È questo il problema delle parole, Godz, che tutti credono servano a dire qualcosa, mentre molte volte servono esattamente al contrario, servono a nascondere una cosa sotto cento altre cose, a costruirci intorno un edificio abbastanza grande perché nessuno possa accorgersi che al centro, nella stanza più piccola, non c'è niente, o meglio, c'è quella frase che non abbiamo il coraggio di pronunciare e che continuiamo a spostare da una parte all'altra della nostra vita sperando che, prima o poi, smetta di essere nostra, e invece resta lì, cresce, diventa più pesante, si mette a respirare da sola.
Perché le parole dette, alla fine, se ne vanno, e tu questo dovresti saperlo meglio di me, quante cose ci siamo detti che non ricordo più, quante volte abbiamo parlato per ore e ore, in questo posto di merda, fuori da questo posto di merda, prima di entrare e dopo essere usciti, e adesso non saprei ripetere una sola frase, una sola, mentre ricordo perfettamente quelle che non ho detto, quelle sì, quelle hanno una memoria straordinaria, sanno dove abitare, sanno quando tornare, aspettano che tu sia solo, che non ci sia musica, che non ci sia nessuno da guardare, e allora eccole, arrivano, si siedono accanto a te e cominciano a parlare.
E forse è per questo che penso che il tempo non sia fatto di ore, ma di parole, soprattutto di quelle che non hanno avuto abbastanza coraggio per diventare suono, perché una parola detta è almeno un rischio, esce da te, attraversa l'aria e arriva da qualcuno che può riderne, rifiutarla, non capirla, usarla contro di te, mentre una parola non detta resta perfetta, protetta, intatta, e proprio per questo diventa pericolosa, perché più a lungo la tieni dentro e più cominci a credere che sia troppo importante per essere pronunciata, finché un giorno ti accorgi che non sei più tu a custodire quella parola, ma è lei che custodisce te.
E allora non mi dire che il tempo guarisce, Godz, perché non è vero, o almeno non è vero per tutto, il tempo forse guarisce le ferite che siamo riusciti a mostrare, quelle che abbiamo lasciato sanguinare davanti a qualcuno, quelle che hanno avuto un nome, ma che cosa dovrebbe guarire di una cosa che non abbiamo mai avuto il coraggio di ammettere perfino a noi stessi, come può chiudersi una ferita che abbiamo passato anni a fingere di non avere, come può finire una conversazione che non è mai cominciata?
Io credo che ciascuno di noi abbia dentro un posto come questo, un El Horno privato, capisci, una stanza nella quale continua a tornare tutto ciò che fuori non abbiamo saputo tenere, le parole che non siamo riusciti a dire, le persone alle quali avremmo voluto telefonare e non abbiamo telefonato, le volte in cui abbiamo aspettato troppo convinti che ci sarebbe stato un domani identico a oggi e che domani avremmo avuto più coraggio, più tempo, più voce, mentre il domani, naturalmente, non arriva mai nel modo in cui lo immaginiamo, perché quando finalmente arriva è già diventato un altro giorno, un'altra situazione, un'altra persona, e noi siamo già un po' diversi, abbastanza diversi da renderci impossibile dire con la stessa semplicità ciò che ieri sarebbe bastato pronunciare.
Guarda che non sto parlando di te.
O forse sì.
È questa la cosa che mi dà più fastidio.
Che ogni volta che cerco di parlare di qualcosa finisco per parlare di te senza volerlo, o almeno senza volerlo ammettere, e allora comincio con il tempo, con la memoria, con l'umanità, con tutte quelle parole enormi dietro le quali mi piace nascondermi perché sono abbastanza grandi da sembrare importanti e abbastanza vaghe da non costringermi a dire niente di preciso, mentre basterebbe una frase, probabilmente una frase ridicola, una di quelle che poi, appena pronunciate, ti fanno venire voglia di sparire, e invece continuo a girarci intorno come un cane davanti a una porta che non riesce a capire se vuole attraversare.
