Un sipario che si alza su un universo altro, non tanto parallelo quanto obliquo, scivolato fuori dalle righe di una realtà che ha ormai perso interesse per chi non si conforma. Il teatro è piccolo, minuscolo, un relitto sospeso tra il trash e il sublime, dove le voci non sono altro che eco sfiatate di una storia che si riavvolge ogni notte, incapace di progredire, come un vecchio nastro magnetico inceppato su un monologo ossessivo.
Un poetucolo minore, dimenticato da chiunque conti qualcosa nel mondo letterario, ma sempre pronto a rinnovare la propria mitologia personale, si aggira tra i margini, raccogliendo sguardi e briciole di attenzione con la meticolosità di chi non sa rassegnarsi all’irrilevanza. Ogni sera, come un attore troppo affezionato alla propria battuta, riversa il suo mondo in una nenia strascicata e petulante, un lamento dionisiaco che si mescola con il suono dei bicchieri svuotati e dei corpi sudati che si sfiorano, si avvinghiano, si respingono. Le sue confessioni hanno il sapore di un’ostinata fedeltà alla propria natura, un’adesione assoluta a un’idea di sesso che non conosce pentimento né compromesso. È una liturgia laica, un’adorazione carnale che si consuma nel rito delle proprie cicatrici, nei racconti di avventure erotiche più fantasticate che vissute, e in quelle davvero accadute, che ancora bruciano come tatuaggi freschi sulla pelle.
L’atmosfera si riempie di chiacchiere, voci che si rincorrono come ombre in un incubo allucinato, un club sotterraneo dove ogni parola è un bisbiglio gridato nel vuoto, dove la realtà si sgretola sotto il peso di storie che sembrano troppo esagerate per essere vere e troppo dettagliate per essere inventate. Qui, tra le frasi smozzicate e le risate isteriche, si muove la grande sacerdotessa del rumore, la cantante pop-rock tedesca che fu un tempo icona e ora è solo un’ombra di se stessa, sepolta tra corpi eccessivi, rivestiti di lattice e desiderio. Un relitto splendido, incastonato in un paesaggio da sogno cyberpunk, dove la notte non finisce mai e la luce è sempre artificiale.
Ma è BOLGIASHOCK l’evento che fa deflagrare tutto. Una notte che è al tempo stesso festa e delirio, celebrazione e apocalisse, un ritorno a quegli Anni ’80 che ancora echeggiano nei cuori di chi si rifiuta di lasciarli andare. Qui si consuma il dogma del sesso come atto assoluto, il disprezzo per la morale che impone vergogna mentre mercifica i corpi. Qui si ride di tutto, si rifiuta tutto, si ribalta tutto. L’AIDS? Una menzogna dei media, un complotto per spegnere la libertà animale, una paura che non si ha il tempo di considerare quando l’unica cosa che conta è il momento presente, il contatto immediato, il respiro affannoso di chi non si ferma a pensare alle conseguenze.
Tra un trip e l’altro, un pensiero sfugge dalla rete della carne: l’amore. È possibile che nasca un sentimento dentro un universo così febbricitante, dentro un corpo che si offre senza chiedere nulla in cambio? Godz diventa un nome sussurrato tra le pagine di una mente che si crede immune alla tenerezza. “Lo amo”, dice il protagonista, e il suono di quelle parole è quasi stonato in mezzo al caos. Ma l’amore è una febbre che non si lascia ignorare, un’infezione che si insinua tra una danza e un respiro affannato, un attimo di esitazione prima di un altro tuffo nel vuoto.
Nina Hagen sussurra visioni tra un fist e l’altro, una guida spirituale in latex e paillettes, un mantra che risuona mentre i corpi si aprono e si offrono. E se l’amore fosse solo un loop, una fantasia ossessiva che ci illudiamo di vivere mentre lo analizziamo, lo sezioniamo, lo contempliamo? Se l’amore fosse un fist infinito, una tensione perpetua che non arriva mai davvero al culmine? Ma nel buio lampeggia qualcosa, una luce che cade lenta, ostinata, illuminando brandelli di verità.
Dalla festa allo stupro il passo è breve, come un flashback improvviso che colpisce senza preavviso. Non è nemmeno violenza, o almeno non lo è nel senso convenzionale: è un rito, un’iniziazione, un gioco perverso di potere e sottomissione. Mani calde sulla pelle chiara, pressione, resistenza che si spezza. È qui che il sesso estremo smette di essere pura esaltazione e diventa una riflessione, una domanda che non ha risposta: quanto siamo disposti a spingerci oltre prima che il desiderio si trasformi in qualcosa di diverso, di pericoloso?
La nascita del fetish, il voyeurismo, le piogge dorate e tutto quello che sta al limite della decenza, della moralità, dell’accettabilità. Non c’è nulla di inventato qui, nulla di forzato: solo la realtà, nuda e cruda, che si stende come un panorama al neon davanti agli occhi di chi osa guardare. E la realtà, spesso, supera la fantasia.
Nel bel mezzo del vortice, tra i locali che si susseguono come stazioni di un viaggio senza ritorno, si sente ancora l’eco delle parole di chi si aggrappa a una negazione disperata. “Ehi, creatura! Non crederai alle notizie della tele!” L’AIDS è un fantasma che si aggira tra le luci stroboscopiche, un nemico senza volto che tutti fingono di non vedere. Eppure è lì, nei sussurri preoccupati, negli sguardi furtivi, nei corpi che iniziano a perdere peso, nella stanchezza che non se ne va più.
E poi la Fossa, il luogo mitico e mitizzato, il cuore nero della narrazione, dove tutto è furia, eccesso, ansia da prestazione. Un tempio del sesso sfrenato, dove il tempo si dissolve e il desiderio si trasforma in una religione, in un sacrificio continuo sull’altare della carne. Qui i nomi si confondono, le identità si annullano, e ciò che resta è solo il puro atto, il corpo che si muove, che si piega, che si offre e si consuma.
Mentre la notte avanza e i corpi si intrecciano nell’ombra, la narrazione si fa sempre più febbrile, le parole si accavallano, si stringono in un abbraccio soffocante. Il sesso come atto definitivo, il sesso come rifiuto della morte, il sesso come negazione della paura. È un paesaggio dell’emozione, un territorio sospeso tra il reale e il visionario, un luogo dove i sepolcri sono eternamente vuoti e la metamorfosi finale è un atto d’amore tanto brutale quanto sublime.
E alla fine, quando tutto si dissolve nell’eco delle ultime note di un pezzo industrial tedesco, resta solo una domanda sospesa nell’aria satura di sudore e desiderio: “Sono reale? Oppure sono solo un’ombra?”. E nel silenzio che segue, tra il rumore assordante della notte che non vuole finire, nessuno sa rispondere.
EL HORNO
1.
Skeeen camminava come un’ombra inquieta tra le luci fioche di El Horno, un luogo che pareva sorto dall’incubo febbricitante di un poeta in delirio, come se ogni sua parete, ogni superficie appiccicosa e scrostata, fosse stata dipinta da una mente attraversata da visioni sulfuree, sognate nel dormiveglia di un delirio notturno. Lo conosceva a memoria, ma non di quella memoria che si accontenta della superficie: ne respirava gli odori stantii come si respirano le pagine di un libro che si ama e che si teme, ne riconosceva gli angoli più bui come fossero estensioni del proprio inconscio, cavernosi recessi del pensiero, specchi deformanti dell’anima. Nonostante la familiarità con quello spazio claustrofobico e brulicante, ogni volta che vi metteva piede sentiva la stessa, identica, eppure sempre nuova, inevitabile, frenesia. Era un’ansia che non poteva dominare del tutto, che si insinuava tra le costole come un animale curioso, una febbre che si nutriva di attesa e di desiderio, di ciò che poteva accadere ma non era mai garantito. Un’emozione che aveva il sapore dell’eccitazione e il retrogusto del terrore, come un bacio al buio, come una promessa sussurrata con troppa convinzione. Ogni cosa, lì dentro, sembrava prepararsi a una rivelazione, a una resa dei conti intima, carnale, simbolica.
Il locale era un buco, sì, ma non nel senso dispregiativo in cui a volte si usa quella parola: era un pertugio esistenziale, un ventre oscuro della città, un passaggio segreto verso un’altra dimensione, dove le regole del fuori smettevano di valere, come se le convenzioni si sciogliessero nell’aria viziata, e ciò che restava fosse solo il vero, il pulsante, il necessario. Ogni movimento, ogni contatto, ogni scambio di sguardi conteneva un sottinteso, una carica sotterranea, un’invito a perdere se stessi nel buio e a ritrovarsi diversi. Skeeen avanzava con la sua consueta sicurezza mascherata da noncuranza, quella noncuranza così precisa, così studiata, da risultare quasi sospetta. Il passo era leggermente esitante solo per chi sapeva osservare davvero, per chi coglieva la vibrazione nel tallone, la tensione nel fianco. Gli bastava un’occhiata per individuare il cuore pulsante della serata, quel punto di tensione massima dove il desiderio si contraeva in spasmi sotterranei, invisibili alla superficie ma riconoscibili per chi, come lui, aveva imparato a leggere i segnali. E vi si avvicinava, lentamente, con la calma apparente di chi sa già cosa troverà, ma vuole concedersi il piacere di scoprirlo un’altra volta, con la stessa fame controllata, con lo stesso stupore complice.
Aveva imparato da tempo a trascrivere mentalmente ciò che vedeva. Non solo per ricordarlo, ma per possederlo. Ogni notte a El Horno era un capitolo della sua storia personale, una parabola, un’annotazione in un diario scritto con il linguaggio della pelle e dell’istinto, dove i verbi erano carezze e i soggetti corpi anonimi e significativi al tempo stesso. C’era qualcosa di sacro in quel processo: le immagini si accumulavano come reliquie, si intrecciavano come preghiere, si caricavano di significati sempre più ambigui e stratificati, come se ogni esperienza non fosse mai del tutto individuale ma parte di una memoria collettiva, una mitologia segreta, un retaggio che trascendeva il singolo corpo per diventare rito. Lui era il narratore e il protagonista, il testimone e il carnefice, colui che osservava e colui che si lasciava osservare, lo scriba e l’offerta sull’altare.
Era notte piena quando si trovò di fronte a un giovane sconosciuto, un viso ancora non segnato dall’abitudine, dalla stanchezza, dal disincanto, uno sguardo che pareva oscillare tra curiosità e sfida, come una moneta lanciata in aria che ancora non ha deciso quale lato mostrare. C’era qualcosa in lui che lo rendeva immediatamente interessante, magnetico, difficile da ignorare, qualcosa che Skeeen non riusciva a definire con precisione: non era solo bellezza, anche se la bellezza c’era, sfacciata ma non volgare; non era solo la postura rilassata, il modo in cui stava in piedi come se fosse a casa sua; non era solo il modo in cui sembrava appartenere perfettamente al contesto senza esserne ancora completamente divorato. Era, forse, l’assenza di paura. O il modo in cui nascondeva la paura dietro un’apparente sicurezza. Un gioco di maschere, uno specchio muto.
«Hai amici che danno importanza a quello che ti capita?» chiese Skeeen, con un sorriso che voleva essere amichevole ma suonava vagamente minaccioso, come una carezza data col dorso della mano. Lo sconosciuto alzò un sopracciglio, come se stesse valutando la domanda più di quanto fosse necessario, come se volesse capire da dove venisse, che tipo di trappola nascondesse.
«Se ne avessi, pensi che sarei qui?» rispose infine, lasciando che il silenzio successivo facesse il resto del discorso. Un silenzio denso, eloquente, che diceva tutto quello che le parole non potevano permettersi di dire.
Quella risposta lo colpì più di quanto avrebbe voluto ammettere. Non tanto per il contenuto, quanto per il tono, per la nudità con cui era stata detta. C’era una verità semplice e brutale in quelle parole, una verità che lui stesso aveva sperimentato più volte ma che non aveva mai saputo formulare con altrettanta chiarezza. Si guardarono per un momento, in un equilibrio precario tra attrazione e scetticismo, tra il desiderio di conoscersi e il terrore di scoprirsi troppo, troppo in fretta, troppo a fondo. Era uno di quegli istanti che vibrano, sospesi, pronti a diventare qualunque cosa: inizio, fine, attimo a sé.
Nel frattempo, attorno a loro, il locale continuava a vivere la sua vita segreta, come un organismo notturno che respira a ritmo proprio. C’erano corpi che si cercavano nel buio, mani che si intrecciavano come rami in una foresta stregata, bocche che si sfioravano senza nome, in un alfabeto silenzioso fatto di umidità e pelle. Le luci basse non erano solo un elemento estetico: erano una scelta deliberata, un patto implicito, un invito a lasciarsi andare, a smettere di essere individui per diventare parte di un respiro più ampio, più primordiale. Qui, la notte aveva un proprio ritmo, un battito che non si spegneva mai completamente. Qui, il tempo non era una linea retta ma un ciclo eterno di ripetizioni, variazioni, ritorni, come una canzone che non finisce mai ma cambia di continuo melodia, come un sogno che si sogna da svegli.
Skeeen sapeva che anche questa notte sarebbe stata scritta, memorizzata, ripetuta in mille altre varianti nel corso degli anni. Sarebbe tornata, sotto altre forme, in altre pelli, con altre voci. Ma in quel momento, mentre il giovane sconosciuto lo guardava con una sfida silenziosa, mentre il mondo attorno a loro si scioglieva in ombre e sospiri, ebbe la sensazione fugace che qualcosa di nuovo potesse accadere. Qualcosa che non avrebbe potuto prevedere. Qualcosa che, per una volta, non avrebbe avuto bisogno di essere trascritto per restare impresso. Sarebbe rimasto lì, sospeso nella carne, inciso nel buio. E forse, solo forse, avrebbe avuto il coraggio di lasciarsi attraversare.
2.
Dice Nina: a volte ho a che fare con gente che è in difficoltà, che ha problemi d’ogni tipo oppure disturbi chimici, ed è proprio in questi casi che io medito, che io entro in contatto, che io mi fondo con l’ambiente, con il respiro stanco delle pareti umide, con il pulsare sotterraneo della città che inghiotte e sputa, che assorbe e rigetta.
Abbandona i due che gli stanno davanti e si pisciano, Skeeen si mette a seguirla questa voceincorsivo, questa Nina che parla... e via, e via, in questo interno non esistono piante, ma accade talvolta che sul pavimento pietrificato, da una qualche parte baleni come il riflesso rifiorito di un fist, cioè un effetto improvviso, cioè un’allucinazione meravigliosa, cioè quasi che fosse di un impensabile e inesistente e scomparso e sotterraneo campo di fiori alberati mentre in realtà si tratta di persone vere, culilarghi e pugnistretti che penetrano veramente fino al gomito... e via, e via, questo qui, adesso, è come letteralmente impazzito durante il fist e vede Nina ad ogni fist e da anni Nina gli parla senza prendere fiato, velocissima e senza punteggiatura, lo culla in questo giardino delle delizie delle interiora: una profonda corte: pure quelli de El Horno, che racchiude tale giardino, soltanto raramente scendono a frequentarlo in questa specie di scantinato, qualcuno addirittura proprio mai scende, perché qui è il regno di Powerfist, Powerfist il supereroe, Powerfist che toglie il fiato, Powerfist che parla con la voce grossa e di gola: Powerfist non perdona mai nessuno e mai farsi prendere dalle sue grosse mani perché quaggiù l’aria poco pura male influisce sul suo cervello e il sangue non gli scorre e non ragiona se non di popper, perché qui nel secolare fistare e fistare e fistare e fistare non c’è più via d’uscita, e così attraverso la sconquassatissima fessura anale d’acciaio temprato s’infilano mani e mani e mani e mani e qui, a El Horno, Nina, ogni volta, a ogni fist, esce e racconta e racconta e racconta e racconta ininterrottamente: un’apparizione meravigliosa Nina.
“Adesso non andare a immaginare” dice Skeeen “che io abbia mentito così spudoratamente soltanto per il grossolano piacere di vedere dar credito ai miei discorsi più fantasiosi, ti chiedo: che cosa vorresti fartene di un’etichetta che coprisse una merce dubbia? Supposto che alla fine tu sappia nome, età, misure, predisposizioni e qualità di colui che non ha smesso un minuto di mentirti sul tuo conto, a che cosa ti gioverebbe? Non ha detto nulla di se stesso che fosse vero, concludine che non esiste. Nessuno esiste in un luogo come questo, ti invito a ridere, a farlo apertamente, desidero tu sappia che sono più che disposto ad associarmi alla tua allegria, mi basta credere che qualcuno mi onori della sua attenzione, chi? Non ha importanza! Qualcuno, foss’anche uno solo che la noia de El Horno rende anche un po’ distratto al mio raccontarmi e tu sei adorabile” e l’altro si ripromette davvero di non fare male con dei sogghigni o con la migliore delle sue disattenzioni, anche a costo di sentire minor piacere.
“La presenza del mio tormento” dice Skeeen “è blu spettro, estremo raggio blu, raggio raro come il radio, raro come guarire, la presenza del mio tormento è sudario, ci si stupisce che siamo orgogliosi, alteri, indifferenti al bene ed al male, il pericolo, inusitatamente incorso e poi anche affrontato, ci ha segnati, grazie a simboli segreti nei nostri occhi ci riconosciamo, anche se taciturni, anche se distanti, anche se ci incrociamo per strada, o all’angolo delle piazze, anche se non scambiamo parola, velatamente ci riconosciamo, anche se accenniamo appena un saluto o anche se non ci parliamo per niente noi conosciamo il nostro nome e la nostra stessa sessualità... e via, e via, noi, iniziati senza nome, figli di una stessa madre, compagni nella fiamma del piede”.
“Ah!” dice Skeeen e smette di raccontare e ritira la mano dal cazzo che sta masturbando come fosse una cosa proibita e quello allunga il piede, finalmente un bel piededel44 ben adunco e rostrato, ben scuro di pelle. “Ah, bene!, mi prendo il nero che mi pare aver capito qualcosa” dice Skeeen e la Regina di Saba color ebano, capendo che si pensa a lui e al suo piede, saluta il suo Salomone con queste parole: “Vuole sforare la mia buca, Master?”.
E così il racconto continua, ininterrotto, fuso nel respiro della notte, nella pelle umida della città, tra il sudore e le grida soffocate, tra l'odore di popper e le dita che si insinuano, tra le ombre che si allungano sulle pareti e gli sguardi che si intrecciano, tra le attese e le illusioni che si consumano in un istante. El Horno non dorme mai, e in ogni angolo qualcuno sussurra una nuova storia, una nuova confessione, un nuovo segreto che si dissolve nell'aria, un nuovo desiderio che si accende e brucia, e via, e via, senza fine.
3.
Skeeen si lecca un angolo della bocca, un gesto involontario, quasi un tic. "Anche il tuo sorriso è una stella", dice, con quell'aria sorniona che non tradisce nulla. Poi si scosta una ciocca di capelli dalla fronte, pensieroso. "Non sempre riesco a ricondurre certi elementi alla giusta misura, ma non mi lascio ingannare. Ho un'insofferenza viscerale per chi mente a se stesso."
Sorvola su dettagli irrilevanti, come il fatto che indossi gli stessi pantaloni da settimane. Ma l'aria sa di stantio, e questo basta.
"Cadorna. Il treno dalla Fossa. Non ho nemmeno battuto ciglio, occhi arrossati, corpo immobile." Skeeen racconta come se rivedesse la scena su un vetro appannato. L'altro lo squadra, un misto di fastidio e apprensione sul viso. Le mani sprofondate nelle tasche del chiodo, il ticchettio di un orologio estratto con gesto meccanico. Un’occhiata fugace, poi il colpo di reni: un salto improvviso oltre il tronco caduto dalla tempesta della sera prima. In un attimo, gli è addosso.
La stretta si fa vicina, ma Skeeen si lascia cadere di lato, con uno scarto istintivo. Sul greto sassoso, sente il terreno pungergli la pelle, ma non c'è tempo per il dolore. Si spinge con le braccia, scivola via, cerca un appiglio. L'albero, quello abbattuto. Se solo riuscisse a raggiungerlo... Il respiro accelera, il corpo vibra di tensione.
"Mai più alla Fossa," mormora tra sé. Il pensiero lo colpisce come una sentenza, definitiva, senza appello.
Al bar, più tardi, inciampa all'indietro sul piede di uno sconosciuto. Il barista arriva. Il locale odora di umidità e whisky annacquato. Un brusio di voci, una mano che sfiora la sua senza intenzione.
Al secondo piano de El Horno, un giovane bussa sulla spalla di un uomo inginocchiato, chino a lucidare stivali con la lingua. Nessuna risposta. Nessuna interruzione. Il pavimento di legno scricchiola sotto i passi, il salone è immerso in un'ombra liquida, appena rischiarata da una lampada spenta a metà.
"Aspettava. Le braccia incrociate. Il torace fermo. Pronto a scattare." Skeeen si ferma, assapora il peso delle parole prima di proseguire. "C'era un piacere sottile nella sua attesa, un misto di rabbia e desiderio. Come se sapesse già che lo avrei deluso e che per questo mi avrebbe amato ancora di più. L'aria dell'estate pungeva, un caldo che bruciava le narici e scavava nei polmoni."
Attraverso il grigiore, il sole morente tinge le pareti di ruggine. Tre corpi si sfiorano, poi si incastrano, lingua contro lingua. "Avanti!" gracchia Powerfist. La voce gli esce stridula, strozzata. Poi si schiarisce la gola. "Avanti."
L'odore di piscio è denso, quasi dolciastro. Skeeen respira a fondo. Il cuore batte, irregolare. Un sussulto che parte dal diaframma e si diffonde come un'onda.
"Aveste visto le occhiate di certi, sconcertati da parole tanto raffinate quanto indecenti. Offesi, come se avessi sputato loro in faccia. Aveste notato i sogghigni, il gusto morboso di uno scandalo di cui non si afferrava il contorno. Ma, più di tutto, avreste visto quegli occhi. Quello splendore insopportabile, quelle pagliuzze d'argento che brillavano in un viso assorto. E quelle labbra... rosse. Troppo rosse. Con un filo di sangue nero all'angolo."
Si interrompe, passa una mano sulla guancia. "E via, e via... Come si può controllare una cosa simile?"
Resta un istante in silenzio. Poi si passa una mano tra i capelli e sorride.
"Avevo deposto il giogo di chi è condannato alla reclusione perpetua del proprio desiderio," dice infine, quasi a se stesso. "E già lo amavo. Godz."
L'altro lo fissa, inclinando la testa. "E adesso, Skeeen? Cosa ne pensi se comincio a pomparti?"
Per tutta risposta, Skeeen sorride. Si avvicina, lo sguardo si fa più acuto. Tra loro, un'invisibile tensione che si tende come una corda sottile. Un respiro. Uno scarto. Un gesto minimo. Poi l’aria si spezza e tutto si muove.
4.
L’inaugurazione del BOLGIASHOCK è un trionfo di eccesso e desiderio. Il locale è un braciere umano, un El Horno nel senso più carnale del termine. La folla preme, duemila corpi in attesa di qualcosa che nemmeno loro saprebbero definire. La musica esplode dalle casse, rimbalza sulle pareti umide di sudore e neon, mentre dai rubinetti scorre birra a fiumi. Una Ceres alla spina qui è solo il preludio, l’anticamera di qualcosa di più, molto più.
Sul palco improvvisato, sotto una luce blu che inganna la percezione del tempo, va in scena un’asta fuori da ogni schema. Non si vendono quadri o oggetti d’antiquariato, ma reliquie personali di piacere. Un collare di cuoio consunto, manette ancora tiepide dell’ultima notte di delirio, una mascherina in pelle che porta addosso il profumo di troppe bocche. La gente offre, rilancia, si contende questi trofei con una passione che nessuna casa d’aste potrebbe mai eguagliare.
C’è un ragazzo, giovane, magro, un volto che forse un tempo si sognava altrove. Ex studente del DAMS, mai davvero impiegato in qualcosa di definibile come "lavoro", anima errante dei locali notturni, frequentatore di vite altrui più che della propria. Stasera è lui l’oggetto del desiderio, il modello che si presta senza riserve. Si lascia vestire e svestire, guidare e plasmare. Adesso è a quattro zampe, un cane umano che scivola docile sul palco, tenuto al guinzaglio da un uomo che il tempo ha ricamato di peli, anche sulla schiena, fino a farlo sembrare un animale mitologico.
E il ragazzo ride. Ride sul serio.
Perché il confine tra realtà e finzione qui non esiste. Qui tutto è vero e tutto è gioco, perché l’unica verità che conta è quella che passa attraverso il corpo. Nessuno finge, nessuno si trattiene: il solo elemento di misura è il desiderio. E in un posto come questo, ogni pulsione individuale diventa collettiva. È una liturgia carnale, senza Dio ma con fedeli devoti.
Tra il fumo e il caos, Skeeen si lascia andare a una risata isterica, poi alza una mano, come a voler fermare il flusso di parole, il ritmo insensato di questa notte. “Basta così!” esclama. E subito dopo si contraddice: “Sto mentendo.” Poi rincara: “Ho appena finito di mentire.”
Ha parlato per un’ora della serenità che gli dava la vista di un piede lungo, freddo, silenzioso. Ora si smentisce con la stessa convinzione con cui poco prima teorizzava. Qui nessuno cerca coerenza. Qui tutto è in bilico tra una dichiarazione e la sua immediata sconfessione.
Gli altri lo guardano, sospesi tra lo scherzo e la rivelazione.
Skeeen si alza di scatto, ride ancora, sputa una sentenza come un profeta blasfemo:
“Lasciate che siano gli altri a lamentarsi di questa epoca. Troppo malvagia, troppo dolorosa, troppo tutto. Io non piango. Io vivo. Troppo impoveriti i loro cuori per permettersi il peccaminoso. Troppo attenti a moderarsi. Ma alcune cose, alcune cose non vanno centellinate.”
Una pausa. Un lampo negli occhi.
“Perché, vedete, per un certo periodo posso anche astenermi da determinati appetiti. Ma non predico il digiuno. Non finché nel mondo esistono ancora uomini che hanno fame.”
Un silenzio irreale. Qualcuno lo applaude. Qualcun altro si limita ad annuire.
Poi, all’improvviso, la conversazione devia, vira, deraglia.
Un ragazzo dai capelli color arcobaleno, il viso trafitto da piercing d’acciaio chirurgico, si avvicina al rosso depilato di fresco, che ancora ride sottovoce.
“Allora,” chiede quest’ultimo, con una smorfia maliziosa. “Ne hai mai provato uno?”
L’altro lo guarda, senza capire.
“Uno... uno di quei cosi. Meccanici. Un dildo alla menta? Un pinguino vibrante? Mai?”
L’altro sorride. Inarca un sopracciglio. Decide di stare al gioco.
“A Londra,” dice, lasciando le parole scivolare lente, come il ricordo di un viaggio interiore. “Una volta. Ero ospite da un amico. Lui non c’era. La casa era vuota. Ho trovato un oggetto che mi aveva consigliato il commesso di un sexy shop. Un tizio peloso. Mi ha guardato fisso negli occhi e mi ha detto, con un solo soffio di voce: ‘Questo oggetto mi ha cambiato la vita’.”
Tutti pendono dalle sue labbra.
“Così ho preso le pile dal walkman del mio amico e le ho infilate dentro. E per cinque ore, cinque ore filate, ho giocato con un vibratore viola al gusto di mora.”
Silenzio. Poi un sussulto generale.
“Cinque ore?” ripete il rosso, sbigottito.
“Cinque ore, cazzo.”
“E quindi… lo consiglieresti?”
Il ragazzo sorride, solleva appena il mento. “Senza dubbio. È stato incredibile stare con me stesso. Scoprirmi.”
La notte continua a pulsare, tra musica, sudore e voci che si intrecciano nell’aria. Qualcuno ride. Qualcuno scompare nel buio. Qualcuno si lascia andare.
Ma una cosa è certa. Qui, nel ventre caldo dell’El Horno, il gioco non è mai solo un gioco.
5.
«Finalmente ci trattano con i guanti!» esclama l’attivista, con una soddisfazione che non può nascondere. Un articolo appena pubblicato su un giornale locale, con tanto di firma di un vecchio membro di una storica associazione, ora giornalista nella sezione cultura, elogia con veemenza il BOLGIASHOCK, sottolineando come siano stati i gay a scrivere le pagine più significative della storia dell'arte mondiale. Un tributo che, tuttavia, suona più come un’operazione di marketing, come un’invenzione che mira a dare una parvenza di legittimità. Ed ecco che si ripete il solito refrain: i gay sono creativi, sensibili, raffinati nel vestire, brillanti nel capire la moda, sempre ben posizionati dentro una società che non vuole essere messa in discussione. L'intento, in fin dei conti, è sempre lo stesso: non destabilizzare nulla, non turbare l’ordine costituito. Tutto è controllato, tutto è già archiviato. Il messaggio che esce da questa narrazione è sempre lo stesso, un tentativo di mascherare la vera essenza della sessualità gay con la patina della "creatività" e della "bontà" che, in fondo, non disturbano mai.
Eppure, quello che si vuole davvero è altro. Non si cerca l'accettazione, la normalizzazione, ma la sovversione, il distacco. Il BOLGIASHOCK non vuole essere parte di una prassi, non vuole essere inglobato in uno stereotipo che bene si adatta a una società che ha bisogno di certezze. Qui, invece, si vuole una sessualità che sia instabile, sfuggente, che non rispetti le regole, nemmeno quelle dell'omosessualità tradizionalmente riconosciuta. È la sopravvivenza della specie, sì, ma in un contesto che non ha bisogno di assomigliare a nulla di già visto, che non teme di infrangere ogni regola.
Un altro commento arriva da chi, tra il pubblico, osserva il BOLGIASHOCK con occhio critico: «Bellissima, ma non è una mostra erotica!» dice qualcuno, scambiando l’intenzione dell’evento. Ma la risposta non si fa attendere: «Proprio perché è un locale accogliente, proprio perché tutti lo conoscono, proprio lì sta l’erotismo. L’erotismo non è qualcosa di separato, è qualcosa che emerge proprio nella quotidianità, nel comune, nell'ordinario.» Un locale che tutti frequentano, che non si nasconde dietro un velo di esclusività o di elitismo, ma che si presenta senza filtri, nella sua realtà più nuda e cruda. Questo è il punto: il piacere non è una categoria da riservare a pochi eletti, ma un elemento che nasce da ciò che è comune e che, per sua natura, non può essere relegato a nessuna comunità specifica. Il piacere, infatti, è scandaloso non per la sua immorale potenza, ma per la sua capacità di eludere ogni identità fissa, ogni classificazione, ogni convenzione.
In questa visione del mondo, la mostra non è una semplice esposizione di oggetti. Non si tratta di un'inventario di merce sessuale, di prodotti distaccati e asettici da osservare in silenzio e in solitudine, senza alcuna partecipazione emotiva. No, il BOLGIASHOCK sfida questa nozione. Lì, gli oggetti non sono solo da guardare, ma da vivere, da toccare, da esperire sulla pelle, su quella degli artisti e dei visitatori. Questo è il senso che si cerca di infondere nell'evento, e se non si riesce a dare senso a tutto questo, si corre il rischio di dimenticarlo, di disimpararlo. La mercanzia che viene esposta, poi, è ben più di un semplice articolo in vendita: è qualcosa che è stato già usato, vissuto, vissuto sulla pelle di qualcuno. E, quando un pezzo è nuovo, si chiede che venga "testato" dal compratore, che lo usi prima di decidere di acquistarlo. Il piacere, insomma, non è solo un concetto astratto, ma un atto fisico, pratico, un gesto che trasforma ogni cosa in un'esperienza irripetibile.
Il locale si anima: un ragazzo in tuta di lattice rosso si fa largo tra la folla. È una scena di pura energia, eppure è anche un atto simbolico. Un capezzolo strizzato in un gesto che lascia un segno di sangue su un corpo, come se il dolore e il piacere fossero parte di un incantesimo antico, che lega il corpo e l'anima. Il BOLGIASHOCK è un luogo dove il corpo si offre come terreno di sperimentazione, dove ogni incidente è parte del gioco. Qui, l’accidente non è una casualità, ma una condizione necessaria per la creazione, per l’evoluzione della comunità che si forma attorno a questa visione. Nessuno di loro morirà senza aver vissuto l’estremo della propria esistenza, senza aver affrontato l’infinito che si cela nel sesso, nell’amore, nella negazione totale di ogni identità.
Nel frattempo, Skeeen si rifugia nel suo mondo. La sua esperienza al Deposito è una metafora di tutto ciò che si sta vivendo: la continua discesa, la continua ricerca del piacere attraverso l’autodistruzione. L’ambiente del locale è inebriante, eppure claustrofobico. Ogni angolo del Deposito è intriso di una certa morte, una morte simbolica che non è solo fisica, ma culturale, esistenziale. Ogni zona del locale – dalla pista da ballo alla piscina, dalle saune non funzionanti ai camerini – rappresenta un'illusione, una giustificazione per la sua stessa debolezza. Eppure, la sua sensibilità non si affievolisce, anzi, si acuisce: il rumore, il caldo, l'odore di corpi sudati, il frastuono della musica, tutto contribuisce a farlo sentire più vivo, più consapevole. Le persone intorno a lui, quelle scarpe lucide, quei corpi in movimento, tutto è un’espressione di desiderio. La finzione, in questo contesto, non è qualcosa di negativo, ma una necessità, un linguaggio condiviso che permette di vivere il presente senza paura, senza inibizioni.
Skeeen alza una bottiglia di Ceres e riflette. Non si tratta di una questione di minoranza o di identità sessuale, ma di una complessa danza tra il nobilissimo e il volgarissimo, tra il sublime e l'osceno. La sessualità qui non è un codice da seguire, ma una continua reinvenzione. Un gioco mentale, un travestimento dei desideri, dove la maschera nasconde il desiderio universale che, in fondo, è il desiderio di tutti. Il sesso, privato del suo significato tradizionale, diventa puro godimento, un atto che non richiede spiegazioni, ma solo esperienza.
E in tutto questo, Skeeen si rende conto che la sua mente, i suoi nervi, sono diventati più pronti, più consapevoli del corpo e del suo desiderio. La sensazione di distacco, di completezza, è il vero obiettivo: una liberazione dai legami imposti dalla società, una connessione diretta con ciò che è autentico, non filtrato da convenzioni. E alla fine, tutto si riduce a un unico pensiero: il desiderio non ha forma, ma trova la sua vera forma quando non si è più schiavi di definizioni e etichette.
6.
L’altro si alza, scrollandosi di dosso ogni traccia di interesse, e si immerge nella folla di El Horno, come se fosse un’ombra che si dissolve in un’ulteriore discesa in un abisso di desideri mai placati. Non c’è più fame di sesso, ma una fame più profonda e desolata, quella che viene dall’ascoltare troppe volte le stesse parole, senza mai trovarci dentro nulla di nuovo. Ascoltare Skeeen è come afferrare tra le mani un’incisione impeccabile, osservando la sua perfezione per poi scoprire, giorno dopo giorno, che quella perfezione non è che una menzogna. A forza di stringerla, quella bellezza svanisce, lasciando solo carta rovinata, i contorni dell’inchiostro ormai sfumati, cancellati dalla ripetizione. Le parole di Skeeen, velocissime, incisive, finiscono per diventare come oggetti consumati dal tempo. All’inizio sono affilate, chiare, limpide come una lama, ma col passare del tempo, e dell’ascolto, si sgretolano, diventano oblique, sfocate, usurate. E non è solo nelle parole di Skeeen che accade questo, ma in ogni forma di comunicazione intima e ripetitiva. Si perde qualcosa nella confidenza e alla fine quella stessa confidenza diventa vuota, come un gesto che perde il suo senso e si riduce a un automatismo meccanico. A volte, infatti, forse sarebbe meglio stare in silenzio, restare fermi, senza cercare continuamente di spiegare o raccontare, lasciando che l’esperienza parli da sola.
Mentre questo scambio di parole si consuma, i maschi nella stanza si occupano di portare un letto a baldacchino di ferro battuto, il cui arrivo sembra quasi cerimoniale, un atto che irrompe nella confusione del locale, con il suo intrinseco simbolismo di dominio e sottomissione. È una scena che sembra ripetersi, ma che ad ogni giro diventa più significativa, mentre ogni elemento del locale diventa parte di un gioco più grande. Tra gli sgabelli disordinati di El Horno, la mostra prende vita. I muri sono tappezzati di immagini provocatorie: foto di ragazzi con muscoli lucidi e corpi scolpiti, in posa da “modello perfetto” come se uscissero da un catalogo di alta moda, ma con un tocco di ironia e disprezzo per la perfezione patinata. Ci sono manga giapponesi con immagini di uomini pelosi, uomini in procinto di eiaculare, e copertine di riviste che celebrano l’estetica queerfetish, quasi come se fossero oggetti d’arte da osservare e ammirare, ma anche da decostruire. Ogni oggetto, ogni immagine è un invito a guardare oltre l’apparenza, a esplorare il corpo e il desiderio senza vergogna, senza filtri.
Questi oggetti, sistemati in gabbiette per uccelli, mettono in scena una messa in discussione di ogni definizione possibile. Le gabbiette sono fatte di tessuti pregiati, di pelle e plastica, e illuminate da luci soffuse, come se fossero reliquie sacre da contemplare, eppure sono oggetti di consumo. Sono il simbolo di un gioco perverso che va oltre la cultura mainstream, che sfida l’idea di decoro e di norma. Ogni angolo del locale è impregnato di un messaggio: la sessualità e l’identità non sono più confinabili, non sono più oggetti da esibire in modo conforme, ma diventano una forma di espressione libera, creativa, disobbediente. Ogni angolo della mostra è un atto di ribellione, ogni immagine è una sfida.
“Bisogna essere pronti ad affrontare l’intensità di certe attenzioni,” afferma Skeeen, mentre si sposta da un interlocutore all’altro, “Chi è scelto per godere di questo privilegio raro è visto come unico, come la persona giusta. Ma per arrivarci, bisogna distruggere ogni barriera, essere pronti a subire, a sopportare qualsiasi forma di insulto o infedeltà senza battere ciglio. La punizione non ha più senso; il piacere, quello vero, si raggiunge solo attraverso il sacrificio. È un piacere che ti svuota e ti riempie allo stesso tempo, che ti fa perdere ogni traccia della tua identità, ma che ti consente di raggiungere qualcosa di molto più grande.” È una visione radicale del desiderio, una visione che rifiuta ogni conformità e ogni limite imposto.
E proprio quando si pensa che la discussione sia giunta a una conclusione, arriva il momento di BOLGIASHOCK, la mostra che celebra la sessualità come una forma di resistenza. La mostra non nasce in modo casuale, ma si radica nella cultura che si respira nei club di El Horno, in ogni party tematico leather, rubber, goldenshower, che ogni notte invadono la città. La cultura di El Horno è fatta di persone che non sono necessariamente artisti famosi o intellettuali, ma che hanno una visione condivisa di ribellione alla morale imposta. Ci sono sartini che si definiscono stilisti, erboristi che si proclamano visagisti, studenti di discipline artistiche che non hanno mai finito i loro corsi, scrittori che non hanno mai pubblicato nulla, ma tutti condividono la stessa idea: la sessualità non è qualcosa di puritano o da nascondere, ma un campo di battaglia, un terreno fertile per l’espressione di sé.
“Non siamo solo artisti raffinati o filosofi della cultura gayfriendly,” dice uno dei ragazzi con un sorriso irriverente, “Siamo maschi, cazzo! E lo vogliamo dire chiaro e forte. Perché abbiamo un corpo maschile, perché siamo quello che siamo, e non quello che la società vuole che siamo. La nostra sessualità è nostra, non di qualcun altro. E vogliamo farlo vedere. Non più visibilità accettata, non più definizioni prestabilite da altri. Vogliamo che tutti sappiano che la nostra idea di piacere, di desiderio, di corpo, va oltre ogni convenzione. Non siamo solo sesso e oggetti da consumare. Noi vogliamo pensare, sentire, vivere. E lo vogliamo fare a modo nostro.”
La mostra, dunque, non è solo un’esibizione estetica, ma una dichiarazione di guerra contro l’ipocrisia e la moralità che cerca di standardizzare ogni forma di piacere. È una provocazione, un atto di resistenza contro chi vuole incasellare ogni desiderio in un’etichetta preconfezionata. Ogni immagine, ogni oggetto, ogni corpo esposto è un’affermazione di libertà, una lotta contro la banalizzazione della sessualità e della persona. Non è una richiesta di visibilità, ma un grido di liberazione. “Siamo quello che siamo,” dice il ragazzo con i capelli biondi, “e non ci permetteremo di essere ridotti a niente di meno.”
La serata ruota attorno all'oggetto del momento: un copridito rigido, trasparente, tempestato di sottili aculei morbidi, venduto a una cifra irrisoria. La sua popolarità è indiscutibile, specialmente tra gli uomini con baffi che, dopo averlo indossato, ti offrono la loro mano come se niente fosse. Questi uomini, d'altronde, sembrano apprezzare più di ogni altra cosa una certa disinvoltura nelle interazioni, nonostante alcune frasi e insulti che escono di tanto in tanto, ma che vengono presto ignorati. Gli oggetti in vendita, del resto, non sono altro che simboli di un mondo parallelo, lontano dalla realtà. Qui, il sesso non è che uno spirito di sacrificio, e le cosiddette vittime di questo mondo lo vedono in modo completamente diverso da chi sta solo a guardare. Per loro, nulla è veramente irripetibile, tranne l'abuso – che, però, viene trasformato dalle circostanze: niente falli veri, solo imitazioni in silicone che replicano la pelle umana, con vene in rilievo.
Alcuni, bizzarramente, preferiscono le dimensioni contenute, trovando più piacere nell'attesa e nella progressiva percezione del corpo che nell'atto fisico in sé. La soddisfazione risiede nel piacere mentale più che nella sensazione fisica. Altri, invece, sono attratti da dispositivi automatici, che, una volta azionati, provocano un fastidio piacevole in determinate zone del corpo. E poi ci sono le palline simili a quelle cinesi, destinate a migliorare la pazienza e a tonificare, ma che, usate troppo a lungo, rischiano di allentare la muscolatura interna. Con il tempo, non solo si perde la capacità di trattenere, ma si arriva a un punto in cui non c'è più alcun controllo. Quando questo accade, l'unica soluzione sembra essere un altro tipo di strumento, più potente e invasivo, che, nel freddo scantinato, aspetta con una collezione di oggetti che durante l'inaugurazione hanno conquistato l'approvazione generale.
7.
C’era qualcuno, lo ricordo bene. Una persona capace di ascoltarmi senza ridere quando, per qualche strano motivo, decidevo di parlare di quella che definivo "crisi", un termine che sembrava pomposo anche a me mentre lo pronunciavo. Ma, alla fine, non si trattava davvero di una crisi. Non era la classica "crisi d’identità", né una perdita di scopo, né tantomeno quella sensazione di essere intrappolati in un labirinto senza via d’uscita, né una ricerca di pietà o compassione. Nulla di tutto questo. La verità è che si trattava di qualcosa di ben più complesso, di un intreccio di esperienze che formavano la mia vita, una continua spinta verso la crescita. Non un semplice accrescimento, ma qualcosa che si costruiva in ogni relazione, in ogni scambio. Come un puzzle di piccole e grandi esperienze, che si sovrapponevano l’una all’altra, creando una rete di connessioni che mi guidavano a uno sguardo sempre più vivace, acuto. Ogni cosa che accadeva sembrava aggiungere qualcosa a questa visione, come se la vita stessa fosse un gioco di prospettive che si modificano continuamente, come angoli di un’immagine che non riesci a distogliere lo sguardo da. Un gioco di luci e ombre che sembravano intensificarsi, come se il mondo mi parlasse in un linguaggio segreto. Ecco, forse era proprio questo che sentivo: un processo di potenza, di dominio. Non nel senso di prevaricazione sugli altri, ma come se il mio mondo interiore diventasse sempre più forte, più solido, come se stessi creando una realtà parallela in cui ero il centro, senza per questo esserne consapevole del tutto. Non un atto di volontà, ma una spinta interiore che non potevo fermare.
Eppure, tutto questo, lo sapevo, non sarebbe stato facile. Sarebbe stato un cammino lungo e spesso faticoso. Il lavoro, infatti, non consisteva solo nell'accettare quella sensazione di crescita, ma anche nel confrontarmi con il mio stesso io, nel cercare di esternare quelle riflessioni, quei pensieri, prima di tutto a me stesso, e poi agli altri. Dovevo parlare, raccontare, condividere. E c’era Godz, lui, quello con cui dovevo fare i conti. Lui che sarebbe stato il destinatario di tutte queste parole, di tutti questi pensieri che cercavo di mettere insieme. C'era qualcosa di misterioso, qualcosa che mi rendeva certo che solo poche persone, veramente poche, avrebbero potuto capire quello che stavo cercando di comunicare. Eppure, mi sembrava che solo una minoranza fosse in grado di entrare davvero in quella mia visione, una sorta di élite a cui avrei potuto rivelare ciò che pensavo. Ma era una convinzione che si scioglieva presto, come la nebbia al primo sole, perché mi accorgevo che in realtà nessuno riusciva a capirmi completamente. Né Godz, né gli altri. Eppure, continuavo a cercare.
Poi c’erano le immagini che mi si stampavano nella mente, quelle scene che, sebbene oscure e provocatorie, continuavano a tornare. Erano momenti di sfida, di spingersi oltre i limiti, dove corpi e desideri si mescolavano in un turbinio che non riuscivo a spiegare. Eppure, c’era qualcosa di naturale in tutto ciò, come se fosse un passaggio inevitabile. Ogni tanto, mi chiedevo: chi sono davvero queste persone che sembrano spingersi sempre oltre, che non hanno paura di sfidare la loro stessa carne e i loro desideri? Eppure, non erano diversi da me. Erano persone comuni, ma, forse, proprio per questo, il loro comportamento era così inquietante. Non che giudicassi, ma mi chiedevo se fossi davvero pronto ad accettare certe dinamiche, a farle mie. Io non avrei mai fatto certe cose, ma non mi sentivo in diritto di condannare chi lo faceva. Ognuno ha il proprio modo di vivere, pensavo, il proprio modo di affrontare il mondo.
La notte continuava a scivolare via, e mentre camminava senza meta, Skeeen si fermò improvvisamente. La sua attenzione fu catturata da un corpo nudo, disteso sul pavimento. Sembrava fuori posto, quasi come se fosse stato lasciato lì da un destino che non sapeva dove condurlo. In un attimo, si rese conto che se non avesse preso il controllo della situazione, qualcun altro lo avrebbe fatto. Il suo pensiero fu rapido, diretto, quasi istintivo. Eppure, per un momento, si sentì sopraffatto. Il corpo a terra, immobile, sembrava rappresentare qualcosa di profondamente irrisolto, come se quel momento fosse troppo importante per lasciarlo scivolare via senza fare qualcosa. Ma cosa fare? Il pensiero si faceva sempre più confuso, come se la mente di Skeeen non riuscisse a separare ciò che stava accadendo da ciò che voleva accadesse. Ogni istante sembrava carico di una tensione insostenibile, ma al tempo stesso incredibilmente lucida.
Il corpo a terra non era solo un corpo. Era un simbolo, un punto di non ritorno. Forse, pensò Skeeen, era proprio quello che cercava da anni. Un incontro con il piacere più puro, ma anche con il pericolo più grande. Una sorta di morte simbolica che avrebbe potuto segnare un nuovo inizio. Perché tutto quello che cercava, tutto quello che aveva provato finora, lo aveva portato fin lì. Alla fine, si rese conto che il vero piacere, quello che cercava da sempre, non era in nessun atto fisico, ma in quella sensazione di assoluto, in quella morte simbolica che sentiva imminente. La morte di tutte le certezze, la fine di tutte le illusioni.
Eppure, la sua mente si faceva sempre più chiara, come se in quel momento avesse finalmente trovato la consapevolezza che cercava. Le sue debolezze non erano malattie, non erano qualcosa da nascondere o da temere. Erano semplicemente un altro aspetto della sua vita. Un'altra faccia della stessa moneta. Era questo che aveva sempre cercato di comprendere, ma non lo aveva mai fatto prima. La sua percezione si stava trasformando, lentamente, come se tutto ciò che sembrava oscuro, misterioso, si stesse finalmente rivelando. Le sue debolezze erano parte di lui, parte della sua forza. E, con un sorriso amaro, pensò che fosse finalmente il momento di abbandonare tutte le indecisioni, tutte le paure. Non c'era più tempo per tentennamenti. Quella crisi, quella crescita, non erano altro che un percorso inevitabile.
Certe facce a terra sembrano sporche di sterco.
8.
"Mi è capitato più volte di trovarmi a ricoprire il ruolo di chi viene utilizzato, di chi viene visto solo come un mezzo per soddisfare desideri altrui. Sono stato trattato come un oggetto, come uno strumento di piacere, senza che si cercasse di conoscermi, di capire chi fossi veramente. Ma è strano, perché anche se all'inizio la sensazione è quella di vuoto, di insignificanza, tutto questo sparisce in fretta. In fondo, la cosa non mi importa più di tanto. C’è una sorta di piacere nascosto nell’essere il 'terzo', il punto di contatto tra due persone che in realtà non hanno nemmeno bisogno di sapere chi sei. Non ti chiedono il nome, non ti chiedono niente. Sei solo un passaggio, un momento, e poi sparisci. E io non sono certo uno che si presenta con formalità, con titoli e stretta di mano. Non è nel mio carattere. Non sono certo uno che vuole essere partecipe della vita degli altri in modo convenzionale. Mi interessa solo quella realtà che scorre in modo crudo, senza mediazioni."
Una voce al tavolo accanto interrompe, con una risata sarcastica: "Capisco. Non puoi negare che tutto questo non faccia parte di una certa ricerca di evasione, eppure alla fine, non è anche questo un modo per non affrontare davvero te stesso? L’idea di usare la realtà per fuggire, per modellarla su quello che vogliamo vedere, è una tentazione che non posso ignorare. E alla fine, è questo il mio problema: voglio sempre fare della verità qualcosa di più digeribile, di più eccitante. Voglio che la mia vita sembri una storia che vale la pena raccontare, senza troppa sofferenza. Non voglio guardare troppo a fondo, perché ho paura che, se lo facessi, vedrei solo un deserto."
Skeeen risponde con un tono pacato, quasi riflessivo: "Lo so bene. È difficile fare i conti con i propri desideri non soddisfatti, soprattutto quando ci si arrende a quella sensazione di impotenza che ci fa sentire inadeguati. Alcuni si difendono, cercando di giustificare la loro frustrazione. Altri, invece, sperano in un miracolo. Aspettano che la situazione cambi da sola, che qualcosa li liberi dalla gabbia invisibile che si sono costruiti intorno. E alla fine, finiscono per credere che quei desideri irrealizzabili siano inutili, che non meritano nemmeno di essere desiderati."
La sua voce si fa più profonda, come se stesse cercando di dare un senso a ciò che ha vissuto: "Eppure, c’è un momento in cui tutto questo cambia. Un istante in cui la realtà, per quanto cruda, ti si presenta in modo diverso. Non è più la sofferenza o l’impotenza a prevalere, ma la consapevolezza che tutto questo, in fondo, è parte di una ricerca. Una ricerca che non è solo legata al corpo, ma alla mente, all'anima. La gioia che sento in quel momento, quel sollievo che mi riempie il cuore, non è altro che un piccolo trionfo. È un'illuminazione, una rivelazione che mi porta ad accettare finalmente chi sono, senza vergogna, senza nascondermi dietro a maschere."
Un altro interviene, quasi per curiosità: "E la mano? Cos’è successo alla mano?"
Skeeen sorride amaramente, quasi divertito dalla domanda: "Ah, la mano… È solo un simbolo, no? Come tutto il resto. Un piccolo gesto che mi porta a riflettere su come sono abituato a manipolare la verità, a modellarla su quello che voglio mostrare. Quante volte mi sono trovato a cambiare, a 'correggere' una verità che, purtroppo, non è mai stata davvero mia. Perché, alla fine, la verità è solo un'illusione. Se posso costruire una versione che mi piace, una che mi faccia sentire meno colpevole, perché non dovrei farlo? La mia stessa esistenza sembra sempre un gioco, un racconto che posso riscrivere a piacimento, cercando di farlo sembrare più razionale, più accettabile agli occhi degli altri."
Skeeen si ferma un momento, riflettendo profondamente: "C’è però un punto in cui tutto questo diventa stanco. Quando realizzi che, alla fine, non puoi più fuggire da te stesso. Non c’è più spazio per le illusioni. Non c’è più posto per la finzione. La mia vita ha preso una piega che non avrei mai previsto. Con il passare degli anni, mi sono accorto che ciò che cercavo non era più una rivalsa o un riscatto. Non volevo più conquistare nulla. Volevo solo liberarmi di tutte le cose che mi legavano, di tutte le fatiche che avevo accumulato. La vera sfida, alla fine, era lasciar andare."
Si guarda intorno, quasi come se volesse comprendere la sua stessa esistenza: "E cosa mi rimane, alla fine? Mi rimane la consapevolezza che, anche se non sono all’altezza delle aspettative che avevo su me stesso, non me ne sono mai vantato. Non mi sono mai preso troppo sul serio. La vita è una continua scesa e risalita. Ma non voglio più fingere. Non voglio più indossare una maschera."
Una voce, più vicina, gli chiede: "E ora, cosa vuoi fare della tua vita?"
Skeeen non esita a rispondere con un sorriso sarcastico: "E tu cosa vuoi farne della tua?"
"Ci sono momenti," dice, "in cui ognuno di noi ha bisogno di urlare, non tanto per conquistare il mondo, quanto per dire finalmente ciò che ha dentro. Non importa chi ascolta, non importa se qualcuno ci capisce davvero. A volte è sufficiente far uscire le parole, che siano verità o menzogna. Perché, in fondo, c’è una strana magia nell’essere ascoltati. Ed è questo che mi spinge a parlare, a raccontare storie, anche quando non ho nulla da dire."
E infine, si ferma a riflettere: "Siamo tutti in cerca di qualcosa. Alcuni cercano la verità, altri cercano un rifugio. Alcuni cercano solo di sopravvivere. Ma tutti, in qualche modo, abbiamo bisogno di essere ascoltati. Di trovare qualcuno che ci dia una possibilità, che ci permetta di essere noi stessi, senza paura, senza giudizio."
9.
In Germania, ci sono giovani artisti straordinari, gente che ha davvero talento, ma la mia musica è influenzata da forze ben più grandi. Lo sai che ho fatto dei film, no? Con Ulrike Ottinger, con Ferdi Karmeik, che è il padre di Cosma Shiva, la mia Bimbadivina. Ho avuto il privilegio di incontrare un sacco di gente brillante nel corso degli anni, ma ciò che mi affascina di più è la dimensione extraterrestre che permea ogni mia creazione. Sì, mi sento molto tedesca, ma non solo in senso letterale. Mi sento legata a un'altra dimensione, un’idea di Germania che va oltre il confine materiale e storico. In particolare, mi sento tedesca orientale, e quella precisa appartenenza fa una differenza enorme. La separazione tra est e ovest ha segnato la mia formazione e, anche se non lo dico spesso, credo che mi definisca in molti modi.
Per quanto riguarda gli intellettuali, ho sempre avuto un buon rapporto con loro, forse perché, da qualche parte, condividiamo una forma di intelligenza. Ma con i tedeschi “veri”? Non è che mi abbiano mai accolta a braccia aperte. Mi dicono che non sono una cantante tedesca, mi ripudiano, proprio come avevano fatto con la Dietrich, una delle icone più grandi che hanno mai avuto. A quanto pare, non è facile essere compresa nel proprio paese quando non si rientra nei parametri convenzionali. Questo mi fa pensare alla solitudine che deve aver provato anche lei.
Nina, in un momento di visione mistica, diventa qualcosa di più che una semplice presenza. È come se fosse in giudizio, una figura che emana un lamento che rimbalza nell’aria, impossibile da fermare. Non è più una voce umana, ma qualcosa che appartiene al dolore universale, a una solitudine che non ha paragoni. Nina è una figlia senza figli, e nel suo lamento si trova una bellezza che è difficile da comprendere, quasi spaventosa nella sua purezza.
"Ciò che davvero intossica", dice Nina, "non è il brivido di mettersi in gioco e rischiare tutto per la propria esistenza, ma è quel battere continuo, quel ritmo che le coppie conoscono. E mi diverte che lo sappiano. Quello che li eccita è sentire dalla mia bocca ciò che già sanno". È come se fosse una verità universale che solo chi ha vissuto certe esperienze può comprendere appieno. La sua musica non è solo un’espressione di sé, è una riflessione sul mondo e su quel che ci tiene in vita, ma anche su quel che ci fa sentire perduti.
Skeeen, in un momento di consapevolezza, capisce che è proprio il ricordo di una risata che lo ha portato a vedere quanto fosse ridicolo il suo comportamento. Non è tanto il disordine e la sedizione che vede negli altri, ma il semplice atto di riconoscere il proprio ridicolo che lo fa riflettere su se stesso. La nostalgia per Godz, una figura che aveva avuto un’importanza fondamentale nella sua vita, non deve essere vista come la chiave per comprendere la sua musica attuale. La sua nuova vita è altrove, anche se non è facile ammetterlo. È come se stesse cercando un senso che non può più trovare nei ricordi di un passato che, sebbene significativo, non è più necessario per la sua evoluzione artistica.
