martedì 8 settembre 2026

Teresa Wilms Montt: vita, scrittura e libertà radicale


Non ho nulla, non lascio nulla, non chiedo nulla. Nuda come sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Questa dichiarazione, rinvenuta negli ultimi appunti del diario di Teresa Wilms Montt poco prima della sua morte parigina nel dicembre del 1921, rappresenta l’emblema più alto della sua poetica esistenziale e letteraria. Non si tratta di una confessione intima o di un estremo addio, ma della sintesi concentrata di un progetto di vita che intreccia radicalmente esperienza, coscienza e scrittura. La nudità qui proclamata non è mera metafora: è dichiarazione ontologica, affermazione di un’esistenza che rifiuta ogni mediazione, ogni protezione e ogni ruolo imposto, reclamando il diritto di essere e di scrivere in completa autonomia. La parola precede e accompagna l’atto, configurando il suicidio non come gesto patologico, ma come compimento coerente di un percorso di libertà radicale.

Teresa nasce a Viña del Mar nel 1893 in una famiglia aristocratica di origini europee, con madre catalana e padre discendente degli Hohenzollern. La posizione sociale elevata comporta una serie di vincoli e aspettative: il privilegio aristocratico si manifesta come imposizione di ruoli e limiti rigorosi, soprattutto per le donne. Teresa, fin dalla giovane età, si confronta con queste limitazioni e le trasforma in terreno di conflitto e di presa di coscienza. La scelta di sposare Gustavo Balmaceda Valdés a diciassette anni contro il volere dei genitori non va interpretata come semplice ribellione adolescenziale: è l’affermazione precoce di un principio di autodeterminazione che sarà costante lungo tutta la sua vita. La tensione tra imposizione esterna e autonomia individuale definisce la poetica stessa della scrittrice: il conflitto esistenziale diventa materia letteraria, e il desiderio di libertà si articola attraverso la scrittura come strumento di resistenza e documentazione della soggettività.

L’esperienza del convento costituisce un momento cruciale della formazione poetica di Teresa. Rinchiusa con l’accusa di adulterio, la giovane vive la clausura non come mera reclusione fisica, ma come dispositivo simbolico di disciplinamento: il corpo e la coscienza diventano oggetti di controllo, e la privazione delle figlie aggiunge un livello di sofferenza psicologica ed emotiva. Questo periodo di isolamento, tuttavia, non annienta la soggettività, ma la intensifica: la sofferenza diventa principio conoscitivo e materia poetica. La fuga dal convento non è solo liberazione fisica, ma presa di coscienza che la libertà autentica non può essere mediata dall’esterno: va conquistata attraverso l’autonomia dell’azione e della parola.

Il trasferimento a Buenos Aires e successivamente a Parigi amplia lo spazio esistenziale e creativo della poetessa. La capitale argentina e la città francese diventano contesti di libertà, in cui Teresa entra in contatto con le correnti più avanzate del modernismo latinoamericano e europeo. A Parigi frequenta circoli intellettuali e salotti artistici, sviluppando rapporti con poeti e scrittori di rilievo, tra cui Vicente Huidobro. La fama di donna avvenente, dedita a alcool e droghe, rischia di offuscare la qualità letteraria dei suoi testi; tuttavia, il corpo spettacolarizzato non coincide con la scrittura, che mantiene autonomia e coerenza. La poetessa utilizza la vita mondana come esperienza, la trasforma in materia poetica, dimostrando che la libertà radicale implica anche la gestione consapevole della propria immagine pubblica.

In “Autodefinizione”, Teresa afferma con forza la propria soggettività:

"Sono Teresa Wilms Montt e anche se sono nata cento anni prima di te, la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua. Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna. È difficile essere donne in questo mondo. Tu lo sai meglio di tutti."

Questi versi mostrano la piena consapevolezza della condizione femminile come sfida sociale e culturale. Il privilegio dichiarato non è vantaggio, ma condanna: essere donna comporta l’essere costantemente sottoposta a norme e punizioni per la trasgressione di ruoli prestabiliti. La crocifissione evocata da Teresa non è simbolica: clausura, esclusione e sottrazione delle figlie sono punizioni concrete, esperienze che lei trasforma in materia poetica. La scrittura, in questo contesto, è strumento di resistenza e mezzo di visibilità del sé.

Nei versi di “La luce della lampada”, la poetessa realizza una trasfigurazione poetica della realtà:

"La luce della lampada, resa tenue dal paralume viola, sviene sopra il tavolo. Gli oggetti assumono una tinta sonnambula da sogno malaticcio; si direbbe che una mano tisica abbia accarezzato l’ambiente, lasciandovi il suo languore aristocratico."

L’ambientazione e la descrizione sensoriale diventano strumenti per rappresentare lo stato emotivo e interiore. La scrittura agisce come ponte tra il corpo, la coscienza e il mondo esterno, trasformando il malessere in materia poetica, e il desiderio di fusione con un altro cuore in un’esigenza esistenziale.

Il concetto di sofferenza come bagaglio unico attraversa tutta l’opera di Teresa:

"Ho sofferto ed è l’unico bagaglio che ammette la barca che porta all’oblio."

La sofferenza non è lamentazione, ma esperienza conoscitiva, condizione per comprendere il sé e il mondo. È principio ordinatore della vita e della scrittura, materia poetica e filosofia esistenziale. La capacità di trasformare il dolore in arte anticipa molte delle problematiche della soggettività femminile contemporanea e della poetica esistenzialista.

La morte di Teresa, attraverso il suicidio, si configura come atto coerente con la sua logica di libertà radicale. La frase “nuda come sono nata” indica la negazione di ogni ruolo imposto e la conferma ultima della propria autonomia. La scrittura precede, accompagna e trasfigura l’atto, trasformando il gesto finale in compimento poetico e ontologico.

Il contesto storico e culturale è essenziale per comprendere la portata rivoluzionaria della poetica di Teresa. Il Cile dei primi decenni del Novecento è una società patriarcale, rigidamente gerarchizzata, dove le donne aristocratiche come Teresa vivono tra privilegi apparenti e severe restrizioni. Buenos Aires e Parigi offrono un’alternativa: spazi di libertà e sperimentazione culturale, contesti in cui il modernismo e le avanguardie stimolano la poetessa a trasformare l’esperienza vissuta in progetto estetico. La circolazione tra città e culture diventa parte integrante della poetica: l’esperienza del viaggio e del contatto con diversi ambienti sociali ed estetici amplia le possibilità espressive e riflessive della scrittura.

Teresa Wilms Montt, nella sua scrittura e nei suoi diari, esprime una visione radicale del sé, in cui la sofferenza, l’esperienza emotiva e la libertà personale si intrecciano indissolubilmente. Analizzando attentamente i testi che ci ha lasciato, emerge un procedimento poetico che coniuga introspezione, simbolismo e un senso acuto della realtà sociale. In “Autodefinizione”, la ripetizione dei verbi e delle azioni – “quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia; quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia; quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita” – non è retorica letteraria, ma strategia performativa: la scrittura diventa atto di resistenza, autoaffermazione e mappatura delle relazioni di potere che la circondano. Ogni enunciato rafforza l’identità, rendendo la narrazione non un semplice racconto della vita, ma un dispositivo di autoaffermazione etica.

L’attenzione di Teresa al linguaggio quotidiano, alle esperienze sensoriali e ai dettagli minimi della vita quotidiana, come nella descrizione della luce della lampada, mostra la profondità di una poetica in cui il mondo esterno e la psiche sono intimamente connessi. L’immagine del paralume viola che “sviene sopra il tavolo” non è solo descrizione, ma metafora di un equilibrio precario tra vita e percezione, tra presenza e assenza, tra desiderio e dolore. La poetessa utilizza questi elementi per costruire una realtà estetica che rende il vissuto emotivo leggibile e comunicabile, trasformando la sofferenza in materia poetica e analisi filosofica.

Nel contesto culturale cileno, la figura di Teresa emerge come antagonista rispetto alla norma sociale. La società patriarcale del Cile dell’inizio Novecento prevedeva rigide limitazioni per le donne, soprattutto appartenenti a famiglie aristocratiche: il matrimonio, la maternità e l’adesione a ruoli prescritti erano strumenti di controllo sociale. La ribellione di Teresa, già manifesta nel matrimonio contro il volere dei genitori, prosegue con la fuga dal convento e la costruzione di una vita autonoma all’estero. L’esperienza della reclusione, del dolore e della privazione delle figlie non è semplicemente tragica: diventa materiale poetico, veicolo di critica sociale e strumento di autoaffermazione.

L’incontro con la Parigi bohémien e con intellettuali come Vicente Huidobro segna una fase di maturazione artistica. La poetessa, immersa in un ambiente culturale stimolante, affina la propria lingua poetica, sperimenta nuove forme e si confronta con le avanguardie del tempo. La trasgressione sociale, il corpo, l’immagine pubblica e la vita mondana diventano materia di scrittura, così da costruire un discorso coerente in cui la libertà individuale e la capacità espressiva sono inscindibili.

Un’analisi approfondita dei testi diaristici permette di osservare come Teresa utilizzi la scrittura per elaborare il dolore e la sofferenza come esperienza conoscitiva. Nelle sue parole:

"Malessere che mi incita a vivere in un altro cuore, per riposare dall’arduo compito di vivere dentro me stessa",

la poetessa descrive una strategia esistenziale: il dolore personale diventa occasione di introspezione e di espansione dell’empatia. La capacità di trasferire la propria esperienza in linguaggio poetico rivela una consapevolezza precoce del ruolo della scrittura nella costruzione del sé e nella mediazione delle relazioni sociali.

La poetica di Teresa Wilms Montt non può essere separata dalla riflessione sulla condizione femminile. I suoi testi anticipano temi che saranno centrali nel pensiero femminista: il corpo come campo di controllo, la maternità come spazio di punizione o privazione, l’autonomia come conquista. In “Autodefinizione”, la poetessa dichiara la propria identità femminile senza mediazioni:

"Sono nata cento anni prima di te comunque ti vedo uguale a me",

dove si stabilisce un ponte tra la propria esperienza storica e la condizione universale delle donne, sottolineando la continuità delle sfide legate alla soggettività femminile.

Il suicidio, in questo quadro, non è gesto patologico, ma compimento coerente di una visione della vita. L’atto di lasciare il mondo “nuda come sono nata” implica una negazione di ogni ruolo imposto, una dichiarazione di autonomia radicale che trasforma il gesto finale in espressione poetica e filosofica. La morte, così, diventa elemento integrante del progetto esistenziale: la coerenza tra vita, parola e azione raggiunge il suo apice, e la scrittura rimane testimone e strumento di comprensione.

Il confronto con altri autori coevi permette di situare Teresa in un contesto più ampio. Vicente Huidobro, come poeta creazionista, condivide con Teresa l’attenzione alla costruzione attiva del mondo attraverso il linguaggio, sebbene in modalità differenti: mentre Huidobro si concentra sulla manipolazione formale del testo poetico, Teresa intreccia forma e esperienza vitale, fondendo autobiografia, emozione e critica sociale. Gabriela Mistral, altra grande poetessa cilena, offre un contrappunto interessante: se Mistral privilegia una poesia lirica e didattica, centrata sulla maternità e sull’educazione morale, Teresa si muove verso una scrittura erotica, trasgressiva e politica, in cui la soggettività e la libertà sono temi centrali.

L’analisi dei testi poetici permette di osservare come Teresa trasformi ogni esperienza vissuta in materia estetica: dolore, abbandono, sofferenza, desiderio, esperienza erotica e sociale vengono trasfigurati in versi di straordinaria intensità. L’uso della prima persona non è semplice autobiografia, ma strumento di creazione poetica: la voce soggettiva diventa universale, e l’esperienza privata diventa riflessione sul destino umano.

La ricezione critica postuma, a partire dagli anni Novanta con la pubblicazione della biografia di Ruth González Vergara e della raccolta completa delle opere, consente oggi di leggere Teresa come poetessa di valore, sottraendola alla lettura esclusivamente scandalistica. Il film “Teresa, crocifissa per amare” e le pubblicazioni critiche contemporanee restituiscono una prospettiva equilibrata: la trasgressione sociale e la vita dissoluta non sono fine a se stesse, ma strumenti attraverso cui Teresa realizza il proprio progetto di libertà e poetica.

Il corpo, la sofferenza e la scrittura diventano in Teresa strumenti di conoscenza e trasformazione. La poetessa ci insegna che l’autonomia radicale comporta costi elevati, ma che la sofferenza può essere sublimata e trasformata in arte, conoscenza e riflessione etica. La scrittura, attraverso i diari e i versi, registra, trasfigura e comunica l’esperienza, trasformando la tragedia individuale in patrimonio universale di riflessione critica.

Analizzando frase per frase i testi diaristici, emerge la coerenza interna della poetica di Teresa. Ogni enunciato, ogni immagine, ogni ripetizione ha funzione strutturale: consolidare l’identità, resistere alla marginalizzazione, esplorare la relazione tra corpo e coscienza. L’uso di simboli come la luce della lampada, il paralume, il cuore e la barca che porta all’oblio costituiscono nodi concettuali ricorrenti, attraverso i quali la poetessa esplora l’angoscia, il desiderio e la speranza. Questi simboli agiscono come fili conduttori della riflessione poetica, fornendo continuità e profondità alla scrittura.

Il saggio critico deve considerare anche il ruolo dei viaggi e degli spostamenti nella costruzione della poetica. Buenos Aires e Parigi non sono solo sfondi geografici: sono spazi di confronto culturale e artistico, luoghi in cui la poetessa confronta il proprio vissuto con altre sensibilità, dove la scrittura diventa luogo di sperimentazione e dialogo con le correnti del modernismo e dell’avanguardia. L’esperienza della città europea, in particolare, consente di costruire una poetica più articolata, capace di confrontarsi con il tempo storico e la dimensione universale dei temi trattati.

