"Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri", scritto da Shoshana Zuboff, è una vera e propria opera monumentale, un libro che segna un prima e un dopo nell’analisi del potere economico e sociale nell’era digitale. Pubblicato nel 2019, questo testo è stato accolto con entusiasmo e preoccupazione da accademici, politici, economisti e semplici cittadini che hanno compreso la sua importanza. Con oltre 700 pagine dense di contenuti, approfondimenti e un linguaggio che unisce il rigore accademico a un’appassionata capacità di denuncia, Zuboff non si limita a descrivere il capitalismo della sorveglianza: lo seziona, ne espone le origini, analizza il suo impatto e, soprattutto, ci mette di fronte alla sua inquietante capacità di trasformare l’esperienza umana in un bene economico.
Questo libro non è solo una lettura; è un viaggio che richiede impegno, pazienza e una volontà di comprendere i meccanismi nascosti dietro le piattaforme digitali che utilizziamo quotidianamente. È una sfida intellettuale e morale che, pur nella sua complessità, diventa indispensabile per chiunque voglia comprendere come il potere si stia ridisegnando nell'era dell’informazione.
Il capitalismo della sorveglianza: una rottura storica
Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza come una nuova forma di capitalismo, nata all’inizio del XXI secolo con il boom delle tecnologie digitali e la diffusione di internet. Ma cosa lo distingue dalle forme di capitalismo che lo hanno preceduto? Per rispondere a questa domanda, l’autrice ci guida attraverso una narrazione storica e sociologica che individua una frattura fondamentale: mentre il capitalismo industriale si basava sulla trasformazione delle risorse naturali in beni materiali, il capitalismo della sorveglianza trae il suo potere dalla trasformazione delle esperienze umane in dati comportamentali.
Google è stato il pioniere di questo nuovo modello economico. All’inizio, l’azienda si limitava a offrire un motore di ricerca che organizzava le informazioni presenti sul web. Ma presto si rese conto che il vero valore economico non risiedeva nei servizi offerti agli utenti, bensì nei dati che questi producevano durante l’uso del motore di ricerca. Le parole cercate, il tempo trascorso su determinate pagine, i clic effettuati: tutto poteva essere raccolto, analizzato e utilizzato per costruire modelli predittivi del comportamento umano.
Questi dati, che Zuboff chiama "surplus comportamentale", vengono estratti senza che l'utente ne sia consapevole. Non si tratta solo di raccogliere informazioni per migliorare i servizi offerti: il vero scopo è monetizzare questi dati, vendendoli a terze parti che possono utilizzarli per prevedere e influenzare i comportamenti degli individui. È qui che il capitalismo della sorveglianza si rivela in tutta la sua potenza: non si limita a osservare il comportamento umano, ma lo trasforma in una merce, un prodotto da vendere al miglior offerente.
La dinamica dell’espropriazione invisibile
Zuboff descrive il capitalismo della sorveglianza come un sistema di espropriazione invisibile che si appropria delle esperienze umane in modo silenzioso e sistematico. Ogni azione compiuta online – una ricerca su Google, un post su Facebook, una passeggiata con uno smartphone in tasca – genera dati che vengono catturati e trasformati in risorse economiche. Questo processo avviene senza che gli utenti ne siano pienamente consapevoli e, spesso, senza il loro consenso informato.
L’autrice paragona questa dinamica alle enclosures dell’Inghilterra del XVIII secolo, quando le terre comuni furono recintate e privatizzate, sottraendo ai contadini la possibilità di utilizzarle liberamente. Allo stesso modo, il capitalismo della sorveglianza recinta l’esperienza umana, trasformandola in proprietà privata delle grandi aziende tecnologiche. Ma mentre le enclosures fisiche erano visibili, quelle digitali sono nascoste, celate dietro interfacce user-friendly e politiche sulla privacy volutamente oscure.