Skeeen si fa strada nella vita a occhi chiusi, convinto che la sua esistenza, pur nel caos, lo porterà a una sorta di risveglio. Ma la strada lo conduce in un luogo che sembra sospeso nel tempo: uno spiazzo a imbuto, una sorta di rifugio. La balaustra pseudogreca e l'abete gigante che lo domina sembrano elementi di una scenografia onirica, dove il tempo si è fermato. Le panchine vuote, disposte a semicerchio, sono testimoni di una solitudine che solo lui può comprendere. La neve che ricopre tutto lascia spazio, nella bella stagione, a una ghiaia rossa e lucente. In questo luogo sospeso, lui può guardare al di là delle cose, osservando la festa che si svolge senza realmente parteciparvi, come un osservatore distante.
La conversazione con Norman sulla droga è spietata, senza filtro. "Com’è l’eroina a New York?" chiede Skeeen, ma la risposta è spietata e disillusa: "Immondizia", risponde Norman, con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. L’eroina è venduta nelle strade, nei ghetti portoricani, e anche se la qualità cambia, la sostanza rimane una schifezza. Norman parla della sua esperienza con l’eroina, ma anche della sua preferenza per il metadone, una scelta che sembra simbolica del vuoto che prova. Questo mondo di droghe e disillusione, però, non è un mondo in cui si può trovare salvezza.
"A casa di Norman non si scopa mai," commenta qualcuno con disprezzo. Questo è il mondo che Skeeen osserva, un mondo dove la ricerca di piacere è corrisposta dalla stessa vacuità.
"Come all'inizio delle mie crisi," dice Skeeen, "quando la mia esaltazione cede il posto a un desiderio impellente di parlare. Ma la cosa sorprendente è che questa volta la sostituzione al sesso avviene con tale naturalezza che non mi viene nemmeno in mente di trovarmi davanti a una manifestazione del mio male d'amore. È come una trasformazione silenziosa che si compie senza che me ne accorga."
Le sue parole sono un misto di frustrazione e lucidità. "Come farmi capire? Non potevo restare muto di fronte a uno sguardo come il tuo," dice a qualcuno che, però, decide di andarsene. La rabbia di Skeeen esplode, ma non si ferma lì. "Come ha fatto ad andarsene?!" urla. La sua furia si mescola con un rancore profondo, alimentato da una sensazione di tradimento e frustrazione. "Il calore del suo cazzo, come il sole! Che bastardo!" La rabbia che prova è l’espressione di una delusione che non trova più parole per essere espressa.
Skeeen continua a maledire, immaginando quell’uomo come un essere che merita di diventare nulla, di ridursi a straccio, a merda, a qualcosa di inutile. Ma è proprio questo il paradosso della sua rabbia: vuole che l’altro sparisca, eppure, in fondo, è la sua stessa incapacità di gestire le emozioni che lo sta distruggendo. Sì, a volte è meglio non farlo innervosire, perché dietro quella furia c'è solo una grande solitudine.
10.
La salita verso la dark è un cammino senza ritorno. Non si fa differenza tra chi sale e chi scende, tra chi passa e chi resta. Tutto si fonde nel traffico delle mani, delle bocche, dei desideri dissoluti, in un vortice di corpi che si cercano, si respingono, si annullano. È un luogo dove non c'è spazio per la gentilezza, dove nessuno si ferma a guardare l'altro con occhi di comprensione. Un luogo dove il caos è la legge, e dove Skeeen, assorbito dal piacere oscuro, inizia lentamente a smarrirsi. Nella vastità di quella notte che tutto ingloba, non c'è più spazio per il ricordo. Niente più emozioni da interpretare, solo corpi e suoni che si sovrappongono.
Eppure, tra il piacere e il tormento, la sua mente non riesce a staccarsi dalla figura di Godz, da quell’amore che non può essere verbalizzato, ma che si fa sentire nel profondo. Nonostante il caos che lo circonda, Skeeen sa che qualcosa di più grande sta accadendo dentro di lui, qualcosa che sfida ogni logica e ogni senso. “Non mi atteggio a vittima”, ripete a se stesso. In quel momento, non è più il giudizio degli altri a contare, ma la consapevolezza di essere intrappolato in un desiderio che non ha né forma né fine.
"Riconosco le accuse", dice con una sorta di distacco. "Le ascolto tutte, e se c'è un’accusa che mi sta più a cuore, è quella di aver parlato in modo inconsulto di Godz." Le sue parole vibrano nell'aria come un eco lontano, ma non sono mai state così vicine alla verità. In quegli anni passati, con certi amici, parlare di Godz era come camminare su vetri rotti. Ogni parola pesava, ogni silenzio si trasformava in un abisso. Eppure, quel silenzio era necessario, il modo migliore per esprimere l’incontro con un amore che non poteva essere compreso.
Le parole che Skeeen pronuncia sono un grido soffocato, una confessione a metà tra il dolore e il piacere. Le sue emozioni si mescolano, si confondono in un turbine che non può più essere contenuto. "In fondo, si trattava solo di chiacchierare a vanvera del mio amore", dice, come se fosse nulla. Ma in quelle parole c’è tutto. In quella vana ricerca di logica, di coerenza, si nasconde la verità di un amore che sfida ogni aspettativa, ogni possibilità di razionalità. Un amore che, paradossalmente, diventa più puro nel momento stesso in cui è impossibile da comprendere.
Powerfist, che appare come una figura silenziosa e minacciosa nel buio, osserva Skeeen con una sorta di impassibilità. Non c'è tempo per spiegazioni. Le mani di Skeeen scorrono lungo il corpo, sfiorano il vuoto, come per afferrare qualcosa che sfugge. Il corridoio è un labirinto, ma nessuno si preoccupa di perdersi. La sua pelle, ormai consumata dall'esperienza, è un riflesso della sua stessa vita: un gioco di luci e ombre che non finisce mai. La sua camminata è lenta, cauta, ma l'attitudine di un combattente lo spinge avanti. Ogni passo che fa è come un passo verso l'ignoto.
La scena che si dipana davanti a lui è un'immagine confusa, come se fosse immerso in un sogno febbrile. L'uomo che si ritrae, l'incontro che avviene tra il loro desiderio e il loro corpo, il tavolo che diventa la scenografia di una commedia tragicomica. Lì, tra bottiglie vuote e i resti di un piacere effimero, c'è la verità nascosta di un incontro che, nonostante tutto, si è consumato in un istante di intensa connessione. E mentre la luce filtra sulle loro pelle, Skeeen non può fare a meno di notare il sorriso, o forse la smorfia, che sfiora il volto dell’altro. La loro comprensione non è una lingua comune, ma è qualcosa che li unisce al di là delle parole.
Skeeen si chiede cosa sia davvero il desiderio. Cosa vuol dire amare in un mondo dove tutto sembra andare a pezzi, dove ogni parola è un’arma, ogni sguardo un giudizio. “Perché nessuno solleva mai il velo che nasconde il pudore?” si domanda. Ma poi, subito dopo, si rende conto che la risposta non conta. In quel momento, in quel posto, non esistono più domande. Esistono solo i corpi che si muovono, le sensazioni che si intrecciano.
Il suo corpo, ormai stremato, sembra agire da solo. La sofferenza è qualcosa che lo accompagna, ma non lo abbandona. Powerfist, con la sua voce tuonante, cerca di tranquillizzarlo, ma le sue parole non sono che un’eco in lontananza. Skeeen non ha paura. Non più. La paura è diventata parte di lui, è un'ombra che ha imparato a conoscere. Si lascia andare, si abbandona completamente a quel piacere, consapevole che il suo corpo non gli appartiene più. È come se tutto fosse già stato scritto, come se la sua esistenza si stesse compiendo sotto i suoi occhi, come se il dolore fosse l’unico segno che la vita è ancora viva.
La notte, che sembra infinita, avanza senza pietà. Non c’è riposo per chi vive nell’oscurità, eppure Skeeen trova una strana pace in essa. Il suo cuore batte all'unisono con il caos che lo circonda. Ogni sofferenza, ogni piacere, diventa parte di un ciclo che non ha inizio né fine. Non c’è redenzione, non c’è salvezza. Solo la consapevolezza che tutto è perduto e che, al contempo, tutto è da ricominciare.
Mentre la serata prosegue e la confusione cresce, Skeeen sente che l’angoscia che lo ha accompagnato fino a quel momento sta cambiando. Non è più un dolore insopportabile. È qualcosa di diverso, una liberazione inaspettata, un nuovo inizio che sgorga dal profondo. La notte è ancora giovane, e con essa, la promessa di un’altra vita, di una nuova possibilità, si fa strada.
"Credo di non aver parlato tanto a lungo quanto avrei dovuto di Godz", dice Skeeen, mentre le parole si fanno più chiare. La verità che si nasconde dietro quelle parole è quella di un amore che non può mai essere detto completamente. L’amore, in tutta la sua brutalità e bellezza, è un atto di coraggio e di resa, un gioco che si fa ogni volta più rischioso. Eppure, nel suo cuore, Skeeen sa che è solo attraverso quel rischio che può esistere. Solo così può essere veramente vivo.
Crudele spettacolo è quello di un uomo che, amando, si aggroviglia nei fili delle sue contraddizioni a mano a mano che cerca di dipanarle: se gli altri vogliono ridere, Skeeen non darà loro questo piacere.
11.
Skeeen si trova al centro della sala, il suo sguardo fisso nel vuoto, come se stesse cercando qualcosa di più profondo, qualcosa che solo lui sembra percepire. La sua voce, per quanto leggera e ironica, ha il potere di catturare l’attenzione di chiunque si trovi nelle vicinanze. "D’accordo, sono un fanfarone," dice, con una leggera inclinazione della testa, come se stesse rivelando un segreto che, in fondo, tutti sanno ma nessuno osa ammettere. "Sono un chiacchierone, un essere strano e fastidioso, uno che non sa tacere nemmeno per un istante. Un po’ come tutti qui, del resto. Chi non lo è, in fondo? Chi non ha mai parlato senza sosta, senza pensare davvero a ciò che dice? E per quanto riguarda la bugia, beh, sono anche un bugiardo. E ammetto che non me ne vergogno. Bugiardo come tutti. Come tutti gli esseri umani. La menzogna, in fondo, è una delle poche costanti della nostra esistenza."
C’è un tono di sfida nelle sue parole, un'incredibile serenità nell'affrontare una verità che a molti potrebbe sembrare sconvolgente. Con un sorriso appena accennato, continua a parlare, quasi come se stesse raccontando una storia che ha già vissuto mille volte. "Ma quello che mi intriga, quello che mi attrae davvero, non è tanto questo gioco di inganni e falsità che ci circonda, non è quel gioco sottile che si dipinge di luci e ombre, in cui tutti siamo coinvolti, consapevoli e al contempo ignari. Non è la leggerezza dei colori che si mescolano tra di loro, che ci trasportano in una realtà che sembra irreale, ma che ci appaga, ci soddisfa in modo effimero e insoddisfacente. Qui, non c'è né aria fresca né luce vera, solo la pesantezza di un luogo che ha perso la sua essenza, che ha smarrito ogni significato, ogni scopo."
La sua voce si fa più bassa, come se stesse riflettendo su ciò che sta dicendo. Gli occhi si chiudono per un istante, in un gesto che sembra quasi un'ammissione di colpa. "Questo posto è come un paradiso frantumato, ridotto a rovine. Non c’è più nulla che somigli alla bellezza di un mondo che possa offrirci speranza. Qui c'è solo l'asfissia. Non possiamo più respirare, siamo ingabbiati tra le ombre di ciò che è stato. Eppure, ecco la contraddizione. È in questa stessa oscurità che, per qualche ragione, provo una sensazione strana, una sensazione di liberazione."
A questo punto, Skeeen si avvicina alla finestra, scrutando l’oscurità fuori, come se cercasse risposte che non possono arrivare da dentro la sala. "Non capisco del tutto questa sensazione, ma è come se, in qualche modo, mi fosse finalmente permesso di riprendere ciò che mi spetta. Non parlo solo di diritti, ma di un possesso profondo, interiore, che ha a che fare con la mia identità, con il mio essere. Come se finalmente potessi diventare ciò che sono veramente, senza paura di essere giudicato, senza l'ombra della vergogna che mi ha perseguitato per così tanto tempo. È un tipo di libertà che non si ottiene facilmente, che non arriva senza fatica. È qualcosa che mi permette di esistere senza compromessi, di accettare la mia vera natura, di abbracciare chi sono senza scuse."
Un sospiro esce dalle sue labbra, ma non è un sospiro di rassegnazione. È piuttosto un respiro che sembra liberarlo da un peso invisibile, un respiro che spezza il silenzio con una tensione che si percepisce chiaramente nell’aria. "Forse tutto questo è un inganno, eppure mi sento più reale che mai. Come se finalmente avessi capito qualcosa che mi sfuggiva da sempre. Forse è la consapevolezza che mi sta liberando, o forse è solo il desiderio di possedere, finalmente, qualcosa che mi era sempre stato negato: me stesso."
Proprio mentre conclude queste parole, la scena cambia improvvisamente, e il cambiamento è tanto drastico quanto inaspettato. Il moro, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si alza in piedi con un gesto deciso, come se non potesse più resistere a ciò che sente. Si avvicina al biondo con una rapidità sorprendente, lo afferra per il mento con forza, e lo bacia con una passione che sembra improvvisa, ma che è inevitabile, come un destino che non può essere più ignorato. Il biondo, sorpreso e allo stesso tempo coinvolto, reagisce appena, ma la sua reazione non è di rifiuto. La sua bocca, anche se inizialmente inerte, si apre lentamente, come se fosse stata risvegliata da un impulso che non può essere spiegato.
In quel preciso momento, un raggio di luce abbagliante, impossibile da ignorare, discende dal soffitto. Non è una luce naturale, non è qualcosa che appartiene a questo mondo. È un fascio di luce accecante, pura, che sembra infrangere tutto ciò che c’è intorno. La sua intensità è tale che tutto il resto svanisce, come se il mondo fosse stato soppresso, ridotto a un semplice sfondo. La stanza, che fino a poco prima era piena di suoni e di voci, ora è avvolta in un silenzio totale, rotto solo dal ronzio distante di una realtà che sta cambiando.
Il biondo, colpito dalla luce, sembra vacillare, come se la sua stessa percezione del mondo fosse stata alterata in un colpo solo. I suoi occhi si socchiudono, la pelle sembra attraversata da una scarica elettrica che gli percorre la spina dorsale, e la sua mente, improvvisamente sopraffatta, non riesce a decifrare più nulla. È come se avesse vissuto un’esperienza di rivelazione, come se fosse stato risvegliato da un sogno che non sapeva di avere. La sua testa si piega all’indietro, come se stesse per crollare sotto il peso di un’intuizione improvvisa, di un ricordo che emerge da un luogo nascosto nella sua mente.
Con un movimento che sembra privo di volontà, il biondo cade a terra, il corpo che si piega con grazia, ma anche con la forza di una caduta inevitabile. È un gesto che sembra lento, ma allo stesso tempo travolgente, come se il suo corpo fosse stato risucchiato da una forza che non poteva controllare. La sua mente sembra essere sopraffatta da un'ondata di immagini, di flashback che lo travolgono senza pietà, mentre il resto del mondo, intorno a lui, continua a scorrere senza fermarsi. In quel momento, il tempo sembra dilatarsi, come se stesse vivendo qualcosa di eterno, di inafferrabile, e lui non può fare altro che arrendersi a questa nuova realtà che lo ha schiacciato, come se la sua stessa identità fosse stata ridisegnata in un colpo solo.
La sala resta in silenzio, ma il cambiamento è palpabile. Qualcosa di profondo è accaduto. Eppure, il mondo sembra continuare a muoversi, come se nulla fosse cambiato. Ma per chi osserva, è evidente che un’epoca si è conclusa, che qualcosa di grande è stato rivelato, e che la vita, in qualche modo, non sarà più la stessa.
12.
L'uomo, intrappolato in quella sensazione di essere circondato, non riesce a liberarsi dall'impressione che tutto stia accadendo improvvisamente, che la sua realtà sia stata travolta all’improvviso. Eppure, nella confusione dei suoi pensieri, sa che non è così: nulla è veramente inaspettato. Quei volti, quegli occhi fissi, li aveva già incontrati, li aveva già incrociati, li aveva già scorti, sapeva perfettamente che la loro intensità non era casuale. Eppure aveva cercato di fuggire, aveva cercato di superare il confine, di oltrepassarli, di lasciarli dietro di sé, senza voltarsi, senza fare altro che passare oltre… Ma è stato inutile. Non ha potuto ignorarli completamente, perché li ha sentiti dietro di sé, quei passi, quel rumore di suole di gomma che si avvicinano, come il tonfo sordo di un anfibio che cammina a passi lenti ma costanti, quel suono che diventa un monito, l’indizio di una minaccia imminente. È il suono che precede un colpo, il rumore del ramo che si spezza dietro di lui, il pavimento che scricchiola, come se avesse sollevato la polvere del passato, come se la sua fuga fosse già preordinata, come se ogni passo fosse stato deciso già molto prima di quanto lui stesso ne fosse consapevole.
E così l’uomo si prepara, sa che il suo corpo reagirà. Un impulso, una risposta automatica che lo spinge a correre, a fuggire, a rispondere a quella sensazione di pericolo che si fa sempre più vicina. Ma non è abbastanza veloce. Non basta la sua preparazione: è colpito. Ma la reazione non è una sorpresa, non è un impatto devastante, più una spinta improvvisa, violenta, ma che non arriva come una catastrofe. È un semplice, seppur duro, colpo che lo fa cadere. Non c’è vero shock, non c’è quell’effetto di devastazione totale che ci si aspetterebbe da un attacco fisico. Il suo corpo si adatta, è pronto ad assorbire il colpo. Le mani si protendono, la pelle si prepara a subire l'urto. Ma il dolore non è quello di una frattura, non è quello di una fine. La sensazione di cadere è solo una distorsione, un rimbalzo che attraversa il corpo come un’onda. Non è un urto definitivo, piuttosto un impatto da cui riprendersi, da cui alzarsi, se solo avesse il tempo.
Disteso a terra, l'uomo non può fare altro che rimanere immobile, come se il mondo fosse scomparso. Il pavimento è freddo, il buio lo avvolge. Non vede più nulla, non sente altro che il rumore dei suoi stessi respiri, il battito del suo cuore che sembra aumentare, come se il tempo si fosse dilatato. Poi le voci: quelle stesse voci che lo hanno seguito, che lo hanno chiamato a gran voce nel passato, ora lo osservano, lo giudicano, lo circondano. Non ci sono parole distinte, solo rumori indistinti, quei suoni che si mescolano in una confusione che non riesce a decifrare. Sono come echi lontani, come fantasmi che percorrono l'aria senza avere un volto. La sua mente si ribella a tutto ciò che lo circonda. Non vuole sentire, non vuole ricordare. Vorrebbe annullare quelle sensazioni, quelle immagini, ma non ci riesce. È intrappolato in un incubo che non si interrompe mai.
I passi si avvicinano di nuovo, e l’uomo viene sollevato da terra, quasi senza riguardo, come un oggetto senza valore. La mano che lo afferra non ha pietà. Il capo del gruppo, il leader, si china sopra di lui, lo solleva per il bavero del suo giubbotto e lo porta verso di sé, un gesto brutale, che non lascia spazio alla dignità. L'uomo, pur cercando di reagire, si sente ormai un corpo privo di vita. Il dolore che prova non è tanto fisico quanto psicologico: il corpo non conta più, ciò che conta è il dominio che gli viene imposto. Il capo gli urla addosso, le parole che non riesce a comprendere si mescolano in un’unica voragine di rabbia e frustrazione. L’uomo, purtroppo, sa che non ha nulla da rispondere, che la sua resistenza è ormai inutile. C’è una lotta, ma è una lotta senza speranza, una lotta che non riguarda solo la sua integrità fisica, ma la sua identità, la sua dignità che si sta frantumando sotto il peso dell’umiliazione.
Il capo, ormai completamente sopraffatto dal proprio potere, continua a picchiarlo, a colpirlo. Ma ogni colpo sembra non avere più senso, come se l’uomo fosse diventato più di una semplice preda, come se fosse il bersaglio di un gioco malato di potere che non ha regole, ma solo violenza. Gli occhi del capo si fissano nei suoi, ma c’è qualcosa di strano in quel momento. Un’esitazione. Come se anche lui stesse cercando di decifrare cosa stesse davvero cercando. Non c’è più la furia di prima, non c’è più l'impulso incontrollato. È come se l'uomo, anche nella sua caduta, avesse mostrato qualcosa di più, qualcosa che nessuno si aspettava. La sua rassegnazione, la sua inabilità a reagire, diventa un paradosso: una sfida alla violenza stessa.
La muta lo guarda, ma gli occhi degli altri sono rivolti al capo. Non è solo violenza, è qualcosa di più, qualcosa che non si spiega facilmente. C’è una tensione nascosta, come se ci fosse una lotta sotterranea per il controllo, per il dominio, per capire chi è veramente in controllo della situazione. Gli altri membri del gruppo non sono più sicuri del ruolo che devono recitare. Il capo, pur avendo dimostrato la sua autorità, sembra inciampare in qualcosa di più grande, in un dilemma che non può più ignorare.
L’uomo disteso sul pavimento non riesce a vedere la fine, non riesce a sentire la conclusione, ma sa che c’è qualcosa di irreversibile che è successo. Il senso di umiliazione che lo attraversa è profondo, ma non è solo quello. È qualcosa di più, una sensazione che persiste oltre la violenza, oltre l'umiliazione. È il segno che nulla, mai, potrà tornare come prima. La muta ha fatto il suo gioco, e l'uomo, purtroppo, non è più lo stesso.
Fine del flashback e della nascita della goldenshower.
13.
L’uomo sembra intrappolato in un mondo che lo opprime, come se la realtà che lo circonda fosse troppo densa, troppo schiacciante per poter essere affrontata. Il pavimento di El Horno diventa la sua unica fuga momentanea, un abbandono volontario a una realtà che non può più essere ignorata. Si lascia cadere, come un sacco vuoto, ma solo per un attimo. Subito si rialza, faticosamente, come se ogni movimento fosse una lotta contro l'immobilità che lo vuole inghiottire. Prima sulle ginocchia, poi sulle mani, e infine, con un atto di resistenza, si sostiene al muro della "dark", quel buio che pare volerlo inghiottire, e si mette in piedi, pronto a muoversi verso l'uscita, un'uscita che non porta davvero da nessuna parte, ma che lui comunque desidera.
Ogni passo che fa è un tocco delicato contro il muro ruvido, come se ogni centimetro di superficie fosse un confine che non riesce a oltrepassare. Ma la sensazione che ne deriva è anche quella di una continua e inevitabile discesa, una vertigine che invia segnali al corpo, alla mente, all'anima. “Da credere che l’uomo non regge troppo la realtà”, dice Skeeen, mentre osserva il biondo sollevarsi da terra, appoggiandosi al muro che sembra cedere sotto la pressione delle sue dita. Il rumore dell’intonaco che sfarina è come un richiamo al mondo che sta crollando, e la vertigine che invade ogni angolo dello spazio si estende dalla terra al soffitto, passando attraverso l’aria che respira. È come se la stanza stessa, il suo mondo, stesse scomparendo sotto il peso di tutto ciò che non riesce a supportare.
Il tempo non sembra passare, eppure, per quanto non siano più bambini, per quanto non abbiano mai condiviso quel tipo di intimità infantile – come il bagno nella stessa bagnarola o l’uso dello stesso vasino – c'è qualcosa che li unisce, un legame invisibile che li tiene fermi l’uno accanto all’altro, nonostante il tempo e le distanze che li separano. Il moro, con un sorriso che mescola ironia e affetto, lancia un complimento: “Oh Dio, quanto sei ancora figo… sei un’esplosione atomica” e bacia il biondo con un’intensità che non lascia spazio a dubbi. È un bacio che non ha bisogno di parole, un bacio che segna il ritorno a qualcosa di profondo e ineluttabile tra loro.
Nel frattempo, fuori da quella dimensione che sembra sospesa, c’è un mondo che continua a muoversi. Dall’altra parte della stanza, il suono di un trimmer che inizia a vibrare è come un annuncio, un suono che interrompe il flusso delle parole senza interferire troppo, quasi come se fosse parte di una musica che accompagna il loro percorso. È un rumore che nessuno si sarebbe aspettato, un elemento che si inserisce in modo quasi naturale in quell’atmosfera di segreti e desideri non espressi. Una nuova sensazione che si fonde perfettamente con il silenzio delle parole non dette, con il mistero amoroso che ogni figura sembra cercare senza riuscirci davvero.
Skeeen, nel suo angolo, guarda allo specchio come se cercasse una conferma che sa di non poter trovare. Si sente ferito, ma non nel senso tradizionale del termine. Non è il tipo di ferita che ti lascia a terra, ma quella che si insinua piano nel profondo, che modifica il tuo sguardo e il tuo modo di percepire il mondo. È una ferita che brucia in silenzio, che non si vede ma che è lì, sempre presente, come un’ombra che non si può scacciare. Eppure, c’è una curiosità morbosa in lui, un desiderio di scoprire la propria vulnerabilità in un modo quasi patetico. Non è il desiderio di farsi vedere, ma quello di comprendere la propria solitudine, di abbracciarla, di farla diventare una parte di sé.
"Da quando non ci possiamo più parlare", dice con un tono di esasperazione, "è come se mi piacesse non avere nulla da raccontarti, come se non ci fossimo mai conosciuti". In queste parole c'è una liberazione, ma anche una triste constatazione: l'allontanamento, che inizialmente era una ferita, ora sembra una protezione, un modo per proteggersi da un legame che non esiste più. C’è rabbia in queste parole, ma anche un’inaspettata forma di piacere nel rendersi conto che, forse, il distacco è ciò che ha sempre desiderato.
Ogni incontro, ogni rapporto che si intreccia, diventa una ripetizione, un ciclo che non si conclude mai. “Ogni volta che me ne vado dopo una scopata, mi sembra di non risolvere mai niente”, dice Skeeen con una rassegnazione che non nasconde però una certa liberazione. Il mondo non cambia, nonostante i suoi tentativi di cambiarlo. Le coppie che si amano, che vivono le loro storie intime mentre lui le osserva da lontano, sembrano appartenere a un mondo che non ha nulla a che vedere con lui. Eppure, c'è qualcosa di affascinante in questo ciclo di amore e odio, in questa danza senza fine che lo coinvolge senza mai coinvolgerlo completamente.
Nel bar, mentre il barista si affanna a preparare un drink, c’è una sensazione di stasi. “Un gin-fizz”, rispondono quasi all’unisono, come se fosse il loro modo di ritornare a una normalità che non li appartiene più. Ogni sorso sembra solo un altro modo di allontanarsi da quello che sentono dentro, un modo per continuare a navigare nel mare di emozioni che non riescono a dominare. Skeeen, osservando tutto intorno a sé, si chiede se ci sia davvero un modo per sfuggire alla sensazione di isolamento che lo tormenta, o se sia solo un altro passo in un cammino senza fine.
Eppure, nonostante tutto, c'è qualcosa che lo spinge a cercare la verità, anche quando questa verità è difficile da accettare. “Perché nessuno si preoccupa mai di me?”, si domanda, come se quella domanda fosse il suo unico anelito di libertà. Ma la risposta non arriva mai, e la sua solitudine si fa sempre più profonda, sempre più evidente.
E poi, da quella grotta oscura, qualcuno urla. È un suono che interrompe tutto, che spezza il silenzio, che fa esplodere la tensione accumulata in un unico grido che sembra risuonare nel vuoto. Ma cosa significa quell'urlo? E cosa significa il silenzio che lo segue? Un'altra domanda senza risposta, una domanda che, forse, non avrà mai una risposta.
14.
Skeeen afferma che chi lo conosce veramente, chi ha avuto il privilegio di entrare nel suo mondo interiore, sa che è il silenzio personificato. Un silenzio profondo, che non ha bisogno di parole per comunicare il suo essere. È questo il suo regno: una zona inaccessibile, dove nulla viene detto a voce alta, ma ogni segreto rimane nascosto in un angolo oscuro della sua anima. Eppure, la sua riservatezza è spesso fraintesa, considerata una mancanza, una debolezza che suscita pietà. Un'incapacità di aprirsi che lo rende agli occhi degli altri vulnerabile. Ma Skeeen, con una sottile vanità, trova piacere in questo giudizio, perché sa che la sua difficoltà a rivelarsi alimenta l’immagine di un uomo che possiede misteri irrisolvibili, segreti che non potrebbero mai essere svelati, nemmeno sotto il peso della più pressante curiosità. E in questo gioco di prestigi e illusioni, si diverte a far credere che la sua sofferenza sia una scelta, una lotta contro il mondo, come se avesse davvero qualcosa di eccezionale e intimo da confessare, se solo potesse farlo senza violare il suo stesso codice di segretezza.
A questo si unisce la sua ammissione di essersi lasciato andare a esperienze che sfidano la logica, raccontando con una certa complicità di come una mano, un semplice gesto di carezza, lo abbia portato a dimenticare tutto ciò che precedeva quel contatto. La sensazione era talmente forte, talmente dolce, che gli sembrava di non aver mai provato niente di simile prima. Non c’era più nulla, solo quella mano, un gesto che lo faceva dimenticare la sua stessa esistenza passata. E poi c’è la sua incredibile esperienza di astinenza: venti giorni senza mangiare, nemmeno un biscotto, eppure nonostante la sofferenza fisica, non morì. La sua carne si svuotò, si seccò, ma in quella perdita di vitalità c’era un successo, una sorta di trionfo della resistenza. Non morire, ma continuare a vivere in una forma ridotta, come se la sua esistenza fosse diventata una forma di resistenza estetica.
Skeeen riconosce anche il piacere che prova nel confessare, ma non una confessione qualunque: una confessione che ha qualcosa di morboso, di raffinato, come quelle attitudini sensuali e sottili di certi personaggi che, con un gesto minuzioso, accarezzano un graffio appena fatto sulla pelle, o che, con lentezza, giochicchiano con un piercing sul labbro. È un piacere perverso, che per lui ha a che fare con la bellezza del corpo e della sua sofferenza, con una gioia legata alla consapevolezza del limite, della carne che sa di essere vulnerabile ma anche incredibilmente viva.
Quando parla delle scene che si svolgono quella sera, Skeeen non ha dubbi: sono un capolavoro naturale. I suoi compagni di scena, come angeli decaduti, si muovono in un caos che è quasi poetico nella sua follia. Una follia che non può che suscitare ammirazione, perché, nella sua devastazione, c’è una purezza incontaminata, una bellezza che scaturisce dal disordine. Non si può fare a meno di vedere in tutto questo un atto di creazione artistica, anche se in mezzo alla distruzione.
Parlando degli uomini che preferisce, Skeeen esprime una sorta di attrazione per quelli che appaiono forti e composti, ma al tempo stesso è affascinato dalla loro fragilità. Li descrive come robusti, con tratti energici, eppure c’è qualcosa che li distingue, qualcosa che va oltre la loro apparenza. E per mantenerli vicini a sé, inizia a costruire loro un’immagine ideale, facendoli sentire unici e irraggiungibili. Ma in realtà, dietro quelle parole dolci, c’è un tentativo di tenerli sotto il suo controllo, di portarli nella sua intimità, nella sua sfera personale, come se ogni conquista fosse una lotta, uno sforzo sovrumano per fare in modo che quegli uomini rimangano al suo fianco. E, nonostante tutto, si fa beffe della loro percezione di sé: loro credono di essere diversi dagli altri, più veri, più autentici, ma sono, in fondo, come tutti gli altri, solo un altro oggetto della sua conquista.
Skeeen conclude la sua riflessione con un amaro commento sulla sua capacità di manipolare la verità. Con una certa soddisfazione, ammette di aver ingannato chi gli sta intorno, mescolando verità e bugie in modo talmente sottile che è difficile distinguere l’una dall’altra. La sua è una forma di verità ingannevole, che non lascia spazio a certezze, ma a un continuo gioco di percezioni, dove il confine tra il reale e l’immaginario si fa sempre più sfumato.
E quando parla di sé, disteso nella notte, sembra voler raccontare una delle sue esperienze più intime, quasi come se stesse entrando in una fase di completa introspezione. È come se, in quel momento, fosse pronto a cedere completamente al suo desiderio, a lasciarsi travolgere da una sensazione che non ha più limiti. Il cielo che cambia, la luce che si abbassa, il fiume che si allontana: tutto ciò lo pervade, ma non lo spaventa. Anzi, lo spinge a cercare qualcosa di concreto, a voler toccare, ad afferrare un piede, senza preoccuparsi di chi fosse, come se il desiderio stesso fosse l’unica realtà che conta. Ma, come sempre, l’attesa lo tortura. Il desiderio cresce, ma lui resta immobile, in attesa, incapace di soddisfarlo. Il suo disagio diventa palpabile, e non può fare a meno di compararlo a una nausea che non riesce a placare. Eppure, come in un circolo vizioso, alla fine quella tensione passa, e torna a essere lo stesso di prima: uno spettatore della sua stessa esistenza, un osservatore distaccato che non si lascia mai veramente coinvolgere, ma che continua a battere svogliatamente la testa, come se nulla fosse cambiato.
15.
Skeeen, disteso una volta di più, sentì che la calma tornava a lui quasi immediatamente, ma questa volta non c'era la stessa esaltazione che lo aveva sopraffatto precedentemente. L'intensità di quell'emozione, quella spinta che l'aveva fatto sentire vivo in modo inusitato, era svanita nel nulla, come una nube che si dissolve al sole. Quando qualche giorno dopo, si trovò di nuovo a fare i conti con una crisi, la delusione fu palpabile: sebbene si fosse impegnato a risolvere il conflitto con un atto solitario, ciò che sperava fosse un sostituto della passione originale si rivelò insoddisfacente. Non riusciva a rievocare quel senso di euforia, quella "deliziosa esaltazione" che aveva sperimentato prima. Un misto di frustrazione e rassegnazione lo pervase. Decise quindi di accontentarsi, di cercare una via di fuga che potesse appagare in qualche modo la sua mente. Con una certa dose di autoironia, si trovò a riflettere sul fatto che, nonostante l’atto di auto-soddisfazione fosse legato in qualche modo a un desiderio "reale", nel contesto in cui si trovava quella connessione appariva tutt'altro che tangibile. Il suo corpo, la sua mente, la sua anima sembravano danzare su un filo sottile tra il desiderio di una realizzazione concreta e il freddo compimento di un gesto solitario e distaccato.
La sofferenza che seguì quell’esperienza gli parve un’amara contraddizione: era come se la fantasia, pur trovando un piccolo riscontro nel mondo reale, non fosse mai abbastanza per placare il desiderio di un incontro più genuino, di una relazione che fosse realmente vissuta. Eppure, ogni volta che si concedeva un po’ di sollievo, si rendeva conto che la sua mente, la sua ricerca di senso, restava in qualche modo insoddisfatta, come se cercasse qualcosa che non riusciva a definire ma che non avrebbe mai potuto essere completamente soddisfatto in maniera superficiale.
Nel suo mondo frammentato, tutto sembra seguire una certa logica, anche se confusa. Le cose prendono una forma, ma è una forma che sembra essere più il risultato di un caso che di un ordine ben definito. La linea tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fa sempre più sottile, più sfumata, e Skeeen non si preoccupa più di questa ambiguità. Quello che è certo, è che la sua vita, il suo cammino, si svolgono secondo una grazia imprevedibile, uno scorrere che è fatto di atti apparentemente casuali ma che, nel loro susseguirsi, danno origine a una logica tutta propria. La verità, in questo contesto, si fa quasi impalpabile: non è più una saggezza antica o un sapere che possa liberare, ma piuttosto qualcosa di crudo e senza appello. La verità diventa una forza che imprigiona, che non ti lascia scampo, un fatto immutabile e inevitabile, esattamente come una condanna. Non importa quanto si cerchi di fuggire o di giustificare se stessi: la verità è come un'immagine che ti rimanda sempre a ciò che sei, e questo, alla fine, non puoi evitarlo.
Skeeen si lascia andare a una riflessione che si fa tanto più intensa quanto più avanza nel suo racconto. Dopo aver scelto una bevanda che descrive come un "sperma d’annata", un tipo di raffinatezza che gioca con la realtà e il desiderio, e aver acceso una sigaretta, si trova a ridere di se stesso, della scena che sta vivendo e che, forse, non sarebbe mai più riuscito a rievocare in modo così vivido. La figura di un uomo che si abbandona a certe pratiche in pubblico, lontano da ogni pudore, appare a Skeeen tanto straziante quanto ridicola. È un momento che lo colpisce, lo turba, lo fa riflettere sulla fragilità della condizione umana, sul bisogno di cercare costantemente qualcosa che ci dia un senso. Ma quel qualcosa è forse solo un'illusione? È in questo momento che Skeeen si rende conto che ciò che sta accadendo potrebbe svanire in un battito di ciglia, che l'intensità di quel gesto potrebbe non lasciare alcuna traccia nei racconti futuri. Il pensiero di non riuscire mai a catturare questa scena, di vederla dissolversi come un ricordo che sfuma nel tempo, lo fa sentire improvvisamente vulnerabile. Come se la malattia, come l'AIDS, fosse solo un ricordo lontano, un’idea mai veramente vissuta, relegata a un altro tempo e a un’altra città.
Con il cuore che gli batte forte, Skeeen continua il suo cammino. Si dirige verso la "zona labyrinth", ma anche lì, tra il soffitto e il pavimento, tra i tavoli e gli ostacoli, il suo corpo sembra rivendicare la propria esistenza, come se ogni movimento fosse un atto di affermazione di sé. L’impossibile si mescola al desiderio di continuare, di avanzare, di esplorare le proprie zone oscure. Il sentimento che lo invade è tanto misterioso quanto potente: è il connubio tra amore e morte, un incontro che sembra impossibile ma che, nella sua intensità, lo travolge. L’uno non esisterebbe senza l’altro, ed è questa fusione che dona alla sua esperienza una qualità quasi sacra, una bellezza struggente che emerge dall’abisso.
In un attimo di silenzio, il suo corpo reagisce come se si stesse per abbandonare, per svanire nell’ignoto. Un gemito, un sospiro che sembra salire da un luogo profondo. In quel momento, un suono si fa sentire, passi affrettati, veloci, che si avvicinano, e una voce nel buio chiede: “Dov’è, padrone?” Ma le ombre non si disvelano completamente. Le teste, che inizialmente sembrano essere corpi impiccati, si rivelano essere solo lampioni dimenticati, luci spente nella nebbia della dark. Un respiro di sollievo, una piccola pausa, eppure il senso di inquietudine non abbandona mai davvero Skeeen.
Poi, la scena cambia di nuovo. In un altro momento, più tranquillo, Skeeen descrive una sensazione di noia profonda che lo spinge ad allontanarsi dalla sua stanza. La ricerca di freschezza lo porta a immergersi nel fiume, a bagnarsi nel corso d’acqua che rappresenta una sorta di purificazione, di rifugio. Si immagina mentre cammina lungo la riva, attraversando il bosco, sentendo il freddo dell’acqua e il calore del sole sulla pelle. Ogni passo è un tentativo di scrollarsi di dosso quella sensazione di inutilità, di vuoto. Ogni salita, ogni discesa, diventa un atto simbolico, un viaggio interiore che rispecchia la sua lotta con la realtà. L’ambiente intorno a lui è selvaggio e incontaminato, ma ogni ostacolo sembra fargli ricordare che, per quanto tenti di sfuggire, alla fine deve fare i conti con se stesso.
Eppure, malgrado tutto, Skeeen non si preoccupa più di quello che gli altri potrebbero pensare. La sua espressione non è più un problema: è il sorriso di chi ha capito che la verità è sempre lì, nuda e cruda, come una condanna che non può essere evitata. Gli occhi non sono altro che parole mute, e la verità, come una prigione che imprigiona, non intende mai liberare. La verità è, in fondo, un momento splendido e crudele, che non lascia spazio a nient’altro.
16.
“Chi altro se non te potrebbe capire l’inferno che porto dentro?” dice Skeeen, quasi come un rimprovero, il suo sguardo fisso nell’ombra che si forma nella stanza. La sua voce è bassa, velenosa, ma intrisa di una dolorosa consapevolezza. “Mi guardi, ma non capisci. Non è un’esibizione, non è un gioco. È un’esigenza. Vedi, io non sono colui che si preoccupa di preservare le apparenze, non sono quello che finge di essere perfetto, di essere ‘giusto’. Io mostro la mia ferita, la mia imperfezione, come se fosse un’arte, una verità. E tu, tu giudichi tutto questo come una provocazione, come una ricerca di attenzioni. Non capisci che per me la vera forza è nel mostrare ciò che altri temono di vedere: il lato oscuro di chi siamo.”
Skeeen si ferma un attimo, quasi a riflettere su quanto appena detto. Gli occhi si sollevano, e un sorriso amaro si forma sulle sue labbra. “Ma non è quello che importa davvero. Non è quello che mi definisce. Non è questo il punto. Io non sono qui per essere capito da chi è troppo impaurito per guardare dentro di sé. E tu, Godz, hai paura di guardare. E adesso, vuoi farmi una domanda? Quella domanda che già hai sulla punta della lingua? No, non me la farai. Non più. Non posso più sopportarti.”
Il silenzio si allunga come un filo teso, quasi insostenibile, mentre Skeeen si perde nei suoi pensieri. Poi riprende, con una forza che sembra quasi sfidare ogni logica: “Ho rinnegato tutto ciò che pensavo di volere. Ho tradito ogni ideale che mi ero costruito, ogni valore che pensavo fosse mio. Ho imparato a guardare ciò che ho sempre disprezzato, e, per un istante, mi sono trovato ad amarlo. Perché il piede, quel piede che prima avrei rifiutato, è ora l’unico simbolo di una storia, di una lotta che non può essere ignorata. È la manifestazione della sofferenza, della resistenza. È la carne che non ha paura di essere brutta, di essere sporcata, di essere usata. È l’odore acido della realtà che non può essere dimenticato.”
Un lampo di consapevolezza attraversa il suo volto. “Ecco, il piede. È la memoria di chi ha camminato senza mai fermarsi, di chi ha subito, di chi è stato schiacciato. Ma è anche la forza di chi ha resistito. Il piede è la storia di tutti quelli che sono passati inosservati, ma che non si sono mai arresi. Il piede è il nostro grido silenzioso, il nostro inno alla sopravvivenza. Non è un’immagine pulita, è sporca, è una verità senza veli.”
Poi il tono cambia, si fa più inquieto. “E io? Io sono più di questo. Non sono solo un corpo, non sono solo carne. La carne mi tradisce, ma la mia mente è altrove, in un altro spazio, un altro tempo. Lì, dove tutto è possibile, dove ogni azione ha un significato. Ma non è questo che vedete voi. Voi non vedete l’infinito dietro l’istante. Voi vi accontentate di guardare le superfici. Non sapete come si fa a vedere oltre. E allora io continuo a parlare, a sfidare, a scoprire ciò che è nascosto. E voi, invece, continuate a rimanere ciechi, come sempre.”
La scena si fa più angusta. Le ombre si allungano nella stanza, e tutto sembra prendere una piega più turbolenta. I corpi si accavallano, si intrecciano in un continuo movimento di desiderio e frustrazione, ma tutto sembra essere solo una ripetizione vuota. “È un gioco, questo,” dice Skeeen, ma la sua voce tradisce un dolore profondo. “Un gioco in cui nessuno vince, in cui ogni incontro è solo un altro passo verso il nulla. Siamo diventati automi, carne in movimento, senza più alcuna connessione. Siamo tutti intrappolati in un ciclo che non ha scopo, in una danza che non porta da nessuna parte. Ma non posso fermarmi. Non so più come fare.”
Poi, senza preavviso, si lancia in una riflessione più personale, come se cercasse di trovare un senso nelle sue stesse parole. “Forse è stata Nina a farmi vedere qualcosa. A farmi capire che tutto questo è solo una parte di qualcosa di più grande. L’esperienza che ha avuto con gli esseri di Orione… non è un caso. Lei ha visto ciò che nessun altro ha visto. Ha parlato con Masari, un uomo che è già morto mille volte, ma che è ancora qui. E quando lui le ha detto che non c’è più nulla da scoprire, che l’ultima incarnazione è l’ultima, mi ha colpito. Mi ha colpito perché la verità che Masari ha raccontato è quella di chi ha visto e vissuto tutto. Non c’è più meraviglia, non c’è più desiderio. Eppure, noi continuiamo a cercare, a correre dietro a qualcosa che non arriverà mai.”
Skeeen si ferma, guardando negli occhi chi gli sta vicino, ma senza alcuna speranza di essere compreso. “E noi? Cosa siamo noi, se non esseri persi, che cercano di aggrapparsi a qualcosa che non esiste più? Un amore che non è amore, un desiderio che non è desiderio. Tutto è diventato pornografia. La carne si è ridotta a una forma di consumo, senza cuore, senza anima. Ma noi non possiamo fare altro che seguirlo. Non possiamo fare altro che essere schiavi di questa realtà.”
La sua voce cresce in intensità, diventando sempre più piena di disperazione. “E ora guardateci, guardate cosa siamo diventati. Siamo tutti prigionieri di un corpo che non ci appartiene più, di un desiderio che non ci appartiene più. Eppure, continuiamo. Continuiamo a cercare qualcosa che non esiste. Continuiamo a vivere in un mondo che non ci capisce, che non sa cosa significa amare, che non sa cosa significa essere veri.”
Poi, un ultimo sussurro, come un segreto che nessuno dovrebbe sentire. “E forse, alla fine, è questo il nostro destino. Essere condannati a una vita che non possiamo comprendere, a una ricerca che non ci porterà mai a casa.”
17.
Skeeen, come al solito, si prese il tempo per riflettere profondamente prima di parlare, come se ogni parola fosse una strategia calibrata. “La mia posizione è chiara,” disse con tono deciso, “un uomo, pur desiderando aprire il proprio cuore, non deve mai dimenticare che, nel momento in cui infrange la legge del pudore, si espone non solo alla ridicolizzazione degli altri, ma anche alla furia di chi non è disposto a tollerare la vulnerabilità altrui. La legge del pudore, in fondo, è una muraglia che separa chi si sente potente dalla miseria di chi si svela troppo presto. Chi varca quella soglia rischia non solo l'ironia, ma anche l'ira.”
L’altro lo guardò, evidentemente infastidito da tanta serietà, e sbottò: “E non è quello che cerchi?”
Skeeen rispose senza esitazioni, ma con un sorriso sornione che nascondeva un senso di distacco. “Certo, ma non in quelle mani,” disse, “in mano, lo sperma non mi diverte. Anzi, mi provoca una sensazione strana, come una tensione che si fa insostenibile, un disagio che mi fa venire voglia di urlare, come un turbine che sale rapido, inesorabile, dal mio stomaco fino al cervello.”
Il barista, che stava servendo da un lato, non poté fare a meno di intervenire, giocando con il suo piercing e guardando i due con occhi che tradivano una certa curiosità. “E per te, che cosa posso fare?” chiese, quasi sussurrando, come se la domanda stessa fosse parte di una seduzione più sottile.
“Per me niente, grazie,” rispose Skeeen, la sua voce netta, come se avesse chiuso la conversazione.
Poco dopo, continuò, più introspectivo, riflettendo a voce alta: “A volte, quando mi lascio travolgere dalla passione del mio racconto, mi rendo conto che rischio di sembrare qualcuno che sta cercando di dimostrare qualcosa. Ma non è così. Non parlo per attirare l'attenzione su di me, né per esibire la mia misera follia di un tempo, o le stranezze di una vita che non è mai stata davvero mia. Non voglio che qualcuno pensi che parli per esibirmi. Parlo, semplicemente, perché non so farne a meno, e anche se so che il mio racconto può sembrare inutile, mi piace raccontare. E basta.”
La discussione continuò, mentre Godz ascoltava attentamente, gli occhi fissi su Skeeen, come se stesse cercando di decifrare ogni parola, ogni sfumatura di significato. “Sai,” disse Skeeen, “nonostante tutti i piedi che ho visto, io ho preso un voto, un impegno, per cui ero costretto a mantenere il silenzio. Ma è proprio quello il problema: non posso ignorare che, forse, sono diventato un traditore. Il mio silenzio, in fondo, è solo il mio modo di evitare la vergogna, ma alla fine, tutto ciò che mi rimane è un perdono che non posso nemmeno concedermi.”
E continuò, in un flusso di coscienza che sembrava sempre più distorto: “E se avessi solo una mente un po' più agile della mia memoria? Sarebbe davvero una colpa? Dobbiamo sempre credere alle nostre parole? E se smettessi di dubitare di me stesso, smettessi di chiedermi se ciò che sto dicendo sia davvero la verità? Forse non c'è verità, ma solo l'illusione di una verità che ci permette di andare avanti.”
In un lampo di frenesia, il tono di Skeeen cambiò, diventando più rabbioso: “Cazzo, Godz! Se non capisci, vai pure al diavolo! Io non voglio più fingere. Non voglio più giustificare ciò che sono, eppure mi costringi a farlo. Mi costringi a chiedermi perché continuo a parlare, e se ci sia ancora un senso in tutto questo.”
Ma nonostante la sua irruenza, c’era una vena di vulnerabilità nei suoi occhi. Un silenzio teso riempì la stanza per un attimo, come se l’intero spazio fosse sospeso tra le parole e i silenzi non detti.
Skeeen, sempre eretto, abbassò lo sguardo su di sé come se volesse scrutare la propria anima. “Questa, alla fine, è la mia unica verità,” disse con un tono che tradiva una sorta di accettazione dolorosa. “Non c'è nient'altro. Questo corpo, queste parole, questi desideri... sono la mia realtà. E non c'è modo di negarla, né di nasconderla.”
Nel frattempo, il barista aveva servito tre gin-fizz, posandoli davanti a loro con un sorriso enigmatico, che sembrava suggerire che, nel gioco della seduzione, anche il gesto più semplice potesse nascondere significati più profondi. I bicchieri brillavano sotto la luce tenue del locale, e l'aria sembrava quasi satura di tensione.
Poco dopo, Skeeen riprese, come se fosse un pensiero che non riusciva a tenere dentro più a lungo. “Certo, a volte penso che potrei essere migliore, che potrei fare di più, ma la verità è che ciò che desidero è restare fermo, immobile. Non voglio muovermi, non voglio cercare niente. Desidero solo che qualcuno arrivi. Che qualcuno mi comprenda, che qualcuno possa vedere oltre questa facciata di parole e capire chi sono veramente.”
Godz, silenzioso, non disse nulla. Il suo silenzio sembrava essere più eloquente di ogni altra risposta.
E mentre il tempo sembrava fermarsi, con le parole di Skeeen che rimbalzavano nell’aria come frecce invisibili, il barista, con un movimento lento, si avvicinò e sistemò il suo pacco contro i pantaloni, come per segnare la fine di quella piccola performance. Nulla era mai davvero come sembrava, e ogni gesto, ogni parola, era parte di una messa in scena più grande di loro.
18.
"Che cazzo stai dicendo? Perché mai dovremmo andarcene? Se non vuoi che ti guardiamo, chiudi quella cazzo di porta del camerino! Non venirmi a fare la faccia da morto, noi non ce ne andiamo."
"Ma che cazzo dici?! Voi non restate qui! Fuori dai coglioni, vaffanculo!"
"Te l’ho detto un sacco di volte! Chiudi quella porta del camerino! È un concetto abbastanza semplice, non ci vuole una laurea per capire che se la lasci aperta, qualcuno si fermerà a guardare."
"Vaffanculo, cazzo! Hai capito?! Restiamo qui stanotte, vero? Voglio fare un po’ di casino, non è vero? E la porta rimane aperta, perché qui dentro fa caldo, ma tu vattene via!"
"Non hai capito? Chiudi quella porta e smettila di rompere i coglioni."
Dentro, i due non si separano. Rimangono abbracciati, mentre gli altri si allontanano, delusi, uscendo.
"Eh, hai vinto", dice il passivo, il tono di voce quasi impercettibile, "Vieni dentro, accendi la luce, dai."
L'odore che emana dal suo corpo è intenso, quasi impossibile da ignorare. Sa di qualcosa di animale, di grezzo, una mistura aspra di merda calda. Eppure, in quel momento, quella stessa puzza sembra essere parte di una danza oscura che si sta per scatenare. Si muove verso la porta, le gambe che fanno fatica a muoversi, ma con determinazione. Ma inciampa in una sedia, e il sigaro che stava fumando gli scivola di mano, rotolando sotto la sling. Ma non si ferma, non perde la concentrazione. Senza esitare, varca la soglia della dark.
La mansarda è un angolo buio, isolato. Un angolo dimenticato da tutti. Dentro, un tizio tira coca, e davanti a Candy-Candy, continua la sua masturbazione nervosa. Poi c’è un rumore sordo: un vibratore rotto, un’esplosione di sangue che si mescola con le urla e con il ritmo violento della scena. Calci all'addome, schiaffi sulla schiena, ma quello che sta accadendo non è altro che un gioco: un gioco di pura e viscerale sofferenza. Un altro uomo entra, un venditore di rose pakistano, eppure qualcosa nella stanza lo respinge. Non è il suo posto. Non è il posto per le sue rose blu. Si ritira subito, ma il peso dell'universo sembra schiacciarlo. Non c’è spazio per lui. La sua merce non è benvenuta.
"Forse potrei spiegare questo posto", dice Skeeen, quasi con rassegnazione. "Potrei trovare le parole giuste, qualcosa che faccia capire che siamo in buona fede, che non siamo quelli che sembrano essere. Ma mi sembra che ogni tentativo di giustificazione si perda in un linguaggio nuovo, tutto da inventare, che si dissolve nell’irrazionalità." La sua voce diventa più bassa, come se parlasse più a se stesso che agli altri. "Un realismo che è tutto nostro, che appartiene a chi sa come muoversi in questo mondo di messa in scena e rappresentazione. C’è un cedimento. Come se le nostre stesse parole perdessero il loro significato, come se il nostro segreto fosse lo stesso segreto di chi ci sta di fronte."
Alla fine, la rassegnazione prende il sopravvento. Si abitua a tutto. Non c'è nulla da dire, niente da aggiungere. Sotto il dominio di chi lo controlla, il leather lo costringe a leccargli il sesso, a piegarsi in un atto che non è altro che una resa. La sua lingua si paralizza, il dolore si insinua nei muscoli, ma la frenesia non si ferma. La tensione si accumula, eppure non riesce a fermarsi, come se quella fosse l’unica via di uscita, l’unico modo per trovare una sorta di sollievo.
"Ricordo quella volta al Traveller’s, era da morir dal ridere, ma in realtà non riuscivo a sorridere neppure ironicamente", dice Skeeen, con una certa distanza. "La mia bocca era rigida, come se fosse paralizzata, mentre la gente intorno a me ballava, si muoveva in una danza che somigliava più a una tensione che a un reale piacere. E io ero lì, in mezzo a loro, seduto a un tavolo, mentre tutto il mondo sembrava sfuggirmi."
"Era meraviglioso, sì, vedere le persone ubriache che ballavano", continua Skeeen, il suo tono quasi sognante. "Io stesso ero ubriaco, completamente. Ma in quel momento non importava più nulla. Mi trovavo lì, seduto, e osservavo la gente, le coppie che passavano, cercando di capire qualcosa da loro. Ma le parole non avevano più valore, il loro modo di muoversi e la loro fisionomia parlavano più di ogni cosa."
"Sapevo che quelle voci, quelle che risuonavano nel locale, erano per me. Solo per me. Mi chiamavano, e non c’era scampo. Eppure, finsi di essere sordo a tutto ciò, rimanendo lì, immobile, gli occhi bassi, osservando le luci che si riflettevano sul pavimento. Ma anche in quel momento, dentro di me, sentivo che il presente non aveva più importanza."
"Non mi preoccupavo più di nulla. Eppure, quanto avrei resistito ancora a quella musica, a quel rumore che sembrava non finire mai? Quanto avrei potuto tollerare il peso della vergogna, quella stessa vergogna che mi faceva riflettere su me stesso, sui miei gusti, sulle mie scelte? Mi sentivo come se fossi costretto a subire una punizione, una sorta di espiazione per ciò che avevo fatto."
"Era uno spettacolo disgustoso, davvero. E quando chiusi finalmente la porta del camerino, un fischio assordante invase tutta la sala. Era come il ronzio di mille zanzare, incessante, fastidioso."
"Pensavo di essere solo un osservatore, ma era chiaro che ero uno dei protagonisti, uno dei più insignificanti, il meno interessante. Eppure, quel ruolo di passività, di vigliaccheria, mi rendeva ancora più evidente il mio coinvolgimento."
Sangue vermiglio esce da un capezzolo, e il suo corpo si tinge di una bellezza incontrollabile. La peluria del petto, i capelli rossi che sembrano fiamme, tutto sembra essere parte di una grazia selvaggia. E quella grazia è più di una semplice apparenza, è il segno di chi ha accettato l’eccesso, il segno di chi non ha paura di mostrarsi vulnerabile.
"Esiste davvero qualcuno che non aprirebbe mai il buco per sentire il calore delle sue viscere?", dice Skeeen. "Ci buttiamo a caso, senza pensare a cosa ci aspetta, ma l’adrenalina ci spinge, ci obbliga a farlo. L’unica cosa che conta è soddisfare quel bisogno immediato, quell’urgenza che ci assale."