In chiusura, la figura di Teresa Wilms Montt emerge come paradigma di libertà, coraggio e coerenza poetica. La sua scrittura integra dolore, desiderio, esperienza corporea e riflessione filosofica, trasformando la sofferenza in materia estetica e conoscitiva. La ricezione postuma ha consentito di ricostruire l’opera e la vita di Teresa, mostrando come la poetessa abbia saputo utilizzare la parola per affermare la propria soggettività, sfidare le convenzioni e proporre una visione della vita radicalmente autonoma. La sua poetica rimane attuale, in grado di parlare ai lettori di oggi e di fornire strumenti di analisi critica sulla condizione femminile, la libertà individuale e il ruolo della scrittura come mezzo di resistenza e comprensione del mondo.


lunedì 7 settembre 2026

Ardere senza tregua: la vertigine e la verità di Brad Davis


Non tutte le vite chiedono di essere raccontate. Alcune si limitano a esistere, con una dignità silenziosa, come case con le finestre sempre chiuse: dentro accade qualcosa, ma il mondo non lo sa e forse non lo saprà mai. Sono esistenze lineari, scandite da stagioni riconoscibili, da dolori che non esplodono mai davvero, da gioie che non pretendono di essere eterne. Camminano lungo binari solidi, accettano la misura, la gradualità, la prudenza. Il loro tempo non si spezza: si distende.

Altre, invece, non conoscono binari. Sono scosse elettriche. Sono fenditure nella superficie levigata delle cose. Appartengono a quella categoria di esseri umani che sembrano nati con una combustione interna già accesa, come se qualcuno avesse dimenticato di abbassare la fiamma prima di consegnarli al mondo.

La vita di Brad Davis appartiene a questa seconda specie.
Non è una biografia ordinata, la sua. È una traiettoria obliqua. Un’ascesa che non sa distinguere tra desiderio e vertigine. Un cuore che batte troppo forte per rimanere al riparo. Se le esistenze tranquille si consumano lentamente, la sua ha bruciato. E quando qualcosa brucia, non lo fa mai in modo neutro: illumina, scalda, distrugge, lascia tracce.

Proviamo a tornare indietro.
Prima dei riflettori. Prima delle luci crude dei set. Prima degli sguardi che osservano, giudicano, desiderano.

C’è un bambino in Florida. L’erba è calda, quasi pungente sotto la schiena. Il cielo è vasto, indecente nella sua ampiezza. Il vento non è un dettaglio meteorologico: è una presenza. Entra nelle orecchie, nei pensieri, nel sangue. Quel bambino guarda in alto e non sa ancora quale forma prenderà la sua inquietudine, ma sa che esiste. La sente. È una vibrazione sotto la pelle, un rifiuto istintivo della misura.

Non sogna semplicemente di diventare attore. Sogna di essere visto.

Che è un’altra cosa.

Essere visto significa esistere davanti a qualcuno senza filtri. Significa non dover contrattare la propria intensità. Significa poter dire: questo sono io, con le mie ombre, con la mia fame, con la mia paura di non bastare mai.

Ma il mondo non è un palcoscenico disposto alla comprensione. È un dispositivo che amplifica e distorce. Offre luce e pretende sacrificio.
Quando Brad arriva al cinema, il suo volto non è solo un volto: è una superficie vulnerabile. In Midnight Express non interpreta semplicemente Billy Hayes; sembra incarnare la tensione stessa della prigionia. Il corpo si fa magro, nervoso, attraversato da una fragilità che non è tecnica, è reale. Il pubblico vede un personaggio. Ma dentro quell’interpretazione c’è qualcosa di più pericoloso: un attore che non recita da lontano, che non si protegge.

Brad non si mette al riparo dal dolore dei ruoli. Ci entra. Li abita come si abita una stanza senza finestre.

E questo ha un prezzo.

L’intensità è seducente. Attira applausi, critici, desideri. Ma è anche un consumo continuo. Non si può vivere sempre in stato di combustione senza che qualcosa, prima o poi, si consumi davvero. E in lui la linea tra scena e vita non è mai del tutto netta. L’identità pubblica e quella privata si toccano, si confondono, si feriscono.

C’è una dimensione che accompagna la sua storia e che rende tutto più fragile: il bisogno di autenticità. Brad non sembra interessato a essere semplicemente famoso. Vuole essere vero. Vuole attraversare il proprio tempo senza fingere neutralità. E questa onestà radicale, in un’industria costruita sull’apparenza, è una tensione continua.

Negli anni in cui Hollywood celebra l’eccesso ma teme la verità, lui porta sullo schermo una vulnerabilità che non è decorativa. È carnale. È politica nel senso più intimo del termine: mette in discussione l’idea di mascolinità impermeabile, di successo senza crepe.

Il vento della Florida, quello dell’infanzia, non ha mai smesso di soffiare. È diventato corrente interna, spinta a non restare fermo, a non accettare la quiete come soluzione. Ma il vento, quando non si placa, può trasformarsi in tempesta.

La sua carriera non segue una linea ascendente ordinata. Non è una scalata pulita. È fatta di slanci, di scelte rischiose, di esposizioni personali che non cercano protezione. Anche nella vita privata, l’intensità rimane la cifra dominante: amore, desiderio, conflitto, bisogno di appartenenza. Tutto accade con una densità superiore alla media, come se ogni esperienza dovesse essere vissuta al massimo volume.

E poi arriva la malattia.

L’AIDS negli anni Ottanta non è solo una diagnosi: è uno stigma, una condanna sociale, una parola che isola. Quando Brad scopre di essere sieropositivo, il suo corpo — quello stesso corpo che aveva offerto al cinema come strumento di verità — diventa campo di battaglia. Non è più soltanto un interprete: è un uomo costretto a fare i conti con il tempo che si accorcia.

La tempesta cambia natura. Non è più soltanto interiore. È biologica.
Eppure, anche lì, non sceglie la quiete. Non sceglie il silenzio comodo. Continua a lavorare, a esporsi, a testimoniare. La fragilità non diventa vergogna. Diventa, ancora una volta, combustione.
La sua morte nel 1991 non chiude semplicemente una carriera. Interrompe una traiettoria che era ancora in pieno movimento. Ma le vite come la sua non finiscono con la biologia. Restano nelle immagini, nei ruoli, nelle interviste, nelle contraddizioni. Restano come tracce di un modo diverso di stare al mondo: senza anestesia.

Se torniamo a quel bambino nel prato, possiamo rileggerlo con altri occhi. Non è solo un ragazzo che sogna la fama. È qualcuno che percepisce già l’insufficienza del perimetro in cui è nato. Qualcuno che sente che la propria esistenza non potrà mai essere lineare. Che non potrà accontentarsi di attraversare la vita senza incendiarla.

Ci sono persone che cercano la pace. E persone che cercano la verità.

La pace è stabile, rassicurante, socialmente premiata.
La verità è instabile, spesso dolorosa, quasi sempre scomoda.
Brad sembra aver scelto la seconda.

Non perché fosse incapace di quiete, ma perché la quiete gli sarebbe costata un tradimento di sé. Meglio bruciare che spegnersi lentamente. Meglio esporsi che diventare opachi.

E allora la sua esistenza può essere letta come una lunga tensione tra fuoco e cenere. Il fuoco dell’ambizione, dell’arte, dell’amore vissuto senza mezze misure. La cenere delle ferite, delle dipendenze, della malattia, della solitudine che spesso accompagna chi vive a un’intensità superiore.
Ma la cenere non è solo ciò che resta dopo la distruzione. È anche ciò che testimonia che qualcosa ha arso davvero.

Forse è questo il punto più difficile da accettare: alcune vite non sono fatte per durare a lungo, ma per lasciare un’impronta. Non per accumulare anni, ma per comprimere dentro pochi decenni un’esperienza amplificata.
Brad Davis non ha avuto un’esistenza quieta. Ha avuto un’esistenza necessaria. Necessaria per chi, guardandolo sullo schermo, ha riconosciuto una fragilità simile alla propria. Necessaria per chi ha capito che l’intensità non è un difetto da correggere, ma una forma di verità.

E il vento della Florida continua a soffiare, simbolico, ostinato. Non lo vediamo, ma possiamo immaginarlo: attraversa i prati dell’infanzia, entra nelle sale cinematografiche, smuove le immagini che ancora restano. È il vento di chi non ha saputo — o voluto — restare fermo.

Ci sono vite che scorrono.

E vite che bruciano.

La sua ha bruciato.

Mann, Mahler, Visconti

Tre nomi che, messi in fila, non compongono un elenco ma una costellazione — Thomas Mann, Gustav Mahler, Luchino Visconti — e il cui punto di convergenza non è soltanto La morte a Venezia, novella prima e film poi, ma una precisa idea della decadenza nella quale bellezza, desiderio e morte cessano di essere tre termini distinti per diventare, l'uno nell'altro, la stessa sostanza sotto tre nomi diversi; perché quando Thomas Mann, nel 1912, dà alle stampe Der Tod in Venedig e costruisce in Gustav von Aschenbach uno scrittore già consacrato, dominato dall'ossessione della forma, della disciplina, di un ordine apollineo che pretende di tenere a bada ogni impulso — un ordine che Mann stesso, nel secondo capitolo della novella, definisce attraverso l'elenco delle opere di Aschenbach, quasi che la sua produzione letteraria potesse essere letta come il referto di una salute costruita a forza di volontà e non concessa dalla natura —, quando lo fa discendere verso Venezia in una discesa che è insieme geografica e morale, fuori da quella forma e da quell'ordine, verso l'incontro con Tadzio che introduce nella sua esistenza qualcosa che nessuna razionalità dell'artista può più ricondurre a sé, egli non sta semplicemente raccontando una passione tardiva: sta mettendo in scena, in un dialogo serrato con il lessico nietzschiano della Nascita della tragedia, la crisi di un ideale di compostezza che si rivela, nel momento stesso in cui la bellezza gli appare nella sua forma assoluta, incapace di contenerla, perché ciò che è perfettamente bello è anche ciò che eccede ogni possibile disciplina — ed è significativo che Mann faccia precipitare Aschenbach, a un certo punto della novella, dentro un sogno esplicitamente dionisiaco, popolato di corpi ebbri, grida, riti e violenza, nel quale la forma apollinea non viene semplicemente abbandonata ma mostra ciò che aveva sempre cercato di reprimere, come se l'ordine che aveva sostenuto per tutta la vita dovesse finalmente confessare, senza più il velo della teoria, la propria precarietà.

Ma sotto questo strato nietzschiano ne corre un altro, più antico e altrettanto decisivo, ed è quello platonico: Mann fa pensare Aschenbach, mentre osserva Tadzio sulla spiaggia, al dialogo tra Socrate e Fedro e alla concezione della bellezza come unica manifestazione dell'ideale capace di giungere all'uomo attraverso i sensi, senza che l'esperienza sensibile debba necessariamente essere separata dall'esperienza dello spirito; e proprio questo privilegio rende la bellezza pericolosa, perché se essa costituisce la via sensibile verso l'assoluto, l'uomo che la contempla può credere di elevarsi verso l'idea mentre, quasi impercettibilmente, sta cedendo al desiderio del corpo, confondendo l'eros rivolto alla forma con l'eros rivolto alla carne. Il movimento della novella nasce precisamente da questa ambiguità, che non viene mai risolta: Aschenbach vorrebbe interpretare Tadzio attraverso la tradizione della bellezza ideale, vorrebbe trasformare l'attrazione in contemplazione, il desiderio in estetica, l'impulso in conoscenza, ma ciò che accade al suo corpo e alla sua volontà rende progressivamente impossibile quella sublimazione. Il riferimento al Fedro si intreccia così con quello al Simposio, con l'idea di un'ascesa dell'eros attraverso la bellezza, ma Mann rovescia dall'interno quel percorso ascensionale, mostrando come l'ideale possa diventare il linguaggio attraverso cui il desiderio cerca di giustificarsi. È qui che l'estetica classica, quella stessa estetica che Aschenbach ha professato per un'intera esistenza come disciplina della forma, si rivolta contro chi l'aveva servita, rivelando che dietro ogni teoria della bellezza si nasconde una teoria del desiderio e che nessuna disciplina, per quanto rigorosa, può neutralizzare definitivamente ciò che pretende di governare.

Non bisogna poi dimenticare la cornice storica in cui questo dramma privato si consuma, perché Mann non separa mai completamente la crisi personale di Aschenbach dalla crisi più ampia della civiltà europea: la novella si apre sullo sfondo di una tensione politica e sociale che attraversa l'Europa e si chiude con l'epidemia di colera che le autorità veneziane cercano di occultare ai turisti per non compromettere gli interessi economici della città — un'epidemia realmente esplosa a Venezia nel 1911 e che nella costruzione narrativa di Mann diventa il correlativo perfetto di una decadenza che la superficie ordinata della società si ostina a nascondere a se stessa, esattamente come Aschenbach nasconde a lungo la natura della propria ossessione. La malattia non è quindi soltanto un elemento atmosferico né una semplice metafora della corruzione: è il punto in cui ciò che era stato rimosso ritorna alla superficie, contaminando il corpo della città nello stesso momento in cui il corpo del protagonista perde progressivamente la capacità di mantenere l'illusione della propria disciplina. E non è un caso che, poco prima della fine, Aschenbach si lasci truccare da un barbiere che gli tinge i capelli e gli arrossa le guance per farlo apparire più giovane: il trucco diventa così la messa in scena, sul suo stesso corpo, di ciò che Venezia fa costantemente a se stessa, mascherare il disfacimento sotto lo splendore, occultare la malattia sotto l'apparenza della salute, sovrapporre il belletto alla decomposizione.