Perché il silenzio, Godz, non è mai silenzio, questa è un'altra delle cose che abbiamo inventato per sentirci innocenti, perché quando non diciamo niente non smettiamo affatto di parlare, continuiamo a parlare dentro di noi, soltanto che l'altro non può sentirci, e allora ci sembra di essere protetti, mentre in realtà stiamo costruendo una distanza che un giorno non sapremo più attraversare, e forse è così che finiscono molte cose, non con una porta sbattuta, non con un insulto, non con una scena memorabile, ma perché qualcuno smette di dire una cosa e l'altro, dall'altra parte, non sa che quella cosa esiste.
E tu potresti anche non saperlo.
Questo è il punto.
Potresti essere qui, davanti a me, adesso, e non sapere assolutamente niente.
Potrei avere passato tutto questo tempo a costruire una specie di cattedrale intorno a una frase che tu non hai mai nemmeno immaginato che esistesse, e io potrei continuare a guardarti aspettando che tu faccia qualcosa, che tu capisca, che tu dica una parola, come se fosse possibile che qualcuno entri in una stanza nella quale non gli abbiamo mai aperto la porta.
Che razza di presunzione è aspettarsi di essere capiti senza essersi mai mostrati.
Eppure lo facciamo continuamente.
Io lo faccio.
Con te.
Forse soprattutto con te.
E allora il tempo passa, sì, certo, chiamiamolo pure così se ci fa sentire meglio, ma ogni giorno che passa senza che io dica quella cosa non è un giorno in meno, Godz, è un giorno in più dentro quella cosa, perché ciò che non diciamo non resta fermo, cresce, si modifica, si moltiplica, e alla fine diventa più reale della nostra vita, più reale delle cose che abbiamo fatto, perché le cose che abbiamo fatto sono finite e quelle che non abbiamo fatto, invece, possono continuare per sempre.
Forse è per questo che abbiamo paura del passato, non per quello che contiene, ma per quello che non ha mai contenuto e che continuiamo ostinatamente a immaginare.
Che cosa sarebbe successo?
Questa è la domanda.
Che cosa sarebbe successo se avessi parlato?
Se quella sera ti avessi chiamato?
Se invece di andarmene fossi rimasto?
Se avessi smesso di parlare di tutto per dirti una sola cosa?
Non rispondere.
No.
Non rispondere, perché non è questo che voglio.
O forse è esattamente quello che voglio, ma vedi, Godz, è sempre così, anche adesso, anche mentre finalmente ti sto parlando, continuo a cercare una via di fuga, continuo a mettere una porta dietro ogni frase nel caso dovessi decidere di scappare.
Forse il tempo è proprio questo.
La somma di tutte le uscite di sicurezza che abbiamo costruito nelle nostre vite.
E un giorno ci guardiamo indietro e scopriamo che, per non rischiare di restare intrappolati, abbiamo passato tutta l'esistenza a uscire dalle stanze prima ancora che qualcuno potesse chiudere la porta.
Ma questa volta...
Questa volta no.
Questa volta voglio restare.
Anche se non so che cosa succederà dopo.
Anche se tu non capirai.
Anche se capirai troppo.
Anche se, dopo tutto questo parlare, non avrò ancora trovato il coraggio di dire la sola cosa per cui ho cominciato a parlare.
Perché forse è questo che volevo dirti, Godz, e forse ci ho messo tutta una vita soltanto per arrivare fin qui, che il tempo non è ciò che ci manca, il tempo è ciò che continuiamo a credere di avere, e mentre lo crediamo lasciamo che le cose più importanti restino chiuse dentro di noi, aspettando il momento perfetto, la parola perfetta, la notte perfetta, come se la vita fosse obbligata a prepararci continuamente la scena.
Ma non esiste la scena perfetta.
Non esiste la frase perfetta.
Non esiste il momento in cui smetteremo di avere paura.
Esiste soltanto questo.
Tu.
Io.
Quello che non ho detto.
E il tempo che continua a passare, o a restare, o a fare qualunque cosa voglia fare, mentre io, finalmente, smetto di chiedermi che cosa sarebbe successo se avessi parlato e comincio, anche se troppo tardi, anche se male, anche se non so ancora dove mi porterà questa frase...
a parlare.