"Ma alla fine, tutte queste penetrazioni, tutto questo sesso, non fanno altro che nascondere la vergogna che provo. La vergogna di un vizio che è poco esaltante, eppure ci coinvolge tutti, ci spinge a vivere con la stessa frenesia, lo stesso desiderio di fuga."
19.
Mi sforzavo di apparire perfettamente a mio agio. La scena davanti a me si svolgeva in un’atmosfera sospesa, come in un teatro di ombre in cui le figure si muovevano secondo un copione segreto, ignoto anche a loro stesse. Se non fosse stato per le numerose Ceres trangugiate con metodo, probabilmente non avrei tollerato la vista di quel tale che soffriva, proprio per causa mia. Ma lui mi ringraziava per questa mia indulgenza, o forse intendeva qualcosa di più profondo, qualcosa che ancora non riuscivo a decifrare. Già sapevo che non avrebbe avuto alcuna utilità per il mio modo di pensare: non aveva esperienza, non aveva spessore. Ma aveva, forse, una sorta di devozione istintiva, il desiderio di annullarsi per esistere in un altro, una pulsione che rendeva tutto più teatrale e, in qualche modo, inevitabile.
Si era presentato con un accento impastato, il tono ossequioso di chi si concede senza condizioni: “Zono venutto aposta qui per voi, patrone, e mi zcuzo per la cativa pronunzia del mio aciento stranierro…”, e via, e via. Poi ancora, con un tono quasi epico, come se recitasse una parte che aveva appreso per imitazione: “Ecomi qui, giaccio per voi, patrone. Zono tappeto, zono coza che non si ben capisce perché giunta fino a voi, ma debellatemi, debellatemi!” Disse proprio così: “debellatemi”. E poi, con un sussurro che pareva una confessione o forse una preghiera: “Dimenticatemi, che mi achiamo Jimmy, ma voi chiamate a me cane o beztia o larva o come vi parre di più ciusto, patrone…”
E mentre pronunciava queste parole, qualcosa in lui si piegava alla mia volontà, come se mi appartenesse interamente. Lo potevo modellare, spingere dove volevo, eppure c’era in lui una cortesia inaspettata, un garbo quasi infantile, una leggerezza che contrastava con la sua resa incondizionata. La sua esistenza sembrava oscillare tra il sacrificio e il gioco, e questo paradosso mi metteva in uno strano stato di eccitazione. Così le mie percosse trovavano un ritmo, senza che lui opponesse resistenza, come se aderire a quella regola implicita fosse il suo destino. Lo si capiva: era mio, completamente mio. Il volto scavato, l’aspetto fragile, un’aria di vulnerabilità che lo rendeva ancora più attraente. Sembrava scolpito nel desiderio, un’icona di devozione e smarrimento, e in quel momento esatto capii che la sua bellezza non risiedeva tanto nella forma quanto nella sua disposizione all’abbandono.
Intorno, il mondo scorreva in un’altra dimensione, lontana eppure vicinissima. El Horno non era solo un locale, ma un linguaggio. Qui la bellezza era un codice, un’armonia costruita sulla differenza, un’unità che esisteva solo nella frammentazione. Ma questo luogo non era ancora pronto per tanta bellezza, sebbene l’avesse intuita. La sua estetica era ancora un rimedio, un tentativo di suturare le crepe della vita quotidiana. Eppure, proprio attraverso questa bellezza, la terra si riaccendeva, prendeva fuoco di nuovo. El Horno non era solo un bar, era una porta. Una soglia sull’essere. O forse sull’inferno.
Le cose qui erano effimere, come lo erano le persone. E nel loro tentativo di trasformare il proprio destino, si trasfiguravano in esso. Qui persino la morte da HIV aveva la sua narrativa, un pensiero proprio. Si confrontava con l’orrore, e al tempo stesso, si lasciava illuminare dalla bellezza. Così si nominavano i nomi. Con urgenza. Come se il solo fatto di pronunciarli potesse riscattare il dolore. Per anni la bellezza aveva assunto significati diversi, aveva occultato verità scomode, aveva nascosto ciò che forse avrebbe dovuto rivelare. Ma era proprio nel suo nascondersi, nel suo mistero, che si manifestava più potente. Qui, il tempo sembrava sospeso in un eterno presente, e la memoria, invece di lenire, intensificava il senso della perdita.
E via, e via, fanno a gara a ricordare quanti più nomi possono. E poi, come in un rito, ne dicono uno ad alta voce, quello di qualcuno che sta male. Lo pronunciano con la stessa intensità con cui si invoca un dio. E in quell’atto, la loro voce si fa preghiera, esorcismo, tentativo disperato di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge.
Sul maxischermo, intanto, scorreva un altro mondo. Barry John annunciava con voce impostata: “Nei modelli che adesso vi presentiamo, la profondità e la ricchezza della cultura indiana si fondono con le ultime tendenze della moda internazionale, dando vita a una scintillante Indo-West-Fusion”. E sulle note vibranti della musica bhangra, tra strumenti classici e sonorità elettroniche, Audrey Casmiro e le altre modelle sfilavano in abiti impalpabili: churidar rosa, mini kurta tempestati di paillettes, pantaloni jodhpur verdi abbinati a choli di seta rajasthana. E via, e via, un fascino da mille e una notte che si materializzava in veli e ventre nudo. Gli abiti di Hemant Trivedi erano i più acclamati.
Tutto brillava, tutto esisteva in un bagliore momentaneo. Poi si dissolveva. Come El Horno. Come loro. Come tutto. Ma in quella dissolvenza, qualcosa persisteva. Un residuo di desiderio, una traccia di bellezza, una memoria in attesa di essere ancora una volta pronunciata. E via, e via.
20.
Lo spettacolo che mi si parò davanti fu al tempo stesso un incubo e una rivelazione. Il terrore si insinuò nelle mie ossa, ma con esso nacque un bisogno irrefrenabile: avanzare, oltrepassare il muro vivo del dolore e del piacere. Era come se la natura stessa mi spingesse a liberarmi da ogni ostacolo, a disfarmi di tutto ciò che complottava contro di me. E così, mi mossi. Non potevo farne a meno: io per primo, sempre io, e poi, forse, gli altri. Agire diversamente sarebbe stato un'eresia, un tradimento di me stesso.
Resistevo. Questo era l'importante. Parlavo, insultavo, colpivo. E ogni gesto, ogni parola, mi infiammava. Non c'era esitazione, non c'era rimorso, solo un piacere crudo e senza freni. Colpivo ancora, con una ferocia quasi estatica. E davanti a me, Godz si piegava, tentava di rialzarsi, il suo corpo tremava nello sforzo di mantenere l'equilibrio. Lo afferrai, lo colpii, e lui accolse il mio disprezzo come una benedizione.
"Ah, padrone, è su questo vostro disprezzo che confido!" mormorò, un sorriso obliquo sulle labbra. "Non ho ragione di supplicare il vostro oblio? Non ho diritto di chiedervi di non considerarmi affatto? Il vostro sputo, padrone, è stato il battesimo, la consacrazione di un gesto che potrebbe portarmi oltre ogni limite, fino agli estremi eccessi. E via, e via..."
Fermas. Il nome della sauna dove tutto accade. Uno spazio sospeso tra realtà e incubo, dove le identità si dissolvono e l'unico rito sacro è l'annullamento. Chiunque varchi la sua soglia non è più se stesso. Enumerare, elencare, distruggere ogni traccia dell'io: questa è la missione della Fermas, un luogo che consuma, che erode, che riduce gli uomini a fantasmi erranti tra il vapore e il silenzio assordante del nulla.
Skeeen non è un eroe. Non è un santo, né un carnefice. A volte prova sentimenti umani, a volte si lascia trascinare dalla furia di desideri che non sa e non vuole controllare. Si guarda allo specchio e non riconosce il riflesso. I suoi pensieri si aggrovigliano, si perdono nei meandri di un feticismo oscuro, un'ossessione che lo possiede, che lo divora dall'interno.
Piedi. Ah, i piedi! Non si può desiderare senza il buio che avvolge il desiderio, senza l'ombra che ne custodisce il segreto. Nel cono d'ombra della brama si cela la verità ultima, il senso di tutto: un tormento infinito, una bellezza fugace, un'agonia dolce come la malinconia di un tramonto. Skeeen si lascia avvolgere da questa consapevolezza, un peso schiacciante che gli grava sul cuore come una montagna. E via, e via...
Nina appare nella sua mente, una visione, una profezia, un fantasma. "Forse anche tu sei un extraterrestre e non lo sai ancora" sussurra. "Ma un giorno lo scoprirai. Il tuo cervello esploderà, il tuo codice genetico si libererà, e allora saprai. E non sarai mai più lo stesso."
Allucinazioni. Fist su fist, un corpo che si apre, che accoglie, che si dilata fino a toccare il confine tra il reale e l'altro mondo. Nina gli parla, sempre Nina, una Madonna aliena, una dea indiana, l'unico appiglio in un vortice di piacere e sofferenza.
"Forse la vista del suo viso pesto, il suo corpo abbandonato sul marmo della panca, avrebbe dovuto fermarmi" pensa Skeeen. "Forse avrei potuto smettere, forse sarei tornato indietro. Ma non l'ho fatto."
Musica. Un canto inspiegabile, puro, perfetto. Come poteva esistere tanta bellezza in un luogo simile? Come potevano quei corpi disfatti produrre una melodia così cristallina, così assoluta? La musica lo afferra, lo annienta, lo inghiotte. Skeeen si arrende. E via, e via... La Fermas lo ha risucchiato, e non c'è più ritorno.
21.
La notte si stendeva su El Horno come un sudario umido, intriso di umori e sussurri, di promesse non mantenute e di desideri spinti fino all'orlo della dissoluzione. Il quartiere, un tempo popolato da fabbriche e operai, ora pulsava di una vita diversa, una corrente elettrica di corpi e ansimi, di sguardi rapaci e mani che sfioravano la promessa del peccato. Qui, dove i muri erano intrisi di sudore e di storie mai raccontate, Skeeen si muoveva con la leggerezza di chi sa di appartenere a un luogo, di chi ha imparato a respirarne il ritmo e a decifrarne i codici non scritti.
Si appoggiò contro un pilastro, osservando il via vai di figure che si perdevano nel buio della darkroom o si accalcavano attorno al bancone del bar, alla ricerca di un bicchiere o di un contatto più diretto, più carnale. Fu allora che lo vide, in piedi, appoggiato alla parete come se il peso dei suoi pensieri fosse più gravoso della notte stessa. "Fortuna che ci sei tu... e via, e via, e che mi mostri i tuoi piedi attraverso i sandali" gli disse, con quella banalità che mascherava una verità più profonda. L'altro lo guardò con un’espressione confusa, poi, come per cortesia, disse solo "grazie". "Grazie un bel cazzo" ribatté Skeeen, avvicinandosi quel tanto che bastava a farsi sentire. "Cosa devi ringraziare se hai un bel piede? Ho già lo stesso odore anch'io, pregno sono della tua rara beltà e gentilezza. Ho sentito come tremava il piede tuo. Che numero hai?... e via, e via."
Gli occhi di Skeeen brillavano nel buio come quelli di un predatore, mentre la sua voce si insinuava nello spazio tra loro con una lentezza studiata, avvolgente. "I tuoi amici sono tutti di una bellezza straordinaria, e anche loro hanno bei piedi… e via, e via. No! Non ti guarda nessuno, queste cose te le posso dire, c’è un frastuono tale che nemmeno le sentono, adesso: mostrami il piede! Un gran pezzo di Masaccio, un dardo, una rupe, una certa allusione ad un infinito amore il piede tuo: piede puttana, piede magnaccia, piede ladro, piede contadino, piede assassino. Infinita impazienza il piede tuo per questo mio povero giardino che è la bocca mia..."
L’aria era satura di desiderio e di qualcosa di più profondo, un’ossessione viscerale che si scioglieva nelle parole di Skeeen come una liturgia oscura. E mentre parlava, mentre gli occhi dell’altro si abbassavano un istante per poi tornare a incrociare i suoi, nel locale la musica rallentava impercettibilmente, come se anch’essa fosse parte di quell’incantesimo improvvisato.
Intorno a loro, il tempo sembrava sospeso. Il ragazzo con il piercing all’orecchio spostò il peso da un piede all’altro, come se l’equilibrio gli sfuggisse, come se la tensione accumulata tra loro fosse ormai insostenibile. "Frequentiamo soltanto le stesse saune... e via, e via, e allora?... e via, e via, sì!... e via, e via, frequentiamo entrambi anche gli stessi locali compreso questo..." disse con un filo di voce, cercando di dissipare l’inevitabile. Ma la notte non accetta scuse, né fughe, e Skeeen lo sapeva bene.
E mentre le luci intermittenti del locale gettavano bagliori irregolari sui loro volti, come lampi in un temporale erotico e feroce, la danza delle parole e dei gesti proseguiva, inarrestabile, destinata a consumarsi e a rinnovarsi in un ciclo infinito di desiderio e possessione.
22.
La Fossa è un turbine di contraddizioni, dove il corpo è sia carne da esibire che carne da sacrificare. Skeeen, con il suo solito distacco, racconta di un giorno che sembrava immerso in un’aria di libertà pura, ma che, nel profondo, nascondeva il furore di una città che non conosce freni. Il sole picchiava su quella landa di cemento e polvere, le magliette leggere testimoniavano l'insolenza del luogo: la Fossa, un angolo di città dimenticato, nonostante fosse nel cuore pulsante della metropoli. A fianco della stazione, con il suono lontano dei treni e l’odore acrido di urina che pervadeva l’aria, tutto sembrava sospeso in una danza di follia. La gente si radunava in gruppi, come guerrieri pronti alla battaglia, ognuno con il proprio abbigliamento non solo come protezione, ma come dichiarazione d’intenti. Palle muscolose, posture da supereroi in cerca di una causa, tutti impegnati in uno spettacolo che, purtroppo, non voleva mai finire.
Ma dentro quella polvere e quel fumo, la realtà della Fossa è qualcosa di ancora più profondo e inquietante. Il calore del giorno si mescola con l’aria stantia che aleggia tra le rovine, eppure è qui che si gioca l’intimità più cruda, dove il sesso diventa il filo rosso che lega ogni individuo alla sua esistenza, una continua ricerca di contatto che non sempre è amore, ma piuttosto una necessità di sentire qualcosa, di sentirsi vivi in un mondo che non concede nulla facilmente. Le urla, i sospiri, le risate: sono tutti pezzi di un mosaico che si compone in un’incessante celebrazione del corpo e delle sue miserie.
Powerfist, con la sua spietata determinazione, diventa la personificazione di una forza che non può essere fermata. Quando si avvicina a Muerte, ogni tentativo di resistenza sembra inutile. L’intensità del momento cresce mentre Skeeen, con la sua solita filosofia disillusa, descrive l’inizio di un rito che, seppur doloroso, è inevitabile. La sfida tra il desiderio e il dolore, tra l’abbandono e la dominazione, è ciò che rende quel luogo una fossa di speranze smarrite, ma anche di infinite opportunità di riscatto.
La Fossa è popolata da figure che sembrano uscite da un incubo, i cui nomi evocano immagini potenti, vere e proprie leggende urbane che si mescolano con la vita quotidiana di chi la abita. La Valligiana, che scende dal bresciano ogni fine settimana, porta con sé l’aria di chi sa muoversi tra le ombre della città, pronto a fare della propria resistenza un’arma. La Passoscuro, dal carattere di pietra, non sorride mai, ma c’è chi dice che proprio in quella freddezza risieda la sua potenza. La Malpasso, sciancato ma affascinante, ha un’energia che sembra attrarre tutte le forze oscure, mentre la Grottanera è una leggenda di se stesso: il suo corpo, segnato da esperienze tanto turpi quanto potenti, ha il fascino di una risorsa inesauribile.
Ci sono anche storie di redenzione, o almeno di tentativi di redenzione. La Sanguinaria, che porta con sé la cicatrice di un passato violento, si è fatto una reputazione difficile da eguagliare, mentre la Femminamorta è il ritratto di una stanchezza esistenziale che si riflette nel suo tono di voce lagnoso e negli occhi sempre alla ricerca di una pace che non arriverà mai. La Pantano, con l’aspetto sempre trasandato e quel sentore di stantio che si porta dietro come un mantello, rappresenta l’idea di qualcuno che non ha più voglia di lottare, ma che in qualche modo non riesce a farsi da parte.
L'Idroscala è un viandante delle periferie, che lascia il suo quartiere d’origine per trovare nelle pieghe della Fossa il proprio posto, tra le ombre delle case e il suono lontano dei tram. L'Intossicata, la cui vita è una continua oscillazione tra il ritorno alle vecchie abitudini e il tentativo di resistenza, è la perfetta personificazione di chi cerca di liberarsi dal passato ma si trova sempre a rimanere intrappolato. E la Manomorta, che diventa famoso per i suoi colpi rapidi e furtivi, è un esempio di quella vitalità sotterranea che permea ogni angolo di questo mondo.
Ci sono poi i nomi che sono quasi leggende: la Caronte, che attraversa il confine tra la vita e la morte con il suo sguardo di brace; la Pisciapiscia, sempre pronto a esplorare i territori del proibito con una passione che non lascia scampo; e la Mangiamerda, che non ha bisogno di spiegazioni, il cui nome dice tutto di lui, un marchio di fabbrica indelebile che affonda nelle viscere della città. La Tìcotìco, giovane e ingenuo, rappresenta l’ultima fiamma di un mondo che sta per essere dimenticato, ma che ancora si aggrappa ai sogni di un passato remoto.
E via, e via, il catalogo si allunga come una litania blasfema, un rosario sgranato nelle notti umide della Fossa, tra risate strozzate e sussurri compiaciuti. Questi nomi non sono solo etichette, ma invocazioni, epifanie di corpi e destini, marchi indelebili incisi nelle pietre del marciapiede e nelle rughe della memoria collettiva. Ciascuna di loro è un’ombra danzante nel teatro della notte, un'icona ambulante del desiderio e della rovina.
C’è la Puttanone, regina incontrastata delle imboscate tra i cespugli, che raccontano abbia avuto più uomini lei che la Statale 11 nei giorni di esodo. La Trinacria, che porta sulle spalle un’intera genealogia di madri e zie svergognate, urlando insulti in un dialetto che pare una maledizione antica. La Farfalla Scorticata, che un tempo era bella, bellissima, ma la vita ha inciso su di lei i suoi arabeschi più feroci, lasciandola nuda e sghemba, con un sorriso che è una cicatrice.
E ancora: la Macelleria, perché chi ci è stato giura di averla vista affettare l’anima di chiunque le si avvicini. La Santa Subito, che si crede una martire ma non dice mai di no a un’offerta in ginocchio. La Nottetempo, che nessuno vede mai arrivare ma è sempre lì quando serve. La Vedova, che veste di nero e di tristezza ma nel fondo degli occhi ha la brama di una ragazza appena sbarcata dal treno. La Bagarozza, che nessuno ha mai visto senza un bicchiere in mano e un riso sguaiato che pare il verso di un’anatra ubriaca.
In questo caos senza nome, la Fossa è il cuore pulsante di una città che non sa come fermarsi, un luogo che oscilla tra il desiderio di libertà e il bisogno di controllo, tra il piacere e la sofferenza. Ogni passo dentro quella terra di nessuno è un passo verso un’oscurità che sembra non finire mai, eppure, in qualche modo, chi ci abita non può fare a meno di tornarci.
23.
Skeeen avanzava con passo incerto, quasi trascinato da una corrente sotterranea, mentre la notte cedeva lentamente al chiarore incerto dell’alba. Il ricordo stringeva i suoi pensieri come una fame improvvisa, come un morso che non lasciava scampo. Non era nostalgia, non ancora. Era piuttosto un’eco, una voce interiore che lo guidava lungo piste invisibili, attraverso un paesaggio che si apriva e si chiudeva davanti a lui come un respiro.
La città, nel suo cuore geometrico, appariva indifferente. La stazione di Cadorna era rimasta alle spalle, i binari si perdevano nelle arterie metalliche che portavano altrove, oltre il perimetro conosciuto, oltre l’ordine dei giorni normali. Qui, invece, la strada si stringeva in un percorso che sembrava contrarsi su se stesso, e ogni passo che Skeeen compiva lo allontanava da qualcosa che non sapeva più nominare.
Il rettilineo che stava percorrendo avrebbe dovuto essere una semplice striscia d’asfalto, un tratto banale tra tanti. Ma non lo era. Più camminava, più la strada si faceva densa, pesante, come se l’aria intorno fosse carica di un significato sconosciuto. C’era una tensione nascosta, un’invisibile magnetismo che attraversava l’aria e lo costringeva a restare vigile.
Poi, dalla penombra, qualcosa si mosse.
Una figura piccola, curva, un nodo aggrovigliato nel tessuto della notte. Un essere fuori posto, una scheggia di realtà distorta, che avanzava zoppicando come un destino già scritto. Per un attimo, Skeeen ebbe la sensazione che il tempo si fosse fermato, che tutto si riducesse a quell’incontro sospeso tra le ombre. Ma poi la figura scomparve dietro un angolo, risucchiata dal silenzio.
Continuò a camminare, lasciandosi alle spalle il parcheggio a pagamento e il semaforo che batteva il tempo con la sua monotonia luminosa. Superò la vecchia sbarra arrugginita che sembrava messa lì per caso, come un ostacolo senza più funzione, e in quel preciso istante sentì il confine cedere sotto i suoi piedi.
Era entrato in un’altra dimensione.
Lo spazio si spalancava di colpo, vastissimo eppure chiuso, una contraddizione che la città sembrava aver custodito gelosamente. Il Teatro dell’Arte e la Triennale, con i loro cartelli perfettamente allineati, sembravano solo una soglia, un pretesto per trattenere il visitatore nel conosciuto. Ma Skeeen rimase sulla sinistra, lungo la strada dove le auto sfrecciavano come testimoni distratti, come occhi che vedevano senza guardare.
Ed ecco che si aprì il mondo segreto.
La notte aveva ancora un respiro profondo, ma l’alba cominciava a filtrare con una luce pallida, insinuandosi tra le ombre come un liquido denso. L’ora era quella in cui tutto si sospende: troppo tardi per la notte, troppo presto per il giorno. In quell’interstizio temporale, le cose si rivelavano nella loro essenza più pura.
E la Fossa era lì, in attesa, pulsante, viva.
Non c’era un vero e proprio silenzio. C’era piuttosto un suono continuo, un mormorio ininterrotto che si intrecciava con il respiro del luogo. Un ansimare lontano, un movimento sotterraneo che si propagava nell’aria come un richiamo. Skeeen sentì la pelle fremere, come se un’onda invisibile lo attraversasse, portandolo con sé in quel ritmo antico.
E poi, dalle ombre, i corpi emersero.
Non si distinguevano del tutto, non ancora. Erano presenze fuse tra loro, un amalgama vibrante di movimenti e desideri. La Fossa li accoglieva come una madre pietosa, li nascondeva al mondo per restituirli a un’altra logica, a un’altra legge. Non c’era niente di casuale, eppure nulla sembrava imposto. Qui il sesso non era un atto, era una lingua segreta, una liturgia senza nome.
Il tempo si deformava, il passato e il futuro si dissolvevano nella sola realtà del presente. L’odore della notte, l’umidità che si attaccava alla pelle, il fruscio dei passi nella polvere: tutto contribuiva a creare una dimensione parallela, un’estasi senza centro.
Ma tutto questo era reale? O era solo un miraggio?
Forse la Fossa non esisteva affatto. Forse era solo un’illusione nata da un errore di pronuncia. Foce, non Fossa. Ma Skeeen sapeva che il linguaggio tradisce la realtà, la confonde, la plasma a proprio piacimento. E la Fossa era lì, più reale di qualsiasi parola.
Era una bocca spalancata nella carne della città, un’uscita di sicurezza per chi cercava di sfuggire alla logica del giorno. Era un ventre che divorava i corpi e li restituiva trasformati, un’onda che trascinava e disperdeva, che inghiottiva e generava.
Quando il vento dell’alba iniziò a sollevare la polvere, Skeeen sentì un brivido attraversarlo. Sapeva che la Fossa stava già dissolvendosi nella luce, che il mondo normale sarebbe tornato a imporsi con la sua forza rassicurante. Ma qualcosa di quella notte sarebbe rimasto con lui, incastrato nella pelle, sospeso tra il desiderio e il ricordo.
Perché certi luoghi non si lasciano mai davvero alle spalle.
24.
Giù di popper e via, e via, dentro la notte senza fondo, dove ogni cosa si scioglie e si ricompone in un’orgia di suoni, corpi e vapori chimici. Ogni sniffata è un’onda che ti prende e ti scuote, ti fa perdere il controllo e te lo restituisce sotto forma di un delirio lucido, un’ebbrezza che non è ubriachezza, che non è droga, ma un’accelerazione del battito, un’apertura dei confini, un azzeramento delle distanze tra te e il resto del mondo. Il popper è un collante invisibile, un passaggio segreto che trasforma gli estranei in complici, i gruppi in tribù, i volti anonimi in amanti temporanei.
All’Eaglegate, il battito si fa ossessione. La pista è un’unica creatura pulsante, e il popper scorre come un fiume invisibile tra le mani, nelle tasche, dentro i nasi. Gli occhi si rovesciano all’indietro, i corpi si inclinano, le labbra si socchiudono in estasi chimica. Qui il sesso è ovunque, nell’aria stessa che respiriamo, nei sorrisi lenti e negli sguardi che durano troppo a lungo, nella tensione che trasforma ogni angolo buio in un invito. Il parco vicino è il naturale proseguimento della serata: c’è chi esce per prendere aria, chi per scambiare poche parole, chi per lasciarsi cadere dentro il gorgo dell’oscurità, tra gli alberi, tra mani sconosciute, tra gemiti soffocati dalla notte.
Giù di popper e via, e via, nei nostri miniparty, dove la disco non si ferma mai, dove il ritmo non concede tregua. Eravamo sei, sempre sei, una banda di fedeli alla notte, devoti al battito, incatenati alla febbre di ballare fino allo sfinimento. Il popper passava di mano in mano come un amuleto, il sacramento che ci teneva uniti mentre il mondo fuori continuava a credere che la musica fosse solo musica, che il sesso fosse solo sesso, che l’estasi fosse solo un fenomeno chimico e non un rito collettivo, una forma di resistenza, un modo di dire: esistiamo, siamo qui, siamo noi.
E poi c’erano loro, i nuovi, quelli che arrivavano con aria scettica, con il sorrisetto di chi pensa di aver già visto tutto. Ma bastava il tempo di due sniffate, di un paio di giri sulla pista, e li ritrovavi con il cazzo in mano, sudati e felici, dentro il vortice come tutti gli altri. Perché il popper non mente, non ti concede maschere, non ti lascia scampo. Ti apre, ti ribalta, ti fa sentire il tuo stesso desiderio senza filtri.
Ma qualcosa, a un certo punto, si spezza. La febbre diventa selettiva, le tribù si chiudono, si proteggono, si isolano. Le piste non sono più un’unica carne pulsante, ma frammenti di territori in guerra. Qui si balla solo con chi è come noi. Lì non sei benvenuto. Giù di popper e via, e via, ma non più tutti insieme. Il battito continua, ma il sogno si sfilaccia, si divide in mille pezzi.
Eppure, il viaggio non si ferma. Il DJ non è più una presenza fisica, un idolo su cui puntare gli occhi. Il DJ è un fantasma, un’ombra che ha già scritto tutto prima che la notte inizi. Lui sa già dove andremo, sa già cosa sentiremo, ha programmato il flusso, ha preparato la discesa, ha calcolato il momento esatto in cui il popper farà effetto, in cui la pista si trasformerà in un’unica febbre collettiva.
Dodici ore. Dodici ore di immersione totale, senza pause, senza possibilità di uscita. Il popper non basta più, ma è il filo conduttore, il motore che tiene tutto insieme, il respiro segreto della festa. BOLGIASHOCK non è più solo un fenomeno di nicchia: è ovunque, è diventato moda, è diventato spettacolo. Ma sotto le luci, sotto la commercializzazione, c’è ancora il cuore pulsante di una rivoluzione che non si è fermata. Una rivoluzione che ha il sapore chimico del popper, il battito costante della disco, il sapore dolciastro del sudore sulle labbra.
El Horno è questo. Una bolla fuori dal tempo, una zona franca dove ogni regola si annulla. Un anno fa eravamo sei. Oggi siamo mille. Domani saremo di più. Il Sekreta ci ha accolti con le sue gabbie, i suoi go-go boys che si dimenano come animali, i suoi neon che illuminano corpi scatenati. Il popper scorre ancora, passa di bocca in bocca, tinge l’aria di quell’euforia che è anche disperazione, di quell’abbandono che è anche ricerca.
E nessuno potrà fermarlo. Perché il popper non si può arrestare, perché il battito non si può spegnere, perché il desiderio, una volta scatenato, è una forza che nessuno può controllare.
25.
Nel caos elettrico de El Horno, dove i camerieri si muovono come ombre affamate, il rasato in Fred Perry nera fissa il ragazzo con le Adidas logore. Lo invita ad avvicinarsi con un cenno, mentre le sue dita tamburellano nervose sul tavolo.
“Ti ho lasciato in pace per dieci minuti,” dice. “Ma tu, il tuo chiodo, le tue Adidas sporche... mi ossessionate. Sei una roccia da scalare, una casupola da esplorare. Ti guardo e vedo un mosaico che si moltiplica, il mio desiderio che si rifrange in mille immagini. E via, e via... non mi confondo. Qui c'è violenza e pace, un equilibrio perfetto come un canto segreto.”
Un brivido gli percorre il corpo, diverso dall’elettricità iniziale. Gli sembra di librarsi fino alle travi del soffitto, e insieme di sprofondare nei gesti e negli sguardi del rasato con Adidas. Si perdono in una spirale di attese, di sguardi che si sfiorano come conchiglie schiuse.
Poi, senza parole, si muovono verso la dark. Le ombre li inghiottono, i corpi si scontrano. Un abbraccio teso, poi si girano, e i loro cazzi si urtano con un rumore appena percettibile. Il rasato in Fred Perry porta la mano dell'altro alla bocca, e quando la ritrae, sulla pelle scivola la sua saliva. Fuori, il tamtam batte il ritmo di una danza lontana.
“Grande!” esclama Skeeen, con un misto di sgomento e divertimento. “Il doppio del mio! Ma non è una questione di dimensioni. Non sono uno che vuole solo prenderlo dentro, capisci? Io voglio il gioco. Un alluce che esplora, i peli delle ascelle da leccare, magari un po’ di pioggia dorata... E via, e via, mica posso stare qui a spiegarti tutto come fosse un manuale. Il tuo cazzo nel mio culo? Se proprio ci tieni, dopo. Molto dopo. Ma anche mai, eh.”
Skeeen ride, si passa una mano tra i capelli. “O forse, semplicemente, me ne starei alla Fossa, con il sole sulla pelle e il vento che muove le nuvole. In quei momenti sono felice, lontano da tutto. Le preoccupazioni degli uomini? Insignificanti. Tutto si riduce a una ricerca dissonante, umile, necessaria. E via, e via... Non dovrei neanche parlarne. Perché forse, proprio in quell'ora, senza accorgermene, ho sentito la prima avvisaglia di qualcosa che mi avrebbe cambiato per sempre.”
Il rasato in Fred Perry nera inclina la testa, il sorriso appena accennato. “Dici che non vuoi spiegare, eppure hai spiegato tutto.” Le parole scivolano nello spazio tra loro, sottili come fili di fumo. Gli occhi neri del rasato con Adidas brillano per un istante, forse una sfida, forse un invito. Il silenzio si prolunga, come una pausa in una musica febbrile.
Fuori, le luci della pista pulsano, voci e suoni si intrecciano come un incantesimo rotto solo dal battito dei piedi sul pavimento. Un passo avanti, uno indietro. La danza continua dentro e fuori la dark, tra la penombra e il bagliore acido dei neon.
Skeeen esala un respiro lento, i muscoli tesi sotto la pelle. “A volte penso che tutto questo sia solo un teatro. Che ognuno di noi reciti una parte. Il desiderio, il gioco, persino la paura. Ma poi c’è quel momento in cui lo capisci: non è una parte, sei tu. Sei tu nel desiderio, nel gioco, nella paura.”
Il rasato in Adidas inclina il capo, osservandolo con un misto di interesse e divertimento. “E qual è la tua parte, allora?”
Skeeen ride, un suono basso e graffiato. “Io? Io sono quello che non si lascia incasellare. Che scappa quando pensa di essere preso. Che guarda il cielo e sente che niente conta più di questo istante.”
Un altro passo, un altro sguardo. Poi, senza dire nulla, si allontanano di nuovo, ognuno nella propria traiettoria. La notte continua a vorticare intorno a loro, carica di echi, di promesse non dette, di contatti che bruciano sulla pelle e svaniscono prima dell’alba.
26.
Alla Fossa, quel volto rimaneva immobile, quasi sospeso nel tempo. Taciturno, avvolto in un silenzio denso, sembrava portare con sé un carico di desideri e tristezze, come un cielo che alterna notte e giorno senza tregua. Gli occhi cercavano, bramosi, un riflesso, una risposta in altri occhi sconosciuti. Forse aveva appena offerto il cuore per la prima volta, e quel turbamento lo tradiva. Poi, per un istante, un gesto involontario: un dito tra i denti, infantile, esitante. Fu allora che intervenni, scostando il velo della sua malinconia con un atto improvviso.
Lo osservavo nei dettagli, i piedi, il sandalo impolverato, l’unghia sporca di terra. Lui si accorse di me e sorrise, sollevando appena il piede da terra, quasi fosse un’offerta involontaria. E in quel gesto trovai la certezza: almeno per quel giorno, per quel momento, non avrebbe avuto altro amante che me. L’immagine rimase impressa nei miei occhi, insieme a tutto il luogo, un territorio di desiderio segreto, un angolo sospeso tra il paesaggio marino e urbano, a metà tra una Venezia settecentesca e un bordello in disarmo. L’aria era densa di attesa, e ogni ombra suggeriva promesse inconfessabili.
Alla Fossa, il tempo sembrava fondersi. Di giorno o di notte, poco importava: il piacere più sordido e le fantasie più sfrenate trovavano lì la loro cornice naturale. Uomini in piedi, seduti sui massi, immobili ma vigili, come sentinelle di un’orgia immaginata. Lo scenario era quello di un luogo degradato, ferito dalla ferrovia, ma capace ancora di accogliere sogni e ossessioni, di trasformare il grigio in oro e porpora.
E poi c’era lui. Un volto perfetto, ardente e freddo insieme, che mi attirava e respingeva con uguale forza. Vicinissimo, quasi specchio del mio stesso desiderio, ma distante quel tanto da impormi il rispetto, da farmi bruciare di un desiderio che sapeva di proibito. E più lo guardavo, più mi accorgevo della tragedia incisa nella sua pelle: il volto splendido di un tempo era ora segnato, devastato. Il sorriso nascondeva una supplica: «Rimani, aiutami». E allora parlò, e la sua storia si riversò su di me come un fiume in piena. Era stato bellissimo, un ragazzo fuggito di casa, un uomo ora disfatto dagli anni e dalle malattie.
Ero lì, ancora, a guardarlo, a fissare quel piede, a seguire il filo delle sue parole come un cammino senza fine. Avrei dovuto distogliere lo sguardo, ma non lo feci. Rimasi a fissarlo, a perdermi in lui, in quel luogo che sembrava racchiudere tutti i miei pensieri, le mie paure, il mio stesso senso di diversità. Alla Fossa, quella sera, mi sentii solo come mai prima. Unico. Estraneo a tutto, tranne che a quel momento, a quel volto, a quella storia che, in qualche modo, mi apparteneva.
Era il richiamo della Fossa, quello spazio sospeso tra la decadenza e la bellezza, tra il desiderio e la disperazione. Nulla lì dentro si muoveva invano, ogni cosa aveva una ragione, un’eco del passato che tornava a farsi presente. Gli uomini che la frequentavano erano più simili a ombre che a corpi, anime vaganti in cerca di qualcosa che forse non avrebbero mai trovato. Alcuni si avventuravano nel buio con la speranza di un tocco, di un’illusione d’amore, altri erano lì soltanto per guardare, per assaporare il brivido di una possibilità mai afferrata.
E lui era tra questi. O forse era diverso. La sua storia non era come le altre, o almeno così volevo credere. Le sue parole avevano il peso di una confessione, di un addio che nessuno avrebbe mai potuto ascoltare. Mentre parlava, io lo osservavo, cercavo di immaginare chi fosse stato prima che la vita gli si rovesciasse contro, prima che la bellezza diventasse una condanna invece che una promessa. Il suo sguardo si perdeva oltre la Fossa, oltre le luci sporche della città, come se volesse tornare indietro e cancellare tutto, riscrivere la sua esistenza su una pagina nuova, mai toccata dalla sofferenza.
Ma il tempo non concede riscritture, solo echi che si affievoliscono nella memoria. Forse per questo non riuscivo a staccare lo sguardo da lui, come se trattenendolo potessi impedirgli di dissolversi, di diventare solo un’altra ombra tra quelle mura dimenticate. Alla fine, la Fossa lo avrebbe inghiottito, come faceva con tutti quelli che vi si smarrivano. Ed io? Io sarei rimasto lì, ancora per un po’, a cercare nei suoi occhi un’ultima volta quel riflesso che per un attimo mi aveva fatto sentire meno solo.
27.
Skeeen ha bisogno di essere ascoltato, anche solo per l’illusione di un’attenzione che lo sfiora. Parla, straparla, le sue parole si avvolgono su se stesse in un turbinio serrato, una cascata che scivola e risale, un ingorgo incessante. La sua voce sembra una selva di radici aggrovigliate che cercano spazio in un terreno già saturo, un’esplosione di colori che non si fissano mai, ma si sovrappongono in una costante metamorfosi. Ogni suono che produce è un colpo, un comando, una sentenza che rimbalza e si disperde, portando con sé frammenti del suo mondo: il chiasso pulsante de El Horno, l’eco di un pensiero non ancora formato, una nausea che si gonfia e si ritrae come un’onda nera.
Nel suo fluire confuso, Skeeen sembra esistere ai margini di una mente che non trova pace, come se le sue parole fossero un vortice che risucchia ogni cosa, lasciando dietro di sé un pulviscolo di immagini scomposte. Le sue labbra si muovono rapide, segnate da una sottile bava che tradisce il peso delle medicine, la sua lingua fende l’aria come una lama, rompe la crosta del suono e si insinua nei meandri del suo stesso discorso. Parla per non fermarsi, per non lasciarsi inghiottire dal silenzio, per non sprofondare nell’abisso di se stesso.
Il suo grido squarcia l’aria, disturbando l’ordine silenzioso di un giardino spoglio, agitando l’erba immobile e i crisantemi indifferenti. Ma poi, nel mezzo di questo urlo, lo coglie una voluttà inattesa, un languore che spegne il fuoco della sua rabbia. Eppure il dolore alla testa lo tiene fermo, forse colpa della birra, forse colpa di tutto il resto. Il suo Godz è lontano, e lui rimane lì, abbandonato al proprio lamento, mentre lo sguardo estraneo che lo osserva si perde, incapace di decifrare ciò che sta vedendo.
Chi lo guarda non sa, non può sapere. Non sa che Skeeen è un nodo di nervi bruciati, un ammasso di sensazioni senza controllo. Non sa che il suo corpo è una scultura fragile, pronta a frantumarsi al primo tocco. Non sa che ogni suo movimento è una lotta, una resistenza a una vertigine incessante, a un’esistenza che si scompone e si ricompone senza sosta. Lui è il poeta nero, l’ombra di un grido che si smorza, una vita che si contorce, una città che brucia sotto un cielo pesante di pioggia. È carne e vento, fiamma e polvere, un canto strozzato che si riversa in chi lo ascolta, trasformandosi in un’immagine dipinta con le lacrime.
E Skeeen rimane lì, sospeso nel suo vortice, un ventre che diventa cantiere, piazza pubblica, un corpo di granito e schiuma, materia pulsante di un quadro che si dipinge da sé. Un’onda che si abbatte e si ritira, un’eco che non si spegne mai.
Ma nel profondo di Skeeen cova una consapevolezza oscura, un sapere sommerso che non si esprime con parole ma con scosse elettriche lungo la pelle, con spasmi muscolari che si propagano come un terremoto sotto la superficie. È un animale imprigionato nella propria mente, un cavallo lanciato al galoppo che non può fermarsi, che si spezza le zampe ma continua a correre. Nessuno capisce davvero Skeeen, e lui lo sa. Sa che la sua voce non è solo sua, che le parole che escono dalla sua bocca non gli appartengono più, che ormai il suono è qualcosa che lo trascende e lo domina.
Il vento gli soffia negli occhi, le luci attorno a lui pulsano come stelle nervose. I suoi piedi inciampano, il suo corpo si muove con uno scarto improvviso, come se fosse governato da una volontà esterna, un burattino spezzato che danza su fili invisibili. Ma lui non si ferma. Non può fermarsi. Perché fermarsi significherebbe ammettere che tutto questo non ha senso, che il vortice non porta da nessuna parte, che le sue parole si dissolveranno nel nulla. E Skeeen non può accettarlo.
Si stringe le braccia attorno al petto, come a trattenere qualcosa che sta per esplodere. Il suo respiro si fa irregolare, il battito del cuore accelera fino a confondersi con il rumore di fondo della città. Intorno a lui la gente si muove senza accorgersi di nulla, ignara della sua battaglia silenziosa, della sua lotta interiore. È un’ombra tra le ombre, un pensiero inespresso che sfiora la coscienza collettiva senza mai farsi riconoscere.
E poi, d’improvviso, il silenzio. Una pausa, un respiro trattenuto. Il mondo smette di girare per un istante infinitesimale. E Skeeen sente qualcosa dentro di sé spezzarsi, come una corda tesa troppo a lungo. È un sollievo? È una resa? Non lo sa. Sa solo che il vento continua a soffiare, che le luci continuano a pulsare, che le sue parole, alla fine, sono ancora lì. Indelebili. Vive.
28.
Hai mai immaginato un mondo in cui il futuro non sia solo un’ipotesi, ma una certezza scritta nei corpi, nei movimenti, nelle luci? Un futuro che non chiede permesso, che non ha bisogno di regole perché si nutre della libertà stessa?
Nella notte, tra le ombre che si disfano nei neon fluo, qualcuno balla con il cervello aperto, senza paura, senza ruoli. Qui non ci sono oppressi né oppressori, solo esseri vivi che si riconoscono in un unico battito. E mentre la musica sbriciola il tempo, i corpi si fondono in un linguaggio antico, fatto di sudore e desiderio. Il ritmo è l’unica autorità riconosciuta, una legge non scritta che tiene insieme la tribù del futuro.
Nello spazio sacro del BOLGIASHOK, tutto è permesso e niente è imposto. La frutta arriva all’alba, i preservativi si accendono come stelle cadenti nelle mani di chi sa che il piacere è un diritto. Alcuni danzano sul bancone, altri dipingono visi che si dissolvono nel buio. Qui la libertà è un atto fisico, un gesto, una scelta. Non esiste il pubblico, solo protagonisti di un rituale collettivo. La notte si fa specchio di ciò che potrebbe essere, se solo avessimo il coraggio di smantellare le sovrastrutture.
Non è un’orgia, non è una festa, non è un club: è un’esperienza che trasforma. È la presa di coscienza simultanea di un gruppo che, senza parlarsi, arriva alla stessa conclusione: non siamo più una minoranza impaurita. Siamo la maggioranza che crea, che sceglie, che desidera. E lo facciamo senza paura.
Le endorfine danzano, i confini si sgretolano. Qualcuno chiede: “Stai bene?” e il sorriso che segue è la sola risposta necessaria. Qui non serve essere belli, serve essere presenti. Qui non si cerca approvazione, si è già parte di qualcosa.
Se il futuro sarà così, allora avremo un mondo più ricco, più glorioso, più immaginifico. Ma se riduciamo tutto a una scatola chiusa, a corpi che si muovono senza coscienza, senza legami, allora non avremo creato nulla.
Cosa scegli? Usare il potere che hai o lasciarlo scivolare tra le dita?
C’è un’energia che attraversa lo spazio, un’elettricità che vibra nei battiti delle casse, nelle mani che si sfiorano senza bisogno di domande. Il tempo si dilata, si contrae, si dissolve. Qualcuno chiude gli occhi e vede colori che non esistono, forme che si muovono con la musica, un linguaggio che non ha parole ma che tutti comprendono.
Chiunque entri in questo luogo sa che qui il corpo non è più un limite, ma un passaggio verso qualcosa di nuovo. La pelle si illumina sotto i neon, i vestiti diventano inutili, le barriere sociali si dissolvono come zucchero in un bicchiere d’acqua. Qui siamo tutti uguali, ma non perché siamo stati omologati: siamo uguali perché siamo liberi di essere diversi.
C’è chi osserva da un angolo, chi si lancia nella mischia senza esitazioni. Ci sono sguardi che raccontano storie intere senza bisogno di parole. Un tocco leggero sulla schiena, un respiro vicino all’orecchio, un sorriso che si perde nel bagliore delle luci. La fiducia si costruisce in un attimo, senza bisogno di prove, senza bisogno di promesse.
E mentre il BOLGIASHOK avanza nella notte, mentre l’alba si avvicina e l’aria si riempie di echi di risate e battiti accelerati, resta solo una domanda: questa energia, questa possibilità, può esistere fuori da qui? O è destinata a dissolversi con le prime luci del mattino?
Forse il vero potere è quello di portare questa esperienza oltre i muri che la contengono. Forse il futuro non è solo una notte di liberazione, ma un modo nuovo di abitare il mondo. Un mondo in cui nessuno si sente fuori posto, in cui l’unica gerarchia è quella del piacere condiviso, in cui il corpo non è più una prigione ma un portale verso una comunione più profonda.
“Hai sete? Vuoi un bicchiere di Ceres? Hai un fratello, per caso?” chiede. E in quella domanda c’è tutto: il desiderio di legame, l’ironia di chi ha capito il gioco, la voglia di restare ancora un po’, almeno fino alla prossima alba.
29.
FLASH NEWS – Edizione Speciale
Per un anno tutto sem1bra normale. Nessun sintomo, nessun allarme. La vita scorre come sempre, le persone si incontrano, si amano, si sfiorano senza sospettare nulla. Poi, all’improvviso, sulla pelle compaiono macchie porpora, come se un segno invisibile si manifestasse dal nulla. All’inizio sono solo piccoli puntini, appena percettibili, ma con il passare del tempo si espandono, diventano più scuri, più aggressivi. Non è solo un’anomalia cutanea, è il preludio di qualcosa di più grande. Il sarcoma si insinua nelle fibre più profonde del corpo, lo divora dall’interno. Il sistema immunitario crolla senza opporre resistenza, come una fortezza già espugnata. I polmoni diventano fragili, vulnerabili, attaccati da parassiti che si moltiplicano senza ostacoli. Il corpo si arrende. È una malattia nuova, misteriosa, imprevedibile. Gli scienziati si interrogano, i giornalisti speculano, la gente comune non sa cosa pensare. Qualcuno parla di una punizione, altri di un’oscura cospirazione.
Negli Stati Uniti si cerca di darle un nome. AIDS – Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. Tre parole che suonano fredde, asettiche, ma che contengono un presagio di morte. Un’epidemia che non conosce confini, che si muove nell’ombra, silenziosa e letale. Le autorità americane individuano i primi casi in un gruppo di omosessuali di Los Angeles. “Cancer gay”, lo chiamano con una leggerezza che sa di condanna. Ma la malattia non si ferma lì. Haiti diventa un altro epicentro, poi l’Europa, poi il resto del mondo. Non è solo un problema della comunità gay, non è una punizione divina. È un virus, e viaggia veloce, più veloce della paura. Eppure, c’è ancora chi non ci crede. Chi dice che è un’invenzione dei media, chi la definisce una fobia collettiva, chi continua a vivere come se niente fosse.
Nel tentativo di trovare una spiegazione, si cercano colpevoli, capri espiatori. Qualcuno tira in ballo il popper. È lui il responsabile? Una semplice fiala di nitrito d’amile, un liquido giallognolo confezionato in ampolle e capsulette, improvvisamente diventa il bersaglio di mille accuse. Si dice che chi lo usa è più esposto alla malattia, che forse è il veicolo segreto dell’infezione. Eppure, il popper è stato creato per tutt’altro: un vasodilatatore usato in medicina per il trattamento dell’angina pectoris. Basta un’inalazione di pochi secondi e il corpo cambia: il sangue scorre più veloce, i muscoli si rilassano, la mente si lascia andare. È un amplificatore del piacere, un complice di notti sfrenate. Inalato poco prima dell’orgasmo, intensifica le sensazioni, trasforma un momento in un’esplosione di piacere. Ma è davvero un’arma segreta dell’epidemia o solo un diversivo per distogliere l’attenzione dal vero problema? Gli scienziati sono scettici, ma l’opinione pubblica ha già emesso la sua sentenza.
“Ehi, non starai mica a crederci davvero?” La voce è bassa, quasi un sussurro. “Ti ho già detto che ci vedono insieme e inventano storie. Frequentiamo gli stessi locali, ci muoviamo negli stessi ambienti. È normale che la gente parli, che costruisca teorie. Ma tutta questa roba che raccontano su di noi… sono solo cazzate. Siamo solo fratelli gemelli, niente di più.”
Mentre il mondo si riempie di paure e di ipotesi, c’è chi non si lascia fermare. A Bombay, in un’altra parte del mondo, lontano dalle paranoie occidentali, la moda ha il suo nuovo astro nascente. Hemant Trivedi ha solo 24 anni, ma il suo nome è già leggenda. Non è solo uno stilista, è un visionario. Le sue creazioni mescolano passato e futuro, tradizione e innovazione. L’alta moda incontra il prêt-à-porter, le fibre sintetiche si trasformano in opere d’arte. In un’India in pieno fermento, Hemant rappresenta il nuovo volto dell’eleganza. Non ha paura di osare, di rompere gli schemi. Per lui la moda non è solo un’espressione estetica, ma un linguaggio, un modo di raccontare il mondo.
A Delhi i suoi abiti incantano il pubblico. Sfilano leggeri, sofisticati, avvolgenti. L’Australia lo premia con un riconoscimento internazionale, la stampa lo acclama. C’è chi lo paragona a Coco Chanel, per la sua capacità di portare la moda dalle passerelle alla strada, per la sua visione democratica dello stile. Ma Hemant non si lascia impressionare dai paragoni. Il suo obiettivo non è il successo fine a sé stesso, ma la creazione di qualcosa di nuovo, di autentico.
Intanto, mentre le passerelle brillano e la creatività fiorisce, il mondo continua a cambiare. Le paure crescono, le teorie si moltiplicano, le vite vengono stravolte. La gente parla, si guarda alle spalle, si chiede chi sarà il prossimo. Ogni giorno nascono nuove storie, nuovi miti, nuove leggende.
E via, e via.
30.
Skeeen si fermò, improvvisamente consapevole di un calore che non aveva nulla a che vedere con la temperatura esterna. Era un fuoco interno, un’inquietudine che gli serrava la gola, una pressione sorda, come se qualcosa dentro di lui cercasse disperatamente di emergere, di farsi sentire. Si passò una mano sulla fronte, le dita sfiorarono la pelle umida. Aveva la sensazione di aver parlato troppo, o troppo poco.
«Sai» disse infine, con un sorriso che non arrivava agli occhi, «ho sempre trovato un certo piacere perverso nel suscitare curiosità. Non quel tipo di attenzione rispettabile, no. Ma quella febbrile, morbosa, che fa inciampare la gente nei propri stessi passi. Il gioco dell'assenza e della presenza, del rivelare e del nascondere. Un gioco pericoloso, lo so. Dare un assaggio, poi ritirarsi, poi spingersi oltre il limite del decoro. E ancora oltre. Finché l’effetto si esaurisce e non resta che rilanciare la posta. È strano, vero? La noia uccide più della vergogna.»
Si lasciò andare contro il muro alle sue spalle, come se il peso di quel pensiero fosse diventato improvvisamente insostenibile. Il battito del cuore era irregolare, un rintocco impaziente, nervoso.
«Eppure…» fece una pausa, incerto se procedere. Il pensiero lo infastidiva. «Eppure ho mentito. Quando dicevo di non voler alterare la realtà, non era vero. La realtà l’ho manipolata, l’ho distorta a mio piacimento, perché la verità nuda e cruda non mi avrebbe mai concesso la soddisfazione di un dramma ben costruito. Forse per questo ho sempre avuto in simpatia gli impostori, quelli che riscrivono la propria vita ogni volta che la raccontano. A forza di dire bugie, finiscono per crederci. E non è poi la stessa cosa che facciamo tutti?»
Un vento freddo gli sfiorò il viso. Il ricordo di una risata gli graffiò la memoria. Lo aveva umiliato più di uno schiaffo. Più di uno sputo. Era un suono acido, beffardo, un’eco che rimbalzava nella testa con la stessa ostinazione di un ritornello sgradevole.
Si raddrizzò, ma il senso di vergogna gli si avvinghiava addosso.
«Ho camminato in quella strada come un’ombra, come chi sa di non avere più alcun diritto alla leggerezza. Il fetiche di alcuni è la gabbia di altri. Io correvo, trascinato da un disgusto che non sapevo se rivolgere a me stesso o al mondo intero.»
Si passò una mano sulla bocca, le dita premettero con forza contro le labbra, come se volesse impedire ad altre parole di sfuggire. Il silenzio si allungò tra loro, pesante, spesso come la nebbia di certe mattine d’inverno.
Poi, più piano:
«Ho paura.»
Un respiro.
«Ho sprecato la mia vita.»
Si guardò attorno, come se si aspettasse una risposta che non arrivò mai. Il viso dell’altro era immobile, indecifrabile.
«Non è mai venuto. O forse non ho mai capito cosa volesse da me. Dolcezza, forse? Ma io mi annoio con la dolcezza.» Fece un mezzo sorriso, amaro. «A me servono solo calci in culo. Veri. Di quelli che ti fanno volare.»
L’altro lo fissava, senza parole. Il suo sguardo non esprimeva né giudizio né comprensione, solo una sorta di attesa.
Skeeen si strinse nelle spalle.
«Te l’ho detto solo perché… perché forse è l’unico modo per afferrare il senso di certe emozioni. Quelle che non trovano spazio nel mondo reale.»
Rimase in silenzio per un lungo momento, poi aggiunse, con una voce più bassa, più esitante:
«Oppure è tutto un modo per non sentirmi solo.»
L’aria intorno a loro si fece più fredda. O forse era solo un’impressione.
Si accese una sigaretta. Il fumo avvolse il suo viso in una nuvola opaca, che si disperse lentamente nel vento. Lo guardava come se stesse aspettando una reazione, un commento, qualsiasi cosa. Ma l’altro non parlava.
«Che c’è?» chiese infine, un filo di irritazione nella voce. «Mi guardi come se ti avessi raccontato una favola. Come se stessi inventando tutto. Ma è vero, sai? Ogni parola.»
L’altro abbassò lo sguardo per un istante, poi lo risollevò.
«E se anche non fosse vero?»
Skeeen rimase in silenzio. Strinse le labbra, aspirò un’altra boccata di fumo, lasciò che l’aria densa gli riempisse i polmoni prima di espellerla con un sospiro lento.
«Non cambierebbe nulla.»
Si scostò dal muro e fece qualche passo, la testa china, gli occhi fissi sulle proprie scarpe. Poi si fermò di nuovo.
«Ho passato anni a credere che tutto dovesse avere un senso. Che ogni gesto, ogni parola, ogni scelta dovesse portarmi da qualche parte. Ma il problema è che non esiste nessun posto in cui arrivare. Solo strade che si incrociano, si allontanano, si perdono. E io… io ho perso tutto. Il tempo, le occasioni, persino la capacità di capire se quello che provo è reale o solo un’eco di qualcosa che avrei dovuto provare molto tempo fa.»
L’altro si avvicinò di un passo.
«E se invece non avessi perso niente?»
Skeeen rise. Una risata amara, aspra.
«Ah, certo. Dovrei credere che tutto questo abbia un senso, che tutto torni, che le cose vadano come devono andare. Ma non è così. Le cose vanno e basta. A caso. Come il vento. Come il fumo di questa sigaretta.»
Guardò la brace consumarsi lentamente, poi lasciò cadere il mozzicone e lo schiacciò sotto la suola dello stivale.
«Sai che c’è?» disse dopo un attimo. «Forse hai ragione. Forse non ho perso niente. Forse non si può perdere quello che non si è mai avuto.»
L’altro non rispose.
Il silenzio si allungò di nuovo tra loro. Ma stavolta sembrava meno pesante. O forse Skeeen si era semplicemente stancato di sentirlo.
31.
Luci spente. L’alba filtra appena, una lama opaca che fende la notte ancora umida, lasciando trasparire ombre di corpi sfatti, vestigia di un’orgia evaporata nel sudore. L’aria è satura di fiato pesante, di odori densi, del sale che si deposita sulla pelle in scie appiccicose. Il pavimento è un mosaico di tracce, impronte fugaci di mani che si sono aggrappate, di ginocchia che si sono piegate, di schiene inarcate in spasmi anonimi. È un campo di battaglia dove i vinti si confondono con i vincitori, dove non si sa più chi abbia dato e chi abbia preso, chi abbia dominato e chi si sia lasciato dominare.