C'è però un dato che complica, e in realtà arricchisce, questa genealogia, ed è un dato cronologico prima ancora che critico: non è vero — come si potrebbe essere tentati di credere seguendo la suggestione di una fusione compiuta soltanto da Visconti sessant'anni più tardi — che Mann avesse già scritto il suo Aschenbach quando Mahler morì. È vero l'esatto contrario. Il 18 maggio 1911 Mann si trova sull'isola di Brioni, in viaggio verso Venezia, quando gli giunge la notizia della morte di Gustav Mahler, compositore che aveva conosciuto personalmente l'anno precedente a Monaco, in occasione della prima dell'Ottava sinfonia, e al quale aveva scritto dopo quel concerto, riconoscendo nella sua musica una delle espressioni più alte dell'arte contemporanea. Poco dopo, il 26 maggio, Mann raggiunge Venezia con la moglie Katia e soggiorna al Grand Hôtel des Bains, dove il ricordo del compositore appena scomparso si sovrappone, in quei giorni, all'incontro reale con un adolescente polacco che diventerà Tadzio. La novella nasce dunque già dentro il lutto per Mahler, non prima di esso, e il nome stesso del protagonista, quel Gustav che nessun lettore attento può ignorare, non è una coincidenza priva di conseguenze: Mann vi deposita la memoria del compositore appena morto, al quale aveva riconosciuto una statura artistica eccezionale. Ma Aschenbach non è soltanto Mahler trasposto nella letteratura, e sarebbe riduttivo leggerlo come un semplice doppio romanzesco del musicista. La sua genealogia è più stratificata: accanto a Mahler vi è August von Platen, poeta che Mann aveva già incontrato attraverso la propria formazione letteraria e che diventa una delle matrici della figura di Aschenbach, anche per la morte di colera in Italia e per il rapporto fra poesia, bellezza e desiderio che la sua vicenda biografica portava con sé; persino il cognome Aschenbach, «corso d'acqua di cenere», sembra appartenere a questa atmosfera funebre nella quale il personaggio viene costruito fin dall'origine. Aschenbach è dunque una figura composita, un personaggio nel quale Mann lascia confluire memoria biografica, tradizione letteraria e ossessione estetica, e nel quale la morte di un musicista contemporaneo e quella di un poeta dell'Ottocento finiscono per incontrarsi sotto il nome di un uomo inventato.

E vale la pena ricordare chi fosse, quel Mahler che entra così indirettamente nella novella: l'ultimo grande sinfonista di un'epoca che stava per essere spazzata via, il compositore delle Kindertotenlieder, della Nona sinfonia e del Das Lied von der Erde, un artista che aveva costruito la propria opera dentro una tensione incessante fra monumentalità e dissoluzione, fra desiderio di totalità e consapevolezza della precarietà, e la cui figura, nella cultura viennese di inizio Novecento, apparteneva già a un mondo in trasformazione nel quale l'idea stessa di forma sembrava essere arrivata al limite delle proprie possibilità. Mahler aveva attraversato il passaggio dalla grande tradizione romantica alla modernità musicale portando con sé il peso di quella tradizione e, nello stesso tempo, sottoponendola a una continua crisi interna; e anche la leggenda della «maledizione della Nona», il timore superstizioso di non sopravvivere a una nona sinfonia dopo Beethoven, contribuisce retrospettivamente a costruire intorno alla sua figura un'aura nella quale la musica sembra già conoscere la propria fine. Non occorre però trasformare questa leggenda in una profezia: è più interessante osservare come, nella memoria culturale europea, Mahler sia diventato una delle figure attraverso cui il Novecento ha imparato a rappresentare la sopravvivenza della bellezza nel momento stesso in cui la certezza della sua durata veniva meno.

Ciò che allora compie Visconti, nel 1971, trasformando Aschenbach in un compositore con il volto di Dirk Bogarde e affidando all'Adagietto della Quinta sinfonia la funzione di voce interiore del protagonista — non semplice accompagnamento, ma sostituzione di ciò che il personaggio non riesce più a dire — non è un'operazione ermeneutica arbitraria compiuta a posteriori su un testo che nulla prevedeva, ma la resa esplicita, sonora e visibile di un'identificazione che nella novella restava affidata soprattutto al nome proprio e alla memoria biografica che lo aveva generato. Visconti prende ciò che in Mann è implicito e lo porta alla superficie, sostituendo allo scrittore il compositore e facendo della musica di Mahler il luogo stesso della coscienza di Aschenbach. La scelta si comprende ancora meglio se la si colloca dentro la traiettoria del cinema viscontiano, dentro quella che si potrebbe chiamare la sua personale ossessione per il crepuscolo dei mondi sociali e delle classi alle quali la sua stessa biografia lo aveva consegnato: l'aristocratico Visconti aveva già raccontato la trasformazione e la fine di un ordine nel Gattopardo, aveva fatto della crisi erotica e politica di Senso una storia di decadenza e tradimento, aveva portato nella Caduta degli dei la degenerazione di una famiglia dell'alta borghesia industriale tedesca sotto il nazismo, e avrebbe proseguito, dopo Morte a Venezia, nella claustrofobia domestica di Gruppo di famiglia in un interno. Aschenbach non è dunque, per lui, un soggetto isolato, ma un'altra variazione sul tema di un uomo che osserva, dall'interno di un mondo al quale appartiene, il momento in cui quel mondo perde la propria capacità di credersi eterno.

Il vero salto compiuto dal film, allora, non sta nell'aver scoperto un'equivalenza che Mann non aveva previsto, ma nell'averla musicalizzata e resa visibile attraverso una serie di scelte che vanno ben oltre la sola colonna sonora: la fotografia di Pasqualino De Santis, che avvolge Venezia in una luce insieme dorata e malata, come se la pellicola stessa fosse già attraversata dalla febbre; la dilatazione dei tempi, i movimenti della macchina da presa, l'insistenza sui corpi e sui volti del Lido, sugli abiti, sulle superfici, sulla materia stessa della città, che progressivamente perde ogni neutralità documentaria e diventa il teatro sensibile della degradazione; e soprattutto quella scena, già preparata dal testo di Mann ma amplificata dal cinema fino a farne una delle immagini decisive del film, in cui Aschenbach si lascia truccare per apparire più giovane, sequenza nella quale Visconti indugia sul contrasto fra il volto segnato dagli anni e la maschera che vi si sovrappone, fino a trasformare il trucco in una seconda pelle, destinata a sciogliersi sotto il sudore nel finale sulla spiaggia. Il volto truccato e quello che lentamente si disfa diventano così due momenti della stessa immagine: prima la forma che nasconde la morte, poi la morte che torna a rendere visibile la forma. È in questo senso che si può dire che la prosa di Mann possieda una qualità musicale prima ancora che narrativa, non perché il suo periodare debba essere forzatamente assimilato a una composizione musicale, ma perché la ripetizione, l'accumulazione, la variazione e il ritorno dei motivi producono una struttura ritmica che Visconti può tradurre in durata, silenzio, movimento e musica. E non stupisce, in questa prospettiva, che appena due anni dopo il film, nel 1973, Benjamin Britten componga la propria opera Death in Venice, tornando direttamente alla novella di Mann e affidando ad Aschenbach la voce di un tenore, mentre Tadzio rimane una figura muta affidata alla danza: non una semplice ripetizione di Visconti, dunque, ma una nuova traduzione dello stesso materiale letterario, nella quale ciò che il cinema aveva affidato al volto, alla macchina da presa e all'Adagietto torna a essere interrogato dalla musica attraverso un'altra forma.

Resta allora, di questo triangolo che attraverso Britten si allarga fino a diventare una costellazione, non tanto la formula ormai consumata per cui la bellezza condurrebbe alla morte, o ne sarebbe l'esperienza — formula che rischia di chiudere in una sentenza generale ciò che la genealogia stessa ha mostrato essere assai più preciso e assai meno risolvibile — quanto il fatto che Aschenbach nasca già sotto il segno di morti che non gli appartengono, che la sua vicenda letteraria cominci nel momento in cui la vita di un musicista è appena finita e che la sua figura sia composta, fin dall'origine, di prestiti, memorie, biografie e desideri che Mann trasforma in un unico corpo immaginario. Le sue reincarnazioni successive — il compositore che Visconti gli sovrappone, il volto di Bogarde, l'Adagietto che ne diventa la voce interiore, il tenore di Britten — non fanno che prolungare questo processo, come se ogni nuovo linguaggio artistico fosse costretto a riaprire la stessa ferita e a cercare un'altra forma per rappresentarla. È qui che la metafora della «necromanzia estetica» acquista il suo significato più preciso: non perché l'arte possa davvero riportare in vita i morti, ma perché ogni nuova opera nasce appropriandosi di ciò che un'altra opera, o un'altra vita, ha già perduto, facendo della memoria una materia e della morte una condizione di sopravvivenza della forma. Venezia, città reale e insieme metafora, splendida e malata, sospesa sull'acqua che già ne contiene il disfacimento, diventa allora il luogo nel quale questo meccanismo si rende visibile: la città nasconde la peste mentre Aschenbach nasconde il desiderio, il trucco nasconde l'età mentre l'arte tenta di sottrarre alla morte ciò che essa stessa ha ricevuto dalla morte. E forse è proprio questo, più della formula secondo cui la bellezza sarebbe destinata a morire, ciò che La morte a Venezia continua a mettere in scena: che la bellezza non è mai innocente, perché ogni sua apparizione porta con sé la memoria di ciò che l'ha preceduta e la minaccia di ciò che la dissolverà, e che ogni arte chiamata a raccontarla finisce, consapevolmente o meno, per ripetere quel gesto originario con cui Mann prese il nome di un morto, lo mescolò alla memoria di un poeta e lo consegnò alla finzione, perché soltanto attraverso questa appropriazione la morte potesse continuare, ancora una volta, a parlare.

domenica 6 settembre 2026

Paul Thek: non solo un artista



Paul Thek non è un artista facile da collocare, e questa resistenza a ogni definizione, più che essere la ragione della sua persistente attualità come talvolta si ripete nelle introduzioni critiche che lo riguardano, andrebbe forse rovesciata: è proprio la difficoltà a collocarlo che per decenni lo ha reso una figura periferica, difficile da inserire nella narrazione lineare dell'arte americana del secondo Novecento, una narrazione costruita soprattutto attraverso categorie — dal Pop al Minimalismo, dal Minimalismo al Concettualismo — che lasciavano poco spazio a un artista capace di attraversarle senza appartenere davvero a nessuna. Nato George Joseph Thek a Brooklyn nel 1933, in una famiglia cattolica, studiò alla Art Students League, al Pratt Institute e alla Cooper Union, e fu proprio durante gli anni della formazione che cominciò a chiamarsi Paul Thek, trasformando anche il proprio nome in una materia disponibile al cambiamento, in una prima forma di scarto rispetto a un'identità che non sembrava volergli corrispondere. Nel 1954, dopo la Cooper Union, si trasferì a Miami, dove entrò in contatto con lo scenografo Peter Harvey, attraverso il quale conobbe artisti e scrittori, fra cui Tennessee Williams; nel frattempo continuava a disegnare e dipingere, ma già allora la sua ricerca sembrava procedere in una direzione che la pittura tradizionale non avrebbe potuto contenere a lungo.

La New York degli anni Cinquanta e Sessanta fu per Thek un ambiente decisivo, ma non un luogo nel quale avrebbe trovato facilmente una posizione stabile. Tornato nella città alla fine degli anni Cinquanta, entrò in contatto con un ambiente artistico e intellettuale nel quale si incrociavano pittori, fotografi, scrittori e performer, e nel quale si stavano formando alcune delle correnti che avrebbero dominato la storia dell'arte americana dei decenni successivi. Thek, tuttavia, procedeva lateralmente: nel 1964 partecipò agli Screen Tests di Andy Warhol, frequentò artisti come Eva Hesse e Robert Rauschenberg, fu vicino al fotografo Peter Hujar e sviluppò un rapporto particolarmente intenso con Susan Sontag, ma la sua ricerca non si lasciò mai ridurre a una delle identità artistiche che il sistema newyorkese stava allora costruendo. C'era in questo, oltre all'eccentricità caratteriale spesso invocata dagli aneddoti biografici, una difficoltà molto concreta: chi produceva un lavoro irriducibile alle categorie commerciali e istituzionali disponibili rischiava semplicemente di restarne escluso. Thek avrebbe continuato a dipingere, disegnare, scolpire e costruire installazioni senza riconoscere a nessuno di questi linguaggi il diritto di diventare definitivamente «il suo».

La svolta arriva nei primi anni Sessanta, e passa attraverso un'esperienza italiana destinata a diventare fondamentale. Nel 1963 Thek visita con Peter Hujar le Catacombe dei Cappuccini di Palermo, entrando in contatto diretto con quella particolare forma di religiosità nella quale il corpo morto non viene nascosto ma conservato, esposto, trasformato in reliquia e sottoposto allo sguardo. Non è difficile riconoscere in quell'esperienza una delle matrici dei successivi Technological Reliquaries, la serie alla quale appartengono alcune delle sue immagini più celebri: frammenti di carne, membra, porzioni di corpo e forme organiche realizzate in cera e collocate dentro teche di plexiglas, spesso accostate a materiali e dettagli che evocano contemporaneamente il laboratorio, la vetrina commerciale, l'armatura, il reliquiario e il contenitore industriale. Il riferimento al cattolicesimo, va precisato, eccede la semplice citazione iconografica, perché Thek prende sul serio la tradizione della reliquia e la trasporta in un presente nel quale il corpo può essere contemporaneamente oggetto sacro, materiale biologico, merce e immagine.

