sabato 25 aprile 2026

Resistenza e memoria: Il contributo eroico di Rom e Sinti alla lotta contro il fascismo

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana è una pagina di storia troppo spesso dimenticata, ma che merita di essere raccontata e celebrata. Queste comunità, tradizionalmente marginalizzate e perseguitate, hanno contribuito in modo significativo alla lotta contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando un eroismo e una generosità straordinari. Tuttavia, questo capitolo della storia è stato spesso messo in ombra, sia per la politica dello Stato italiano dell'epoca che per il pregiudizio sistemico che ancora oggi affligge le popolazioni rom e sinti.

La Resistenza italiana fu un movimento variegato che coinvolse persone provenienti da ogni parte della società, da militari disertori a intellettuali, da contadini a operai. Tra questi, vi furono anche i rom e i sinti, che non solo subirono le atrocità del fascismo, ma furono anche attivamente coinvolti nel sabotaggio, nelle azioni di guerriglia e nel soccorso degli altri partigiani e degli ebrei. Questi gruppi, purtroppo, sono stati raramente celebrati nelle narrazioni ufficiali della Resistenza, spesso a causa delle politiche discriminatorie dello Stato italiano, che continuò a trattare i rom e i sinti come "indesiderabili" anche durante e dopo la fine della guerra.

Un esempio emblematico di come i rom e i sinti abbiano contribuito alla lotta di Liberazione è la formazione dei "Leoni di Breda Solini", una brigata partigiana composta da sinti italiani, che operò nelle regioni centrali e settentrionali del paese, in particolare tra le province di Mantova, Modena, Reggio Emilia e Cremona. Questa brigata si formò grazie alla fuga di molti sinti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), dove erano detenuti dai fascisti, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nonostante l’assenza di una preparazione militare formale, i membri della brigata si distinsero per il coraggio e l'efficacia nelle azioni di sabotaggio, come la distruzione di ponti, la raccolta di armi e l’assalto ai convogli tedeschi. La loro lotta non si limitò alla semplice resistenza armata, ma fu anche un atto di sfida alle ingiustizie razziali e sociali che avevano affrontato tutta la loro vita.

I "Leoni di Breda Solini" utilizzavano un camion che, con una serie di modifiche ingegnose, diventò un veicolo per trasportare armi e munizioni, permettendo loro di compiere incursioni nei territori occupati dai nazisti. La loro abilità nel muoversi e nel restare anonimi nel territorio, ma anche nella costruzione di alleanze con i gruppi partigiani locali, li rese una forza rispettata. La figura di Giacomo "Gnugo" De Bar, uno dei leader dei Leoni, divenne simbolo della determinazione di questi uomini e della loro lotta contro l'oppressione.

Purtroppo, molti altri partigiani rom e sinti sono caduti nell’oblio. Tra loro, Giuseppe "Tarzan" Catter, ucciso dai fascisti nell’area dell'Imperiese, è uno dei nomi più significativi che ancora oggi merita di essere ricordato. Altri, come Walter "Vampa" Catter e Lino "Ercole" Festini, furono fucilati il 11 novembre 1944 a Vicenza per la loro partecipazione alle azioni di resistenza. Questi uomini, insieme a molti altri, furono decorati al valore per il loro coraggio e il loro impegno a favore della libertà e della giustizia, ma le loro storie sono state spesso ignorate dai racconti ufficiali della guerra di Liberazione.

La resistenza dei rom e dei sinti non si limitò al solo combattimento armato. Molti membri di queste comunità si trovarono coinvolti in azioni di supporto, come l’aiuto a prigionieri ebrei, la protezione delle famiglie più vulnerabili, e la creazione di reti di rifugiati per nascondere gli oppositori del regime fascista. La loro determinazione nel contribuire alla liberazione d’Italia fu un atto di eroismo che merita finalmente di essere riconosciuto nella memoria storica del nostro paese.

Nonostante il loro contributo alla Resistenza, le comunità rom e sinti furono anche vittime di una sistematica persecuzione durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti furono deportati nei campi di concentramento, dove subirono torture, esperimenti medici e la morte. Il genocidio a loro destinato, conosciuto come "Porrajmos" (in lingua romani, "grande divoramento") o "Samudaripen" ("tutti uccisi"), è una parte della storia europea che ha ricevuto poca attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più crudeli della persecuzione razziale messa in atto dal regime nazista.

Il razzismo fascista e nazista ha considerato i rom e i sinti non solo come minoranze razziali da eliminare, ma come una minaccia da estirpare per “purificare” la razza. La violenza e la brutalità del regime si riflettevano anche nei trattamenti che queste persone ricevevano nelle deportazioni e nelle uccisioni di massa, in un contesto di sistematica esclusione sociale e discriminazione.

Nonostante il loro fondamentale contributo alla lotta contro il nazifascismo, la memoria dei rom e dei sinti nella Resistenza è stata a lungo marginalizzata. L’indifferenza e il pregiudizio verso queste comunità hanno impedito che la loro partecipazione venisse adeguatamente riconosciuta. Solo negli ultimi decenni si sono registrati dei tentativi di recuperare queste storie, sia attraverso la pubblicazione di libri e articoli, che mediante la creazione di mostre e documentari. A queste iniziative si sono aggiunti importanti momenti di riflessione come la Giornata della Memoria, che ha cominciato a ricordare il genocidio dei rom e sinti, accanto a quello degli ebrei.

Negli ultimi anni, anche grazie all'impegno di attivisti, storici e membri delle stesse comunità rom e sinti, sono emerse nuove testimonianze e ricerche che stanno lentamente restituendo loro il giusto riconoscimento. Progetti come il Museo Nazionale della Resistenza e iniziative locali stanno facendo luce su queste figure dimenticate, cercando di costruire una memoria collettiva più inclusiva e giusta. La storia dei rom e sinti nella Resistenza non è più relegata nell’ombra, ma sta prendendo piede come un capitolo fondamentale nella narrazione della liberazione italiana.

È ora che il contributo di queste persone venga riconosciuto pienamente. Non solo come vittime del razzismo e della persecuzione, ma anche come eroi che hanno lottato con coraggio e determinazione per la libertà. La storia delle comunità rom e sinti nella Resistenza è una storia di resistenza non solo contro i fascisti, ma contro le ingiustizie di ogni tipo, e di un impegno che ha contribuito alla costruzione di una società più giusta e libera.

E ci sono ancora molti aspetti che vale la pena esplorare riguardo al contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza, e alla loro memoria storica, che spesso rimane in ombra. Ecco alcuni punti che potrebbero essere aggiunti per ampliare ulteriormente la narrazione:

Alcune delle storie più toccanti e significative di partecipazione delle comunità rom e sinti alla Resistenza provengono dalle testimonianze dirette di chi visse quei momenti. Purtroppo, molte di queste voci si sono perse con il passare del tempo, ma alcune sono state raccolte e continuano a essere diffuse grazie agli sforzi di storici e attivisti. Alcune di queste testimonianze raccontano di azioni di sabotaggio, ma anche di gesti quotidiani di solidarietà, come l’offrire rifugio a partigiani in fuga o la protezione di chi, per motivi politici o religiosi, era a rischio di arresto. Queste testimonianze sono fondamentali non solo per onorare il coraggio di queste persone, ma anche per contrastare l’oblio a cui sono state condannate.

Un altro aspetto che potrebbe essere approfondito è l’impatto delle politiche post-belliche sulla memoria delle comunità rom e sinti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo italiano, come molti altri in Europa, non ha fatto molto per riconoscere i crimini perpetrati contro le popolazioni rom e sinti. La loro lotta per il riconoscimento dei diritti civili e il recupero delle memorie storiche è stata ostacolata da un pregiudizio istituzionale che ha perpetuato l’idea di queste comunità come “straniere” e non integrate nella società. Questo ha avuto conseguenze dirette sulla loro inclusione nei racconti ufficiali della Resistenza e, più in generale, sulla loro visibilità all’interno della società italiana.

È importante sottolineare che il contributo dei rom e dei sinti alla Resistenza non si è limitato alle brigate partigiane o alle azioni di combattimento diretto. Molti di loro, infatti, hanno contribuito alla “Resistenza diffusa”, quella fatta di atti quotidiani di opposizione al regime fascista. Si trattava di atti di disobbedienza civile, di rifiuto di piegarsi alla violenza del regime, di difesa della propria identità culturale in un contesto che cercava di omologare e cancellare qualsiasi forma di diversità. Il rifiuto delle politiche di razza e l'affermazione di un’identità libera e autonoma, spesso associata all'intransigenza e alla ribellione, è una forma di resistenza che merita di essere esplorata in modo più profondo.

Un aspetto che potrebbe essere ulteriormente approfondito riguarda il ruolo delle donne rom e sinti durante la Resistenza. Come in molte altre situazioni, il contributo femminile è stato spesso trascurato, ma numerose donne delle comunità rom e sinti hanno avuto un ruolo fondamentale nelle reti di resistenza, sia in azioni dirette di sabotaggio che nel supporto logistico e nell’assistenza ai partigiani. Alcune di queste donne si sono distinte anche per il loro coraggio nel proteggere le famiglie dai rastrellamenti fascisti e nazisti, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.

Un altro aspetto importante da aggiungere riguarda il riconoscimento ufficiale di questa parte di storia. La Legge 211 del 2000, che ha istituito la Giornata della Memoria in Italia, ha rappresentato un primo passo importante nel riconoscere anche le vittime rom e sinti del nazismo e del fascismo. Tuttavia, c'è ancora molto da fare per includere adeguatamente il loro contributo alla Resistenza nei curriculum scolastici, nei musei e nelle commemorazioni ufficiali. È fondamentale che le nuove generazioni siano consapevoli del ruolo che queste comunità hanno avuto nella lotta per la libertà e che imparino a riconoscere il valore della loro partecipazione.

Uno degli obiettivi più importanti nel raccontare questa storia è creare una memoria condivisa, che vada oltre le differenze culturali e sociali, per costruire una narrazione inclusiva che riconosca le sofferenze e i sacrifici di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà e contro le ingiustizie. In un mondo che spesso si trova diviso da conflitti razziali e culturali, il racconto delle storie di resistenza dei rom e dei sinti è una lezione di solidarietà, di coraggio e di speranza, che può contribuire a un futuro più giusto e rispettoso della diversità.

Il racconto della Resistenza rom e sinti non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di rivendicazione di una memoria collettiva più equa. Il loro contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo è parte integrante della storia della nostra libertà. Riconoscere e celebrare questo contributo non solo restituisce dignità a queste comunità, ma arricchisce anche la comprensione della nostra Resistenza, rendendola più completa, più giusta e più universale.

Un altro aspetto che potrebbe arricchire ulteriormente il racconto del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza riguarda il legame tra la memoria storica e le politiche contemporanee di inclusione e di lotta contro la discriminazione. Ecco alcuni punti da considerare:

Oggi, la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza ha acquisito una nuova centralità, in parte grazie agli sforzi di attivisti, storici e membri delle stesse comunità. Tuttavia, la strada per un riconoscimento ufficiale è ancora lunga. Le politiche attuali di inclusione, che mirano a garantire pari diritti e opportunità alle minoranze, devono essere accompagnate da un impegno concreto nella valorizzazione della memoria storica. La lotta contro il razzismo e le discriminazioni, che ancora oggi affliggono i rom e i sinti in molte società europee, non può prescindere dal riconoscimento delle loro radici storiche e dal rendere giustizia ai loro sacrifici passati.

In questo contesto, il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza può essere visto come un simbolo di resistenza non solo al nazifascismo, ma anche all’intolleranza e alla marginalizzazione. Questa riscoperta storica, infatti, diventa un punto di partenza per una riflessione critica sulle politiche di inclusione sociale in atto oggi, e per un impegno costante nella costruzione di una società che accolga la diversità come valore, piuttosto che come minaccia.

