Forse non devi imparare a non avere paura di morire, perché già la formulazione di questa domanda, per quanto comprensibile e umanissima, sembra contenere l’idea che la paura della morte sia una specie di errore della mente, una debolezza che prima o poi, se saremo abbastanza saggi, abbastanza forti, abbastanza spiritualmente preparati o semplicemente abbastanza stanchi di soffrire, riusciremo finalmente a correggere, mentre potrebbe essere vero esattamente il contrario, e cioè che la paura della morte non sia qualcosa che dobbiamo necessariamente eliminare, ma una delle forme attraverso le quali la nostra coscienza prende atto del proprio limite, perché noi siamo esseri che vivono proiettandosi continuamente in avanti, che fanno programmi, che ricordano il passato, che immaginano ciò che potrebbe accadere domani, tra un mese, tra dieci anni, che si affezionano alle persone proprio perché le immaginano ancora presenti nella propria storia futura, e che costruiscono persino la propria identità attraverso una specie di continuità narrativa nella quale il soggetto che ero ieri e quello che sono oggi sembrano naturalmente destinati a incontrarsi ancora domani, mentre la morte introduce nella nostra esperienza qualcosa che non possiamo assimilare fino in fondo, perché non è semplicemente un avvenimento futuro tra gli altri, non è un appuntamento che possiamo spostare, una difficoltà che possiamo affrontare con gli strumenti abituali, un problema che possiamo risolvere attraverso una decisione, ma è precisamente il punto nel quale la nostra possibilità di progettare, ricordare, desiderare e persino comprendere viene meno, e forse è per questo che la morte produce una paura così diversa da tutte le altre, perché davanti a quasi ogni altra paura possiamo almeno immaginare un dopo nel quale saremo ancora noi a raccontare ciò che è accaduto, mentre davanti alla morte incontriamo il limite oltre il quale non possiamo accompagnarci con il pensiero.
Per questo non ti direi mai che devi smettere di avere paura, perché sarebbe una promessa falsa e, in fondo, anche piuttosto crudele, dal momento che potrebbe farti credere che la tua angoscia sia la prova di una tua insufficienza, come se le persone capaci di affrontare la morte serenamente fossero in qualche modo più evolute, più intelligenti o più riuscite di quelle che tremano, mentre non sappiamo affatto che cosa accada dentro gli altri quando rimangono soli con la propria finitudine, e soprattutto non sappiamo se quella che chiamiamo serenità sia davvero assenza di paura oppure soltanto una forma più silenziosa di accettazione, perché persino le persone che hanno elaborato una concezione filosofica o religiosa della morte possono attraversare momenti nei quali il pensiero della propria scomparsa ritorna improvvisamente con una violenza primitiva, quasi animale, e in quel momento tutte le teorie possono impallidire davanti al semplice fatto che siamo un corpo che vuole continuare a esistere, una coscienza che non riesce a concepire completamente la propria assenza, un essere che ama la propria vita persino quando si lamenta di essa, persino quando dice di esserne stanco, persino quando la considera dolorosa, incomprensibile o ingiusta, perché dietro il desiderio di non morire c’è spesso qualcosa di molto più elementare del terrore del nulla, e cioè il desiderio di continuare a esserci, di vedere ancora, di sentire ancora, di incontrare ancora le persone che amiamo, di sapere come finiranno le storie che abbiamo cominciato, di assistere ai cambiamenti del mondo, di avere ancora la possibilità di sorprenderci, di cambiare idea, di correggere una scelta, di pronunciare una parola che non abbiamo ancora pronunciato.
