sabato 25 aprile 2026

Resistenza e memoria: Il contributo eroico di Rom e Sinti alla lotta contro il fascismo

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana è una pagina di storia troppo spesso dimenticata, ma che merita di essere raccontata e celebrata. Queste comunità, tradizionalmente marginalizzate e perseguitate, hanno contribuito in modo significativo alla lotta contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando un eroismo e una generosità straordinari. Tuttavia, questo capitolo della storia è stato spesso messo in ombra, sia per la politica dello Stato italiano dell'epoca che per il pregiudizio sistemico che ancora oggi affligge le popolazioni rom e sinti.

La Resistenza italiana fu un movimento variegato che coinvolse persone provenienti da ogni parte della società, da militari disertori a intellettuali, da contadini a operai. Tra questi, vi furono anche i rom e i sinti, che non solo subirono le atrocità del fascismo, ma furono anche attivamente coinvolti nel sabotaggio, nelle azioni di guerriglia e nel soccorso degli altri partigiani e degli ebrei. Questi gruppi, purtroppo, sono stati raramente celebrati nelle narrazioni ufficiali della Resistenza, spesso a causa delle politiche discriminatorie dello Stato italiano, che continuò a trattare i rom e i sinti come "indesiderabili" anche durante e dopo la fine della guerra.

Un esempio emblematico di come i rom e i sinti abbiano contribuito alla lotta di Liberazione è la formazione dei "Leoni di Breda Solini", una brigata partigiana composta da sinti italiani, che operò nelle regioni centrali e settentrionali del paese, in particolare tra le province di Mantova, Modena, Reggio Emilia e Cremona. Questa brigata si formò grazie alla fuga di molti sinti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), dove erano detenuti dai fascisti, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nonostante l’assenza di una preparazione militare formale, i membri della brigata si distinsero per il coraggio e l'efficacia nelle azioni di sabotaggio, come la distruzione di ponti, la raccolta di armi e l’assalto ai convogli tedeschi. La loro lotta non si limitò alla semplice resistenza armata, ma fu anche un atto di sfida alle ingiustizie razziali e sociali che avevano affrontato tutta la loro vita.

I "Leoni di Breda Solini" utilizzavano un camion che, con una serie di modifiche ingegnose, diventò un veicolo per trasportare armi e munizioni, permettendo loro di compiere incursioni nei territori occupati dai nazisti. La loro abilità nel muoversi e nel restare anonimi nel territorio, ma anche nella costruzione di alleanze con i gruppi partigiani locali, li rese una forza rispettata. La figura di Giacomo "Gnugo" De Bar, uno dei leader dei Leoni, divenne simbolo della determinazione di questi uomini e della loro lotta contro l'oppressione.

Purtroppo, molti altri partigiani rom e sinti sono caduti nell’oblio. Tra loro, Giuseppe "Tarzan" Catter, ucciso dai fascisti nell’area dell'Imperiese, è uno dei nomi più significativi che ancora oggi merita di essere ricordato. Altri, come Walter "Vampa" Catter e Lino "Ercole" Festini, furono fucilati il 11 novembre 1944 a Vicenza per la loro partecipazione alle azioni di resistenza. Questi uomini, insieme a molti altri, furono decorati al valore per il loro coraggio e il loro impegno a favore della libertà e della giustizia, ma le loro storie sono state spesso ignorate dai racconti ufficiali della guerra di Liberazione.

La resistenza dei rom e dei sinti non si limitò al solo combattimento armato. Molti membri di queste comunità si trovarono coinvolti in azioni di supporto, come l’aiuto a prigionieri ebrei, la protezione delle famiglie più vulnerabili, e la creazione di reti di rifugiati per nascondere gli oppositori del regime fascista. La loro determinazione nel contribuire alla liberazione d’Italia fu un atto di eroismo che merita finalmente di essere riconosciuto nella memoria storica del nostro paese.

Nonostante il loro contributo alla Resistenza, le comunità rom e sinti furono anche vittime di una sistematica persecuzione durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti furono deportati nei campi di concentramento, dove subirono torture, esperimenti medici e la morte. Il genocidio a loro destinato, conosciuto come "Porrajmos" (in lingua romani, "grande divoramento") o "Samudaripen" ("tutti uccisi"), è una parte della storia europea che ha ricevuto poca attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più crudeli della persecuzione razziale messa in atto dal regime nazista.

Il razzismo fascista e nazista ha considerato i rom e i sinti non solo come minoranze razziali da eliminare, ma come una minaccia da estirpare per “purificare” la razza. La violenza e la brutalità del regime si riflettevano anche nei trattamenti che queste persone ricevevano nelle deportazioni e nelle uccisioni di massa, in un contesto di sistematica esclusione sociale e discriminazione.

Nonostante il loro fondamentale contributo alla lotta contro il nazifascismo, la memoria dei rom e dei sinti nella Resistenza è stata a lungo marginalizzata. L’indifferenza e il pregiudizio verso queste comunità hanno impedito che la loro partecipazione venisse adeguatamente riconosciuta. Solo negli ultimi decenni si sono registrati dei tentativi di recuperare queste storie, sia attraverso la pubblicazione di libri e articoli, che mediante la creazione di mostre e documentari. A queste iniziative si sono aggiunti importanti momenti di riflessione come la Giornata della Memoria, che ha cominciato a ricordare il genocidio dei rom e sinti, accanto a quello degli ebrei.

Negli ultimi anni, anche grazie all'impegno di attivisti, storici e membri delle stesse comunità rom e sinti, sono emerse nuove testimonianze e ricerche che stanno lentamente restituendo loro il giusto riconoscimento. Progetti come il Museo Nazionale della Resistenza e iniziative locali stanno facendo luce su queste figure dimenticate, cercando di costruire una memoria collettiva più inclusiva e giusta. La storia dei rom e sinti nella Resistenza non è più relegata nell’ombra, ma sta prendendo piede come un capitolo fondamentale nella narrazione della liberazione italiana.

È ora che il contributo di queste persone venga riconosciuto pienamente. Non solo come vittime del razzismo e della persecuzione, ma anche come eroi che hanno lottato con coraggio e determinazione per la libertà. La storia delle comunità rom e sinti nella Resistenza è una storia di resistenza non solo contro i fascisti, ma contro le ingiustizie di ogni tipo, e di un impegno che ha contribuito alla costruzione di una società più giusta e libera.

E ci sono ancora molti aspetti che vale la pena esplorare riguardo al contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza, e alla loro memoria storica, che spesso rimane in ombra. Ecco alcuni punti che potrebbero essere aggiunti per ampliare ulteriormente la narrazione:

Alcune delle storie più toccanti e significative di partecipazione delle comunità rom e sinti alla Resistenza provengono dalle testimonianze dirette di chi visse quei momenti. Purtroppo, molte di queste voci si sono perse con il passare del tempo, ma alcune sono state raccolte e continuano a essere diffuse grazie agli sforzi di storici e attivisti. Alcune di queste testimonianze raccontano di azioni di sabotaggio, ma anche di gesti quotidiani di solidarietà, come l’offrire rifugio a partigiani in fuga o la protezione di chi, per motivi politici o religiosi, era a rischio di arresto. Queste testimonianze sono fondamentali non solo per onorare il coraggio di queste persone, ma anche per contrastare l’oblio a cui sono state condannate.