Il mare di carne disfatta si estende fino all’orizzonte dei sensi. Gambe intrecciate come argini franosi, schiene magre come lische di pesce, cazzi flosci come ruderi di città sommerse, tutto giace in un silenzio teso, rotto solo da respiri spezzati e dalla risacca lontana dei passi che si trascinano verso l’uscita. Il seme rappreso brilla come ambra sulla pelle, sulle labbra screpolate, sulle dita ancora umide. E intanto l’eco liquida di onde gialle scorre lenta, inarrestabile, tra cosce e ginocchia, inzuppando la stoffa tesa sui fianchi, lasciando scie che si asciugano in aloni incerti.
Fuori, nei pressi del cimitero maggiore, i sentieri di cipresso custodiscono fantasie solitarie. Ombre di uomini camminano a passo incerto, si fermano, esitano, poi scompaiono nel buio. Qui, dentro El Horno, il sogno non attende. È già materia. Il fist è già realtà, un varco aperto su un’altra dimensione del piacere, un confine oltre il quale il corpo diventa ingranaggio, meccanismo, volontà annullata in funzione dell’atto.
Skeeen è ancora stordito, un impasto di sonno e alcol che gli pesa sullo sterno. Il dormiveglia delle troppe Ceres lo ha lasciato in uno stato di sospensione, come se fosse al tempo stesso presente e distante, immerso in un’eco indistinta di suoni sparpagliati, di voci spezzate, di sospiri senza nome. L’aria è fredda, il locale respira con lui, con le pareti impregnate di odori, con le luci basse che tingono ogni cosa di un riflesso irreale. Sente i suoni salire, come una marea inarrestabile, e in essi riconosce qualcosa di suo: la voce stessa dell’angustia, un lamento che potrebbe appartenere a chiunque, ma che in quel momento gli sembra il battito esatto del proprio cuore.
Al BOLGIASHOCK, le mensole sono disseminate di oggetti che sembrano provenire da un’altra epoca. Maschere, stringhe di cuoio, manette, pezzi di gomma, dildo dimenticati, testimoni muti di desideri consumati altrove. C’è qualcosa di perfetto in questa composizione casuale, un’armonia ingannevole che suggerisce un ordine inesistente. Ma la realtà è un’altra. Qui tutto è simulacro, tutto è finto, perché nulla può trattenere l’essenza vera del desiderio. Il sesso stesso è una parodia di sé, una larva di ciò che dovrebbe essere, un esercizio privo di necessità.
Il barista versa acqua in un bicchiere, lascia cadere un cubetto di ghiaccio e lo osserva sciogliersi lentamente. Poi, senza farsi vedere, si porta alla bocca un sorso di gin e ingoia, lasciando che il calore bruci la gola. Davanti a lui, un biondo accarezza i capelli di un moro, lo bacia con una passione affamata. Il moro si lascia andare per un istante, poi si scosta. Ma la mano del biondo non si ferma, scivola più in basso, cerca il sesso attraverso la stoffa bianca dei jeans. Forse si sono visti una sola volta, in qualche club dimenticato, tra fumo e luci intermittenti. Forse non si rivedranno mai più. Non importa.
Skeeen sospira, il fiato gli trema in gola, le parole gli si formano a fatica. “Non è stato neanche necessario scegliere” dice, la voce roca, gli occhi persi nel vuoto. “Come se tutto fosse accaduto da solo, senza che io decidessi davvero.” Intorno a lui, il locale continua a vivere, respira come un organismo autonomo. Il cassiere, grassottello, sonnecchia dietro il bancone, il pelo della sua schiena si muove al ritmo del respiro lento. Un ragazzo passa accanto, il corpo snello, il culo che si curva perfettamente mentre si piega a raccogliere qualcosa. La sua silhouette contrasta con gli altri: corpi più pesanti, più massicci, più morbidi. Il desiderio si muove come una forza cieca, scegliendo chi esaltare e chi dimenticare. E Skeeen lo sa.
“Alla fine” dice ancora, più a sé stesso che agli altri, “mi chiedevo se non fosse una punizione.” Guarda Godz, il suo sorriso sfuggente, la postura perfetta di chi è abituato a essere desiderato senza concedere troppo. L’altro, il suo amante debole, lo osserva con frustrazione, un’onda di rabbia gelida che gli serpeggia sotto la pelle. Vorrebbe possederlo, vorrebbe costringerlo a uno sguardo, a una reazione. Ma Godz è intoccabile. Sa come farsi corteggiare senza mai farsi raggiungere. Sa come tenere a distanza chiunque non gli interessi più.
Skeeen si appoggia al bancone, la testa che pulsa, il cuore che batte in un ritmo scomposto. Osserva la scena come se fosse dietro un vetro, come se non facesse più parte di quel mondo. Forse non lo ha mai fatto. Eppure, ogni cosa qui dentro gli appartiene: il sudore rappreso sui corpi abbandonati, i bicchieri sporchi di labbra, il pavimento che trattiene tracce di piaceri passati. È un archivio di gesti che non hanno più senso, una sequenza di atti che si annullano l’uno nell’altro.
Fuori, il cielo ha assunto il colore incerto del mattino, una sfumatura tra il grigio e il blu. Qualcuno esce dal locale, il passo stanco, il volto segnato da una notte che non si cancellerà facilmente. Skeeen rimane dentro, ancora un momento. Forse perché sa che una volta uscito non avrà più niente a cui aggrapparsi.
32.
Le battaglie di oggi mi disgustano. Troppo rumore, troppe parole, troppe bandiere sventolate come scudi o come armi. Non c’è più niente da conquistare, solo territori da difendere con accanimento isterico. Io non combatto, non lotto, non difendo nulla se non la mia indifferenza, e odio chiunque tenti di strapparmela via.
Accanto a me, qualcuno parla con la voce impastata di alcol e di un’antica amarezza:
"Le coppie sono un gioco d’azzardo. Non so perché, ma tirano giù ogni barriera morale. È un gioco perverso, e io lo so bene. Il lavoro? Una recita senza senso, una sequenza di pratiche insulse e colleghi insopportabili. Carriera? Mai. Io ho un altro scopo: fotterò tutte le coppie del mondo. Tutte. E ci riuscirò. Ah, se ci riuscirò."
Ha il tono di chi ha fatto del disincanto una filosofia, ma la voce gli tradisce un accenno di isteria. L’idea di una rivincita totale lo eccita più di qualsiasi conquista reale. Lo osservo di sbieco, senza farmi notare. Sembra uno che vive per queste sfide immaginarie, che si nutre della sua stessa dichiarata guerra al resto del mondo. La sua risata è aspra, spezzata.
Skeeen, invece, sembra distante. Sorride con quel suo modo svagato e metodico allo stesso tempo. "Organizzare. Raggruppare. Raccogliere impressioni sparse su di me e tentare di ricostruire un’immagine verosimile. Mai davvero mia, mai fissa, sempre in mutazione a ogni sguardo nuovo. Ogni incontro è un esame, una prova. E io, in fondo, mi ritrovo sempre a non combaciare con quello che gli altri vedono."
Mi chiedo se sia vero, se davvero riusciamo mai a coincidere con l’immagine che gli altri hanno di noi. O se siamo sempre e solo frammenti, riflessi deformati in specchi che non possiamo controllare.
Traveller’s, circuito chiuso. Entriamo. Il vento ci ha arrossato il viso, la neve si scioglie sui capelli, i nostri Dr. Martens cobalto inzuppati. Dentro, un brulicare umano. Risate, balli, richiami sguaiati, una musica aspra che rimbalza contro le pareti. Il pavimento scricchiola sotto sneaker e anfibi. Siamo fuori posto, visibilmente. Ma qualcosa si allinea, si adatta. Un gioco di mimetismo. L’ostilità iniziale svanisce. Siamo dentro. Invisibili.
Non parlare, non essere notato. Muovermi tra il fumo e il rumore, lasciando scorrere lo spettacolo davanti a me. Scarpe, lacci, movimenti rapidi, contatti. Osservare, non partecipare. Eppure, partecipare.
El Horno vive di questa sospensione, di questo eterno desiderio di restare in bilico tra eccitazione e attesa.
Il moro si irrigidisce un istante, poi sorride. Difesa o sfida? Il nuovo biondo lo fissa con un’intensità dolceamara. Il moro si allontana, l’altro lo segue con lo sguardo. "Vedremo," dice il moro, incerto. Poi, un altro sorriso, più sicuro, e trascina il bruno a un tavolo.
Il buco si apre.
La notte sfuma nell’alba. El Horno è caos, sporco, sudore. Un’orgia di movimenti, di illusioni. Nel centro della sala, due corpi si stringono in una danza feroce, qualcosa di animalesco, languido e brutale. Lo spettacolo continua. Ragazzi belli, pagati per masturbarsi e farsi guardare da nessuno.
E poi c’è lui, il peggiore, il più sfacciato. Un marchettone dall’aria svogliata, con quella voce snob e sussurrata da attore americano. Brad Davis reincarnato in un bordello.
Un gesto. Una mano che scosta un ciuffo ribelle dalla fronte. Un contatto minimo, eppure definitivo.
Fuori, l’aria è fredda e umida. La strada è semideserta, il vento trascina i resti della notte nei vicoli. I lampioni tremolano con una luce giallastra, stanca, che si rifrange sulle pozzanghere. Il moro è fermo sul marciapiede, la sigaretta tra le dita, lo sguardo perso oltre la strada. Il biondo lo ha raggiunto. Non parlano.
In lontananza, un taxi passa senza rallentare.
"Sai dove stai andando?" chiede il biondo.
Il moro sorride appena. "No. Ma tu lo sai?"
Il biondo non risponde.
Il silenzio è spesso, come il fumo delle sigarette. I minuti si dilatano. Un passo, poi un altro. Il moro spegne la sigaretta con la suola dell’anfibio, poi si avvicina al biondo. Il riflesso delle luci disegna ombre nette sui loro volti.
"Forse dovremmo scomparire," mormora il biondo.
"Forse lo stiamo già facendo."
Si guardano. Un attimo in più del necessario.
Poi ridono.
Forse tutto il resto non ha importanza. Forse il gioco è sempre stato questo: dissolversi prima che qualcuno possa afferrarti, svanire prima che la notte si dissolva del tutto.
33.
Skeeen, nel silenzio che si crea attorno a lui, si ferma per un momento e osserva il proprio riflesso nel bicchiere. Un sorriso sottile si forma sul suo volto, come se stesse cercando di decifrare un pensiero che è sfuggito dalle sue stesse labbra. “Vorrei che la gente non sapesse mai cosa aspettarsi da me”, mormora con una voce che sembra quasi troppo bassa per essere sentita, ma che, nel suo tono, nasconde un'inquietudine. “Ogni incontro dovrebbe essere come un'inaspettata scoperta, un cambiamento di prospettiva. Che nessuno possa mai prevedere le mie reazioni, le mie azioni, o cosa mi farà agire. Mi piace pensare che ogni volta che qualcuno entra in contatto con me, cambi la propria visione di ciò che lo circonda.” C'è qualcosa di ironico nel suo sguardo, ma anche un fondo di verità in queste parole. È come se non volesse appartenere a un mondo che si muove secondo regole conosciute e facilmente prevedibili. Desidera, piuttosto, essere un'ombra inaspettata che sfugge al controllo, una costante sorpresa per chi cerca di classificarlo.
Il maxischermo sopra di lui proietta le immagini di Pragati Maidan, la 'piazza del progresso', come un paesaggio utopico che sembra ignorare le leggi del tempo. La città dentro la città si svela in tutta la sua magniloquenza: un labirinto di strade che si snodano per settanta ettari, ognuna intitolata a un fiume leggendario. Le costruzioni in acciaio e cemento sembrano sfidare la gravità, abbracciando l’avvenirismo senza perdere l'ancoraggio alla terra. Un lago artificiale, il Mansarowar, spezza il cemento con la sua quiete. Giardini fioriti e chioschi che vendono the caldo e frittelle speziate, mentre il rumore incessante della città si fa distante, quasi ovattato, da quest'angolo di futuro. Le gallerie d’arte, i cinema e i ristoranti completano un quadro che, pur intriso di modernità, conserva un'atmosfera quasi surreale. Un mondo in cui il presente si fonde con un futuro che nessuno ha ancora vissuto, un contesto che sembra volutamente scivolare via dalle mani di chi cerca di comprenderlo pienamente.
Nel frattempo, al tavolo accanto, una voce si fa sentire, irrompendo nella calma del racconto visivo. “La prima coppia che ho incontrato è arrivata dopo circa un mese e mezzo di attesa. Le loro foto? Decisamente interessanti, ma sfocate, come sempre accade. Non si vedono mai bene i volti. La discrezione è fondamentale, ci mancherebbe. Nessuno vuole rischiare di essere esposto, di finire in qualche gossip che rovina la reputazione. Ti osservano, ti analizzano come se fossi un caso da studiare, una di quelle variabili che potrebbero mandare tutto a rotoli. Vogliono accertarsi che non sei un tipo problematico, che non sei un pazzo con cui finiranno nei guai.” La voce si fa più grave, quasi a voler dare un peso maggiore alla riflessione. C’è qualcosa in questo controllo, in questa continua ricerca di prove di affidabilità, che rende tutto il processo più disturbante di quanto non sembri.
Poi, senza preavviso, la scena cambia. Un ragazzo allunga la mano, ma l’uomo al suo fianco la trattiene, come se fosse un gesto carico di significato nascosto. "Quando si oltrepassano certi limiti con le coppie, non parliamo solo di contatti fisici", dice qualcuno, come se volesse spiegare l'inafferrabile dinamica che si crea. "C'è una dipendenza psicologica che nasce, un’assuefazione silenziosa. Superare certi confini trasforma tutto in un gioco in cui non puoi più sottrarti, un circolo vizioso che sembra non avere fine.” La frase sembra voler catturare l'essenza di un meccanismo che non è solo sessuale, ma psicologico, che si radica e cresce, fino a diventare una prigione.
Il rendez-vous, come si dice, avviene in un bar anonimo, ma il suo impatto emotivo è tutt’altro che banale. È l’incontro che non ti aspetti. Una conversazione che sembra essere una ripetizione di altre, di quelle che si svolgono nei bar di ogni parte del mondo: noiosa, priva di spunti. “Uno dei due era un uomo sui cinquanta, con giacca, cravatta, e un polso peloso che sembrava volerci dire che sarebbe stato così in ogni angolo del suo corpo. L’altro, un tipo più giovane, dai tratti scuri, con un po’ di pancetta morbida che non faceva altro che accentuare la sua irresistibile umanità. La sua camicia bianca era impeccabilmente stirata, ma lasciava sempre uno spiraglio per rivelare quel capezzolo che sembrava invitare ogni tipo di attenzione. Quel piccolo dettaglio, tanto irrilevante quanto importante, non faceva altro che creare una tensione mai detta tra i due. L’uomo più grande parlava con un tono sicuro, come se avesse la verità in tasca, mentre il giovane interveniva solo quando proprio non poteva fare a meno di dire qualcosa. Da subito era chiaro chi avesse il controllo della situazione.” La dinamica tra i due è palese, ma è come se stessero recitando una parte, ogni mossa studiata, ogni parola misurata. La noia permea l'incontro, ma al contempo, c’è una stranezza che si insinua, una sensazione che qualcosa sta succedendo sotto la superficie.
"Per quanto mi riguarda", dice la voce che racconta, "io cercavo solo di sembrare discreto e affidabile. Volevo che si fidassero di me, che vedessero in me qualcuno che sa stare al suo posto, che non fa mai una mossa sbagliata. Ma, dentro, ero più preoccupato di quello che pensavano di me che del resto. E alla fine, è così che vanno queste cose, no? Si recita un ruolo, si indossa una maschera, e si spera che nessuno veda oltre." La finzione diventa la chiave di lettura per capire ogni incontro, ogni rapporto. Perché essere vulnerabili non è mai un’opzione.
Il racconto si sposta, ma la scena rimane la stessa: un appartamento modesto, situato nei pressi della stazione. Un cucinotto, un bagno, ma il vero colpo di scena è dato da due telecamere Hitachi puntate direttamente sul letto matrimoniale. Un dettaglio che non è casuale, ma che è il cuore di tutta la dinamica che si sta svolgendo. L'intento è chiaro: tutto deve essere sotto controllo, ogni movimento deve essere monitorato. Due televisori e uno schermo per proiettare film. Il luogo stesso sembra costruito come un palcoscenico, dove ogni atto, ogni sguardo, ogni gesto è calcolato, misurato. Un'alcova che, seppur modesta, è l'epicentro di una realtà che si fa desiderare solo perché è sfuggente. "Un posto di gente benestante", pensa il narratore, come se quel dettaglio lo giustificasse in qualche modo, come se la ricchezza e il lusso potessero rendere accettabile quella situazione che è tanto surreale quanto tangibile.
E poi, come un ruggito nell'ombra, il cartello lampeggia, rivelando una verità che non tutti vogliono sentire, ma che è lì per essere letta. Il neon sopra il bancone si accende, illuminando un messaggio che sembra scritto con il sangue:
IL RIBELLE CHE NON INTENDE CONFORMARSI A QUESTA REALTÀ CHE DETESTA, MA CHE TUTTI ACCETTANO PER COMODITÀ, VERRÀ ESPULSO DA EL HORNO A DISCREZIONE DELLA DIREZIONE.
Le luci si abbassano. Il barista sorride in modo enigmatico, quasi come se fosse il custode di un ordine che nessuno osa sfidare. La festa continua, come se niente fosse cambiato, come se tutto fosse perfettamente normale. Ma sotto la superficie, qualcosa si muove, e il gioco, questa volta, ha le regole di un altro mondo.
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Il comico si sostituisce al tragico, mentre il sangue pulsa, martellando il labbro gonfio e squarciato con dolore lancinante. Ma la sua corsa si arresta quasi completamente, soffocata dal mare di urina che ha inondato l'area. Lui, avvolto in un collare, fissa l'orizzonte con occhi che non vedono più nulla, se non l'immenso abisso che gli si presenta davanti. “Vuole che versi la minerale sul suo culo oggi, signore?” chiede il barista, con un sorriso sornione che non lascia spazio a equivoci. Ride, come se fosse parte di uno scherzo che ormai non fa più ridere nemmeno lui.
Un silenzio opprimente si diffonde nel locale, implacabile. È un silenzio che non ha bisogno di parole per essere potente, un silenzio che genera una sensazione di terrore, mescolata a un'attrazione incontrollabile. È un legame che non è mai stato scelto, mai accettato, ma che persiste, afferrando l'anima e non lasciandola andare. Un silenzio che il protagonista ha sempre odiato, ma che, paradossalmente, sembra chiamare con desiderio, quasi segretamente. Ogni angolo della sua esistenza è impregnato da quella nostalgia bruciante, come se il cuore, pur ferito, non potesse fare a meno di rivolgersi verso quella stessa oscurità. Nonostante un residuo di orgoglio che lo trattiene, c'è qualcosa che lo spinge a fare il primo passo, qualcosa che sussurra, che lo attrae. Ed è con un sorriso che l'altro osserva il carnefice, riconoscendo nei suoi occhi i segni della fatica, i segni che raccontano una liberazione, un riscatto che solo chi è coinvolto nella lotta può comprendere. Una liberazione che non è mai stata chiara, ma che ora sembra avvicinarsi, un passo alla volta, attraverso il dolore e il sacrificio.
Il corpo del protagonista, massiccio e tremante, si avvicina pericolosamente alla bocca, il momento è ormai imminente. Un risveglio dei sensi che provoca un fruscio intenso, quasi come un grido selvaggio. Il suono, che riempie l'aria, è penetrante, un rantolo che somiglia a quello di una band metal, un’esplosione di energia primitiva. Ogni vibrazione sembra essere l'eco di un'esplosione interiore, una reazione che scuote l'anima in modo tanto potente quanto inaspettato. Il mondo intorno scompare, lasciando spazio a questa sinfonia di suoni e sensazioni. La realtà stessa sembra piegarsi di fronte a quella forza che cresce, che si libera, che esplode senza timore.
In televisione, l'annuncio dello spettacolo si fa spazio tra i rumori, lussuoso e vuoto. Il tema della sfilata di quest'anno è il Commonwealth. In Nuova Delhi, i paesi anglosassoni celebrano il loro splendido passato in presenza della Regina Elisabetta e del Principe Filippo, il cui stato di salute non viene mai messo in discussione. Lo Statesman di Calcutta, con la sua linguistica puntigliosa, fa notare che il Principe è “sempre eretto”, come a suggerire che nulla è mai cambiato, nemmeno il tempo. La cerimonia, formale e opulenta, si staglia contro il paesaggio moderno, quasi un tentativo di conservare intatto un mondo che sta per scomparire. Il tutto è un gioco di immagini, un teatrino di opulenza e tradizione che sfuma rapidamente nell'irrealtà, come una bolla di sapone che scoppia al primo contatto con la vera vita.
Il tempo stesso sembra svanire, una distorsione che trascende ogni concetto di passato e futuro. Le connessioni con ciò che è stato, con le cose estreme che hanno caratterizzato l'esistenza, vengono spazzate via. I legami con il mondo precedente si dissolvono come polvere al vento, lasciando solo un vuoto che si espande, impossibile da colmare. Le parole del protagonista suonano sempre più lontane, eppure sono il filo che lo lega a ciò che sta per accadere, come una guida che non può più essere ignorata. L’uomo, ora sceso dallo sgabello, fa un ampio inchino con i suoi gesti, le braccia si allargano in un gesto teatrale che sembra senza fine. Parla con tono solenne, un'aria di esagerata dignità per enfatizzare ogni singola parola. “Siete pregati di bere un sorso insieme, tutti e due,” dice, con una enfasi che non sembra corrispondere alla situazione. L'altro lo guarda con aria di noia, quasi indifferente, ma lo ringrazia con una cortesia fredda, come se il suo tempo fosse troppo prezioso per essere sprecato in quel tipo di interazione. Ma l'uomo non sembra rendersi conto della situazione, un segno che la sua lucidità è appesa a un filo sottile. Un brivido di disagio percorre il corpo dell'altro, che non può fare a meno di pensare che qualcosa non va. “Non pensate che io sia ubriaco, vero?!” dice, accentuando la cadenza delle parole, come a volersi giustificare. Ogni sua parola sembra stridere, non tanto con la realtà, quanto con la verità che sta cercando di nascondere. “No, tutt'altro!” continua, mentre fa un altro inchino, che si fa sempre più preciso, più ritmato, più teatrale. Eppure, sotto quella facciata, c'è qualcosa che lo tradisce. “Non sempre riesco a controllare i miei gesti, le mie parole, le mie... le mie relazioni. Ho bisogno di...” si interrompe, riflettendo, quasi sorpreso dalla sua stessa ammissione. “Adattarmi,” mormora, un sorriso ampio che rivela una dentatura ingiallita, tra cui si intravedono pezzetti di carne residui del pasto appena consumato. Un sorriso che nasconde molto più di quanto lascia intendere. “Adattarmi,” ripete, con una beatitudine che sfiora la follia.
Il fiume esonda, come una minaccia imminente. L’acqua si infrange contro le sponde, trascinando tutto ciò che incontra.
“Il vile si nasconde dietro l’equivoco della provocazione o dello scherzo,” dice Skeeen con un sorriso che non lascia scampo. “Guarda bene, ingigantisco i miei vizi, ma sta a te decidere cosa farne. Nulla ti impedisce di credere che sia tutto una messa in scena, l’opera di un esibizionista che si dipinge come impeccabile nelle sue azioni, anche se nei pensieri non lo è affatto.” Il suo sguardo è diretto, penetrante, come se stesse cercando una reazione nell’altro.
“È fondamentale, in effetti, che per scatenarsi e agire con straordinaria intensità, le coppie scoprano in me un terreno fertile, un ambiente emotivo che risvegli qualcosa in loro,” dice una voce proveniente dal tavolo accanto, un tono che sembra svelare più di quanto avrebbe dovuto. “Solo in questo modo le cose possono muoversi. E, naturalmente, che io mi trovi in una condizione emotiva particolarmente vulnerabile.”
“Sì, ma in altre circostanze,” risponde Skeeen, con una riflessione che appare più personale, “l'importanza che avrei dato a quello che gli altri pensano di me e il disagio che ne deriverebbe avrebbero reso impossibile liberarmi da quello che mi tormenta. Senza quella libertà, il mio piacere sarebbe stato diluito, forse annientato del tutto. Il piacere stesso sarebbe diventato veleno.”
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In altre parole, pur sapendo benissimo che non dovrei mai, in nessuna circostanza, rivelare a sconosciuti dettagli troppo intimi che, sebbene solo a causa di una crisi psicologica, sono stato indotto a svelare pubblicamente, e pur sentendo che una naturale vergogna mi dovrebbe impedire di ripetere confidenze che, con il senno di poi, mi sono pentito di aver lasciato trapelare, mi trovo costretto a ribadire con assoluta fermezza che non sarò mai in grado di soddisfare nessuna curiosità. Non cederò nemmeno sotto la pressione di chiunque, per quanto sospettoso e deluso possa essere, perché non riuscirete a farmi dire nulla che non sia la pura verità, niente che sia inventato, nulla che possa essere manipolato per aderire ai vostri desideri di approfondimento.
Anzi, ciò che trovo particolarmente inquietante, e che mi lascia un senso di turbamento che non riesco a placare, è la reazione esagerata che mi prende quando, pur di fronte a situazioni totalmente banali e prive di ogni reale significato, sento una specie di sconvolgimento travolgente. Se solo l'ambiente o le circostanze sono in qualche modo favorevoli, basta poco per farmi provare una reazione che va ben oltre ogni razionalità. C'è qualcosa di veramente nauseante, che mi lascia un malessere difficile da descrivere, nel sentimentalismo forzato, nella melassa patetica che vedo spesso in scena, venduta alla meno peggio come se avesse un valore che non ha. È qualcosa che mi schifa, una sorta di inebriamento distorto che mi fa sentire come se fossi intrappolato in una finzione che non ha nulla a che vedere con la realtà.
"In effetti", dice Skeeen, "sono stato a lungo convinto che ciò che mi rendeva più attraente, o per essere più precisi, ciò che mi rendeva misteriosamente affascinante agli occhi degli altri, fosse proprio la mia differenza, la mia distanza da tutto ciò che è convenzionale. Non un pensiero, non un accenno di desiderio affettivo, niente sesso consumato in fretta con sconosciuti… niente di niente. Solo porte chiuse, nessuna sofferenza visibile, nessun legame che mi legasse, abbandoni improvvisi che si rivelavano dolci nel loro essere brevi e intensi. Questi erano gli unici momenti in cui mi sentivo vivo, come se ogni volta che lasciavo una parte di me stesso, scoprivo nuovi territori da esplorare, nuove esperienze da fare, e armature da indossare che mi rendevano più forte."
"È curioso," continua Skeeen, "che non appena ho varcato la soglia del pericolo, il pericolo stesso ha perso il suo potere su di me. Eppure, quando il pericolo sembrava imminente, quando il rischio di contaminazione sembrava reale, ho smesso di temerlo, come se quella paura si fosse dissolta da sola non appena mi sono avvicinato. E non solo: quando la paura mi ha lasciato, subito dopo aver varcato la porta di quel giardino pericoloso, non è più riuscita a riprendere il controllo su di me, come se fosse stata assorbita dal nulla, come se non avesse mai avuto un vero fondamento."
"Quello che è quasi ridicolo," aggiunge Skeeen, con una certa ironia, "è che ogni volta che sono giù, che la gelosia mi rode o che un nuovo senso di insufficienza mi fa desiderare di sparire, mi considerano gravemente malato di mente. Quando l'ambizione mi consuma, quando la vanità mi devasta, e quando mi trovo sommerso in un mare di pensieri che mi fanno tremare, non cerco di uscirne. Mi rassegno a rimanerci dentro fino al collo. In passato, per esempio, mi hanno preso in giro per il mio carattere taciturno, poi mi hanno compianto… e via dicendo. La verità è che, persino io stesso, guardando dentro di me, vedevo in questa incapacità di aprirmi una malattia incurabile. Eppure, incredibile a dirsi, anche i miei amici, davanti all'angoscia che traspariva dal mio volto mentre cercavano in tutti i modi di strapparmi una confidenza, non potevano non notare l'analogia tra la mia condizione e quella di un malato che si ritira nella propria solitudine a causa di un dolore profondo e ineluttabile. Ma, in fondo, nonostante tutto ciò, non era altro che il risultato del mio impossibile desiderio, della mia voglia incontrollabile e frustrante di qualcosa che non riuscivo a soddisfare. Una voglia banale, forse, ma potente, che mi tormentava senza sosta. La voglia di baciarmi e leccarmi i piedi maschili. Eppure, la causa della mia angoscia questa volta era diversa, più profonda e più intima, rispetto a quella che mi aveva tormentato in passato."
"In generale," conclude Skeeen, "non ho mai avuto difficoltà a ricordare quello che voglio. Se penso a uno spettacolo che mi ha colpito, o se mi viene in mente il ricordo di un piede che ho visto per strada, non ho problemi a richiamarlo alla mente con una precisione quasi fotografica. Addirittura, nelle ore insonni della notte, posso evocare i dettagli di quel piede con sorprendente chiarezza. Ma stavolta è diverso. Non riesco a ricordare nulla di quel particolare, nulla di quel dettaglio che, pur essendo impresso a fuoco nella mia mente, ora sembra sfuggirmi. È una cosa che mi irrita profondamente. Voglio ricordarmene, lo desidero più di quanto ammetterei a me stesso. E ci provo, voglio assolutamente tornare su quella memoria, ricordare i suoi capelli, il modo strano che aveva di socchiudere gli occhi quando mi guardava, il suo naso… ma proprio quando penso di avvicinarmi a quel ricordo, proprio quando credo di afferrare il suo sorriso, il ricordo invasivo del suo piede, calzato in un sandalo, prende il sopravvento e mi costringe a tornare indietro. È un’invasione che mi fa perdere completamente il controllo dei miei pensieri."
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La voce al tavolo accanto, a un certo punto, irrompe con un commento che non lascia spazio a dubbi: "Quelli che non imprecano, non bestemmiano, non si lamentano mai, sono i bastardi più freddi che ci siano. Non hanno il coraggio di esprimere nulla di reale. Sono quelli che ti usano, ti trattano come merda, ma si presentano sempre come le coppie più perfette, quelle che dovrebbero restare lontane, ma che invece si aggirano nei paraggi, mescolandosi con la gente migliore. E non è che ci sia tanto da fare, anche se ci provi a tenerti distante, a evitarli. È difficile, perché, credimi, sono quelli con le facce di cazzo più grandi e più fastidiose che ti possano capitare."
Nel frattempo, un idiota vestito da divo si accende una sigaretta con quella nonchalance tipica degli uomini che pensano che il mondo giri attorno a loro, e mentre lui è nel pieno di un altro incontro fisico, la storia di Nina riprende, come un disco che non smette mai di graffiarsi sulla stessa traccia.
Sono ormai le cinque del mattino, il cielo è ancora buio e la città sembra avvolta in una nebbia surreale. Nina guarda in alto, vede quei luci che volano nel cielo, ma il suo corpo non risponde. Vorrebbe muoversi, urlare, chiamare qualcuno, ma è paralizzata da un'ondata di energia che la travolge. È una sensazione calda e piacevole, quasi come se fosse avvolta da una coperta che le sussurra di rilassarsi, di abbandonarsi. All’inizio resiste, c'è paura, un po’ di esitazione, ma poi la sensazione diventa così potente che decide di cedere, di non lottare più contro questa forza che la sta penetrando, trasformandola. Per lei, quella sensazione è qualcosa di immensamente potente, qualcosa che ha sempre cercato, anche se non ha mai capito bene cosa fosse. Fin da quando aveva diciassette anni, quando viveva a Berlino Est, Nina ha avuto esperienze che non riusciva a spiegare. Vite passate, dimensioni sconosciute, entità magiche, tutto un mondo che non le apparteneva, ma che lei sentiva come se fosse stato sempre lì, dentro di lei.
"Fin da quel momento ho capito che non sono mai stata del tutto umana. Una volta, a Berlino, ero convinta che le mie esperienze, quelle che avevo sulle mie vite passate, non fossero semplici illusioni, ma che fossero segni di una verità che mi stava chiamando. Non conoscevo il nome delle forze che mi guidavano, ma sapevo che facevano parte di qualcosa di più grande, qualcosa che mi aveva convinto che non fossi fatta di carne e ossa, ma di altre sostanze, di altre dimensioni,” dice Nina, mentre la sua voce si perde nel silenzio della stanza, come se la sua stessa presenza fosse diventata eterea. "E ora, non importa che il mio corpo sia qui, sulla terra, sono già in paradiso. E sono anche in contatto con quell'energia che voi chiamate Dio. È dentro di noi, è tutto intorno a noi, è telepatico, teleprotettivo, telematico... persino telefonativo. Dio è il nuovo Cristo che sta arrivando, e non sarà più un uomo, ma un alieno, venuto a bordo di un UFO. E sta per venire per risvegliare tutti noi," continua Nina, come se le parole scivolassero fuori dalla sua bocca senza controllo.
Nel frattempo, con il braccio di Powerfist che sfonda l’aria come una mazza, la scena diventa ancora più surreale. Nina percepisce un suono strano, uno di quelli che non riesci mai a dimenticare, mentre osserva due persone fermarsi e iniziare a scoparsi furiosamente, come se il mondo fosse in pausa e loro fossero gli unici a muoversi. È un attimo di pura follia, di esasperazione. Poi, qualcuno entra da dietro, irrompendo in quella bolla di strani eventi.
L’esterno è tutt’altro che sereno. Fuori, fiocchi di neve cadono lentamente, uno dopo l’altro, come pensieri che si depositano su una superficie troppo fredda per poterli raccogliere. È come se il mondo stesso si fermasse in quel momento, come se ogni singola particella dell’universo avesse deciso di prendersi una pausa. E in mezzo a tutto questo, a Skeeen sembra che ci sia un'importanza nascosta in quell’istante che deve assolutamente ricordare. "Forse avevo paura, ma la paura si dissolveva. In realtà, niente di quello che temevo era mai accaduto. C'era solo una calma, una distensione che mi attraversava, come un’onda che mi portava via. E dentro quella calma, c'era un'incredibile euforia, come se fossi stato toccato da qualcosa di divino. Una curiosità che mi sembrava completamente legittima, come se fosse il mio diritto di conoscere il segreto di tutto," dice Skeeen, come se stesse parlando di un'altra vita, di un’altra persona.
Poi, l’esplosione. Brucia tutto. Il suo bucodiculo, il suo passato, tutto quello che aveva costruito si dissolve tra le fiamme. La sua reputazione, immacolata come una verginità perduta, si diffonde in tutta la città, quasi senza che lui faccia nulla. Anche quando le cose vanno male, anche quando commette errori, il suo cammino diventa un'invasione di ultracorpi, un racconto che si sviluppa nella mente degli altri, mentre lui resta sempre lì, immobile, a osservare la sua stessa discesa.
"La verità è che, in gruppo, soprattutto se ci sono donne, provo un piacere incredibile. Non è ipocrisia, è solo un bisogno naturale, un istinto che mi spinge a recitare un ruolo, a darmi un’importanza che altrimenti non avrei. È come un gioco, una danza, una messa in scena che mi permette di sembrare qualcosa che non sono davvero, ma che mi piace far credere agli altri. Le coppie, quelle che mi circondano, sono il mio pubblico, la mia platea," aggiunge una voce, un’ombra nella stanza, che si fa sentire in mezzo al caos.
Un pomeriggio d'estate, ormai lontano dalla primavera, Nina cammina per strada, come se fosse trasportata da una forza invisibile. È incinta di Cosma Shiva, la sua bambina, e si sente pervasa da un senso di attesa che non riesce a spiegare. Quel pomeriggio, mentre si trovava nel letto della sua casa a Malibu, senza motivo apparente, sentì l’impulso di alzarsi e andare nel terrazzo. Erano le cinque del mattino, la stessa ora di quella volta, e mentre guardava il cielo blu, li vide volare. Non riusciva a muoversi, come se qualcosa la trattenesse, come se fosse stata intrappolata in un sogno che non voleva finire. "Eppure, era come se tutto fosse sempre stato così," dice Nina, ricordando quell'istante sospeso tra la realtà e l'immaginazione.
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Un incantesimo puro, segreto, che scivola ai margini di un mondo che ci sovrasta e ci imprigiona, ma che in fondo non ci ha mai appartenuto. Questo incantesimo ha la forza di trascinarci in un’ombra, un mondo silenzioso, fatto di sensazioni e presenze che sembrano sfuggire a ogni logica e ogni spiegazione. È un’energia sottile che attrae tutto ciò che non è contaminato dalla corruzione, che respinge ogni ombra di peccato, ogni segno di caduta. Un richiamo che incanta, che avvolge e trasforma tutto in qualcosa di diverso, di nuovo. È la magia di parole che da sole bastano a cambiare la realtà: gioia, primavera, sole. Questi concetti, questi suoni, diventano il mondo, diventano la visione di Nina, una visione che si ripete, che si rinnova sempre, che è la stessa in ogni respiro, in ogni pensiero, in ogni sguardo. Il suo volto è la forma di questa visione, il suo corpo la materializzazione del sogno che non smette mai di svelarsi.
"Incredibile quanto mi piaccia leccare i piedi, incredibile davvero… eppure, queste cose non le puoi dire in giro, sennò ti prendono per pazzo," dice Skeeen, come se fosse una rivelazione innocente, una verità nascosta che diventa impossibile da condividere, ma che è lì, palpitante, come un segreto che ci rende vulnerabili. Le parole non sono mai neutre, sono sempre il riflesso di ciò che siamo, ma anche di ciò che non possiamo essere, almeno non alla luce del giorno. Eppure, c'è qualcosa di stranamente liberatorio nell’ammettere la propria follia, nel dire ad alta voce quello che tutti pensano ma nessuno osa pronunciare. La follia, in un certo senso, è la libertà assoluta. È la possibilità di vedere al di là dei confini imposti dalla realtà, di accedere a un mondo dove le convenzioni sociali non esistono, dove ogni gesto ha la sua ragion d’essere, persino il più impensato.
Poi, come un lampo, un gesto che sembra fuori posto, ma che in realtà è perfettamente coerente con la natura di tutto. Una mano che emerge da un buco che è anche un culo, ma che non è mai stato altro che una contraddizione. Eppure, non importa come lo chiamerai, non importa quale forma prenderà. Si va, si va avanti senza sosta, senza fermarsi a chiedersi il perché. È un movimento incessante, una danza senza regole, una sequenza di atti che non ha altro scopo se non il semplice fatto di essere, di esistere in quel preciso istante. Ogni passo che facciamo, ogni gesto che compiamo, sembra che il mondo intero prenda forma, come se tutto fosse in costante mutamento, in un equilibrio precario e meraviglioso. Non c’è niente di stabile in questo flusso. La vita è un continuo divenire, e in quella danza, chiunque può diventare tutto ciò che desidera.
Io, un'artista che non conosce confini, un’anima errante che non si ferma mai, che dipinge, recita, scrive poesie, compone musica, canta e fa mille altre cose. Non c’è nulla che non mi appartenga, nulla che non possa esplorare. Non è tanto la paura di perdersi quanto il desiderio di non lasciare nulla di inesplorato, di non rinunciare a nessuna parte del mio essere. Ogni forma d’arte è una finestra sull’universo, una possibilità di scoprire qualcosa che non sapevo nemmeno esistesse. E quando si parla di musica, non posso fare a meno di pensare a quelle voci che hanno segnato la storia, a quelle che hanno attraversato il tempo come un respiro che non finisce mai. La Callas, Edith Piaf, e soprattutto Zarah Leander. Un'artista dimenticata, che ha portato con sé un’immagine controversa, una potenza unica che risuonava attraverso le sue canzoni. Una voce che evocava l’intensità di un’epoca, di un spirito che sembrava avvolgere tutto con la sua follia. Zarah Leander era la voce della tragedia, della guerra, di una nostalgia che nessuno osava più raccontare. I soldati al fronte, in tempo di guerra, si trovavano a piangere ascoltando le sue canzoni, eppure c’era qualcosa di così commovente, di così sacro, nella sua musica, che si trasformava in un messaggio che andava oltre la guerra stessa. Ma, come sempre accade, qualcuno dirà che Nina ha simpatie naziste, eppure tutto questo non ha nulla a che vedere con la realtà. La sua musica, la sua voce, sono universali, come un linguaggio che trascende il tempo, come un grido che parla alla parte più profonda di noi.
Io traggo energia da altri mondi, da altre esperienze. Non cerco etichette, non sono mai stato interessato a seguire il pensiero comune. La società ci vuole sempre classificare, metterci in scatole ben definite, ma io non voglio essere etichettato, non voglio che la mia anima sia costretta dentro alcun tipo di schema. Mi nutro della mia libertà, della possibilità di essere ciò che voglio essere, di vivere al di fuori delle gabbie che mi impongono. Questa è la mia droga, quella che mi fa andare avanti, quella che mi spinge a cercare oltre ogni limite. La mia è una continua ricerca di me stesso, una fuga da ogni definizione che altri potrebbero volermi attribuire. La mia esistenza è una rivoluzione, una costante sfida a ciò che è considerato normale, a ciò che è considerato giusto.
L’ultimo acido che ho preso? Era un anno fa, durante quel viaggio che ha cambiato per sempre la mia visione del mondo. Ho incontrato Maria, che ora fa parte della mia band, un incontro che non poteva essere più casuale, ma che in qualche modo sembrava scritto nel destino. Maria arrivò con una chiave d'oro per me, un simbolo che era molto più di un semplice regalo. Era un’apertura, un invito a entrare in un altro mondo, a vedere le cose da una prospettiva completamente diversa. Ricordo che ridevo in continuazione, senza mai riuscire a fermarmi, come se ogni risata fosse una liberazione, una fuga da tutto ciò che mi legava alla realtà. Ogni riso che usciva dalle mie labbra era una nuova rinascita, una separazione dal mondo che conoscevo, un momento che sembrava dilatarsi all’infinito. La risata diventava la chiave di lettura dell’universo, una lingua che nessuno aveva mai parlato prima. Eppure, quella risata non era folle, non era vuota. Era la risata di chi ha capito, di chi ha visto l'infinito in un solo istante. Era la risata di chi è diventato una corrente elettrica, un’energia che non si ferma, che non si esaurisce mai. Ogni singolo respiro, ogni movimento sembrava essere carico di un potere sconosciuto, come se il corpo stesso fosse diventato un canale per qualcosa di più grande, di più potente.
Ma la vera esperienza che mi ha segnato, quella che mi ha cambiato nel profondo, è stata a diciassette anni. Una notte che ha spazzato via ogni concezione che avevo di me stessa e del mondo. In un solo istante, sono uscita dal mio corpo, e in quel distacco ho vissuto la gioia e l’orrore di mille morti. Ho visto ogni singolo corpo spezzarsi, ogni vita finire, ma anche rinascere, e in quel processo ho conosciuto la fine e il ritorno, l’alba e il tramonto di ogni esistenza. Sono passata attraverso mille mondi, mille pianeti, mille realtà. Ogni morte mi insegnava qualcosa, ogni rinascita mi restituiva un frammento di me che pensavo perso. Eppure, nonostante tutta quella bellezza e terribilità, sono tornata. Sono rinata, come se nulla fosse. Ma quella volta è stata diversa. La paura, quella vera, quella che ti fa tremare le mani e il cuore, quella che ti fa sentire che il confine tra vita e morte è solo una linea sottile, l’ho provata veramente. Eppure, è stata proprio quella paura a farmi capire che ero viva, che il mio viaggio non era ancora finito. La paura è la chiave della comprensione, la porta che ti apre al vero significato di ogni cosa, alla consapevolezza di ciò che sei veramente.
38.
Non ho un posto fisso, nessuna dimora che possa davvero chiamare casa. Il mio cuore è l’unico rifugio, eppure si sposta, si dissolve negli angoli del mondo. Ovunque io sia, non è che un frammento dell’universo, senza confini, senza bandiere. La Terra non è altro che una sfera errante, comune a tutti, come lo spazio, come i pianeti. Non scelgo, non decido, non gioco alla farsa delle decisioni. Seguo la mia traiettoria, mentre gli altri si perdono nelle esitazioni. Io canto, perché non posso fare altrimenti. È la melodia della creazione, della vita. O sei un dio o sei un fantoccio, un ingranaggio che altri manovrano.
Le difficoltà? Nient’altro che un’illusione. Sono costruzioni della mente, incubi autoprodotti. Solo le circostanze sono reali, mutevoli, ma prive di quel peso opprimente che si ostinano a chiamare problemi. Nina lo sa:
"Kenyon," dice Skeeen, "non è che uno scantinato freddo e umido."
Norman ride, con un lampo di follia negli occhi: "Voglio vendere un milione di copie di ‘Stupid Leather’, il mio snuff movie. Deve passare in TV, nell’ora dei cartoni. Voglio vedere la faccia di Skizodisperma stampata sulle magliette dei ragazzini."
Ma Kenyon è molto più di uno scantinato. È un’angoscia sottile, una lama invisibile che si insinua nel respiro. È un’aria satura di strazio, un odore di ferro e terra bagnata. Qui, tra le mura basse e le luci intermittenti, ogni brivido si fa sentenza. Qui, nessuna gioia resiste, si strozza sul nascere, si dissolve nell’ombra densa di non-luce.
"Kenyon," dice Skeeen, "è il luogo dove l’aria è troppo stretta per le parole, dove gli sguardi si incrociano come lame senza impugnatura."
Eppure, è qui che tutto si compie. In questo sottosuolo si diventa uomini, o qualcosa di più simile a un’ombra affamata. Si scontano i fallimenti, si mastica il desiderio con denti scheggiati. Si gioca a essere qualcuno, si offre il corpo come una moneta consumata. Ogni pugno è una carezza, ogni bacio una sentenza.
"Kenyon," ripete Skeeen, "è il teatro delle esagerazioni, delle pose grottesche. Si recita un copione che nessuno ha scritto, eppure ognuno conosce le battute a memoria."
Osservare e ascoltare si fondono in un’unica vertigine. Un gesto banale può scatenare il terremoto interiore, e tutto ciò che non sembrava importante diventa il centro dell’universo. Qui dentro, le passioni si gonfiano fino a esplodere, e la violenza diventa un abbraccio. Chi ama troppo forte, qui, ama fino al sangue.
"Kenyon," dice ancora Skeeen, "è il confine sottile tra l’estasi e l’annullamento. È l’abisso in cui ci si getta con il sorriso sulle labbra. E poco importa se il freddo dello scantinato è solo un pretesto, se la birra in corpo spiega più della metà delle scelte fatte. Kenyon non perdona, ma accoglie. Sempre."
E non c’è via di fuga. Kenyon è un circuito chiuso, un eterno ritorno. Ogni volta che pensi di uscirne, una risata echeggia nei muri scrostati e ti riporta indietro. È un palcoscenico per chi sa di non avere più nulla da perdere, per chi si getta nel caos con la consapevolezza di essere già spacciato. Qui, l’aria pesa come un peccato antico, il pavimento risuona di passi interrotti, di fughe fallite. Ogni parola detta qui resta sospesa, non viene mai veramente ascoltata, non viene mai davvero capita. "Kenyon," ripete Skeeen, come una preghiera al contrario, "è uno scantinato male riscaldato, ma è anche il ventre della bestia."
Norman si accende una sigaretta con mani che tremano appena, osservando la spirale di fumo dissolversi nell’aria stantia. "Sai che c’è?" dice con un ghigno. "Forse è meglio così. Forse fuori non c’è niente di meglio."
Skeeen non risponde. Non serve. Le verità di Kenyon non hanno bisogno di essere dette. Basta viverle, basta lasciarsi sprofondare nel ritmo del suo respiro soffocante. Qui il tempo è un concetto vago, i confini tra un giorno e l’altro si dissolvono in una nebbia di alcol e desiderio. Qui, la realtà si deforma, si piega alla volontà di chi la abita. Qui, il dolore è solo un altro modo di sentirsi vivi.
"Kenyon," sospira Skeeen, chiudendo gli occhi, "è il posto che ci meritiamo."
E forse è davvero così. Forse è questo il cuore del mondo, il centro di un universo che non riconosce il tempo e le sue pretese. In Kenyon si annullano le differenze, si smarriscono i nomi. Qui il corpo è l’unico linguaggio comprensibile, la pelle l’unico vocabolario accettato. Non ci sono più passato e futuro, solo il presente dell’istinto. Non esistono colpe né redenzioni, solo la necessità di sentire, di stringere, di annullarsi nel contatto. È un battesimo senza acqua, una confessione senza preti, un’orgia di anime alla ricerca di qualcosa che non sanno nominare.
"Kenyon," dice Skeeen, ma stavolta la sua voce è un sussurro stanco, "è un’illusione necessaria. Un rifugio per chi non crede più nei rifugi."
Norman lo guarda per un istante, poi getta via la sigaretta, spegnendola sotto la suola. "E allora? Cosa scegliamo?"
Skeeen sorride, scuote la testa. "Niente. Non scegliamo niente. Restiamo."
39.
Skeeen si guardava intorno, lasciando che le parole gli scivolassero via dalla bocca come un disco rotto. "Kenyon..." ripeteva sottovoce, con quella sua intonazione da profeta sbronzo, gli occhi ancora carichi di visioni notturne.
Quel locale era un abisso. Un ventre oscuro e umido, maleodorante, saturo di fiati acidi e sudori misti. Un sottosuolo insidioso, appena lambito dal tepore di un riscaldamento inadeguato. Le pareti trasudavano umidità e storie non raccontate, impregnate di mille segreti confessati nel buio. Le luci fioche lanciavano bagliori intermittenti, creando ombre mobili che sembravano animarsi, osservare, aspettare. E lui, Skeeen, che arrancava tra le sagome indistinte, tra risate che esplodevano sguaiate e corpi che si torcevano nell’attesa di qualcosa di indefinibile, di un contatto, di un'epifania carnale.
Scalava i gradini della dark con foga, le mani tese come a fendere l’aria greve. Il cuore batteva in sincrono con il suono ovattato della musica che filtrava dai muri, una pulsazione ritmica che dettava il tempo delle interazioni. Attorno a lui, il cerchio degli avventori si richiudeva in una danza scomposta di fianchi che ondeggiavano, ventri che sobbalzavano in un’ilarità isterica, intervallata da gemiti e schiocchi di mani posate con troppa foga sui corpi. Un coro di mugolii e ansiti, di pelli inumidite che si sfioravano con il rispetto che si deve ai riti antichi.
Il pavimento era una costellazione di orme e residui, un campo di battaglia su cui ogni traccia raccontava un frammento di storia carnale. Passi incisi nella polvere di sperma rappreso, strisciate lasciate da ginocchia ansiose, macchie indecifrabili come geroglifici di un linguaggio proibito. E al centro, come un’offerta sacrificale, il corpo nudo di un uomo, immerso in un gioco di luci basse e ombre insistenti. Attorno a lui, la danza oscena dei corvi, bocche avide che si abbassavano e risalivano con il ritmo cadenzato di una messa nera, il suono umido delle suzioni sovrapposto ai sospiri trattenuti, ai ringhi sommessi, ai colpi di bacino contro la pelle sudata.
Skeeen si fermò. Qualcosa dentro di lui vibrava di una tensione nuova. Le sue gambe si fecero più lente, il respiro più greve. Guardò attorno, cercando una via di fuga o forse una via d’accesso. Si lasciò cadere su una vecchia poltrona da barbiere, lontano dai corpi aggrovigliati. Poco distante, un uomo maturo sedeva su un divano, con lo sguardo di chi aveva già visto tutto e non si aspettava più nulla. Un altro, camicia bianca ormai disfatta, si muoveva tra i tavolini con una tazzina in mano, a piedi scalzi. Un piede perfetto, pensò Skeeen, lasciandosi distrarre un attimo, perché anche nei luoghi più oscuri c'è sempre qualcosa che brilla con un'intensità particolare.
Le parole, per un momento, divennero un brusio di fondo. Il rituale si stava compiendo. Un cenno, un’occhiata, un’esitazione spezzata dall’iniziativa di un uomo in pelle, giacca e cravatta ancora addosso, ma lo sguardo deciso. Non ci fu bisogno di altre parole. Il gioco iniziò senza proclami, senza preamboli. Corpi che si cercavano, lingue che si intrecciavano, mani che lasciavano segni invisibili. Il tempo si dilatò, le azioni si ripetevano in cicli ossessivi, sempre più sfrenati. Un’esplorazione muta, un rincorrersi di gesti provati e riprovati, mani che scorrevano lungo dorsali sudate, bocche che si aprivano per accogliere e per mordere, denti che affondavano nella carne come sigilli di un patto silenzioso.
Poi, all’improvviso, la scena si spezzò. L’uomo in pelle si rialzò, senza cambiare espressione. Il suo membro ancora in evidenza, il suo volto impassibile. Si allontanò senza un’ombra di affanno, andò a cercare qualcosa al distributore automatico. Stappò una vodka, si appoggiò con calma e guardò la scena come un regista soddisfatto della sua opera. Masticava qualcosa, distratto, mentre il gioco continuava senza di lui, con la stessa voracità di sempre.
Skeeen osservava, con il fiato corto. "Kenyon..." mormorò ancora una volta. E questa volta il suono del nome sembrò spegnersi nel vuoto, inghiottito dal ventre nero della notte.
Il buio attorno si ispessiva, come se il locale stesso si chiudesse su di loro, avvolgendoli in una cappa di calore stantio e desiderio insoddisfatto. Ogni movimento pareva ripetersi all’infinito, una variazione minima su una sinfonia carnale che non conosceva spartiti definitivi. Skeeen sentiva il sudore scivolare sulla pelle, mischiarsi a quello degli altri, dissolversi nell’aria pesante di odori mescolati. Era un vortice di corpi, un’onda che saliva e scendeva, un battito collettivo che accelerava e rallentava con la stessa casualità di un cuore sovraccarico.
Un respiro sul collo, poi un altro. Qualcuno gli era dietro, troppo vicino, troppo deciso. Una mano gli sfiorò il fianco, le dita tracciarono una linea invisibile lungo la sua spina dorsale. Il cuore accelerò. Non si voltò. Riconosceva quel gioco. Attese. Un secondo. Due. Poi la pressione aumentò, il calore si fece più insistente. Sapeva cosa sarebbe successo. E lasciò che accadesse.
La stanza sembrava girare, le luci pulsavano come un battito cardiaco collettivo. Ogni corpo era un'isola e allo stesso tempo un continente interconnesso, una deriva di carne che trovava la sua rotta nell'istinto. Le mani erano dappertutto, il respiro si mescolava in un'unica nuvola. Skeeen sentiva il peso di tutto questo, il ritmo tribale che lo trascinava sempre più a fondo, nell’abisso che il Kenyon spalancava ogni notte. Il piacere e l’orrore si confondevano, il desiderio e la repulsione si fondevano in un’unica tensione impossibile da districare.
Poi, di nuovo, una pausa. Un momento di sospensione nel vortice. Gli occhi si incrociarono con quelli dell’uomo in pelle, ancora lì, ancora imperturbabile. Un cenno appena percettibile, un impercettibile accenno di sorriso. Forse approvazione, forse scherno. Skeeen non lo sapeva. Non gli importava più. Si lasciò andare. Il Kenyon lo inghiottì completamente.
Skeeen guarda intorno e sospira. Il Kenyon è un sotterraneo con il riscaldamento a malapena funzionante, senza traccia di un angolo bar dove servano tisane, tè speziati o cioccolata calda con la panna. Qui niente di simile, solo distributori automatici che sputano lattine di Ceres e panini dal retrogusto di plastica. Sedili? Megapouf, che in realtà sono vecchi pneumatici di camion, incrostati di anni e di corpi stanchi.
Nessun fruscio di tulle, nessuna piuma, nessun lustrino a scendere dal soffitto: solo un'aria greve e un’atmosfera che sembra una vendetta proletaria contro ogni estetica. Qui, fra le luci spente e il brusio costante, la fauna del locale si muove come se stesse inscenando un nuovo dramma collettivo, una ricerca di senso travestita da semplice attesa. Parlano, analizzano, sezionano sé stessi e i loro gesti, come se stessero riscrivendo il loro essere in una nuova rappresentazione, lontana da ogni possibile sacrificio, ma anche da ogni possibile redenzione.
Nel cuore di questa tana sotterranea si traccia una mappa, un percorso che sembra condurre sempre allo stesso punto: l'ossessione per la maschilizzazione estrema della sessualità. Qui non si viene per cercare il sesso, non veramente. Qui si gioca un gioco dove dare e ricevere non è più una questione di carne, ma un atto puramente simbolico, una finzione talmente perfetta da perdere qualsiasi significato. È il teatro dell’assurdo del desiderio: si finge di fare sesso e, proprio in quella finzione, tutto il peso dell’ordine naturale del sesso si dissolve.
40.
L’attivista prende la parola con il fervore di chi ha trasformato la propria indignazione in missione. Ha gli occhi accesi, le mani che tremano appena, il corpo irrigidito dalla rabbia, dalla frustrazione, da un senso di giustizia talmente assoluto da sconfinare nell’ossessione.
“Che l’accusato, colpevole o innocente, sia esposto al pubblico disprezzo!” La voce è un colpo di frusta nell’aria densa di fumo, un comando che non ammette replica. “Viviamo in una società marcia, corrotta da un’epidemia di buon senso, dalla retorica fasulla dell’onestà e dell’equilibrio, un morbo che soffoca ogni deviazione, ogni crepa, ogni voce dissonante. E chi rifiuta di adeguarsi, chi si ribella e osa restare solo, chi non si piega, non merita che la punizione.”