I Technological Reliquaries, sviluppati a partire dal 1965, producono infatti una delle contraddizioni più perturbanti dell'arte di Thek. Ciò che vediamo attraverso il plexiglas sembra carne, ma non è carne; ciò che è conservato come una reliquia non appartiene a un santo; ciò che dovrebbe essere contemplato come un oggetto prezioso suscita invece repulsione; ciò che sembra morto è costruito con una precisione tale da conservare una parvenza di vita. Il contenitore, inoltre, non è un semplice involucro neutro: la sua trasparenza artificiale, la precisione industriale, la distanza che impone tra lo spettatore e il corpo evocato trasformano la reliquia in qualcosa che può essere letto anche attraverso la logica della vetrina e dell'imballaggio. Thek sottopone così il corpo morto alla stessa procedura di isolamento, esposizione e conservazione attraverso la quale la società contemporanea trasforma gli oggetti in cose disponibili allo sguardo e al consumo, e lo fa senza mai fermarsi alla semplice messa in scena del cadavere. In opere come Hippopotamus Poison, oggi al Museum of Modern Art di New York, la carne artificiale racchiusa nella teca assume così una duplice natura, religiosa e industriale, mentre il riferimento ai reliquiari cattolici convive con una critica esplicita all'arte contemporanea del suo tempo, in particolare al Pop e al Minimalismo.

È qui che il confronto con Andy Warhol diventa inevitabile, ma anche più interessante se lo si sottrae alla facile opposizione tra due artisti. Thek conosceva il mondo della Factory e partecipò ai film di Warhol, ma il rapporto fra i due non conduce a una semplice assimilazione della sua opera alla Pop Art. Anzi, alcuni lavori di Thek sembrano reagire proprio alla trasformazione dell'oggetto quotidiano in immagine, alla sua neutralizzazione attraverso la superficie e alla sua conversione in merce culturale. Là dove Warhol può lasciare che la merce diventi immagine, Thek sembra compiere il movimento inverso: restituisce alla merce un corpo, alla superficie un peso, all'oggetto una capacità quasi organica di suscitare repulsione. La sua carne artificiale non è semplicemente un'immagine della carne: è qualcosa che ci costringe a ricordare che dietro ogni superficie esiste un corpo vulnerabile, destinato a deteriorarsi. Basta osservare che, nello stesso decennio, i due sembrano muoversi in direzioni opposte intorno a una medesima domanda — che cosa accade all'oggetto quando entra nel sistema dell'arte — senza dover per questo sostenere che Thek «anticipi» Warhol o che sia più radicale di lui.

La parola «reliquiario» rimane allora decisiva. Thek prende una forma destinata a custodire un frammento del sacro e la trasforma in un dispositivo attraverso il quale lo spettatore è costretto a confrontarsi con un frammento di corpo che non possiede più alcuna identità certa. La reliquia non rimanda più necessariamente a un santo, ma a qualcosa che potrebbe appartenere a chiunque; il sacro non è cancellato, ma contaminato dalla materia, dall'artificio, dal consumo, dalla morte. E soprattutto l'opera non sembra chiedere anzitutto di essere interpretata: chiede di essere guardata, percepita, quasi subita. Prima del significato viene la reazione del corpo di chi osserva.

È proprio qui che il rapporto con Susan Sontag acquista una profondità che va oltre l'aneddoto biografico. Thek e Sontag furono molto vicini negli anni Sessanta e condivisero una fitta rete di conversazioni e interessi intellettuali; Sontag gli suggeriva letture filosofiche e storiche, mentre Thek reagiva a quelle letture con osservazioni personali, eccentriche, spesso lontane dal linguaggio accademico. La relazione fu anche sentimentale e attraversò successivamente periodi di distanza. Nel 1966 Sontag pubblicò Against Interpretation and Other Essays, dedicando l'intero volume a Thek. Secondo diverse ricostruzioni, anche il titolo dell'omonimo saggio sarebbe legato a una frase di Thek, che durante una conversazione avrebbe reagito all'eccesso di cerebralità delle discussioni sull'arte dicendo di essere «against interpretation» — un aneddoto che circola in versioni leggermente diverse a seconda della fonte e che andrebbe perciò trattato con la cautela dovuta a ciò che non si può verificare con certezza filologica. La sua presenza nella formazione intellettuale di Sontag fu comunque importante, pur restando Against Interpretation parte di una riflessione critica molto più ampia di quanto un singolo scambio verbale potrebbe spiegare; ciò che rende il loro rapporto interessante è piuttosto la possibilità di leggere l'opera di Thek come una verifica concreta di quella posizione, un'arte che oppone alla spiegazione la presenza, alla decifrazione la percezione, alla ricerca di un significato nascosto la necessità di fare esperienza della superficie e della materia.

In questo senso Thek sembra portare nel corpo ciò che Sontag formulava sul piano della critica: il rifiuto dell'idea che l'opera debba essere necessariamente trasformata in un enigma da risolvere. Le sue sculture non eliminano il significato, naturalmente, ma lo rendono instabile, subordinandolo all'esperienza fisica. Davanti a un frammento di carne in cera, lo spettatore non dispone immediatamente di una distanza interpretativa rassicurante: prima vede, poi reagisce, soltanto dopo comincia a chiedersi che cosa abbia visto. È un ordine dell'esperienza che conta moltissimo, perché significa che l'interpretazione non è più il punto di partenza ma arriva dopo il corpo, dopo la sensazione, dopo il disagio.

Nel 1967 Thek riceve una borsa Fulbright per l'Italia e lascia New York poco dopo l'apertura di The Tomb, una delle opere che avrebbero finito per rappresentare, nel bene e nel male, l'intera sua carriera. L'opera, realizzata inizialmente a New York, consisteva in una struttura lignea a forma di ziggurat all'interno della quale era collocata una figura in cera ottenuta dal calco del corpo dell'artista, vestita di rosa e accompagnata da elementi che evocavano un rituale funebre. Il lavoro venne presentato alla Stable Gallery nel 1967 e successivamente esposto al Whitney Museum of American Art nel 1968; fu proprio in occasione della presentazione al Whitney che venne associato alla definizione di «Dead Hippie», un'etichetta che avrebbe finito per condizionare pesantemente la sua interpretazione pubblica.

Il problema di The Tomb è infatti che la sua fortuna critica nasce anche da un equivoco. L'opera fu immediatamente letta attraverso la cultura hippie, la guerra del Vietnam e l'idea della morte di una generazione, e i manifestanti contro la guerra arrivarono a deporre fiori davanti alla figura di cera come se si trovassero davanti al corpo di un giovane caduto. Thek, però, non aveva concepito l'opera come una semplice allegoria della morte dell'hippismo, e il titolo Dead Hippie si impose soprattutto attraverso la ricezione successiva, contribuendo a trasformare un lavoro assai più inquietante in un'immagine generazionale facilmente riconoscibile: la costruzione di una situazione nella quale l'artista realizza il proprio doppio morto e obbliga lo spettatore a entrare nello spazio della morte, a confrontarsi con un corpo che è contemporaneamente se stesso e un altro, artista e cadavere, presenza reale e simulacro. La distanza fra il corpo vivo di Thek e la sua effigie morta, documentata dalle fotografie di Peter Hujar, produce una delle immagini più perturbanti dell'intero suo lavoro: l'artista sembra trovarsi davanti al proprio corpo dopo la morte, come se avesse anticipato fotograficamente la propria stessa scomparsa.

Con The Tomb l'opera non è più semplicemente qualcosa che si guarda. È un luogo nel quale si entra, un ambiente che modifica la posizione dello spettatore e ne condiziona fisicamente l'esperienza. Thek porta così la scultura verso il teatro e l'installazione senza trasformarla né nell'uno né nell'altra: costruisce un ambiente rituale nel quale la materia, il corpo e lo spazio diventano inseparabili. È una delle ragioni per cui oggi il suo lavoro appare sorprendentemente vicino a molte pratiche dell'arte contemporanea, anche se sarebbe altrettanto sbagliato trasformarlo retroattivamente nel «precursore» di tutto ciò che è venuto dopo. Thek non aveva bisogno di essere profeta per essere importante; era importante perché stava facendo qualcosa che le categorie del suo tempo non riuscivano a descrivere adeguatamente.

La partenza per l'Europa diventa allora qualcosa di più di un trasferimento geografico. Thek viaggia e lavora per gran parte degli anni successivi in Italia, Germania, Paesi Bassi e Belgio, sviluppando una concezione dell'opera sempre più distante dall'idea di oggetto autonomo e permanente. Le sue installazioni europee vengono spesso costruite direttamente nello spazio espositivo, utilizzando materiali poveri, deperibili o destinati a essere modificati: sabbia, candele, giornali, fotografie, oggetti trovati, mobili, elementi organici. Il lavoro non coincide più con una cosa da conservare, ma con un processo destinato a esistere per la durata di una situazione. In questo passaggio Thek diventa particolarmente radicale: se l'opera è un'esperienza, perché dovrebbe essere necessariamente conservata nella stessa forma? Se il tempo è parte del lavoro, perché il deterioramento dovrebbe essere considerato un difetto?

Questa scelta, tuttavia, avrebbe avuto conseguenze concrete e paradossali. Le opere effimere sono difficili da vendere, da trasportare, da assicurare, da conservare e soprattutto da trasformare in oggetti museali permanenti. La radicalità estetica di Thek coincideva così con una difficoltà istituzionale che non poteva essere risolta attraverso una semplice migliore promozione dell'artista: il sistema dell'arte aveva bisogno di oggetti identificabili, mentre Thek produceva sempre più spesso situazioni; aveva bisogno di opere che potessero essere acquistate e conservate, mentre lui costruiva ambienti destinati a scomparire. Sarebbe un errore spiegare la sua marginalità soltanto attraverso l'incomprensione della critica, così come sarebbe un errore romanticizzarla come il prezzo che ogni artista autentico sarebbe necessariamente costretto a pagare: si trattò, molto più prosaicamente, di una questione materiale, economica e istituzionale, legata al modo stesso in cui Thek concepiva la propria pratica.

Il caso di The Tomb è emblematico anche sotto questo aspetto. L'opera venne riproposta in diverse occasioni europee e fu esposta ancora nel 1981 a Colonia; quando tornò da quella mostra, Thek non la recuperò dal deposito del trasportatore e l'opera andò perduta. Le ragioni esatte di quella decisione non sono completamente certe, ma è documentato che l'artista era profondamente esasperato dall'idea di dover continuare a riproporre quella stessa opera, tanto da osservare amaramente che non voleva «seppellire se stesso» ancora una volta. Il fatto che oggi The Tomb non esista più materialmente, ma sopravviva attraverso fotografie, testimonianze e ricostruzioni documentarie, non è dunque soltanto una perdita della storia dell'arte: è anche una delle contraddizioni più profonde lasciate in eredità da Thek.

Quando nel 1976 torna stabilmente a New York e comincia a insegnare alla Cooper Union, Thek è ormai un artista che ha attraversato quasi tutte le categorie disponibili senza lasciarsi assorbire da nessuna. Il suo lavoro è troppo teatrale per il Minimalismo, troppo fisico e spirituale per il Concettualismo, troppo instabile per il mercato dell'oggetto artistico e troppo personale per diventare facilmente una poetica collettiva. In un momento nel quale la critica americana sta costruendo una storia dell'arte sempre più basata sulla successione di movimenti riconoscibili, Thek appare come un problema metodologico prima ancora che come un problema estetico: dove collocare un artista che non ha mai voluto scegliere una sola lingua?

Thek attraversò in questi anni periodi di forte precarietà economica e di difficoltà personale, faticò a trovare una rappresentanza stabile e il rapporto con il sistema dell'arte rimase problematico fino agli ultimi anni della sua vita. La leggenda dell'artista maledetto, tuttavia, neutralizzerebbe la complessità di questa vicenda tanto quanto la sua rimozione: Thek non fu un genio incompreso che rifiutò il successo per scelta orgogliosa, quanto piuttosto un artista la cui stessa concezione dell'opera rendeva strutturalmente difficile la trasformazione del lavoro in quella merce stabile, trasportabile e conservabile sulla quale il sistema dell'arte aveva costruito gran parte della propria economia.

Nel 1987 gli fu diagnosticato l'AIDS. Morì a New York il 10 agosto 1988, a cinquantacinque anni. Susan Sontag gli fu vicina negli ultimi giorni e, dopo la sua morte, tornò pubblicamente a quel rapporto che aveva segnato gli anni Sessanta: AIDS and Its Metaphors, pubblicato nel 1989, reca infatti una dedica a Thek. La coincidenza è importante non perché autorizzi una lettura retrospettiva dell'intera opera alla luce della malattia — una tentazione interpretativa alla quale sarebbe bene resistere — ma perché restituisce alla relazione fra i due una conclusione concreta: l'artista al quale Sontag aveva dedicato Against Interpretation tornava a essere presente, molti anni dopo, in un libro dedicato a una malattia che aveva trasformato radicalmente il modo in cui il corpo, la morte, la paura e la rappresentazione venivano discussi nella cultura occidentale.

A distanza di decenni dalla sua morte, Paul Thek occupa dunque una posizione paradossale. È stato progressivamente recuperato da musei e istituzioni che oggi riconoscono nella sua ricerca una delle esperienze più singolari dell'arte americana degli anni Sessanta e Settanta; nel 2010 il Whitney Museum of American Art gli ha dedicato Paul Thek: Diver, A Retrospective, una retrospettiva che ha contribuito in maniera decisiva alla sua riscoperta negli Stati Uniti. Ma questa nuova centralità non cancella il problema da cui siamo partiti: al contrario, lo rende ancora più evidente.

Che cosa significa infatti conservare in un museo l'opera di un artista che aveva messo in discussione proprio l'idea dell'opera come oggetto permanente? Che cosa significa ricostruire, documentare, restaurare e musealizzare installazioni concepite per deteriorarsi, sparire, cambiare insieme al tempo e allo spazio che le ospitavano? La domanda non è puramente teorica. Nel momento in cui il museo rende nuovamente visibile Thek, deve necessariamente trasformare in patrimonio qualcosa che Thek aveva spesso concepito come esperienza temporanea. Il recupero dell'artista implica dunque anche una forma di traduzione, e ogni traduzione comporta una perdita.

