martedì 11 febbraio 2025

11 febbraio 1963


L’11 febbraio 1963, Londra era immersa nel gelo invernale. Un freddo umido, opprimente, che sembrava penetrare nelle ossa e nell’anima. In una casa georgiana al numero 23 di Fitzroy Road, una giovane donna si muoveva con gesti metodici, come seguendo una coreografia già scritta. Sylvia Plath, poeta e madre, lottava contro un dolore che non le concedeva tregua. L’edificio in cui viveva era stato abitato da William Butler Yeats, un dettaglio che lei aveva colto come un segno, un filo invisibile che la legava alla grande tradizione poetica anglosassone. Ma quella casa, che avrebbe dovuto rappresentare un nuovo inizio dopo la separazione da Ted Hughes, divenne invece il luogo della sua fine.

La sua vita, nelle ultime settimane, era stata scandita da una routine solitaria e angosciante. Londra, città che aveva amato e detestato in egual misura, le era diventata ostile: l’inverno era particolarmente rigido, il riscaldamento funzionava a malapena, e lei si trovava a crescere da sola due bambini piccoli, Frieda e Nicholas, in condizioni di estrema difficoltà. La depressione che l’aveva accompagnata per gran parte della sua esistenza ora la stringeva in una morsa implacabile. Era sola, senza la vicinanza di una famiglia su cui contare, senza un supporto stabile. I suoi amici la descrivevano come sempre più magra, con occhiaie profonde e uno sguardo spento, segnali inequivocabili del tormento interiore che la stava consumando.

Eppure, nella sua disperazione, non aveva mai smesso di scrivere. In quei mesi finali, la sua creatività aveva raggiunto un’intensità straordinaria. Ariel, la raccolta che avrebbe rivoluzionato la poesia del Novecento, era nata proprio in quel periodo. I suoi versi erano taglienti, colmi di immagini viscerali, di una forza primordiale che sembrava trascendere la sua stessa esistenza. Era come se stesse bruciando a un ritmo insostenibile, divorata dal fuoco della sua arte e del suo dolore.

La notte tra il 10 e l’11 febbraio, Sylvia si prese cura dei suoi figli un’ultima volta. Preparò due tazze di latte e fette di pane imburrato, che lasciò sul comodino vicino ai loro lettini. Un gesto dolce e terribile allo stesso tempo, una sorta di addio silenzioso, o forse una rassicurazione, come a dire: mamma vi pensa, anche ora, anche nel buio in cui sta sprofondando. Poi sigillò la porta della loro stanza con del nastro adesivo e degli asciugamani, per proteggerli, per isolarli dall’ultima decisione che aveva preso.

Poco prima di compiere quel gesto definitivo, scrisse la sua ultima poesia: Orlo. Era un epitaffio, una dichiarazione di chiusura. Parlava di una donna che aveva raggiunto la perfezione solo nella morte, di una madre che osservava dall’alto il proprio destino compiersi. Le sue parole, fredde e implacabili, non lasciavano spazio a interpretazioni.

Molti hanno discusso sulle sue vere intenzioni quella mattina. Secondo il critico e poeta Al Alvarez, amico intimo di Sylvia, il suo non fu necessariamente un addio voluto, ma piuttosto un grido d’aiuto che nessuno ascoltò in tempo. Aveva lasciato un biglietto con il numero del suo medico e una richiesta di chiamarlo, forse nella speranza che qualcuno arrivasse in tempo. Inoltre, sapeva che quella mattina una ragazza australiana, che talvolta la aiutava con i bambini, sarebbe dovuta passare a trovarla. Ma il destino, crudele e inesorabile, fece sì che nessuno arrivasse abbastanza presto. Quando la governante riuscì finalmente a entrare in casa, Sylvia non c’era più. Aveva solo trent’anni.

La notizia della sua morte scosse profondamente il mondo letterario. In pochi anni, era riuscita a imporsi come una delle voci più originali della sua generazione, ma il successo non era mai bastato a colmare il vuoto dentro di lei. Il suo matrimonio con Ted Hughes, iniziato con una passione travolgente, si era sgretolato sotto il peso dei tradimenti di lui e delle insicurezze di lei. Il loro rapporto era stato fatto di amore e ferocia, di slanci creativi e lacerazioni insanabili. Quando lui la lasciò per un’altra donna, la fragile stabilità di Sylvia andò in pezzi.

Dopo la sua morte, Hughes si ritrovò a gestire il suo lascito letterario. Pubblicò Ariel postumo, modificando però l’ordine originale delle poesie. Il dibattito su questa scelta è ancora acceso: molti ritengono che Hughes abbia voluto in qualche modo riscrivere la narrazione della sua vita, attenuandone i toni più oscuri. Qualunque fosse la sua intenzione, il libro divenne un capolavoro, un punto di riferimento assoluto nella poesia contemporanea.

Negli anni successivi, la figura di Sylvia Plath divenne un simbolo. Per alcuni, un’icona femminista, una donna che aveva osato raccontare il proprio dolore in un mondo che voleva le donne silenziose e composte. Per altri, l’emblema della sofferenza mentale che si fa arte. Ma al di là delle interpretazioni, resta la sua voce, che continua a risuonare nei suoi versi.

Le sue parole, dense di immagini potenti e viscerali, non sono mai state dimenticate. Ogni anno, nuove generazioni di lettori scoprono la sua opera e vi trovano riflesso il proprio dolore, la propria rabbia, la propria ricerca di senso. Sylvia Plath non è solo la poetessa della sofferenza: è la poetessa della verità, di un’umanità vissuta fino all’ultimo respiro. E la sua voce, attraverso le pagine di Ariel, non ha mai smesso di parlare.