Una pausa. Il silenzio si stende come una tovaglia pesante sulla stanza, opprimendo ogni respiro. Poi, con la stessa inflessibile determinazione, l’attivista sussurra:
“L’AIDS è un microbo.”
La frase resta sospesa, un presagio nell’aria. È un’affermazione lapidaria, una condanna, una verità distorta eppure così efficace nella sua semplicità. Nessuno osa rispondere, nessuno osa contraddirlo. È l’ordine naturale delle cose: ci sono quelli che parlano e quelli che ascoltano, quelli che proclamano e quelli che ingoiano in silenzio, accettando ogni parola come un destino già scritto.
Fuori, l’alba filtra attraverso le grate delle finestre, gialla e acida, un limone spremuto sulle rughe della notte. Scivola lungo i rami spogli, gocciola sperma invisibile dai cornicioni e dalle ringhiere, disgrega le ombre in piccoli frammenti tra le foglie secche e l’asfalto umido. Sopra l’acqua ferma della fontana, il fumo delle sigarette si accumula in strati sottili, un sudario sospeso, un fantasma che galleggia senza volontà.
Dietro il bancone del bar, un uomo si volta, esitante. Ha un bicchiere in mano, ma lo tiene fermo, come se avesse dimenticato cosa farne. Qualcosa nella sua postura suggerisce un pensiero interrotto, una parola non detta. Un’inquietudine sottile che gli attraversa la nuca come un brivido improvviso. Skeeen aspetta.
La porta de El Horno sbatte con un suono metallico che rimbalza sulle pareti umide. L’altro si avvicina al chiavistello, lo chiude con un gesto secco. Ha la mascella serrata, una piega scura sulla fronte. I suoi occhi si posano su Skeeen solo per un attimo, poi scivolano via, perdendosi nel vuoto. Skeeen aspetta ancora.
All’interno, la stanza è un piccolo universo chiuso, separato dalla città da regole non scritte. È un luogo che accoglie solo chi sa dosare il proprio atteggiamento con la precisione di un equilibrista: né troppo smargiasso né troppo remissivo, né euforico né disperato, né stupido né eccessivamente brillante. L’ingresso è un rito silenzioso: chi varca quella soglia accetta il patto implicito di abbandonare ogni sovrastruttura, ogni pretesa di autenticità. Qui conta solo il gioco delle maschere.
Sul palco, corpi giovani si muovono sopra cubi illuminati, la pelle che brilla sotto i riflettori, sudata, tesa, affamata di sguardi. Alcuni danzano con l’indolenza studiata di chi sa di essere osservato, altri si avvicinano ai clienti con sorrisi complici e mani leggere, dita che sfiorano polsi e spalle con la precisione chirurgica di un prestigiatore. Un DJ modesto ma solido mantiene il ritmo, la colonna sonora di una notte che si ripete sempre uguale e sempre diversa.
Ogni avventore porta con sé un’arma segreta, un feticcio personale, un segno distintivo: un cazzo a forma di sax, uno piegato come una fisarmonica, un altro rigido e verticale come un pianoforte, con i tasti che si premono tra le natiche al ritmo del basso. È un’orchestra bizzarra, un concerto improvvisato dove ogni nota è un’invocazione, un richiamo, una promessa.
Poi entrano loro.
La banda di leather, mezzi ubriachi, si appropria immediatamente della scena con voci sguaiate e gesti teatrali. Sono la versione notturna dei guerrieri di strada, eredi degeneri di un’onorabilità svanita, relitti di un tempo in cui la violenza era un linguaggio e non solo un capriccio. Uno di loro si incolla a un bellimbusto, gli lancia battute che sono promesse e minacce insieme. Ma il bellimbusto non molla il suo ragazzo.
Il gioco si fa serio. La tensione si addensa nell’aria come un nodo difficile da sciogliere. Il leather alza la voce, la trasforma in un lamento irato o in una supplica disperata, a seconda della sbronza. Poi, come sempre accade in questi posti, la situazione si risolve da sé. Un colpo, uno strattone, un ruggito trattenuto: e l’ubriaco vola fuori, accompagnato da uno sguardo complice dei gestori. Il portafoglio, ovviamente, resta all’interno.
Quando anche tu esci, senti un vuoto nelle tasche. Solo il mattino dopo, con la testa stretta in una morsa e la bocca impastata, ti accorgi che ti manca più di qualche spicciolo. Ma non importa. La notte è stata un successo.
Skeeen segue con lo sguardo un uomo che attraversa la strada. Cammina in modo strano, un’andatura sbilenca che attira l’attenzione. Powerfist è fermo, immobile. Skeeen aspetta che riparta.
Tante volte si è chiesto quale sia il modo migliore di raccontare questi eventi. Sarebbe più efficace giocare con la struttura, aggiungere nebbia e sfocature, creare un senso di mistero studiato, calcolare le coincidenze. Un’illusione calibrata alla perfezione, un inganno ben orchestrato. Arte, sì. Onestà, poca.
Ma non oggi.
Oggi Skeeen esce dal locale e sente l’aria fredda che gli strappa il respiro. Si ferma un istante, gli occhi che si muovono lungo la strada deserta.
Da un lato, un edificio basso, le pareti bianche interrotte solo da una grande porta aperta che lascia intravedere un giardino incolto, sepolto sotto un tappeto di sterpaglie ghiacciate. Dall’altro, una fila di case anonime, la pietra grigia che si confonde con il cielo lattiginoso. I balconi di ferro hanno arabeschi rigidi e identici, resi ancora più evidenti dalla neve accumulata.
La città è sospesa. Il tempo ha smesso di scorrere.
Skeeen si stringe nel cappotto e sorride appena. “Il teatro non fa per me” mormora, lasciando che il fiato si condensi nell’aria gelida. “Meglio attenersi ai fatti. Raccontarli come sono. Senza effetti, senza filtri.”
E con un ultimo sguardo alla strada, si allontana.
41.
L’unico punto di connessione tra le due crisi che ho vissuto, quella passata e quella che sto vivendo ora, risiede in una sensazione che entrambe hanno condiviso, seppur in forme diverse: una frenesia travolgente, un’euforia incontrollabile che, all’inizio, ci fa sentire invincibili. È un tipo di eccitazione che, quando arriva, non chiedi neanche il permesso. L'ho vissuta per la prima volta senza nemmeno rendermente conto: come una forza che ti solleva e ti getta in un vortice, facendoti dimenticare ogni possibile conseguenza. Nella sua forma più pura, l'euforia ti rende cieco al mondo che ti circonda, ti fa ignorare la realtà e ti spinge verso un desiderio animalesco che sembra non avere fine. Quando tutto è frenesia, è come se la vita diventasse un grande spettacolo dove il presente è tutto, e il futuro non esiste.
La seconda crisi, quando è arrivata, è stata come una replica della prima, ma con una consapevolezza più lucida. Non avevo più quella sensazione di invincibilità, ma di certo c'era ancora quel fuoco, quella brama di vivere, di fare, di consumare. L’euforia è rimasta, ma il suo sapore era cambiato, come se l’avevo assaporata e ora ne conoscessi il retrogusto amaro. Quando la seconda crisi è esplosa, mi sono reso conto di quanto fosse profondo il vuoto che avevo dentro. Quella stessa euforia che mi aveva lanciato nel mondo, mi stava ora risucchiando, facendomi sentire come se ogni passo che facevo fosse più pesante del precedente, ma senza alcuna intenzione di fermarmi. Volevo solo andare avanti, come se la velocità e la frenesia fossero le uniche cose che potessero salvarmi.
E nel frattempo, l’Europa sta lentamente affondando, non tanto fisicamente, ma spiritualmente e culturalmente. Sprofonda in un mare di incertezze che sembra non avere fine, come se avesse perso il timone da tempo e ora seguisse una rotta incerta, incapace di orientarsi nel buio. La gente in Europa sta invecchiando, non solo nel corpo, ma soprattutto nello spirito. Ci sono tanti che vivono nel passato, che non sanno come affrontare il presente, ma lo fanno comunque, aggrappandosi a vecchie idee, a tradizioni che non parlano più la lingua di oggi. Siamo diventati un continente di vecchi, di sordi alla chiamata del futuro. Eppure, in questa decadenza, qualcuno potrebbe ancora salvarsi, magari con quella che Nina definisce “arca elettronica”: un salvagente digitale, una via di fuga che si rifugia nelle nuove tecnologie, ma che forse non risolverà mai il vero problema. L’Europa sta perdendo la sua identità, ma si aggrappa all’illusione che qualcosa o qualcuno la possa risollevare. E chissà, forse qualcuno riuscirà a trovare una via di salvezza, lontano dai disastri che ci circondano, ma non credo che sarà l’Europa a farcela.
Nel frattempo, nei paesi dell’Est, dove tutto sembra più arretrato, dove la religione sta tornando, sta accadendo un fenomeno diverso. La gente, in quelle terre, sembra aver riscoperto qualcosa di vero, qualcosa che non dipende dalle parole vuote dei governanti o dalla fede che viene imposta. Nina dice che lì si sta sviluppando una nuova forma di fede, una fede che non è quella della chiesa o delle strutture religiose, ma una fede più personale, più radicata in ciò che siamo, in ciò che possiamo diventare. Un ritorno a se stessi, una rinascita che nasce non dalla speranza che qualcuno ti salvi, ma dalla convinzione che tu stesso puoi trovare una via per uscirne. Non è una fede che ti impone qualcosa, ma che ti invita a cercare dentro di te la forza per andare avanti, per non farti inghiottire dal caos.
Skeeen, fin dal primo pugno che gli è arrivato nello stomaco, ha capito che il mondo che lo circonda è un palcoscenico di disperazione e di lotta. È stato il pugno, il primo impatto fisico con la realtà, che lo ha spinto a guardare più in profondità. Ha visto l’odore della morte, la vita che sembra sfuggire a chiunque, eppure lui è riuscito a sentire quel momento, ad assorbirlo, capendo che ogni cosa, ogni gesto, ogni respiro, è solo un pezzo di un puzzle che non riusciremo mai a completare. Ma c’è anche una bellezza in questa consapevolezza, un qualcosa che ti permette di sentire la vita in tutta la sua intensità, per quanto dolorosa e assurda possa sembrare. Brad Davis, con la sua figura di uomo comune, diventa il simbolo di una verginità che affonda radici in un passato secolare. Non è solo un attore, è un’icona che racconta una condizione più profonda, un simbolo di come la società trattiene e schiaccia chi cerca di essere diverso, di essere qualcosa che sfida la norma.
Norman, invece, si trova in una posizione diversa. È un artista che provoca, che spinge al limite ogni sua idea. Racconta della sua installazione fatta anni fa, dove ha esposto ventimila polaroid di culi. Era una follia, ma anche una riflessione sul corpo, sull'esposizione, sul desiderio. In mezzo a tutte quelle immagini di carne, ce n'era una sola che non si vedeva. Una polaroid che mostrava un cazzo in erezione. Nessuno l’ha notata, e nessuno sa che quella foto appartiene a lui. Un gesto di ribellione, ma anche di isolamento, di ricerca di qualcosa che vada oltre la superficie. Norman, nel suo modo di essere, è un enigma: una figura che ti costringe a guardare oltre, a cercare la verità dietro la provocazione. "A casa mia nessuno scopa mai," dice, ma la sua vita è un continuo racconto di desiderio e frustrazione, di pensieri che ruotano intorno all'arte, ma che non trovano mai il loro spazio per esprimersi veramente.
E mentre tutto questo accade, la voce di una persona al tavolo accanto emerge, riflettendo su ciò che veramente cerca nella vita: “L’unica cosa che mi interessa sono le sensazioni forti, e con le coppie riesco sempre a trovarle.” È un desiderio di intensità, di emozioni che travolgono, di esperienze che non possano essere ignorate, ma vissute in pieno, senza remore. Quella ricerca di un appagamento che non arriva mai, ma che ti spinge a continuare, a cercare ancora. Due uomini al bancone si guardano in modo sospetto, come se l’uno stesse cercando qualcosa nell’altro, senza volerlo ammettere. Un altro uomo entra nel locale, portando con sé l’odore di popper, un segno di una vita che si aggrappa a momenti fugaci per sentirsi vivo. La sua presenza è un segno, una nuvola di vapore che lo segue, mentre si avvicina sempre di più, attratto da qualcosa che non riesce a definire. Si prende il bicchiere e sorseggia lentamente, come se fosse l’unico gesto che lo tiene ancorato alla realtà. E nel frattempo, il DJ cambia traccia, e la pista da ballo si riempie di corpi che si muovono freneticamente, come se nulla potesse fermarli. La danza diventa un modo di sfuggire alla realtà, una fuga che però li lega ancora di più, in un vortice che li spinge a ballare sopra corpi stesi, sopra ciò che ormai è caduto, sopra le rovine di un mondo che non riesce a rimanere in piedi.
42.
Skeeen si riflette su un processo che sembra meccanico, ma che in realtà si è formato lentamente, come una difesa inconscia, un meccanismo di protezione che si è radicato dentro di lui nel tempo. "La cattiva coscienza che cresceva in me", dice, "è diventata una sorta di scudo contro il dolore fisico, un rifugio che mi permetteva di credere, anche se non ci credevo affatto, che per me non ci sarebbe stato più spazio per la luce, per un sorriso, per una voce che mi raggiungesse". È un pensiero che non è mai davvero solo razionale: c’è una sorta di rassegnazione in queste parole, come se quella difesa psicologica, pur se dolorosa, fosse l’unica cosa che potesse proteggerlo dall’inquietudine che provava nel vivere. La luce, che per qualcuno è simbolo di speranza e salvezza, per lui si è trasformata in qualcosa di irraggiungibile, in un sogno ormai troppo lontano. Questo pensiero non è solo un atto di protezione, ma anche un tentativo di dare un senso alla sua sofferenza, un modo di razionalizzare l'oscurità che lo circonda.
E poi, c’è un salto brusco nelle sue parole, un cambiamento di tono che fa emergere un altro aspetto della sua esistenza. "La cosa che mi piace di più quando scopo con le coppie", continua con una naturalezza disturbante, "è affondare le dita fra le loro natiche morbide e pelose. Più sono pelose, più mi piace. Mi piace quando l’altro sta solo a guardare, senza fare nulla, ma a volte, qualcuno vuole partecipare, e così finisce che affondiamo le mani insieme, come se la carne stessa avesse bisogno di essere invasa in modo estremo. Una volta, uno ha voluto fare qualcosa di ancora più spinto, più provocatorio: infilare un pugno, il suo e il mio, nel buco larghissimo che non avevo mai visto. E c’erano altri pugni pronti a entrare, uno dopo l’altro. È stato un gioco pazzesco, che non avevo mai provato prima, qualcosa che sfidava ogni limite. Mi hanno spiegato che quello era il risultato di anni di esperimenti e abusi, infilando ogni cosa possibile fra quelle natiche. Ormai, il tipo non riusciva nemmeno più a trattenersi. Non mi ha fatto schifo, certo, ma mi ha fatto pensare su come certe persone si riducano, su come il corpo e la mente vengano trasformati dalla ricerca di piacere estremo. Eppure, molte coppie sembrano fatte così: ti raccontano storie, spiegano perché e come sono arrivati a quel punto, come se volessero giustificare ogni cosa. E, alla fine, ti viene voglia di scappare, di non frequentarli più, perché preferisci goderti il piacere senza troppe complicazioni mentali, senza la necessità di ascoltare tutte quelle storie. E mentre te le raccontano, ti rendi conto che, sinceramente, non te ne frega nulla."
Questa riflessione va oltre il semplice desiderio carnale, si spinge nel cuore della solitudine e della disillusione di Skeeen. Lui è consapevole della disconnessione che prova verso il mondo che lo circonda, un mondo dove il piacere e il dolore sembrano mescolarsi in un cocktail che non sa più come gestire. Da un lato, c’è il corpo che continua a rispondere, ma dall’altro, c’è la mente che cerca un senso che non riesce a trovare. In ogni incontro, in ogni situazione, c’è una crescente sensazione di distacco, come se tutto fosse diventato un atto meccanico, un rito che non suscita più emozioni reali, ma solo un vuoto che si allarga.
La scena si sposta poi su un'altra esperienza, che segna una fase ancora più decisiva della sua crisi: un incontro con un mondo che sembra l’antitesi stessa della normalità. "Mi trovavo in questo posto che sembrava più un inferno che una discoteca", racconta con una certa freddezza, come se ormai niente potesse davvero scioccarlo. "Era un luogo che esprimeva la sporcizia e il degrado della nostra esistenza. La pista da ballo era circondata da spazi oscuri, angusti, angoli dove la luce non arrivava mai. La zona bar, che di solito dovrebbe essere un punto di ritrovo per chi cerca un po’ di relax, era diventata un luogo di consumazione di un piacere sfrenato, insostenibile. C’erano camere, sling, labirinti, saune finlandesi e turche, piscine che sembravano diventate un ricettacolo di corpi stanchi, consumati. Ma, tutto era terribilmente sporco, il caos regnava ovunque. Ero lì con alcuni amici che, dopo aver bevuto e preso popper, avevano deciso di andare in un altro posto, nonostante la mia strenua resistenza. Non riuscivo a concepire l’idea di entrare in un luogo del genere, mi sembrava tutto così lontano da ogni logica, da ogni senso di normalità. Avevo sempre odiato ogni tipo di orge pre-organizzate, eppure, mi resi conto che erano così avanti, ubriacati dal piacere e dallo stupore, che non riuscivano nemmeno a pensare alla follia di quel piano. Così, li seguii, ma con il cuore pesante, sapendo che stavo entrando in un altro posto di infame sporcizia, un luogo che non avrei mai immaginato potesse esistere. Era una farsa, un gioco malato, ma lo stavo vivendo."
Il suo pensiero diventa più profondo e angosciato. "Capì che avrei dovuto bere per adattarmi, ma non avrei mai preso popper, perché sapevo che mi avrebbe fatto sentire ancora più distante. Così, per non soccombere al caos che mi circondava, mi rifugiai nel mio silenzio. Mi presentavo in giro, cercando di sembrare parte della conversazione, ma in realtà ripetevo a me stesso i consigli che mi aveva dato mia nonna, cercando di restare lucido mentre gli altri si lasciavano trasportare dalla follia. Cercavo di non pensare, di non farmi coinvolgere, ma era impossibile ignorare l’aria che respiravo. Rispondevo ai loro sarcasmi con un sorriso forzato, ma dentro di me mi sentivo ferito, offeso dalla loro leggerezza. Mi sentivo estraneo, come se il mio essere lucido e presente fosse una colpa, come se non appartenessi più a quel mondo. La distorsione della realtà era palpabile, ed io, nel mio mutismo, cercavo di capire che stavo vivendo una realtà che non mi apparteneva. Cercavo di mantenere una distanza, ma anche questo diventava più difficile ogni minuto che passava."
Alla fine, la sua resistenza si manifesta in un gesto simbolico.
"Guardavo intorno a me e capivo che non aveva senso insistere. Ogni movimento, ogni parola, sembrava sprecata in un mondo che non mi apparteneva più. La realtà che mi circondava era una serie di frammenti, come polvere sospesa nell’aria, che non riuscivo a raccogliere o a dare un ordine. Le persone intorno a me sembravano agire come automi, senza alcuna consapevolezza di quello che stava accadendo, semplicemente immersi nel loro desiderio di sperimentare, di cercare un piacere che, evidentemente, non bastava mai. Mi bastava guardare quei corpi che si intrecciavano, quelle facce vuote che si riflettevano nella luce stanca delle luci al neon, per capire che il gioco era finito. Non avevo bisogno di fare altro, perché l'immagine di ciò che stavo vivendo era abbastanza chiara: la disperazione di cercare un senso in un mondo che sembrava averlo perso.
Mi sentivo come un testimone di una tragedia, ma una tragedia che non sembrava avere fine, che continuava a ripetersi nei gesti e nelle parole degli altri. Non c’era spazio per il recupero, per il ritorno a un ordine più sano, perché tutti sembravano così lontani da una possibilità di salvezza, imprigionati nel loro ciclo di piaceri ed eccessi che li rendevano incapaci di pensare a ciò che stava realmente accadendo. Tutto era troppo meccanico, troppo vuoto per essere vero. In qualche modo, la loro follia mi era diventata un peso, un peso che non riuscivo più a sostenere. Ogni volta che cercavo di aprirmi, ogni volta che provavo a parlare, mi sentivo assorbito dal vuoto che si stava espandendo intorno a me. Non avevo più voglia di ascoltare, non avevo più voglia di partecipare, perché ormai nulla mi sembrava autentico. La solitudine era diventata un’amica silenziosa, ma potente, che mi dava la forza di restare fermo, di non cadere in quella spirale.
Poi, mentre osservavo ancora una volta quei corpi intrecciati, quel continuo flusso di desiderio e frustrazione, capii che l’unica cosa che mi restava da fare era non cedere. Non cedere a quella pressione sociale, a quella routine di piaceri sfrenati che sembravano dominare ogni cosa. E fu in quel momento che, senza volerlo, il mio corpo divenne più rigido, il mio sguardo più fisso. Non ero più presente con la mente, ma con il mio corpo, il quale si faceva sempre più distante dalla follia che mi circondava. L’atto di rimanere fermo, di non muoversi, di non reagire a quello che accadeva intorno a me, divenne la mia unica forma di resistenza. Mi rifugiai nel silenzio, nel mio angolo, mentre gli altri continuavano a giocare il loro gioco.
Guardavo, ma non vedevo più. Sentivo, ma non ascoltavo. La gamba di marmo, alzata con enfasi, diventò il mio simbolo. Un simbolo di rifiuto, di separazione, ma anche di impotenza. Il piede sollevato sembrava una dichiarazione di distanza, di disconnessione, un tentativo di non essere coinvolto, ma anche di non essere annientato. Ogni passo che non facevo, ogni parola che non dicevo, diventava una ribellione silenziosa. Non ero più parte di quel mondo, eppure, in qualche modo, lo ero ancora, intrappolato nella mia stessa esistenza.
Mi chiesi, in quel silenzio che ora sembrava più intenso che mai, se avessi mai potuto davvero uscirne. Se fosse possibile ritrovare un senso, un ordine che non fosse corrotto da tutta quella sporcizia emotiva e fisica. Eppure, sapevo che non c'era risposta, che ogni riflessione su questo tema sarebbe stata vano tentativo di trovare una soluzione che non esisteva più. Mi bastava guardare intorno a me per capire che non c’era via d’uscita. Il mondo, quel mondo, continuava a ruotare senza che io potessi davvero fermarlo, a una velocità frenetica che mi faceva sentire insignificante.
La gamba di marmo restava alzata, simbolo di una resistenza che non aveva più un obiettivo, ma che, nonostante tutto, continuava a esserci. Forse era l’unica cosa che riuscivo ancora a fare: resistere.
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onTV
La scena si apre in un’atmosfera sospesa, un mondo congelato nel momento esatto in cui la musica si ferma. Il battito del cuore sembra accelerare, ogni respiro diventa più pesante mentre il silenzio cala come un velo. Vanessa Vaz è la figura che emerge, come una luna che sorge da dietro le nuvole, una presenza eterea, ma potente, il suo corpo si muove con una grazia che sembra sfidare la gravità, come se ogni passo fosse una danza tra la realtà e il sogno. La luce si riflette sul suo corpo, accentuando l’eleganza dei suoi movimenti, eppure dietro quella bellezza c’è una verità oscura, un'ombra che si nasconde tra le pieghe della perfezione. Ogni suo passo è un segreto che non vuole essere svelato, un enigma che affascina chi la guarda, ma che al tempo stesso li lascia disorientati, incapaci di afferrarlo completamente. La sua presenza è come una promessa di qualcosa che non può essere raggiunto, una bellezza che non è mai davvero posseduta.
Nel frattempo, l’atmosfera di El Horno si fa pesante, come se tutto fosse sospeso nel tempo. La scena che si sviluppa attorno a Skeeen è un riflesso di una realtà che sembra sfuggire al controllo. L’esaltazione di un momento che si dissolve lentamente in un vuoto doloroso, mentre il suo corpo sembra opporre resistenza alla stanchezza che lo invade. “La mente, pur così lucida,” dice Skeeen con una calma gelida, “non può mai giustificare la menzogna, non c'è verità quando si cerca di sfuggire a ciò che è difficile da affrontare.” Le sue parole sono più di una riflessione, sono una dichiarazione di guerra contro se stesso e contro il mondo che lo circonda. In ogni sua frase c’è un desiderio di scoprire la verità, ma anche un timore che la verità, una volta rivelata, possa rivelarsi troppo dolorosa da sopportare.
“La mia fiducia, quella che credevo di avere in me stesso, ora scivola via come sabbia tra le dita,” continua Skeeen, guardando lontano, come se stesse cercando qualcosa nell’orizzonte. “L’unica cosa che mi resta, l’unica preoccupazione che mi consuma, è quella di risvegliare il tuo interesse, di mantenere viva questa fiamma anche quando sembra che tutto stia per spegnersi. Mi sforzo di sembrare vulnerabile, di mostrare quei difetti che agli occhi degli altri potrebbero sembrare segni di debolezza, ma che in realtà sono il mio modo di manipolare la tua percezione, di portarti esattamente dove voglio che tu vada, dove voglio che tu resti. Fino a questo punto. Fino a questo istante.”
Quando la musica si ferma bruscamente, l’energia che aveva avvolto la stanza si dissolve in un attimo. Il DJ, che prima era stato il regista del ritmo, ora è solo una figura minacciosa, fuori controllo. La sua rabbia si riflette nel modo in cui stringe il microfono, come se quello fosse l’unico strumento che gli restava per mantenere una parvenza di potere. La pista si svuota velocemente, i danzatori si ritirano ai tavoli, alcuni con un’esibizione di indifferenza, altri con un atteggiamento provocatorio, come se il loro gesto fosse un atto di resistenza. È come se ogni movimento diventasse un messaggio che cerca di sfuggire al controllo, una lotta per mantenere una qualche forma di libertà in un ambiente che ora sembra soffocante.
Il freddo fuori è tagliente. La neve che si è accumulata nelle strade e sui tetti è diventata compatta, dura, come un muro che separa il mondo dall’interno di El Horno. Dentro, però, l’atmosfera è ancora più gelida. Le pareti, ricoperte di bassorilievi inquietanti, raccontano storie di corpi e di desideri, ma anche di violenza e di oscurità. La parola A-L-B-A incisa nel muro, simbolo della fine della notte, è come un avvertimento, una dichiarazione che il giorno sta per arrivare, portando con sé la luce e la verità, ma anche una nuova paura. La paura di ciò che succederà quando il buio finalmente si diraderà.
Skeeen, come se fosse consapevole di ciò che sta per accadere, riflette ancora. “La paura di essere ingannato, di non essere mai abbastanza, mi ha sempre tormentato,” dice, le parole che pesano come pietre. “Mi ha impedito di vedere me stesso come sono davvero. Mi ha fatto credere di essere più grande di quello che sono, più importante, come se fossi un eroe quando in realtà ero solo un uomo che cercava di sopravvivere in un mondo che non lo capiva. Ma c’è qualcosa di liberatorio nell’ammettere la propria insignificanza. La mia vita, seppur piena di difetti, è libera da tutte le menzogne che mi erano state imposte. È una vita che non deve rispondere a nessuna aspettativa, che non deve essere misurata con il metro delle lodi o dei riconoscimenti. È questa la mia vera libertà.”
Un altro uomo entra nella stanza. La sua presenza è immediata, dominante. Si siede vicino a un altro, le gambe divaricate in un gesto che grida un’affermazione di sé. “Sono un vero uomo,” sembra dire con quel movimento. Ma c’è qualcosa di più sottile, di più profondo in quella sua postura. È come se stesse cercando di dimostrare qualcosa che non ha mai avuto bisogno di essere detto, come se il suo corpo fosse il riflesso di una mascolinità che si fa palese attraverso l’esibizione di potere, ma che in realtà è solo una maschera per nascondere le sue paure più profonde.
Skeeen osserva tutto questo, come se fosse un osservatore esterno della propria vita. “La presenza di un nemico,” dice con tono riflessivo, “è una fortuna che pochi riconoscono. Non si tratta di combattere per vincere, ma di affrontare la propria paura. Non cercavo la gloria, né il successo, né il dominio sugli altri. Cercavo solo di affrontare il mio destino, di accettare ciò che mi stava accadendo senza illusioni, senza l’idea che avrei potuto cambiare qualcosa. Non ero un eroe, non cercavo di essere un eroe. Eppure, quella lotta, quella sofferenza che avrei dovuto accettare, era qualcosa che avrei dovuto abbracciare per poter finalmente essere libero.”
Il pensiero di Skeeen si fa più cupo. “La realtà non è mai quello che pensiamo. Non arriva da lontano, non è un messaggio divino, non è un destino che ci chiama. È qui, sotto i nostri occhi, nascosta nella routine, nei gesti quotidiani. La mia realtà, quella che mi ha distrutto, non veniva dall’alto, ma dal basso, dalla strada, dalle urla e dalle risate di chi viveva la sua vita con una falsa convinzione di libertà. Gli stessi che andavano al Sekreta, al disco-club più fetido, indossando jeans rovinati e scarpe di fango, come se tutto fosse un gioco. Ma quella non era la loro vita, era una fuga da qualcosa che non riuscivano ad affrontare.”
Nel mezzo di questa riflessione, Skeeen cita Norman, l’uomo che aveva scritto la sceneggiatura di un film in tre giorni, durante una lunga astinenza. La sua vita, la sua sofferenza, sono diventate il cuore di quella narrazione, ma c’è anche qualcosa di più oscuro in tutto questo. La visione che Norman aveva di se stesso, del mondo, era quella di un uomo che non riusciva a vedere la sua stessa solitudine. La sua casa, un luogo in cui non succedeva mai nulla, è la metafora di un’esistenza vuota, in cui la solitudine diventa un rifugio per non affrontare la realtà.
La stanza, che all’inizio sembrava un semplice ambiente, diventa un luogo senza tempo. El Horno non è solo un club, ma un labirinto di riflessioni, un luogo dove le illusioni diventano realtà e la realtà si dissolve nelle illusioni. Powerfist, il simbolo di una forza bruta che si erge sopra tutto, diventa il rappresentante di un potere che si nutre della sofferenza altrui. Il suo dominio è quello di chi sa che la lotta non finisce mai, che il dolore è l’unico prezzo per accedere a una verità che nessuno è pronto ad affrontare.
La battaglia, quella vera, non è mai quella che vediamo. È quella che si combatte dentro di noi, tra le ombre e le luci che si intrecciano nei nostri cuori.
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Skeeen, ancora una volta, non ha trovato nulla di meglio che ripetere la sua truffa. Non ha nemmeno il desiderio di trattenersi, rivelando ogni singolo dettaglio a chi è stato vittima del suo inganno. La scena che si dipinge è di una forza sovrumana, come se le terre stesse si sollevassero al suo passaggio, strappando e riscrivendo le regole dell’esistenza. Ogni suo gesto sembra alterare la realtà, facendo vibrare l’aria e modificando l’ordine del mondo. La sua presenza è l'inizio di una nuova dominazione, una ribellione silenziosa contro ogni regola precedente, ogni legame con il passato. È come se il suo corpo, ormai segnato dal tempo, fosse in realtà un’apparenza, un’immagine che nasconde una profondità sconosciuta. Il suo movimento tra queste terre, che sembrano quasi invecchiate con lui, trascina tutto, rendendo la sua figura una presenza che non può essere ignorata. Non si tratta solo di un uomo che cammina, ma di una forza inarrestabile, di una creatura che va oltre il suo stesso corpo.
La sua figura è quasi mitica, la bestialità del suo viso esaltata dai riflessi rossi del suo pelo. Quando si muove, tutto intorno sembra brontolare, come il tuono che precede la tempesta, eppure lui avanza senza fretta, come se il cammino stesso fosse la sua condanna e la sua salvezza. Ogni passo è una sfida al tempo, un confronto diretto con l'inevitabile. La sua immagine è come quella di un mostro che, purtroppo, è anche la sua stessa creazione. La sua vecchiaia è solo una maschera, un gioco di illusioni che si dissolve nell'intensità della sua presenza. Ogni piega sul suo viso racconta una storia, ogni segno della sua pelle è un capitolo della sua vita, ma tutto si mescola in un'unica narrazione: quella di un uomo che sfida il tempo e la realtà stessa. È un enigma, la cui verità sembra sfuggire a chiunque cerchi di comprenderla.
Poi c’è Nina, la sua voce che riecheggia nel vuoto, mescolando risate e lacrime in un’armonia dissonante. La sua ironia sembra confondere ogni certezza in Skeeen, un’ebbrezza che rasenta la disperazione, ma che porta con sé un barlume di felicità impossibile da afferrare. Ogni suo movimento è un contrasto, ogni parola una promessa di salvezza che subito diventa irraggiungibile. È come se il mondo di Skeeen si frantumasse in mille pezzi quando la sente, eppure quella frantumazione è l’unica cosa che lo rende ancora vivo, ancora in grado di lottare. Nina non è solo una voce, ma la sintesi di tutto ciò che Skeeen ha perduto e che, in qualche modo, è ancora in grado di desiderare. Il suo canto non è solo musica, è la trasposizione di un desiderio irrealizzabile, un ponte tra due mondi che sembrano non potersi mai incontrare. È una dissonanza che lascia dentro di lui un vuoto, ma un vuoto che è anche un riflesso di ciò che è ancora possibile, un barlume di speranza che risplende solo per un istante. È come se un’estasi incomprensibile precedesse sempre il suo canto, un attimo fugace di pura bellezza prima che la realtà lo inghiotta di nuovo. Ogni volta che Nina canta, Skeeen si perde, eppure quella perdita è la sua unica forma di verità.
In TV, le immagini si alternano: le attrici indiane, sempre pronte a farsi da spalla all’eroe maschile, e le modelle, che con grazia si esibiscono come fiori di loto, esprimendo una bellezza quasi divina. Ma dietro a questa perfezione si nascondono le cicatrici di un’altra realtà, quella dei colpi ricevuti e delle sofferenze non visibili. Ogni sfilata, ogni gesto sembra mascherare qualcosa di oscuro, come se la bellezza fosse solo un velo che nasconde un dolore che nessuno vuole vedere. Il dramma non è come sembrava all’inizio, è molto più pesante e travolgente, eppure invece di paralizzare, provoca una reazione: un desiderio di intensificare ancora di più l’intensità dell’evento, come un’onda che si abbatte con forza maggiore. Le luci brillano più intensamente, le ombre si fanno più lunghe, eppure niente sembra essere mai completamente chiaro. Le cose non vanno bene come era apparso fino a qualche minuto prima, ma in qualche modo questa nuova consapevolezza non fa altro che spingere a sfidare la realtà, a insistere ancora di più nel rappresentare l’impossibile. L'evento, il BOLGIASHOCK, diventa una parodia di sé stesso, un atto che si auto-trascende nel caos.
Poi, tutto si placa. Le mani si contraggono, gli occhi scrutano la stanza con una fame che non può essere saziata. Ogni movimento, ogni respiro sembra essere carico di una tensione che non trova soluzione. Il tempo, rappresentato dalle lancette di un orologio impreciso, scivola via, senza che nulla possa fermarlo. L’ora che passa non è mai quella giusta, eppure nessuno sembra preoccuparsene. L’aria è densa di un’energia stagnante, come se tutti fossero fermi a osservare qualcosa che non può essere compreso, ma che tutti sentono. Non si tratta di un attimo di quiete, ma di un preavviso, di una calma che precede un altro inevitabile scossone. Le lotte, la febbre, il disordine sono cessati, ma solo per un momento. Tutti sono fermi, immobili, come se l’immobilità stessa fosse una forma di resistenza, di sfida a un mondo che sembra non dare scampo.
La scena cambia di nuovo, e sullo schermo scorrono immagini di danze di corte Mughai, un’altra epoca che sembra riflettere un'altra forma di oppressione, come le modelle che indossano abiti militari in una sfilata che gioca con riferimenti storici, senza cercare di nascondere il contrasto. La tensione tra il passato e il presente è palpabile, come se il gioco delle apparenze non finisse mai. Gopal e Govind, i gemelli che accompagnano Sareena, sembrano camminare su una linea sottile, tra tradizione e modernità, tra il rispetto delle regole e la voglia di infrangerle. La loro presenza è un riflesso di tutto ciò che sta accadendo, una rappresentazione del disordine che si nasconde dietro ogni gesto perfetto. La loro camminata sulla passerella non è solo una sfilata, ma un atto di resistenza. La tensione è palpabile, eppure nessuno osa romperla, come se quella strana forma di eleganza fosse l’unico modo per resistere a un mondo che cambia, ma che non cambia mai abbastanza.
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Le persone ai tavoli di El Horno continuano imperterrite nei loro piccoli mondi, distanti l'una dall'altra come stelle in un cielo che non ha spazio per la prossimità. Le immagini della sfilata si fanno sempre più sfocate, un'eco lontana che perde consistenza. Il barista si rifugia in altre occupazioni, come se cercasse un luogo in cui nascondersi da tutto ciò che accade attorno a lui. “Le perversioni sono sempre esistite!” esprime una voce, senza alcuna volontà di scusarsi. La dichiarazione, che sembra sfuggire dalle labbra di chi non ha bisogno di giustificarsi, rimbalza nell’aria come un’onda invisibile. Le risate, i suoni della conversazione che si sovrappongono, arrivano lontano, giungendo a Skeeen come se fossero assorbite da un vuoto, come se tutto fosse filtrato attraverso una griglia di sensazioni che rendono tutto distante, sordo. Eppure, nonostante la distorsione dell'aria, queste voci continuano a vibrare, trasformandosi in una sorta di richiamo che nessuno sembra poter ignorare, un canto che attira senza resistenza.
Fuori dalla finestra, la città è un luogo deserto, silenzioso, dove le strade sembrano spettri di una vita che è stata o che forse è solo una proiezione. I lampioni sono pochi, lontani, deboli fari che sembrano quasi illustrare una realtà che non ha più direzione. Eppure dentro El Horno, l'atmosfera è diversa, un microcosmo che pulsa di vita e segreti. I corpi, come automi, si muovono in uno spazio che non chiede permesso per esistere. Le teste delle persone, come inquietanti enigmi, si mescolano in un gioco di sguardi ambigui, come se ogni volto fosse un'indicazione di qualcosa di non detto, di un pensiero che non troverà mai la parola. Nina, sempre presente, sempre diversa, canta. La sua voce, frenetica e capricciosa, attraversa lo spazio del locale con la forza di un temporale. Grida in lingue diverse, con acuti che sembrano esplodere come scintille, per poi ritornare in un giro vorticoso di suoni in cui la musica stessa non riesce a starle dietro. Il sintetizzatore, impaziente, tenta invano di accompagnarla, ma è lei che detta il ritmo, ogni battito del cuore sembra appartenere a una sua regia segreta. Quando si ferma, il microfono si trasforma in un estensione di sé, con un respiro grezzo che quasi emula un gemito animale. Poi il tedesco, un pezzo che entra ruvido e prepotente, scivola tra le parole come se fosse una partitura di Wagner, ma vissuta attraverso la lente dell'underground.
“Lei è il padrone, ordini!” La voce di Nina è tagliente, più forte di tutto il resto, eppure non lascia spazio a nulla di ordinario. Non è solo una performance, è una presenza, una manifestazione di energia che supera ogni limite. In quella frase c'è tutta la potenza di un’esplosione che non si placa, che non lascia respiro. Un gesto, una bacio, che poi diventa un atto di discesa nelle profondità. La sua bocca non è solo un mezzo per parlare, ma per imporsi, per segnare il territorio di chi ascolta. “Il grande errore è confondere l’eccitazione diffusa, non certo l’odore del mattino.” Le parole sono senza senso, non c'è una logica, solo un gioco di significati che restano sospesi. È la follia che diventa poesia, un urlo di verità che non ha alcuna intenzione di fermarsi. Lo lascia stupefatto, ma l’altro lo abbraccia con la fragile consapevolezza di aver vissuto qualcosa che non è mai stato programmato, qualcosa che ha alterato la realtà stessa. Eppure, non ci sono parole da dire. Lo portano via, lasciando un vuoto incolmabile, e il suo viaggio non si arresta, si perde in un vortice di euforia, di ricerca, fino a quando non si trova intrappolato in un amore che non è neppure amore, ma una lotta per il possesso, per il controllo di qualcosa che gli scivola tra le dita.
La leggenda cresce, si radica nel terreno di esperienze oscure e senza senso. Lo sconosciuto si mescola ai contorni di un mondo che non ha limiti. È accanto al coprofago in agguato, pronto a saltare su una preda che non sa di essere tale, nascosto in un angolo in cui tutto è permesso, tutto è consumato senza vergogna. I graffiti sui muri sono le tracce di un passato che non è mai esistito, simboli di una cultura che si costruisce sulla trasgressione, sulla ribellione, su un desiderio che non ha misura. La violenza, il sesso, il gioco della seduzione e della sopraffazione si intrecciano in un'unica danza in cui ogni gesto è segnato dall'assenza di regole. Lo sconosciuto è anche quello che si perde nei bassifondi della città, lontano dalle luci, dove il desiderio diventa un'arma e il corpo una merce da scambiare. Ogni incontro è una negoziazione, un patto tacito che nessuno vuole veramente stipulare, ma che è inevitabile.
Lo sconosciuto è colui che, sceso dall’autobus, cammina senza meta, osservando il mondo senza interagirci veramente, come uno spettatore in un film che non sa come finirà. È anche colui che si trova sopra la fossa merdosa, al piano di sopra di una casa, da cui si vede tutto, ma nulla lo tocca. È l’intellettuale romantico, che si perde nei riflessi dorati dei palazzi, dove il primo sole sembra accarezzare la sua pelle, mentre si lascia consumare da un altro, un ladro astuto che gli svuota le tasche. Ogni contatto è una violazione, un gioco di potere, ma nessuno sembra mai capire fino in fondo che ciò che sta cercando non è altro che la libertà di esistere in un mondo che non offre altro che illusioni.
Eppure, lo sconosciuto è anche colui che si perde in un angolo oscuro con un effeminato, pronto a minacciare con il coltello, a giocare con il rischio, a cercare nell’altra persona qualcosa che non sa definire. La violenza qui non è un atto, ma una condizione, una necessità, una parte di un gioco che è tanto fisico quanto psicologico. Lo sconosciuto è il ricevitore di questo gioco, colui che si lascia usare, ma che in realtà non ha mai perso il controllo. È l’uomo che attraversa l’oscurità, che si immerge nelle stanze buie e fetide dove il sesso è solo un mezzo per allontanarsi da se stessi, per dimenticare la realtà. Ogni incontro è un rischio, ogni atto è una sfida, ma lo sconosciuto non si ferma mai. Lui è colui che si sveglia stanco, con il corpo segnato da esperienze che non possono essere cancellate, ma che non smettono mai di definire chi è.
Ogni giorno è un inizio, un nuovo capitolo che si scrive nel buio di un’esistenza che non ha paura di esplorare la propria profondità. La ricerca di se stessi passa attraverso il desiderio, attraverso il piacere, attraverso il corpo che diventa la mappa di un mondo sconosciuto. Lo sconosciuto è l’uomo che ha visto tutto, che ha toccato tutto, ma che non si è mai veramente perso. La verità è che, in fondo, siamo tutti sconosciuti, alla ricerca di qualcosa che forse non esiste, ma che continuiamo a cercare.
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Fuori, la città sembrava anestetizzata. Le luci al sodio dei lampioni colavano sulle superfici come sudore vecchio. Nelle vie laterali, ogni cosa si era come assottigliata, rarefatta: nessun passante, nessun clacson, solo quella qualità strana del silenzio che sopravvive dove la vita ha smesso di avere fretta. Ma dentro il BolgiaShock — luogo di carne, plasma e devianza — tutto era invece teso, contratto, come pronto a esplodere. Le pareti trasudavano anni di umori repressi e urla ingoiate, lo spazio era suddiviso come il corpo di un animale sezionato: zona chillout, zona dark, zona croci, zona bagno (con o senza testimoni).
Nessuno entrava davvero nel Bolgia. Ci si veniva aspirati. Come in un sogno pornografico girato da Antonioni. E lì, come sempre, Powerfist non arrivò: accadde. Un’apparizione. Un’ipotesi di muscolo allo stato puro. Il suo corpo era un grumo di significati in conflitto, una scultura che rifiutava l’estetica per inseguire un altro tipo di presenza, più cupa, più assoluta. Non parlava, ma in lui si agitava una storia senza parole: qualcosa che aveva a che fare con la perdita, la fame, e una rabbia antica.
Fu un’onda. La folla si aprì per lasciarlo passare, non per rispetto — lì nessuno conosceva il rispetto — ma per istinto. Come si fa con le forze della natura, con gli animali selvatici, con certi amanti. Silenziosamente, Powerfist si fece largo tra le turbe, il suo sguardo era un sonar cieco, scandagliava a vuoto. Chi gli sfiorava la pelle, si voltava poi come scottato.
In un angolo, seminascosto da una tenda traslucida che odorava di lubrificanti e acrilico, l’uomo in pelle si specchiava in sé stesso. Era tutto lucidato, tutto eccesso. Aveva un modo fastidioso di esistere, come chi recita anche mentre dorme. Sbuffava frasi, si mordeva le labbra, si aggiustava la giacca come se fosse sotto riflettori immaginari. “Lo sai che qui dentro gli unici ad avere davvero un cervello sono quelli che nessuno guarda?” disse a nessuno in particolare. E si guardò attorno con quel suo ghigno da chi pensa di avere sempre ragione e ha perso il gusto di dimostrarlo.
Poi si aggrappò a un pensiero. “I giapponesi. Dove cazzo sono finiti?” sbottò, con un tono da manager dell’orgasmo. “Li voglio adesso. Non dopo. Non ‘forse’. Cinquanta in più? Ma anche cento. È l’adesso che conta.” Il rasato, che stava cercando di riparare un tubo del fumo artificiale con dello scotch da pacchi, alzò lo sguardo. “Me li ciulo subito,” aggiunse il tutto in pelle, “ché sennò poi mi tocca fare la fila, e con la fila muoio.” Nessuno rise. Il rasato abbassò la testa. Il tubo continuò a perdere.
Skeeen, intanto, sedeva su una sedia girevole che cigolava come un vecchio ricordo. Le luci rosse gli strappavano ombre dal volto. Aveva l’aria di chi ha lottato con la propria lucidità e perso con onore. “Il problema è il popper,” disse, “che fa sparire le frequenze basse. Non sento più chi mi segue. Né il mio fiato. È come se il mondo si fosse alzato due ottave sopra di me.” Poi tacque, come per ascoltare il proprio silenzio.
E di nuovo parlò, ma questa volta a bassa voce: “Non è mai stato semplice raccontarsi. Figuriamoci qui. In mezzo a gente che cerca solo carne, e odia chi gliene mostra il cuore.” Si accese una sigaretta ma la spense subito, come se il gesto stesso fosse già una stanchezza.
“Non mi piace questo paese. Non mi ha mai voluto. E io gli ho creduto,” disse. “Ho fatto quello che si fa: mi sono adattato, ho sorriso, ho scritto i messaggi giusti. Ma non è bastato. Non è mai abbastanza.” Poi guardò il soffitto, come se cercasse una conferma da un dio a caso. “Ho perso tutto. E il bello è che ho pure perso la soddisfazione di averci provato.”
Fece per alzarsi, ma non si mosse. “Quella sera... il pantalone tramonto. La camicia aperta. Il piede che toccava il mio. Io che parlavo a bassa voce. E tutto il mio desiderio che non sapeva più se essere preghiera o maledizione.” Una pausa. Poi: “Come si fa a spiegare questo? Come si fa a dirlo a chi non ha mai avuto paura di amare un altro uomo?”
Fu allora che la musica cambiò. Un battito più lento, più carnale. Skeeen si fermò. “C’è qualcosa nell’aria,” disse. “Un inizio che puzza già di fine.” Ma nessuno lo ascoltava.
“Ma dove sono finiti tutti?” chiese, come se gli fosse stato rubato un pubblico.
Powerfist, ancora lì, ora stava osservando le ombre scivolare nella zona dark. “Dove vuoi che siano?” disse, “seguono. Sempre. Basta uno carino che cambia stanza, e loro dietro. Non resistono. Sono greggi di carne.” E senza guardarlo, schiacciò la sigaretta nel portacenere. Il gesto fu lento. Inevitabile.
E mentre la brace si spegneva, e Skeeen si perdeva di nuovo nella voce che lo abitava, il Bolgia tornava a vibrare. Come un mostro che si stiracchia nel suo sonno febbrile. E fuori, nessuno sapeva nulla. Nessuno sapeva che, da qualche parte, qualcuno stava raccontando tutto questo senza essere creduto. E via, e via.
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Sotto i riflettori accecanti di un fashion show che incendia la notte — palcoscenico febbrile dove tutto scintilla e nulla si salva — la passerella si fa sacrario e carneficina. Le modelle scivolano come apparizioni in bilico tra sogno e comando: Vanessa Vaz apre la danza seguita da Audrey Casmiro, Simrit Lamba, Jayashri Gole, Phiroz Ewari, Sareena Vandana Sarin, Suchita Kumar. Le luci non le illuminano: le trafiggono. I loro nomi si pronunciano come scongiuri e i loro volti sembrano già stampati sulle pareti interne delle palpebre. Dicono che John Casablancas sarebbe pronto a vendere la propria ombra per averle. Eppure, dietro ogni sorriso, dietro ogni falcata perfetta, c’è qualcosa che non si dice. Un tremore. Una stanchezza profonda, un cinismo appena trattenuto. È la bellezza al suo stadio terminale, e sa di esserlo. Ride, ma ha fame. Brilla, ma perde sangue.
Intanto, in un altro regno dello stesso mondo — un regno unto, oscuro, impudico — Skeeen vaga dentro El Horno. I suoi passi, leggeri e incerti, sembrano quelli di un sonnambulo costretto a desiderare. Lo sguardo gli si spezza su ogni superficie riflettente: uno specchio, un cucchiaio, un occhio altrui. Il moro sta stringendo un corpo, lo chiama "safe sex", ma il confine tra salvezza e annientamento si fa evanescente. Un anello metallico, una cerniera che si apre, due corpi a terra, sparsi come oggetti perduti. E sopra tutto questo, la masturbazione rituale del moro, che si allontana con le dita appiccicose e l’aria serafica di chi ha appena compiuto un atto liturgico. Il pavimento è un cimitero di orgasmi. C'è qualcosa di infantile e crudele nel gesto, come se fosse un modo per rimanere in vita senza partecipare alla vita.
Skeeen si rifugia allora in quel che gli resta: la parola. Una parola ossessiva, tentacolare, che non risolve ma si diffonde come muffa. Ogni pensiero è un’onda che non raggiunge mai la riva. “Ma fingere di rinunciare agli artifici è l’artificio più raffinato,” si dice, mentre osserva un altro biondo entrare. Questi chiede solo acqua — un gesto quasi mistico — e il barista, con il petto villoso e il ghigno da santone, gli porge il bicchiere gelato come un’ostia profana. I loro occhi si toccano e subito si ritirano. Ma la tensione resta lì, nell’aria, come il profumo denso dei liquidi corporei evaporati. È un mondo in cui l’attesa è più erotica del contatto, e il contatto è più brutale del silenzio.
Skeeen, intanto, continua a raccontarsi. Si guarda da fuori e da dentro, si analizza come un entomologo ubriaco, sviscera il proprio narcisismo con disperazione. Le sue frasi sono tutte una difesa, un’accusa, un avvertimento. “Ma forse pensavano anche che io nascondessi sotto l’apparenza di calma un mondo di astuzie.” “Ma il mio turbamento… la mia goffaggine…” “Ma quando scopo, flutti di lussuria.” Ogni ma è una diga che cede. Ogni parola un’esitazione prima del crollo. Il pensiero si avvita su se stesso, e invece di chiarire, si fa schiuma, si fa nebbia.
È evidente che Skeeen non sa più distinguere se desidera o se imita il desiderio. Forse è solo un superstite che ha imparato a mimare i gesti del vivo. Ma ogni suo gesto è una domanda. Ogni sorriso, una richiesta di approvazione mascherata da disprezzo. Eppure, qualcosa in lui resta ardente, un bisogno quasi infantile di contatto, di spiegazione, di essere visto. “Ma avevo voglia di ballare con quei piedi,” confessa a un certo punto, parlando di un volto, di un corpo che lo ha preso alla sprovvista. E subito dopo: “Ma che vi importa?” Come se sapesse che ogni tentativo di giustificarsi è destinato al ridicolo. Come se sapesse che la verità non serve a niente se non ha un corpo caldo in cui versarsi.
Ecco il punto. Skeeen è il re della confessione senza perdono, della digressione interminabile, del pensiero che si rincorre fino a strangolarsi. Non ha più fame, né sete, né voglia di scopare. Ma proprio per questo ne è ossessionato. La privazione è la sua pornografia. E l’idea stessa del piacere è ormai una parodia, un esercizio intellettuale. Quando il tipo rossodipelo gli chiede “perché hai smesso?”, Skeeen risponde con l’aria di chi ha letto troppo: “Perché ogni tanto mi stufo di fare le cose. Anche respirare.” Ma non è vero. Perché mentre pronuncia quelle parole, già un altro spasmo di desiderio si agita dentro di lui. La carne è più testarda della filosofia.
L’illusione della sobrietà viene tradita da un solo sguardo, da un odore, da un lampo di carne. E così continua: un passo avanti e due indietro, come una danza sbilenca. “Ma promettimi che mi seguirai in questo sfacelo,” dice a un interlocutore invisibile, a se stesso, al lettore. E l’altro, o l’eco, risponde: “Lo prometto.” Ma chi è questo altro? Un doppio? Un amante immaginario? Il lettore che legge con un occhio solo, senza capire ma godendo?
Alla fine, Skeeen rimane lì. Un corpo tra corpi, una mente che balbetta in mezzo al rumore. E mentre El Horno sprofonda nella sua notte di musica e umori, lui resta con un piede nudo tra le mani e un dolore improvviso alla schiena. “Ma può anche capitare — e qui tocchiamo il mio caso personale — che le parole siano restie.” E allora, che gli resta se non raccontare questo lento naufragio, questo teatro di sfinimento, questa pornografia dell’anima che chiama col nome sbagliato il suo bisogno d’amore?
Nessuno chiama più. Ma Skeeen, ogni notte, risponde comunque. Risponde anche al silenzio. Anche al vuoto. Anche a chi non lo ha mai cercato. Perché forse è lì, in quella risposta senza destinatario, che si annida l’unica forma di fedeltà rimasta.
48.
Skeeen non aveva mai veramente tentato di estirparla, quella fame. La conosceva da sempre: una fame silenziosa, pulviscolare, che si depositava sul fondo della giornata come polvere su un mobile antico. L’aveva ribattezzata “bisogno importuno” non per ironia, ma per una sorta di rispetto: come si nomina un animale feroce per esorcizzarlo, o forse per accettarne la compagnia. Sapeva bene che quella fame non chiedeva pane o carne: era fame di corpo, certo, ma anche di sguardi, di occasioni, di parole dette con un secondo fine, fame di esistere dentro gli occhi di un altro. Fame d’ombra, a volte, fame di una luce diversa.
“Se la mia coscienza è sporca,” diceva a se stesso, “è solo perché l’ho usata. L’ho vissuta.” E in quel fango trovava una strana eleganza. C’era più nobiltà, secondo lui, nella coscienza consunta di chi ha desiderato fino allo stremo che nell’innocenza lucida dei benpensanti. “La vostra purezza non è che sterilità,” pensava, “una vetrina linda in un negozio chiuso.” Non cercava giustificazioni, Skeeen, non si nascondeva dietro il dolore: ma coltivava con metodo quella forma tutta sua di eroismo. Era l’eroismo dei corpi che resistono al silenzio imposto, che rifiutano l’educazione all’invisibilità. E in questo, lui si sentiva nobile, anche se crollava.
Poi c’erano quei canti. Tornavano senza preavviso, come odori di una casa mai vista eppure già abitata. Bastava una corrente d’aria o il rumore secco di una foglia sotto la scarpa perché la musica riaffiorasse: note che non riusciva a legare a nessun titolo, ma che lo facevano tremare. Erano come tessuti perduti, stracci di un mantello regale che aveva indossato in sogno. Quelle melodie lo ferivano con la delicatezza dell’infanzia: lo riportavano a un’età senza nome, a un amore senza volto. C’era qualcosa di sacro in quella musica, qualcosa che lo attraversava senza chiedere permesso, lo lasciava umido di nostalgia. In quei momenti Skeeen era solo e completamente umano, esposto, indifeso, bellissimo nella sua nudità emotiva.
Eppure c’erano anche momenti di beatitudine pura. Seduto su quella panchina – la sua panchina, quella che dava verso la curva dove il sentiero si perdeva tra i salici – sentiva il mondo posarsi addosso come una coperta leggera. L’aria portava odore di terra bagnata, e il sole, seppur pallido, lo scaldava come una mano gentile sulla fronte. Le macchine passavano in lontananza, piccoli tuoni civili sotto l’arco del ponte. Ogni rumore era parte di una sinfonia di cose vere: il grido acuto di un bambino che correva, il fischio lungo di un cane senza guinzaglio, il fruscio delle biciclette sul selciato. Tutto era presente. Tutto lo conteneva.