E forse proprio per questo la domanda da porsi non è tanto “come faccio a non avere paura di morire?”, quanto piuttosto “come faccio a non permettere alla paura della morte di impedirmi di vivere?”, perché queste due domande sembrano simili ma conducono in direzioni completamente diverse, e mentre la prima ci mette davanti a un obiettivo quasi impossibile, cioè raggiungere una condizione nella quale l’angoscia non si presenti più, la seconda ci restituisce qualcosa che possiamo effettivamente tentare di fare, cioè imparare a convivere con una paura che forse non scomparirà mai del tutto, riconoscendola quando arriva, ascoltandola senza necessariamente obbedirle, lasciandola attraversare la nostra mente senza trasformare ogni suo pensiero in una profezia, e soprattutto evitando che il timore di un futuro inevitabile trasformi il presente in una sala d’attesa nella quale non facciamo altro che aspettare l’evento che temiamo, perché allora accade una cosa terribile e paradossale, e cioè che la morte, pur non essendo ancora arrivata, comincia a ricevere da noi una parte della vita che abbiamo ancora a disposizione, e noi cominciamo a consegnarle giorni, settimane, mesi, occasioni, conversazioni, viaggi, libri, amori, risate e persino momenti di tranquillità, non perché siamo morti, ma perché abbiamo lasciato che l’idea della morte diventasse così dominante da impedire alla vita di occupare lo spazio che le appartiene.
È forse questa la forma più sottile della paura della morte, quella che non consiste soltanto nel terrore dell’ultimo istante, ma nella trasformazione dell’intera esistenza in una continua anticipazione della fine, nella necessità di controllare ogni sintomo, ogni sensazione, ogni cambiamento del corpo, ogni notizia, ogni incidente raccontato alla televisione, ogni malattia che colpisce qualcuno, ogni morte che apprendiamo, come se accumulando informazioni, facendo previsioni, cercando rassicurazioni e ripetendoci continuamente che “andrà tutto bene” potessimo finalmente costruire intorno a noi una barriera capace di impedirci di essere vulnerabili, mentre proprio questo tentativo di ottenere una sicurezza assoluta può finire per diventare una nuova prigione, perché la sicurezza assoluta non esiste e, quando la pretendiamo, ogni piccola incertezza diventa intollerabile, ogni dolore diventa una minaccia, ogni ritardo diventa un presagio, ogni pensiero diventa una possibilità concreta, ogni possibilità diventa una probabilità e ogni probabilità, nella mente spaventata, finisce per assumere l’aspetto di una certezza, fino a quando il futuro immaginato diventa emotivamente più reale del presente che abbiamo davanti.
La morte, però, non è necessariamente una presenza che dobbiamo sentire dietro ogni cosa, perché il fatto che un evento sia inevitabile non significa che sia continuamente presente, così come il fatto che ogni giornata finisca non significa che dobbiamo trascorrere ogni mattina pensando alla notte, e questa distinzione, apparentemente banale, può diventare invece fondamentale quando la paura tende a occupare tutto, perché sapere che moriremo non significa essere obbligati a vivere come se stessimo morendo in ogni istante, esattamente come sapere che una persona che amiamo un giorno morirà non significa che dobbiamo iniziare a piangerla prima ancora di averla perduta, e anzi, in certi casi, anticipare continuamente il dolore significa sottrarre qualcosa proprio alla relazione che vorremmo proteggere, perché mentre siamo impegnati a prepararci alla perdita non siamo più completamente presenti alla persona che abbiamo davanti, e trasformiamo inconsapevolmente l’amore in una specie di lutto preventivo, come se volessimo soffrire in anticipo per evitare di soffrire dopo, senza renderci conto che il dolore anticipato non impedisce quello futuro e nel frattempo ci priva di una parte del presente.
Io penso che la morte diventi forse un poco meno terribile quando smettiamo di considerarla soltanto come l’evento che un giorno verrà a toglierci la vita e cominciamo invece a riconoscerla come il limite che dà forma alla vita stessa, non nel senso consolatorio per cui dovremmo essere grati di morire perché la morte renderebbe bella ogni cosa, ma in un senso più radicale e quasi geometrico, perché è proprio il limite a dare forma a ciò che altrimenti sarebbe indistinto, e il tempo acquista una direzione perché non è infinito, le scelte acquistano un peso perché non possiamo farle tutte, le persone acquistano un valore particolare perché non ci sono state consegnate per sempre, le occasioni diventano occasioni proprio perché possono passare, e persino la memoria nasce in parte dal fatto che ciò che accade non può essere trattenuto, perché se ogni momento rimanesse eternamente disponibile non avremmo bisogno di ricordarlo, mentre ricordiamo proprio ciò che è passato, ciò che non possiamo più possedere nella sua immediatezza, ciò che è diventato irreversibile.