In molte occasioni, le politiche razziste italiane ed europee del passato e del presente continuano a emarginare le comunità rom e sinti. La loro visibilità, in particolare nella storia della Resistenza, è stata spesso omessa o distorta. Questo è stato il risultato di politiche sistemiche che trattavano le comunità rom e sinti come "non italiane" o "estranee", anche se molte di esse avevano radici secolari in Italia e in altre parti d’Europa. La discriminazione razziale e sociale continua a essere una realtà per molte di queste persone, che si trovano ad affrontare una doppia discriminazione: quella legata alla loro identità etnica e quella legata alla povertà.

Riconoscere e celebrare il loro contributo storico alla lotta per la libertà e contro il fascismo è un passo essenziale per combattere il razzismo istituzionale che ancora persiste. Solo attraverso un impegno collettivo per riparare le ingiustizie storiche e per restituire dignità e visibilità a queste comunità si potrà costruire una società veramente inclusiva, in cui nessuno venga emarginato o dimenticato.

Uno degli strumenti più potenti per combattere l’oblio e la discriminazione è l'educazione. Integrare il contributo delle comunità rom e sinti nella Resistenza nei programmi scolastici e nelle attività educative è essenziale per costruire una memoria condivisa che non solo recuperi le storie di chi ha combattuto per la libertà, ma che sia anche un monito per il futuro. La scuola, infatti, è il luogo in cui si formano le coscienze e dove si possono gettare le basi per una cultura del rispetto e della solidarietà. Insegnare ai giovani la storia del Porrajmos, la resistenza dei rom e dei sinti, e il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo è un modo per sensibilizzare le future generazioni a non ripetere gli errori del passato.

A tale scopo, diversi musei, archivi e centri di ricerca in Italia e in Europa hanno avviato progetti didattici che si concentrano sulla storia dei rom e dei sinti, cercando di rendere giustizia al loro ruolo cruciale nella Resistenza. In molti casi, queste iniziative sono affiancate da testimonianze orali e da incontri diretti con le persone che appartengono ancora a queste comunità, rendendo la storia più tangibile e personale.

Anche dopo la fine della guerra, la verità sui crimini contro i rom e i sinti, e più in generale sui crimini di guerra compiuti dai nazifascisti, è stata a lungo negata o minimizzata. L’inchiesta ufficiale sul genocidio dei rom è arrivata in ritardo, e non ha avuto lo stesso impatto della memoria degli ebrei vittime del nazismo. Tuttavia, negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali nel perseguire la verità e la giustizia per le vittime rom e sinti. L'adozione di risoluzioni e dichiarazioni da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organizzazioni per i diritti umani è un passo importante, ma ancora non basta. È fondamentale che la giustizia post-bellica riguardi anche i crimini commessi contro le comunità rom e sinti, attraverso risarcimenti, scuse ufficiali e il riconoscimento della loro sofferenza storica.

La commemorazione del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza deve passare attraverso momenti significativi di riflessione collettiva. Le celebrazioni del 25 aprile, la Giornata della Memoria, e altre occasioni di riflessione sulla storia del fascismo e del nazismo devono essere anche un momento di riconoscimento per chi ha lottato non solo contro l’occupazione tedesca, ma contro ogni forma di oppressione. È importante che le generazioni future siano educate a riconoscere la storia di tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita per la libertà, indipendentemente dalla loro origine etnica o sociale.

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di lotta contro il razzismo e l’esclusione sociale. È fondamentale che queste storie vengano raccontate, celebrate e condivise, per rendere giustizia a chi ha lottato per la libertà, ma anche per ispirare le nuove generazioni a continuare a combattere per una società più giusta e inclusiva.

E ci sono ancora altre prospettive che potrebbero arricchire ulteriormente il racconto e l'analisi del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Ecco alcuni ulteriori aspetti che potrebbero essere esplorati:

La Resistenza rom e sinti non può essere separata dal più ampio contesto della memoria del Porrajmos, ovvero il genocidio che ha colpito queste comunità durante l'occupazione nazista. Il termine “Porrajmos” significa “devastazione” in romani e descrive l'annientamento sistematico a cui i rom e i sinti furono sottoposti dai nazisti. Tuttavia, molte delle storie legate alla Resistenza non sono state incluse nei racconti ufficiali del genocidio, in parte perché la lotta dei rom e dei sinti è stata marginalizzata.

Affermare con forza che le comunità rom e sinti non furono solo vittime del nazismo ma anche attori principali della Resistenza implica una rilettura critica della memoria del Porrajmos, un recupero della visibilità di chi, pur affrontando la persecuzione, decise di non arrendersi e di combattere. La connessione tra la memoria del genocidio e quella della lotta partigiana può fornire una visione complessa ma necessaria di una resistenza che si sviluppa su più fronti: quello fisico e quello culturale, in cui le tradizioni e l'identità rom e sinti hanno continuato a resistere non solo attraverso la lotta armata, ma anche attraverso la preservazione della propria storia e lingua.

Non solo in Italia, ma in molte altre nazioni europee le comunità rom e sinti giocarono un ruolo significativo nella Resistenza. In Francia, ad esempio, alcuni gruppi rom e sinti si unironoin alle forze di liberazione, impegnandosi in attività di sabotaggio, assistenza ai rifugiati e ai combattenti della Resistenza. In paesi come la Germania, l'Ungheria e la Polonia, i rom furono anch'essi attivi nel resistere all'occupazione nazista e nel combattere contro il regime. Un'analisi comparata tra i diversi paesi europei potrebbe rendere ancora più evidente il ruolo fondamentale che queste comunità ebbero nella lotta per la libertà. La loro partecipazione si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove le popolazioni emarginate furono spesso le prime a mobilitarsi contro la violenza fascista.

Oltre alla Resistenza armata, va sottolineata anche la dimensione della resistenza civile che le comunità rom e sinti continuarono a portare avanti nel dopoguerra, spesso in contesti di povertà estrema, isolamento e discriminazione. Mentre il paese si riorganizzava dopo la guerra, le persone rom e sinti dovettero affrontare non solo la persecuzione fascista, ma anche un'ulteriore marginalizzazione da parte della società italiana e delle istituzioni. In questo senso, la resistenza non si limitò al periodo bellico, ma si estese anche agli anni successivi, in cui le comunità si trovarono a lottare per la sopravvivenza, per i propri diritti e per il riconoscimento della propria dignità. La lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per la casa e per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità rom e sinti può essere vista come una continuità della Resistenza, in cui le persone non hanno mai smesso di combattere per la propria libertà e per l'uguaglianza.

Un altro aspetto importante da esplorare riguarda le sfide odierne nella lotta contro la distorsione della memoria storica. Il negazionismo, che cerca di minimizzare o negare la portata della persecuzione e del genocidio dei rom e sinti, continua a essere una minaccia. La ricerca di giustizia storica non può fermarsi al recupero delle storie, ma deve continuare con un costante impegno contro chi cerca di riscrivere la storia in modo da cancellare il contributo delle comunità rom e sinti. Il negazionismo si manifesta in vari modi, dalle dichiarazioni pubbliche di politici e leader di movimenti di estrema destra, fino alla rappresentazione stereotipata delle comunità rom e sinti nei media. La resistenza al negazionismo è oggi una delle battaglie principali per le nuove generazioni, che devono confrontarsi con la sfida di preservare la verità storica e combattere contro ogni tentativo di revisionismo.

Le giovani generazioni rom e sinti giocano un ruolo cruciale nel recupero della memoria storica e nella sua diffusione. Le nuove generazioni, spesso più consapevoli e coinvolte nei movimenti per i diritti civili e per la giustizia sociale, hanno il compito di trasmettere e mantenere viva la memoria del passato, ma anche di affrontare le sfide moderne in modo attivo. Molti giovani rom e sinti si impegnano oggi in progetti educativi, artistici e culturali per preservare la loro identità e per fare in modo che la Resistenza e la storia della loro comunità siano conosciute e riconosciute. Questi giovani non solo si ispirano alla memoria storica, ma anche alla speranza di un futuro in cui la discriminazione e la marginalizzazione siano definitivamente superate.

Il ruolo della cultura e dell’arte è fondamentale per mantenere viva la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Molti artisti rom e sinti, così come non-rom, si sono impegnati per raccontare queste storie attraverso film, documentari, musica, letteratura e altre forme di espressione culturale. L’arte diventa uno strumento potente per sensibilizzare le persone e per combattere l’oblio. Attraverso il linguaggio universale dell’arte, si può raccontare una storia di coraggio, resistenza e speranza che non solo riguarda il passato, ma che continua a ispirare e a impegnare tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia.

L'approfondimento della memoria delle comunità rom e sinti nella Resistenza, sia attraverso il recupero delle storie individuali che l’analisi delle dinamiche sociali e politiche del periodo, arricchisce la comprensione di una parte fondamentale della storia europea. Oggi, più che mai, è necessario dare voce a queste storie, rendere visibile la loro resistenza e riaffermare l’importanza della memoria come strumento di lotta contro l’intolleranza, il razzismo e l’ingiustizia. Solamente attraverso una comprensione profonda di questa memoria collettiva si potrà costruire una società più giusta e inclusiva.

Oggi, quando parliamo della Resistenza italiana, è essenziale includere anche il coraggio di queste comunità, affinché il loro contributo non venga mai più dimenticato e affinché le future generazioni possano conoscere la vera portata di questa lotta di Liberazione.

giovedì 5 febbraio 2026

William Burroughs: il virus della parola


Raccontare William Burroughs significa entrare in un territorio dove la biografia non è mai semplice successione di eventi, ma una vera e propria zona di contaminazione tra vita e scrittura. I suoi mestieri – cacciatore di topi, contadino, detective, barista, reporter, ex-junkie, appassionato di armi, scrittore, pittore – non appaiono come capitoli ordinati di una crescita, ma come schegge impazzite di un’unica grande narrazione deviata. Ogni passaggio non conduce a un’evoluzione, ma a uno scarto. Non c’è mai progresso, solo mutazione. La sua vita sembra funzionare secondo una logica virale: ogni esperienza infetta la successiva, la contamina, la rende instabile.

La definizione di “fuorilegge della letteratura” non va letta in senso romantico, come si fa con tanti autori maledetti da copertina. Burroughs è fuorilegge perché non riconosce nessuna giurisdizione che non sia quella delle proprie ossessioni. Non riconosce lo Stato, la morale, il linguaggio, il corpo come entità neutre: tutto, per lui, è già un campo di battaglia. E scrivere non è raccontare quel campo, ma minarlo dall’interno. Non descrive il mondo: lo sabota.

Quando Klaus Maeck parla della sua biografia come del copione di un “trash-film fatto con intelligenza” tocca un punto essenziale: Burroughs è cinema prima di essere letteratura. Cinema sporco, montaggio brutale, ellissi, corpi devitalizzati, armi, motori, stanze squallide, dialoghi ridotti a schegge. Ma, soprattutto, montaggio. La tecnica del cut-up non è solo un espediente formale. È la forma stessa che la sua mente dà al mondo: non continuità, ma collisione.

La sua scrittura nasce da una frattura originaria che non è soltanto psicologica o esistenziale, ma profondamente politica. La sua ossessione per il controllo precede ogni altra cosa: controllo dei governi, delle istituzioni, della medicina, della polizia, delle droghe, del linguaggio. Per Burroughs il potere non ha mai un volto unico: è una rete invisibile che attraversa i corpi prima ancora delle leggi. Il potere non governa solo ciò che si fa, ma ciò che si desidera, ciò che si inietta, ciò che si dice, persino ciò che si sogna. La droga non è per lui una fuga romantica, ma il laboratorio in cui si svela la struttura di dominio del mondo.