Un altro aspetto che potrebbe essere approfondito è l’impatto delle politiche post-belliche sulla memoria delle comunità rom e sinti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo italiano, come molti altri in Europa, non ha fatto molto per riconoscere i crimini perpetrati contro le popolazioni rom e sinti. La loro lotta per il riconoscimento dei diritti civili e il recupero delle memorie storiche è stata ostacolata da un pregiudizio istituzionale che ha perpetuato l’idea di queste comunità come “straniere” e non integrate nella società. Questo ha avuto conseguenze dirette sulla loro inclusione nei racconti ufficiali della Resistenza e, più in generale, sulla loro visibilità all’interno della società italiana.

È importante sottolineare che il contributo dei rom e dei sinti alla Resistenza non si è limitato alle brigate partigiane o alle azioni di combattimento diretto. Molti di loro, infatti, hanno contribuito alla “Resistenza diffusa”, quella fatta di atti quotidiani di opposizione al regime fascista. Si trattava di atti di disobbedienza civile, di rifiuto di piegarsi alla violenza del regime, di difesa della propria identità culturale in un contesto che cercava di omologare e cancellare qualsiasi forma di diversità. Il rifiuto delle politiche di razza e l'affermazione di un’identità libera e autonoma, spesso associata all'intransigenza e alla ribellione, è una forma di resistenza che merita di essere esplorata in modo più profondo.

Un aspetto che potrebbe essere ulteriormente approfondito riguarda il ruolo delle donne rom e sinti durante la Resistenza. Come in molte altre situazioni, il contributo femminile è stato spesso trascurato, ma numerose donne delle comunità rom e sinti hanno avuto un ruolo fondamentale nelle reti di resistenza, sia in azioni dirette di sabotaggio che nel supporto logistico e nell’assistenza ai partigiani. Alcune di queste donne si sono distinte anche per il loro coraggio nel proteggere le famiglie dai rastrellamenti fascisti e nazisti, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.

Un altro aspetto importante da aggiungere riguarda il riconoscimento ufficiale di questa parte di storia. La Legge 211 del 2000, che ha istituito la Giornata della Memoria in Italia, ha rappresentato un primo passo importante nel riconoscere anche le vittime rom e sinti del nazismo e del fascismo. Tuttavia, c'è ancora molto da fare per includere adeguatamente il loro contributo alla Resistenza nei curriculum scolastici, nei musei e nelle commemorazioni ufficiali. È fondamentale che le nuove generazioni siano consapevoli del ruolo che queste comunità hanno avuto nella lotta per la libertà e che imparino a riconoscere il valore della loro partecipazione.

Uno degli obiettivi più importanti nel raccontare questa storia è creare una memoria condivisa, che vada oltre le differenze culturali e sociali, per costruire una narrazione inclusiva che riconosca le sofferenze e i sacrifici di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà e contro le ingiustizie. In un mondo che spesso si trova diviso da conflitti razziali e culturali, il racconto delle storie di resistenza dei rom e dei sinti è una lezione di solidarietà, di coraggio e di speranza, che può contribuire a un futuro più giusto e rispettoso della diversità.

Il racconto della Resistenza rom e sinti non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di rivendicazione di una memoria collettiva più equa. Il loro contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo è parte integrante della storia della nostra libertà. Riconoscere e celebrare questo contributo non solo restituisce dignità a queste comunità, ma arricchisce anche la comprensione della nostra Resistenza, rendendola più completa, più giusta e più universale.

Un altro aspetto che potrebbe arricchire ulteriormente il racconto del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza riguarda il legame tra la memoria storica e le politiche contemporanee di inclusione e di lotta contro la discriminazione. Ecco alcuni punti da considerare:

Oggi, la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza ha acquisito una nuova centralità, in parte grazie agli sforzi di attivisti, storici e membri delle stesse comunità. Tuttavia, la strada per un riconoscimento ufficiale è ancora lunga. Le politiche attuali di inclusione, che mirano a garantire pari diritti e opportunità alle minoranze, devono essere accompagnate da un impegno concreto nella valorizzazione della memoria storica. La lotta contro il razzismo e le discriminazioni, che ancora oggi affliggono i rom e i sinti in molte società europee, non può prescindere dal riconoscimento delle loro radici storiche e dal rendere giustizia ai loro sacrifici passati.

In questo contesto, il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza può essere visto come un simbolo di resistenza non solo al nazifascismo, ma anche all’intolleranza e alla marginalizzazione. Questa riscoperta storica, infatti, diventa un punto di partenza per una riflessione critica sulle politiche di inclusione sociale in atto oggi, e per un impegno costante nella costruzione di una società che accolga la diversità come valore, piuttosto che come minaccia.

In molte occasioni, le politiche razziste italiane ed europee del passato e del presente continuano a emarginare le comunità rom e sinti. La loro visibilità, in particolare nella storia della Resistenza, è stata spesso omessa o distorta. Questo è stato il risultato di politiche sistemiche che trattavano le comunità rom e sinti come "non italiane" o "estranee", anche se molte di esse avevano radici secolari in Italia e in altre parti d’Europa. La discriminazione razziale e sociale continua a essere una realtà per molte di queste persone, che si trovano ad affrontare una doppia discriminazione: quella legata alla loro identità etnica e quella legata alla povertà.

Riconoscere e celebrare il loro contributo storico alla lotta per la libertà e contro il fascismo è un passo essenziale per combattere il razzismo istituzionale che ancora persiste. Solo attraverso un impegno collettivo per riparare le ingiustizie storiche e per restituire dignità e visibilità a queste comunità si potrà costruire una società veramente inclusiva, in cui nessuno venga emarginato o dimenticato.

Uno degli strumenti più potenti per combattere l’oblio e la discriminazione è l'educazione. Integrare il contributo delle comunità rom e sinti nella Resistenza nei programmi scolastici e nelle attività educative è essenziale per costruire una memoria condivisa che non solo recuperi le storie di chi ha combattuto per la libertà, ma che sia anche un monito per il futuro. La scuola, infatti, è il luogo in cui si formano le coscienze e dove si possono gettare le basi per una cultura del rispetto e della solidarietà. Insegnare ai giovani la storia del Porrajmos, la resistenza dei rom e dei sinti, e il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo è un modo per sensibilizzare le future generazioni a non ripetere gli errori del passato.

A tale scopo, diversi musei, archivi e centri di ricerca in Italia e in Europa hanno avviato progetti didattici che si concentrano sulla storia dei rom e dei sinti, cercando di rendere giustizia al loro ruolo cruciale nella Resistenza. In molti casi, queste iniziative sono affiancate da testimonianze orali e da incontri diretti con le persone che appartengono ancora a queste comunità, rendendo la storia più tangibile e personale.

