Il rombo della scorta armata si confondeva con il battito del mio cuore, un tamburo cupo e inarrestabile che rimbombava dentro il petto. Il suono si insinuava nelle ossa, nelle viscere, nelle sinapsi, un'eco continua che scandiva ogni mio passo. Sentivo il peso della marcia sotto i piedi, la rigidità del selciato che sembrava respingermi invece di sostenermi. Ogni passo era un’esitazione, un confronto con il nulla, una battaglia invisibile contro il vuoto che mi si apriva attorno.
L’aria sapeva di polvere, di ferro, di qualcosa di stantio che non si dissipava mai. La città mi avvolgeva come una bestia addormentata, un mostro fatto di cemento e finestre cieche, di strade che si ripetevano in un labirinto senza soluzione. Avevo la sensazione di essere già passato di lì, di ripetere lo stesso percorso all’infinito. Forse era davvero così. Forse non c’era altro, solo un loop infinito, una ripetizione inesorabile che mi imprigionava dentro una trama invisibile.
Poi lo sparo.
Un colpo secco, netto, lacerante.
Non so se fosse reale o se fosse solo un riflesso del caos che mi si agitava dentro. Ma lo sentii come una scossa, un taglio improvviso nel silenzio. Per un istante trattenni il respiro. Guardai attorno, cercai un segno, una conferma, qualcosa che mi dicesse che non me lo ero inventato. Ma la città rimaneva immobile, indifferente, come se nulla fosse accaduto. Solo io sembravo averlo sentito, solo io ne portavo il peso nelle ossa.
Era stato un colpo sparato al mio disgusto, a quella nausea sottile che mi cresceva dentro da sempre. Un disgusto che si infilava nei miei pensieri, nei miei gesti, nel modo in cui guardavo il mondo e il mondo guardava me. Mi ero abituato a conviverci, a lasciarlo crescere dentro come un parassita che non potevo più estirpare. Avevo provato a combatterlo, una volta, tanto tempo fa. Ma lui aveva vinto. Ora era parte di me, un organo in più, un’estensione del mio essere.
Davanti a me, il passaggio a livello.
Le sbarre abbassate.
Fisse.
Ferme.
Da sempre.
Un ostacolo che nessuno sembrava voler rimuovere. Rimasero lì, immobili, come se il tempo stesso le avesse inchiodate a quella posizione. Attesi. Non sapevo neanche bene cosa aspettassi. Forse un treno, forse un segnale. Ma non arrivò nulla. L'aria rimase sospesa, densa di niente.
Pensai, per un istante, che quel passaggio a livello fosse sempre stato chiuso. Che nessun treno fosse mai passato di lì. Che la strada oltre le sbarre non esistesse affatto. E allora cosa stavo aspettando? Perché ero fermo lì, come se quella barriera avesse un senso?
Feci un passo avanti, poi un altro. Le sbarre non si mossero. Non si sarebbero mai mosse.
Allungai una mano nella tasca, cercando un contatto, un appiglio, qualcosa di tangibile. E trovai solo il vuoto.
L’unico libro.
Perso.
Smarrìto.
Forse mai posseduto davvero.
L’unica cosa che contava, l’unico oggetto che avrebbe potuto darmi un senso, e non c’era più. Cercai di ricordarne il peso, la consistenza sotto le dita, l’odore delle pagine, ma il ricordo era sfocato, come se stesse già dissolvendosi. Cercai di ricostruirlo, parola per parola, frase per frase, ma il testo mi sfuggiva, le lettere si spegnevano una dopo l’altra come luci in una strada deserta. Forse era stato solo un sogno, un’illusione. Forse non c’era mai stato nessun libro.
Una volta, un uomo con gli occhiali sottili mi aveva guardato fisso e aveva detto: "Tu sei un poeta".
Aveva pronunciato quelle parole con la sicurezza di chi sa quello che dice, con l'aria di chi consegna un destino. E per un attimo gli avevo creduto. Ma quell’attimo era durato poco.
Poeta di cosa?
Della fame? Della perdita? Della solitudine che si allungava dentro di me come una notte senza alba? Poeta di un’elemosina che non sarebbe mai bastata? Avevo teso la mano, sempre. Non per soldi, non per cibo. Ma per qualcosa di più sottile. Un riconoscimento. Un segno che dicesse: "Io ti vedo". Ma il mondo era cieco. Il mondo non guardava. E io ero invisibile.
Ora sono qui, in questo crepuscolo senza nome.
Dietro una porta socchiusa.
Non entro. Non esco. Resto sospeso.
La porta è appena aperta, quel tanto che basta per far passare un filo d’aria, ma non abbastanza per mostrarmi cosa c’è oltre. Potrei spingerla, attraversare il varco. Ma non lo faccio. Non riesco a farlo.
Il mio corpo barcolla, leggermente. Il mio pensiero segue il movimento, si inclina, si frantuma.
La fantasia, un tempo ardente, ora è marcia. La sento nelle dita, nel respiro, nelle parole che non riesco più a pronunciare. Avevo piantato semi, avevo atteso che germogliassero. Ma ora vedo solo terra sterile, radici spezzate, fiori che non fioriscono.
Sono mutilo.
Mi guardo le mani e vedo che qualcosa manca.
Non un pezzo di carne, non un arto.
Ma il tempo stesso.
Allora lo addento, con rabbia, con disperazione.
Lo stringo tra i denti, lo mastico con la furia di chi ha fame e non trova cibo.
Ma non sazia.
È inconsistente.
È aria.
È polvere.
È sabbia che scivola tra le labbra.
E resto qui.
Con il sapore del nulla sulla lingua.
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