Le piattaforme digitali, sottolinea Zuboff, sono progettate per essere invasive. Gli algoritmi che governano i social media, i motori di ricerca e le app non sono neutrali: sono strumenti di estrazione che mirano a raccogliere il maggior numero possibile di dati. Questa logica si estende a una vasta gamma di dispositivi, dai termostati intelligenti alle automobili connesse, trasformando il mondo intero in una rete di sorveglianza globale.
Dati, algoritmi e manipolazione comportamentale
Uno degli aspetti più inquietanti del capitalismo della sorveglianza è il passaggio dalla semplice previsione del comportamento alla sua manipolazione. Le piattaforme digitali non si accontentano di osservare: vogliono influenzare. Gli algoritmi che governano i social media, ad esempio, sono progettati per massimizzare il tempo trascorso online, manipolando le emozioni degli utenti per aumentare il coinvolgimento.
Zuboff cita l'esempio di Facebook, che nel 2014 condusse un esperimento su quasi 700.000 utenti manipolando i loro feed per osservare l’impatto emotivo dei contenuti mostrati. Questo tipo di sperimentazione, che avviene senza il consenso degli utenti, rappresenta una violazione etica che mina il libero arbitrio.
Ma l’impatto del capitalismo della sorveglianza non si limita alla sfera individuale: si estende alla politica, alla società e alla democrazia stessa. Lo scandalo Cambridge Analytica, in cui i dati di milioni di utenti di Facebook furono utilizzati per influenzare elezioni in tutto il mondo, è solo uno dei tanti esempi di come le informazioni personali possano essere sfruttate per manipolare l’opinione pubblica e destabilizzare le istituzioni democratiche.
La crisi della democrazia e del libero arbitrio
Secondo Zuboff, il capitalismo della sorveglianza rappresenta una minaccia esistenziale per la democrazia. In un sistema in cui poche aziende detengono un’enorme quantità di informazioni sulle persone, si crea una asimmetria di potere senza precedenti. Questa concentrazione di conoscenza consente alle aziende di influenzare non solo i mercati, ma anche il comportamento politico dei cittadini, mettendo a rischio la sovranità popolare.
Un esempio lampante è il sistema di credito sociale implementato in Cina, dove le attività online e offline dei cittadini vengono monitorate per assegnare loro un punteggio che determina l’accesso a beni e servizi. Sebbene questo sistema sia specifico del contesto cinese, Zuboff avverte che dinamiche simili stanno emergendo anche in Occidente, dove il capitalismo della sorveglianza sta progressivamente erodendo i confini tra sfera privata e controllo pubblico.
Un appello alla resistenza
Nonostante il tono spesso cupo, "Il capitalismo della sorveglianza" non è un libro privo di speranza. Zuboff conclude con un appello appassionato alla resistenza, invitando i cittadini a mobilitarsi per difendere i propri diritti e reclamare ciò che definisce il "diritto al futuro". Questo diritto implica la possibilità di scegliere chi vogliamo essere, liberi dalle manipolazioni degli algoritmi e dalla logica del profitto.
Per realizzare questo obiettivo, l’autrice sottolinea la necessità di una nuova regolamentazione che limiti il potere delle aziende tecnologiche e protegga la privacy dei cittadini. Ma, soprattutto, invita le persone a prendere consapevolezza del problema e a rifiutare di accettare passivamente un sistema che sfrutta la loro umanità per il profitto.
Conclusioni: una lettura indispensabile
"Il capitalismo della sorveglianza" non è solo un libro: è un atto di denuncia, una guida per comprendere il presente e una chiamata all’azione per costruire un futuro diverso. Con il suo stile incisivo e la sua analisi profonda, Shoshana Zuboff ci offre uno strumento indispensabile per affrontare una delle sfide più grandi del nostro tempo. Un testo che richiede attenzione, impegno e riflessione, ma che ha il potere di cambiare il modo in cui vediamo il mondo digitale e il ruolo che vi giochiamo. Una lettura imprescindibile per chiunque voglia difendere la propria libertà e la propria dignità nell’era della sorveglianza.
Nessun commento:
Posta un commento