Anche dopo la fine della guerra, la verità sui crimini contro i rom e i sinti, e più in generale sui crimini di guerra compiuti dai nazifascisti, è stata a lungo negata o minimizzata. L’inchiesta ufficiale sul genocidio dei rom è arrivata in ritardo, e non ha avuto lo stesso impatto della memoria degli ebrei vittime del nazismo. Tuttavia, negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali nel perseguire la verità e la giustizia per le vittime rom e sinti. L'adozione di risoluzioni e dichiarazioni da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organizzazioni per i diritti umani è un passo importante, ma ancora non basta. È fondamentale che la giustizia post-bellica riguardi anche i crimini commessi contro le comunità rom e sinti, attraverso risarcimenti, scuse ufficiali e il riconoscimento della loro sofferenza storica.

La commemorazione del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza deve passare attraverso momenti significativi di riflessione collettiva. Le celebrazioni del 25 aprile, la Giornata della Memoria, e altre occasioni di riflessione sulla storia del fascismo e del nazismo devono essere anche un momento di riconoscimento per chi ha lottato non solo contro l’occupazione tedesca, ma contro ogni forma di oppressione. È importante che le generazioni future siano educate a riconoscere la storia di tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita per la libertà, indipendentemente dalla loro origine etnica o sociale.

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di lotta contro il razzismo e l’esclusione sociale. È fondamentale che queste storie vengano raccontate, celebrate e condivise, per rendere giustizia a chi ha lottato per la libertà, ma anche per ispirare le nuove generazioni a continuare a combattere per una società più giusta e inclusiva.

E ci sono ancora altre prospettive che potrebbero arricchire ulteriormente il racconto e l'analisi del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Ecco alcuni ulteriori aspetti che potrebbero essere esplorati:

La Resistenza rom e sinti non può essere separata dal più ampio contesto della memoria del Porrajmos, ovvero il genocidio che ha colpito queste comunità durante l'occupazione nazista. Il termine “Porrajmos” significa “devastazione” in romani e descrive l'annientamento sistematico a cui i rom e i sinti furono sottoposti dai nazisti. Tuttavia, molte delle storie legate alla Resistenza non sono state incluse nei racconti ufficiali del genocidio, in parte perché la lotta dei rom e dei sinti è stata marginalizzata.

Affermare con forza che le comunità rom e sinti non furono solo vittime del nazismo ma anche attori principali della Resistenza implica una rilettura critica della memoria del Porrajmos, un recupero della visibilità di chi, pur affrontando la persecuzione, decise di non arrendersi e di combattere. La connessione tra la memoria del genocidio e quella della lotta partigiana può fornire una visione complessa ma necessaria di una resistenza che si sviluppa su più fronti: quello fisico e quello culturale, in cui le tradizioni e l'identità rom e sinti hanno continuato a resistere non solo attraverso la lotta armata, ma anche attraverso la preservazione della propria storia e lingua.

Non solo in Italia, ma in molte altre nazioni europee le comunità rom e sinti giocarono un ruolo significativo nella Resistenza. In Francia, ad esempio, alcuni gruppi rom e sinti si unironoin alle forze di liberazione, impegnandosi in attività di sabotaggio, assistenza ai rifugiati e ai combattenti della Resistenza. In paesi come la Germania, l'Ungheria e la Polonia, i rom furono anch'essi attivi nel resistere all'occupazione nazista e nel combattere contro il regime. Un'analisi comparata tra i diversi paesi europei potrebbe rendere ancora più evidente il ruolo fondamentale che queste comunità ebbero nella lotta per la libertà. La loro partecipazione si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove le popolazioni emarginate furono spesso le prime a mobilitarsi contro la violenza fascista.

Oltre alla Resistenza armata, va sottolineata anche la dimensione della resistenza civile che le comunità rom e sinti continuarono a portare avanti nel dopoguerra, spesso in contesti di povertà estrema, isolamento e discriminazione. Mentre il paese si riorganizzava dopo la guerra, le persone rom e sinti dovettero affrontare non solo la persecuzione fascista, ma anche un'ulteriore marginalizzazione da parte della società italiana e delle istituzioni. In questo senso, la resistenza non si limitò al periodo bellico, ma si estese anche agli anni successivi, in cui le comunità si trovarono a lottare per la sopravvivenza, per i propri diritti e per il riconoscimento della propria dignità. La lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per la casa e per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità rom e sinti può essere vista come una continuità della Resistenza, in cui le persone non hanno mai smesso di combattere per la propria libertà e per l'uguaglianza.

Un altro aspetto importante da esplorare riguarda le sfide odierne nella lotta contro la distorsione della memoria storica. Il negazionismo, che cerca di minimizzare o negare la portata della persecuzione e del genocidio dei rom e sinti, continua a essere una minaccia. La ricerca di giustizia storica non può fermarsi al recupero delle storie, ma deve continuare con un costante impegno contro chi cerca di riscrivere la storia in modo da cancellare il contributo delle comunità rom e sinti. Il negazionismo si manifesta in vari modi, dalle dichiarazioni pubbliche di politici e leader di movimenti di estrema destra, fino alla rappresentazione stereotipata delle comunità rom e sinti nei media. La resistenza al negazionismo è oggi una delle battaglie principali per le nuove generazioni, che devono confrontarsi con la sfida di preservare la verità storica e combattere contro ogni tentativo di revisionismo.

Le giovani generazioni rom e sinti giocano un ruolo cruciale nel recupero della memoria storica e nella sua diffusione. Le nuove generazioni, spesso più consapevoli e coinvolte nei movimenti per i diritti civili e per la giustizia sociale, hanno il compito di trasmettere e mantenere viva la memoria del passato, ma anche di affrontare le sfide moderne in modo attivo. Molti giovani rom e sinti si impegnano oggi in progetti educativi, artistici e culturali per preservare la loro identità e per fare in modo che la Resistenza e la storia della loro comunità siano conosciute e riconosciute. Questi giovani non solo si ispirano alla memoria storica, ma anche alla speranza di un futuro in cui la discriminazione e la marginalizzazione siano definitivamente superate.

Il ruolo della cultura e dell’arte è fondamentale per mantenere viva la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Molti artisti rom e sinti, così come non-rom, si sono impegnati per raccontare queste storie attraverso film, documentari, musica, letteratura e altre forme di espressione culturale. L’arte diventa uno strumento potente per sensibilizzare le persone e per combattere l’oblio. Attraverso il linguaggio universale dell’arte, si può raccontare una storia di coraggio, resistenza e speranza che non solo riguarda il passato, ma che continua a ispirare e a impegnare tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia.

L'approfondimento della memoria delle comunità rom e sinti nella Resistenza, sia attraverso il recupero delle storie individuali che l’analisi delle dinamiche sociali e politiche del periodo, arricchisce la comprensione di una parte fondamentale della storia europea. Oggi, più che mai, è necessario dare voce a queste storie, rendere visibile la loro resistenza e riaffermare l’importanza della memoria come strumento di lotta contro l’intolleranza, il razzismo e l’ingiustizia. Solamente attraverso una comprensione profonda di questa memoria collettiva si potrà costruire una società più giusta e inclusiva.