L’eroina non è solo una dipendenza: è un modello politico. Non produce solo assoggettamento fisico, ma un’intera architettura di controllo: il bisogno, il denaro, il crimine, la paura, la sorveglianza. In questo senso Burroughs non è mai stato un cantore edonistico dello sballo. È sempre stato uno scienziato dell’asservimento. Analizza la dipendenza come si analizzerebbe un regime totalitario: per cellule, per impulsi, per circuiti nervosi. Ogni gesto del tossico è un atto già scritto da qualcun altro.

Il corpo, nella sua opera, non è mai innocente. È una macchina vulnerabile, attraversata da virus biologici e sociali. Il corpo non appartiene mai davvero a chi lo abita. È sempre già preso, utilizzato, amministrato, manipolato. La sessualità stessa non è mai luogo di libertà piena, ma zona contaminata di controllo, colpa, violenza, fantasma. Eppure, proprio attraversando questa visione spietata, Burroughs apre uno spazio di dissidenza radicale. Non promette liberazioni facili. Non offre paradisi. Offre sabotaggi.

Il linguaggio è il campo di battaglia decisivo. “La parola è un virus” non è uno slogan poetico, ma una diagnosi antropologica. Le parole non descrivono il mondo: lo programmano. Impongono categorie, tempi, identità. Per questo vanno spezzate, ricombinate, violentate. Il cut-up non è solo una tecnica letteraria d’avanguardia: è una pratica di resistenza. Rompere la frase significa rompere la catena del comando. Se la lingua è il primo software del potere, riscriverla è un atto insurrezionale.

In questo Burroughs si distingue profondamente anche dai suoi compagni di strada della Beat Generation. Con Allen Ginsberg condivide il rifiuto della norma, ma non la fiducia nella luce. Con Jack Kerouac condivide il viaggio, ma non l’ebbrezza del movimento. Burroughs non cerca l’illuminazione, cerca la fuga. E sa benissimo che ogni fuga rischia di essere già prevista dal sistema. Per questo la sua scrittura diventa sempre più fredda, chirurgica, disillusa, quasi inumana. Non sarà mai un profeta. Semmai un sabotatore.

Il cuore della sua opera resta “Naked Lunch”, non tanto per la sua fama, quanto per ciò che rappresenta: il punto in cui la letteratura smette definitivamente di proteggere il lettore. Non c’è trama salvifica, non c’è evoluzione morale, non c’è redenzione. C’è un flusso di scene, corpi, abusi, metamorfosi che non chiedono comprensione, ma resistenza. Leggerlo non significa capire, ma sopportare. È un’esperienza fisica prima che intellettuale.

L’oscenità di Burroughs non è mai decorativa. Non è pornografia dell’eccesso. È radiografia del potere. I suoi personaggi sono quasi sempre corpi deformati, ibridi, penetrati, smontati, manipolati perché così appare il corpo moderno sotto lo sguardo delle biopolitiche. Il sesso non è mai liberazione: è sempre un luogo dove il dominio cambia forma. Anche l’omosessualità, che in lui è vissuta senza vergogne identitarie, non diventa mai bandiera di purezza. È sempre attraversata da violenza, colpa, perversione, asimmetria. Burroughs non è mai rassicurante. Non offre mai una comunità felice. Offre una cartografia dell’inferno.

Anche il rapporto con le armi non è un semplice feticismo americano. Le armi per Burroughs sono strumenti ambigui: simboli di controllo e insieme di ribellione individuale. L’arma è il sogno di un potere che non delega. Ma è anche lo specchio di una paranoia strutturale: se tutti controllano tutti, allora tutti devono essere armati. La sua passione per le pistole convive con la consapevolezza che l’America stessa è una gigantesca macchina balistica puntata contro i propri cittadini.

Il trauma fondativo – l’uccisione accidentale della moglie – non è mai semplicemente un “episodio biografico”. È il punto di non ritorno che sigilla per sempre il legame tra scrittura e colpa. Scrivere, da quel momento in poi, non sarà mai più un gesto neutro. Diventa una forma di espiazione laica, una condanna che non termina. Burroughs non scrive per salvarsi, ma per non smettere di guardare l’abisso che ha aperto. La letteratura, per lui, nasce da un colpo partito nel silenzio di una stanza.

Con il passare degli anni il suo corpo cambia, si inaridisce, si irrigidisce. Diventa una sorta di reliquia vivente dell’underground. La sua immagine pubblica – il vecchio con il cappello, la voce metallica, lo sguardo laterale – diventa essa stessa un’icona pop. Ma è una pop art velenosa, che non celebra, ma congela. Il mondo lo trasforma in un feticcio, lui continua a essere un agente patogeno.

Negli ultimi anni, la pittura entra come estensione naturale della sua poetica. Anche lì, niente sublimazione. Getti di colore come colpi di arma da fuoco, immagini che non cercano armonia ma impatto, ferita. Non c’è mai pacificazione tra le arti. C’è solo migrazione dell’ossessione da un supporto all’altro.

Alla fine, ciò che rende Burroughs ancora radicalmente contemporaneo è il suo sguardo sul controllo. In un’epoca in cui la sorveglianza è diventata digitale, integrata, volontaria, le sue profezie assumono una precisione inquietante. Non serve più la polizia per controllare i corpi: i corpi si controllano da soli. Non serve più la censura: il linguaggio si autocorregge. Non serve più la prigione: esiste un carcere morbido fatto di dipendenze, mentre un tempo era chimico, oggi è algoritmico.

Burroughs non aveva previsto Internet come tecnologia. Aveva previsto qualcosa di peggio: la perfetta interiorizzazione del controllo. L’idea che il dominio non abbia più bisogno di imporre, perché viene desiderato. In questo senso il suo pessimismo non è mai stato reazionario. È stato chirurgicamente lucido.

Se la sua biografia sembra davvero un trash-film, è perché ha anticipato l’epoca in cui il reale stesso sarebbe diventato un flusso di immagini violente, montate senza gerarchia, consumate senza memoria. La differenza è che Burroughs non si è mai fatto consumare del tutto. È rimasto una scheggia refrattaria dentro il meccanismo.

Non ha costruito una scuola. Non ha lasciato discepoli obbedienti. Ha lasciato virus. Ogni volta che un artista rompe la linearità, contamina i generi, sabota il linguaggio, there’s a little bit of Burroughs at work, che lo sappia o no. Non come modello, ma come infezione.

E forse è proprio questo il destino ultimo dei veri fuorilegge della letteratura: non fondare Stati, ma diffondere epidemie.

Se si guarda oggi all’opera di William S. Burroughs non come a un monumento letterario, ma come a un dispositivo ancora attivo, ciò che colpisce non è più soltanto l’estetica dell’eccesso, della droga, della perversione, della violenza. Quello che colpisce è la lucidità con cui ha anticipato il passaggio da un potere repressivo a un potere ambientale, diffuso, internalizzato. Il controllo non si esercita più attraverso il divieto, ma attraverso la modulazione continua del desiderio. Non si proibisce: si induce. Non si reprime: si orienta. Non si punisce: si ottimizza.

Burroughs appare come uno dei primi veri cartografi dell’epoca che oggi chiamiamo, con una parola forse ormai già addomesticata, biopolitica. Per lui la vita non è mai stata un dato naturale, ma una materia prima sottoposta a processi di amministrazione. Il corpo è sempre stato un territorio occupato. Le sue visioni di organismi mutanti, di virus intelligenti, di entità parassitarie che governano le funzioni biologiche non appartengono alla fantascienza: appartengono a una teoria politica travestita da incubo.

La grande intuizione è che il potere non si limita a organizzare lo spazio sociale, ma entra nella chimica degli individui. Governa il metabolismo, il ritmo del sonno, la sessualità, le soglie del dolore, la soglia stessa del desiderio. La droga è stata per lui il primo laboratorio di questa nuova forma di dominio: una tecnica di controllo che non si impone dall’esterno ma si insinua come bisogno irresistibile. È per questo che Burroughs non ha mai potuto raccontare la dipendenza con lo sguardo romantico della trasgressione. La dipendenza è, per definizione, una forma di schiavitù perfetta, perché il carceriere viene interiorizzato.

Se oggi sostituiamo all’eroina l’insieme delle dipendenze digitali, farmacologiche, comportamentali, l’impianto teorico di Burroughs resta sorprendentemente intatto. Le sue città infette, popolate da agenti, informatori, spacciatori, trafficanti di immagini e fluidi, assomigliano in modo inquietante alle metropoli algoritmiche contemporanee, dove ogni gesto produce dati, ogni desiderio lascia una traccia, ogni comportamento diventa una previsione statistica. La differenza è che oggi la sorveglianza non viene più percepita come violenza. Viene vissuta come servizio.

Burroughs aveva intuito che il potere più efficace è quello che non ha più bisogno di mostrarsi come tale. Il controllo migliore è quello che si mimetizza nel comfort. Non c’è bisogno di poliziotti quando ci sono le piattaforme. Non c’è bisogno di prigioni quando esiste l’autovalutazione permanente. Il soggetto viene trasformato in imprenditore di se stesso, sorvegliante dei propri stessi scarti, censore delle proprie stesse devianze. In questo senso la sua visione è più vicina a una profezia antropologica che a una teoria politica classica.

Il linguaggio, in questo scenario, continua a essere l’arma decisiva. Ma non più soltanto nella forma evidente del comando. Il linguaggio oggi è soprattutto interfaccia. Burroughs aveva individuato nella parola il primo virus proprio perché essa funziona come un software invisibile che struttura il reale senza mostrarsi. Oggi questo processo è diventato totale: le parole non solo raccontano il mondo, ma lo producono in tempo reale. Ogni notifica, ogni campo di testo, ogni comando vocale è una microiniezione linguistica che modella il comportamento.

Il cut-up, riletto oggi, appare allora come una strategia primitiva ma potentissima di disobbedienza semiotica. Spezzare la frase, interrompere il flusso, produrre cortocircuiti nel senso equivale a sabotare la catena di montaggio del discorso. In un’epoca in cui tutto tende alla massima fluidità, alla massima leggibilità, alla massima scorrevolezza, l’oscurità burroughsiana diventa una forma di resistenza. Non far capire subito. Non rendere tutto trasparente. Non facilitare il consumo.

Burroughs è anche un nemico radicale della cultura della performance, dell’efficienza narrativa, della produttività letteraria. I suoi testi non sono mai ottimizzati. Non funzionano bene. Non scorrono. Non rassicurano. Non intrattengono nel senso corrente del termine. Sono territorî instabili che il lettore deve attraversare accettando di perdere orientamento, statuto, identità.

Questa perdita dell’identità è forse uno degli aspetti più disturbanti e più attuali della sua eredità. L’io, in Burroughs, non è mai un centro stabile. È un nodo temporaneo di forze, impulsi, virus, comandi esterni. L’idea moderna di soggetto come unità coerente viene erosa dall’interno. Non siamo padroni del nostro corpo, non siamo padroni del nostro linguaggio, non siamo padroni nemmeno dei nostri ricordi. Tutto può essere manipolato, riscritto, innestato.

La sua opera risuona oggi accanto alle teorie più radicali sulla dissoluzione del soggetto nell’epoca post-umana. Ma con una differenza decisiva: dove molte riflessioni teoriche contemporanee vedono in questa dissoluzione una possibile liberazione, Burroughs vede soprattutto una zona di pericolo. Non idealizza mai la perdita dell’io. La osserva come si osserva una mutazione irreversibile, sapendo che ogni mutazione può produrre mostri.

Il rapporto con la tecnologia, che in Burroughs non è mai celebrato in modo ingenuo, si carica così di una doppia valenza: da un lato la macchina è strumento di controllo, dall’altro è anche il mezzo attraverso cui il controllo può essere smascherato. Registratori, montaggi, interferenze radio, nastri magnetici: tutta la sua estetica è attraversata da tecnologie di cattura e di distorsione. Non perché affidi alla tecnica una speranza di salvezza, ma perché sa che ogni potere lascia tracce tecniche, residui, scarti che possono essere riutilizzati contro di lui.