L'inquietudine di Paul Thek smette forse qui di essere un semplice tratto biografico per farsi categoria estetica: cambiò città, linguaggio, amici, materiali e direzioni di ricerca perché non volle mai concedere alla forma il diritto di diventare definitiva. La carne diventava reliquia, la reliquia diventava oggetto, l'oggetto diventava ambiente, l'ambiente diventava esperienza e l'esperienza, infine, poteva anche scomparire. La sua opera continua a sfuggire alla definizione non perché la critica non abbia ancora trovato la formula giusta per racchiuderla, ma perché quella fuga era già contenuta nel suo stesso progetto. Ed è forse questa la ragione per cui oggi Thek appare nuovamente contemporaneo: non perché abbia anticipato questo o quell'artista, ma perché ci costringe ancora una volta a domandarci se un'opera debba necessariamente durare per poter esistere, se debba poter essere conservata per poter essere ricordata e, soprattutto, se l'arte abbia davvero bisogno di essere interpretata prima ancora di essere vissuta.

sabato 5 settembre 2026

Kate Millett: Vita, Arte e Politica del Femminismo Radicale



Capitolo I – Radici e formazione: New York e Oxford

Kate Millett nacque nel 1934 a New York, in un contesto urbano che combinava le contraddizioni della modernità americana: l’energia culturale di una città in rapida espansione e la rigidità dei ruoli sociali ancora profondamente patriarcali. Fin dai primi anni, la sua vita fu segnata dalla tensione tra una curiosità insaziabile per la cultura e l’arte e la consapevolezza delle limitazioni imposte alle donne. Crescere a New York significava confrontarsi con il mondo esterno già dotato di stimoli culturali straordinari – musei, teatri, biblioteche – ma anche con norme familiari e scolastiche che spesso relegavano le ragazze a ruoli passivi e deferenti.

La formazione di Millett fu precoce e intensa. Fin dalla scuola primaria, mostrò un’attenzione particolare per la lettura critica e per le dinamiche sociali. La letteratura divenne uno specchio attraverso cui osservare le gerarchie di genere e la struttura del potere: fin da allora, Millett non accettava i modelli culturali come dati, ma li analizzava, li interrogava e li decostruiva mentalmente. La scrittura, che sarebbe diventata il suo strumento principale di critica e di liberazione, nacque come pratica quotidiana di osservazione e riflessione.

Nel 1956 conseguì la laurea all’Università del Minnesota, dove fece parte della confraternita femminile Kappa Alpha Theta. Qui, oltre alla formazione accademica tradizionale, Millett iniziò a confrontarsi con i temi della sessualità, dell’identità e della politica attraverso dibattiti e seminari universitari. Questi anni furono fondamentali: la sua capacità di leggere testi letterari con occhio critico, di osservare le strutture sociali e di collegare teoria e vita personale si consolidò durante questo periodo.

La scelta di proseguire gli studi allo St. Hilda’s College di Oxford fu determinante. Oxford, con la sua tradizione accademica secolare, rappresentava sia una sfida sia un’opportunità. La vita a St. Hilda’s le permise di confrontarsi con un ambiente intellettuale profondamente strutturato e, al contempo, conservatore. Millett eccelse nello studio, conseguendo una laurea con lode nel 1958, e iniziò a sviluppare il metodo di ricerca e analisi che caratterizzerà tutta la sua produzione: osservazione attenta, rigore analitico e capacità di intrecciare letteratura, politica e teoria sociale. La sua tesi di dottorato, pubblicata poi come "Sexual Politics", era già all’epoca un’opera audace, capace di sfidare la letteratura tradizionale e le norme sociali, mostrando come la cultura fosse intrinsecamente legata al potere patriarcale.

Oltre allo studio, gli anni di Oxford furono segnati dai primi confronti con la cultura internazionale e dalla consapevolezza del proprio ruolo di donna intellettuale. Millett osservava le differenze culturali tra Stati Uniti e Inghilterra, interrogandosi su ciò che significava essere una donna libera, autonoma e critica. Questi anni furono anche i primi in cui la sessualità e le relazioni divennero un terreno di riflessione attiva: non più vissute come esperienza privata, ma come oggetto di analisi e critica, strumenti attraverso cui comprendere il potere e la libertà.




Capitolo II – Giappone, arte e il germoglio del femminismo

Nel 1961 Kate Millett si trasferì in Giappone, un paese che all’epoca rappresentava un crocevia di modernità e tradizione. Il Giappone degli anni Sessanta era un luogo in cui la memoria della guerra conviveva con la rinascita economica e culturale, un ambiente complesso, in cui la rigidità delle gerarchie sociali e la delicatezza delle convenzioni di genere creavano tensioni profonde, soprattutto per una donna occidentale come Millett. Qui, immersa in una cultura che mescolava disciplina e poesia, tecnologia e ritualità, Millett iniziò a osservare le strutture del potere non solo come fenomeno occidentale, ma come pattern universale, presente in ogni società, anche laddove sembrava nascosto sotto il velame di estetica, cerimonia o tradizione.

Fu in Giappone che Millett incontrò il mondo dell’arte contemporanea, un universo che le offriva nuovi strumenti di osservazione e nuovi linguaggi per esprimere il dissenso. Frequentò gallerie, studi di artisti e colleghi scultori, dove il confronto quotidiano con materiali, forme e concetti la aiutò a sviluppare una visione della cultura come campo di battaglia politico. La percezione che l’arte potesse essere strumento di critica sociale, oltre che espressione personale, si rafforzò in quegli anni, anticipando il modo in cui Millett avrebbe intrecciato la scrittura, l’attivismo e la pratica artistica in tutta la sua vita.

In questo contesto conobbe Fumio Yoshimura, scultore giapponese di grande sensibilità e cultura raffinata. I due si innamorarono rapidamente, attratti non solo dalla reciproca intelligenza ma anche dal desiderio condiviso di creare e sperimentare. Millett e Yoshimura si sposarono nel 1965, instaurando un rapporto che fu insieme creativo, passionale e complesso. Il matrimonio rappresentava per Millett sia un’esperienza personale intensa sia un laboratorio per esplorare il ruolo delle donne in una relazione paritaria, una sfida pratica ai modelli patriarcali che osservava ovunque nella società e nella letteratura.

Gli anni giapponesi furono anche quelli in cui Millett cominciò a definire le intuizioni che avrebbero poi confluito in Sexual Politics. Le esperienze di vita quotidiana, le relazioni intime e le osservazioni sulle strutture sociali giapponesi e occidentali si intrecciarono in una riflessione coerente e originale. Millett osservava le dinamiche di potere nel matrimonio, nella società e nella cultura artistica, e queste osservazioni diventarono la base della sua critica femminista. La consapevolezza della sessualità come strumento di controllo e di liberazione si consolidò, così come la convinzione che la scrittura potesse trasformarsi in arma politica e mezzo di resistenza.

Durante questo periodo, Millett cominciò a elaborare anche le sue prime esperienze come docente e critica, confrontandosi con colleghi, studenti e intellettuali internazionali. La sua capacità di intrecciare osservazione critica e vita personale la distingueva già allora: nessuna teoria astratta, ma sempre un pensiero radicato nell’esperienza concreta, un femminismo vissuto e testato quotidianamente. Era chiaro che, per Millett, la teoria non era separata dalla pratica: ogni rapporto, ogni incontro e ogni scelta di vita costituivano materiale per l’analisi e per la scrittura.

Infine, gli anni giapponesi furono anche un periodo di scoperta di sé: Millett iniziò a confrontarsi con la propria identità sessuale e con la possibilità di relazioni con altre donne, esperienza che sarebbe stata centrale nella sua vita e nella sua opera. Queste riflessioni intime, insieme alla lucidità critica, posero le basi per la scrittura di Flying e per l’analisi della sessualità femminile come fenomeno politico e culturale. In Giappone Millett non solo osservava, studiava e amava: imparava a trasformare la propria esistenza in esperienza teorica e pratica, a costruire strumenti critici che sarebbero diventati fondamentali per il femminismo internazionale.




Capitolo III – Ritorno in America, Sexual Politics e la nascita di una voce femminista

Nel 1963 Kate Millett fece ritorno negli Stati Uniti insieme a Fumio Yoshimura, portando con sé non solo le esperienze accumulate in Giappone, ma anche una consapevolezza nuova della propria identità intellettuale, sessuale e politica. Gli Stati Uniti degli anni Sessanta stavano vivendo un periodo di fermento culturale e politico: il movimento per i diritti civili, la contestazione giovanile e la crescente attenzione ai diritti delle donne offrivano un terreno fertile per la nascita di nuove idee e movimenti. Millett si trovava al crocevia tra esperienza personale e contesto storico, pronta a trasformare la propria vita e le proprie osservazioni in azione e scrittura.

Il matrimonio con Yoshimura, celebrato nel 1965, fu intenso e complesso. Nonostante le profonde affinità artistiche e intellettuali, la relazione fu segnata da tensioni che derivavano sia dalle differenti culture di provenienza sia dalla crescente consapevolezza di Millett della propria autonomia e della necessità di vivere una vita coerente con i propri principi femministi. Questa esperienza personale, così carica di contraddizioni e passioni, sarebbe stata raccontata anni dopo in Flying (1974), un testo che intreccia riflessione autobiografica, critica sociale e osservazione delle dinamiche di coppia.

Negli anni successivi, Millett iniziò a raccogliere e restaurare terreni e edifici nei pressi di Poughkeepsie, New York, dando vita alla Women’s Art Colony Farm. Questo progetto, iniziato nel 1971, non era solo un’impresa immobiliare o artistica: era un laboratorio sociale e culturale, un luogo dove artiste e scrittrici potevano vivere, lavorare e confrontarsi liberamente, al riparo dalle imposizioni e dai pregiudizi della società patriarcale. La colonia divenne rapidamente un centro di sperimentazione artistica e intellettuale, una comunità dove il femminismo non era teoria astratta, ma pratica quotidiana, condivisione e creazione collettiva.

Fu in questo periodo che Millett completò la stesura della sua opera più celebre, "Sexual Politics", pubblicata nel 1970. Il libro era il risultato di anni di osservazione, analisi e riflessione: combinava critica letteraria, teoria politica e introspezione personale, e offriva una diagnosi radicale del patriarcato nella letteratura e nella società occidentale. Millett attaccava direttamente autori come D.H. Lawrence, Henry Miller e Norman Mailer, accusandoli di perpetuare immagini sessiste e stereotipi di genere. Allo stesso tempo, proponeva contrappunti attraverso l’analisi di scrittori dissidenti come Jean Genet, dimostrando come la letteratura potesse essere strumento sia di oppressione sia di liberazione.

La pubblicazione di Sexual Politics suscitò immediatamente un acceso dibattito. Da un lato, Millett fu acclamata come una delle voci più innovative del femminismo della seconda ondata; dall’altro, ricevette critiche feroci da accademici, intellettuali e giornalisti che percepivano la sua analisi come un attacco personale o eccessivamente radicale. L’impatto del libro fu comunque innegabile: esso ridefinì il discorso sulla sessualità, la letteratura e il potere, contribuendo a trasformare il femminismo in un movimento intellettuale oltre che politico.

Parallelamente alla fama internazionale, Millett continuò a vivere esperienze intense nella sfera privata. La sua apertura alla sessualità e alle relazioni con altre donne, unita alla tensione tra vita personale e impegno politico, la portò a confrontarsi con dilemmi profondi e conflitti emotivi che avrebbero influenzato le opere successive. La capacità di Millett di trasformare queste esperienze intime in analisi critica la distingueva dalle altre figure femministe dell’epoca: per lei, il personale era intrinsecamente politico, e l’analisi della propria vita diventava parte integrante della teoria e dell’attivismo.

La notorietà acquisita con Sexual Politics permise a Millett di viaggiare, partecipare a conferenze internazionali e interagire con intellettuali e femministe di tutto il mondo. Tuttavia, questo successo non fu privo di tensioni: la pressione per diventare portavoce del movimento, le critiche pubbliche e le incomprensioni con altri attivisti la portarono spesso a sentirsi isolata o fraintesa. Questi elementi contribuirono a plasmare la sua figura di pensatrice radicale, indipendente e coerente, capace di affrontare la fama senza compromessi.




Capitolo IV – Relazioni, attivismo internazionale e l’ombra della marginalità

Gli anni Settanta furono per Kate Millett un periodo di intensa creatività, ma anche di sfide personali e politiche. Le esperienze sentimentali e sessuali, così centrali nella sua vita, divennero al tempo stesso materia narrativa e oggetto di riflessione teorica. La fine del matrimonio con Fumio Yoshimura, segnato da profonde differenze culturali e dalla crescente consapevolezza di Millett della propria autonomia, fu raccontata con straordinaria lucidità in Flying (1974). Il libro, oltre a descrivere il matrimonio, esplorava la libertà sessuale, la complessità dei rapporti amorosi e la possibilità di vivere una vita autenticamente femminista.

Un altro testo chiave di questo periodo fu Sita (1977), che rappresenta una meditazione sulla fine di una relazione con una direttrice universitaria. Millett, come sempre, trasformava le esperienze intime in analisi politica e culturale: le dinamiche di potere e affetto presenti in queste relazioni diventavano strumenti per comprendere le strutture più ampie della società patriarcale. La pubblicazione di Sita, tuttavia, segnò anche l’inizio di una fase di marginalizzazione rispetto ad altre figure femministe più mediatizzate. Il suo rifiuto di diventare portavoce pubblica del movimento, insieme a una scrittura intensa e talvolta scomoda, la resero una figura controversa: amata da molti per la sua radicalità, ma spesso criticata o ignorata da chi preferiva approcci più concilianti o “diplomatici”.

Il femminismo di Millett era intrinsecamente internazionale. Nel 1979, intraprese un viaggio in Iran con l’obiettivo di sostenere i diritti delle donne nel contesto della rivoluzione islamica. L’esperienza si concluse rapidamente con l’espulsione dal paese, ma le impressioni raccolte furono fondamentali per la stesura di Going to Iran. Qui, Millett combinava reportage giornalistico, memoria personale e analisi critica, descrivendo le tensioni tra modernizzazione, tradizione e oppressione patriarcale. Il testo rifletteva la sua capacità di osservare sistemi complessi con lucidità, senza mai perdere la prospettiva femminista, e offriva un esempio unico di come l’attivismo politico potesse integrarsi con la riflessione culturale e letteraria.