Oggi, quando parliamo della Resistenza italiana, è essenziale includere anche il coraggio di queste comunità, affinché il loro contributo non venga mai più dimenticato e affinché le future generazioni possano conoscere la vera portata di questa lotta di Liberazione.

mercoledì 11 febbraio 2026

Colonia, la città che riaffiora: sotto il MiQua un’Impero ancora intatto


Sotto Colonia, mentre la città contemporanea continua a camminare distratta sulle proprie stratificazioni, la storia ha deciso di parlare con una chiarezza quasi imbarazzante. I lavori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQua — il Museo ebraico e Quartiere archeologico — hanno riportato alla luce un insieme di resti romani che non sono semplicemente “importanti”, ma disturbanti nella loro evidenza.

Una basilica del IV secolo, ancora leggibile nella sua struttura; una scala monumentale del I secolo, pensata per il passo lento e solenne del potere; un altare domestico del II secolo, intimo, quasi pudico, legato al culto quotidiano dei Lari. Non frammenti isolati, non rovine da cartolina: ma spazi, funzioni, gesti. Vita.

La cosa che colpisce — e che rende questa scoperta così radicale per il Nord Europa — è lo stato di conservazione. Qui non si tratta del solito “resto significativo”, ma di un contesto che, per densità e leggibilità, può essere accostato solo a luoghi come Pompei. Un paragone impegnativo, certo, ma non gratuito: perché anche qui l’archeologia smette di essere illustrazione e torna a essere esperienza.

Colonia romana riaffiora come città amministrativa, religiosa, domestica. Il praetorium non è più un nome nei manuali, ma un luogo con scale, altari, spazi rituali. E accanto — o meglio, sopra e dopo — si innesta la lunga storia ebraica della città, che il MiQua nasce proprio per raccontare. Non una narrazione lineare, ma una convivenza di tempi, una sovrapposizione di identità, poteri, memorie.

È uno di quei casi in cui l’archeologia non conferma ciò che sapevamo, ma ci costringe a rallentare, a rivedere le gerarchie, a riconoscere che il Nord dell’Impero non era affatto periferia. Era centro. E lo è stato molto più a lungo di quanto siamo disposti ad ammettere.

Sotto il cemento, Colonia conserva ancora il suo respiro romano. E questa volta non è un sussurro: è una dichiarazione.

Jean-Baptiste Regnault: tra Neoclassicismo e rivoluzione culturale


Jean-Baptiste Regnault, nato il 28 gennaio 1754 a Parigi, è una figura fondamentale per comprendere l’evoluzione della pittura neoclassica in Francia e il modo in cui l’arte rispondeva alle trasformazioni politiche, sociali e culturali di un’epoca turbolenta. Il XVIII secolo in Francia è stato caratterizzato da profondi cambiamenti che avrebbero avuto un impatto duraturo sulla società, dalla nascita delle ideologie illuministe alla crescente contestazione dei valori tradizionali. In particolare, l’arte rispondeva a questa rivoluzione culturale e intellettuale attraverso un ritorno agli ideali classici dell’antica Grecia e Roma, ma anche attraverso una messa in discussione delle gerarchie sociali e delle strutture di potere che avevano caratterizzato la società aristocratica precedente. La vita e l’opera di Regnault si inseriscono in questo contesto, come riflesso delle tensioni tra il vecchio ordine e le forze emergenti che stavano cambiando la Francia, e l’Europa in generale.

Regnault veniva da una famiglia borghese e non aveva legami diretti con l’aristocrazia o con il mecenatismo delle corti, ma il suo talento artistico emergeva già in giovane età, spingendolo a intraprendere la carriera pittorica. A Parigi, l’Académie Royale de Peinture et de Sculpture era la sede principale della formazione artistica, e Regnault vi entrò come studente, sotto la guida di alcuni dei maestri più rispettati dell’epoca. Fu allievo di Jean Bardin e Nicolas-Bernard Lépicié, due pittori che rappresentavano l’arte decorativa e l’influenza rococò, ma la sua aspirazione a un tipo di pittura che rispondesse a ideali più profondi e universali lo portò presto a orientarsi verso i principi neoclassici, che stavano guadagnando terreno in tutta Europa. Se da un lato la pittura rococò aveva un carattere frivolo e superficiale, affermando il trionfo della bellezza sensuale e dell’effimero, dall’altro il neoclassicismo, con la sua attenzione alla purezza delle forme, alla simmetria e all’armonia, si prefiggeva di celebrare l’etica e la moralità. Regnault fu attratto da questo ideale di arte che non solo rappresentava la bellezza, ma trasmetteva anche un messaggio di virtù e disciplina.

Fin dai suoi primi anni di formazione, Regnault si distinse per la sua abilità tecnica e per la sua capacità di apprendere rapidamente i principi della pittura classica. Non fu solo l’aspetto formale della pittura a interessarlo, ma anche la ricerca di un linguaggio artistico che potesse comunicare messaggi universali, in grado di resistere alla fugacità del tempo e dei cambiamenti culturali. La sua passione per l’antichità lo portò a confrontarsi con le opere dei grandi maestri del Rinascimento italiano, come Raffaello e Michelangelo, ma anche con la scultura greca e romana, che offriva modelli di bellezza ideale e perfezione formale. Tuttavia, Regnault non si limitò a imitare il passato: si distinse per la sua capacità di reinterpretare i temi classici alla luce delle problematiche e delle tensioni del suo tempo. La pittura, per lui, doveva essere il mezzo per trasmettere l’etica della virtù, ma anche uno strumento di riflessione sulla condizione umana.

Il punto di svolta nella sua carriera arrivò nel 1776, quando vinse il Prix de Rome, uno dei premi più prestigiosi per i giovani pittori francesi. Questo concorso, che metteva in palio una borsa di studio per soggiornare all'Accademia di Francia a Roma, era un’occasione imperdibile per ogni artista che volesse affermarsi nel panorama artistico europeo. Il dipinto con cui Regnault ottenne il premio fu "Alessandro e Diogene", una scena che metteva in relazione il grande condottiero Alessandro Magno con il filosofo cinico Diogene. La composizione del quadro, che fu accolto con grande entusiasmo dai critici dell'epoca, esprimeva una riflessione profonda sul contrasto tra il potere assoluto e la libertà dell’individuo. La figura di Diogene, che rifiutava l’ostentazione e il lusso del mondo dei potenti, si poneva come un simbolo di saggezza e di resistenza alle tentazioni del potere. Il dipinto rifletteva un tema che Regnault avrebbe continuato ad esplorare nel corso della sua carriera: la tensione tra le forze esterne che cercano di modellare l'individuo e l'indipendenza dell'animo umano.

Arrivato a Roma, la città che per secoli aveva rappresentato il cuore pulsante della cultura e dell’arte occidentale, Regnault cominciò a immergersi completamente nell’estetica neoclassica, e in particolare nella visione dell’arte proposta da Anton Raphael Mengs. Mengs, che all'epoca era uno degli artisti più influenti in Europa, sosteneva che l’arte dovesse essere al servizio della moralità e che il pittore dovesse evitare gli eccessi emotivi e la sensazione di spontaneità che avevano caratterizzato la pittura barocca e rococò. Regnault abbracciò con convinzione questa visione, e il suo stile divenne più rigoroso e misurato, pur mantenendo un’attenzione scrupolosa alla perfezione formale. Durante il suo soggiorno a Roma, studiò intensamente le sculture antiche, cercando di comprendere le proporzioni e l’anatomia che avevano guidato i grandi maestri del passato. Questa formazione gli permise di sviluppare un linguaggio pittorico che si distaccava dalla fluidità e dalla sensualità del Rococò per abbracciare una pittura più sobria e contenuta, ma carica di significato.