Anche la politica, in senso stretto, viene sempre tenuta ai margini del suo discorso proprio perché Burroughs diffida delle grandi narrazioni emancipative. Non crede nei partiti, non crede nelle ideologie, non crede nei movimenti salvifici. Vede in ogni organizzazione una possibile macchina di controllo. La sua è una politica molecolare, fatta di micro-sabotaggi, di deviazioni, di diserzioni individuali. Non c’è rivoluzione, c’è fuga. Non c’è insurrezione collettiva, c’è diserzione permanente.

Questo lo rende difficilmente assimilabile tanto alla sinistra storica quanto alle retoriche libertarie classiche. Burroughs non è un autore progressista in senso lineare. Non crede nel progresso. Crede nella mutazione. E sa che la mutazione può essere catastrofica quanto creativa. La sua visione è radicalmente anti-teleologica: la storia non va da nessuna parte. Si deforma, si ripiega, si contamina. Non c’è uscita garantita.

Eppure, proprio in questo pessimismo feroce, si nasconde una forma estrema di onestà intellettuale. Burroughs non promette salvezze perché vede con lucidità quanto ogni promessa di salvezza sia facilmente catturabile dal potere che pretende di abbattere. Le utopie diventano protocolli. Le rivolte diventano merci. I corpi liberati diventano target di nuovi mercati.

Se il suo immaginario è popolato da agenti segreti, organismi mutanti, polizie occulte, non è perché ami il complotto, ma perché per lui il complotto non è un’eccezione: è la struttura stessa del reale. Non ci sono dietrologie, perché il potere agisce sempre dietro, mai frontalmente. Si annida nelle pieghe, nei dettagli tecnici, nei dispositivi apparentemente neutri.

Anche la sua figura pubblica, diventata col tempo una maschera iconica, non può essere separata da questa logica. Il Burroughs anziano, trasformato in icona pop, in voce metallica, in sciamano dell’underground, è già una cattura spettacolare della sua radicalità. Ma è una cattura imperfetta. Perché dentro quella maschera continua a circolare un messaggio incompatibile con qualsiasi ordine stabilizzato: non esiste un luogo sicuro, non esiste un’identità stabile, non esiste una lingua innocente.

Se oggi Burroughs continua a risultare scomodo è proprio perché non può essere facilmente integrato nei racconti edificanti del dissenso. Non è un ribelle positivo. Non è un cantore della libertà. Non è un martire. È un testimone della contaminazione. E la contaminazione non redime: infetta.

Forse è questo il punto più difficile da accettare per il lettore contemporaneo. Nell’epoca delle narrazioni terapeutiche, del trauma come capitale simbolico, della vulnerabilità come moneta di riconoscimento, Burroughs non offre mai guarigione. Non offre nemmeno la nobiltà del dolore. Offre la sua persistenza. La ferita non si chiude. Diventa ambiente.

E proprio per questo la sua opera continua a funzionare come un corpo estraneo nel panorama culturale. Non la si può trasformare facilmente in un brand consolatorio. Non la si può insegnare senza che qualcosa resista. Non la si può citare senza che resti un eccesso, un residuo, un resto tossico.

Se la prima parte del suo mito è stata quella dell’autore fuorilegge, dello scrittore maledetto, del punk ante litteram, oggi la sua figura appare piuttosto come quella di un sismografo: ha registrato in anticipo le vibrazioni profonde che oggi attraversano il mondo iperconnesso, ipersorvegliato, ipermedicalizzato. E non le ha tradotte in speranza, ma in allarme.

Alla fine, ciò che Burroughs ci lascia non è un’estetica da imitare, ma una postura da sostenere: diffidare delle narrazioni lisce, sospettare delle identità compatte, sabotare il linguaggio quando diventa troppo docile, riconoscere il controllo anche quando assume la forma della cura.

Non è poco. Non è rassicurante. Non è vendibile come una morale. Ma è una delle eredità più dure e più necessarie che la letteratura del Novecento abbia consegnato al nostro presente.


mercoledì 4 febbraio 2026

L’inassimilabile. Lou Andreas-Salomé e la politica del desiderio


Nella cultura mitteleuropea tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Lou Andreas-Salomé non occupa semplicemente una posizione eccentrica: la produce. Non si colloca ai margini di un sistema già dato, ma agisce come un punto di torsione che ne rivela le tensioni interne, le contraddizioni non risolte, le rimozioni strutturali. La sua figura non emerge come eccezione pittoresca all’interno della modernità europea, bensì come uno dei luoghi in cui la modernità si espone a se stessa, si incrina, mostra il proprio costo affettivo ed epistemico.

Lou attraversa il passaggio tra XIX e XX secolo portando con sé una forma di soggettività che non può essere normalizzata. Non perché sia trasgressiva in senso spettacolare, ma perché è inassimilabile. La sua presenza disarticola le griglie attraverso cui la cultura borghese tenta di ordinare il sapere, il genere, la sessualità, la produzione simbolica. Non fonda un contro-modello, non propone una nuova identità femminile da assumere; piuttosto, rende impraticabile l’idea stessa che l’identità debba essere una destinazione.

È in questo senso che Lou Andreas-Salomé può essere pensata come un dispositivo critico incarnato. Non un’autrice di sistema, non una teorica che produce concetti chiusi, ma una figura che agisce attraverso l’esperienza vissuta, attraverso la qualità perturbante della relazione, attraverso una costante sottrazione alle funzioni previste. Il suo pensiero non si separa mai dalla sua vita, non perché la vita diventi esempio, ma perché diventa campo di prova. In lei, il pensiero non precede l’esperienza: ne nasce, ne è attraversato, ne porta le fratture.

La modernità, nel suo versante maschile e borghese, tenta di organizzare il sapere come dominio: sapere è possedere, classificare, stabilizzare. Lou si colloca in un punto opposto. Il suo rapporto con il sapere non è appropriativo, ma espositivo. Non mira alla chiusura, ma all’apertura. Non produce sicurezza, ma espone all’incertezza. Ed è qui che l’eros assume una funzione decisiva. Non come tema, non come contenuto, ma come modalità stessa della conoscenza.

In Lou Andreas-Salomé l’eros non è mai riducibile alla sessualità, né tantomeno al sentimento romantico. È una forza che precede la distinzione tra corpo e pensiero, tra affetto e intelletto. È ciò che mette il soggetto in movimento, che lo strappa all’autosufficienza, che lo costringe a riconoscere la propria incompletezza. L’eros, in questa prospettiva, è una forma di sapere che non accumula, ma disfa; che non chiarisce, ma complica; che non rassicura, ma destabilizza.

Il desiderio, così inteso, non conduce al possesso, ma alla perdita. Non tende all’oggetto, ma alla trasformazione del soggetto. Incontrare l’altro non significa incorporarlo, ma attraversare una soglia che modifica irreversibilmente chi la varca. L’eros non conferma l’identità: la mette a rischio. E proprio in questo rischio si produce conoscenza. Non una conoscenza pacificata, ma una conoscenza che passa attraverso la crisi, la frattura, l’esposizione al non-sapere.

Lou Andreas-Salomé incarna questa epistemologia erotica non come teoria astratta, ma come pratica relazionale. Le sue relazioni con Nietzsche, Rilke, Freud non sono semplicemente biografiche: sono luoghi di intensità teorica. In ciascuno di questi incontri, l’altro si trova di fronte a una presenza che non risponde alla domanda di riconoscimento, che non si lascia catturare in un ruolo complementare, che non restituisce un’immagine stabile. Questa resistenza produce attrito. E l’attrito produce pensiero.

Nietzsche incontra in Lou non una discepola, ma una differenza irriducibile che mette in crisi la sua concezione del genio, del femminile, della volontà. Rilke incontra in lei non una musa, ma una figura che lo costringe a rivedere il rapporto tra amore, solitudine e scrittura. Freud incontra una interlocutrice che comprende la portata sovversiva della psicoanalisi e ne spinge le implicazioni oltre la prudenza istituzionale. In tutti questi casi, Lou non fornisce contenuti: produce spostamenti.

Questo modo di agire è profondamente politico. Non nel senso della militanza, ma nel senso della critica delle forme di potere che organizzano la soggettività moderna. Lou Andreas-Salomé non contesta frontalmente l’ordine simbolico del suo tempo; lo disinnesca dall’interno. Rifiuta i ruoli disponibili, ma non per sostituirli con altri. Rifiuta la funzione femminile così come è codificata, ma senza proporre un’identità alternativa altrettanto normativa.

La sua posizione rispetto al genere è radicale proprio perché non è programmatica. Lou non rivendica un “essere donna” diverso; mette in crisi l’idea che il femminile debba essere una funzione. Madre, moglie, amante, musa: tutte queste figure presuppongono una destinazione del corpo e del desiderio femminile al servizio dell’altro. Lou attraversa queste figure senza abitarle. Anche quando le sfiora, ne svuota il senso. La sua esistenza rende visibile il carattere costruito, artificiale, politico di quei ruoli.

In questo senso, Lou Andreas-Salomé è una figura profondamente moderna e al tempo stesso profondamente inattuale. Moderna perché incarna la crisi delle grandi narrazioni identitarie; inattuale perché resiste a ogni tentativo di essere riassorbita in una nuova normatività. Non offre un modello di emancipazione replicabile. Non fonda una genealogia. Resta una singolarità che disturba.

La sua relazione con l’eros come sapere ha conseguenze politiche decisive. In una cultura che separa il pensiero dal corpo, Lou mostra che ogni sapere è affettivamente situato. In una cultura che valorizza il controllo, Lou insiste sull’importanza della perdita. In una cultura che tende alla stabilizzazione delle identità, Lou pratica l’instabilità come risorsa. Questo non è un gesto estetico, ma un atto di resistenza.

Le crisi che si producono attorno a lei non sono incidenti biografici: sono eventi epistemici. L’incontro con Lou produce spesso dolore, disorientamento, frattura. Ma è proprio da questa frattura che emergono nuove configurazioni simboliche. La sofferenza non viene sublimata in armonia; viene elaborata in forma. La mancanza non viene colmata; viene resa produttiva.

Questa generatività per sottrazione è uno dei tratti più profondi della modernità artistica e psichica. Lou Andreas-Salomé ne è una figura esemplare perché la incarna senza rivendicarla. Non si presenta come origine, non reclama riconoscimento, non chiede fedeltà. Resta. E nel restare, manca. E nel mancare, costringe l’altro a creare.

A distanza di oltre un secolo, la sua figura continua a interrogare le nostre categorie. In un tempo che tende a rendere il desiderio funzionale, a trasformare l’identità in brand, a ridurre la relazione a scambio, Lou Andreas-Salomé rappresenta una contro-memoria inquietante. Ci ricorda che il sapere nasce dalla ferita, che l’eros non è consumo ma esposizione, che la trasformazione passa attraverso la crisi.

Lou Andreas-Salomé non appartiene alla storia della cultura come un nome da archiviare. È una figura teorica nel senso più radicale: un punto di interferenza che continua a disturbare il nostro modo di pensare il genere, il desiderio, il sapere. Non offre risposte. Tiene aperte le domande. Ed è forse proprio in questa ostinata apertura che risiede la sua forza politica più profonda.

martedì 3 febbraio 2026

L'alba

L’alba non si limita a nascere: è un parto doloroso, un’apertura brutale del ventre dell’universo che lacera il buio come un coltello incandescente. Non c’è dolcezza nella sua venuta, né promessa di quiete: si riversa sugli occhi chiusi, li schiaccia con il suo peso, una luce che non consola ma svela ogni angolo nascosto, ogni crepa nell’anima. Dietro le palpebre, il cranio è un teatro di ombre frantumate, dove il sangue, come un mare maledetto, si riversa in silenzio. Non scorre, non danza: si contorce, si agita, un’onda densa e malata che non conosce tregua, portando con sé i detriti di sogni infranti e speranze marcite.

