Un palloncino che sale lentamente lungo una tromba delle scale. Una maniglia che non si apre. Un vestito acceso nel mezzo di una scena spenta. Sono dettagli che, alla prima visione di Il sesto senso, sembrano casuali, forse persino ornamentali. Ma nulla, nel cinema di M. Night Shyamalan, è mai lasciato al caso. Dietro ogni scena, dietro ogni oggetto, si cela un codice visivo sottile e tenace. Il colore rosso, per esempio, compare ogni volta che un fantasma è vicino. Non è solo un effetto estetico: è un segnale. È il linguaggio silenzioso dei morti, una presenza muta che si fa vedere invece di farsi sentire.
A ben guardare, Il sesto senso è costruito attorno a un sistema di segni. Non parla solo di fantasmi, ma di percezione, di ciò che ci sfugge anche quando è sotto i nostri occhi. Il rosso è il più eloquente di questi segni: attraversa il film come un filo di memoria e trauma. Non è mai un colore della quotidianità, ma il sintomo di un’interferenza. Quando appare, qualcosa si incrina, si apre, o cerca di emergere dal rimosso. E lo spettatore attento, o semplicemente colui che guarda il film per la seconda volta, se ne accorge: il rosso è ovunque nei punti chiave della narrazione, come se guidasse lo sguardo verso la soglia tra mondi.
Prendiamo la porta dello scantinato, sempre chiusa, sempre inaccessibile: la maniglia rossa suggerisce che quella soglia non è solo fisica, ma mentale. O ancora il vestito della madre della bambina avvelenata, rosso nel mezzo di un funerale: un colore che stride, che segnala un’incrinatura nel decoro del lutto. Oppure l’abito che Anna, la moglie di Malcolm, indossa nel momento più struggente del film, quando sussurra parole d’amore a un marito che crede lontano ma che è già altrove: rosso anche quello, a dirci che in quel momento non sta parlando a un ricordo, ma a un fantasma.
In questo modo, Shyamalan costruisce un film bifronte: da un lato la trama visibile – il thriller psicologico, il dramma del bambino che “vede la gente morta” – e dall’altro il tessuto invisibile, una rete di simboli che preparano lo spettatore a qualcosa che ancora non sa. Il rosso, in questa rete, è il nodo più evidente. Lo si nota solo a posteriori, quando la verità è già venuta a galla, e allora ogni dettaglio si ricompone in una mappa coerente.
La funzione del rosso non è decorativa, ma semiotica. È un allarme, un’indicazione, un varco. Non a caso, il colore è totalmente assente in altri contesti del film: Shyamalan lo ha volutamente escluso dalla quotidianità dei personaggi per non confondere il linguaggio che stava costruendo. In questo modo, ogni comparsa del rosso ha una forza narrativa: ci dice che qualcosa non è come appare. Ci invita a diffidare della realtà visibile.
Così, se alla prima visione Il sesto senso è uno shock narrativo, alla seconda è una partitura visiva. È un film che si legge, più che si guarda. Lo spettatore riascolta i silenzi, nota le pause, ma soprattutto segue quel filo rosso che lo conduce a un’altra dimensione della storia, dove i morti non sono solo i fantasmi, ma anche le relazioni non vissute, le parole non dette, i sentimenti lasciati in sospeso. In fondo, il rosso è il colore dell’amore e del sangue, della vita e della perdita. In Il sesto senso, li contiene entrambi.