in cerca di scandalo. Il procuratore contava su una facile condanna, come da prassi. Ma Jennings, difeso dall’avvocato George Sibley, non crollò. Non si lasciò intimidire. Portò in aula il suo coraggio, la sua verità, la sua dignità. I testimoni parlarono della brutalità e dell’intimidazione che aveva subito. Il giurato medio, in quell’America ancora puritana, fu costretto a guardare in faccia l’ingiustizia. E, contro ogni aspettativa, Jennings fu assolto il 21 giugno. Non perché fosse “innocente” nel senso eterosessuale del termine — ma perché la giuria riconobbe l’uso fraudolento della legge da parte della polizia.
Quell’assoluzione, apparentemente limitata a un solo uomo, fu in realtà l’inizio di una breccia. Per la prima volta, un omosessuale americano non solo non si era dichiarato colpevole, ma aveva combattuto — e vinto — in tribunale. La Mattachine Society ne uscì rafforzata, acquisendo credibilità e visibilità. L’omosessualità, che fino a quel momento esisteva solo come ombra, come refuso, come condanna, si era finalmente detta. Aveva preso parola. Aveva rivendicato esistenza.
Le conseguenze di quella scelta coraggiosa si fecero sentire per decenni. L’opinione pubblica americana, sebbene lentamente, cominciò a interrogarsi sulla legittimità di certe leggi, sulla brutalità di certe operazioni. Le cosiddette “sodomy laws”, che punivano gli atti sessuali “contro natura”, furono contestate una dopo l’altra. Grazie all’onda lunga generata anche da quel processo, entro l’anno 2000 la maggior parte degli Stati americani aveva abrogato quelle leggi infami. Una rivoluzione culturale era cominciata dal gesto di resistenza di un uomo solo, spinto fino al limite, e deciso a non chinare la testa.
E se una nota finale può illuminare ulteriormente questa vicenda: Rudy Gernreich, amico e sodale di Hay e Jennings, nonché stilista d’avanguardia e co-fondatore della Mattachine, lasciò gran parte del proprio patrimonio per istituire un fondo a sostegno di uomini gay arrestati attraverso trappole simili. Era il riconoscimento postumo che quella ferita iniziale — l’arresto, il processo, il coraggio di dire no — aveva trasformato il dolore privato in lotta collettiva.
Oggi, il nome di William Dale Jennings non è tra i più citati nei manuali di storia. Ma la sua voce, la sua scelta, e quella singola notte del 1952 restano incisi nella carne viva di una battaglia ancora aperta. Perché, come lui stesso scrisse anni dopo, “essere se stessi davanti al mondo non è solo una vittoria personale. È un atto politico. È un atto d’amore.”