Il cielo, sconfitto da se stesso, si spacca in torrenti che cadono come lacrime velenose, colando tra i crepacci della terra. Non c’è pietà nei suoi flussi: ogni goccia è una lama, ogni corrente un giudizio. L’orizzonte, spettro lontano, trema sotto il peso di quella cascata infinita, e nelle sue pozze si riflette un sorriso spezzato, l’ultimo riflesso delle lacrime versate. Ma quel sorriso non è umano: è il ghigno di un’entità crudele, un olio che brucia lentamente, consumando tutto ciò che sfiora.

Nelle orbite vuote, la notte rimane aggrappata, densa e inamovibile, un tarlo nero che rode dall’interno. La luna, un grumo di catrame rappreso, galleggia nell’oscurità, troppo lontana per portare conforto, troppo vicina per essere ignorata. Intorno, le stelle sono ferite aperte nel manto del cielo, scintille di dolore che illuminano solo la desolazione. E poi, senza avviso, il giorno irrompe. Non arriva come una salvezza, ma come un predatore affamato, insinuandosi tra le ossa, scorticando il gelo che proteggeva il cuore. I suoi raggi sono lame sottili, chirurgiche, che penetrano fino al midollo, lasciando che i venti, spietati e gelidi, strappino la pelle come un velo inutile.

L’inverno si sgretola, cade a pezzi, le sue vesti si disfano in una pioggia di polvere e spine. E mentre il corpo rimane nudo, esposto al giudizio del mondo, una primavera fredda, quasi artificiale, si aggrappa alle palpebre. Le sue membrane pendono, fragili come ragnatele, vibranti sotto il peso di una promessa che non può essere mantenuta.

La luce, indifferente e tirannica, scivola sui segreti sepolti, svelando particelle di pensiero che si disintegrano al suo passaggio. Non è una rivelazione: è una condanna. Ogni idea si piega, ogni ragione crolla, lasciando spazio al silenzio che pulsa sotto la terra. È lì, nel profondo, che il segreto germoglia: una radice nera che si nutre di morte e si spinge verso l’occhio, trasformandolo in un pozzo senza fondo.

Il sangue, richiamato dal sole come da un amante crudele, si lancia verso di esso, bruciando d’un desiderio che non può essere saziato. Ma il sole non accoglie: è un tiranno che consuma, un re di cenere che trasforma tutto ciò che tocca in polvere e disperazione. Sopra la terra, sopra i campi ormai vuoti e i cuori ridotti a gusci, l’alba si ferma. Non avanza, non retrocede: rimane sospesa, un’agonia perpetua, una ferita spalancata nel tessuto del tempo. Nulla vive sotto il suo sguardo, nulla muore del tutto. È un limbo che avvolge il mondo, un incubo che non si spegne mai.