A volte, se il cielo era basso e il vento teso, Skeeen restava ore intere lì, seduto a decifrare i movimenti della gente. Non li spiava – no, non era quello. Li osservava con la tenerezza distaccata di chi ha rinunciato alla partecipazione ma ne conserva il desiderio. Si raccontava le loro vite con piccoli frammenti, inventava dialoghi, legava tra loro figure che non si erano mai viste. Era un modo per restare vivo. Per trasformare la solitudine in regia, il desiderio in letteratura.
E poi c’era la Fossa. Il nome lo usavano in pochi, e sempre con un certo tono. Per Skeeen, invece, quel posto aveva il suono di una parola d’amore. La Fossa era il confine del possibile: là dove la città smetteva di fingere, e lasciava che i corpi parlassero con voce propria. Una piana bianca e secca, tagliata da un torrente morto, bordata da alberi irregolari, piena di tracce umane. Lì tutto accadeva, e niente si diceva. Ogni sguardo era una domanda, ogni passo una risposta. I codici erano arcaici, ma precisi: lo sguardo abbassato, il movimento lento, la posizione nel campo. La Fossa era un teatro muto, un rito senza prete, un altare d’erba e di cemento.
Quella sera però qualcosa era cambiato. Forse il cielo, che si era abbassato troppo. Forse la sua stanchezza. O forse quella strana leggerezza che gli si era infilata nelle ossa come una febbre. Si sentiva stranamente libero, ma non felice. Era come se avesse perso il peso della paura, ma anche quello della prudenza. Gli occhi gli brillavano in modo diverso, e sentiva una musica nuova. Come se i ricordi, finalmente, avessero deciso di non proteggerlo più.
Il ragazzo, all’inizio, l’aveva solo sfiorato. Uno sguardo veloce, poi il corpo inarcato che si allontana. Skeeen l’aveva registrato, come si registra un passaggio di meteora. Non ci aveva pensato oltre. Poi però lo vide tornare. Attraversare il torrente secco, aggirare il tronco dell’abete. Lo vide fermarsi, confuso. Poi sparire ancora. Poi tornare, teso, irrequieto. Come un animale che ha fiutato il pericolo, ma non sa più allontanarsene.
Quando arrivò, Skeeen si alzò d’istinto. Il ragazzo non disse nulla. Solo un pugno, improvviso, rapido, frontale. Skeeen barcollò, ma non urlò. Si piegò sulle ginocchia, ma non si arrese. Altri due colpi lo buttarono a terra. Il suolo era duro, e profumava d’inverno. Rimase immobile. Sentì le mani che frugavano nello zaino. Udì il sibilo del cuoio intrecciato. Lo staffile. Un oggetto preciso. Un oggetto voluto. E non fu sorpresa, ma riconoscimento. Quel gesto portava in sé qualcosa che Skeeen conosceva: la furia del rifiuto che si fa desiderio rovesciato, la rabbia di chi non sa accettare la propria fame.
Avrebbe dovuto alzarsi. Gridare. Fuggire. Ma non lo fece. Si trascinò fino al tronco dell’albero morto, si appoggiò, si sedette come un dio stanco. Le gambe distese, il busto eretto, le mani sulle ginocchia. La schiena dritta. Una statua. Un’icona. Come se tutto quel dolore lo stesse trasfigurando. Sopra di lui, la volta del cielo era piatta, opaca, d’acciaio. E il mondo intorno, d’un tratto, tacque. Rimase così a lungo, ascoltando solo il proprio respiro. In quella posa ieratica, solenne, trovò la sua ultima forma: non una vittima, ma un testimone. Non un corpo ferito, ma un emblema. Una figura nuda che diceva, con silenziosa autorità: “Io sono ancora qui. E questo, che tu lo voglia o no, è amore.”
49.
Per comprendere appieno la situazione, è necessario tracciare un quadro completo, non solo dei fatti immediatamente rilevanti, ma anche di tutto ciò che sfuma sullo sfondo, che magari passa inosservato ma che, a ben vedere, incide in modo decisivo sugli eventi che si svolgono. L’ambiente in cui si muove Skeeen è più di un semplice spazio fisico, è un luogo carico di tensioni sottili, di fratture tra quello che appare e quello che si cela, dove ogni dettaglio, anche il più insignificante, sembra concorrere all’origine di una crisi che si distingue dalle precedenti non solo per la sua durata e intensità, ma anche per l’imprevisto modo in cui si trasforma. Non è una crisi che si svela lentamente, ma una crisi che emerge all’improvviso, avvolgendo Skeeen in una spirale di smarrimento vertiginoso, come se il piacere che stava cercando di definire e afferrare all'inizio, si fosse sgretolato sotto il peso di un’introspezione più profonda, che la rende incapace di riconoscere se stessa nel flusso della propria esperienza.
Mentre si abbandona al ballo, Skeeen sente che qualcosa sta cambiando dentro di lei. La consapevolezza della difficoltà che avrebbe incontrato nel comunicare con il tedesco di passaggio a El Horno non la turba, ma è come se un piccolo preavviso di disagio la sfiorasse, un’ombra che si allunga sul suo entusiasmo. Eppure, non le importa: il significato delle parole scambiate con lui sembra un accessorio superfluo in quella dimensione esaltante. La sua mente è altrove, e il corpo è il terreno dove l’esperienza si svolge. In un gesto meccanico, accende il trimmer per rifinire i capelli, che già sono rasati, mentre la sua figura mezza nuda si staglia in mezzo alla stanza. L’azione è priva di qualsiasi significato conscio, eppure, nell'intensità di quel momento, rappresenta una forma di controllo, una ricerca di ordine in un mondo che sembra tutto tranne che ordinato. La sua riflessione non si articola, ma si fa spazio come una consapevolezza sottile: le parole non sono necessarie, la danza è sufficiente, il corpo è un linguaggio che dice tutto senza bisogno di spiegazioni.
“Mi colpì con una forza devastante, le gambe mi cedettero, caddi sulle ginocchia,” racconta Skeeen, come se quel momento fosse ancora vivido nel suo corpo, come se il dolore fisico fosse l’unico elemento che riusciva a focalizzare. “Mi costrinsi a restare immobile, per un attimo, fissando quella piaga grigia e rosa, circondata da frammenti di sangue. Era qualcosa di ripugnante, come un ascesso su carne sana.” La sua descrizione è cruda, ma precisa, come se stesse cercando di fermare il tempo in un’immagine, in un dettaglio che le resti impresso per sempre. È un atto di resistenza contro la transitorietà della sua esperienza, come se la realtà che stava vivendo fosse troppo labile per non essere afferrata con forza.
Nel suo sguardo si riflette un’altra consapevolezza, quella della libertà. La libertà di allontanarsi da quella scena, di scappare verso il cancello che si trova a pochi passi da lei. Ma la libertà si trasforma presto in un pensiero ansiogeno: “Se non fossi scappata ora, avrei dovuto rinunciare per sempre. Non potevo andarmene.” Non è la paura di restare, ma il timore di non essere mai più in grado di lasciare quella situazione che la paralizza. La percezione della propria impotenza si fa strada e, più di ogni altra cosa, la paralizza. La possibilità di andarsene diventa, a sua volta, una prigione. È come se l’immagine del cancello fosse un miraggio: più lo guarda, più si allontana. C’è qualcosa di malinconico e di inevitabile in quel pensiero, come se la sua libertà fosse legata a doppio filo con una sorta di fatalità.
Nel frattempo, Nina, con la sua filosofia alimentare, esprime un pensiero che sembra scaturire da un’introspezione profonda e quasi mistica: “Non mangio nulla che sia vivo, come animali o pesci. Non perché sia vegetariana, ma perché, mangiando qualcosa che aveva un ego, finisci per acquisire quel suo ego dentro di te. E francamente, faccio fatica a liberarmi del mio.” Le sue parole sono strane, ma affascinanti, come una riflessione sull’essenza stessa della vita e dell’individuo. Il cibo, in questa prospettiva, non è solo nutrimento, ma una forma di connessione profonda con ciò che è stato, con ciò che è e con ciò che sarà. È un atto di fusione con la natura e, allo stesso tempo, una riflessione sul nostro legame con l’universo. Nina sembra voler sottrarsi a questa catena invisibile che lega ogni essere vivente alla propria essenza, quella che non si può ignorare, quella che si assorbe attraverso ogni atto, anche quello di mangiare.
Tra le conversazioni sparse nella sala, una voce si fa sentire. Un altro personaggio, che sembra osservare la scena con distacco, si esprime con una riflessione che potrebbe sembrare banale se non fosse per il tono di consapevolezza che la accompagna. “Al parco Nord, quella volta, ho capito che la mia visione di me stesso non era affatto compatibile con ciò che avevo imparato in anni di autoanalisi,” dice, con un’espressione che mescola il disincanto e la tristezza. Mentre la musica continua a riempire l’ambiente di El Horno, il suo discorso si fa più intimo. “Amo giochi di carattere fetish: pissing, bondage, il rapporto slave/master… ma non S/M, quello non mi interessa.” In queste parole c’è una ricerca, ma anche una frustrazione: la ricerca di una forma di libertà che non sia condizionata dalle convenzioni sociali. Eppure, quel desiderio di esplorare il lato più oscuro del proprio essere non è privo di conflitto. C’è un’oscillazione tra il desiderio di andare oltre i propri limiti e il bisogno di restare ancorati a una certa moralità, a una visione più tradizionale della sessualità.
Skeeen riflette ancora su ciò che l’ha legata a Godz, e il suo pensiero diventa sempre più chiaro. “Il suo desiderio di colpirmi era identico al mio desiderio di farmelo fare,” dice. È come se tra di loro si fosse creato un legame che andava oltre il semplice piacere fisico. Un gioco di potere e di vulnerabilità che li rendeva simili, sebbene ognuno con la propria visione della realtà. C’era una sorta di intesa silenziosa che li univa, una complicità che nasceva dal riconoscere nell’altro la stessa solitudine, la stessa insoddisfazione. Era un legame che sfidava la razionalità, ma che si nutriva dell’intensità del momento, come se fosse l’unica cosa che contava davvero.
Nel frattempo, un altro passante si dirige verso l’uscita del parco Nord, ma non senza fermarsi. “Vidi un gruppo di corvi che scavavano tra i rifiuti e, senza pensarci troppo, lanciai delle pietre. Il gesto non ebbe alcun effetto, se non quello di farli volare via, ma quel sasso lo avrei voluto lanciare a chi mi aveva colpito senza alcuna grazia.” Questo gesto, che sembra a prima vista insignificante, diventa simbolico: un atto di rabbia, un’espressione di impotenza che si scarica in un gesto fisico, come se lanciando la pietra si potesse scacciare qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre il semplice volo dei corvi. È una manifestazione della frustrazione di chi si sente schiacciato da un mondo che non sembra ascoltarlo.
Godz, infine, si interroga con un tono che sfida la razionalità: “Mi si vorrà dire che questo è delirio interpretativo? Non mi sono reso conto che avevo perso ogni lucidità con Godz? A cosa servirebbe continuare a descrivere eventi che, per una mente non predisposta, non hanno alcun significato? E infine, quel sentimento di abiezione, non è lo stesso che provano molti ubriachi? E cosa ha in comune con la mia crisi fatta di chiacchiere?” Le sue parole sembrano un tentativo di esorcizzare il caos che ha preso piede nella sua mente, ma, al contempo, ne sono anche il sintomo. È come se la sua stessa crisi fosse diventata una spirale dalla quale non riesce più a uscire. La lucidità si è dissolta, e ciò che resta è un continuo interrogarsi senza risposta, una ricerca di significato in un mondo che sembra non offrirgli altro che confusione.
50.
Non ne aveva mai parlato, neppure di sfuggita. Di quelle cose non si parla, non si spiegano, non si lasciano filtrare nemmeno nei racconti più sporchi o più intimi. Non è vergogna, non è segreto: è qualcosa di ancora più antico, una forma di pudore che non ha nulla a che vedere con la morale. È una zona muta del corpo. Come certi organi che non servono a nulla, ma che fanno male. Come un dente del giudizio incistato nella memoria.
Il flaconcino gli era arrivato in mano un giorno qualsiasi, come arrivano i gesti che poi cambiano tutto: senza cerimonie, senza avvisaglie, senza epifanie. Non ricorda da chi. Non importa. L’aveva tenuto stretto, come si stringe un lasciapassare, un gettone per l’ingresso a un regno da cui si sente sempre esclusi. Eppure, dal primo momento, qualcosa era andato storto. Come se il codice del proprio corpo fosse scritto in un alfabeto diverso da quello degli altri.
Gli altri – i suoi amici, i suoi amanti, gli sconosciuti delle darkroom e dei cessi bui – aspiravano una volta, due volte, poi si lasciavano andare come in un volo. Le bocche si aprivano, le mani correvano, i pantaloni scendevano, il tempo spariva. Lui invece si contraeva. Non per paura. Non per inibizione. Era una reazione fisica, misteriosa, ostinata: una forma di ritrazione, come quando un animale si finge morto.
Sentiva qualcosa, certo. Un giramento. Un distacco. Una leggerezza. Ma non portava da nessuna parte. Non saliva. Non apriva. Semmai chiudeva. Le sensazioni si spegnevano come luci che si abbassano in una stanza in cui qualcuno ha appena deciso che la festa è finita.
Dicevano che non era normale. Ridevano. Lo prendevano in giro. Alcuni lo guardavano con sospetto, altri con compassione. A lui non dispiaceva nemmeno. C’era qualcosa di aristocratico nell’essere fuori, nell’essere storto. Ma questo non toglieva il fatto che ogni volta usciva da quei momenti con una sensazione precisa: di aver recitato in un film senza conoscere la parte.
Eppure, a distanza di tempo, quando tutto si ricomponeva nella mente come un vecchio film rivisto di notte, qualcosa in lui tornava a desiderare quell’istante di fallimento. Quel piccolo cortocircuito tra aspettativa e risultato. Come se nel malfunzionamento si annidasse una forma segreta di identità. Come se solo lì, nell’impossibilità di aderire, ci fosse qualcosa di vero, di proprio. Come se il desiderio non fosse tanto il piacere, quanto l’ostacolo al piacere.
Lo raccontava a sé stesso come si racconta una leggenda privata, con una punta di ironia tragica: “A me, ‘sto popper, mi fa l’effetto contrario. Mi toglie tutto. Altro che eccitazione. È come una sberla muta. Una tromba d’aria nel vuoto. Una ritirata.”
Gli altri lo guardavano, sorridevano, cambiavano discorso. Nessuno voleva davvero sapere. E lui, dal canto suo, non aveva nessuna voglia di spiegare. Il corpo, dopotutto, era affare suo. Una religione privata.
Eppure, l’abbandono al desiderio – quando accadeva – era una vertigine. Una slavina. Non c’era morale, non c’era ritegno. Solo l’urgenza di esserci, di gettarsi, di toccare. Anche se tutto quello che veniva toccato finiva per sgretolarsi tra le mani. Anche se alla fine si restava sempre lì, soli, sporchi, lucidi come vetro dopo la tempesta.
El Horno non era un luogo. Era uno stato dell’anima. Una dislocazione permanente. Un allarme. Un’allucinazione erotica. Una geografia instabile in cui ci si muoveva senza mappa, guidati solo dal battito sordo sotto la cintura. Era il teatro dell’impossibile. Il luogo in cui si metteva in scena la recita della propria diversità, ogni volta con maggiore ostinazione, ogni volta con meno illusioni.
Lui ci andava come si va in pellegrinaggio. Non per trovare, ma per ripetere. Per fare memoria del corpo. Per inchiodarsi ancora una volta a quella croce privata fatta di attesa, di promesse, di smentite.
Il suo difetto – perché così lo chiamava, anche se poi lo accarezzava come un pregio – era profondo. Veniva da dentro. Non era educabile. Non era rieducabile. Era inscritto nei tessuti. E si portava dietro un marchio di incomunicabilità: l’incapacità di mostrare la parte vera a chi si ama. O meglio: l’incapacità che gli altri possano vederla. Toccarla. Prenderla. Perché quella parte resta sempre dietro. Sempre velata. Sempre murata.
“Capito” era per lui la stessa cosa che “amato”. E questa equazione, così infantile, così assoluta, così sbagliata, lo faceva ridere. Ma lo teneva in vita.
Skeeen invece era di un’altra razza. Una razza di lottatori sensuali. Viveva la propria diversità come una missione. Come un poema epico. Come un’epifania continua. La sua sessualità era un laboratorio. Una bandiera. Una guerra. Si gettava nel mondo come un cavaliere del desiderio, pronto a farsi impalare per un ideale di piacere. E nei suoi racconti – che erano confessioni travestite da deliri – c’era sempre quella nota tragica, quella luce finale, quella redenzione attraverso la carne.
Aveva trasformato ogni eccesso in una medaglia. Ogni umiliazione in una reliquia. Ogni amplesso in un affresco.
Il suo corpo era una mappa di battaglie. Una storia sacra. Un campo di punizione e di gloria.
Nel mezzo del nulla, nella zona neutra del non-agire, aveva imparato a vedere. A stare. A non intervenire. La passività – diceva – è una forma superiore di attenzione. E lo diceva con l’aria di chi sa di essere nel giusto anche quando sta sprofondando.
Poi era arrivata quella sera. Il secondo episodio. Un momento di frattura. Una crepa luminosa. Aveva bevuto, sì. C’era la Ceres. Ma c’era soprattutto lui. Il ragazzo. Quel corpo perfetto, peloso, solare. Un’apparizione erotica. Un dio.
Skeeen non parlava mai d’amore. Ma quando lo descriveva, si capiva che lo stava dicendo.
Il piacere era stato così violento, così esatto, da preparare la catastrofe. La crisi era arrivata come un’onda, travolgente. Un’epifania al contrario. Una verità così insostenibile da volerla cancellare subito.
Nel buio aveva visto qualcosa. O aveva immaginato tutto. Non importa. Le chiappe si erano sollevate, la visione si era fatta nuda, pura, brutale. Una rosa livida, un buco, una porta. Poi tutto si era chiuso. La carne aveva ripreso la sua forma. E lui era rimasto lì, solo, con addosso il silenzio dell’assurdo.
Non c’era nulla da capire. Nulla da tenere. Solo il ricordo.
E questo, forse, bastava.
51.
Norman spegne il walkman con uno scatto secco, un gesto che sembra più un rigetto viscerale che una semplice pausa. “CLIK!” — e la voce, quella voce assurda e autogenerata che vaneggiava di stati puri, energie cosmiche e chissà quali altre menate, muore come un insetto schiacciato. Lui resta un attimo immobile, con lo sguardo perso nel vuoto, forse a riascoltare mentalmente il caos che ha appena interrotto. Poi ricomincia, come un fiume che ha solo cambiato corso. Parla, parla del suo film. Del film, capisci? Quello che da mesi esiste solo nella sua testa e in centinaia di post-it sparsi per casa, attaccati persino allo sciacquone del bagno. Ora che ha ripreso a drogarsi, ogni frammento gli pare un’illuminazione. Tipo la scena del lattaio: una babysitter stordita con un colpo secco dietro la nuca, legata con un filo interdentale al divano, e poi la fecondazione da parte di una creatura lattica, enorme, pulsante, un blob bianco che gocciola e mormora in sanscrito.
“È la parabola della civiltà occidentale, no? Il patriarcato, il latte, la maternità come trauma… una roba alla Cronenberg ma con un tocco Jodorowsky. Un’orgia di simbologie, fratello.”
E giù a ridere, con quella risata rauca da ex-genio stanco, che si crede ancora giovane, ancora in gioco. Ma la verità è che a casa di Norman non si scopa mai. Si sogna, si gira, si monta, si taglia — ma nessuno tocca nessuno. Il sesso è solo teoria, solo bozza, solo storyboard. E lui racconta. Sempre. Con quella voce un po’ impastata, quella voce che sembra voler dire “guarda quanto sono brillante” e invece grida “salvami”. Ma tu resti lì, inchiodato, perché in fondo qualcosa ti incanta. Forse la sua distruzione, forse la sua fragilità tenuta insieme con lo scotch. Forse la speranza che da tutto quel marasma esca davvero un film.
Skeeen è accasciato sul divano, occhi semichiusi, birra tiepida in mano, l’alito di uno che ha smesso di credere nei collutori. A un certo punto, senza guardare nessuno, dice:
“Zero ansia. Zero sfiducia. Nessun cupo presagio. Solo un’assoluta mancanza di interesse per la propria fine.”
Poi cambia canale con una lentezza quasi zen.
Lo schermo si riaccende con un bagliore verdognolo: un teatro all’aperto, Delhi, lo Shringar Theatre. Al centro della pedana compare Vanessa Vaz, che avanza come una visione postmoderna della divinità Kali in versione dominatrix. Indossa un vestito verde marcio, aderente, lucido come un’anguilla lubrificata, e calza stivali che sembrano progettati per sfondare cuori e crani. Cammina, con passo spavaldo, quasi provocatorio. Non guarda, inchioda. Ogni sguardo dal pubblico si scontra con il suo e finisce pietrificato. Poi si ferma, ruota lentamente su se stessa: il silenzio è assoluto. Gli uomini hanno la bocca aperta, la mascella a mezz’aria, come se un dio invisibile li stesse scolpendo nell’atto di venerarla.
E sopra tutto questo, come un’apparizione soprannaturale, c’è Nina. Sta sul soffitto — sì, letteralmente sul soffitto — non si capisce se sospesa da fili invisibili o semplicemente fluttuante. Nina non entra: irrompe. Non si esibisce: sovverte. È una presenza erotica e insieme mitologica. Ha la calma di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. Il suo corpo, perfetto e imperfetto, brilla di mille riflessi artificiali: ogni dettaglio è un gesto teatrale, ogni difetto è messo in scena. Cambia costume in continuazione. I suoi abiti sono fatti di niente e di troppo: buste, specchi rotti, piume sintetiche, resti di feste passate.
“Rimettiti quel copricapo da tartaro che avevi prima!” le urla qualcuno dal basso.
Ma lei, senza nemmeno voltarsi, risponde:
“È già sparito. L’ho disfatto. Non mi serve più. Non guardate indietro, guardate me adesso. Ho mille altri copricapi. Mille altri inizi.”
Da qualche parte, come un coro maldestro, due voci si sollevano in un “Nooo!” simultaneo, teatrale.
“Nooo, non con la mano…” ansima uno.
“Nooo, non te ne andare…” piagnucola l’altro, più disperato che desideroso.
E Skeeen, tornando a farsi sentire come un prete all’inferno, mormora:
“La cosa che mi preoccupa davvero è meno nobile. Più meschina. Sai, a volte... a volte è più dignitoso farsi una sega con un estraneo che chiedere a qualcuno di restare.”
Poi si alza, lentamente, aggiustandosi la cintura, e guarda nel vuoto come se avesse appena vinto un Oscar.
“Ho culo,” dice. “Culo e stomaco. Perché alla merda ci si abitua. Ci si abitua a tutto.”
Qualcuno ricorda una rissa evitata, giorni prima. Norman, il solito attaccabrighe, noto per mollare pugni a chiunque lo guardasse storto, quella volta si era tirato indietro. L’uomo era insignificante: uno sconosciuto con lo sguardo spento e la postura da scolaretto. Eppure, Norman aveva fatto marcia indietro. Aveva lasciato correre. Nessuno se lo spiegava. Ma forse proprio quel gesto minimo, quell’autocontrollo inaspettato, aveva svelato qualcosa di sacro. E ora tutti lo guardavano come se avesse visto un fantasma. O forse un angelo.
Poi, in mezzo al silenzio, una domanda si sgancia con la leggerezza di un colpo di grazia:
“C’hai una sigaretta?”
“Le ho dimenticate a casa,” arriva la risposta, già un po’ stanca, come chi ha già perso il gusto della nicotina e della compagnia.
Ma l’altro tende la mano, offre un pacchetto sgualcito di Gauloises senza filtro. Lo scambio è lento, quasi cerimoniale. Un gesto piccolo, ma carico di senso. E in quel momento tutto si sospende: il film, la televisione, le urla, il sesso mancato, la violenza trattenuta. Solo il pacchetto che passa di mano. Come una redenzione. O una resa.
52.
All’inizio, tutto tace. Non c’è scena, non c’è parola, nemmeno un battito. Solo l’attesa informe di qualcosa che forse non accadrà. Poi compare Skeeen. Non entra: si manifesta. Come un guasto nel tessuto delle cose, come una crepa nella superficie lucida dell’apparenza. Non fa proclami. Non lancia moniti. Comincia, semplicemente, a disfare.
Con dita lente, mani esperte, smonta l’illusione pezzo per pezzo. Non per senso del dovere, non per un improvviso slancio di verità: ma per un impulso più oscuro, per un gusto sadico nel deludere. Smontare ciò che si è costruito con cura: ecco il vero spettacolo. Sfilare i fili invisibili della meraviglia sotto gli occhi degli spettatori, uno a uno, fino a lasciarli nudi e derisi. Non è redenzione, ma sabotaggio.
Lo fa con precisione maniacale, con la freddezza lucente di un orologiaio che gode nello vedere l’orologio diventare inservibile. Lo fa per guardare il vuoto scendere nei volti che prima brillavano. Lo fa per spegnere la luce, una ad una, nelle pupille dilatate di chi lo ammirava. Lo fa per quel brevissimo passaggio dallo stupore alla vergogna — un movimento sottile, quasi impercettibile, eppure definitivo.
Non è teatrale. Non cerca effetti. Non getta via i trucchi, li dispone ordinatamente: una piccola autopsia dell’inganno. Sul tavolo, i resti: le lenti deformanti, le parole sapientemente ambigue, i gesti che facevano apparire il nulla come una rivelazione. Sono lì, disposti con cura, come insetti sotto vetro.
E mentre il pubblico trattiene il fiato, forse ancora sperando in un colpo di scena, Skeeen affonda la lama nella certezza: “Non l’ho fatto per confessarmi. Né per giustificarmi. L’ho fatto perché non riuscivo più a sostenere il peso di ciò che avevo generato. Non potevo più respirare dentro la mia stessa menzogna. Volevo smettere. Volevo punirmi. O forse solo vedere tutto andare in pezzi.”
Il luogo in cui si trova non ha coordinate. È una stanza, sì, ma senza angoli, senza rifugi, senza ombre. I muri sono lisci, segnati solo da grumi rappresi, residui di slanci antichi e dimenticati. Non c’è via di fuga. Non c’è memoria. Solo una superficie che non riflette. Ogni cosa è silenziosa, immobile, come in attesa di un giudizio che non verrà.
Skeeen si ferma. La sua mano si apre, le dita tese come corde pronte a spezzarsi. Non parla più. Non serve. Ha detto l’essenziale: voleva essere punito, non salvato. “Quell’uomo che mi colpiva,” dice, “non era un nemico. Era l’eletto. Il giusto. E io non provavo che gratitudine. Per ogni colpo. Per ogni ferita. Era quello il mio rito di passaggio. La mia purificazione.”
Ma poi tutto cambia. Una voce diversa, più incandescente, più disarmante, si fa strada. È Nina.
Nina non entra: si riversa. È un’invasione dolce e feroce insieme, come certe allucinazioni che si presentano con un sorriso. Non chiede attenzione, la prende. Non si presenta, si impone. “Non sto aspettando il Messia con la barba,” dice. “Lo so che verrà. Lo so. Ma guiderà una navicella. E prima che arrivi, il mondo dovrà essere spezzato, scosso, frantumato. È così che funziona il risveglio.”
Non è fede, non è teoria. Per Nina è codice, è carne. “Queste cose sono scritte nel mio DNA,” dice. “E forse anche nel tuo. Solo che tu non ascolti. Tu ti perdi nei riflessi, nei rumori fasulli. Sei addestrato a ignorare.”
Parla di visioni, di disastri, di possibilità. Ma non è una predicatrice. È una sopravvissuta. Cita Ronald Laing: ogni breakdown può essere un breakthrough. Ogni caduta una soglia, ogni crisi una porta. Se hai avuto l’esperienza, capisci. Se non l’hai avuta, ti sembrerà tutto follia.
“Hendrix lo sapeva,” sussurra Nina. But first, are you experienced? Se non hai attraversato, non puoi sapere. Non puoi nemmeno parlare. L’esperienza è l’unico linguaggio che il cosmo riconosce. Tutto il resto è rumore.
L’universo, dice, non è un gioco di dadi. Ha una logica. Non quella degli uomini, ma una più profonda, più vasta. “Se ti connetti, ti guida. Ti accompagna. Ti prende per mano, anche con l’aiuto di creature venute da altrove. Non solo la Terra è un villaggio globale. L’universo lo è. Ed è interconnesso. Sempre.”
Ma se ti ostini a fare da solo, se tappi le orecchie, se chiudi gli occhi… allora la spirale si richiude su di te. Vita dopo vita, errore dopo errore. La stessa curva, lo stesso graffio, lo stesso fallimento.
“Nessuno ha colpa,” dice Nina. “Tu scegli. Tu decidi. La forza cosmica non è violenta. Non ti forza. Ma è come il sole: c’è. Se apri la finestra, entra. Se la chiudi, non la vedrai mai. E continuerai a dire che non esiste. Ma è solo perché vivi al buio. E ti sei abituato.”
Poi tace. E per un istante, quel silenzio pesa più di ogni parola.
53.
Nel bar che vive di luci stanche e promesse di una vita che non è mai quella che sembra, Skeeen si avvicina al bancone. Un passo, poi un altro. Non c'è fretta, non c'è nessun motivo per cui il tempo debba correre. È un movimento che accoglie il peso della sua inquietudine, il fruscio della mente che gli scivola via dietro ogni sguardo, dietro ogni parola non detta. «Sai,» dice con voce bassa, «potrei anche smettere di fare il serio. Non c’è niente di malvagio, alla fine, a vivere un po’ fuori dalla pista che ho tracciato, se non altro per divertirmi a cancellarla ogni tanto. Voglio dire, chi può dirmi quando fermarmi? A chi devo rendere conto?» La domanda è un gioco e una riflessione. Skeeen sa di non cercare risposte. Non è un uomo che aspetta conferme. Piuttosto, cerca il piccolo sussulto, il movimento nascosto dietro ogni gesto. Un bisogno di cambiare prospettiva senza mai muoversi troppo.
L'altro, il viso nascosto tra un sorriso appena accennato e uno sguardo che gioca con la tensione, non risponde subito. Si limita a guardarlo, come se avesse capito qualcosa di più, ma non volesse dirlo. Poi, all'improvviso, la sua voce, delicata, come un segreto: «Ti piacciono le dita dei miei piedi?» L’affermazione è tanto innocente quanto audace. Una domanda che non vuole risposta, ma una reazione. La sfida non è tanto nella domanda, quanto nel modo in cui la lancia, come se volesse leggere la reazione di Skeeen nel suo respiro. Poi, un attimo di silenzio tra i due, come se avessero appena sorpassato un confine invisibile. Si guardano, ma non si osano. La frase è appena uscita, come un accenno proibito, e ora il peso dell’ironia li trattiene entrambi.
Skeeen, confuso e sorpreso, reagisce con un lampo di disapprovazione, quasi come se avesse toccato una corda che non avrebbe mai dovuto toccare. «Ti sei ubriacato?» chiede, con una punta di sarcasmo. La sua voce, di solito misurata, tradisce un velo di preoccupazione. «Niente droga? Eppure mi sembri piuttosto… fuori posto in questo momento.» La domanda, però, non è così innocente come sembra. Skeeen non è solo curioso, ma anche pronto a difendersi, a tenere lontano qualcosa che non capisce fino in fondo.
Un silenzio lungo, pesante. Ma più il tempo passa, più le loro parole sembrano meno serie, come se l’intenzione fosse quella di ridurre la gravità del momento a un gioco che entrambi stanno giocando, ma senza ammetterlo. I loro occhi si incrociano, e da un istante all’altro tutto cambia. La tensione, che fino a poco prima li separava, ora li unisce in un unico movimento, quasi impercettibile. Non c’è più paura. Non ci sono più regole. Non sono più due persone che si incontrano per caso. Sono due anime che danzano un passo di avvicinamento lento, come se il mondo attorno a loro si fosse dissolto.
Poi, un uomo si fa largo tra la folla. Un altro arrivato. Uno che ha il passo deciso e il corpo che non lascia spazio a dubbi. Con un gesto rapido, si mette tra di loro. È un’intrusione, un ritorno alla realtà che fa rabbrividire, ma non abbastanza da spezzare il momento. Non ancora. Non completamente. L’uomo si avvicina con l’intenzione di sedersi, ma il barista, con il suo uniforme di latex bianco, lo affronta subito. C’è una durezza negli occhi del barista, qualcosa che sembra essere più minaccia che benvenuto. Ma anche questa è una parte del gioco. C’è un codice non scritto tra di loro. E nessuno degli altri nel locale sembra preoccuparsene. I tavoli sono tutti pieni, ognuno immerso nei propri pensieri, lontano dalla loro conversazione, dall’aria che si fa densa. Nessuno è pronto a rompere il silenzio, eppure tutto sembra di colpo più vivo. Più vero.
Skeeen, invece, non si scompone. Rimane lì, immobile. Non si lascia toccare dall’irruzione. La pelle che lo circonda, la pelle che sfiora i corpi dei presenti, gli è familiare. Anzi, la trova addirittura affascinante. Le imperfezioni sono una bellezza segreta, una tenerezza che non richiede giustificazioni. Lo tocca come un pensiero, come una carezza che non deve essere spiegata. Non è l’attrazione che si cerca. È un’attrazione che avvolge in silenzio, che nasce dal riconoscimento dell’altro, dalla comprensione che la vita, anche nei suoi angoli più oscuri, ha un suo modo di mostrarsi.
«Non hai mai parlato di Godz,» dice l’altro, lanciando una provocazione. Il suo piede, quasi senza volerlo, si avvicina a Skeeen. La distanza tra loro è ancora minima, ma il gesto è carico di un significato che non hanno mai voluto dichiarare. Ma non è mai troppo tardi, pensano entrambi.
Skeeen si ferma. Non risponde subito. La sua voce è più bassa ora, come se stesse parlando con se stesso. «Non mi aspetto che tu capisca. La mia vita, la mia perversione, sono troppo difficili da spiegare. Eppure ci ho provato, con fatica, con l’intenzione di spiegare tutto, anche quando era impossibile. Ho cercato di darti una logica, una struttura a quello che sembrava un caos. Ma non importa. Se sei riuscito a credere che la mia malattia sia qualcosa di clinico, allora è già un successo.»
L’altro, che non ha mai smesso di guardarlo, risponde a sua volta, senza alcun rancore, ma con una sorta di malinconia mista a rassegnazione. «Non c’è bisogno di forzarsi. Le parole che suonano assurde, a volte, sono quelle che mi toccano di più. Non cerco di evitarle. Mi lascio trasportare. Non è il senso, ma la loro forza che mi interessa.»
Skeeen sorride, ma è un sorriso amaro, che non ha più il sapore della leggerezza. «Perché dovrei parlare di Godz? Di lui? Non c’è nulla da dire. Perché ogni volta che lo faccio, vedo i tuoi occhi cambiare. È questo che mi spaventa. Non è lui. È il modo in cui ti comporti quando parlo di lui. Non è la sua grandezza, ma la magnificenza del momento che mi fa paura. Il modo in cui ti guardo, e il modo in cui mi guardi…»
Il silenzio si fa più denso, più intenso. Entrambi sono consapevoli del gioco che stanno facendo. Nessuno dei due è innocente. Nessuno dei due è completamente onesto. Ma è questo che li tiene legati, questa tensione che si ripete ogni volta, come una danza che non si ferma mai.
«Mi è capitato, sai,» dice Skeeen, con tono più leggero. «Ho baciato qualcuno. Un tipo. Poi m’ha tradito. Un altro m’ha minacciato. Paura. Ma lascia che ti dica, questo posto è un disastro. Un posto da schifo.»
L’altro ascolta in silenzio, senza dire nulla. Non c’è nulla da aggiungere. Godz non lo lasciava mai con lo sguardo, eppure, ogni volta che beveva, cercava nel bicchiere qualcosa che gli desse il coraggio di sopportare. Come se l’alcool fosse una risposta, una forza che lo sorreggesse quando tutto il resto si faceva troppo pesante.
Skeeen, con una leggera risata, riprende: «Non mi dispiacerebbe, davvero, che qualcuno mi considerasse serio. O magari ridicolo. Non importa. Basta che sia vero. Perché anche la serietà, alla fine, è solo un altro modo di essere ridicoli.»
L’altro, con un sorriso ironico, risponde: «Non credo di aver mai visto due uomini leccarsi i piedi. Non credo proprio.»
Skeeen non risponde. È un uomo che non ha bisogno di parole. La sua vita è fatta di silenzi e di momenti fugaci, come questo. Non si sforza di spiegare. Perché la verità, in fondo, è sempre una.
«Non voglio promettere,» dice Skeeen, con un sorriso di sfida. «Ma giura che mi bacerai il piede.»
Non risponde. Non può farlo.
«Io, senza un piede da toccare, non riesco a venire,» dice Skeeen, come se stesse dicendo una verità ovvia, ma che nessuno riesce a capire.
L’altro tace, ma il silenzio è più pieno di quanto sembri. Entrambi, senza dirlo, sanno che niente sarà mai come prima. Ma in quel momento, tutto è possibile.
Non si parlano più. La vita scorre come se nulla fosse successo. Ma qualcosa, in realtà, è cambiato. In un angolo nascosto, dove nessuno può vedere, qualcosa si è svelato. Qualcosa che nessuno avrebbe mai osato ammettere.
«Non sono uno che rimane indifferente davanti a un bel pelosetto,» dice Skeeen, con una leggerezza che non riesce a nascondere la verità che si cela dietro.
Un nuovo amore. Un altro sicario dell’amore che, però, presto morirà prima ancora di essere vissuto.
54.
Skeeen sembra trovarsi fuori dal tempo, come se il suo corpo fosse sfuggito alla rigidità delle lancette, come se il battito del suo cuore avesse smesso di seguire il ritmo della realtà. Nella sua frenesia di liberarsi del peso dei suoi racconti sfavillanti, i pensieri e le parole gli scivolano via dalle mani, accelerando come un fiume in piena, sempre più veloci, senza un vero controllo. Ogni frase che pronuncia si sovrappone alla precedente, in un vortice inarrestabile di cinismo, ironia e verità scomode. Parole che si scatenano come una furia che lo sottrae dalla realtà stessa, creando una distanza sempre più grande tra lui e il mondo che lo circonda. La velocità delle sue parole non è solo un effetto collaterale della sua mente frenetica, ma una strategia consapevole: è come se la narrazione accelerata fosse il suo unico modo di esorcizzare la paura del silenzio, della stasi. Ogni parola è un atto di resistenza contro il nulla che minaccia di inghiottirlo. Non teme il vento di disapprovazione che si solleva dagli spettatori accalcati, tutti diretti verso El Horno, come se il loro destino fosse scritto già prima che mettano piede nel locale, come se il loro cammino fosse inevitabile. Skeeen, invece, osserva tutto con una certa distanza, come se fosse in grado di guardare la scena dall’alto, come se non fosse parte di quella frenesia. Ma nella sua velocità, nel suo desiderio di parlare prima che il mondo lo faccia tacere, c'è anche qualcosa di profondamente solitario. La sua accelerazione è, in un certo senso, un’auto-esclusione, una fuga dalla realtà che però lo lascia sempre più isolato.
E poi, prima di tutto, si nota Skeeen, come un’entità che appare, misteriosa e distante, che riceve offerte che non sono di questo mondo. Queste offerte non sono semplici regali, ma atti di sottomissione, gesti che vanno oltre la superficie, toccano la carne e l'anima. Sono offerte che sembrano oltrepassare il piano della materialità per entrare nel regno del sacro, come se Skeeen fosse una figura che trascende la sua stessa umanità. È un iniziato, ma non nel senso convenzionale del termine: la sua iniziazione non avviene in un tempio o in un luogo sacro, ma nell’incontro quotidiano con il caos e la disperazione. Per lui, le logiche dell’amore sono qualcosa di ben più grande di un semplice legame tra due corpi, qualcosa che trascende l'umano e affonda nell'infinito, nel misterioso. È un amore che è al contempo dolore e redenzione, passione e sacrificio. Per lui, ogni gesto è onore e mistero, ogni scambio ha un sapore sacro, ma non è un sacro che si limita a pregare o a inginocchiarsi. No, il suo sacro è viscerale, palpabile, un sacro che mescola erotismo e spiritualità, che non fa distinzioni tra il corpo e l'anima. Ogni incontro è un passaggio attraverso il fuoco, un rito di purificazione che lo lascia segnato, ma che al contempo lo eleva a qualcosa di più grande. Non c'è nulla di pulito nel suo mondo, tutto è contaminato dal desiderio, dal dolore, dalla passione. Ma è proprio in questa contaminazione che trova la sua bellezza, un’armonia che è solo apparente, un equilibrio instabile che è la sua unica certezza.
Poi c’è una pillola che solo Skeeen conosce: pura, celata dentro il taschino del suo giubbotto, pronta a provocare un calore erotico di cui non si può fare a meno. Ma attenzione, stavolta non è un gioco: sono veri spasmi, veri tormenti, la sua carne si contorce sotto l’effetto di sostanze che chiudono le porte della conoscenza ma spalancano quelle del misticismo estremo. Le pillole che ingoia non sono altro che una chiave che gli permette di entrare in un’altra dimensione, una dimensione dove il tempo non esiste più, dove la realtà è sfocata e i confini tra il corpo e la mente si dissolvono. La sua mente si dissolve in un turbinio di immagini e suoni, e il mondo che lo circonda diventa un paesaggio astratto, un luogo dove tutto è possibile, ma nulla è veramente reale. La sua percezione della realtà cambia, diventa frammentata, come se stesse cercando di ricomporre un puzzle che non ha mai avuto senso. Ogni momento si dilata, si espande fino a diventare eterno, ma in questo eterno non c'è pace, non c'è soddisfazione. Un segreto che solo lui può custodire, un segreto che lo rende divino e dannato allo stesso tempo. Ogni momento diventa eterno e irripetibile, eppure nessuno di questi momenti ha davvero significato, come se stesse danzando su un filo sottile che lo separa dall’abisso. Eppure, più si avvicina a quell’abisso, più si sente potente, come se l’oscurità stessa fosse il suo elemento naturale, il suo regno. La sua capacità di esistere senza legami lo rende quasi invulnerabile, ma è proprio questa invulnerabilità che lo rende fragile. Perché se non si può afferrare nulla, come si può costruire qualcosa?
E la capanna di lamiera ondulata, la sauna, il tempio di vapore... è lì che la sua ascensione si compie, tra reliquie e atti perduti, dove l’umidità conserva ciò che nessuno dovrebbe mai conoscere. In quel luogo, dove il sudore e l’odore della carne si mescolano, Skeeen raggiunge una sorta di illuminazione. È lì che si confronta con i suoi demoni, con le sue paure, con i suoi desideri più oscuri. Ma questa è solo una faccia della sua verità. L’altra è la brutalità: cazzi e miseria, nient’altro. Non c’è redenzione in ciò che fa, nessuna gloria in quella discesa verso il fondo. Solo il contatto con la carne, con la materia cruda e ineluttabile. Non ci sono preghiere o canti in questo luogo, solo il rumore del respiro che si fa affannoso e la sensazione di essere inghiottito da una forza che non si può dominare. La sua vita è una lotta senza fine, una lotta contro il proprio corpo, contro la propria anima. È un uomo che cerca di scappare da sé stesso, ma ogni fuga lo porta a un incontro ancora più intenso con la sua vera natura, con l’essenza del suo essere.
Skeeen è anche un incrocio, una fusione tra corpo e spirito, un’astronomia della natura umana. Senza sesso, senza pace, ma con una missione: attraversare la linea sottile tra il fuoco e la follia. La sua vita è un continuo oscillare tra queste due polarità: il desiderio che lo consuma e la consapevolezza che nulla di ciò che desidera potrà mai colmarlo veramente. È una presenza che non si ferma mai, un eterno movimento, come il magma che ribolle sotto la superficie. Ogni gesto è un passo in avanti, ma ogni passo lo porta più lontano da sé stesso, più lontano da qualsiasi idea di salvezza o serenità. La sua essenza è un fuoco che non consuma, ma che continua a bruciare senza sosta, alimentato da un desiderio insaziabile che lo trascina in un circolo senza fine, un circolo che, più lo percorre, più lo allontana dalla pace.
Poi arriva il momento della sua disfatta, o almeno della sua apparente stanchezza. I medici non possono restituirgli il vigore di un tempo, l’ardore giovanile che lo rendeva capace di tutto. Non c'è più passione nelle sue vene, solo un vuoto che sembra inghiottirlo. Eppure, nonostante la sua impotenza, Skeeen canta, come se la sua voce potesse ancora bruciare le radici di ogni passione. Un canto di gelosia, di un amore che non trova più sfogo, un amore che si consuma nell’assenza di desiderio. È giudice e accusato, un ciclo infernale che si ripete, ma non c’è giustizia in quello che fa. La sua voce è una condanna, ma anche una liberazione, un modo per sfuggire alla prigione del corpo che non lo soddisfa più. È una danza di follia e lucidità, un'esplosione di vita che si fa terra bruciata, un contrasto che lo consuma dall’interno, come se ogni nota fosse un passo verso la sua fine.
Ma Skeeen è ancora vivo, più vivo che mai, come sempre in movimento, in cerca di nuove sfide, di nuove verità da scoprire. Ha chiuso con Godz, eppure il ricordo di quella fuga non lo abbandona. “Come hai fatto a lasciarmi là?”, chiede Godz, con una memoria maledetta che non perdona. Skeeen, dal canto suo, si limita a guardare, come se il proprio nulla fosse un abisso che non riesce nemmeno a definire. Un'esistenza che non è, eppure è, un paradosso che continua a tormentarlo. È la sua condanna, ma anche la sua libertà. Un’ombra che si allunga su di lui, ma che non lo raggiunge mai del tutto. Un essere che è sempre in bilico tra l’essere e il non essere, tra il sogno e la realtà. Eppure, nonostante tutto, continua a camminare, a bruciare, a cercare.
55.
Per prima cosa, si vede Skeeen, il suo corpo che si agita con una grazia incredibile, come un fuoco che si riflette sulla superficie di un oceano che non dorme mai. Inizia a danzare, un movimento libero, impossibile da fermare. È un gesto che sfida ogni convenzione, che ride di ogni tentativo di ingabbiarlo, una danza che non appartiene a nessun altro, solo a lui. E poi c’è Godz, il compagno, una figura che sembra fuori dal tempo, come se non appartenesse davvero a nessun luogo, ma che con Skeeen condivide una chimica che va oltre la semplice attrazione. Mentre danzano insieme, gli occhi della città li osservano, ma non li capiscono, non possono. Sono troppo estranei, troppo selvaggi, troppo veri. Nella loro energia c’è qualcosa che sfida, qualcosa che spezza la rigidità del mondo intorno a loro. Ma questo non è il tipo di libertà che può essere tollerata a lungo. La città è pronta a inghiottirli, come fa sempre con chi osa spezzare le sue regole.
Poi arriva l’impresario. Inizialmente, sembra solo un altro uomo vestito troppo elegantemente, ma c'è qualcosa di gelido nel suo sorriso, di malizioso, di pericoloso. È il tipo che sa che il talento può essere usato, consumato, trasformato in qualcosa che è solo il suo, per renderlo produttivo. Non gli interessa se Skeeen e Godz danzano per amore, per esprimere ciò che sentono, per raccontare la loro verità. No, a lui interessa solo il controllo, interessano i numeri, l’immagine che può vendere. E mentre lui si avvicina, l'aria si fa più densa, come se l'intera città stesse respirando con lui. Non è solo un impresario. È un diavolo che offre fama in cambio di anime. Afferra chi è vulnerabile e lo trasforma, lo rende parte di un gioco che non ha regole, dove l’unica cosa che conta è il successo, quello che si vede all’esterno, quello che il pubblico può applaudire.
Skeeen lo sa, sa che le promesse dell’impresario sono false, che la sua libertà è la sua vera ricchezza. Ma c'è un'idea, una scintilla che lo tenta. La promessa di un mondo diverso, di una nuova vita. L’America, la terra delle opportunità, dove la libertà non è solo un concetto ma un vero diritto. La tentazione è forte. Lì potrebbe essere chi vuole, liberarsi da tutto quello che lo trattiene. Ma Godz non è della stessa opinione. Per lui, fuggire significa cedere, significare che la città ha vinto. La sua resistenza è più feroce, il suo rifiuto totale di ogni forma di compromesso lo porta a scappare, a cercare una risposta diversa. La sua è una battaglia interiore che non ha risposte facili. È la lotta tra l’esigenza di essere se stessi e la necessità di non cedere mai al potere che ci vuole ingabbiare. In quel momento, si separano. Skeeen prende l’aereo verso l’America, portando con sé un futuro di speranze e dubbi. Godz rimane, a combattere la sua guerra solitaria nel cuore della città che non ha mai smesso di essere sua, ma che ora sembra troppo stretta.
Nel frattempo, il vecchio amico di Skeeen, il turista italiano che incontra nel suo nuovo angolo di mondo, arriva con una passione che non riesce a controllare. È l’amore che esplode all’improvviso, ma è anche il desiderio di possesso, di essere parte di quella storia che lui stesso non può comprendere del tutto. Skeeen, in quel momento, è tentato di cadere. La sua solitudine è così profonda che si fa difficile distinguerla dalla compagnia che cerca, eppure ogni sguardo, ogni parola, gli fa sentire l’eco di ciò che ha lasciato indietro. È il ciclo dell’amore che si ripete, il gioco della carne che non trova mai un’uscita. Eppure, qualcosa non va. C’è una distorsione, una frattura che cresce mentre lui si ritrova in quella relazione che è tutto tranne che semplice.
Tuttavia, il suo passato non lo lascia andare. La città lo chiama sempre, e mentre vive nell'ombra della sua esistenza solitaria in Italia, si rende conto che l’impronta di Godz è ancora lì, invisibile ma costante. Le canzoni che cantano insieme, le risate, il dolore di una lotta che sembra non avere fine. Eppure, tutto è diverso. Non c’è più la stessa energia. L’amore che c’era tra loro due sembra essere diventato una piaga che non può guarire. Godz è ormai lontano, e la sua assenza lascia un vuoto che non si può colmare con nessun’altra storia. Skeeen si rifugia nel parchetto delle marchette, dove nessuno gli chiede nulla, dove la sua identità può restare indefinita. È un angolo nascosto, dimenticato, ma per lui è un rifugio. È il luogo dove può tornare a essere se stesso, ma la realtà di ciò che è stato continua a tormentarlo. Le ombre della città sono troppo vicine, troppo invasive, e lo spingono verso una direzione che non ha più scelto.
In America, Godz sta cercando il suo posto, ma non è più lo stesso. La città che lo ha accolto come un re ora lo respinge come un paria. È il risultato di un’illusione, di una fuga che non ha mai avuto un vero scopo, se non quello di sfuggire a qualcosa che non poteva essere evitato. Non è l’America che lo ha cambiato, è stato lui stesso a trasformarsi, in modo che nemmeno lui può riconoscere la persona che è diventato. Non c'è più il guerriero che una volta avrebbe affrontato qualsiasi cosa. Ora c’è solo il gorilla stanco, che guarda il mondo con occhi che cercano una risposta, ma che non riescono a trovarla. L’impresario è lì, come un incubo ricorrente che non se ne va mai. Il suo piano è sempre lo stesso: possedere tutto, controllare tutto. Ma la sua presenza è solo un’ombra, un richiamo che non ha più potere sui due.
Quando finalmente si incontrano di nuovo, entrambi sono cambiati. Non sono più i giovani che una volta danzavano come se la città fosse solo un palcoscenico per la loro ribellione. Ora sono due esseri che hanno visto e sentito cose che li hanno segnati. La lotta non è più per la fama, per la gloria, ma per qualcosa di più fondamentale: la libertà di essere se stessi, senza più paura di ciò che gli altri pensano. L’impresario non li capirà mai. Non potrà mai comprendere quella parte di loro che è indomabile, che non si può piegare. Forse, per la prima volta, sono pronti a rinunciare a tutto ciò che la fama e il successo potrebbero dare, pur di conservare quella libertà.
Eppure, in un angolo nascosto del loro cuore, forse c’è ancora il sogno di qualcosa di diverso, di un mondo in cui le loro voci non siano solo un eco lontano, ma una realtà che può finalmente essere vissuta senza compromessi. La città, l’impresario, tutto sembra lontano. Ma non è mai così facile. La battaglia continua, la lotta non è mai finita. Ma questa volta, Skeeen e Godz sono pronti a combatterla insieme, senza più temere l’ombra del diavolo, pronti a riscrivere le regole del gioco.
56.
Ogni cosa, al suo passaggio, rinasce, si trasforma in qualcos’altro, assume nuove forme come un albero che cresce e si piega, ma che, pur nella sua mutazione, rimane comunque se stesso. Il BOLGIASHOCK non è solo un evento; è il simbolo di una rinascita, una festa della carne, una celebrazione della libertà senza limiti, dove il corpo e la mente si fondono in un atto collettivo che risveglia ricordi, emozioni, e pulsioni nascoste. E per Godz, il cuore pulsante di tutto questo, è molto più di un evento: è un sogno che prende vita, è la realizzazione di una visione che affonda le radici in un passato ricco di esperienze, ma che guarda sempre avanti, verso l’ignoto.
"Abbiamo trovato un rifugio, un luogo che ci abbraccia senza condizioni, senza pregiudizi," dice Godz, la sua voce un mix di soddisfazione e nostalgia. "L’Italia è sempre stata un posto che accoglie, che non chiede, ma lascia che ogni essere sia libero di esprimersi, senza paura. E Milano, poi... Milano è il palcoscenico perfetto per un’esperienza come questa. Un palcoscenico dove il piacere non ha paura di essere mostrato, dove il corpo è onorato nella sua totalità. In America, invece, c’è sempre una barriera, un limite, una convenzione che frena il naturale impulso di vivere senza costrizioni. Qui, tutto è diverso. Qui, la libertà è davvero libertà, non solo un’idea astratta, ma una realtà che possiamo vivere ogni giorno, ogni minuto."
Le sue parole non sono solo una descrizione di un luogo, ma un invito a entrare in un mondo dove ogni cosa è possibile, dove ogni desiderio può diventare reale. "Mi sento rinato, mi sento di nuovo un italiano," aggiunge Godz, con una risata che non nasconde né sarcasmo né serietà. "Sì, un italiano imperterrito, ma non come lo eravamo una volta, con quella rigidità che ci caratterizzava. Mi sento di nuovo parte di questa cultura, ma in modo nuovo. In modo libero, senza vincoli. E in questo BOLGIASHOCK, mi sembra che ci sia qualcosa di più, qualcosa che va oltre le tradizioni. È come un cammino in avanti, un cammino che mi fa sentire parte di qualcosa di più grande. Sono un viandante, un pellegrino che non ha bisogno di una meta, ma che cammina senza sosta, godendo di ogni passo, di ogni incontro."
Godz si ferma per un attimo, come se stesse elaborando i suoi pensieri, riflettendo sul significato più profondo di ciò che ha appena detto. Poi, con un gesto di leggerezza, si allontana dal gruppo, senza fretta, senza ansia. La sua figura si allontana tra la folla, ma non sembra mai perdere la direzione. È come un temporale che si preannuncia, ma non arriva mai, come una forza invisibile che attraversa lo spazio senza lasciare traccia, ma che, nel suo passaggio, cambia tutto.
"Sai, ho letto un articolo su un giornale locale," dice Godz, tornando a parlare con un sorriso enigmatico. "Un vecchio membro di una storica associazione ha parlato di noi, del BOLGIASHOCK. Ha detto che questo evento ci insegna la libertà, e che non è una cosa che possiamo imparare facilmente. Ma noi, qui, stiamo imparando. Questo è il punto. La libertà non è un dono che ci arriva dall’alto, è qualcosa che dobbiamo conquistare, giorno dopo giorno. E il BOLGIASHOCK è il posto giusto per farlo. Loro, i partecipanti, ci mostrano come fare. Ci insegnano che la libertà non è qualcosa che possiamo dare per scontato, ma che dobbiamo imparare a vivere fino in fondo."
Le parole di Godz non sono solo una riflessione teorica, ma una realtà vissuta, sperimentata giorno dopo giorno in questo luogo che, per tutti, rappresenta un punto di riferimento, un faro di possibilità. Skeeen, che da sempre è stato un ricercatore della propria libertà, vive questo insegnamento in modo diverso. Ogni sera, prima di cedere ai piaceri della carne, si sente insaziabile, come se non potesse mai avere abbastanza, come se ogni incontro, ogni momento di passione fosse solo un altro capitolo di una storia senza fine. Ma quando il corpo cede, quando la stanchezza si fa sentire e le forze vengono meno, l’esperienza cambia. Non è più un gioco di ricerca senza fine, ma una sorta di resa, di accettazione. Lì, in quei momenti di fatica, Skeeen si lascia andare, si concede agli altri, come se fosse giusto che anche gli altri trovino soddisfazione nel suo corpo, come se fosse un ciclo che si rinnova continuamente.
Ogni gesto che compie, ogni movimento che fa, sembra un atto di generosità, ma anche di fatica. La sua carne è un dono che offre senza riserve, anche quando sente che non ne ha più. "Le cicatrici della sigaretta," dice Skeeen, guardando le piccole bruciature che adornano il suo corpo, "sono solo segni, non sono nulla di grave. Sono segni che fanno parte di questa esperienza, che sono parte di ciò che siamo. Ogni cicatrice è una parte di noi, un ricordo che ci rende più completi."
