Baudry non era un agitatore, né un provocatore. Al contrario, il suo progetto nacque da un'esigenza quasi spirituale: dare voce a un’identità interiore, a una coscienza di sé che potesse rivendicare la piena umanità degli omosessuali. Ciò che lo spinge a questo passo è un insieme di letture e riflessioni che lo toccano profondamente tra gli anni Quaranta e Cinquanta. In particolare, tre opere segnano la sua maturazione ideologica: il Rapporto Kinsey pubblicato negli Stati Uniti nel 1948, che scardinava le ipocrisie e i silenzi sulla sessualità maschile; il rivoluzionario Deuxième Sexe di Simone de Beauvoir, apparso nel 1952, che problematizzava l'identità sessuata e apriva nuove prospettive critiche; e infine la tesi teologica Vie chrétienne et problèmes de la sexualité, firmata da Marc Oraison nel medesimo anno, che proponeva — con grande coraggio — una rilettura cristiana dell’omosessualità in chiave compassionevole, inclusiva, e umanamente partecipe. Non stupisce che quest’ultima opera sia stata prontamente messa all’indice dalla Chiesa cattolica.
Ma proprio a partire da questa tensione — tra desiderio e norma, tra morale e affettività — Baudry cominciò a immaginare una possibile mediazione. Non si trattava per lui di celebrare l’omosessualità come forma di trasgressione, quanto piuttosto di dare forma a un'identità legittima, visibile e socialmente inserita. Nacque così la rivista Arcadie, creata con il sostegno di due figure simboliche dell’élite culturale francese: Roger Peyrefitte, autore di romanzi provocatori e lucidamente scandalosi, e Jean Cocteau, poeta e artista che aveva fatto dell’ambiguità un’arte superiore. Entrambi credettero nel progetto di Baudry e offrirono il loro nome, se non la loro presenza attiva, come garanzia intellettuale e culturale.
La rivista fu sin da subito bersaglio di critiche, censure e repressioni: le autorità ne proibirono la vendita ai minori e ne sequestrarono alcuni numeri. Nel 1955, appena un anno dopo la sua fondazione, André Baudry fu processato per “oltraggio ai buoni costumi” e condannato a pagare una multa salatissima di 400.000 franchi. Ma il vero bersaglio non era tanto l'uomo o la pubblicazione, quanto l’idea che l’omosessualità potesse essere discussa pubblicamente, trattata in forma seria, e addirittura difesa come condizione umana e non devianza.
Nel corso dei decenni, Baudry mantenne Arcadie fedele alla sua linea: non una rivista erotica, né un foglio militante, ma una pubblicazione seria, quasi austera, che offriva ai suoi lettori articoli filosofici, sociologici, riflessioni letterarie, discussioni giuridiche e spirituali. Il cuore del suo progetto non era il desiderio in sé, ma la dignità dell’individuo. L’omosessuale, secondo Baudry, non doveva essere rappresentato come figura marginale o eccentrica, ma come un membro normale, e persino rispettabile, della società borghese: colto, elegante, razionale. Una scelta che, pur nel suo intento strategico, non mancava di ambiguità: quella “normalizzazione” implicava infatti anche una forma di autocensura, di rifiuto delle forme più visibili e sovversive dell’identità queer.
Il momento più difficile giunse nel 1960, quando in Francia fu votato il famigerato emendamento Mirguet, che classificava l’omosessualità come uno dei grandi mali sociali, accanto alla tossicodipendenza e alla pornografia. In questo clima repressivo, Baudry decise di rimuovere completamente gli annunci personali e le fotografie dalla rivista, per evitare una chiusura definitiva. Fu una svolta strategica, che garantì ad Arcadie la sopravvivenza ma ne sancì anche una perdita di vitalità comunicativa. Ciò nonostante, fino alla sua chiusura nel 1982, la rivista rimase il più importante organo di cultura omofila dell’Europa francofona.
Il valore di Arcadie oggi può apparire ambivalente: da un lato, essa non aderì mai alle istanze più radicali e liberatorie che avrebbero animato il movimento gay post-Stonewall; dall’altro, fu una delle primissime esperienze europee a concepire l’omosessualità non come atto, ma come soggettività consapevole, capace di pensarsi, di scriversi, di esistere nello spazio pubblico. André Baudry non fu un rivoluzionario, ma fu un costruttore: cercò di edificare una casa simbolica — Arcadie — dove potesse abitare, per la prima volta, una forma di cittadinanza omosessuale.