sabato 11 gennaio 2025

"Santo Genet, commediante e martire” di Jean-Paul Sartre


"Santo Genet, commediante e martire” di Jean-Paul Sartre, un'opera che, per vastità di temi e intensità di approccio, merita uno studio minuzioso. A partire dal soggetto, Jean Genet, fino agli interrogativi universali che Sartre pone attraverso di lui, il testo si configura non solo come una biografia intellettuale, ma come una meditazione sull’essenza dell’esistenza umana, il valore dell’arte e la natura della libertà.

Jean-Paul Sartre, figura cardine del pensiero esistenzialista, pubblicò questo testo nel 1952, in un momento cruciale della sua carriera filosofica e letteraria. Dopo opere come L'essere e il nulla (1943) e prima della successiva produzione politico-militante, Sartre si concentra su una figura che incarna, agli estremi, molti dei temi da lui esplorati: la libertà come condanna, la responsabilità individuale e la possibilità di dare un significato alla vita attraverso la creazione artistica.
Jean Genet rappresenta, per Sartre, una sfida esistenziale e intellettuale. Come può un uomo che vive ai margini della società – un criminale, un omosessuale dichiarato e spesso reietto – non solo affermare la propria esistenza, ma trasformarla in una forma di arte? Sartre vede in Genet una sorta di "paradosso vivente": colui che rifiuta le norme sociali e morali, ma al contempo crea una propria struttura di significato attraverso la scrittura e il pensiero.

Jean Genet nacque nel 1910 a Parigi da una madre prostituta che lo abbandonò poco dopo la nascita. Crebbe in una serie di famiglie affidatarie e istituti per minori, venendo etichettato fin da giovanissimo come "problema sociale". Da qui emerge il primo elemento centrale per Sartre: Genet non sceglie il suo destino iniziale, ma sceglie come rispondere ad esso. Invece di tentare una redenzione o un reinserimento nella società, Genet abbraccia la marginalità come una forma di identità, trasformando il marchio del "criminale" in una medaglia d’onore.
La giovinezza di Genet fu caratterizzata da furti, prostituzione e prigionia. Sartre esplora questi elementi non come semplici fatti biografici, ma come tasselli fondamentali di un processo di autodefinizione. Genet, secondo Sartre, si ribella a ogni forma di giudizio morale accettando e sublimando la condanna sociale. La società lo definisce un “delinquente”? Bene, Genet farà del crimine una forma di poesia.

Per Genet, la prigione diventa un luogo centrale, non solo fisicamente, ma anche simbolicamente. Sartre vede nella reclusione una metafora della condizione umana: l’uomo, in fondo, è sempre imprigionato in un sistema di norme e valori che non sceglie. Tuttavia, la prigione diventa per Genet anche uno spazio creativo. È qui che inizia a scrivere, dando vita a opere come Notre-Dame des Fleurs e Miracle de la rose. Sartre interpreta questa transizione come un atto di libertà radicale: Genet trasforma la reclusione in uno spazio di creazione, dimostrando che l’uomo può trovare la libertà anche nelle condizioni più oppressive.

Il titolo stesso del libro, "Santo Genet", pone immediatamente la questione della santità. Sartre non intende Genet come un santo in senso tradizionale, ma come una figura che si eleva al di sopra della morale comune attraverso un atto di trascendenza personale. Come i santi cristiani trasformano la sofferenza in redenzione, Genet trasforma l’abiezione in bellezza. Tuttavia, la sua non è una redenzione spirituale, ma estetica e personale.
Per Sartre, la santità di Genet sta nella sua capacità di creare un universo di valori completamente autonomo. La società condanna il crimine, l’omosessualità e l’oscenità? Genet li trasforma in simboli di purezza, ribaltando le categorie morali tradizionali. Nei suoi testi, gli atti più bassi – come il tradimento, il furto o l’omicidio – assumono una dignità quasi sacrale, proprio perché esistono al di fuori del giudizio morale.

Il martirio di Genet, secondo Sartre, non è solo una condizione passiva. Genet non si limita a subire le persecuzioni della società, ma le trasforma in materiale creativo. Il martirio diventa, in un certo senso, un atto performativo: Genet si fa martire per poter riscrivere le regole del gioco. Questa teatralità è evidente non solo nella sua vita, ma anche nella sua opera, dove i personaggi mettono costantemente in scena se stessi, ribellandosi alle aspettative sociali.

Un punto cardine della filosofia sartriana è la libertà. Sartre sostiene che l’uomo è “condannato a essere libero”: non possiamo sfuggire alla responsabilità di scegliere chi vogliamo essere. In questo senso, Genet è un esempio estremo di libertà: invece di accettare passivamente il ruolo che la società gli attribuisce, lo assume in modo radicale e lo trasforma in un atto di ribellione.
Genet sceglie di essere “altro”, di vivere al di fuori delle norme, e questa scelta lo rende libero, nonostante tutte le limitazioni materiali e sociali. Sartre interpreta questa libertà come un atto di creazione artistica: Genet non si limita a vivere la sua vita, ma la trasforma in un’opera d’arte, dimostrando che l’identità non è un dato fisso, ma un processo in continua evoluzione.

Per Sartre, l’arte di Genet non è semplicemente una forma di espressione, ma una dichiarazione di guerra alla morale tradizionale. Nei suoi romanzi, il bene e il male perdono il loro significato convenzionale, diventando categorie estetiche. Questo è evidente, per esempio, in Querelle de Brest, dove l’omicidio e la passione erotica si intrecciano in un’ode al desiderio e alla violenza.
L’arte, secondo Genet (e Sartre), non deve servire a redimere o moralizzare, ma a mostrare la realtà nella sua complessità. Per questo, le opere di Genet sono spesso scomode e provocatorie: ci costringono a confrontarci con il lato oscuro dell’umanità, senza alcuna mediazione.

Quando "Santo Genet" fu pubblicato, la sua accoglienza fu polarizzata. Alcuni critici lo considerarono un capolavoro, un’analisi profonda e innovativa di una figura complessa. Altri lo criticarono per la sua lunghezza eccessiva e il tono intellettualistico. Tuttavia, nel tempo il libro è stato rivalutato come un’opera fondamentale non solo per comprendere Jean Genet, ma anche per esplorare le potenzialità dell’arte e della filosofia.
L’influenza di 'Santo Genet" si estende ben oltre il campo della letteratura. Sartre dimostra che anche una vita considerata “spregevole” dalla società può diventare una testimonianza di libertà e creatività. Oggi, l’opera resta un punto di riferimento per chi voglia esplorare il confine tra arte e vita, tra etica e estetica.

"Santo Genet" è molto più di una biografia intellettuale: è un trattato esistenziale, un manifesto artistico e una meditazione sulla condizione umana. Sartre usa la figura di Genet per interrogarsi sul significato della libertà, sulla possibilità di trascendere il giudizio morale e sulla capacità dell’uomo di creare bellezza anche nelle condizioni più difficili. Un testo che continua a provocare, ispirare e interrogare i lettori moderni.

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