L’altro lo guarda in silenzio, sorpreso dalla sua calma, dalla sua capacità di accettare senza giudicare, senza fuggire. Ogni parola di Skeeen è una rivelazione, un piccolo segreto che viene svelato senza paura. Eppure, c’è una sorta di distacco nei suoi occhi, come se, pur vivendo tutto con intensità, fosse consapevole che nulla dura per sempre, che ogni momento è solo una piccola parte di un grande disegno che non può essere mai compreso del tutto.
E ora, finalmente, è mattina. La luce che filtra attraverso la stanza è diversa, è come se il mondo fosse appena nato, come se tutto fosse stato rinnovato nel passaggio della notte. Skeeen guarda le pareti, gli occhi che si soffermano sulle silhouette che si intrecciano, si baciano, si toccano, si allontanano e poi si riuniscono, in un continuo fluire di corpi, in un perpetuo scambio di energie. Ogni movimento che osserva sembra raccontare una storia, ogni forma che prende vita sulle pareti sembra avere un significato profondo, come se ogni figura fosse un pezzo di un mosaico che si costruisce e si distrugge continuamente.
Il tic-tac dell’orologio scandisce il tempo, ma in quel momento, per Skeeen, il tempo non ha più significato. Il mondo si è fermato, tutto è sospeso nell’aria, in un attimo che sembra eterno. "Spero di riuscire a dare una spiegazione plausibile a questa bugia," riflette Skeeen, come se sapesse che qualcuno lo sta osservando, che qualcuno sta aspettando il momento giusto per metterlo alla prova. "Lo so che mi aspetta qualcuno che cerca di farmi cadere in una trappola, che vuole che mi scuso, che mi giustifichi. Ma quando ascolto Godz, quando sento la sua voce che arriva da lontano, tutto diventa più chiaro. È come se ogni domanda trovasse la sua risposta, come se tutto fosse stato già deciso."
Skeeen si sente finalmente libero. Libero dalla paura, libero dal rimorso, libero dall’ossessione che lo aveva tormentato per tanto tempo. "Ora posso godermi questo momento," dice a se stesso. "Ora posso vivere, finalmente, senza paura, senza angoscia. Questo è il mio posto, il posto che mi è stato dato per essere chi sono. E non devo più giustificarmi per nulla."
Osserva Godz, che sta tranquillo, con il fumo che esce dalla sua sigaretta. Il gesto sembra così naturale, così parte di un rituale che si ripete senza fine. Ma c’è qualcosa in quel fumo, qualcosa che racconta una storia. Una storia di libertà, di rinascita, di accettazione. E mentre il tempo scorre, mentre la vita continua, Skeeen si rende conto che nulla è più importante di questo momento, di questa esperienza che lo ha cambiato per sempre.
57.
La scena si dipana in un'atmosfera che ha il sapore di un sogno senza fine. Tutto è sospeso, come se il tempo stesso stesse trattenendo il respiro. C’è un cerchio di persone, ma l’unica presenza che davvero conta è quella di Skeeen. È il suo momento, una lunga distesa di silenzi che si fanno eco di ogni sua parola. L’aria è densa di fumo, i volti degli altri sono poco più che ombre, ma ogni occhiata, ogni piccolo movimento, è tutto ciò che rimane in quella stanza.
Skeeen, seduto con quel suo atteggiamento di chi ha scelto di occupare il centro del mondo, parla con la calma di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte. È come se ogni parola fosse un mattoncino che costruisce lentamente un castello di pensieri e illusioni, uno dopo l'altro. La sua voce, bassa e velata, si fa spazio nel silenzio, sollevando nuvole di fumo che danzano verso il soffitto. La sigaretta tra le sue dita non è solo un gesto, ma un prolungamento del suo pensiero. Soffia, il fumo sale, si disperde, e poi con un movimento lento e preciso pronuncia le parole che riempiono la stanza: «Paura? Paura di che, esattamente?».
La domanda suona più come una riflessione che una vera richiesta. È come se Skeeen stesse parlando a se stesso, ma anche a tutti gli altri, alla sua stessa realtà che non ha mai fatto davvero i conti con ciò che è o che teme. «E poi, forse quel mio nemico non è mai esistito, capisci?», continua. Le parole sembrano prendere forma da sole, seguendo una logica tutta sua. «Forse è stata solo una mia invenzione, uno di quei pensieri che la Ceres, con la sua magia folle, mi ha fatto partorire. E in quel delirio, un nemico terribile, maschile, quasi sovrumano, si è fatto strada nel mio cervello, come un castigo che avevo deciso di dare a me stesso.»
C'è una pausa. Tutti sono immobili. Le sue parole scivolano nell'aria come sabbia, impalpabili, ma inesorabili. Lui non sembra nemmeno accorgersi di quanto il suo discorso stia prendendo forma. È come se, ogni volta che parla, una parte di lui si rivelasse, si mostrasse per un attimo, e poi si nascondesse di nuovo dietro una nuova riflessione. «Forse, in preda a quel panico insensato, sono scappato via dall'America. Ho corso, come un folle, ma… per quale motivo? Forse non c'era davvero nulla da cui fuggire, se non la mia mente. Ma a quel punto, non avevo scelta. Dovevo fuggire, dovevo salvarmi. E poi, chissenefrega se chi mi ascolta non capisce. Pazienza se questo non piacerà ai pedanti, agli altri, quelli che vogliono spiegazioni. Io mi diverto a parlare, non c'è altro. Mi diverto, capisci?».
Le sue parole sono sospese, come se avesse iniziato un discorso che non sa nemmeno dove porterà. Ma non importa. Il piacere è nel dire, nel fare circolare il pensiero. La sua voce non cerca né approvazione né disapprovazione. È il suono di un uomo che ha deciso di esistere, punto e basta. «Ehi Godz, ti sembra che sto solo chiacchierando? Mi vedi come un ciarlatano, come un pigro che si perde nei dettagli? Ti ho stancato, vero? Non puoi più sentire la mia voce che continua, che non smette?», dice, con una leggera sfumatura di sfida, come se fosse divertito dall'idea di tenere tutti sospesi, prigionieri del suo racconto.
Godz resta silenzioso, ma la tensione tra i due è palpabile. Skeeen, intanto, cambia tono, come se fosse colto da un pensiero che lo attraversa in un lampo. Sospira, lo si sente quasi, e inizia a parlare di qualcosa che sembra, improvvisamente, più personale. «Sai cosa mi piacerebbe?», dice, con una dolcezza che contrasta con il suo discorso precedente. «Mi piacerebbe stringere qualcuno contro di me, sentirlo. Vedere i suoi occhi, così grigi, fissarmi, e sentire la sua voce accarezzarmi l’orecchio. È una di quelle cose che mi sfiorano il pensiero, ma poi… non ci penso più. Non m’interessa cosa verrà dopo. Ho passato tanto tempo a pensare a cosa sarebbe potuto succedere, a come si sarebbero potute incastrare le cose. Ma… sono solo giochi mentali, davvero. Un passatempo.»
C'è una nuova pausa, questa volta più lunga. Skeeen sembra davvero perdersi in questo pensiero, come se fosse qualcosa che vale più di ogni altra riflessione. Non cerca risposte, non cerca legami. Si lascia avvolgere da quel desiderio di giocare con le parole, di manipolare l’aria intorno a lui, e sembra che non gli importi nulla di ciò che accadrà dopo. Il presente è tutto ciò che conta.
Godz, che non è uno che si lascia intimidire facilmente, decide di parlare di nuovo. «Per molte ragazze giovani, sai? Innamorarsi di noi è come un rito. Una specie di passo obbligato nella loro vita. Un percorso da attraversare, un marchio che resterà su di loro, chiaro, indelebile. È quasi una fase della loro evoluzione personale. E a volte, il segno che lasciamo non si cancella mai. Rimane come una cicatrice.»
Skeeen sorride, ma non è un sorriso di compiacimento. «E per me?», risponde, scuotendo lentamente la testa. «Per me, confidarsi è come vendere l’anima al diavolo. Lo capisci? È come accettare un accordo che ti darà qualcosa in cambio, ma a un prezzo che non ti basta mai. E quella protezione che ottieni, credimi, è ridicola. Non è niente di più che un’illusione, un gioco che ti fa pagare un danno eterno.»
Il suo tono è cambiato ancora, ed è come se ogni parola che uscisse dalle sue labbra fosse una nuova rivelazione. «E quando la gente si avvicina a te per cercare qualcosa di profondo, come una confessione, una verità, allora non è altro che un esercizio di debolezza. Io non voglio più far parte di questi giochi. Non voglio essere il cavallo su cui qualcuno monta per sentirsi più forte.»
Skeeen si ferma, un attimo di silenzio, e poi conclude: «E forse oggi ho deciso di abbandonare completamente il mio stile. Non mi importa più di sembrare raffinato, di cercare la perfezione in ogni parola. Oggi parlo così, senza maschere, senza pretese. E mi ritrovo con un linguaggio che non mi appartiene. Non è più mio.»
Poi, come se nulla fosse, si alza, e si inginocchia nel mezzo della stanza, nel cuore di El Horno, dove il rumore delle voci e del fumo sembra mescolarsi in un’unica massa indistinta. È come se, in quel gesto, stesse cercando qualcosa. Non lo si capisce, ma si avverte la necessità di un movimento, di un cambiamento. Forse sta per colpire Godz, forse no. Forse è solo un altro gioco, un altro modo per sfuggire al controllo, per far esplodere il silenzio in un gesto di ribellione.
E poi, con una risata amara, dice: «La cosa più divertente, sai qual è? Non ricordo nemmeno cosa dissi la prima volta che ho iniziato a raccontare questa storia. Non perché me lo sia dimenticato, ma perché, mentre parlavo, non stavo nemmeno ascoltando.»
58.
Un cartello ammonisce:
"PER QUESTO RIFIUTO SARAI
MORTUARIA CARNE
PARABOLA ANTICA E MALEDETTA
NEL DESERTO DEI SENSI
SE TU NON CI STAI."
“Basta così con le Ceres per stanotte,” dice Skeeen, la sua voce raschiante, come se fosse il frutto di una stanchezza che non riesce a scrollarsi di dosso. Non è solo stanco nel corpo, ma lo è nella mente, in quella parte di sé che sente di non poter più ingannare. Il suo sguardo è spento, ma anche attraversato da una lucida consapevolezza che gli lacera il petto.
“Basta così con le Ceres per stanotte?” ripete il barista, ma lo fa con una leggerezza insolente, come se quella domanda non fosse altro che una routine che gli scivola addosso senza afferrarlo veramente. Quasi un esercizio di potere, una verifica del controllo che cerca di esercitare sul mondo che lo circonda.
Per un istante, dopo averlo fatto sentire in imbarazzo, Skeeen pensa che salirà in taxi, accidenti, non ha voglia di camminare fino a casa. L’idea di percorrere quelle strade umide e vuote gli sembra impossibile, come se l’intero paesaggio si fosse allontanato da lui, lasciandolo come un corpo senza casa, senza un punto di riferimento. Ma subito dopo, una sensazione di immobilità lo avvolge e, quasi con rassegnazione, lascia che il pensiero del taxi svanisca, sostituito dal peso dell’attesa.
“Per un attimo pensavo che ci stessimo osservando a vicenda,” dice Skeeen, ma le sue parole sono un’eco che risuona nel vuoto, un pensiero che affiora senza trovare risposta. Poi nota che l’uomo davanti a lui, con un balzo rapido, ha allungato la testa, come se fosse stato per un attimo inghiottito dal buio, ma all’improvviso, come in un movimento ben calibrato, il suo volto appare chiaro e penetrante. Una scoperta che sembra ferirlo, come se in quella semplice azione di allungare il collo fosse contenuta tutta la verità che aveva cercato di nascondere.
Si rende conto che lo stava scrutando solo ora, con quegli occhi che sembrano più affilati di qualunque accusa, occhi che bucano il corpo, le sue contraddizioni. Un’analisi che lo coglie impreparato. Il suo corpo, contratto dall’angoscia e dall’incertezza, sembra voler oscillare tra il movimento e la fermità, come se non riuscisse a decidere quale parte di sé dare al mondo. Eppure, quel piccolo dondolio, quella sorta di oscillazione, non era altro che il segno di una paura che non poteva più nascondere, un'indecisione che si faceva visibile anche nel modo in cui si muoveva.
Skeeen, in quel momento di silenzio, comincia a parlare. La sua voce si alza, senza speranza, come una nota che si fa strada nel caos. Proprio mentre la musica si ferma e le conversazioni che prima erano rapide e piene di energia ora si spezzano e si dissolvono, come se il tempo si fosse fermato. La sua voce penetra questo silenzio, e lui lo sa: è un’apparizione, una manifestazione della sua presenza che non può più ignorare. È come un’improvvisa rottura, un atto di ribellione che non riguarda più solo il mondo che lo circonda, ma anche e soprattutto se stesso. Sente che la sua crisi è stata sempre lì, nell’ombra, ma ora è un’esibizione che non può più essere celata. Un bisogno di mostrare la propria intelligenza, ma al contempo la consapevolezza di quanto essa sia dolorosa, odiata, quasi come un marchio.
Percepisce il calore che arriva dai volti intorno, quel dolore che si fa quasi familiare, caldo, quasi morbido, ma che porta con sé l’odore della carne che si fa sacrificio. Il caldo di un posto che dovrebbe essere accogliente ma che in realtà è desolato, come se fosse costantemente in attesa di qualcosa che non arriva mai. "Perché il rosso rimane lì, come un bambino pronto a piangere?" si chiede, una domanda che non ha una risposta chiara, ma che si fa largo tra le sue riflessioni. Sente la fragilità che lo circonda, ma è anche quella stessa fragilità che lui rifiuta, che non sa come affrontare. Skeeen sarebbe stato pronto a colpire quel tipo di razza rasata che gli sta davanti, quell’uomo che sembra non avere paura, ma dimentica che quella stessa testa rasata è ciò che lo collega a un’immagine di sé che non può più evitare.
"Perché mi sono esposto quando avrei potuto restare nell'anonimato della folla?" si domanda. "Perché attirare su di me l'attenzione di quelli che ora mi segnano come nemico? Ho sacrificato la dolcezza dell’oscurità, la parte di me che mi permetteva di nascondermi, di vivere nell’ombra senza essere visto, per una finzione che mi rende visibile, ma che allo stesso tempo mi rende inutile. Ho voluto ingannarli, confondere la mia contraddizione, per non farli accorgere che non ho nulla da dire, niente di importante da aggiungere." Il pensiero lo attanaglia. Sa che la sua esistenza si è fatta sempre più distante da lui, come se fosse spettatore della propria vita, un essere che non può più entrare davvero in contatto con ciò che gli accade intorno. Ma la sua voce, il suo corpo, tutto in lui si oppone a questa disconnessione. C’è l’orgoglio che lo spinge, ma anche la consapevolezza che quella stessa voce potrebbe tradirlo, potrebbe rivelare più di quanto lui sia disposto ad ammettere.
“Non posso negare che ci sia un po’ di commedia in tutto questo,” pensa Skeeen, e per un momento l’ironia gli regala un senso di liberazione. "Con un po' di impegno, sarei riuscito a rimettermi in piedi senza troppo sforzo. Nessuno dei miei tentativi sarebbe stato doloroso, ma in quella sofferenza del freddo, alla Fossa, mi veniva da desiderare l’immobilità. Credevo che fosse la via migliore, un rifugio che non avrebbe richiesto alcuna decisione, come in estate quando mi abbandonavo al sole del fiume, a sentire quel calore che mi penetrava lentamente, facendomi sentire vivo. Ma qui il bruciore non dava alcuna gioia, non dava alcuna soddisfazione, eppure sentivo che il freddo mi entrava nelle ossa come un invito a rimanere fermo, a non reagire."
Skeeen continua, con una voce che sembra quasi incerta, ma che viene fuori comunque, come un grido trattenuto: “Perché nessuna prova mi è superiore, sento che le mie forze sono illimitate, ma non posso più ignorare che ciò che mi rende forte mi ha anche distrutto.”
“Perché quella panchina era la stessa che amavo in primavera, quando il parco si riempiva di bambini, di risate e di coppie che si tenevano per mano, tutto vivo di cinguettii e il rumore della fontana di de Chirico, che cantava la sua melodia incompleta. Ma oggi tutto è silenzioso, deserto, e quell’acqua che prima amplificava i suoni ora è solo una presenza inquietante. Il parco, che una volta era una tela vibrante di vita, è ora una distesa di ombre e di quiete, come se tutto fosse stato risucchiato dalla solitudine.”
“Perché, se la giornata alla Fossa aveva un’atmosfera di calore, quasi accogliente, simile a quella di una sala cinema surriscaldata, dove il caldo si faceva conforto dopo il freddo, la cosa che mi commuoveva davvero era la sensazione di libertà che per un attimo avevo ritrovato, ma che subito si spegneva. In essa c’era una sorta di innocenza perduta, come un soffio di purezza che si faceva strada tra le crepe della mia disillusione. Era come una contraddizione che non riuscivo a capire, un caldo che, per quanto confortante, sembrava privarmi di ogni possibilità di cambiamento, eppure proprio quella sensazione mi dava una tristezza che non riuscivo a scacciare, come se avessi perduto qualcosa che non avrei mai più trovato.”
59.
Senza alcuna vera motivazione, mi ritrovavo a vagare tra le vetrine dei pochi negozi ancora aperti della città. Le serrande di quei luoghi erano rimaste alzate, come se il tempo, in quella parte di mondo, non si fosse mai fermato. Mi fermavo ogni tanto davanti a un’esposizione, fingendo di essere attratto da qualcosa, ma in realtà stavo solo cercando di distrarmi, osservando furtivamente gli angoli delle strade. Mi aspettavo, senza una reale convinzione, che un’ombra potesse materializzarsi da un momento all’altro, facendo capolino sui marciapiedi o sui muri, parzialmente oscurati dai manifesti pubblicitari che li ricoprivano. La luce gialla dei lampioni proiettava strane forme sulle superfici rovinate, creando un contrasto che sembrava rendere ogni angolo di quella città un riflesso di qualcosa di perso e irraggiungibile.
"Muoviti, non perdiamo tempo," sentii sbottare qualcuno da un angolo della stanza. Mi tirai su, ma non riuscivo a fare a meno di pensare a quanto quella frenesia fosse vuota, priva di scopo, come il mio stesso cammino tra i negozi. Un passo dietro l’altro, ma senza una direzione chiara, senza nulla da cercare davvero.
"Non posso fare a meno di disprezzare chi si perde nei labirinti della propria sessualità come se fosse una condizione naturale, come se essere confusi, vaghi, ambiguamente attratti fosse una forma di espressione da proteggere. Mi irrita profondamente la menzogna che si fa tolleranza, che diventa accettazione, come se fosse la cosa giusta da fare," disse Godz, con un tono tanto deciso quanto scontroso. La sua voce sembrava tagliare l’aria, come se ogni parola avesse un peso che non voleva essere messo in discussione. "Non è che la menzogna vada condannata, ma quella condizione di indeterminatezza, quella mancanza di chiarezza, mi sembra solo una scusa per non affrontare veramente la propria identità."
Intorno a me, il mondo continuava a girare, ma io restavo immobile nel mio giudizio, nel mio sguardo critico. Non cercavo conforto nei discorsi che mi circondavano, ma piuttosto l’opportunità di fermarmi, di riflettere. Poi, la scena cambiava e tutto diventava più superficiale, più spettacolare. La telecamera era ora su Asha Kocchar, psicologa di professione e designer delle luci per il teatro, che rispondeva a una domanda imbarazzante sulla natura dello show che aveva organizzato con Vydyun M. Singh, una modella internazionale famosa in tutto il mondo. "Più moda o più spettacolo?" le chiedevano. Asha, con un sorriso sardonico, rispose con sicurezza: "Più spettacolo. La moda è solo un mezzo, uno strumento per raccontare qualcosa. Ma lo spettacolo, quello è il cuore di tutto."
"Molti vi accusano di vendere bellezza come se fosse un’illusione," continuò, "ma non capisco dove sia il problema. La bellezza femminile, in fondo, è una tautologia: una donna bella è semplicemente una donna bella. Non c’è niente di più semplice."
Mentre Asha parlava, il mio sguardo si perdeva nel movimento di una scena che sembrava voler simulare un gioco, un gioco che nascondeva qualcosa di più profondo. La telecamera seguiva il corpo di una persona, che si muoveva con una precisione quasi inquietante. Si trattava di una sorta di rituale visivo, di una danza che sembrava non avere fine. Ogni movimento sembrava segnato dalla luce dorata che inondava la stanza, trasformando ogni superficie in un riflesso di qualcosa che non poteva più essere toccato, ma solo osservato.
Nel frattempo, le parole di Godz risuonavano nella mia testa. "La mia ammirazione va a chi non si lascia definire, a chi non accetta di essere messo in un angolo. A chi vive la propria identità come un fluire, un cambiamento continuo, un’arte che non deve essere classificata." La sua convinzione era totale, come se ogni parola fosse un inno alla libertà, alla spinta inarrestabile di definire se stessi senza paura.
Godz, con la sua solita determinazione, se ne andò con un sorriso ironico, attraversando la stanza con passo deciso, portando con sé il peso della sua verità. "Non voglio essere giudicato. Voglio solo essere visto per quello che sono, senza maschere, senza compromessi," sembrava dire con il suo sguardo fiero.
Eppure, a me non restava che osservare. Non ero più un semplice spettatore, ma qualcuno che rifletteva, che cercava di trovare un significato in ciò che accadeva attorno. La mia mente andava e veniva, come un pendolo che oscillava tra il bisogno di appartenere a qualcosa e l’istinto di allontanarmi da tutto. Sentivo che in fondo, in questa città, la verità era una merce rara, un concetto inafferrabile che si perdeva tra le dita ogni volta che cercavo di afferrarlo.
"Le risate di chi non capisce mi sembrano divertenti," pensavo, mentre un sorriso amaro mi sfiorava le labbra. "In fondo, anche i miei errori sono divertenti per chi non riesce a comprendere cosa ci sia dietro. La tristezza che mi avvolge, la confusione che mi pervade, sono solo il risultato di un mondo che si nutre di apparenze."
Poi, il barista mi fece un commento sulla mia condizione economica, come se sapesse già che la mia vita era in bilico, che stavo cercando di mantenere un equilibrio che ormai era stato perduto. "Se continui così, finirai al verde," disse, con un tono che non lasciava spazio a dubbi.
Non potevo fare a meno di ridere. La vita era così, un susseguirsi di immagini, di parole vuote e di sguardi che si incrociavano senza mai toccarsi davvero. In fondo, tutto ciò che mi restava era un piacere perverso nel disingannare me stesso, nel vedere come gli altri si sforzavano di comprendere qualcosa che non avrebbero mai potuto afferrare.
"Il rimorso mi ha finalmente portato a rivelare la mia vera natura," riflettevo, mentre il mio corpo si preparava a una nuova metamorfosi. "Ogni menzogna che ho detto, ogni inganno che ho perpetrato, ha trovato il suo prezzo." Ma nel fondo di questa consapevolezza, c'era anche una liberazione, quella stessa liberazione che provano quelli che non hanno paura di distruggere ciò che hanno costruito.
60.
La musica, stasera, non ha nulla di volgare. Anzi, è come un vento che scuote le casse con una potenza che nessun altro avrebbe mai saputo evocare. Ogni nota rimbalza nell'aria con la forza di una rivelazione, penetrando nel cuore stesso di chi la ascolta, risvegliando sensazioni inaspettate. Skeeen si sente sopraffatto da un benessere che lo invaderebbe completamente se non fosse per quella sorta di dubbio che, in un angolo nascosto della sua mente, continua a insinuarsi. Una sensazione che sembra essere il contrario di quella tormentata e ansiosa crisi che aveva vissuto tempo prima. Ma c'è qualcosa di differente in questo momento. La serenità che lo avvolge non è solo una pacificazione dell'anima, è una forma di liberazione, come se finalmente riuscisse a respirare liberamente dopo aver visto il mondo attraverso una nebbia densa. Quasi come se fosse riuscito a mettere fine a una guerra interiore che sembrava infinita.
Quello che per altri sarebbe stato un semplice accompagnamento musicale diventa per lui un’esperienza quasi trascendentale. Non sa spiegarne il motivo, ma sente che qualcosa di profondo sta accadendo dentro di lui. Come se il suono stesso, quell'onda musicale che avvolge la stanza, fosse riuscito a toccare corde intime e silenziose nel suo corpo e nella sua mente. La musica lo fa sentire vivo, in armonia con l’universo, mentre tutte le angosce, le preoccupazioni e le tensioni che lo avevano assillato sembrano lontane, come se appartenessero a un’altra vita. È una serenità che non si sarebbe mai aspettato, che sembra venire da un luogo che non conosceva, come una rivelazione che lo scuote nel profondo.
Ma dentro di lui, mentre il suono lo trasporta in questa strana sensazione di pace, c'è anche un altro movimento, più oscuro e nascosto. Senza punti di riferimento, senza un’ancora alla quale aggrapparsi, il rischio di smarrirsi è costante. La sua mente oscilla tra l'irresistibile impulso di abbandonarsi completamente a quella sensazione di benessere e la paura di perdere se stesso, di abbandonare il controllo. Ogni passo che fa, ogni movimento che compie, sembra condurlo più lontano da ciò che aveva pianificato. C’è un piano, una strategia che si è imposto per cercare di riconquistare Godz, ma qualcosa dentro di lui non smette di tremare. La paura che tutto possa svanire all’improvviso, che il suo stesso desiderio di recuperare ciò che è perduto possa svanire insieme a lui, cresce come un’ombra che non riesce a dissipare. È come se fosse in una danza, dove ogni passo in avanti lo porta più vicino al precipizio.
E proprio in quell'istante di incertezza, un altro evento si intromette nella sua mente. Il biondo ubriaco, uno dei tanti presenti in quel locale affollato, perde il controllo e si schianta faccia a terra sul parquet di El Horno. Il rumore del corpo che sbatte sull'asfalto, il silenzio che segue per un attimo, sembrano assorbire tutta l’energia della scena. Ma la reazione della folla è quella che ci si potrebbe aspettare in un luogo come quello: nessuna sorpresa, nessuna particolare preoccupazione. I ragazzi continuano a saltare, a muoversi come ombre danzanti, ognuno immerso nella sua finzione di divertimento. La festa continua come se nulla fosse accaduto. Nessuno sembra accorgersi della fragilità che si nasconde dietro quella maschera di apparente spensieratezza.
Eppure, proprio in quel momento di apparente indifferenza, Skeeen si sente più solo che mai. Il suo corpo, stanco e dolorante, sembra essere entrato in una fase di crisi. La notte insonne, i colpi ricevuti, tutto si fa più pesante da sopportare. Le gambe sono come di piombo, i lividi sulle braccia ricordano l'intensità di quanto accaduto, ma c'è qualcosa che si sta lentamente facendo spazio. È un momento di stasi, un attimo che si dilata come se il tempo stesso avesse smesso di scorrere. Per un attimo, sembra che il suo corpo si fermi, sospeso in una quiete imprevista. I suoi occhi sono aperti, ma non vede più nulla di ciò che c'è attorno a lui. È come un cavallo che dorme in piedi, rimanendo in un equilibrio precario tra la veglia e il sonno. Le sue percezioni si fanno confuse, sfocate. È in un limbo, sospeso tra la realtà e il sogno, incapace di decidere quale di esse sia più vera.
Ma mentre è immerso in quella sorta di sonno temporaneo, la musica, fresca e regolare, senza scosse, diventa il suo unico punto di riferimento. È come se il suono avesse il potere di guidarlo in quel momento di confusione. Ogni nota è un battito che risuona nel suo corpo, portandolo a uno stato di serenità. La calma che prova non è semplicemente una sensazione passeggera: è una trasformazione profonda, che gli permette di staccarsi dal peso delle sue emozioni più buie. Il suo corpo, esausto e tormentato dalla fatica e dal dolore, sembra come annullarsi, sollevato da un peso che non aveva mai saputo di portare. La mente si svuota da pensieri distruttivi, e in quel vuoto trova una forma di pace che non aveva mai conosciuto. La sua sofferenza, che sembrava inesorabile, viene placata da una forza che non riesce a comprendere del tutto, ma che accoglie senza opporre resistenza.
Eppure, nonostante questa nuova sensazione di benessere che lo pervade, Skeeen non può fare a meno di avvertire una sensazione di solitudine che non sembra abbandonarlo. È come se fosse stato sottratto al mondo, come se fosse prigioniero in un angolo oscuro, dove nessuno potrebbe trovarlo. Lì, in quel luogo dove il tempo sembra essersi fermato, la sua solitudine diventa più tangibile. Un abisso sembra separarlo dal resto dell’esistenza, come se fosse in fondo a un crepaccio dal quale nessuno potrebbe mai tirarlo fuori. La sua mente si perde nei suoi pensieri più oscuri: cosa accadrà, adesso? È davvero libero da tutto ciò che lo tormentava, o è semplicemente fuggito? Ma anche mentre queste domande affiorano, Skeeen avverte qualcosa di misterioso. Una consapevolezza che, in qualche modo, anche in quella solitudine, ha trovato una forma di rifugio, anche se inquietante. La folla intorno a lui continua a muoversi, ignara della sua esistenza, ma per lui, tutto si è ridotto a quel piccolo spazio di pace, al di là di cui non sa più cosa c'è. Sembra che il mondo esterno sia ormai lontano, come se fosse stato intrappolato in un angolo lontano, fuori dalla portata di chiunque. Eppure, in quella solitudine, c'è una piccola, silenziosa speranza che lo avvolge.
61.
Nel cuore pulsante della dark, un qualcosa di umido sfiora un altro qualcosa di umido, come se il mondo stesso fosse avvolto da un abbraccio di sudore e di fumo. L’atmosfera è densa, il tempo sembra sospeso, e l’unico suono che si distingue è quello dei corpi che si muovono senza sosta, un continuo gioco di danze e di ombre. Un uomo, con il cappello ben calcato sulla testa, sembra essere in un mondo tutto suo. "È divertente, qui dentro," dice, la voce che si perde nella confusione del locale, ma nel suo tono si nasconde qualcosa di vuoto, di inutile, quasi come se stesse cercando di convincere se stesso piuttosto che chi lo ascolta. Il suo corpo si muove seguendo una musica che non è solo suono, ma un flusso che attraversa l’anima e lo costringe a non fermarsi mai. C'è qualcosa in quella danza che non ha a che fare con il divertimento, ma con la necessità di allontanarsi dal mondo, dalla realtà che potrebbe schiacciare ogni sua velleità di esistere.
Nel mezzo di tutto questo, Skeeen osserva, sempre distaccato, come se fosse un osservatore silenzioso di una realtà che sembra sfuggirgli, o forse che non ha mai cercato di afferrare completamente. "Quel giorno alla Fossa," dice, quasi in un sussurro che viene assorbito dalla musica pulsante, "il freddo mi paralizzava, ma in qualche modo, quell’atmosfera aveva qualcosa di attrattivo. Era come se la neve, il gelo, e l'oscurità che ci avvolgevano avessero creato una bellezza strana, effervescente, che nasceva dalla frenesia di certi gesti istintivi, infantili. Come una spinta primitiva, qualcosa che non si può ignorare. Eppure, in secondo piano, quasi nascosta, c’era una cortina di voci più tenere, più serene, che sembravano sussurrare un altro linguaggio, più pacato, più umano."
Eppure, qualsiasi cosa Skeeen dica, anche le sue parole più innocue, sembrano portare con sé un peso, un giudizio implacabile. Parla con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni, eppure non riesce mai a evitare il giudizio degli altri, che lo guardano con sospetto e diffidenza. È come se ogni sua parola fosse una provocazione, un atto di disobbedienza. Eppure, dentro di sé, sa che non c'è altra via se non quella di restare fedele a sé stesso, anche se questo significa essere condannato a una solitudine costante.
"Quando alcuni di loro mi mancheranno," continua Skeeen, con un sorriso che sa di rassegnazione, "so che dovrò farne a meno. Non sostituirò le lacune della memoria con storie inventate, né cercherò di appesantire la realtà con desideri irrealizzabili. La verità è che, alla fine, la realtà è sempre più cruda di qualsiasi fantasia, e se non la si accetta, si è condannati a vivere in una costante illusione." La sua voce si fa più intensa, come se stesse cercando di convincere se stesso, più che gli altri, che ciò che dice è il solo modo per restare ancorati alla vita senza perdersi.
Eppure, nonostante tutto, non riesce a fare a meno di riflettere: "Quando ardo dal desiderio di parlare, non mi trattengo, ma non lo faccio mai per piacere, né per impressionare qualcuno. Non mi preoccupo mai di rendere pubblici i miei pensieri, né di svuotare il sacco a chiunque. La vergogna di essere ciò che sono è talmente radicata in me che mi chiudo, mi ritiro nel silenzio. È l’unico modo che conosco per sopravvivere." La sua voce è bassa, carica di una tristezza che non riesce più a nascondere, come se ogni parola fosse un passo più lontano da un mondo che non lo accetta.
Nel frattempo, Godz continua a ballare, senza fermarsi mai, come se il suo corpo fosse un mezzo per sfuggire a qualsiasi pensiero, a qualsiasi consapevolezza. La sua danza è fluida, un movimento che sembra non avere fine, come se fosse un atto di pura liberazione. Quando si muove, il suo corpo sembra riscaldarsi, come se ogni passo lo spingesse sempre più lontano da una realtà che forse non ha mai voluto affrontare. La sua danza è il suo rifugio, l’unico modo per non soccombere alla pressione di un mondo che non capisce. Ma, mentre lui danza, Skeeen riflette, con la mente che torna a quell’esperienza alla Fossa, dove il freddo e l’incertezza si mescolavano in un abisso che sembrava non avere via di fuga.
"Quel giorno, alla Fossa," dice ancora Skeeen, "avevo paura, ma non era solo paura fisica. Era la consapevolezza di essere su una china pericolosa, un precipizio verso il quale stavo scivolando senza possibilità di frenare. Non c’era alcuna salvezza, eppure continuavo a lottare, a cercare di risalire, ma sapevo che, malgrado ogni mio sforzo, avrei toccato il fondo." La sua voce è più profonda, come se stesse rievocando un dolore che non è mai riuscito a superare. "La paura non è mai tanto fisica quanto mentale," continua, "è una consapevolezza dell’ineluttabile, un sentimento che cresce dentro e che ti porta, inevitabilmente, a quel momento in cui non puoi fare altro che cadere."
Poi, l’aria della dark sembra cambiare, diventando più densa, più pregna di tensione. Nina, in un angolo, racconta di come la sua fama sia nata da un gesto che, in molti, hanno interpretato come scandaloso. "Mi hanno accusata di essermi masturbata in tv in Austria," dice con un sorriso ironico. "La verità è che ci avevano invitato a uno di quei programmi giovanilistici dove ci provano a rimettere i giovani sulla retta via. E quando si è parlato di amore e libertà, ho detto che era proprio quello che mancava. Così, per dimostrarlo, ho dovuto dar loro una dimostrazione pratica. Ma nessuno ha capito. La mia azione è diventata uno scandalo, e ora mi ritrovo con questa fama che non avevo mai cercato." Nina parla con una leggera rassegnazione, come se quel gesto avesse segnato un confine che ora non può più oltrepassare.
La scena si sposta ancora. La musica si fa più lenta, le luci diventano più soffuse, e il movimento dei corpi sembra rallentare, come se tutti stessero cercando di trovare un ritmo che possa aiutarli a comprendere ciò che accade attorno a loro. Skeeen, sempre in disparte, ricorda un altro episodio che lo ha profondamente segnato: "Quando fui a pochi passi da lui, rallentai. Mi fermai davanti a un albero abbattuto, nel punto in cui il sentiero proveniente dal ponte si congiungeva alla parte della Triennale che avevo appena lasciato. Era come se il mio passo fosse incatenato a quell'immagine, quell’uomo immobile sotto il tronco, il cappotto troppo lungo che gli sbatteva contro le gambe, come se fosse stato inghiottito dal freddo e dalla solitudine."
"Quando ripresi i sensi," dice Skeeen, "ero disteso nella neve. Le mani strette attorno al mio cappotto, sentivo un dolore che mi penetrava la fronte, ma riuscivo appena a muovermi. Con fatica, mi voltai e rimasi a guardare quell’albero che sembrava sfidarmi. Il suo tronco era contorto dalla nebbia, come se volesse dirmi qualcosa. Ma non riuscivo a capire. Solo il freddo, la solitudine, e il silenzio mi circondavano." Il suo sguardo è lontano, come se stesse rivivendo quei momenti con una lucidità spaventosa. "Eppure," aggiunge, "sapevo che era il luogo dove dovevo essere, che i miei passi mi avevano condotto inevitabilmente lì. E questa consapevolezza non era tanto una scelta quanto una necessità."
Il racconto si fa ancora più denso, un vortice di immagini che si mescolano senza soluzione di continuità, creando un flusso ininterrotto di riflessioni e sensazioni che non possono essere separate dalla realtà che li ha generati. Ogni frase, ogni parola, sembra il riflesso di un mondo che è tanto crudo quanto inevitabile, eppure, forse proprio per questo, affascinante e terribile allo stesso tempo.
62.
Quegli occhi, quel mistero che nascondevano, sembravano persino più eloquenti ora che
Skeeen, distaccato e indifferente, osservava il povero diavolo. Un tempo, avrebbe ceduto alla tentazione di quel desiderio, alla lusinga di quelle attenzioni, ma non più. Quella scena, che una volta lo avrebbe coinvolto in un turbine di emozioni e tentazioni, ora non faceva altro che fargli percepire quanto fosse distante da tutto ciò. L’altro, povero illuso, non aveva ancora compreso che ormai Skeeen era completamente svuotato di quella passione che un tempo lo spingeva a desiderarlo. Non c'era più spazio per il corpo, non c'era più spazio per il piacere fisico. Quello che gli restava era un ricordo di sé, una traccia sfocata di un desiderio che si era spento nel tempo. La scena, con quel povero diavolo che si dava pena di cercarlo, aveva suscitato in Skeeen una compassione stranamente mista a disprezzo. Ma non si trattava di odio. No, non più. Quella sera, come se avesse accettato il proprio destino, si sarebbe lasciato avvicinare senza ribellarsi, lasciando che l’altro gli si desse, senza trattenere nulla, per l’ultima volta. Ma quel vuoto che sentiva dentro di sé non si sarebbe mai colmato. Era la mancanza di qualcuno che non era mai arrivato, un odore persistente che lo tormentava, una traccia impossibile da cancellare.
La coscienza di sé, quella dannata coscienza, si faceva sempre più opprimente. Non c'era più scampo. Ogni pensiero, ogni respiro, era come un monito, un eterno rimprovero che non riusciva a spegnere. “La cosa che meno di qualsiasi altra sembra possibile che mi perdoniate, è questa maledetta cattiva coscienza,” pensava. Eppure, la sua voce, sempre più distorta da questa interiorità contorta, diceva: “Questa è la vera passione: infliggere dolore al prossimo per puro piacere, con la più nobile delle intenzioni.” Le parole erano intrise di sarcasmo e amarezza, come se in esse ci fosse il riflesso di una realtà ormai deformata. C’era una perversione in quella sua riflessione, un tentativo di rendere il dolore una sorta di arte, un atto nobile. L’uomo che aveva incontrato alla Fossa sembrava, in un certo senso, essere stato mandato dal destino proprio per offrirsi come sacrificio, come carne di cui fare uso. Non c'era altro, non c’era alcun altro desiderio che non fosse il consumare quella carne, come fosse tutto ciò che rimaneva in un mondo che, agli occhi di Skeeen, non aveva più altro da offrire.
La notte calava pesante, e con essa, il peso di pensieri che non riusciva a liberarsi di. “Questo è un momento spaventoso,” pensava, sentendosi come intrappolato in un angolo dal quale non riusciva più a uscire. “Mi vedo morto, morto mentre mi contorco con qualcuno che nemmeno ricordo chi fosse.” Eppure, più il pensiero si faceva oscuro, più lui cercava di scivolare nell’oblio, di sfuggire a quella disperazione che lo stava divorando. Non riusciva più a sopportare l’idea di restare nascosto dietro quei cespugli bassi, sotto il dosso, come una sorta di esiliato dalla vita stessa. Non riusciva più a dare spiegazioni a se stesso, figuriamoci agli altri. Ogni giustificazione per le sue azioni, ogni parola che un tempo lo avrebbe convinto, ora sembrava ridursi a polvere. “Quando tutto è stato detto, tutto è stato fatto,” pensava, come per spiegare a se stesso che non c’era più nulla da aggiungere, nulla da cambiare. La fine era già scritta, eppure il suo cuore batteva ancora, senza un’apparente ragione, come se fosse destinato a continuare a tormentarsi in quella miseria.
Il ricordo della scena, di quell’odore, era come una morsa che stringeva il suo cuore. Nessun respiro, nessun pensiero riusciva a liberarlo da quella sensazione di angoscia. La notte, con la sua solitudine, gli strappava ogni forza, ma anche la presenza di Godz, che pur sembrava una forma di affetto, non riusciva a placare il suo tormento. La gelosia che un tempo avrebbe provato, quella gelosia che lo spingeva a inseguire un desiderio che non era mai stato realmente suo, ora gli sembrava nulla più che una traccia di un passato che non gli apparteneva più. Godz, il suo vecchio tormento, non riusciva a tenerlo più legato. “Non è più un’ossessione,” pensava, “è solo un’abitudine che mi si è incollata addosso.” La festa stava per finire, ma la consapevolezza che il tempo non si fermasse mai, che tutto fosse destinato a sfumare come polvere nel vento, lo faceva sentire sempre più estraneo a sé stesso. L’abitudine di vivere una vita che non sentiva più sua era diventata il suo unico compagno.
Poi c'era quel ricordo del Traveller’s. La sala fumosa, l’aria densa di voci stonate, di risate volgari, di corpi che si muovevano in un ritmo senza senso. La luce cruda dei neon che strappava via ogni ombra, ogni tentativo di nascondersi. “Quello che un tempo mi sembrava un piacere, ora mi appare come una trappola,” pensava, mentre gli occhi si perdevano nei ricordi di una confusione che ora gli pareva insignificante. Eppure, quella stessa confusione, quella stessa risata grossolana che sentiva riecheggiare, lo aveva in qualche modo sedotto. Ma ora, nella solitudine che lo avvolgeva, quella stessa scena lo opprimeva. Il suo cuore si stringeva ogni volta che pensava a quel luogo, alla festa che sembrava averlo inghiottito, eppure non si era mai veramente trovato lì. “Adesso, cosa resta?” si chiedeva. Tutto ciò che era stato lo aveva abbandonato, e ora restava solo un paesaggio di silenzio, glaciale e immobile, dove lui stesso sembrava perdersi, come una figura spettrale.
Oltre quelle mura d’ambra del Traveller’s, la morte sembrava essere entrata nel cuore di ogni movimento, nel respiro stesso di chi vi si trovava. Era una presenza che non si vedeva, ma si sentiva, come un’ombra che avvolgeva ogni cosa, ogni parola, ogni gesto. “Perché il rimpianto non arriva mai a salvarci?” si chiedeva. “Per quale ripugnanza?” Il rimpianto che avrebbe dovuto spingerlo a cercare una via di fuga, una salvezza, era solo un’illusione, un gioco mentale che non faceva che allontanarlo ulteriormente da ciò che sperava di trovare. E poi, come un’apparizione inaspettata, Godz finalmente lo notò. Si avvicinò, venne a salutarlo. Ma Skeeen non poté fare a meno di pensare che fosse solo l’ennesimo gesto vuoto, una cortesia che non lo toccava più. “Mi lancerò avanti a capofitto,” pensava, quasi con un sorriso amarognolo, come se fosse l’unica cosa da fare, l’unica via per sfuggire al suo stesso tormento.
Poi, con una smorfia di disprezzo, pensò a quanto fosse assurdo il fatto che qualcuno si fosse appassionato alla sua storia. “Se ci sono ancora persone che desiderano ascoltare,” rifletteva, “mi permetto di invitarle alla pazienza, perché non ho intenzione di restare a bocca asciutta. Se qualcuno desidera interrogarmi, con gli occhi fuori dalle orbite e la gola secca, sarò felice di soddisfare la loro curiosità.” Era come se in quella narrazione, nel raccontare le sue disavventure, avesse trovato una strana forma di controllo, una forma di potere che non aveva mai avuto. La sua esistenza, ridotta a uno spettacolo, continuava a intrecciarsi con le ombre del passato. “Poi, quel giorno alla Fossa, persi l’equilibrio, caddi faccia avanti, e non potevo fare altro che proteggermi la testa con la mano,” pensava. Il ricordo di quella caduta, simbolo di un fallimento che non riusciva ad accettare, lo perseguitava. Non c’era più spazio per la modestia. “Pavoneggiarmi o rimanere nell’ombra non ha importanza,” pensava, “non mi trattiene nessun scrupolo dall’insidiare la tua buona fede, se ciò mi aiuta a soddisfare il mio vizio.”
63.
Skeeen si ferma a riflettere su quanto accaduto quel giorno alla Fossa, un episodio che rimarrà impresso nella sua memoria come un fallimento personale, un tentativo di trovare risposte che si è rivelato inutile. Con una sorta di amarezza e disillusione, ammette che la punizione che aveva cercato con insistenza non ha avuto l’effetto che si aspettava. Non c’era stato quel cambiamento tanto desiderato, quell'illuminazione che pensava di raggiungere attraverso il dolore e la sofferenza. In fondo, sapeva che tutto quel gesto, quel sacrificio che aveva cercato, non avrebbe avuto altro scopo che un ulteriore rinforzo del suo disagio interiore. Eppure, nonostante l’umiliazione di essersi ridotto a un espediente così meschino e patetico, che quasi lo faceva vergognare di sé stesso, sentiva che doveva affrontare un'altra prova. Una nuova sofferenza che, questa volta, avrebbe dovuto essere ancora più devastante e concreta. Il timore che quella prova potesse costargli qualcosa di ancor più doloroso, fisicamente e psicologicamente, lo tormentava. Anticipava un dolore che non solo sarebbe stato fisico, ma che sarebbe stato anche profondamente umiliante. Quella prospettiva di sofferenza, che gli appariva come una montagna insormontabile, lo colpiva con un’intensità che non riusciva a dominare. La paura di ciò che avrebbe dovuto affrontare lo spingeva a cedere a un pianto che lo rendeva vulnerabile, ma che gli sembrava anche il risultato di una depressione che lo stava consumando lentamente. Lacrime che a lui stesso sembravano sciocche e prive di significato, eppure, in quel momento, gli apparivano come l'unica via per esprimere il suo dolore, un dolore che sembrava travolgerlo in ogni angolo del suo essere, fisico ed emotivo. Piangere come un bambino, con una sensibilità che sembrava fuori luogo per un uomo della sua età, lo rendeva ancora più consapevole della sua debolezza, ma in qualche modo anche più umano, più vicino a quella parte di sé che tentava di nascondere da tempo.
Guardando indietro a quegli istanti, Skeeen prende coscienza che il contrasto di quel momento rifletteva un conflitto che non era solo il prodotto di quella circostanza specifica, ma di una condizione interiore che lo affliggeva da molto tempo. In fondo, ciò che provava non era che l'ennesima manifestazione di un conflitto più profondo, che lo spingeva tra due tendenze opposte, come se fossero i due poli tra cui la sua sensibilità oscillava incessantemente. Da una parte, provava un'inaspettata e quasi incontrollabile repulsione per tutto ciò che riguardava la vita sessuale. Non riusciva a fare a meno di pensare a quella dimensione come a un mondo corrotto, intriso di inganni, di desideri egoistici e vuoti, di promiscuità imposta e di parole che non avevano nulla di autentico. La sessualità, così come veniva vissuta e rappresentata nel mondo che lo circondava, lo disgustava profondamente. Gli appariva come un gioco sterile, privo di significato, eppure forzatamente imposta come una necessità irrinunciabile dalla società e dalle sue dinamiche superficiali. A quella vita, a quel mondo di "obblighi" fisici e sociali, sentiva di voler sfuggire, desiderando ardentemente una liberazione, una purificazione che solo un'esistenza più distaccata, più pura, gli avrebbe potuto dare. Sognava l'aria fresca, il silenzio di una vita senza gli intrighi e le smanie della carne, un'esistenza che fosse lontana da tutto ciò che il sesso e le sue mille facce corrotte rappresentavano. Voleva la libertà, una libertà che poteva esistere solo lontano da ogni contatto fisico, dalla superficialità di un sesso che non aveva altro scopo che soddisfare i desideri egoistici e socialmente legittimati della sua cultura.
Ma, come accade spesso, non appena si avvicinava all'idea di realizzare questo desiderio di distacco, un’altra forza entrava in gioco. La paura lo paralizzava. Il terrore di perdere ogni legame con il mondo esterno, di diventare completamente isolato, lo spingeva ad abbandonare la sua ricerca di libertà per rifugiarsi di nuovo nella socialità. Nonostante il disgusto che provava per la "cloaca" umana, nonostante il suo desiderio di liberarsene, non riusciva a fare a meno di ritornarvi, come se fosse l’unico modo per giustificare a sé stesso il suo attaccamento a quella vita che, pur detestandola, sembrava l’unico punto di riferimento per la sua esistenza. Non riusciva a concepire la sua vita al di fuori dei contatti umani, anche se li trovava superficiali, inutili e, in ultima analisi, dannosi. Quella paura di trovarsi totalmente solo, di essere senza nessun legame che lo ancorasse alla realtà, lo spingeva a restare in contatto con la gente, per quanto disgustante gli apparisse quel mondo. Era un circolo vizioso dal quale non riusciva a uscire, una prigione che lui stesso aveva costruito attorno a sé, ma dalla quale non sapeva come liberarsi. Ogni tentativo di allontanarsi da quel mondo sembrava immediatamente contraddetto dal suo bisogno di esserne parte, anche se sapeva che, alla fine, sarebbe comunque fuggito da quella realtà. Non riusciva a prevedere quando o come, ma sapeva che non avrebbe potuto restare troppo a lungo in quella "cloaca", non avrebbe mai potuto considerare la sua vita come quella di chi si adatta a una simile esistenza. Eppure, ogni volta che si allontanava, tornava sempre, come se fosse intrappolato in un ciclo che non riusciva a spezzare.
Nel bel mezzo di quella confusione emotiva, di quella lotta interiore, Skeeen non poteva fare a meno di ricordare il sogno ricorrente di un rifugio lontano da tutto. Un luogo inviolabile che aveva immaginato più volte, un posto che sarebbe stato la sua salvezza. Un luogo di pace, di serenità, lontano dalle angosce e dalle contraddizioni della vita quotidiana, un luogo che sapeva che non avrebbe mai trovato davvero, ma che continuava a sognare e ad amare. Era il suo ideale di libertà, di autenticità, un luogo che rappresentava tutto ciò che sentiva di non poter avere, ma che al tempo stesso costituiva l’unica cosa che desiderava davvero. Eppure, pur conoscendo l’impossibilità di realizzare questo sogno, ogni volta che ci pensava, provava una sorta di conforto, come se quel desiderio, pur irraggiungibile, fosse la sua unica ancora di salvezza. Ma questa visione di tranquillità sembrava sempre scivolargli via, lasciandolo con una sensazione di insoddisfazione che non lo abbandonava mai.
Alla fine, in un momento di esasperazione totale, Skeeen si ferma e tace. Le parole, quelle parole che ha appena pronunciato, gli sembrano ora vuote, prive di significato. Non sono altro che echi spenti, privi di forza, incapaci di esprimere davvero ciò che prova. L’eccesso di parole, di discorsi che si sono accumulati dentro di lui, non riesce più a restituire nulla di concreto. Tace, non trova più il coraggio di proseguire, sopraffatto dal peso di quanto detto, consapevole che quelle parole, pur se piene di fatica e angoscia, sono ormai diventate parte del nulla che lo circonda. Non riesce più a sentirle vive, e ogni suono sembra ormai morire non appena esce dalla sua bocca. Il senso di vuoto che le accompagna gli appare come un abisso, un silenzio che assorbe tutto, anche il loro stesso significato.
64.
Skeeen non aveva mai agito in modo così assurdo, come se fosse un attore intrappolato in un copione che non riusciva a comprendere fino in fondo, recitando una parte che non gli apparteneva. Era come se, assieme a Godz, stesse partecipando a un dramma più grande di loro, dove la realtà e la finzione si mescolavano senza soluzione di continuità. Sembrava il vecchio Bowie, che in un concerto suonava il piano con una concentrazione totale, immerso nel suo mondo di suoni e luci, senza preoccupazioni per chi lo stava osservando. Quel giorno alla Fossa, l'emozione che travolgeva Skeeen era così potente che sembrava quasi un urlo, qualcosa che non si riusciva più a contenere, come un fiume in piena pronto a inondare tutto. Era la stessa sensazione che si prova quando un uomo stringe a sé un altro, un uomo che ha desiderato per tutta la vita, quando, finalmente, dopo ore interminabili di attesa, di angoscia e di domande senza risposta, una verità si rivela e lo mette in contatto con ciò che di più profondo e oscuro giace nell’animo umano, quella parte di sé che non si era mai osato guardare.
Rimase lì, disteso sulla neve, un’area fredda e abbandonata della Fossa, il suo corpo che quasi non sembrava più appartenere al mondo. La neve era compatta, scura, come un manto che lo avvolgeva in una morsa gelida, implacabile. Eppure, in quel momento, non riusciva a fare a meno di pensare che, in un certo senso, quella neve era anche un luogo di purificazione, un vuoto da cui poteva, forse, rinascere. Le mani cercarono il suo cappello di lana, ora ricoperto di neve che, lentamente, gli dava la forma di una torta di crema, un aspetto ironico e surreale che contrastava con il dolore che provava. Ma quel cappello non era altro che un simbolo, un frammento insignificante di quel momento, qualcosa che doveva essere messo da parte. Non era il momento di ridere. La sua mente era troppo occupata a cercare un senso che non trovava. Si rialzò, si riprese, ma non era lo stesso. Non era più l’uomo che era stato prima, o forse era solo la continuazione di un viaggio che non sapeva più dove lo stesse portando.
Restò fermo, immobile, ostinatamente sordo a quel chiacchiericcio che lo circondava. Quelle voci che sembravano solenni, ma che in realtà non facevano altro che alimentare l’inganno, l'illusione di un mondo che non voleva più ascoltare. Doveva continuare a restare in silenzio, lontano da ogni tentativo di coinvolgimento. Nessun gesto, nessuna reazione. Era come se non volesse appartenere a nulla, nemmeno a quelli che una volta avrebbero potuto essere i suoi compagni. Dava loro il disprezzo che avevano sempre cercato di suscitare in lui, ma non era per questo che si sentiva migliore. In fondo, la sua era una lotta solitaria. Non cercava alcun alleato, ma la sua ribellione non era per forza cieca. Doveva rimanere saldo nella sua convinzione che la sua purezza fosse la sua forza, e che, in qualche modo, quella purezza lo avrebbe reso temibile. Non voleva essere un complice, ma nemmeno una vittima. Non era disposto a cedere, eppure non avrebbe mai potuto liberarsi dalla sensazione di essere stato intrappolato. Il suo non era il potere che cercava, ma una continua illusione di riscatto, di liberazione, di speranza che finiva sempre per frantumarsi, lasciandolo in un’altra forma di costrizione.
“Rifarei tutto quello che ho fatto, con le coppie, comunque non rimpiango nulla,” diceva una voce al tavolo accanto a lui, come se tutto fosse facile, come se non avesse mai avuto dubbi. Ma Skeeen non poteva che sentire un vuoto profondo in quelle parole, perché quello che stava vivendo non era un gioco. Non c’era nulla di frivolo in quel momento. La sua ricerca era molto più profonda, più disperata. Cercava qualcosa, un segno, una risposta a un quesito che non riusciva a formulare completamente. La sua mente era occupata da un episodio che non riusciva a collocare, un momento che sfuggiva al suo controllo. Quella continua ricerca di affetto lo rendeva incapace di apprezzare la musica dei ceffoni che sentiva intorno a sé. Non riusciva più a distinguere il dolore dalla verità. Quella musica, quella violenza, non era solo fisica. Era qualcosa che gli penetrava dentro, che lo corrodeva lentamente. Una domanda gli consumava il pensiero, una domanda che non sarebbe mai riuscito a lasciar perdere. Doveva trovare una risposta, ma era come se quella risposta fosse destinata a restare fuori dalla sua portata.
“Non so se ho mai davvero ascoltato quella musica, se l’ho mai sentita veramente,” rifletteva Skeeen, eppure quella musica lo stava travolgendo, lo stava invadendo. Le parole sembravano sfuggire, ma nel profondo del suo essere sapeva che c'era qualcosa che non riusciva a capire. Non era la vergogna quella che provava, ma qualcosa di più complesso, qualcosa che affondava nelle radici della sua esistenza.
“Rimasi inginocchiato ancora un po’, con il cappellino di lana in mano, guardando il cielo nero, le lacrime scivolavano sulle mie guance,” diceva Skeeen, mentre i ricordi di quel momento, di quella sensazione di solitudine e frustrazione, lo avvolgevano di nuovo. Il freddo, che penetrava nella carne, era niente rispetto al gelo che sentiva dentro. Il suo cuore, che batteva così forte e frenetico poco prima, ora si era placato, ma non c’era pace dentro di lui. La corrente di pensieri che lo agitava continuava a scorrere, mentre il suo corpo cercava di riprendersi da quel dolore, da quella lotta interiore che sembrava non avere mai fine. Il respiro rallentò, ma c'era qualcosa di indefinito che lo stava consumando, una sensazione di perdita che non riusciva a farsi scivolare via.