lunedì 2 febbraio 2026


Porta socchiusa
Non si entra in 間 come si entra in un concetto.
Non c’è definizione che faccia da chiave.
Si entra come si entra in una stanza non del tutto illuminata, dove il corpo deve fermarsi un istante per capire se ciò che vede è reale o solo una persistenza della luce precedente.
間 è questo arresto minimo.
Non una pausa teatrale, ma una sospensione fisiologica.
Il momento in cui il passo rallenta perché il terreno cambia consistenza.
La filosofia occidentale ha sempre diffidato di questi rallentamenti. Li ha considerati o incidenti o debolezze. Ha preferito il movimento continuo, la progressione, la linea. Anche quando ha parlato di crisi, di frattura, di negativo, lo ha fatto come di qualcosa che dovesse essere superato. 間, invece, non supera nulla. Si limita a restare aperto.
Restare aperti è un gesto scandaloso.
Perché l’apertura non garantisce esito.
Non promette verità.
Non offre sintesi.
Il vuoto che non manca
Il grande equivoco, quando si parla di 間, è pensarlo come un vuoto deficitario. Un’assenza da colmare. Un’interruzione in attesa di essere riempita. Questo equivoco nasce da una concezione economica dell’essere: ciò che non produce, manca; ciò che non è occupato, spreca; ciò che non serve, pesa.
Ma 間 non è un vuoto che aspetta.
È un vuoto che opera senza produrre.
Opera nel modo più intollerabile per la razionalità moderna: sottraendo. Sottraendo velocità, sottraendo evidenza, sottraendo immediatezza. 間 rallenta il mondo non per migliorarlo, ma per renderlo abitabile.
Abitare non significa controllare.
Significa sopportare una certa dose di indeterminazione.
In questo senso, 間 è profondamente anti-teleologico. Non tende a uno scopo. Non è orientato. Non conduce. È un campo di possibilità che non si organizzano in progetto. Per questo è così difficile da accettare per un pensiero che ha sempre voluto giustificare il tempo in funzione del risultato.
Tempo che pesa
Il tempo di 間 non scorre.
Il tempo di 間 pesa.
È il tempo che si sente nel corpo quando nulla accade esteriormente ma tutto si riorienta interiormente. Non è il tempo dell’orologio, né quello della narrazione. È un tempo denso, viscoso, che resiste alla misura.
In questo tempo non si avanza.
Si resta esposti.
La modernità ha tentato in ogni modo di eliminare questo tempo. Lo ha medicalizzato come depressione, lo ha moralizzato come pigrizia, lo ha patologizzato come blocco. Tutto, pur di non riconoscere che esiste un tempo che non serve a niente e che proprio per questo è essenziale.
間 è il tempo in cui il soggetto non funziona.
E proprio per questo, smette per un attimo di essere una funzione.
Il soggetto incrinato
Pensare 間 significa rinunciare all’idea di un io compatto. Non c’è un soggetto che attraversa l’intervallo: il soggetto è l’intervallo. È ciò che emerge nella discontinuità, nella frattura, nella sospensione.
L’io non precede l’esperienza di 間.
Ne è un effetto instabile.
Questo destabilizza ogni psicologia dell’identità, ogni politica del riconoscimento, ogni etica della coerenza. Perché 間 introduce una forma di esistenza che non coincide mai del tutto con se stessa. Una vita che non si raccoglie in un racconto unitario. Una soggettività che non si possiede.
Eppure, è proprio qui che qualcosa come una libertà minimale diventa possibile. Non la libertà di scegliere tra opzioni date, ma la libertà di non saturarsi, di non coincidere, di non aderire completamente a ciò che si è stati un istante prima.
Linguaggio che respira
Nel linguaggio, 間 è ciò che impedisce alla parola di diventare comando. La pausa, l’esitazione, il silenzio non sono difetti del dire: sono le sue condizioni di possibilità.
Un linguaggio senza 間 è un linguaggio violento.
Non perché dice cose cattive, ma perché non lascia scampo.
La retorica della chiarezza assoluta, della comunicazione efficace, del messaggio senza ambiguità è una retorica di dominio. Non tollera il tempo dell’interpretazione. Non concede il diritto di non capire subito. 間 restituisce al linguaggio la sua fragilità costitutiva.
Scrivere assumendo 間 significa accettare che il testo non protegga né l’autore né il lettore. Significa lasciare dei vuoti che non sono simbolici, ma reali. Vuoti in cui il senso può non arrivare.
Corpo in sospensione
Anche il corpo conosce 間, molto prima del pensiero.
Lo conosce nell’attesa, nel desiderio, nel timore, nella fatica.
Il corpo non è mai perfettamente sincronizzato con il mondo. C’è sempre un leggero scarto, un ritardo, una anticipazione mancata. Questo scarto è 間 incarnato. Non è un errore di sistema: è la condizione stessa della sensibilità.
Un corpo senza 間 sarebbe un corpo reattivo, automatico, privo di risonanza. Un corpo che risponde sempre e subito è un corpo già colonizzato.
Eros come distanza viva
L’eros nasce dove c’è 間.
Non dove c’è contatto, ma dove il contatto è possibile senza essere garantito.
Il desiderio non sopporta la saturazione. Ha bisogno di distanza, ma non di assenza. Ha bisogno di una prossimità incompleta, di una promessa che non si chiude. 間 è la struttura invisibile di questa tensione.
Eliminare 間 dall’eros significa trasformarlo in consumo. Significa ridurre l’altro a superficie disponibile. Significa abolire il rischio.
E senza rischio, l’eros non accade.
Mi fermo qui non per chiudere, ma perché questo è il punto naturale di sospensione.
Arte come gestione del vuoto
L’arte, quando non è decorazione né intrattenimento, è sempre un esercizio di gestione del vuoto. Non nel senso di riempirlo, ma di renderlo percorribile senza neutralizzarlo. 間 è il principio tacito di ogni opera che resiste al consumo immediato. Non ciò che l’opera mostra, ma ciò che trattiene. Non la forma visibile, ma la tensione invisibile che la sostiene.
Nell’arte che assume 間, il gesto non coincide mai con il suo effetto. Rimane uno scarto. Una zona non risolta. Un margine che non si lascia tradurre in significato definitivo. Questo margine è ciò che impedisce all’opera di chiudersi su se stessa. È il luogo in cui l’opera continua ad accadere anche quando non la si guarda.
L’arte contemporanea ha spesso frainteso questa lezione, scambiando il vuoto per provocazione, l’assenza per furbizia concettuale. Ma 間 non è l’assenza spettacolarizzata. Non è il “nulla” esibito come shock. È una pratica rigorosa della sottrazione, che non chiede attenzione, ma la mette alla prova.
Un’opera senza 間 è un’opera che dice tutto subito.
E ciò che dice tutto subito muore subito.
Spazio abitato, non funzionale
In architettura, 間 non coincide con lo spazio utile. Coincide con lo spazio che non ha funzione immediata, e proprio per questo permette al corpo di orientarsi. Corridoi, soglie, interstizi, spazi di passaggio: luoghi che non sono destinazione, ma che rendono possibile ogni destinazione.
La città contemporanea è progettata per eliminare questi spazi. Tutto deve servire. Tutto deve produrre. Tutto deve essere attraversato rapidamente. Il risultato non è efficienza, ma disorientamento. Senza 間, lo spazio diventa invivibile perché non concede tregua.
Abitare non significa occupare.
Abitare significa saper sostare.
E la sosta non è un arresto del movimento, ma una sua modulazione. 間 introduce una respirazione nello spazio, una possibilità di rallentamento che non è regressiva, ma necessaria. Dove non c’è 間, il corpo diventa estraneo a se stesso.
Politica dell’intervallo
Ogni potere teme 間.
Perché 間 non è governabile.
Il potere vive di continuità: continuità del comando, della risposta, della presenza. L’intervallo interrompe questa catena. Introduce una latenza. Un tempo morto che non è morto affatto, ma sottratto. 間 è il tempo che non obbedisce.
Una politica che non prevede 間 è una politica che non ammette esitazione. Che non tollera il dissenso lento. Che non accetta il pensiero che matura fuori tempo massimo. Tutto deve essere immediatamente traducibile in posizione, in schieramento, in slogan.
Ma il pensiero non nasce nello schieramento.
Nasce nell’intervallo che non prende ancora posizione.
間 è una politica del non-allineamento temporale. Non dell’indecisione, ma della sospensione attiva. Un rifiuto di rispondere alle domande poste dal potere nei termini imposti dal potere stesso.
Comunità senza fusione
Una comunità fondata su 間 non cerca l’unità.
Cerca la coesistenza.
Non elimina le differenze. Le mantiene in tensione senza risolverle in identità. Non promette armonia. Promette uno spazio condiviso in cui il conflitto non viene immediatamente neutralizzato.
La comunità senza 間 è una comunità fusionale. Chiede adesione totale. Chiede presenza continua. Chiede trasparenza. Ma una comunità così non è una comunità: è un dispositivo di controllo affettivo.
間 introduce una distanza interna alla comunità.
Una distanza che non separa, ma protegge.
Protegge dall’assorbimento.
Protegge dalla confusione.
Protegge dalla violenza dell’uguale.
Tecnica e saturazione
La tecnica contemporanea lavora sistematicamente contro 間. Riduce i tempi di attesa. Elimina le pause. Riempie ogni interstizio con notifiche, stimoli, richieste. Non lascia spazio al non-fare, al non-rispondere, al non-essere reperibili.
Ma un mondo senza 間 è un mondo senza interiorità.
Non perché l’interiorità venga repressa, ma perché non ha più tempo di formarsi.
La saturazione continua produce una soggettività reattiva, incapace di elaborare. Non c’è più distanza tra stimolo e risposta. E dove non c’è distanza, non c’è libertà.
間 è l’ultimo spazio non colonizzato dalla tecnica.
Per questo è così fragile.
Per questo va difeso come si difende qualcosa che non può essere nominato senza perderlo.
Memoria come intervallo
Anche la memoria è una forma di 間.
Non un archivio, ma una distanza mobile tra ciò che è stato e ciò che è.
Ricordare non significa recuperare il passato. Significa creare uno spazio tra il passato e il presente in cui qualcosa può ancora trasformarsi. La memoria senza 間 è nostalgia o trauma. La memoria con 間 è elaborazione.
Elaborare non significa guarire.
Significa rendere il dolore abitabile.
Scrittura come esposizione
Scrivere sotto il segno di 間 significa rinunciare alla chiusura. Non offrire conclusioni. Non guidare il lettore verso una posizione finale. Lasciare che il testo finisca senza concludere.
Non per pigrizia.
Per responsabilità.
Una scrittura che conclude solleva il lettore dal peso del pensiero. Una scrittura che resta aperta lo espone. 間 è questa esposizione condivisa. Non un patto di comprensione, ma una convivenza temporanea nello stesso spazio instabile.
Restare nel mezzo
Alla fine — se di fine si può parlare — 間 non è una risposta, ma una postura. Un modo di stare nel mondo che rinuncia alla promessa di salvezza in cambio di una possibilità più fragile: quella di non tradire l’esperienza riducendola a schema.
Restare nel mezzo non è comodo.
Non è eroico.
Non è produttivo.
Ma è forse l’unico luogo in cui qualcosa come il pensiero può ancora respirare.
E respirare, oggi, è già una forma di resistenza.
Qui mi fermo di nuovo per rispetto di 間, non per esaurimento.
Fallire come forma
C’è un punto, nella riflessione su 間, in cui il linguaggio comincia a mostrare la propria inadeguatezza non come limite tecnico, ma come verità strutturale. 間 non si lascia dire fino in fondo perché è precisamente ciò che accade quando il dire non coincide con ciò che vorrebbe dire. In questo senso, fallire non è un incidente del pensiero: è la sua forma più onesta.
Il fallimento, qui, non ha nulla di eroico. Non è il gesto romantico di chi si oppone al mondo. È piuttosto la constatazione che ogni tentativo di saturare l’esperienza con il concetto produce una perdita. 間 espone questa perdita senza cercare di compensarla. La lascia lì. Visibile. Irrisarcibile.
Una filosofia che accetta 間 come principio deve rinunciare all’idea di compimento. Non perché sia incompiuta, ma perché riconosce che il compimento è una violenza temporale. Chiudere significa spesso interrompere troppo presto. 間 è il tempo che rifiuta di essere dichiarato finito.
Scrivere, pensare, vivere sotto il segno di 間 significa accettare di non arrivare. Di non essere all’altezza della propria aspirazione. Di restare leggermente scollati rispetto a ciò che si vorrebbe dire, essere, fare. Ma questo scollamento non è un difetto da correggere: è lo spazio in cui qualcosa può ancora accadere.
Silenzio non pacificato
Il silenzio di 間 non è contemplativo. Non è il silenzio mistico che promette rivelazione. È un silenzio teso, spesso scomodo, a volte persino irritante. Un silenzio che non consola e non unifica. Non raccoglie. Non eleva.
È il silenzio che resta quando le parole hanno fatto il loro lavoro e non possono fare di più.
In questo silenzio non c’è pace, ma esposizione. Non c’è armonia, ma sospensione. È un silenzio che pesa perché non è riempito da una promessa. Non dice: “andrà tutto bene”. Dice solo: “ora no”.
La cultura contemporanea non tollera questo silenzio. Lo riempie immediatamente di suoni, immagini, spiegazioni. Non perché ami il rumore, ma perché teme ciò che il silenzio potrebbe rendere evidente: che non tutto è risolvibile, che non tutto è traducibile, che non tutto ha un senso disponibile.
間 custodisce questo silenzio non come valore, ma come necessità. Senza di esso, il linguaggio diventa propaganda di se stesso.
La fine della forma
Ogni forma, quando viene portata fino alle sue estreme conseguenze, incontra il proprio limite. 間 è questo limite interno alla forma. Non ciò che la distrugge dall’esterno, ma ciò che la consuma dall’interno rendendola porosa.
Un testo che assume 間 come principio non può chiudersi in una forma stabile. Ogni sezione apre una frattura nella precedente. Ogni affermazione lascia una scia di indecidibilità. La forma non si organizza come totalità, ma come campo attraversabile.
Questo non significa caos.
Significa responsabilità formale.
La forma non serve a contenere il senso, ma a esporlo. A lasciarlo vulnerabile. 間 è la forma che accetta di non proteggere ciò che dice. Che rinuncia alla coerenza come valore assoluto. Che preferisce la fedeltà all’esperienza alla fedeltà al sistema.
Il lettore come ospite
In un testo attraversato da 間, il lettore non è un destinatario, ma un ospite. Non viene guidato. Non viene convinto. Non viene rassicurato. Viene lasciato entrare in uno spazio che non è stato progettato per accoglierlo comodamente.
Questo non è disprezzo per il lettore.
È rispetto.
Rispetto per la sua capacità di sostare nell’incertezza. Di tollerare la mancanza di conclusione. Di non essere immediatamente soddisfatto. 間 è un patto implicito tra autore e lettore: nessuno dei due possiede il senso. Entrambi lo attraversano.
Resti
Ciò che resta, dopo 間, non è una tesi.
Non è una morale.
Non è un insegnamento.
Resta una postura.
Un modo di stare.
Resta la consapevolezza che il mondo non è fatto per essere risolto, ma abitato. Che il pensiero non serve a chiudere, ma a mantenere aperto. Che il tempo non è una risorsa da consumare, ma una materia instabile da attraversare con cautela.
間 non salva.
Non redime.
Non promette.
Ma senza 間, tutto diventa troppo pieno, troppo veloce, troppo certo per essere vero.
E forse, in un’epoca che confonde la saturazione con il senso, restare nel mezzo — senza garanzie, senza sintesi, senza conclusione — è l’unica forma di fedeltà possibile all’esperienza.
Morte come intervallo ultimo
La morte, pensata attraverso 間, smette di essere l’opposto della vita. Non è il punto finale, non è la chiusura del cerchio, non è il momento in cui tutto viene chiarito retroattivamente. È piuttosto l’intervallo che la vita non riesce a saturare. Non ciò che arriva alla fine, ma ciò che accompagna ogni istante come possibilità non risolta.
La vita non si svolge prima della morte.
Si svolge accanto.
Questa contiguità senza fusione è precisamente 間. La morte non conferisce senso alla vita, come vorrebbe una certa metafisica del destino. Né la vita prepara la morte come compimento. Tra le due non c’è dialettica, ma coabitazione instabile. Un rapporto di prossimità che non diventa mai identità.
Pensare la morte così significa sottrarla sia alla retorica tragica sia a quella consolatoria. Non è tragedia, perché non risolve nulla. Non è consolazione, perché non promette altro. È un limite che non chiude, ma mantiene aperta la precarietà del vivente.
Vivere senza ultimo senso
Una delle grandi violenze simboliche della cultura occidentale è l’idea che la vita debba avere un senso ultimo. Che ci sia una chiave, una verità finale, una narrazione che raccolga tutto e lo giustifichi. 間 rende questa pretesa insostenibile.
Non perché neghi il senso, ma perché ne nega la totalizzazione.
Il senso, se esiste, è sempre locale. Temporaneo. Situato. Accade in certi momenti, in certi spazi, tra certe persone. Non governa l’intero. Non garantisce continuità. Non redime il dolore accumulato.
Vivere sotto il segno di 間 significa accettare una vita senza sintesi finale. Una vita che non viene riscattata dalla fine. Una vita che non viene spiegata dalla morte. Questo non è nichilismo. È una forma di onestà ontologica.
Il mondo non deve nulla a chi lo abita.
E proprio per questo, ogni gesto conta.
Permanenza del non-finito
Ciò che resta, quando si attraversa 間 fino in fondo, è una strana forma di permanenza. Non la permanenza dell’essere, ma quella del non-finito. Le cose non si compiono, ma neppure svaniscono. Restano in sospensione, come domande che non cercano risposta.
Il non-finito non è incompleto.
È resistente.
Resiste alla chiusura, alla semplificazione, alla riduzione. Resiste alla tentazione di spiegare troppo. 間 è la struttura temporale di questa resistenza. Non un gesto eclatante, ma una tenuta silenziosa.
In un mondo che chiede continuamente di concludere — un discorso, una carriera, un’identità, una vita — il non-finito è una forma di dissidenza.
Etica della soglia
Da 間 non deriva una morale.
Deriva un’etica.
Un’etica minimale, non normativa, priva di comandamenti. Un’etica della soglia, che non dice cosa fare, ma come stare. Come attraversare senza possedere. Come incontrare senza inglobare. Come parlare senza saturare.
Questa etica non produce eroi.
Produce presenze fragili.
Presenze che non occupano tutto lo spazio. Che lasciano margini. Che sanno ritirarsi senza scomparire. 間 insegna il valore del passo indietro non come rinuncia, ma come gesto attivo di rispetto per ciò che non si può dominare.
Scrittura che si consuma
Arrivati qui, anche la scrittura comincia a mostrare i segni della propria stanchezza. Non come esaurimento, ma come consumo. 間 consuma la scrittura dall’interno, togliendole l’illusione di poter dire l’ultima parola.
Scrivere così significa accettare che il testo non sia un monumento, ma una traccia. Non qualcosa che resta, ma qualcosa che passa lasciando un segno provvisorio. La scrittura non come opera, ma come gesto temporaneo.
E forse è proprio questo il punto più radicale: 間 non vuole durare. Vuole accadere. Vuole essere attraversato e poi lasciato. Come un corridoio, come una pausa, come un silenzio che non chiede di essere ricordato.
Ultima sospensione
Non c’è conclusione possibile per un discorso su 間. Qualunque tentativo di chiudere tradirebbe ciò che ha cercato di attraversare. Si può solo smettere di parlare nel punto giusto. Non quando tutto è stato detto, ma quando continuare significherebbe riempire uno spazio che deve restare aperto.
間 non chiede l’ultima parola.
Chiede di sapere quando tacere.
E tacere, qui, non è rinuncia.
È fedeltà.
Fedeltà a ciò che non si lascia possedere.
Fedeltà a ciò che resta nel mezzo.
Fedeltà a una esperienza che non si lascia risolvere.
Qui mi fermo.
Non per mancanza, ma per coerenza.