Nel 1783, dopo aver trascorso diversi anni in Italia, Regnault fece ritorno a Parigi, in un momento storico particolarmente delicato. La Francia si trovava alle soglie della Rivoluzione, e le tensioni politiche e sociali erano palpabili. La pittura neoclassica, che Regnault rappresentava con grande autorevolezza, si trovava di fronte a nuove sfide: il Romanticismo stava emergendo come movimento artistico, e nuovi temi e nuovi linguaggi stavano prendendo piede, più legati all’emozione, alla soggettività e alla denuncia sociale. Nonostante ciò, Regnault rimase fermo nei suoi principi e continuò a produrre opere che riflettevano la sua visione dell’arte come strumento educativo e morale.

Nel 1783, lo stesso anno del suo ritorno a Parigi, Regnault realizzò il suo "Morceau d’agrément", un dipinto che raffigurava Perseo che restituisce Andromeda ai suoi genitori. Questo dipinto, che divenne una delle sue opere più celebri, era un chiaro esempio della sua capacità di fondere la narrazione mitologica con una composizione impeccabile e una forte enfasi sulla bellezza ideale. Anche se l’opera originale è andata distrutta, una versione ridotta di dimensioni più contenute è oggi conservata al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, e offre una testimonianza della maestria tecnica di Regnault. In questo periodo, Regnault si dedicò anche alla preparazione del suo "Morceau de Réception", dal titolo "L’educazione di Achille", un’altra grande opera che rappresentava il centauro Chirone mentre educava il giovane eroe Achille. Quest’opera, oggi conservata al Museo del Louvre, rappresentò un altro punto di arrivo nella carriera di Regnault, che, attraverso l’uso dei soggetti mitologici, continuava a veicolare valori di educazione e virtù.

Le opere di Regnault furono presentate al Salon del 1783, dove ricevettero ampi consensi, soprattutto per la loro impeccabile adesione ai canoni classici. Tuttavia, non mancarono anche le critiche, soprattutto per il tono "freddo" e "distanziato" delle sue composizioni. Se i critici apprezzarono la maestria formale del pittore, molti ritennero che le sue opere fossero prive di una componente emozionale più diretta. Regnault si trovava così in una posizione ambivalente, tra l’essere apprezzato come un grande maestro del neoclassicismo e il non riuscire ad affermarsi completamente in un periodo che stava lentamente spingendo verso l’emozione, la spontaneità e la passione dei movimenti romantici. Il Romanticismo, infatti, cominciava a guadagnare terreno, e i pittori romantici, come Eugène Delacroix, avrebbero presto portato l’arte in una direzione completamente diversa, facendo dell’emozione e dell’espressione individuale il cuore del loro lavoro.

Nonostante il suo successo all'Accademia, Regnault non riuscì mai a ottenere la stessa fama che ebbero altri pittori contemporanei come Jacques-Louis David, che invece seppe cogliere le tensioni politiche della Rivoluzione Francese e adattare il linguaggio neoclassico a una nuova realtà sociale ed emotiva. La sua carriera, pur rispettata nel mondo accademico, non raggiunse mai l’apice di popolarità che avrebbe avuto se fosse riuscito a spingersi oltre il rigore della sua pittura per abbracciare una maggiore emotività. Regnault continuò a lavorare instancabilmente fino alla sua morte, avvenuta nel 1829, ma il suo lavoro cadde gradualmente nell’oblio, superato dai cambiamenti stilistici e culturali che segnarono la fine del periodo neoclassico.

Oggi, tuttavia, le opere di Jean-Baptiste Regnault sono apprezzate per la loro bellezza formale e la loro capacità di mantenere vive le idee della virtù e della moralità attraverso la pittura. Regnault rimane una figura centrale per comprendere le sfide e le tensioni che segnarono l'arte francese alla fine del XVIII secolo, e il suo lavoro rappresenta una sintesi tra il passato e il futuro, tra la tradizione classica e le nuove esigenze della società moderna. La sua capacità di mantenere intatto il legame con l'antico, pur tentando di innovare, lo rende uno degli artisti più significativi di quella che fu una delle epoche artistiche più dinamiche della storia europea.

Amelia Rosselli "La libellula e altri scritti"

Tu con tutto il cuore ti spaventi
di aria che ti scuote e ti perde;
giù per le facciate analfabete
sprigionano i sogni, il sangue
in grosse gocce che tu conti
cadere a precipizio sulle mani
ritirate dall' angoscia di sapere
dov'è l'aria cosa muove perché
parla, di mali così annaffiati
da sembrare, tante cose insieme
ma non una che si scordi quel tuo
trascinare per immense giornate
notte e sangue.

Amelia Rosselli
"La libellula e altri scritti"
Da "Serie ospedaliera" (1963 - 1965)
Edizioni SE


Questo testo di Amelia Rosselli, tratto da “Serie ospedaliera”, non è semplicemente una poesia: è un evento psichico messo per iscritto, un frammento di esperienza estrema che rifiuta ogni forma di pacificazione estetica. Va affrontato come si entra in una stanza d’ospedale alle prime ore del mattino, quando la luce è già accesa ma il giorno non è ancora cominciato, e l’aria stessa sembra carica di una tensione che non ha nome.

L’incipit — «Tu con tutto il cuore ti spaventi» — non introduce un tema, bensì uno stato. Qui il cuore non è metafora sentimentale, ma organo vulnerabile, centro fisiologico della paura. Spaventarsi “con tutto il cuore” significa che non esiste distanza tra emozione e corpo: la paura è cardiaca, ritmica, interna. Il tu non è un interlocutore rassicurante, né un doppio lirico pacificato: è una scissione minima, necessaria per poter dire l’esperienza senza esserne completamente travolti. Rosselli parla a se stessa come ci si parla nei momenti di crisi, quando l’io non regge più la prima persona e ha bisogno di spostarsi di un grado, di guardarsi tremare.

L’aria, che attraversa tutto il testo come un agente occulto, è uno degli elementi più inquietanti. Non è il respiro che salva, ma una forza che destabilizza: «aria che ti scuote e ti perde». L’aria qui è perdita di orientamento, smarrimento, vento mentale che non consente appigli. È l’aria dei corridoi, delle stanze chiuse, dei reparti, ma anche l’aria interna della mente che non riesce più a stabilizzarsi. Rosselli compie un’operazione radicale: rende aggressivo ciò che per definizione è invisibile e necessario. L’aria non sostiene la vita, la mette in crisi.
Le «facciate analfabete» sono una delle immagini più dense e disturbanti. Le facciate, che dovrebbero essere superfici leggibili, segni del mondo esterno, risultano incapaci di decifrare, di rispondere. Il mondo è analfabeta rispetto al dolore del soggetto. Non sa leggere ciò che accade dentro, non restituisce senso, non riconosce. È un’immagine che parla dell’isolamento profondo della sofferenza psichica: non solo si soffre, ma si soffre in un mondo che non ha gli strumenti per comprendere.