Negli stessi anni, Millett continuava a sviluppare la Women’s Art Colony Farm, trasformandola in un vero e proprio laboratorio sociale e creativo. La colonia divenne luogo di confronto e sperimentazione, dove le donne potevano sfidare le norme culturali, sviluppare la propria arte e scrittura, e creare reti di sostegno reciproco. L’idea di vivere la teoria femminista nella pratica quotidiana, attraverso la condivisione di spazi e progetti artistici, rendeva la sua esperienza unica e profondamente innovativa rispetto ad altre figure del movimento.

Il riconoscimento internazionale non fu privo di difficoltà. Millett, pur avendo rivoluzionato il dibattito sulla sessualità e sul potere, non riuscì mai a ottenere la fama duratura di figure come Gloria Steinem o Betty Friedan. Le sue scelte personali – la visibilità limitata, l’indipendenza rispetto ai media, l’analisi radicale e a volte spiazzante – contribuirono a una percezione ambivalente della sua figura. Tuttavia, ciò non minò la profondità della sua influenza: i testi di Millett continuarono a essere studiati, letti e discussi, e la sua opera rimane un punto di riferimento per chi cerca un femminismo intellettualmente rigoroso e al contempo profondamente umano.

In questa fase della vita, Millett approfondì anche la riflessione sulla sessualità femminile come fenomeno politico. Le relazioni con altre donne non erano semplicemente esperienze private, ma strumenti di comprensione delle dinamiche di potere, della libertà individuale e delle strutture sociali oppressive. L’intreccio tra vita privata e critica politica era evidente in ogni scritto, in ogni conferenza, in ogni intervento pubblico: per Millett, il personale era inseparabile dal politico, e la scrittura diventava lo strumento principale per rendere visibile l’invisibile, per denunciare ciò che era taciuto o ignorato.




Capitolo V – Riscoperte, ripubblicazioni e l’eredità di Kate Millett

Gli anni Novanta e Duemila segnarono una fase di riscoperta e rivalutazione della figura di Kate Millett. Dopo decenni di marginalizzazione relativa rispetto ad altre protagoniste della seconda ondata femminista, la ripubblicazione di Sexual Politics e di altri suoi testi nel 2000 permise a studiosi, lettori e giovani femministe di riscoprire la profondità e l’attualità del suo pensiero. Questi eventi editoriali non furono semplicemente una riedizione di testi storici: rappresentarono un vero e proprio ritorno al dibattito pubblico e accademico, aprendo nuove interpretazioni della sua opera e consolidando il ruolo di Millett come pioniera di un femminismo radicale, rigoroso e interdisciplinare.

La riscoperta di Millett non si limitò alla stampa: conferenze, interviste e dibattiti internazionali portarono nuovamente l’autrice sotto i riflettori, permettendo di confrontarsi con le nuove generazioni di femministe e studiosi. La sua analisi delle dinamiche di potere, della sessualità e della cultura si rivelava sorprendentemente contemporanea, anticipando questioni che sarebbero diventate centrali nel dibattito sui diritti delle donne, l’uguaglianza di genere e la critica della società patriarcale globale. Millett dimostrava ancora una volta che il femminismo non è mai confinato al suo tempo: le sue idee continuano a vivere, evolversi e stimolare riflessione critica.

In questi anni Millett si concentrò anche sul completamento e sull’organizzazione dei suoi archivi personali: lettere, diari, saggi e appunti che documentavano decenni di attività intellettuale, relazioni sentimentali e impegno politico. L’analisi di questi materiali permise di comprendere la continuità tra la vita privata e la scrittura, tra esperienza personale e azione pubblica. Millett emergeva non solo come teorica del femminismo, ma come artista della propria esistenza: ogni scelta, ogni rapporto, ogni progetto creativo era parte di un disegno coerente, volto a decostruire il patriarcato e a costruire nuovi spazi di libertà per le donne.

Il confronto con altre femministe della seconda ondata, come Gloria Steinem, Betty Friedan e Germaine Greer, evidenziava le differenze profonde nel modo di concepire il femminismo. Mentre alcune figure cercavano mediazione e visibilità mediatica, Millett privilegiava la radicalità, l’analisi rigorosa e l’indipendenza intellettuale. Questo approccio, pur comportando una certa marginalizzazione, le permise di sviluppare una voce originale, non compromissoria, capace di parlare con lucidità ai tempi presenti e futuri.

Parallelamente, l’opera di Millett continuò a influenzare il mondo dell’arte e della cultura. La Women’s Art Colony Farm rimaneva simbolo della possibilità di coniugare vita privata, creatività e impegno politico: un laboratorio sociale e culturale dove le generazioni successive potevano sperimentare forme di libertà, autonomia e collaborazione. La sua esperienza dimostrava che la pratica del femminismo poteva essere concreta, abitativa, materiale: non solo teoria o discorso, ma costruzione di spazi reali, di comunità e di reti di sostegno reciproco.

Kate Millett morì nel 2017, lasciando un’eredità straordinaria: libri, saggi, opere di denuncia, racconti autobiografici e testimonianze che continuano a illuminare il dibattito su sessualità, potere e cultura. La sua vita e il suo lavoro testimoniano come il femminismo possa essere al tempo stesso intellettualmente rigoroso e profondamente umano, capace di coniugare critica radicale e esperienza personale. Millett resta un faro per chiunque voglia esplorare la libertà femminile, l’indipendenza intellettuale e la possibilità di vivere una vita coerente con i propri principi, anche quando la società sembra ignorarla o ostacolarla.

In definitiva, l’eredità di Kate Millett va oltre la mera produzione letteraria: è una lezione di coraggio, intelligenza e coerenza. I suoi libri, i suoi saggi e le sue scelte di vita dimostrano che la scrittura può essere strumento di liberazione, che l’arte può diventare politica, e che l’esperienza personale è sempre intrinsecamente connessa alla battaglia per la giustizia e la parità. Millett ci lascia l’esempio di una donna che visse pienamente secondo le proprie convinzioni, trasformando la teoria in pratica, e la pratica in memoria critica per le generazioni future.




Capitolo VI – L’eredità intellettuale e culturale di Kate Millett

Kate Millett non è stata solo una scrittrice o un’attivista: è stata un punto di riferimento per l’intero panorama culturale del XX secolo, una figura che ha saputo coniugare profondità intellettuale, esperienza personale e impegno politico. La sua produzione letteraria, a partire da Sexual Politics, passando per Flying, Sita e Going to Iran, rappresenta un corpus coerente in cui ogni testo nasce dall’osservazione, dalla riflessione e dalla tensione tra vita privata e dimensione sociale. Millett ha dimostrato che la letteratura può essere strumento di critica e di liberazione, capace di denunciare le strutture di potere e di aprire nuove prospettive sulla libertà individuale.

L’aspetto rivoluzionario della sua opera risiede nella capacità di analizzare la sessualità non come fenomeno puramente personale, ma come strumento di controllo e di dominazione, in un contesto in cui cultura, arte e società perpetuano stereotipi e gerarchie. Millett affronta la letteratura maschile canonica con occhio critico, decostruendo opere di D.H. Lawrence, Henry Miller e Norman Mailer e contrapponendole alla prospettiva dissidente di scrittori come Jean Genet. In questo modo, non solo denuncia il sessismo, ma costruisce un metodo critico che unisce analisi letteraria, teoria sociale e politica femminista: un approccio multidisciplinare che rimane unico nel suo genere.

Il confronto con altre figure della seconda ondata femminista evidenzia la specificità del suo percorso. Mentre figure come Gloria Steinem e Betty Friedan hanno saputo conquistare visibilità e mediatizzazione, Millett ha privilegiato radicalità e indipendenza, spesso a costo di apparire marginale. Tuttavia, proprio questa coerenza le ha permesso di mantenere una voce autentica e non compromissoria, capace di parlare alle generazioni future con la stessa intensità e lucidità con cui parlava negli anni Settanta. La sua marginalizzazione relativa, paradossalmente, ha contribuito a preservare la densità e la profondità della sua analisi, senza contaminazioni di strategie politiche o mediatiche.

L’eredità di Millett si estende anche al campo dell’arte e delle comunità creative. La Women’s Art Colony Farm rappresenta un esempio concreto di come la teoria femminista possa diventare pratica quotidiana: un luogo dove l’arte, la scrittura e la condivisione comunitaria si fondono per creare spazi di libertà e sperimentazione. Qui, Millett ha dimostrato che l’impegno politico non è solo parola scritta o discorso pubblico, ma costruzione di ambienti reali, di reti di sostegno e di laboratori culturali che incarnano i principi femministi.

La riscoperta della sua opera negli anni Duemila ha confermato l’attualità del suo pensiero. Testi come Sexual Politics continuano a essere letti, studiati e discussi, non come reliquie storiche, ma come strumenti vivi per comprendere le dinamiche di genere e potere contemporanee. La capacità di Millett di trasformare l’esperienza personale in analisi critica rimane un modello unico, che sfida ogni tentativo di ridurre il femminismo a manifestazioni superficiali o mediatiche. Ogni pagina dei suoi libri è testimonianza di come l’intelligenza e la sensibilità possano incontrarsi, generando conoscenza, empatia e impegno.

In chiusura, Kate Millett ci lascia una lezione definitiva: la coerenza, il coraggio e la lucidità intellettuale sono strumenti di emancipazione tanto potenti quanto la scrittura stessa. La sua vita, le sue relazioni, i suoi viaggi, il suo lavoro artistico e le sue battaglie politiche formano un tessuto coerente, in cui ogni esperienza è riflesso di un pensiero critico profondo e originale. Millett resta esempio di come vivere secondo i propri principi, trasformando la teoria in pratica, la pratica in memoria critica, e la memoria critica in patrimonio culturale condiviso.

Il ritratto di Kate Millett non si esaurisce nei libri o nelle conferenze: vive nella capacità di interrogare il mondo, di leggere la realtà con occhi critici, di trasformare la propria esperienza in strumento di conoscenza e liberazione. La sua eredità è un invito permanente a guardare oltre le convenzioni, a sfidare i limiti imposti dalla società e a coltivare una vita intellettualmente libera, autentica e coraggiosa. Millett non è soltanto una figura storica: è un paradigma di femminismo radicale e vita pienamente vissuta, un faro che illumina ancora oggi la strada a chi cerca libertà, autonomia e verità.


El Horno: il monologo di Skeeen e l'albero (inedito)

Un albero è sempre lo stesso da quando nasce a quando muore, Godz, e questa frase, detta così, sembra quasi una banalità, una di quelle verità che pronunciamo senza più ascoltarle, perché siamo abituati a considerare l’albero come qualcosa che semplicemente sta, qualcosa che occupa un luogo, che affonda le proprie radici nella terra e che, stagione dopo stagione, ripete il proprio destino senza interrogarsi sul significato di ciò che gli accade, eppure basta guardarlo davvero, basta fermarsi davanti a un albero per un tempo sufficientemente lungo da sottrarsi, anche solo per qualche minuto, alla nostra necessità di classificare, spiegare, fotografare, consumare ciò che vediamo, per accorgersi che quell’albero non è mai lo stesso, che ogni giorno ha qualcosa di diverso, che la luce modifica la sua corteccia, che il vento cambia impercettibilmente la disposizione delle foglie, che un ramo cresce, che una foglia cade, che una gemma si apre, che una parte si secca mentre un’altra continua a vivere, e che persino il tronco che ci appare immobile è il risultato di un movimento incessante, lentissimo, quasi invisibile, attraverso il quale la vita continua a trasformarsi senza per questo smettere di essere riconoscibile, e forse è questo che dovrei dirti quando penso a noi, quando penso a te e a me e a tutto ciò che siamo stati senza sapere esattamente quando abbiamo cominciato a esserlo, perché anch’io, guardandoti, ho spesso creduto che riconoscerti significasse ritrovare sempre la stessa persona, la stessa voce, lo stesso volto, gli stessi gesti, la stessa maniera di guardarmi, come se l’amore avesse bisogno di una forma stabile per poter essere riconosciuto, mentre forse ti riconosco proprio perché non sei mai esattamente quello che eri ieri, e io non sono più quello che ero ieri, e tuttavia c’è qualcosa che attraversa questo cambiamento, qualcosa che non so nominare senza rovinarlo, una continuità che non coincide con l’immobilità, una specie di filo che non rimane teso perché non si muove, ma perché continua a passare attraverso forme diverse.

Forse è proprio questo che ci sfugge quando parliamo di identità, Godz, perché abbiamo costruito intorno all’idea di essere noi stessi una specie di fortezza, come se esistesse dentro ciascuno di noi un nucleo perfettamente definito che dovremmo difendere da tutto ciò che arriva dall’esterno e da tutto ciò che il tempo potrebbe modificare, e allora diciamo «io sono fatto così», «io non cambierò mai», «questa è la mia natura», come se la fedeltà a noi stessi consistesse nel rimanere identici, nel conservare le stesse convinzioni, gli stessi desideri, gli stessi modi di amare, gli stessi rancori, gli stessi gesti, persino gli stessi errori, perché qualche volta abbiamo talmente paura di perdere noi stessi che finiamo per conservare anche ciò che ci fa male, come se liberarcene significasse tradire la persona che siamo stati, e forse qualche volta abbiamo fatto proprio questo anche tra noi, abbiamo difeso non tanto ciò che eravamo quanto l’idea che ci eravamo costruiti di ciò che eravamo, come se cambiare una parola, un gesto, una distanza, una necessità, una forma dell’amore potesse improvvisamente cancellare tutto quello che era venuto prima, come se riconoscere che qualcosa era cambiato significasse ammettere che non era mai stato vero, e io non so se sia così, Godz, non so se ciò che cambia perda per questo la propria verità, perché forse una cosa può essere stata vera proprio nel momento in cui è accaduta, e poi può essere diventata diversa senza per questo essere stata falsa.