Se fossimo immortali, probabilmente, avremmo un rapporto completamente diverso con ogni cosa, e non è affatto detto che sarebbe un rapporto migliore, perché potremmo rimandare indefinitamente ciò che oggi ci sembra urgente, potremmo dire “domani” per mille anni, potremmo lasciare una persona senza risposta sapendo che prima o poi avremo tutto il tempo necessario per recuperare, potremmo rinviare un viaggio, un libro, un amore, una riconciliazione, un gesto di gentilezza, una scelta, un cambiamento, perché l’eternità eliminerebbe proprio quella pressione silenziosa che ci ricorda che non possiamo vivere tutte le vite possibili, che non possiamo leggere tutti i libri, conoscere tutte le persone, vedere tutti i luoghi, capire tutte le cose, correggere tutti gli errori, e forse è proprio questa impossibilità a dare alla nostra esperienza quella strana intensità che spesso dimentichiamo mentre siamo impegnati a lamentarci del tempo che passa, perché una cosa non diventa preziosa soltanto quando sappiamo che durerà, ma anche, e forse soprattutto, quando sappiamo che non durerà per sempre.
Questo non significa naturalmente che dobbiamo romanticizzare la morte, né che dovremmo ringraziarla per il fatto di rendere preziosa la vita, perché la morte rimane morte, rimane perdita, separazione, mistero, e per molti esseri umani è anche dolore, violenza, malattia, vecchiaia, solitudine, e sarebbe quasi offensivo trasformare tutto questo in una bella metafora sulla finitezza, soprattutto quando la paura nasce da una perdita concreta, dalla morte di qualcuno che amiamo, dalla consapevolezza della nostra fragilità fisica o semplicemente dal pensiero improvviso che ciò che consideravamo stabile non lo sia affatto, ma proprio per questo credo che sia importante non cercare una consolazione troppo facile, perché non abbiamo bisogno di raccontarci che la morte è bella, né che “tutto accade per una ragione”, né che “bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”, formule che possono sembrare profonde ma che, quando una persona ha davvero paura, rischiano di suonare vuote, quasi offensive, mentre forse è molto più onesto dire: sì, la morte fa paura, sì, non sappiamo che cosa ci sia dopo, sì, non possiamo controllare tutto, sì, un giorno perderemo ciò che amiamo, e tuttavia questo non significa che oggi dobbiamo vivere come se fossimo già stati privati di tutto.
C’è poi una cosa che trovo profondamente consolante, anche se non nel senso rassicurante e zuccheroso con cui normalmente usiamo la parola consolazione, e cioè che non devi essere coraggiosa davanti alla morte ogni giorno della tua vita, non devi raggiungere una volta per tutte una specie di saggezza definitiva dalla quale poi non cadrai più, non devi diventare quella persona che parla della propria fine con un sorriso sereno e che sembra avere risolto ogni conflitto con l’esistenza, perché siamo esseri contraddittori e possiamo comprendere qualcosa con la ragione e tuttavia tremare davanti a essa con il corpo, possiamo accettare filosoficamente la finitezza e nello stesso momento desiderare disperatamente di continuare a vivere, possiamo dire che la morte è naturale e nello stesso tempo provare orrore quando riguarda qualcuno che amiamo, possiamo persino essere stanchi della vita e avere paura di perderla, perché dentro di noi non esiste necessariamente una coerenza perfetta tra ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che il nostro corpo desidera, e forse non dobbiamo pretendere di averla.