Da queste facciate mute «sprigionano i sogni, il sangue». L’accostamento è violento e programmatico. Il sogno non è evasione, ma fuoriuscita incontrollata, come una ferita. Il sangue non è simbolo sacrificale o eroico: è materia che cola, che si perde. Rosselli annulla ogni gerarchia tra immaginazione e corpo: entrambi sanguinano, entrambi sfuggono al controllo. La poesia diventa il luogo in cui ciò che dovrebbe restare interno si riversa all’esterno.

Il gesto di contare le gocce di sangue introduce una dimensione ossessiva, quasi clinica. Contare è tentare di ristabilire un ordine, di misurare l’orrore, di trasformare il dolore in quantità. Ma il sangue cade «a precipizio», verticalmente, senza gradualità, sulle mani «ritirate dall’angoscia di sapere». Qui Rosselli tocca uno dei nuclei più profondi della sua scrittura: la paura non è solo del dolore, ma della conoscenza. Sapere dov’è l’aria, cosa muove, perché parla significa interrogare il senso stesso della realtà quando essa diventa eccessivamente significativa, quando ogni cosa sembra alludere, comunicare, minacciare.

Il linguaggio, in questo testo, non è un mezzo neutro: è un campo minato. L’aria che parla è il mondo che diventa simbolico in modo incontrollabile, tipico delle esperienze di crisi psichica, dove ogni segno sembra carico di un messaggio segreto e persecutorio. Rosselli non descrive la follia dall’esterno: la fa funzionare nella lingua. Le frasi si spezzano, si accumulano, esitano, come se il pensiero stesso stesse cercando di non collassare.

Quando il testo si avvicina alla chiusa, il tempo prende una consistenza fisica. «Trascinare per immense giornate» non è vivere il tempo, ma subirlo come peso. Le giornate non scorrono: si trascinano. La durata diventa una forma di sofferenza. Non c’è evento che interrompa, non c’è svolta narrativa. Solo la ripetizione di notte e sangue, accostati senza congiunzione, come se fossero la stessa cosa. La notte non è pausa o silenzio: è continuità del dolore, sua condizione permanente.

Qui Rosselli rifiuta ogni idea di catarsi. Non c’è superamento, non c’è guarigione, non c’è nemmeno una promessa. La poesia non salva, ma registra. È una scrittura di testimonianza estrema, che non cerca consenso né comprensione facile. La sua forza sta proprio nella sua inospitalità: il lettore non è accolto, ma coinvolto, trascinato dentro un’esperienza che non concede tregua.

“Serie ospedaliera” nel suo insieme — e questo testo in particolare — segna uno dei punti più alti e più dolorosi della poesia del Novecento italiano. Rosselli non trasforma la sofferenza in mito, non la nobilita, non la rende esemplare. La lascia essere ciò che è: frammentaria, opaca, reiterata. E proprio per questo, paradossalmente, profondamente vera.

È una poesia che continua a parlare perché non ha mai smesso di sanguinare. Non chiede di essere capita, ma attraversata. E chi la attraversa ne esce cambiato, non consolato, ma più consapevole di quanto possa pesare, davvero, l’invisibile.

La lettera mai consegnata di Sylvia Plath


Non comincia con una data, questa storia. Non comincia nemmeno con un ricordo nitido. Comincia con una stanza immobile nel primo chiarore dell’alba, quando la luce è così incerta che non distingue tra vita e sogno. La stanza non ha ancora un nome, né un odore preciso, ma ha una temperatura: una tiepida assenza. Sul tavolo, una tazza di tè lasciata intatta da ore si sta raffreddando in una forma di malinconia silenziosa. Il vapore si è spento, la ceramica è ingrigita, come se avesse assorbito l’intera notte. E accanto alla tazza — o forse sopra, o forse dentro, nel punto in cui si annida ciò che non è accaduto — c’è una lettera invisibile. Una lettera che non esiste ancora, ma che insiste, che preme, che esige di essere scritta. È l’ombra di un gesto futuro, la promessa di una confessione che non ha ancora trovato le parole.

Sylvia Plath entra nella stanza come si entra in un territorio proibito. Non ha dormito, o forse sì, ma un sonno opaco, pieno di crepe, di spiragli, di rumori interiori che non concedono tregua. I capelli sono un disordine che racconta una notte difficile, il corpo è rigido come se avesse dormito controcorrente. Cammina lentamente, come chi teme che il pavimento possa cedere. Il silenzio le risponde con la delicatezza crudele di chi ha assistito troppo spesso ai suoi crolli.

Non pensa immediatamente ad Anne Sexton. Ci arriverà. Ma in quel momento pensa alle mani. Le osserva, le ruota, le confronta con la luce: sono mani che hanno scritto troppo, che hanno stretto bambini, piatti, vestiti bagnati, lettere di rifiuto, lacrime. Mani che ricordano anche ciò che la memoria vorrebbe dimenticare. Le mani tremano appena, non per freddo ma per abitudine al dolore.

La scrittura, per Sylvia, non è un’attività: è una topografia del corpo. È il luogo dove si nascondono le vene, i polmoni, il fiato. È la stanza dove può correre o urlare senza essere interrotta. La scrittura è anche l’unica medicina che non la tradisce. Non sempre funziona, ma almeno non mente. Non chiede di essere bella, accomodante, docile. Permette la ferocia. Permette la rivelazione. Permette la contraddizione.

E così decide di sedersi. Di fronte alla carta ancora vuota. La sente come un’imposizione ma anche come una salvezza. Prima ancora di pensare ad Anne Sexton, sente arrivare un enorme, assoluto bisogno di dire qualcosa a qualcuno che possa capirla senza giudizio. Non un’amica, non un uomo, non un terapeuta. Qualcuno che abita la stessa materia incandescente: la poesia.

La prima parola che immagina — prima ancora di sfiorare la penna — è “Aiutami.” Una parola nuda, rischiosissima. Una parola che non concede scuse. Ma Sylvia è troppo allenata a nascondere la propria nudità dietro maschere letterarie, dietro ironie acuminate, dietro formule ardenti. Così, quando comincia a scrivere, quella parola fondamentale non appare. La sostituisce con una frase che ha il suono di un grido travestito da elogio: “Sono drogata dalla sua poesia.” Una confessione che tenta di non sembrare una supplica.

Eppure, proprio lì, in quel punto esatto, la lettera prende forma e si apre come una ferita luminosa. È il suo modo per dire: “Sto cadendo. Mi senti?” È un ponte gettato verso una sconosciuta che è già, paradossalmente, più intima di molte persone reali.

La stanza comincia a mutare intorno a lei mentre scrive. Quello che era un guscio freddo e immobile diventa un teatro interiore. Le parole producono spifferi, aperture, nuove prospettive. Ogni frase è un’incisione. Ogni pausa è un precipizio. Ogni ricordo riemerge con una precisione chirurgica.