E tuttavia, dall’altra parte, viviamo dentro un’epoca che sembra aver trasformato il cambiamento in un obbligo, quasi in una forma di virtù, e che continuamente ci suggerisce che ciò che non cambia è destinato a morire, che dobbiamo aggiornarci, reinventarci, correggerci, migliorarci, modificare il nostro corpo, il nostro lavoro, il nostro modo di parlare, il nostro modo di apparire, le nostre opinioni, le nostre relazioni, persino la nostra idea di felicità, come se la vita fosse una successione infinita di versioni di noi stessi e ogni nuova versione dovesse necessariamente essere migliore della precedente, più consapevole, più libera, più interessante, più desiderabile, più adatta al mondo che nel frattempo continua a cambiare sotto i nostri piedi, e qualche volta penso che anche l’amore sia stato trascinato dentro questa stessa logica, come se dovesse continuamente dimostrare di essere vivo attraverso la sua capacità di trasformarsi, come se una relazione che attraversa gli anni dovesse necessariamente diventare altro, reinventarsi, trovare nuove parole, nuovi luoghi, nuove forme, quasi che la semplice permanenza fosse sospetta, quasi che restare accanto a qualcuno fosse una prova insufficiente della propria capacità di vivere.

E così ci ritroviamo, forse senza nemmeno rendercene conto, a vagare tra due estremi che sembrano opposti e che invece potrebbero essere soltanto due manifestazioni della stessa paura: da una parte l’ossessione di non cambiare mai, di difendere la propria identità come si difende un territorio minacciato, dall’altra l’ossessione di cambiare sempre, di non concedersi mai il diritto di rimanere, di fermarsi, di dire «questo mi basta», perché dietro ogni immobilità immaginiamo immediatamente una perdita, la possibilità di stare lasciando passare qualcosa, di essere rimasti indietro, di non aver colto un’occasione, di non aver vissuto abbastanza, di non essere diventati ciò che avremmo potuto essere, e qualche volta mi chiedo se anche noi non abbiamo avuto paura di queste due cose contemporaneamente, paura di cambiare perché il cambiamento avrebbe potuto portarci lontano da ciò che eravamo, e paura di restare perché restare avrebbe potuto significare scoprire che non sapevamo più dove andare.

E forse è proprio questa la trappola nella quale siamo finiti: abbiamo cominciato a pensare che esista sempre qualcosa che ci stiamo perdendo.

Qualcuno vive una vita diversa dalla nostra, qualcuno ama in un modo che noi non abbiamo mai conosciuto, qualcuno ha avuto il coraggio di partire, qualcun altro ha avuto il coraggio di restare, e noi guardiamo queste vite, spesso attraverso immagini che non ci mostrano mai il loro lato oscuro, e ci chiediamo se non stiamo sbagliando qualcosa, se non dovremmo vivere più intensamente, più liberamente, più velocemente, mentre magari la nostra vita sta semplicemente chiedendo un’altra cosa, una cosa molto meno spettacolare e molto più difficile: di essere ascoltata, e forse dovremmo ascoltare anche quello che siamo stati noi, non soltanto quello che vorremmo diventare, perché c’è una parte di me che continua a pensare che ogni cosa avrebbe potuto essere diversa, che io avrei potuto essere diverso, che tu avresti potuto essere diverso, che noi avremmo potuto incontrarci in un altro modo, in un altro tempo, con un’altra consapevolezza, con meno paura, con più coraggio, con meno parole, con più silenzio, ma forse questa è soltanto un’altra forma del desiderio di correggere il passato, di riscriverlo fino a renderlo compatibile con ciò che oggi vorremmo essere, mentre il passato, come un albero, non può essere corretto, può soltanto continuare a crescere dentro di noi.

Perché forse non è vero che dobbiamo sempre scegliere. Forse possiamo cambiare senza tradirci e rimanere senza immobilizzarci, lasciare andare qualcosa senza perdere noi stessi, conservare qualcosa senza trasformarlo in una prigione, cambiare idea senza doverci vergognare della persona che eravamo quando avevamo un’altra idea, perché anche quella persona appartiene alla nostra storia, e forse vale lo stesso per noi, per tutto quello che siamo stati l’uno per l’altro, per le cose che abbiamo capito e per quelle che abbiamo capito troppo tardi, per ciò che abbiamo detto e per ciò che abbiamo taciuto, per le volte in cui ci siamo cercati e per quelle in cui forse ci siamo perduti pur rimanendo vicini, perché cancellare una parte del percorso attraverso il quale siamo arrivati a essere ciò che siamo adesso significherebbe pretendere che l’identità sia una linea retta, mentre forse è una cosa molto più simile a un sentiero che torna indietro, che devia, che si perde, che attraversa luoghi che credevamo di aver lasciato per sempre e che improvvisamente ci ritroviamo davanti.

E allora torniamo all’albero, Godz, perché forse l’albero sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato, lui che non considera la primavera una smentita dell’inverno, né l’inverno una smentita della primavera, che non pensa, quando perde le foglie, di stare fallendo, né pensa, quando fiorisce, di dover giustificare il fatto di essere stato nudo per mesi, che non ha bisogno di conservare i fiori dell’anno precedente per dimostrare di essere ancora lo stesso, e non ha bisogno di produrre fiori diversi ogni anno per dimostrare di essere cambiato: semplicemente attraversa le stagioni, e forse è questo che non sappiamo fare noi, attraversare una stagione senza domandarci continuamente se avremmo dovuto essere già in un’altra, senza considerare ogni inverno come un errore da correggere e ogni primavera come una prova che finalmente abbiamo fatto qualcosa di giusto.

Ed è forse questo che ci commuove tanto nella fioritura dei ciliegi in Giappone, il fatto apparentemente assurdo che centinaia di migliaia di persone vadano a vedere qualcosa che è già stato visto infinite volte, gli stessi alberi, gli stessi fiori, lo stesso gesto della natura che si ripete, eppure nessuno considera quella ripetizione noiosa, perché tutti comprendiamo, anche senza saperlo spiegare, che la ripetizione non è mai veramente ripetizione quando attraversa il tempo: è piuttosto una fedeltà che si rinnova ogni volta come se fosse la prima, ed è proprio questa capacità di essere commossi da ciò che si conosce già che forse ci manca quando guardiamo noi stessi, perché davanti al nostro proprio ritorno — allo stesso pensiero che ci coglie da anni, allo stesso gesto che ripetiamo, alla stessa ferita che si riapre, allo stesso bisogno che credevamo di aver superato — non proviamo la meraviglia che proviamo davanti al ciliegio, ma soltanto la stanchezza di chi crede di aver già visto tutto, e forse dovremmo imparare a guardarci come guardiamo quei fiori, senza pretendere che siano nuovi per poterli amare, senza considerare una ripetizione una sconfitta, senza pensare che ciò che ritorna debba necessariamente essere qualcosa da cui liberarci.

Lo stesso fiore non è lo stesso fiore. Lo stesso albero non è lo stesso albero. E forse nemmeno noi siamo gli stessi. Ma questo non significa che siamo diventati qualcun altro.

E forse, Godz, è proprio qui che vorrei arrivare, perché questa frase, che sembra riguardare soltanto l’identità di ciascuno di noi, mi sembra riguardare anche ciò che accade quando due persone cercano di riconoscersi attraverso il tempo: io posso guardarti e vedere il ragazzo che sei stato, l’uomo che sei diventato, tutte le forme attraverso le quali sei passato, e posso perfino non riconoscerle immediatamente, posso avere bisogno di tempo per capire che sei ancora tu, ma forse quel bisogno non significa che ti sei allontanato da te stesso, significa soltanto che io sto cercando di imparare una nuova forma della tua presenza, così come tu, forse, devi imparare ogni volta una nuova forma della mia, e l’amore, se è qualcosa, potrebbe essere anche questo esercizio interminabile di riconoscimento, non riconoscere qualcuno perché è rimasto uguale, ma riconoscerlo mentre cambia.

Qui forse c’è qualcosa che abbiamo dimenticato: cambiare non significa necessariamente diventare altro da sé. A volte cambiare significa semplicemente diventare più precisamente ciò che si è, come un albero che cresce, come un volto che invecchia, come una voce che, attraversando gli anni, perde certe frequenze e ne acquista altre, come una persona che finalmente smette di avere bisogno di essere riconosciuta dagli altri nello stesso modo in cui aveva bisogno di esserlo quando era più giovane, e forse anche l’invecchiamento, che tanto ci spaventa perché ci sembra la prova più evidente della perdita, potrebbe essere guardato diversamente: non come una progressiva sottrazione di ciò che eravamo, ma come una trasformazione della livrea attraverso la quale continuiamo a essere riconoscibili a noi stessi, anche se non sempre ci riconosciamo immediatamente, e forse anche tu, quando mi guardi, non devi riconoscere in me quello che ero, così come io non devo pretendere di trovare in te ciò che il tempo ha già trasformato.

La livrea. Forse è proprio questa la parola che ci mancava.

Cambia il colore, cambia la superficie, cambia ciò che gli altri vedono, cambia persino ciò che noi stessi vediamo quando ci guardiamo, e qualche volta cambia così tanto che abbiamo l’impressione di essere diventati un’altra persona, ma non tutto ciò che cambia in superficie modifica necessariamente ciò che ci tiene insieme, e forse questo vale anche per le nostre vite, per il modo in cui ci siamo raccontati, per le forme che abbiamo dato alla nostra presenza reciproca, per le parole con cui abbiamo chiamato quello che accadeva tra noi, perché forse abbiamo passato troppo tempo a cercare il nome esatto della cosa, quando avremmo potuto semplicemente stare dentro la cosa, lasciandole la possibilità di cambiare nome senza per questo smettere di esistere.

E tuttavia anche qui dobbiamo stare attenti, perché sarebbe troppo facile trasformare la radice in una nuova certezza, in un’altra definizione alla quale aggrapparci, dicendo che sotto tutte le nostre trasformazioni esiste finalmente il nostro vero io, immobile e intoccabile: ma anche le radici crescono, anche ciò che non vediamo si modifica, si divide, cerca nuove strade nella terra, incontra ostacoli, li aggira, trova acqua dove non pensava di trovarne, e dunque persino ciò che ci sembra più stabile è attraversato dal movimento. Non esiste, sotto la livrea, una radice che non cambi mai: esiste soltanto una radice che cambia più lentamente, con un ritmo che la nostra impazienza non riesce quasi mai a percepire, ed è forse proprio questa lentezza — non l’immobilità — ciò che scambiamo per identità, e allora forse anche quello che c’è stato tra noi non ha una radice immobile che possiamo dissotterrare per dimostrare che era vero, perché ciò che ha avuto radici continua a trasformarle, continua a cercare altra terra, altra acqua, altre profondità, e non per questo diventa meno vero.

Forse essere se stessi non significa avere qualcosa di immutabile dentro. Forse significa avere una continuità attraverso il mutamento. Ed è una cosa molto diversa: significa poter guardare indietro e riconoscere, anche nelle persone che siamo stati e che oggi quasi non comprendiamo più, qualcosa che continua a parlarci, non perché approviamo le loro scelte, ma perché sappiamo che quelle persone ci hanno condotto fin qui, e forse la maturità non consiste nel cancellare quelle versioni di noi stessi, ma nel riuscire finalmente a farle sedere tutte intorno allo stesso tavolo, e io vorrei, Godz, che a quel tavolo potessero sedersi anche tutte le versioni di noi, non soltanto quelle che ci fanno piacere ricordare, ma anche quelle che abbiamo giudicato, quelle che abbiamo cercato di dimenticare, quelle che ci sono sembrate ridicole, deboli, egoiste, impaurite, quelle che avrebbero voluto fare una cosa e ne hanno fatta un’altra, quelle che hanno detto parole che oggi non direbbero più, quelle che hanno creduto di sapere e invece non sapevano niente, perché forse soltanto quando smettiamo di espellere le nostre vecchie versioni dalla nostra storia possiamo finalmente capire che non erano errori di stampa, erano pagine.

Ce ne raccontiamo di cose.

E forse tu lo sai meglio di me, perché ogni volta che cerchiamo di dire ciò che siamo stati, anche quando crediamo di ricordare semplicemente, in realtà stiamo già costruendo una forma del ricordo, scegliendo cosa lasciare in luce e cosa tenere nell’ombra, decidendo quale gesto diventerà importante, quale parola acquisterà un significato che magari al momento in cui è stata pronunciata non aveva, quale incontro diventerà necessario e quale invece verrà considerato casuale. Ci raccontiamo chi siamo, da dove veniamo, perché abbiamo fatto una cosa invece di un’altra, perché abbiamo amato quella persona, perché l’abbiamo lasciata, perché siamo rimasti, perché siamo partiti. Costruiamo racconti perché il caos ci spaventa, ma il vero motivo, forse, è più preciso di così: non è il caos in sé a spaventarci, è l’idea che noi stessi potremmo essere l’effetto di quel caos e non la sua causa, che potremmo non aver scelto nulla, che potremmo essere accaduti a noi stessi come un temporale accade a un campo, senza intenzione, senza direzione, senza quella regia che il racconto ci permette di attribuirci a posteriori. Il racconto non nasce per capire ciò che è successo: nasce per poter dire «io», per poter mettere un soggetto davanti al verbo di ciò che altrimenti resterebbe un semplice accadere impersonale.