Puoi avere paura oggi, dunque, e non essere meno forte per questo; puoi sentirti tranquilla domani e non avere conquistato nessuna verità definitiva; puoi svegliarti dopodomani con l’angoscia che ritorna e non avere perso il lavoro fatto nei giorni precedenti, perché la serenità, se esiste, non è necessariamente una conquista permanente ma un movimento continuo, un modo di tornare alla realtà ogni volta che la mente si allontana troppo, e forse persino il fatto che la paura ritorni non significa che tu sia tornata al punto di partenza, perché ogni volta che impari a riconoscerla, ogni volta che capisci che un pensiero non è un evento, ogni volta che riesci a non seguirlo fino alla sua conclusione più terribile, ogni volta che riesci a dire “questa è la mia paura, non è necessariamente ciò che sta accadendo”, stai già costruendo un rapporto diverso con essa.
Quando la morte diventa troppo grande dentro la testa, allora, forse bisogna tornare alle cose piccole, non perché le cose piccole siano una fuga dalla grande domanda, ma perché sono precisamente la materia concreta dell’esistenza, quella vita che continua a svolgersi mentre noi tentiamo di comprenderla nella sua totalità, e che può essere fatta di gesti apparentemente insignificanti come preparare qualcosa da mangiare, bere un caffè, aprire una finestra, ascoltare una canzone, leggere qualche pagina, sistemare una stanza, fare una telefonata, parlare con una persona che ci vuole bene, accarezzare un animale, guardare la luce cambiare sulle pareti, uscire a camminare senza una meta precisa, fermarsi davanti a qualcosa che ci piace, ridere per una sciocchezza, ricordare qualcuno, scrivere una frase, cucinare qualcosa, occuparsi di una pianta, persino arrabbiarsi per una banalità e poi accorgersi che quella banalità, proprio perché ci ha fatto arrabbiare, appartiene alla vita con una forza che spesso non riconosciamo, perché vivere non significa necessariamente compiere imprese straordinarie, e forse la maggior parte dell’esistenza consiste proprio in questa trama quasi invisibile di gesti ordinari attraverso i quali continuiamo a essere nel mondo.
Queste cose non sono distrazioni dalla morte, e forse sarebbe persino più corretto dire che sono il contrario della distrazione, perché sono il modo concreto attraverso il quale continuiamo ad abitare il tempo che ci è stato dato invece di trasformarlo interamente in un’anticamera dell’ultimo giorno, e quando prepari il caffè, quando ascolti una canzone che ami, quando qualcuno ti racconta una cosa stupida e tu ridi, quando ti accorgi che fuori è cambiata la luce, quando una persona ti guarda e capisci di essere importante per lei, non stai evitando il problema della morte, perché nessuno di questi gesti può risolverlo, ma stai facendo qualcosa di più elementare e forse più necessario, cioè stai continuando a vivere nonostante il fatto di sapere che morirai, e questa è forse una delle definizioni più semplici e più profonde dell’esistenza umana: sapere che finirà e continuare comunque a cominciare le proprie giornate.
Forse dovremmo anche smettere di pensare che la vita abbia bisogno di essere giustificata dalla sua durata, perché una cosa non è necessariamente meno vera, meno importante o meno bella soltanto perché è destinata a finire, e una canzone non diventa meno musica perché termina, una conversazione non diventa meno significativa perché arriva a un punto nel quale bisogna salutarsi, un amore non è stato inutile perché un giorno è finito, un viaggio non perde valore perché siamo tornati a casa, e nemmeno un’esistenza diventa priva di senso perché non è eterna, perché confondere la durata con il significato significa chiedere alla vita una cosa che la vita non può darci, e cioè la garanzia che ciò che amiamo durerà per sempre, mentre forse possiamo chiedere qualcosa di diverso e più concreto, cioè che ciò che viviamo sia realmente vissuto mentre accade, che non venga continuamente sacrificato a ciò che potrebbe accadere dopo, che le persone che amiamo sappiano almeno qualche volta di essere amate, che le parole importanti non vengano sempre rimandate, che il tempo che abbiamo non venga consumato interamente nella paura del tempo che perderemo.