Le immagini del Devon si insinuano nei suoi pensieri con una lentezza ipnotica. Rivede i frutteti, l’odore di mele marce sul terreno, le api che ronzano come un coro liturgico, la casa che doveva essere la loro arca domestica. Ricorda il silenzio del mattino, i lunghi pomeriggi di pioggia, le rare ore in cui riusciva a sentirsi padrona del proprio tempo. Ricorda anche l’illusione — perché solo così può chiamarla — di poter guarire la propria mente attraverso la campagna, la natura, la maternità.

Ma l’illusione si era sciolta come neve troppo vicina al fuoco.

Ted Hughes. Un nome che in lei risuona come un continente in frantumi. Un uomo che l’ha amata e ferita con la stessa intensità, che ha scritto versi su di lei e contro di lei, che ha attraversato la sua mente come una tempesta che devasta e nutre allo stesso tempo. Le infedeltà non erano solo tradimenti: erano conferme del suo terrore più grande, quello di non essere mai abbastanza, di essere sostituibile, superflua. La sua mente fragile non era fatta per la competizione. Non con un uomo così. Non con il mondo intero.

Quando la porta si era chiusa, quella porta precisa, Sylvia aveva capito che non si trattava di un addio coniugale. Era una sentenza emotiva. Una crepa definitiva.

E mentre scrive alla Sexton, mentre confessa la propria dipendenza dalla sua poesia, Sylvia riconosce che sta tendendo la mano verso una sorella che non conosce, una sorella che ha capito la brutalità della vita e l’ha distillata in versi. La Sexton è l’altra faccia del suo stesso specchio: più sfacciata, più teatrale, più selvaggia nell’autodistruzione. Ma incredibilmente affine.

Quando Sylvia immagina quell’invito — un tè, un caffè, un incontro breve tra due mondi esplosi — sa già che quel gesto contiene una speranza irrealistica. Eppure la scrive. Perché la speranza, per lei, è una forma di poesia.

Londra arriva. Sylvia si trasferisce davvero, con i bambini, in quell’appartamento intriso della memoria di Yeats. Una trappola dentro un mito. Le pareti sembrano ascoltare tutto, ma non rispondono. La città la assorbe e la respinge nello stesso tempo. Il freddo entra dalle finestre, la solitudine entra dal cuore, la fame entra dalla mente. I bambini piangono, la penna scrive, il mondo continua.

A Fitzroy Road non c’è rinascita, non c’è sollievo, non c’è futuro. C’è soltanto la sensazione di essere arrivata troppo tardi a un appuntamento con la propria vita. Le giornate si accorciano, le notti si allungano, e Sylvia perde sempre più terreno sotto ai piedi. Il suo corpo è esausto. La sua mente è un corridoio pieno di porte chiuse.

Il tè o il caffè con Anne Sexton non ci sarà mai. Non ci sarà la conversazione, il riconoscimento, il confronto tra due donne che bruciano dallo stesso fuoco. Resterà solo la lettera, come un testamento minore, una fiammella lasciata tremare sul tavolo.

Febbraio arriva come un pugno. Con il freddo, con la stanchezza, con il peso. E il gesto finale — che non nominiamo per rispetto, ma che conosciamo — è un atto umano nella sua devastazione. Una resa, sì, ma anche una dichiarazione: non posso più. Non così.

La lettera alla Sexton rimane come una reliquia fragile. Un resto. Un frammento di quel tentativo disperato di legare la propria voce a un’altra voce. Rimane come rimane Sylvia: nelle sue parole, nel suo sguardo di carta, nei suoi rovesciamenti interiori.

Rimane come resta un’eco dentro una caverna.

E quell’eco — oggi, domani, sempre — continua a chiederci:
“Mi senti?”
E noi, irrimediabilmente, sì. La sentiamo ancora. La sentiamo per sempre.

L’illusione di sapere: intelligenza artificiale, dialogo e responsabilità del pensiero


C’è una domanda che ritorna con ostinazione quasi rituale ogni volta che si parla di intelligenza artificiale: l’IA è creativa come un essere umano? È una domanda che rassicura chi la pone, ma che dice molto poco su ciò che sta realmente accadendo. Serve a ribadire una frontiera simbolica, a tracciare un confine identitario più che a comprendere un fenomeno. Nel frattempo, però, il terreno sotto i piedi del sapere si è già spostato altrove.

La creatività, se liberata dalle incrostazioni romantiche che la circondano, non è mai un atto puro, originario, incontaminato. Non nasce dal vuoto. È sempre il risultato di una rielaborazione: di linguaggi già appresi, di immagini sedimentate, di concetti ricevuti, di esperienze attraversate. Anche il gesto più innovativo è un montaggio, un taglio, una deviazione. Pensare che l’umano crei “dal nulla” è una narrazione consolatoria, non un dato epistemologico. In questo senso, l’idea che nuove configurazioni di senso possano emergere anche da un sistema artificiale che lavora su conoscenze apprese non è uno scandalo: è una conseguenza logica.

Il punto, semmai, è un altro. L’intelligenza artificiale non è un soggetto creativo, ma uno strumento interattivo inscritto in una situazione comunicativa dialogica. Non pensa, non intende, non desidera. Risponde. E risponde sempre a partire da una sollecitazione umana, da una domanda, da un contesto, da un orizzonte implicito di senso. Senza questa relazione, l’IA non produce conoscenza, ma una sequenza linguistica priva di direzione, una verbosità senza mondo. La sua intelligenza non è autonoma, è relazionale. Esiste solo nell’incontro.

È per questo che il paragone con il dialogo con un esperto umano è più pertinente di quanto si ammetta. Anche lì, il sapere non viene trasferito come un oggetto neutro. Viene costruito nella relazione, attraverso il linguaggio, le metafore, i limiti di chi parla e di chi ascolta. L’esperto non è mai un oracolo e l’interlocutore non è mai passivo. La conoscenza nasce nel mezzo, non in uno dei due poli. L’intelligenza artificiale non modifica la struttura profonda di questo processo: ne altera la scala, la velocità, la disponibilità, e soprattutto la percezione di autorevolezza.

Ed è qui che si apre una frattura decisiva. L’IA restituisce il sapere in una forma liscia, coerente, apparentemente priva di attriti. Ma questa coerenza non è sinonimo di verità. È spesso il risultato di una plausibilità statistica, di una media tra enunciati già pronunciati. Il rischio non è che la macchina “sbagli”, ma che la sua fluidità venga scambiata per fondamento, l’eleganza del discorso per profondità del pensiero. L’accesso immediato all’informazione prende il posto della comprensione, e la risposta rapida sostituisce l’esperienza del problema.

Lo stesso equivoco attraversa il dibattito sui pregiudizi cognitivi. Attribuirli all’intelligenza artificiale come se fossero un suo vizio intrinseco significa ignorare la loro origine. I bias non nascono nei chatbot: abitano da sempre la mente umana. Sono strutture profonde del nostro modo di organizzare il mondo. Se li ritroviamo amplificati nelle risposte di un sistema artificiale è perché li abbiamo già immessi noi nei dati, nei linguaggi, nelle narrazioni dominanti. L’IA non inventa i nostri pregiudizi: li riflette, li rende visibili, talvolta li estremizza.