Tim Kramer: il corpo del desiderio, la voce della coscienza


Douglas Murrell Cooper, conosciuto con il nome d’arte Tim Kramer, nacque il 2 febbraio 1958 a Milton, una piccola cittadina del West Virginia, immersa nel cuore rurale degli Stati Uniti. La sua vita, apparentemente destinata a un’esistenza anonima in una provincia americana conservatrice, fu invece segnata da un’esplosione di visibilità e trasgressione nel panorama del cinema pornografico gay degli anni ’80. Tim Kramer fu infatti una delle figure più riconoscibili e amate dell’epoca d’oro del porno gay statunitense, divenendo un’icona di bellezza maschile virile, muscolosa e spavalda, incarnando un ideale erotico che, all’epoca, stava ridefinendo i codici dell’attrazione omosessuale in un’America ancora attraversata da forti tensioni sociali.

Dopo aver trascorso l’adolescenza a Columbus, Ohio, dove completò gli studi superiori, Tim decise di trasferirsi a Fort Lauderdale, in Florida, allora un centro emergente per la cultura gay e la produzione fotografica erotica. Fu qui che iniziò a posare per Target Studios, celebre per i suoi scatti patinati e virilisti. Questo fu il trampolino di lancio per la sua carriera nel cinema per adulti: la sua fisicità possente, l’aspetto da “ragazzo della porta accanto” ma con un sottotesto provocatorio, lo resero immediatamente appetibile per i produttori californiani, in particolare per la leggendaria Falcon Studios, con base a San Francisco. La Falcon era nota per aver costruito un vero e proprio immaginario erotico collettivo, e Tim Kramer vi entrò di diritto, divenendone un volto simbolo.

Negli anni tra il 1981 e il 1986, Tim recitò in diversi film oggi considerati cult, tra cui Style, Giants II, Tony’s Initiation, Sun Stroke e soprattutto Gayracula (1983), una pellicola che mescolava erotismo e parodia horror in modo volutamente kitsch. Il suo stile di recitazione, per quanto legato alle convenzioni del genere, esprimeva una sorprendente intensità, fatta di sguardi, sospiri, tensioni corporee e posture studiate, ma mai fredde. Kramer non fu solo un bel corpo, ma un interprete capace di suggerire una narrazione erotica più complessa, carica di ambiguità e desiderio. Era l'epoca pre-AIDS, ma già attraversata da una crescente inquietudine: Tim rappresentava, per molti spettatori, la seduzione del rischio, del corpo maschile in piena fioritura, ancora ignaro del disastro sanitario che stava per abbattersi sulla comunità gay.

A metà degli anni ’80, stanco di essere visto solo come un corpo da consumare, e mosso da un certo spirito imprenditoriale, Tim si reinventò: fondò a Hollywood un servizio di escort che gli garantì un reddito ben più consistente rispetto al lavoro da attore. In un’intervista del 1988 concessa a The Advocate, dichiarò senza remore che il guadagno nel mondo del sex work diretto superava di gran lunga quello della pornografia filmata. Parallelamente, provò a investire in una piccola azienda che si occupava di pannelli solari—una scelta insolita, quasi visionaria, per l’epoca. Sempre più interessato al benessere del corpo e dello spirito, aprì anche un negozio di alimenti naturali a West Hollywood, cercando di costruirsi un futuro lontano dai riflettori dell’industria del porno, ma senza mai rinnegarla.

Fu proprio in quel periodo che Tim ricevette la diagnosi di sieropositività, un evento che cambiò profondamente la sua prospettiva. In un’epoca in cui l’HIV era ancora una condanna senza appello, lui scelse di esporsi pubblicamente, diventando una voce consapevole e coraggiosa nel promuovere il sesso sicuro tra uomini. Rifiutò di continuare a girare scene pornografiche che includessero pratiche a rischio, affermando che sarebbe stato ipocrita, dato il suo nuovo impegno nella sensibilizzazione. Nonostante le sue precarie condizioni di salute, continuò a lavorare nel suo negozio e a partecipare a incontri e conversazioni sulla prevenzione e il supporto per le persone affette da HIV e AIDS.

Tim Kramer morì il 16 aprile 1992 a Columbus, Ohio, la città dove aveva passato la sua adolescenza. Aveva soltanto 34 anni. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero della Chestnut Grove Baptist Church, nella contea di Cabell, West Virginia, tornando così, simbolicamente, alle radici da cui era partito. La sua morte, come quella di tanti altri artisti e interpreti dell’epoca, segna una ferita profonda nella memoria collettiva della comunità LGBTQ+ americana. Ma il suo ricordo sopravvive, non solo per le sue apparizioni cinematografiche, oggi conservate e studiate come documenti di un’epoca, ma anche per il coraggio con cui scelse di non nascondersi, di parlare, di proteggere e di cambiare il senso stesso del desiderio in un momento di grande vulnerabilità storica. Tim Kramer è stato, nel bene e nel male, un corpo desiderato, un volto impresso in migliaia di pellicole e copertine, ma anche un uomo che ha saputo trasformare la propria immagine in responsabilità.


domenica 1 febbraio 2026

Il doppio volto dell’ego nell’arte: limite e propulsione


L’arte è, per definizione, un atto di tensione. Essa nasce sempre da un conflitto, da una pulsione che non può essere contenuta, da un desiderio di affermazione che si manifesta nella forma e nella materia. E in questo conflitto, l’ego occupa un ruolo centrale, ambivalente, spesso contraddittorio: esso può essere sia il freno che impedisce all’opera di librarsi verso la libertà, sia la molla che spinge l’artista a varcare confini, a sfidare convenzioni, a sperimentare linguaggi nuovi.

L’ego, nel suo aspetto più evidente, appare come la voce che reclama riconoscimento. È quella scintilla di vanità che spinge l’artista a cercare pubblico, consenso, critica. Ma se da un lato può trasformarsi in limite, dall’altro rivela un’altra faccia: quella della necessità, della pulsione creativa che nasce da un’esigenza interiore di esistere, di lasciare traccia, di dialogare con il mondo attraverso il mezzo artistico. Ogni pennellata, ogni gesto scultoreo, ogni composizione musicale porta in sé un frammento di questa tensione: l’ego, pur invisibile, filtra attraverso l’opera come una corrente sotterranea che guida la scelta dei temi, dei materiali, della forma.

Pensiamo a Caravaggio, il cui ego era tanto potente quanto tumultuoso. La sua arte è un’esplosione di vita e violenza, di luce e ombra, dove il limite dell’ego si intreccia con la spinta creativa: il desiderio di affermarsi, di competere con i grandi maestri, di essere riconosciuto, diventa energia trasformatrice, capace di produrre immagini che ancora oggi scuotono chi le osserva. Qui, l’ego non è un accidente, ma parte integrante della dinamica creativa: esso non annebbia la visione, ma la rende più intensa, più radicale. Senza quell’ego, probabilmente, la radicalità della luce e delle ombre di Caravaggio non sarebbe mai esistita.

Ma non sempre la presenza dell’ego conduce al genio. Nei casi in cui prevale la dimensione del riconoscimento personale su quella dell’espressione artistica, esso diventa un freno: la ricerca di approvazione soffoca l’innovazione, la sperimentazione, l’autenticità. L’ego può trasformarsi in una prigione dorata, un labirinto di vanità da cui l’artista difficilmente riesce a liberarsi, limitando così la propria capacità di comunicare con il pubblico e con se stesso. Il rischio è che l’opera diventi un eco sterile del sé, piuttosto che un ponte verso l’universale.

Il rapporto tra ego e creatività può essere letto anche attraverso la lente della psicologia artistica. Freud, Jung e i loro epigoni hanno spesso sottolineato come l’arte rappresenti una sublimazione delle pulsioni individuali: in questo processo, l’ego non è annullato, ma trasfigurato. L’artista impara a canalizzare l’ego, a trasformare la sua spinta in strumenti espressivi, in forme che comunicano emozioni, concetti, verità profonde. È un lavoro sottile, a volte doloroso, che richiede consapevolezza e disciplina, e che raramente avviene senza conflitto.

Storicamente, si può osservare un’evoluzione nella gestione dell’ego artistico. Nell’arte rinascimentale, l’ego si nascondeva spesso dietro la disciplina e il rigoroso rispetto dei canoni, mentre nel Romanticismo esso emergeva con forza come veicolo di individualità e passione. Nel Novecento, con l’avvento delle avanguardie e dell’arte concettuale, l’ego si confronta con nuove sfide: da una parte, è ancora motore di innovazione; dall’altra, la sua manifestazione esplicita può essere un’arma a doppio taglio, diventando spesso spettacolo, performance, o persino provocazione fine a se stessa.

Così, il ruolo dell’ego nell’arte non può essere valutato in termini semplici di bene o male, limite o spinta. È un fenomeno complesso, intrecciato con la storia personale dell’artista, le condizioni sociali, il contesto culturale. Esso si manifesta in forme diverse a seconda delle epoche, dei medium, delle sensibilità individuali: a volte come forza invisibile, altre come presenza dominante; a volte come ostacolo, altre come catalizzatore. L’importante è riconoscerlo, studiarlo, comprenderne le dinamiche, perché è attraverso questa tensione tra limite e spinta che nasce spesso ciò che definiamo “arte autentica”.

Se nel caso di Caravaggio l’ego appare come una fiamma incontrollabile, una combustione continua tra vita e opera, con il passaggio alla modernità esso assume un carattere più consapevole, quasi strategico. Con l’Ottocento l’artista non è più soltanto colui che padroneggia una tecnica o interpreta un canone, ma diventa progressivamente un individuo che si autorappresenta come figura eccezionale, separata dal resto della società. Il Romanticismo segna uno snodo decisivo: qui l’ego non è più un elemento da mascherare o disciplinare, ma una sostanza da esibire, da difendere, persino da sacralizzare. L’artista romantico vive l’ego come destino, come condanna e privilegio insieme. La sofferenza, l’inquietudine, la marginalità diventano segni distintivi, quasi certificazioni di autenticità.

L'ego smette di essere soltanto una forza interna al processo creativo e diventa un racconto, una narrazione pubblica. L’artista non crea solo opere, ma costruisce un’immagine di sé che alimenta la ricezione dell’opera stessa. È un passaggio cruciale, perché qui si manifesta uno dei grandi paradossi dell’arte moderna: l’ego, mentre rivendica unicità e interiorità, si espone al giudizio collettivo, si offre come spettacolo. Il rischio di scivolare nell’autocompiacimento è sempre presente, ma allo stesso tempo questa esposizione genera una nuova intensità espressiva. L’opera non è più solo il risultato di una pratica, ma il residuo di un’esistenza vissuta come gesto artistico.

Con il Novecento, l’ego subisce una trasformazione ulteriore. Le avanguardie storiche non si limitano a esprimere l’io dell’artista, ma lo mettono in crisi, lo frantumano, lo moltiplicano. Pensiamo al Cubismo, dove l’identità visiva viene scomposta e ricomposta in una pluralità di punti di vista, o al Dadaismo, che utilizza l’ego come bersaglio polemico, ironizzando sull’idea stessa di genio individuale. Eppure, anche in queste operazioni apparentemente anti-egoiche, l’ego continua a operare sotterraneamente. La volontà di rompere con il passato, di scandalizzare, di rifondare il linguaggio artistico, è anch’essa una forma di affermazione del sé, un modo radicale di dire “io”.

Picasso rappresenta forse uno degli esempi più emblematici di questa ambivalenza. Il suo ego è smisurato, dichiarato, quasi ostentato, ma al tempo stesso è capace di attraversare stili, linguaggi, identità differenti con una libertà che raramente scade nella pura autoreferenzialità. In lui l’ego è una forza proteiforme, che si rinnova continuamente, che non si accontenta di un’immagine fissa di sé. È un ego che divora e rigenera, che si nutre del confronto con la storia dell’arte, con gli altri artisti, con le proprie metamorfosi interiori. Qui l’ego non è un muro, ma un campo di battaglia.