E c’è un’altra cosa che forse vale la pena ricordare quando la paura diventa insopportabile: il fatto che tu possa immaginare la tua morte non significa che tu debba immaginarla continuamente, perché la mente ha una capacità terribile di trasformare un pensiero occasionale in un universo intero, e quando cominciamo a ripetere una domanda senza possibilità di risposta — “quando succederà?”, “come succederà?”, “che cosa sentirò?”, “ci sarà dolore?”, “che cosa ci sarà dopo?”, “e se accadesse domani?” — possiamo finire in un circuito nel quale ogni risposta genera un’altra domanda e ogni tentativo di rassicurazione produce un nuovo dubbio, perché la mente cerca una certezza assoluta proprio là dove una certezza assoluta non può esistere, e allora forse la risposta più sana non è trovare finalmente la frase capace di chiudere il discorso, ma imparare a tollerare il fatto che il discorso rimanga aperto, che alcune domande non abbiano oggi una risposta, che il futuro non sia ancora accaduto e che non siamo obbligati a viverlo in anticipo.
Potresti perfino provare a dirti, quando arriva la paura: “Non devo risolvere la morte questa sera”, perché c’è qualcosa di liberatorio nel ricordarsi che non ogni problema deve essere risolto nel momento stesso in cui appare nella coscienza, e che alcune domande possono essere semplicemente lasciate lì, senza che noi siamo costretti a seguirle fino all’abisso, così come quando attraversiamo una giornata non abbiamo bisogno di sapere come finirà ogni cosa per poter vivere le ore che abbiamo davanti, e forse la morte può essere lasciata, almeno per qualche momento, nel luogo al quale appartiene, cioè nel futuro, mentre noi torniamo a ciò che appartiene al presente, a ciò che possiamo effettivamente toccare, vedere, ascoltare, modificare, amare.
La morte non è ancora accaduta, e questa frase, così elementare da sembrare quasi insignificante, potrebbe diventare invece una specie di punto d’appoggio quando la paura prende il sopravvento, perché significa che, nel momento in cui la paura appare, esiste ancora una differenza fondamentale tra ciò che immagini e ciò che sta accadendo, e quella differenza va rispettata, perché una mente spaventata può farci vivere emotivamente come presente qualcosa che appartiene ancora al territorio dell’eventualità, mentre il corpo continua a essere qui, la stanza continua a essere qui, la persona che amiamo continua a essere qui, il mondo continua a essere qui, e forse il compito non è convincersi che nulla di terribile potrà mai accadere, perché nessuno può offrire una simile garanzia, ma ricordarsi che non tutto ciò che potrebbe accadere sta accadendo adesso.
E allora, quando la paura arriva, potresti anche provare a non domandarti immediatamente come fare a eliminarla, ma chiederti semplicemente che cosa c’è, in quel preciso momento, al di fuori della paura, perché magari c’è una finestra, una voce, un rumore, una temperatura, una luce, un oggetto, un animale, una persona, una canzone, un libro, una tazza sul tavolo, qualcosa che esiste realmente e che può restituirti alla dimensione concreta dell’esperienza, e non perché dobbiamo diventare ciechi davanti alla morte, ma perché dobbiamo impedire alla sua idea di diventare l’unica cosa che vediamo, dal momento che la realtà è sempre più grande di ciò che ci spaventa e che, anche quando la morte è presente come pensiero, non è necessariamente presente come evento.