L’idea che una fonte umana sia per definizione più critica, più affidabile o più “vera” è un’altra illusione rassicurante. Anche l’umano seleziona, omette, semplifica. Anche l’esperto parla da una posizione situata, attraversata da ideologie, abitudini cognitive, affetti. In questo senso, l’intelligenza artificiale funziona come uno specchio spietato: restituisce il nostro stesso modo di pensare senza la maschera dell’intenzione o della buona fede.

La questione decisiva, allora, non è se l’IA sia creativa, intelligente o pericolosa. La vera posta in gioco è se siamo disposti a riconoscere il nostro ruolo all’interno del processo conoscitivo che essa innesca. Il rischio più serio non è la delega tecnica, ma la delega epistemica: l’idea che il pensare possa essere esternalizzato senza perdita, che il giudizio possa essere sospeso, che la responsabilità della comprensione possa essere trasferita altrove.

È qui che l’“io so di sapere” assume il suo significato più inquietante. Non è più l’ammissione socratica di un limite che apre alla ricerca, ma una formula di autolegittimazione: so perché qualcuno – o qualcosa – mi ha fornito una risposta ben costruita. In questo slittamento silenzioso, il sapere smette di essere un’esperienza trasformativa e diventa un consumo. E forse è proprio questo, più di ogni altra cosa, il vero nodo epistemico dell’era delle intelligenze artificiali.

martedì 10 febbraio 2026

Peter Allen: brillare sul pianoforte, danzare nel buio


Peter Allen, nato Peter Richard Woolnough (Tenterfield, 10 febbraio 1944 – San Diego, 18 giugno 1992), con il suo sorriso smagliante, le camicie aperte fino all'ombelico e una gestualità da Broadway showgirl intrappolata nel corpo di un crooner australiano, ha incarnato una delle figure più sfaccettate e contraddittorie della cultura pop del secondo Novecento. Un artista capace di navigare con disinvoltura fra i registri più disparati: dalle ballate sentimentali scritte per altri, spesso impregnate di una malinconia sommessa, al cabaret esuberante e sfacciatamente queer che metteva in scena con una tale energia da rendere impossibile distogliere lo sguardo. Cantava l'amore con parole che sembravano uscire da una confessione scritta a mezzanotte su carta da lettere rosa, ma lo faceva vestito di lustrini, fra piroette e falcate che smentivano ogni rimpianto.

Cresciuto in un ambiente familiare difficile segnato dal suicidio del padre, Allen abbandona presto la provincia per inseguire la via del palcoscenico. A soli vent'anni forma un duo musicale, The Allen Brothers, con Chris Bell, con cui ottiene un primo successo televisivo. Il colpo di fortuna arriva nel 1964, quando la coppia viene scritturata da Judy Garland per aprire i suoi concerti: è l'inizio non solo di una carriera internazionale, ma anche di un intrico di relazioni che lo condurrà al matrimonio con Liza Minnelli, la figlia della diva.

Il matrimonio con Liza (1967-1974) è forse l'aspetto più noto e discusso della sua biografia, nonostante entrambi i protagonisti abbiano cercato nel tempo di trasformarlo in una pagina di affettuosa amicizia e reciproco sostegno. Dietro quella parvenza di eteronormatività da copertina, si agitava un'identità sessuale più complessa e, col tempo, sempre più dichiarata. Peter Allen è stato uno dei primi personaggi pubblici a portare in scena, senza veli e senza eufemismi, un corpo maschile femminilizzato e una sessualità libera da codici prestabiliti: non militante, ma incarnata. Non chiedeva il permesso, ballava sul pianoforte.

Autore prolifico, firma nel 1974 il testo di I Honestly Love You per Olivia Newton-John, che diventerà un successo planetario, e negli anni successivi anche Don’t Cry Out Loud (resa celebre da Melissa Manchester), I Go to Rio, e Arthur’s Theme (Best That You Can Do) con Burt Bacharach, vincitore dell’Oscar. Le sue canzoni, pur spesso affidate ad altri interpreti, sono impregnate di quella fragilità orgogliosa che lo caratterizzava: un misto di malinconia e slancio vitale, uno struggimento sempre venato di autoironia. Peter Allen sapeva che la tenerezza, sul palco, poteva convivere con l'eccesso, e che l'intimità aveva bisogno di paillettes per non diventare compianto.

Negli anni Ottanta, mentre l'epidemia di AIDS falcia intere generazioni queer, Peter Allen porta avanti la sua carriera con sempre maggiore consapevolezza politica, anche se mai esibita nei termini di un'attivismo diretto. Il suo coming out non è un manifesto, ma una prassi: è il modo in cui abita il palco, il modo in cui canta l'amore fra uomini senza trasporlo in metafora. Alcuni dei suoi testi diventano, letti oggi, piccoli monumenti alla vulnerabilità maschile queer, senza dichiararsi tali. Il pubblico, soprattutto quello americano, continua ad amarlo, anche se con una punta di rimozione rispetto alla sua identità. Ma è proprio questa rimozione a fare di Allen un testimone essenziale: la sua è una performatività queer ante-litteram, un modo di "stare in scena" che precede e annuncia molte delle estetiche camp degli anni successivi.

Il suo spettacolo più iconico rimane Up in One, uno show in cui canta, danza, racconta e seduce. Allen è una creatura da palcoscenico, ma anche un artigiano della canzone, capace di cesellare versi come "Everything old is new again" con la precisione di chi sa che la nostalgia è la vera benzina del desiderio. Lontano dall'immagine patinata del crooner, ma anche da quella più esplicitamente militante dei performer queer contemporanei, Allen resta una figura intermedia, un traghettatore: tra l'armadio e la liberazione, tra Broadway e Oxford Street, tra la famiglia Garland e il sesso nei bagni dei teatri.

La sua morte, nel 1992, per complicazioni legate all'AIDS, chiude una parabola che oggi appare luminosa e tragica. Il musical biografico The Boy from Oz, portato in scena da Hugh Jackman, ne ha riacceso l'interesse, ma ha anche in parte edulcorato le sfumature più scomode della sua vita: la sessualità fluida, la solitudine, la tensione continua fra il desiderio di riconoscimento e quello di libertà.

Per il pubblico queer, Peter Allen rappresenta molto più di una figura da riscoprire. È un antesignano dell'estetica camp come strategia di sopravvivenza, un uomo che ha trasformato il dolore in spettacolo, il desiderio in partitura, la marginalità in scintillio. Con la sua musica, i suoi vestiti appariscenti, il suo corpo sempre esposto ma mai compiaciuto, Allen ha tracciato un percorso per chi non sapeva ancora di potersi mostrare. E ha cantato, senza piangersi addosso, il bisogno tutto queer di essere amati non nonostante, ma proprio per la propria eccedenza.

In un'epoca in cui la visibilità LGBTQ+ era ancora rarefatta, Peter Allen riuscì a mostrarsi, spesso suo malgrado, come un corpo queer in un mondo eteronormativo. Non un eroe, non un martire, ma un artista che ha fatto del palcoscenico il proprio rifugio e la propria arma. E oggi, riascoltandolo, possiamo riconoscere in ogni vibrato quella stessa tensione che ancora ci attraversa: voler essere visti, ma anche compresi. Voler brillare, ma anche riposare. E, come lui, danzare su un pianoforte, anche se attorno è buio.