E allora raccontiamo. Ci raccontiamo che quella perdita era necessaria, che quell’incontro doveva accadere, che quella persona era destinata a noi, che abbiamo scelto, che siamo stati scelti, che siamo cambiati, che non siamo cambiati, che abbiamo imparato, che non abbiamo imparato niente. E forse anche noi ci siamo raccontati qualcosa, Godz, qualcosa sul nostro incontro, sul nostro stare insieme, sulle ragioni per cui ci siamo cercati, sulle ragioni per cui qualche volta ci siamo allontanati, sulle cose che abbiamo perdonato e su quelle che forse non abbiamo mai veramente perdonato, sulle cose che abbiamo chiamato amore perché avevamo bisogno di una parola abbastanza grande da contenere quello che ci stava accadendo, e spesso non sappiamo nemmeno più dove finisca ciò che è realmente accaduto e dove cominci il racconto che abbiamo costruito intorno a ciò che è accaduto. Ma forse non è nemmeno necessario saperlo: forse non tutte le nostre narrazioni devono essere smascherate, forse alcune ci hanno semplicemente permesso di attraversare un tratto di strada. Il problema nasce quando il racconto diventa più importante della cosa raccontata, quando la spiegazione prende il posto dell’esperienza, quando cominciamo a vivere per essere coerenti con la storia che abbiamo raccontato di noi stessi invece di permettere alla nostra vita di contraddirla.

E allora forse basterebbe dirle, semplicemente, tutte quelle cose che abbiamo passato tanto tempo a rivestire di spiegazioni. «Ho paura.» Non trasformare la paura in filosofia, non chiamarla prudenza, non inventarle una giustificazione. «Ho paura.» E poi: «Non voglio cambiare.» E forse non c’è nulla di vergognoso in questo. Oppure: «Vorrei cambiare tutto.» E anche questo può essere vero. «Mi manca quello che ero.» «Non so più se sono ancora questo.» «Ho paura che, se rimango qui, mi perderò qualcosa.» «Ho paura che, se parto, perderò ciò che non potrò più ritrovare.» E forse dovrei dirti anche: «Ho paura di perderti», senza costruirci sopra una teoria, senza trasformarla in una dichiarazione sul destino, senza fingere che la paura sia una forma superiore dell’amore. Potrei semplicemente dirtelo. Ho paura. Mi manchi anche quando sei qui. Ti riconosco e qualche volta non ti riconosco. Ti guardo e penso di conoscerti, poi mi accorgo che sei cambiato, e forse anch’io, e allora non so più se quello che provo sia nostalgia, amore, paura o soltanto il desiderio di ritrovare una forma che non esiste più. Basterebbe dirle, perché forse quando una cosa viene detta smette almeno in parte di dover essere trasformata in una spiegazione. La solitudine può essere chiamata solitudine. La paura può essere chiamata paura. La nostalgia può essere nostalgia. E forse proprio nel momento in cui smettiamo di travestirle, queste cose diventano meno minacciose.

Perché forse la livrea non è soltanto ciò che cambia nel nostro aspetto, nella nostra vita, nella nostra identità visibile: forse la livrea è anche il linguaggio che usiamo per raccontarci, tutte quelle parole che mettiamo sopra le cose affinché siano più sopportabili, più eleganti, più accettabili. Diciamo «sono fatto così» quando forse intendiamo «ho paura di scoprire chi potrei essere diversamente». Diciamo «devo cambiare» quando forse intendiamo «non sopporto più di guardarmi così come sono». Diciamo «sono fedele a me stesso» quando forse intendiamo «non so cosa rimarrebbe di me se lasciassi andare questa parte della mia vita». E forse, quando diciamo «noi siamo così», quando definiamo una relazione attraverso una formula, stiamo facendo la stessa cosa, stiamo costruendo una livrea per qualcosa che avrebbe forse bisogno di respirare, perché una definizione può proteggerci, ma può anche diventare una gabbia, e tuttavia anche queste sono nostre parole, nostre difese, nostre livree, e forse non dobbiamo nemmeno giudicarle troppo severamente, perché anche loro, come le foglie, sono nate per qualche ragione. Il problema non è averle. Il problema è dimenticare che sono foglie. E che una foglia non è l’albero.

Forse dobbiamo imparare a riunire le nostre cose raccontate, Godz, allora, invece di scegliere ogni volta quale sia quella definitiva, quella autentica, quella che ci rappresenta veramente, perché forse non esiste una versione definitiva di noi stessi e ogni tentativo di trovarla è già una forma di immobilità. Riunire le nostre contraddizioni, le nostre versioni, ciò che siamo stati con ciò che siamo, persino ciò che abbiamo rifiutato di essere con ciò che siamo diventati: non per trovare una sintesi perfetta, ma per smettere di espellere dalla nostra storia tutto ciò che oggi ci appare scomodo. Riunire quello che ci siamo raccontati anche quando le cose che ci siamo raccontati non coincidono, anche quando una storia contraddice l’altra, anche quando ciò che io ricordo non è ciò che ricordi tu, perché forse la verità di una vita condivisa non consiste nel possedere lo stesso ricordo, ma nel riconoscere che abbiamo abitato lo stesso tempo da punti diversi, con corpi diversi, con paure diverse, con desideri diversi. Perché anche ciò che abbiamo sbagliato ci appartiene, anche ciò che non abbiamo avuto il coraggio di fare, anche le persone che abbiamo cercato di essere e non siamo riusciti a diventare. Tutto questo potrebbe essere riunito. Non assolto. Non giustificato. Semplicemente riconosciuto, come si riconosce un paesaggio attraversato.

E allora forse la nostra identità non è una casa nella quale dobbiamo rimanere chiusi per tutta la vita, ma una casa nella quale continuiamo ad aggiungere stanze, abbattere muri, aprire finestre, perdere oggetti, ritrovare fotografie, dimenticare perché avevamo conservato certe cose e scoprire improvvisamente che altre, che avevamo considerato insignificanti, sono diventate le più importanti. Forse siamo anche questo: una casa che cambia senza smettere di essere riconoscibile. E forse anche quello che chiamiamo «noi» è una casa di questo tipo, una casa nella quale alcune stanze sono rimaste chiuse per anni, altre sono state abitate soltanto per una stagione, altre ancora sono state distrutte perché non riuscivamo più a sopportarne il peso, eppure, quando torno a guardare quella casa, penso di riconoscerla, non perché nulla sia cambiato, ma perché qualcosa nella disposizione misteriosa delle stanze continua a dirmi che sono stato lì, che ci sei stato tu, che siamo passati da quelle porte, che abbiamo aperto quelle finestre, che abbiamo lasciato entrare una luce che allora non sapevamo nemmeno di desiderare.

Per questo la domanda rimane: chi è che ha paura di restare se stesso perché teme di perdere qualcosa, e chi invece ha così paura di perdere se stesso da non permettersi più di cambiare? Chi continua a cambiare livrea perché non sopporta di vedere la propria forma precedente, e chi continua a difenderla perché teme che, una volta spogliato, non rimanga nulla? Forse siamo tutti, in momenti diversi, entrambe le persone. E forse tu ed io siamo stati entrambe queste persone, magari senza esserci accorti di esserlo nello stesso momento, perché mentre uno cercava di cambiare l’altro cercava di conservare, mentre uno aveva bisogno di partire l’altro aveva bisogno di restare, mentre uno cercava una nuova forma l’altro temeva che quella nuova forma avrebbe cancellato quella precedente, e forse nessuno dei due aveva completamente torto e nessuno dei due aveva completamente ragione, perché la vita non ci chiede di risolvere questa contraddizione, ma di attraversarla, come il ciliegio, come l’albero, come la stagione, come il tempo.

Noi invece pretendiamo continuamente di sapere se stiamo andando avanti o indietro, se una trasformazione è progresso o perdita, se una permanenza è fedeltà o paura, se ciò che abbiamo conservato è davvero importante o se lo conserviamo soltanto perché ci ricorda chi eravamo. E forse potremmo, qualche volta, non saperlo. Potremmo lasciare che una cosa sia ancora una cosa, prima di trasformarla in un significato. Potremmo dire: «Questo mi accade». E aspettare. Potremmo persino guardarci senza domandarci immediatamente cosa significhi quello sguardo, senza chiedere a ogni gesto di diventare una prova, a ogni silenzio di diventare una risposta, a ogni distanza di diventare un presagio. Perché anche l’albero non fiorisce per dimostrare qualcosa, non fiorisce perché qualcuno lo sta guardando, non fiorisce perché quest’anno deve essere più bello dell’anno scorso. Fiorisce. E quando non fiorisce, non considera quella stagione un fallimento.

Forse è questa la libertà che continuiamo a cercare senza trovarla: non dover continuamente dimostrare che la nostra vita sta andando nella direzione giusta. Forse possiamo semplicemente esserci, rimanere, cambiare, perdere, ritornare, e soprattutto smettere di pensare che ogni perdita debba essere compensata da una conquista, che ogni cambiamento debba produrre immediatamente una versione migliore di noi stessi, e forse smettere anche di chiedere al nostro amore di dimostrarci che è ancora quello che era, perché se è davvero qualcosa che attraversa il tempo non può essere identico a se stesso, e se non è identico non significa necessariamente che sia finito, così come il fiore che cade non dimostra che l’albero è morto.

Forse alcune cose possono semplicemente accadere. Forse possiamo lasciarle accadere, e poi raccontarle, ma senza crederci troppo, senza trasformare il racconto nella verità. E quando avremo raccontato abbastanza, quando avremo cambiato abbastanza livree e conservato abbastanza radici, quando avremo attraversato abbastanza stagioni da non avere più bisogno di stabilire quale fosse quella autentica e quale quella sbagliata, forse potremo finalmente prendere tutte quelle cose raccontate e riunirle, senza più domandarci quale sia quella vera. Perché magari la verità non è una delle nostre versioni. Magari è la loro convivenza. Magari è la possibilità che io possa essere stato quello che sono stato e che tu possa essere stato quello che sei stato senza che uno dei due debba cancellare l’altro per poter continuare a vivere. Magari è poter dire: questo è accaduto, questo ci ha cambiati, questo ci ha fatto paura, questo ci ha fatto bene, questo ci ha fatto male, questo non lo comprendiamo ancora, e non abbiamo bisogno di comprenderlo tutto questa sera.

Come si riuniscono le foglie cadute sotto un albero, sapendo che nessuna di esse è più l’albero e che, tuttavia, tutte insieme raccontano qualcosa della sua stagione.

E forse alla fine è tutto qui, Godz: non trovare la risposta, non decidere una volta per tutte chi siamo, non decidere una volta per tutte chi siamo stati l’uno per l’altro, non stabilire quale parte di noi debba rimanere e quale debba cadere, ma imparare a riconoscere il momento in cui una foglia è diventata foglia, il momento in cui non è più necessario tenerla attaccata al ramo, e il momento, altrettanto misterioso, in cui qualcosa che credevamo morto ricomincia a fiorire, perché forse ci sono cose che dobbiamo lasciare cadere proprio per poterle ricordare senza più costringerle a rimanere vive, e ce ne sono altre che continuiamo a credere morte soltanto perché non sappiamo riconoscere la forma che hanno assunto sotto la terra.

Perché un albero è sempre lo stesso da quando nasce a quando muore. Eppure, se lo guardiamo davvero, non è mai lo stesso.

E allora forse anche tu, Godz, sei sempre lo stesso da quando ti ho incontrato a oggi, e tuttavia non sei mai lo stesso, e forse anch’io sono sempre lo stesso e non sono mai lo stesso, e forse quello che chiamiamo «noi» è proprio questo spazio impossibile nel quale due alberi continuano a cambiare senza che nessuno dei due possa stabilire esattamente quando l’altro abbia smesso di essere quello che era, perché non c’è un momento preciso, non c’è una soglia, non c’è una mattina nella quale ci svegliamo e possiamo dire: ecco, da oggi sono un’altra persona, da oggi tu sei un altro uomo, da oggi ciò che eravamo è finito, da oggi comincia qualcosa di nuovo. Il cambiamento accade mentre dormiamo, mentre parliamo d’altro, mentre crediamo di essere fermi, mentre ci guardiamo senza accorgerci che lo sguardo è già diverso, e forse è proprio per questo che ci spaventa tanto, perché non ha una data, non ha una dichiarazione, non ha il rispetto che noi pretendiamo dalle cose che devono finire.

Forse siamo soltanto alberi che hanno imparato a raccontarsi.

E ce ne raccontiamo di cose.

Forse troppe. Forse troppo poche.

Forse abbiamo passato una vita intera a cercare le parole giuste per non dire le parole più semplici, a costruire livree sopra le nostre paure, a chiamare destino ciò che non comprendevamo, fedeltà ciò che non riuscivamo a lasciare, cambiamento ciò che non riuscivamo più a sopportare, amore ciò che avevamo bisogno di credere eterno, e forse invece avremmo potuto dirci soltanto: ho paura, sono qui, sei qui, non so cosa succederà, non so chi saremo, non so quale stagione stiamo attraversando, ma ti vedo.

E forse, alla fine, basterebbe questo.

Riunire le nostre cose raccontate.

Tutte.

Quelle vere e quelle che abbiamo creduto vere, quelle che oggi ci sembrano assurde, quelle che non sappiamo più se abbiamo vissuto oppure soltanto raccontato così tante volte da averle trasformate in memoria, quelle che ci hanno salvati e quelle che ci hanno fatto male, quelle che abbiamo detto per proteggerci e quelle che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, quelle che appartengono a me, quelle che appartengono a te, quelle che appartengono a entrambi e proprio per questo non appartengono più interamente a nessuno.

Riunirle, senza ordinarle.

Senza scegliere quale sia la versione definitiva.

Senza pretendere che una foglia torni sul ramo.

E poi stare un po’ in silenzio, Godz, perché forse dopo aver raccontato tutto ciò che potevamo raccontare, dopo aver spiegato, giustificato, ricordato, corretto, interpretato, dopo aver dato un nome alle nostre paure e una forma alle nostre perdite, rimane soltanto il silenzio, che non è necessariamente vuoto, e forse nemmeno distanza, ma soltanto il luogo nel quale una cosa può finalmente smettere di raccontarsi e limitarsi a esistere.

Sotto il ciliegio.

Ad aspettare la prossima fioritura.

Non perché debba essere uguale alla precedente.

Non perché debba essere migliore.

Soltanto perché sarà la prossima.