Parallelamente, l’arte del secondo Novecento introduce una tensione nuova: quella tra la smaterializzazione dell’opera e la persistenza dell’ego. Nell’arte concettuale, nella performance, nelle pratiche relazionali, l’oggetto artistico perde centralità, ma la presenza dell’artista si fa spesso più incisiva. Il corpo, la firma, il gesto diventano veicoli privilegiati dell’ego. Anche quando l’opera sembra voler scomparire, l’io che la produce rimane come traccia, come dichiarazione di intenti. È un’illusione pensare che la riduzione della forma equivalga alla dissoluzione dell’ego; spesso accade il contrario: più l’opera si rarefà, più l’ego si intensifica, assumendo una dimensione quasi mitologica.

In questo scenario si colloca anche il rapporto sempre più stretto tra arte e mercato. Il sistema dell’arte contemporanea amplifica l’ego, lo trasforma in brand, in identità riconoscibile, in valore economico. L’artista diventa un nome, una firma, una narrazione spendibile. Questo processo non è neutro: esso modifica profondamente il modo in cui l’ego si articola all’interno della pratica artistica. Da un lato, offre visibilità e possibilità di sopravvivenza; dall’altro, rischia di ridurre la complessità dell’opera a un’immagine semplificata del sé. L’ego, da forza creativa, può trasformarsi in prodotto, in superficie levigata, perdendo quella dimensione conflittuale che spesso è alla base dell’arte più intensa.

E tuttavia, anche in questo contesto ipermediato, l’ego continua a essere una pulsione irrefrenabile, una necessità quasi biologica. L’artista non può eliminarlo senza rinunciare a una parte fondamentale della propria energia creativa. Il problema non è la presenza dell’ego, ma la sua gestione, la sua capacità di entrare in dialogo con l’opera invece di sovrastarla. Quando l’ego accetta di mettersi in gioco, di esporsi al rischio, di farsi attraversare dal dubbio, esso diventa una forza generativa. Quando invece si irrigidisce in una posa, in una maschera di successo o di ribellione, diventa sterile.
In questo senso, l’ego non è mai una realtà stabile. È un campo di tensioni, un equilibrio precario tra affermazione e perdita, tra desiderio di controllo e abbandono. L’arte nasce proprio in questo spazio instabile, dove l’artista non domina completamente la propria opera, ma ne è a sua volta trasformato. L’ego filigranato nell’opera non è una firma autografa, ma una traccia, un residuo, una vibrazione che continua a parlare anche quando l’artista non è più presente.

A un certo punto del percorso artistico – spesso quando l’entusiasmo iniziale si è esaurito e il riconoscimento non è più una promessa ma una variabile instabile – l’ego smette di essere soltanto una spinta verso l’esterno e diventa un problema interno. Non è più l’energia che accende, ma la voce che interroga, che chiede conto: “che cosa resta?”, “per chi?”, “perché ancora?”. È qui che l’ego entra in una zona di crisi profonda, perché si trova costretto a fare i conti con la propria finitezza. L’arte, che in gioventù sembrava una promessa di immortalità, si rivela improvvisamente come un territorio esposto all’oblio, alla ripetizione, al disinteresse.

Il fallimento, reale o percepito, è uno dei grandi banchi di prova dell’ego artistico. Non esiste pratica creativa che non lo incontri, anche quando viene mascherato dal successo. Fallire non significa soltanto non essere riconosciuti, ma sentire che l’opera non corrisponde più all’immagine che l’ego aveva costruito di sé. È una frattura dolorosa, perché mette in crisi l’identificazione tra io e opera. L’artista che ha fondato la propria identità sulla produzione rischia, in questi momenti, di sentirsi svuotato, come se l’ego, privato della sua funzione propulsiva, collassasse su se stesso.

Eppure, proprio qui può avvenire una trasformazione decisiva. Quando l’ego accetta la possibilità del fallimento, quando smette di difendersi a ogni costo, può aprirsi a una forma diversa di relazione con l’opera. Non più come estensione narcisistica del sé, ma come spazio di ascolto, di attesa, talvolta persino di rinuncia. Molti artisti, in questa fase, rallentano, si ritirano, producono meno, o producono in modo più laterale. Non è un impoverimento, ma un mutamento di postura. L’ego non scompare, ma cambia voce: da proclamazione diventa mormorio.

Questo passaggio è particolarmente evidente in quelle pratiche artistiche che fanno del silenzio, della sottrazione, della rarefazione il loro campo d’azione. Pensiamo agli artisti che lavorano sul quasi-niente, sul gesto minimo, sulla durata impercettibile. Qui l’ego non è più una bandiera sventolata, ma una presenza trattenuta, consapevole del proprio peso. È un ego che ha imparato a non occupare tutto lo spazio, a lasciare margini, vuoti, interstizi. E in questi vuoti l’opera respira, si libera dalla necessità di rappresentare l’io per diventare esperienza condivisibile.

C’è poi una dimensione ancora più radicale, quella della sparizione. Alcuni artisti scelgono, in modo più o meno consapevole, di ritirarsi dalla scena, di interrompere la produzione, di sottrarsi al circuito del riconoscimento. Questo gesto è spesso letto come sconfitta o come gesto romantico, ma può essere anche interpretato come una forma estrema di gestione dell’ego. Sparire significa rifiutare l’identificazione totale con il ruolo di artista, rompere il patto implicito tra ego e visibilità. È un atto rischioso, perché priva l’io del suo specchio pubblico, ma proprio per questo può diventare un gesto di liberazione.

Non va però idealizzata la sparizione. Anche il ritiro può essere una forma di ego, un’ultima affermazione, una scelta che costruisce un mito negativo: quello dell’artista che rifiuta il mondo. L’ego è astuto, capace di annidarsi anche nelle forme apparentemente più ascetiche. Ciò che conta non è tanto il gesto in sé, quanto il modo in cui esso viene abitato interiormente. Se la sparizione è vissuta come fuga, l’ego rimane intatto, solo ferito. Se invece è attraversata come trasformazione, può aprire a una relazione più fluida con l’arte e con se stessi.

L’ego artistico non è mai qualcosa da eliminare, ma da attraversare. Ogni tentativo di annullarlo completamente conduce a una nuova forma di rigidità, a una sterilità travestita da purezza. L’arte non nasce dall’assenza di ego, ma dalla sua messa in gioco. È nel momento in cui l’ego accetta di non essere padrone assoluto del processo creativo che l’opera può superare il livello dell’autobiografia e toccare qualcosa di più ampio, di più condiviso, persino di impersonale.

Qui si apre una dimensione quasi spirituale dell’ego nell’arte. Non nel senso religioso o mistico in senso stretto, ma come esperienza di decentramento. L’artista, attraverso il lavoro, sperimenta la possibilità di uscire da sé, di essere attraversato da qualcosa che non controlla del tutto. In questi momenti, l’ego non scompare, ma si fa poroso. È ancora presente, ma non occupa più il centro. Diventa una soglia, un punto di passaggio. Ed è forse in questa condizione che l’arte raggiunge una delle sue forme più alte: quando l’opera non dice “io”, ma neppure cancella l’io; quando lo include come una delle sue vibrazioni, non come il suo unico significato.

Il mondo dell’arte, con le sue dinamiche di potere, di riconoscimento, di esclusione, rende questo equilibrio particolarmente difficile. L’ego viene continuamente sollecitato, ferito, esaltato, messo alla prova. Ma è proprio questa esposizione costante che fa dell’arte un laboratorio privilegiato per osservare il funzionamento dell’ego umano in generale. Nell’artista, ciò che in molti rimane latente diventa visibile, quasi teatrale: il bisogno di essere visti, la paura di scomparire, il desiderio di lasciare una traccia che sopravviva al corpo.

E tuttavia, l’opera più duratura non è quasi mai quella che grida più forte. È spesso quella in cui l’ego ha accettato di farsi meno ingombrante, di farsi mezzo piuttosto che fine. Non perché abbia rinunciato a sé, ma perché ha capito che l’affermazione più radicale non passa sempre dalla dichiarazione, ma dalla capacità di lasciare spazio all’altro: allo spettatore, al tempo, all’interpretazione.

L’ego, nel mondo dell’arte, non è mai un semplice attributo psicologico dell’artista, né un difetto da correggere o una virtù da esaltare. È una forza strutturale, una condizione di possibilità dell’atto creativo stesso. Senza ego non vi sarebbe spinta, desiderio, urgenza; senza ego l’opera rischierebbe di non nascere, di restare pura potenzialità. Ma quando l’ego si identifica completamente con l’opera, quando pretende di coincidere con il suo senso ultimo, allora diventa un limite, una barriera che impedisce all’arte di aprirsi al tempo, allo sguardo dell’altro, alla trasformazione.

Il percorso dell’artista è spesso una lunga negoziazione con questa forza ambivalente. All’inizio l’ego chiede spazio, visibilità, riconoscimento; più avanti chiede conferme; infine, se il lavoro è autentico, è costretto a confrontarsi con la propria precarietà. È in questo confronto che l’arte può maturare. Non perché l’ego venga domato o annullato, ma perché smette di essere il centro esclusivo del processo. L’opera, allora, non è più soltanto una dichiarazione di identità, ma diventa un luogo di relazione, un campo in cui l’io si incontra con ciò che non è io: il mondo, gli altri, il tempo.

L'arte offre all’ego una possibilità rara: quella di misurarsi con la propria dissoluzione senza scomparire del tutto. Ogni opera è un tentativo di lasciare una traccia, ma anche un’accettazione implicita del fatto che quella traccia sarà interpretata, trasformata, forse dimenticata. L’ego, attraverso l’arte, impara che la permanenza non coincide con il controllo, e che la sopravvivenza passa spesso per la perdita. L’opera vive non perché l’artista la possiede, ma perché viene abbandonata al tempo.

Forse è proprio qui che si gioca la dimensione più profonda del rapporto tra ego e arte. L’artista lavora per affermarsi, ma crea qualcosa che, una volta esposto, non gli appartiene più. In questo scarto tra intenzione e destino, tra volontà e ricezione, l’ego è costretto a farsi flessibile, a rinunciare all’illusione di una centralità assoluta. L’arte diventa allora una forma di esercizio etico, una pratica che insegna all’io a convivere con la propria insufficienza senza rinunciare alla propria voce.

Il mondo dell’arte contemporaneo, con le sue accelerazioni, le sue dinamiche di visibilità e le sue mitologie del successo, tende spesso a esasperare l’ego, a renderlo rumoroso, performativo, immediatamente riconoscibile. Ma proprio per questo diventa urgente tornare a pensare l’ego non come spettacolo, ma come tensione interna, come energia che chiede di essere attraversata, non esibita. Le opere che resistono al tempo sono spesso quelle in cui l’ego non ha occupato tutto lo spazio, ma ha accettato di farsi attraversare dal dubbio, dal silenzio, dall’ambiguità.

In definitiva, il ruolo dell’ego nell’arte non è quello di dominare, ma di rendere possibile. È una spinta irrefrenabile, sì, ma anche una materia da lavorare, da scolpire, da mettere in forma. Come ogni materia, può essere grezza o raffinata, opaca o trasparente. L’arte non chiede all’ego di tacere, ma di trasformarsi. E forse è proprio in questa trasformazione, lenta e spesso dolorosa, che si misura la distanza tra un’opera che parla solo di chi l’ha creata e un’opera che, pur nata da un io, riesce a parlare a molti.

Così l’ego rimane, inevitabilmente, filigranato nell’opera. Non come firma narcisistica, ma come traccia di un passaggio umano: qualcuno è stato lì, ha lottato con una forma, con un’idea, con il proprio limite, e ha accettato di lasciarla andare. In quel gesto di abbandono, più che nell’affermazione, l’arte trova forse la sua verità più duratura.