Forse, in fondo, non dobbiamo imparare a morire senza paura, perché nessuno può sapere in anticipo come reagirà quando il limite diventerà esperienza concreta, e non dobbiamo nemmeno costruirci una filosofia troppo elegante per poterci raccontare che siamo pronti, perché la vita non è un esame di maturità spirituale nel quale alla fine qualcuno ci assegnerà un voto e ci dirà se abbiamo affrontato bene la nostra finitudine; dobbiamo piuttosto imparare, giorno dopo giorno, a vivere senza chiedere alla vita la garanzia che non finirà, perché quella garanzia non può esistere, e tutta una parte della sofferenza umana nasce proprio dal tentativo disperato di ottenere dal mondo qualcosa che il mondo non può prometterci, mentre possiamo forse imparare a chiedere qualcosa di più piccolo e più concreto, cioè di poter vivere davvero il tempo che abbiamo, senza trasformare ogni giorno in una prova generale del lutto, senza passare continuamente dal presente al futuro, senza lasciare che una morte che non è ancora arrivata diventi più importante della vita che invece è già qui.
E forse è questo il punto nel quale la paura della morte può trasformarsi, non in qualcosa di bello — perché non c’è bisogno di rendere bella la paura — ma in qualcosa che ci ricorda, con una severità quasi spietata, che il tempo non è un deposito nel quale possiamo conservare indefinitamente ciò che non abbiamo ancora vissuto, e che proprio perché non sappiamo quanto tempo abbiamo davanti dovremmo forse smettere di trattare il presente come qualcosa di provvisorio, come una sala d’attesa nella quale la vera vita comincerà soltanto quando avremo risolto tutti i problemi, quando saremo più tranquilli, quando avremo più soldi, quando avremo trovato la persona giusta, quando saremo guariti dalle nostre paure, quando avremo finalmente capito chi siamo, quando avremo smesso di sbagliare, perché potrebbe darsi che la vita non sia ciò che comincia dopo che abbiamo sistemato tutto, ma proprio ciò che accade mentre continuiamo a essere imperfetti, incerti, vulnerabili, contraddittori e incapaci di sapere fino in fondo che cosa ci aspetta.
E allora non devi necessariamente diventare una persona che non teme la morte; forse devi soltanto diventare, lentamente, una persona che non le consegna tutto il proprio tempo, che non le permette di occupare ogni conversazione, ogni notte, ogni mattina, ogni pensiero, ogni progetto, ogni relazione, che quando la paura arriva riesce almeno qualche volta a dirle: “Ti sento, so che esisti, so che un giorno dovrò incontrarti, ma non adesso, perché adesso sto vivendo”, e in questa frase non c’è negazione, non c’è ottimismo artificiale, non c’è fede obbligatoria, non c’è la pretesa di sapere che cosa accadrà dopo, ma soltanto una distinzione fondamentale tra ciò che è inevitabile e ciò che è presente, tra ciò che non possiamo controllare e ciò che possiamo ancora abitare, tra la morte che prima o poi arriverà e la vita che, nel frattempo, continua a offrirci qualcosa.
E forse, alla fine, se mi chiedessi ancora una volta “come faccio a non avere paura di morire?”, io non ti risponderei più cercando una soluzione, perché forse non esiste una soluzione definitiva a questa paura, ma ti direi qualcosa di molto più semplice, e proprio per questo molto più difficile da mettere in pratica: non devi smettere di avere paura di morire, devi soltanto fare in modo che la paura della morte non ti faccia morire prima del tempo, non devi convincerti che non perderai mai nulla, devi imparare a non perdere continuamente ciò che hai per il terrore di perderlo, non devi sapere che cosa ci sarà dopo, devi soltanto ricordarti che il dopo non è ancora qui, e che mentre tu cerchi una risposta alla morte c’è ancora una vita che sta accadendo, forse imperfetta, forse dolorosa, forse piena di cose che non puoi cambiare, forse molto diversa da quella che avevi immaginato, ma pur sempre tua, e allora, se proprio una frase deve rimanere quando tutte le altre diventano inutili, forse può essere questa: sì, ho paura, non so che cosa ci sarà dopo, non posso sapere quanto tempo ho, ma intanto sono qui, e finché sono qui non voglio consegnare alla morte anche il tempo che appartiene ancora alla vita.
(Bo Summer's, "El Horno", monologo inedito)