Riprese a camminare verso la stazione Nord, eppure non aveva fatto nemmeno venti passi che qualcosa dietro di lui lo fece fermare. Un respiro leggero e regolare, che sembrava seguire il suo stesso ritmo, qualcosa che lo osservava senza che lui potesse vedere cosa fosse. Il peso di quella presenza lo faceva sentire come se fosse di nuovo intrappolato, come se non potesse mai essere libero. Ma non si sarebbe lasciato sopraffare dalla paura. Non doveva. Non era quello che voleva. Sapeva che doveva resistere, che non doveva permettere a quella paura di prendersi ciò che gli restava di dignità. Non sarebbe caduto nel baratro. Si sforzò di mantenere il corpo immobile, teso, come se quella fosse la sua unica difesa, come se fosse un uomo vulnerabile in mano a un destino che non avrebbe mai scelto. Era la figura della vittima, ma allo stesso tempo cercava di essere qualcosa di più: un nemico, qualcuno che non sarebbe stato facilmente abbattuto.
E in quel momento, quella frase, quel pensiero, tornò prepotente nella sua mente, come un mantra che non riusciva a scacciare, un messaggio che doveva scrivere, che doveva fare suo:
RITORNA A ME GODZ RITORNA
L’HO FATTA FINITA CON LE CAUSE
CON LA COSCIENZA DI UN PASSERO FERITO
CHE MITEMENTE MORDENDO MORTE
NON PERDONA AL PASTO FIERO
PASSO SENZA POR TEMPO IN MEZZO
ALLA DESCRIZIONE DEL FENOMENO
PROPRIAMENTE DETTO CHE SON IO
firmato coluichenonperdona
Godz, intanto, continuava a giocare con lui, quasi divertito dalla sua reazione, come se fosse una marionetta nelle sue mani. Sfiorò i suoi capezzoli, facendoli rizzare, e Skeeen, quasi incapace di trattenersi, scoppio a ridere nervosamente. Ma quel momento di leggerezza non durò. Godz passò a qualcosa di ben più serio, mettendo tra le sue mani qualcosa che non lasciava spazio per il gioco, un gesto che non poteva essere ignorato. L’intensità del momento cambiò all’improvviso, e Skeeen, pur sapendo che quella situazione non sarebbe mai stata dimenticata, non riusciva a capire se stesse per perdere completamente il controllo o se fosse finalmente pronto a affrontare la sua follia, quella parte di sé che non aveva mai accettato.
65.
Skeeen si espande lentamente, come una raggiera che si diffonde nel nulla, simile al mare che si estende senza fine, senza alcun desiderio di fermarsi. La sua presenza è un’onda che avanza con una forza umile ma implacabile, quasi impercettibile, ma assolutamente inesorabile. Ogni suo movimento sembra un atto di dissoluzione, come se fosse un corpo che, pur esistendo, non riuscisse mai a definire completamente la propria forma. Non c'è fretta in lui, non c'è alcuna necessità di raggiungere un obiettivo. È un’assenza, eppure un’assenza che impregna l’aria, un vuoto che si fa spazio, che si fa sentire senza gridare. Il suo corpo, intriso di una malinconia quasi inafferrabile, è come un simbolo di un’esistenza che affonda nel tempo, quella sensazione di morte che non si può più evitare, quell’odore che rimane attaccato all’aria come un marchio indelebile, una traccia che non può essere cancellata, nemmeno dalla mente più capace di allontanarsi dalla realtà. L’odore di un cadavere che si mescola al quotidiano, un avvertimento che non si può ignorare. Non è solo fetore, è la percezione di qualcosa che è finito eppure persiste, come una ferita che non guarisce, come un dolore che non si spegne.
Eppure, tra tutti coloro che gli stanno intorno, nessuno sa davvero cosa rappresenti, nessuno riesce a comprendere l’origine di questa sua essenza. Skeeen non è mai stato capito, non lo sarà mai, eppure c’è qualcosa di irresistibile nel suo modo di esistere. Non è per mancanza di desiderio, ma perché il desiderio stesso è il suo ostacolo più grande. Perché c’è un mondo che non vuole ascoltarlo, non vuole vederlo, non vuole entrare in connessione con ciò che lui è. Non è la sua odiosa presenza che lo rende insopportabile, ma il fatto che ogni passo che compie è come se fosse un affronto, un atto di sfida al mondo che, pur ignorandolo, continua ad avere un peso, una forza che lo imprigiona.
“Sa, davvero, di cosa sono fatto?” si domanda Skeeen, con una domanda che potrebbe sembrare banale a chi non conosce la sua angoscia, ma che per lui è l’essenza della propria esistenza. “E se lo sapesse, sarebbe in grado di accettare ciò che vedrebbe? Perché la verità è che non c’è niente che io sia in grado di comprendere fino in fondo, nessun aspetto della mia esistenza che possa essere definito una verità. Godz, allora, che si sta guardando dall’alto, come se fossimo all’interno di un gioco che lui sta manovrando senza alcun impegno, che si lava le mani delle mie confusioni, come se tutto fosse senza valore?” C’è una triste ironia nelle sue parole, un’amarezza che vibra sotto ogni suono, sotto ogni gesto che fa. Perché, in fondo, Skeeen non può fare a meno di considerare che, forse, è lui stesso a sfuggire a sé. È lui che non si può comprendere, che è impossibile definire, perché ogni definizione sarebbe solo un altro inganno.
In questo caos di pensieri, però, c’è un momento di umiltà. Skeeen si rivolge a chi lo ascolta e, con un gesto che è al tempo stesso vulnerabile e orgoglioso, si presenta. “Sapete almeno chi vi sta parlando?” è la sua domanda, come se questo fosse il nodo che lega tutte le sue azioni. Eppure, c’è una nobiltà in questo atto. Il presentarsi così, senza pretese, senza maschere, come se il proprio nome fosse l’unica cosa che ha da offrire. Ma questa offerta non è semplicemente un gesto di umiltà, è una resa. Non si tratta di un’umiltà che cerca approvazione, ma di una resa di fronte al fatto che non c’è nulla da nascondere. Non si può fuggire da sé, eppure si cerca disperatamente di non essere giudicati. Perché, se c’è una cosa che Skeeen non può sopportare, è proprio l’idea che gli altri vedano troppo dentro di lui. Perché ogni uno di noi ha paura che gli altri possano svelare ciò che non vogliamo mostrare, ciò che non possiamo affrontare neppure dentro di noi.
Eppure, se le sue parole suonano in qualche modo come una richiesta di attenzione, di essere riconosciuto, c’è anche un lato più oscuro in questo gesto. C’è un piccolo, ma inevitabile, desiderio di vedere gli altri rispondere. Una speranza che forse, alla fine, il mondo si farà luce. “Vi accoglierete mai in un mondo che finalmente si farà luce?” chiede, ma la sua domanda è una sfida, non una richiesta di risposta. Perché Skeeen sa che, nonostante la sua richiesta, il mondo non cambierà mai. Saranno sorpresi, forse incuriositi, ma non capiranno mai davvero. Perché Skeeen non è chi si fa capire facilmente. Non è una persona che può essere racchiusa in un’interpretazione semplice, un oggetto di facile comprensione. Piuttosto, è un enigma che si fa sempre più profondo ogni volta che qualcuno cerca di svelarlo.
Quando, poi, svela il suo inganno, dicendo che tutto ciò che ha detto finora è stato un tentativo di confonderli, di traviarli, lo fa con una rivelazione che non è mai del tutto completa. Non c’è solo il desiderio di mentire, ma il desiderio di nascondere qualcosa che, a sua volta, è inafferrabile. Perché ciò che Skeeen teme non è tanto il giudizio degli altri, quanto il fatto che la sua risata possa essere quella di chi vede attraverso di lui. È il desiderio di non essere deriso, di non essere ridicolizzato. La risata che teme, la risata che lo tormenta, non è la risata degli altri, ma quella che sente di meritarci, quella che viene quando ci si rende conto che tutti, in qualche modo, sono più forti, più capaci, più veri di lui. Eppure, non può fare a meno di affrontarla. Confrontarsi con la risata, con la consapevolezza che quella risata è il prezzo che si paga per la propria esistenza.
In questa battaglia interiore, Skeeen si difende come può. Non è mai stato un uomo che cercava una risposta semplice. La sua vita è fatta di stratagemmi, di illusioni, di difese che non reggono. La carne si riscalda sotto le sue dita, mentre il corpo risponde a una pulsione che lo attraversa senza pietà. La lingua scivola lungo la pelle, ma non è solo desiderio fisico, è la ricerca di qualcosa che non può essere trovato. Forse non è nemmeno l’altro a cercare, ma solo lui a voler essere trovato. Non è solo il desiderio che lo tormenta, ma la consapevolezza che niente può colmare il vuoto che ha dentro. Eppure, si lascia andare, per un attimo, a quel piacere che è solo un riflesso, un’ombra di qualcosa che non è mai stato.
E quando la risata del passato ritorna a fargli visita, non è per una mancanza di nemici. La verità è che non ha nemici veri, non ha più nulla da combattere. La sua battaglia è quella con sé stesso, e ogni sconfitta è solo un’ulteriore consapevolezza della propria debolezza. Eppure, non può fare a meno di sperare che un giorno la forza arrivi. Un giorno in cui finalmente tutto si rivelerà chiaro, quando lui potrà alzarsi in piedi e dire che non è mai stato impotente. Ma in fondo, lo sa: quel momento non arriverà mai. Eppure, continua a sperarlo, come se fosse la chiave di tutto.
Se qualcuno si aspettava che raccontasse tutto, che svelasse ogni angolo del suo essere, rimarrà deluso. Non c’è nulla che possa essere raccontato fino in fondo. Non ci sono risposte complete, non ci sono verità assolute. C’è solo ciò che sfugge, ciò che non si riesce mai a raggiungere. Skeeen sa che, forse, non c’è nemmeno una memoria affidabile in lui, perché alcune cose sono troppo difficili da ricordare, troppo dolorose da rievocare. Ma non importa. Non è la memoria che definisce chi siamo, ma il modo in cui affrontiamo ciò che abbiamo vissuto.
Eppure, se qualcuno pensa di ridicolizzarlo, si sbaglia. Non è lui a essere deriso, ma chi prova a fargli del male, perché alla fine è sempre lui a guardare da una distanza che nessuno potrà mai colmare.
66.
Skeeen, con una calma disinvolta, si esprime come se ogni parola fosse scelta con una precisione calcolata, come se stesse dipingendo il quadro di una realtà che non ha paura di rivelare se stessa, con tutte le sue contraddizioni. "Se da tutto ciò risulta che faccio parte di quella categoria che viene chiamata 'fetish', allora chiunque si senta indignato o sorpreso dalla mia affermazione può pure farlo. Eppure, ditemi voi: chi può garantirvi che io non stia semplicemente seguendo la corrente della mia fantasia, che non stia lasciandomi trasportare dal turbinio delle mie immaginazioni più oscure? Se riuscite a provare che quello che dico è verità, allora possiamo aprire una discussione. Ma, sinceramente, che importa se è verità o menzogna? Se una bugia non danneggia, se mi piace raccontarla, che cambia? Supponiamo che io abbia un’infinità di piacere nel mentire, nel raccontare una menzogna invece di una verità, che sia questa la mia vera natura, il mio impulso più puro. E se, peggio ancora, mi divertisse essere giudicato su una confessione falsa, che ragione ci sarebbe di nascondere il mio piacere nel farlo? Supponiamo che la mia reputazione, quella che la gente si ostina a difendere o a costruire, non mi interessi minimamente. Che mi facciano pure un quadro di me, tanto io sono altro."
In questo modo, Skeeen riflette su una condizione che sembra oscillare tra il caos della libertà assoluta e la tenace resistenza all'ordinario. La sua loquacità, che cresce in modo esponenziale ogni volta che un'opinione viene accolta o messa in discussione, è alimentata da una tensione palpabile, che si fa più intensa nella contraddizione, ma resiste anche quando si trova di fronte all'indifferenza. "Se l'oggetto del mio desiderio, del mio esame, coincide parzialmente con i miei gusti, allora mi concedo di osservarlo con una certa attenzione, seppur rapida, al fine di valutare almeno il fascino di ciò che vedo. I polpacci, per esempio, sono i primi a catturare il mio sguardo, ma poi vengo inevitabilmente attratto dal viso, che è l’aspetto che più mi interessa scrutare con passione. In quel volto trovo più di una semplice apparenza: vedo la peluria che s’insinua tra i tratti del viso, vedo un’energia che scorre, il riflesso dell’emozione che scaturisce dal corpo in movimento, dal ritmo del ballo, dalla vibrazione dell’atmosfera che ci circonda, dalla speranza di una conquista imminente. Quel viso, quella pelle ricoperta di pelo, è come un simbolo che non posso ignorare. Come un riflesso di sole su una superficie immacolata, che acceca più della luce diretta, così il fascino di quel pelo, che incornicia il viso e lo rende ancora più splendente, mi avvolge in un abbraccio emotivo che non riesco a scacciare. Non è solo estetica, è qualcosa che va oltre la superficie, che entra in un campo di percezione che va oltre il sensibile."
Eppure, in mezzo a tutto questo fascino, c’è un altro incontro che rimarrà scolpito nella memoria di Skeeen. Un incontro che non è tanto un semplice sguardo, quanto una connessione, una vibrazione che scatta nel momento in cui incrocia quello di un uomo alto, con un aspetto che si distingue da tutti gli altri. I suoi capelli rossi, disordinati, si muovono in onde strane, e il berretto che indossa sembra quasi incollato alla sua testa. Ma è il suo atteggiamento, la sua presenza che cattura l'attenzione. "Nonostante il suo viso rimanga impassibile, mentre balla con un uomo dall’aspetto comicamente imponente, con il naso adunco e un corpo che sfida la percezione della realtà, qualcosa nei suoi occhi mi colpisce. Non sembra minimamente turbato dalla mia insistenza, forse dovuta all’effetto dell’alcol, alla noia, o al fascino che i suoi tratti mi suscitano. Eppure, in mezzo a una folla che ride e lancia sguardi spavaldi, che si esibisce con gambe nude e cosce scoperte, lui resta come un osservatore silenzioso, un testimone che, sotto una maschera di indifferenza, forse nutre gli stessi desideri che provo io: la ricerca di piacere attraverso la contemplazione dell’altro, un piacere che, però, rimane nascosto dietro uno sguardo enigmatico."
Skeeen osserva questa scena con un misto di curiosità e complicità, quasi come se fosse parte di una performance più grande, un gioco di specchi in cui tutti sono al contempo attori e spettatori. "Non posso fare a meno di evocare questa atmosfera," dice, continuando il suo discorso. "Anche se il romanticismo che ne scaturisce può sembrare facile, troppo ovvio, non posso ignorare l'importanza di quello che stavo vivendo. Se qualcuno trova questa atmosfera banale o poco interessante, che se ne faccia una ragione. Io non posso fare a meno di vederla per quello che è: un momento di grande significato che non posso omettere. Non si può liquidare così, come se fosse una cosa senza valore."
E prosegue, quasi difendendo il suo stato di eccitazione, il suo stato di ebbrezza. "Se sono stato il primo a rendere evidente l'effetto che l’alcol ha avuto su di me, a svelare la condizione di intossicazione in cui mi trovavo, non si può dire che i miei discorsi siano stati incoerenti o senza senso. Non erano parole da ubriaco. Non c’era nulla di ridicolo nelle mie parole, nulla che avrebbe dovuto suscitare risate o sorrisi. Ma, come sempre accade, c’era chi preferiva non prendere sul serio ciò che dicevo, chi non riusciva a cogliere la profondità, il significato nascosto tra le righe."
Skeeen riflette su se stesso, sul suo comportamento, sulle sue azioni. "Se uno è troppo bravo a fare qualcosa, finisce per esagerare, per rendere tutto troppo evidente," dice, un po' più serio. "Ma stavolta mi sono trovato davanti a un pericolo che non avevo previsto. Mi sentivo libero, come se tutte le mie paure fossero svanite. Mi sembrava di essere pronto ad affrontare un'avversità, anche se non sapevo esattamente quale fosse. La prudenza avrebbe suggerito di rimanere fermo, in quella posizione sicura, su quella panchina. Ma l’istinto, la sfida, mi hanno spinto a rischiare. Non sapevo nemmeno contro chi stavo lottando, ma sentivo che dovevo farlo, che dovevo misurarmi con qualcosa che non capivo."
Nel frattempo, Skeeen si prepara a cambiare, a trasformarsi. "Sto seguendo la moda della stagione," riflette. "Sto cambiando il colore dei miei peli, passando dal biondo al bianco. È come una sorta di metamorfosi, un tentativo di adattarsi, di mescolarsi al mondo che mi circonda, pur cercando di mantenere una mia individualità. Sono in una stanza spartana, con un tavolo di legno grezzo, uno sgabello e un orologio da muro che non funziona più. Eppure, tutto ciò ha un suo fascino. Mi trovo in un luogo che sembra fermo nel tempo, ma in realtà è esattamente quello di cui ho bisogno per riflettere, per continuare il mio processo di trasformazione."
67.
“Sei matto?” dice, sorridendo in un modo che tradisce una certa incredulità, come se fosse difficile credere che quello che sta accadendo sia davvero reale. Il suo sorriso è ampio, eppure in fondo agli occhi c’è una domanda, una ricerca di qualcosa che non può essere detto a parole. “Sei come una stella, qual è il tuo nome? Una stella splendida,” aggiunge, la voce che si fa più morbida, come se quel nome avesse una risonanza particolare, come se cercasse di scoprire un segreto nascosto dietro ogni parola. Ogni suo gesto è come una piccola promessa, ogni sua parola una dichiarazione di qualcosa che non vuole restare nel buio. La sua risata è un riflesso del desiderio di una complicità che non ha bisogno di formalità. Si avvicina, eppure il suo corpo sembra lontano, sospeso tra il reale e il sogno, come se ogni movimento fosse solo un'ombra di ciò che potrebbe essere.
“Sei una stella, una grande stella,” dice ancora, ma questa volta con una tonalità che vibra di emozione, come se il suo cuore fosse colmo di una verità che si sta appena schiudendo. “Questa stella illuminerà la mia vita per sempre, mi guiderà attraverso l'oscurità,” continua, le sue parole piene di una certezza che non ammette dubbi. C’è un’intensità silenziosa nelle sue frasi, un desiderio di unione che non si accontenta di nulla che non sia totale, un legame che va oltre il fisico, oltre l’ordinario. “Mi proteggerà,” aggiunge, come se stesse descrivendo una verità che non può essere messa in discussione, una promessa che si estende nel futuro, nel futuro che stanno iniziando a costruire insieme, senza parole, senza spiegazioni. Il sorriso si fa ancora più profondo, quasi malinconico, come se stesse dicendo addio a una parte di sé per fare spazio a qualcos’altro.
“Sei veramente tu?” chiede, la voce carica di una curiosità insaziabile, ma anche di una certa apprensione. Il suo sguardo incrocia quello dell'altro con una forza che non può essere ignorata, un incontro di due mondi che si stanno finalmente riconoscendo. La domanda non è solo una verifica, è un'esplorazione, una verifica che scava oltre la superficie, che cerca qualcosa di più profondo, che non ha paura di andare oltre i limiti del conosciuto. Le parole non sono più sufficienti, e il sorriso che accompagna la domanda è come un invito a continuare, a non fermarsi, a non accontentarsi di un’apparenza che potrebbe essere ingannevole.
C'è una sensazione di calore che inizia a invadere lo spazio tra di loro, una tensione che cresce con ogni piccolo movimento. Ogni parola diventa una carezza, un gesto che non può essere frainteso. La loro connessione si fa sempre più intensa, come se stessero costruendo una realtà tutta loro, dove ogni cosa ha un significato nascosto, dove ogni sguardo, ogni tocco è un frammento di un puzzle che solo loro possono completare. Il corpo, il cuore, la mente sembrano fondersi in un unico flusso, un abbraccio che è fatto di desiderio e di mistero, di ciò che si può dire e di ciò che non si può esprimere. Ogni piccolo movimento sembra carico di una potenza che non ammette resistenze, una forza che va oltre il fisico e che si radica nell’anima, in un terreno più profondo, più intimo, dove la verità si rivela lentamente, senza fretta, ma con una determinazione che non si può ignorare.
Sente l'aria stessa cambiare, farsi più pesante, come se ogni parola avesse il potere di alterare la realtà, di farla piegare a una volontà che non ha nome, ma che si manifesta con ogni respiro, con ogni battito del cuore. La scena sembra essere avvolta in un’atmosfera che sospende il tempo, che lo fa scorrere a un ritmo tutto suo, lontano dal mondo che continua a girare fuori da quella bolla intima. L’incontro tra i due diventa un linguaggio che non ha bisogno di parole, un racconto che si scrive nel silenzio, nei gesti, negli occhi che si scambiano significati segreti. Le mani si cercano, si sfiorano, ma non si incontrano mai completamente. Eppure, in quel non incontro, c’è una promessa di qualcosa che è già stato detto, una verità che non ha bisogno di essere esplicitata. È come se il loro corpo stesso fosse un libro, con pagine che si aprono lentamente, che si scrivono nell’attimo in cui i loro sguardi si incrociano, senza fretta, senza paura.
Le parole di Skeeen risuonano, come un’eco che si perde nel silenzio: “Sentivo il sangue gelarsi quando vidi le sue ginocchia tremare sotto il pantalone grigio chiaro che gli fluttuavano larghi sui piedi.” La sua voce è grave, ma anche carica di una tenerezza che non è mai stata espressa, che si insinua nelle frasi come un segreto che non vuole essere rivelato. La scena che descrive è un ricordo, ma è anche una realtà che si fa strada lentamente, con una lucidità che non lascia spazio a dubbi. “Sentivo l’odore dell’acqua fredda,” dice, e sembra che ogni parola porti con sé un pezzo di mondo, un frammento di verità che è impossibile ignorare. La sua descrizione del ponte che appare nella penombra lunare è come un dipinto che prende vita, un’immagine che si fa carne, che si fa palpabile e che si espande nello spazio, diventando parte di una realtà che sta nascendo proprio in quel momento.
Il silenzio diventa il loro compagno più fedele, la verità che si esprime senza parole, un linguaggio che non ha bisogno di essere ascoltato, ma solo vissuto. Ogni gesto, ogni parola che scivola nell’aria è come una chiave che apre porte che non erano mai state esplorate, una rivelazione che si fa strada senza fretta, ma che è inevitabile. In quel silenzio, Skeeen si trova a riflettere sulla sua posizione, sulla sua avversione per chi cerca la confessione come una forma di redenzione, sulla sua necessità di distacco da chi vuole sempre essere capito, sempre essere approvato. “Non ho bisogno di complicità, né di approvazione,” dice, e la sua voce è forte, determinata, come una dichiarazione di indipendenza. “Il silenzio è ciò che mi permette di essere veramente me stesso, senza maschere, senza costrizioni.”
Il tempo continua a scorrere, ma in quel momento sembra che ogni cosa sia sospesa. Ogni parola, ogni pensiero diventa un atto di libertà, un atto che non ha bisogno di giustificazioni, di spiegazioni. Il silenzio, con la sua forza tranquilla, diventa la loro unica verità, una verità che si rivela solo a chi è disposto a guardarci dentro senza paura. In quel silenzio, ogni respiro è un atto di complicità, ogni sguardo un invito a continuare, a non fermarsi mai. La loro storia è scritta nei piccoli gesti, nei silenzi condivisi, in quella tensione che cresce senza mai esplodere, ma che continua a riempire l'aria di una presenza che non può essere ignorata.
68.
Il sigaro, dritto tra i denti come un segno distintivo di indifferenza e disinvoltura, scivola lentamente verso l'accendino del barista, un gesto che sembra quasi coreografato, un movimento che trasuda una calma costruita con cura. Il fumo si alza in un sottile spirale che si perde nell’aria opaca del locale, come a sfidare la pesantezza di tutto ciò che lo circonda. Ogni boccata è accompagnata da un’espressione che si fa via via più morbida, una leggerezza che gli si fa strada sul volto, mentre i suoi occhi si socchiudono in un’espressione che è un incrocio tra soddisfazione e superiorità. Lo sguardo di chi, evidentemente, sa qualcosa che gli altri non sanno, che ha un asso nella manica che solo lui può rivelare. "Scommetti che non sapete che mestiere faccio?" chiede, la sua voce un gioco di sfida che fluttua nell’aria densa del bar, quasi come una freccia scagliata con indifferenza. Gli altri, un po’ distratti, si guardano tra loro, non sapendo bene come rispondere. Poi, uno dei presenti, più coraggioso ma anche incerto, prova a fare una battuta: "Sei uno sportivo?" Non c'è davvero convinzione in quella domanda, solo il tentativo di partecipare a un gioco che, in fondo, non si conosce. Il sorriso dell'altro è impercettibile, quasi un’ombra che passa veloce, prima che lui risponda con aria di superiorità: "In effetti," risponde con un tono che non lascia spazio a dubbi, "ogni tanto mi piace correre, ma solo nelle gare per dilettanti." Una risposta che sembra già chiudere la discussione, ma lui non è del tutto soddisfatto. Si ferma un attimo, come a cercare la sorpresa, il colpo di scena che nessuno si aspetta. "No, non hai indovinato," aggiunge, un sorriso che si fa largo tra le sue labbra. "Sono uno studente." La dichiarazione arriva come un colpo di scena, come se avesse appena rivelato un segreto che, in realtà, non è mai stato così misterioso. Un altro degli uomini si azzarda a fare una nuova domanda, cercando di inserire una riflessione: "Di botanica?" Una domanda che, nel suo intento di sembrare originale, scivola nell’assurdo. Lui sorride di nuovo, ma è un sorriso che nasconde una leggera sufficienza. "Non male, non male," risponde, con un tono che sottolinea la distanza tra lui e l’interlocutore, "ma no, studio genetica." La sua risata è un piccolo atto di trionfo, una sfumatura di compiacimento che traspare facilmente, come se avesse appena confermato una verità che nessuno poteva immaginare. Il barista, ora visibilmente incuriosito e preso dalla conversazione, non riesce a trattenere una nuova domanda. "Davvero ti occupi di genetica?" ripete, e questa volta la sua voce ha una certa insistenza, un certo stupore, come se stesse cercando di comprendere se sta davvero parlando con qualcuno che appartiene a un altro mondo. Ma la risposta non arriva subito. Un silenzio inquietante scende sul locale, e tutto sembra rallentare. Le voci di sottofondo, il rumore delle tazzine, il fruscio del giornale, tutto diventa solo un brusio che riempie lo spazio senza aggiungere nulla. Lo sguardo dell’altro è fisso, quasi vuoto, mentre aspetta una risposta che sembra non arrivare mai. La tensione nell’aria cresce, ma lui non si muove, non sembra intenzionato a dire altro.
Poi, senza preavviso, si lascia cadere su una poltrona, il corpo che sembra stancarsi sotto il peso di un’inquietudine che non si è mai completamente sciolta. La poltrona scricchiola leggermente sotto il suo peso, ma la sua attenzione è altrove, come se la stanza intera non fosse più in grado di trattenerlo. La sua posizione, scomposta, quasi goffa, sembra racchiudere una disperazione che non ha bisogno di parole. Si mescola a quell’umidità che pervade l’ambiente, una sensazione di chiusura, di soffocamento, come se la stanza fosse una camera di supplicio. I suoi movimenti sono convulsi, un gesto frenetico, come se cercasse di fuggire da qualcosa che non può controllare. Al di sopra, il rumore di qualcuno che si agita, si dimena, si divincola come se cercasse di liberarsi da una prigione, eppure tutto è inestricabile, ogni movimento sembra solo confermare la prigionia che è già dentro di lui. E poi il pensiero ritorna, quello che lo affligge, quello che gli fa sentire la pesantezza dell’esistenza. Le lacrime sono lì, pronte a scivolare, a bagnare un volto che non riesce più a nascondere il peso di una realtà che gli sfugge. Tutte le composizioni che avrebbe potuto produrre, tutte quelle emozioni che avrebbe potuto incanalare, sono ormai marcite, fredde come la putrefazione che avanza inesorabile. Si ricorda, però, di una certa modestia che ha cercato di mantenere, ma che, forse, è solo un’altra forma di ostentazione mascherata. La nudità del suo pensiero, la sua sincerità, si mescolano a un’autocritica che non riesce a controllare. Eppure, in fondo, non può fare a meno di pensare che quella monotonia che lui stesso si rimprovera sia il prezzo dell’onestà. La sua tristezza diventa la sua unica compagnia, mentre si siede, finalmente, su una poltrona di cuoio che scricchiola sotto il suo corpo stanco. Non è lontano da un piccolo tavolo ingombro di persone che parlano in continuazione, ma lui sembra lontano, distante, come se il mondo fosse un altro, come se fosse lui a non appartenere più a quel luogo.
Il suo pensiero si dissolve tra quelle ombre che popolano la sua mente. L’inquietudine si fa strada, mescolandosi alla frustrazione. Il muro bianco davanti a lui diventa la parete di una prigione, un muro che gli restituisce il riflesso di un dolore che non riesce a placare. Quel lutto che ha ormai diviso la sua esistenza, quel dolore che non può più essere separato dalla sua vita, gli sembra troppo caro, troppo costoso per essere dimenticato. L’intensità del dolore lo attraversa, lo consuma, mentre il ricordo di ciò che è stato, di ciò che avrebbe potuto essere, diventa solo un’altra illusione. Con la mano si sporge verso la pioggia della doccia, ma i suoi capelli tristi, lunghi e appesantiti dal peso di una malinconia che non può esprimere, sembrano risuonare come uno schiaffo, come un richiamo a qualcosa di perduto.
Ma proprio quando sembra che tutto stia per finire, quando la sua mente è sull’orlo del baratro, si gira di scatto. Il movimento è brusco, ma c’è qualcosa di nuovo in lui, qualcosa che si sta finalmente risvegliando. "Sì," dice, come per confermare una verità che ha appena scoperto, "sono signore, sono sovrano." La sua voce, che prima suonava incerta, ora ha una certa fermezza. Ma non è una verità che lo conforta. "Sì," continua, "devo ammettere che non sono più tanto sicuro che qualcuno mi ascolti." La consapevolezza lo colpisce come una scossa, ma non lo sorprende. "Eppure, questo era chiaro: quando sono arrivato al Traveller’s, ero solo un personaggio sconosciuto, senza valore. Ora, invece, sono qualcuno che riceve rispetto, ma questo rispetto è solo per quelli che sono più potenti." La riflessione sembra dolorosa, quasi un’ammissione che lo colpisce nel profondo. La crisi che sta vivendo non è come le altre, questa volta è diversa. È più ostentata, più visibile, ma questo non lo rende meno dolorosa. "In fondo," dice, "questa crisi ha assunto una forma nuova, più esibizionista. Eppure, non riesco a smettere di fare quello che disprezzo negli altri." Il suo sorriso si fa amaro, un filo di sarcasmo accompagna le sue parole. "Siamo due morenti," aggiunge, come a confermare una verità che gli è diventata insopportabile, "io e Godz, alla ricerca di un po’ di piacere prima di finire all’inferno." La sua voce si abbassa, quasi si spegne, ma la riflessione è profonda, radicata in lui come un seme che non riesce a germogliare.
Eppure, nonostante tutto, lui continua a parlare, a raccontare la sua storia, a svelare le sue emozioni come un libro che non smette mai di aprirsi, mentre il suo corpo si abbandona alla poltrona di cuoio, accogliendo un nuovo peso che non può più sfuggire.
69.
Sta per svanire da El Horno, il piccolo corpo di un metro e cinquanta, pallido come una luna che ha smesso di brillare, con riccioli arruffati che sembrano più una prigione che una chioma, e un silenzio che sembra pesare più di mille parole non dette. Ogni suo movimento è lento, misurato, come se stesse cercando di trattenere dentro di sé un intero universo di emozioni, pensieri e desideri non espressi. Il suo sguardo è assente, come se fosse proiettato altrove, oltre le mura di El Horno, come se in quel momento stesse cercando di fuggire dalla realtà. Ma la realtà, si sa, non può essere ignorata a lungo. E quella realtà è un muro di carne e ombra che gli si para davanti. Il gigante nero, imponente e minaccioso, si staglia davanti a lui come una montagna, una massa di muscoli e potenza che sembra pronta a schiacciare ogni cosa. L'uomo piccolo, pallido e silenzioso non ha paura, però. Non più. La sua mente è acuta, concentrata, ed è proprio in quel momento che scatta qualcosa dentro di lui. Con una rapidità che sorprende persino se stesso, colpisce il gigante, un pugno secco che esplode nell’aria come un tuono, un rumore che non ha nulla di umano. Il colpo arriva con una violenza primitiva, incontrollata, e frantuma quel che sembrava essere un incontro di destino tra i due. Non c'è nulla di inevitabile in questo momento, solo il risultato di anni di frustrazione che finalmente trova una via di uscita.
Il pugno è potente, sembra quasi un'esplosione, e manda in frantumi la maschera del gigante nero. La sua faccia, che fino a quel momento era stata invulnerabile, ora cede. La pelle nera si squarcia, il naso esplode in un fragore sordo, e il sangue comincia a sgorgare, caldo e denso, come un fiume che si libera da una diga rotta. È un fiume oscuro, impetuoso, che non si ferma più. Il gigante nero, che sembrava indistruttibile, resta lì, paralizzato per un attimo, incapace di credere a ciò che sta succedendo. Quando vede il suo sangue, qualcosa dentro di lui si spezza, e l'impossibile diventa realtà. La sua forza, che fino a quel momento era sembrata inarrestabile, si dissolve in un istante. Le sue grida sono un misto di orrore, disgusto e panico. "Aiuto! Che schifo! Aiuto, mi viene da vomitare!" urla, come se stesse assistendo alla sua stessa morte. Non è solo il dolore che lo ha colpito, ma anche l'umiliazione. L'idea che il suo corpo, che fino a quel momento sembrava invincibile, stia ora mostrando la sua vulnerabilità in modo così crudo e brutale lo fa impazzire. Le sue mani cercano freneticamente di fermare il flusso di sangue, ma è inutile. Il sangue scorre inesorabilmente, senza fermarsi, senza alcuna pietà.
Nel frattempo, il piccolo uomo, pallido e silenzioso, osserva tutto questo senza una parola. Il suo volto è impassibile, ma c'è una consapevolezza nei suoi occhi, come se sapesse che quel momento segna la fine di qualcosa. Non un evento fisico, ma qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con l'anima di entrambi. Il crisco, che per tutta la durata di quel lungo momento sembrava simboleggiare una condizione di disordine senza fine, è ormai sparito. È caduto da qualche parte, perso nel buio di El Horno, quella stanza che sembra respirare con il puzzo di urina rancida che aleggia nell'aria, come se fosse il suo unico odore, la sua unica essenza. L'odore è pesante, denso, come se fosse parte integrante del luogo stesso, una parte che non si può separare. Il corridoio è impregnato di questo fetore di urina, che non ha tempo né spazio. Potrebbe avere vent'anni o più, ma ciò che conta è che è lì, e non se ne va mai. Non importa quanto il mondo cambi, quell'odore rimarrà, invadendo ogni angolo, ogni respiro, ogni movimento. È come se fosse una condanna, una maledizione che non può essere lavata via, che cresce con il passare delle ore, con il passare dei giorni. Eppure, in qualche modo, sembra che l'odore diventi parte di chiunque entri in quel luogo. Diventa una parte di te, anche se non lo vuoi.
"Mi stava capitando di mentire," dice Skeeen, con un sorriso che è tanto amaro quanto sincero. Le sue parole, però, sembrano un tentativo di giustificazione, un modo per spiegare l'inspiegabile. "Lo facevo, sì, ma solo per permettermi di confessarlo, di togliermi quel peso dal cuore. Non era per cattive intenzioni. No, no. Avevo bisogno di mentire, perché dire la verità mi sembrava impossibile. La verità era troppo pericolosa, troppo cruda, troppo reale. Eppure, non c'era malizia nelle mie parole, solo il desiderio di nascondere qualcosa che non riuscivo a mostrare. Un uomo come me, che cerca di vivere senza maschere, senza bugie, dovrebbe forse preoccuparsi meno di sembrare perfetto e più di affrontare le proprie ombre senza paura?"
Skeeen sembra riflettere su quanto appena detto, come se le sue parole avessero scavato un solco profondo nella sua coscienza. Poi, con una risata nervosa, continua: "Stavo per alzarmi e scappare, quel giorno alla Fossa. Non ce la facevo più, il mondo mi stava soffocando, il buio mi stava inghiottendo. Non c'era più nulla da fare, pensavo. Ma poi vidi qualcosa che mi fermò. Un’ombra, furtiva, che si muoveva nell’oscurità. Da lontano, dietro un cespuglio, a qualche passo da me, scorsi un uomo. Aveva la mano infilata nella tasca dei suoi jeans, e si toccava. Non provava vergogna, non cercava di nascondersi. Era tutto così naturale, come se fosse la cosa più normale del mondo. Un gesto così semplice, eppure così disturbante, così viscerale. E non riuscivo a staccare gli occhi da lui. Ogni movimento, ogni respiro, sembrava come se stesse rivelando una parte di me che non avevo mai voluto vedere."
"Stelle di lussurie estreme e notturne!" esclamò Skeeen, la sua voce tremante, come se avesse appena urlato un segreto che non poteva più tenere dentro. Le sue parole non erano solo un commento alla scena che aveva appena descritto, ma una riflessione più ampia su ciò che stava succedendo dentro di lui, su ciò che stava scoprendo su se stesso. La lussuria, il desiderio, la fame di vita e di sensazioni forti sembravano prendere il sopravvento, travolgendo ogni altra emozione. In quel momento, Skeeen si sentiva più vivo che mai, come se fosse finalmente entrato in contatto con la sua vera essenza, quella che aveva cercato di reprimere per tanto tempo. La notte non era più un nemico, ma un alleato, una complice che lo stava portando in un viaggio che non avrebbe mai potuto dimenticare.
70.
“Tutta la maledetta storia centrale, il canovaccio su cui davvero lavorare, potrebbe essere il rapporto di due dandy omo” dice la voce registrata, roca e seducente come il canto finale di un uccello migratore che non sa se tornerà. “Uno di vent’anni, fragile come una rosa appena colta, e l’altro di settanta o più, forse ottanta, con un sorriso sinistro e le tempie scolpite dal tempo. Vivono insieme, sì, ma non in una casa: in un lungo corridoio bianco privo di finestre, un cunicolo lucente che si affaccia su una strada dimenticata, a cavallo tra il crepuscolo del Novecento e l’inizio dell’incubo del nuovo millennio. Il vecchio, con gesti precisi e spietati, opera il cervello del più giovane con un bisturi d’oro: non lo ferisce, no, lo plasma, gli insinua l’idea che è malato, incurabile, instabile. Eppure, non lo fa per cattiveria—o forse sì—ma perché vuole al suo fianco un partner che muti ogni giorno, come le stagioni o le lune. Il giovane dandy si trasforma, diventa altro: oggi crede di essere una donna incinta con desideri di fiori e latte, domani un poeta maledetto che non scrive più, poi un operaio sudato e sindacalizzato, un macho arcaico con le ascelle ruggenti, un torero punk, spettinato e glorioso. Alla fine, implode, sì, si spegne nel suo stesso cervello manomesso, la mente ridotta a un caleidoscopio rotto. Il vecchio pazzo lo guarda, ancora innamorato, ancora disperato. Questa è la storia registrata sul nastro. Questa la storia che Norman ha in mente. Norman che è, diciamolo, un po’ tanto stronzo. A casa sua non si scopa mai, si racconta soltanto, con rabbia, con orgoglio, con le mani che tremano. Racconta del video che vuole girare, che vede solo lui, proiettato su pareti bianche che nessuno ha chiesto.
“Talvolta penso di essere un perdente anche nella vita,” aggiunge, con la voce che si screpola come un vetro. “Così, per cominciare, non mi verrà a mancare la fantasia? Dove la troverò, la materia bruta per scolpire i miei discorsi? Perché chiunque, chiunque dotato di due orecchie e una briciola di giudizio, capisce che non basta aprire la bocca per produrre suoni a caso, no: ci vuole una grammatica del delirio, un ordine nella follia.”
“Tanto sognavo di espiare,” continua, “di farmi sbranare dalla lezione che mi sarebbe stata impartita quel giorno alla Fossa, alla vecchia e sempreverde Fossa, dove tutto si consuma e si purga. Speravo che, saldato il conto, il debito infame, mi sarebbe stato concesso di vivere un presente pulito, liscio come un vetro lavato da mani innocenti, senza rimorsi che rovinino il paesaggio.”
“Tanto io sono reale? O un’ombra? Oppure il nulla, il puro nulla? Acquisto sostanza solo perché vi ho parlato? Mi sentite, mi vedete con gli occhi del ricordo? Mi date un corpo, o almeno un contorno? Riuscite a immaginare che oltre alla lingua, possiedo anche un cuore, un fegato, un braccio pronto a sfiorarvi? Posso toccarvi, o siete voi che toccate me? Non lo sapremo mai. E non aspettatevi che io vi dica chi sono: non ho intenzione di denunciarlo, nemmeno sotto tortura.”
“Tanto sono pronto a chiedere scusa. A inginocchiarmi su vetri rotti per chi ho ingannato, anche senza volere. A me non importa avere l’ultima parola, vi giuro: voglio solo che mi si lasci dire due cose, pacatamente, su un caso come il mio. Magari vale qualcosa. Magari vale quanto il vostro. Credo che ci capiremo ancora per poco, molto poco, e poi voi svanirete, e io tornerò indietro, nella nebbia, nel nulla. Ah, quanto sono folle a pensarlo! Ma se potessi, tornerei. Rifarrei tutto. Correggerei gli errori, butterei giù i muri, dissiperei i malintesi, dimostrando che erano solo fantasmi, chiodi fissi, stupide ossessioni con cui ho avvelenato tutto.”
“Tanto sono sgradevole,” continua, “e so che, cercando di spiegarmi, peggiorerò la situazione. Ma io non sono solo arroganza e goffaggine. Non sono solo presunzione, né solo l’illusione di avere uno sguardo acuto. Certo, c’è un po’ di tutto questo, sì, e non posso negarlo. Ma non è tutto lì. C’è dell’altro. C’è un cuore, da qualche parte.”
“Tanto sono certo che voi non direte mai basta,” dice, e sorride come chi sa che il silenzio è già cominciato.
“Tanto non posso giustificare neanche il disprezzo che mi prese quando, mentre camminavo accanto alla Fossa, sentii suonare le campane del vostro viso, quelle smorfie da giudici silenziosi, nel buio sopra la mia testa. Ogni suono che emettevo, ogni confessione, era accolta da un rintocco sordo. La Fossa, intanto, sovrastava ogni casa, ogni edificio ignaro, con la sua bellezza rigida, la sua architettura che sa già tutto e non dice nulla. E nemmeno so se a voi importasse davvero qualcosa di tutto questo.”
Lo dice Skeeen, lentamente, come se stesse masticando le parole.
Tastando sotto la pelle di pantera del chiodo di Skeeen, sotto il cuoio vivo e teso, si vedono agitarsi dei corpi, convulsamente, come prigionieri. Tastando ancora, Skeeen sottomesso geme: “Il mio animo è nella sua dura intransigenza,” e la fenditura, lunga e cara, serpeggia fra le cose oblique, fra le vene e le ombre.
Tastando sotto la pelle, ancora, il chiodo si scalda. Skeeen sta per accarezzare quest’interstizio, questa dolce piega del mondo che sono i suoi pettorali, offerti senza paura, sotto gli occhi vuoti del barista secco, che guarda senza vedere, che ascolta senza sentire.
71.
Sotto quella pelle che non è pelle ma scena, maschera, costume—lucida come la pelliccia d’un felino alieno, tirata su con le mani sporche d’olio e colla industriale—Skeeen accarezza il suo chiodo bianco.
Non è un capo d’abbigliamento, è una creatura. Bianco, ricurvo, sembra cresciuto addosso.
Ci tasta sotto, come se aspettasse un battito, un segnale, un risucchio.
Tace.
Poi si china, la voce bassa, una lama senza manico:
«Ti spezzerò il collo. Con le mie mani. Le mie. Le stringerò piano, Godz. Ti guarderò morire con quegli occhi da vigliacco.»
L’altro lo ascolta. Sbuffa. Ride piano, come si ride a un cane che abbaia dietro il cancello.
«Te lo raccomando io,» dice.
Skeeen si blocca. Un tremore lo scuote dal fondo della spina dorsale fino al palato.
Abbassa lo sguardo, il fiato che si ferma come un colpo interrotto.
«Avevo paura di provare sollievo. Di liberarmi di tutto così. E invece… ho ancora più paura di me stesso. Di essere io, quello crudele. Quello pazzo.»
Intorno, l’aria si ritira. Fa più freddo.
Non un freddo reale, ma qualcosa come un’assenza.
L’involucro si ricrea, trasparente e inviolabile. Una bolla di sapone che rinasce continuamente, ogni secondo più tesa, più silenziosa.
Skeeen è dentro.
Solo.
Intanto Norman—Norman l’egocentrico, l’ossessivo, il pornografo delle parole—passa da un nastro all’altro.
Clic. Play. Stop. Rewind.
«Li tengo accesi tutti, uno per uno, a turno, giorno e notte. Ventiquattr’ore su ventiquattro.
Dal delirio ho cavato un soggetto. Cento pagine. Grezzo. Ma vero.»
Norman non fa l’amore. Mai.
A casa sua si parla, si archivia, si rielabora.
Dice di avere in mente un video. Ma nessuno lo ha mai visto.
Ci sono solo discorsi, schede, appunti.
E il suo odore, dolciastro e polveroso, che impregna tutto.
Due voci si rincorrono, altrove, in un’altra stanza, forse nel pensiero stesso di Skeeen:
«Ti sarò grato.»
«So come si tratta un ragazzo che lo fa per la prima volta.»
«Ma… lo metti tutto?»
«Non sono un pazzo. Non metto mai tutto. Solo i giocatori veri possono prenderlo tutto. Tu non lo sei.
Ma giuramelo. Che se dico basta, è basta. Sempre. In ogni momento.»
Poi il fist. Parte.
Lento. Grave. Cerimoniale.
Scava come un ricordo d’infanzia mai metabolizzato.
Skeeen, nel suo bozzolo, si gira verso le carte.
«Le tirerei per giorni, settimane. Solo per capire.
C’è un momento, lo senti, quando tutto sembra contro di te.
Non è più solo sfortuna.
È un progetto.
Un dio ti ha preso di mira.
E se un dio esiste, è questo: uno che si diverte a vederti affondare.»
«Le tiro fuori io?»
Una voce giovane, rasata, con un piercing a forma d’angelo infilzato in un capezzolo.
Skeeen annuisce.
«Torno dopo. Certo che puoi.»
E lì, poco più in là, una voce si accende come un neon che sfrigola:
«Hai presente la posta? Le lettere?
Ci trovi di tutto. Froci che mandano foto del culo spalancato con le dita dentro, e poi scrivono:
Il tuo cazzo mi manda fuori. Ti insegno tutte le perversioni sottili. Perché non proviamo?
Poi ce n’è uno che manda una foto mentre viene pisciato in bocca. O peggio.
Corpi flaccidi, schifosi, che si pompano come se fossero in saldo.
E sembrano marchette, ma magari non lo sono.
Gente in pelle, chiusa in catene. Gente legata. Che si lecca dappertutto.
E poi piedi, e visi sfocati, e scritte a pennarello tipo: Rasami tutto se vuoi.
Tutto dentro scantinati, garage, parchetti dietro l’oratorio, salotti IKEA con le tende tirate.
Una galleria dell’orrore.
Eppure… ti ci perdi dentro. Lo sai anche tu.»
Skeeen intanto si strappa via da un palo di carne che lo teneva bloccato, inchiodato.
Lo fa con violenza, come se gli bruciasse addosso.
Il dolore lo inzuppa.
L’urlo gli resta dentro.
Non lo emette.
Trattiene.
Trattiene.
A modo suo, è così che ama.
«Subito. Subito, padrone.
Solo… mi è caduto un sigaro acceso da qualche parte. Qui sotto. Forse… nel pelo.»
L’altro non risponde.
Skeeen geme.
«Troppo tardi. Troppo tardi.»
Il piacere lo travolge.
Lo mastica.
Stop.
Eccoli: due corpi avvinghiati.
Due cani randagi sotto il temporale, uno sull’altro.
Si agitano. Urlano.
Non si sa più chi frusta e chi viene frustato.
Chi guida e chi crolla.
Ma godono.
Insieme.
Come due invasati.
Ogni momento è una festa spaventosa.
«Siete condannati all’esibizione. Tutti.
Non c’è salvezza.
Vi toccherà sempre fare i ciarlatani.»
Lo dice Skeeen, e sembra un sacerdote ubriaco, un profeta che ha visto troppo.
Intorno, tutto si mette in posizione.
Sul quadrante, le lancette coincidono ancora.
Succede spesso, ma oggi è diverso.
Oggi è tutto troppo esatto.
I capelli pendono dai corpi come muschi secchi.
Si incollano alle spalle, ai fianchi, alle pareti.
Alcuni sembrano lievitare, come se volessero andarsene.
Tutti sono legati.
Tutti sono d’accordo.
Tutti traboccano.
Sangue. Saliva. Gioia o disperazione: impossibile distinguerli.
Sono come da una ferita.
Una ferita che ha imparato a non chiudersi mai.
72.
Succede, dice Skeeen, succede a tutti — o almeno, così si illude. Forse è una di quelle esperienze che nessuno racconta per pudore, o per quella strana forma di vergogna che si ha nel dire che si è stati strumento, bersaglio passivo di una solitudine altrui. Ma a ognuno è capitato, almeno una volta, di essere prescelto da un oratore improvviso, da uno di quei parlatori furiosi e irresistibili, incantatori stonati, uomini o donne che si riversano addosso come temporali fuori stagione, con la furia di chi non vuole essere ascoltato, ma accolto. Non c’è nemmeno bisogno di rispondere. Non vogliono parole, non vogliono obiezioni, né dubbi, né incoraggiamenti. Basta uno sguardo che regga, un cenno del capo ogni tanto, una presenza finta — l'illusione di un pubblico, e loro si sentono autorizzati a esplodere.
Appaiono sempre in modo teatrale, anche quando sono scalcinati. Hanno qualcosa di appariscente, non nei vestiti, ma nel modo in cui si pongono. Ti portano in dono storie come se fossero tesori. Ma sono storie sporche, sbeccate, sfavillanti solo per loro. Le tengono in vassoi immaginari, fatti di parole e sospiri, e mentre parlano li sollevano davanti a te come per offrirti il banchetto della loro vita, spezzato e dolcissimo. Raccontano del tempo, della fame, dell’amore non restituito. Della volta che hanno pensato di morire. Della volta che hanno creduto di rinascere. Sono vascelli, dice Skeeen, vascelli carichi di memorie frammentate, gioie già perdute, nostalgie che non hanno avuto il tempo di compiersi.
E tu stai lì, immobile. Non perché ti manchino le forze per fuggire, ma perché, a tuo modo, anche tu hai bisogno di quella voce. Anche se ti infastidisce. Anche se la trovi ridicola. È un rituale strano, di simmetrie sfasate. Tu ascolti perché in quell’atto c’è qualcosa di profondamente umano: l’inutile eroismo del raccontarsi, e l’altrettanto inutile resistenza dell’ascolto.
Poi c’è il contraccolpo. Il silenzio dopo il fiume di parole. Una malinconia dolciastra, il sentore che il mondo sia davvero vuoto, che tutti gli altri — chiunque siano — se ne siano già andati. Skeeen lo sente dentro come una lama d’aria fredda, come una nebbia negli occhi. Gli viene da pensare che, se morisse in quell’istante, non ci sarebbe nessuno ad accorgersene. Nessuno a tenerlo in vita nel pensiero. Nessuno che lo nomini. È allora che gli monta dentro una bestemmia d’orgoglio, una rabbia disperata e volgare: “Ma fottiti”, si dice, e lo dice con tale furia che pare urlarlo. “Fottiti, che non è così. Non può esserlo.” Ma le parole restano lì, a metà. Galleggiano tra l’insulto e la preghiera.
El Horno si mostra nel suo teatro di ombre e di luci ingannevoli. Non è l’alba, eppure sembra. È una luce cieca, laterale, da spogliatoio dei sogni. Tutti tremano, e non solo per il freddo. Tremano come si trema dopo l’amore, o prima di un colpo. Tremano per la tensione di ciò che non si dice. Skeeen guarda e vede tutto. Corpi accatastati nel piacere, bocche aperte su cazzi pulsanti, occhi spalancati che si cercano e si sfuggono, mani ovunque — esplorazioni, affondi, carezze e pugni. Anche due, anche tre. Una carne esagerata, una liturgia crudele, ma non priva di dolcezza. È sesso, sì. Ma è anche un grido. Un’esplosione di senso in un mondo dove nulla ha più senso. Una bestemmia fatta beatitudine, un’estasi che sfiora l’autodistruzione e ride.
Ride tutto El Horno.
Ride con sarcasmo.
Ride con amore.
Ride come ridono i bambini troppo saggi e i vecchi troppo lucidi.
Ride anche il biondo, che non sa più se sta dentro una storia o dentro un sogno.
Ride l’aria, le pareti, le casse del sistema hi-fi che pompano suoni come se bastasse il volume per dimenticare ogni angoscia.
Ride il sudore, ride la saliva, ride la pelle.
E fuori, intorno, la città.
Una città quasi disegnata, netta, tratteggiata da una matita di neve sporca. Le linee sono fredde, severe, perfette. Come se il gelo avesse inciso la geometria stessa dell’abbandono. Le strade dritte, troppo dritte, senza umanità. Gli edifici alti, silenziosi, carichi di una solennità posticcia. E quel grande portone, sempre aperto, spalancato come una bocca che non parla, che non inghiotte più niente.
Skeeen, però, ne è sedotto.
Ama quella severità.
Ama quella freddezza.
Perché gli sembra verità. Gli sembra opposta al caos, all’odore dolciastro del bordello da cui è appena uscito. Lì c’è carne, qui c’è struttura. Lì c’è grido, qui silenzio. E quel contrasto lo ipnotizza.
Ma sa, sa bene, che anche quell’ordine è una maschera.
Che la città si sta sgretolando.
Che quella sessualità non contenuta, così totale e assoluta, la sta corrompendo dall’interno.
La città si sfalda, perde i suoi confini, si scompone come un organismo assalito da un virus erotico. Gli abitanti smettono di essere cittadini e diventano ruoli. Atti. Organi. Bisogni.
In quel disfacimento, però, qualcosa si rivela.
Skeeen lo sente: l’oggetto del desiderio non è mai lì dove pensiamo. È altrove, sempre altrove. È spostato, decentrato, inafferrabile. È una fragilità, non un traguardo. Una soglia. Ed è lì, proprio lì, che la morte si mostra — non come fine, ma come unica certezza.
E allora lo dice.
Lo racconta.
Dice che qualcuno lo ha condotto lì. Che tutto era previsto, orchestrato. Che è stato spinto come un topo nel labirinto. Dice: “La Fossa non era nemmeno nei miei pensieri. Eppure, eccomi lì.”
E lo dice con la voce roca, come chi ha appena finito di urlare.
Poi viene il resto.
Il corpo.
Il pugno sporco.
L’orgasmo come un rantolo: “Porco… vengo… e via… e via…”
La dissoluzione.
La confessione.
Alla fine, Skeeen parla.
Ma non per spiegare.
Parla per mentire, per ingannare, per rendere il vero più tollerabile.
Dice: vi ho fregati. Vi ho fatto credere. Vi ho usati.
Ma mentre lo dice, una voce più profonda, dentro di lui, bisbiglia:
Anche tu sei stato fregato.
Anche tu hai creduto.
Anche tu, Skeeen, sei stato usato.
E forse — solo forse — amato.
73.
Quel giorno alla Fossa sembrava che il tempo avesse deciso di cambiare regole. Non correva, non passava. Si accartocciava su se stesso come carta umida. L’aria era gelida, sì, ma viva, percorsa da un fremito metallico, come se qualcosa — qualcosa che non si poteva vedere — stesse attraversando il mondo da parte a parte. Skeeen diceva che era il suono dei fili tesi, che quel giorno emettevano una nota continua, sottile, tanto acuta da sembrare un pensiero più che un rumore. Diceva che era il freddo a parlare, e che la voce del freddo non si dimentica mai.
Era stato tutto un attimo, eppure quell’attimo aveva inciso dentro di lui come una lama. Una risata. Una soltanto. Ma tanto bastava. Non era il suono in sé, ma il modo in cui lo aveva colto: di sorpresa, da solo, scoperto. Una specie di derisione cosmica, come se l’universo gli avesse fatto sapere, senza mezzi termini, che non era al sicuro, che non era intoccabile. Il suo corpo aveva reagito con dignità. Nessun tremore, nessun cedimento. Ma dentro era stato come ricevere un colpo alle ginocchia. Aveva capito, in quell’istante, che qualcosa era cambiato per sempre. Che c’era un prima e un dopo quella risata.
E nel dopo, lui aveva deciso di non essere più quello di prima.
Non era una decisione razionale, programmata. Era un adattamento, una metamorfosi di sopravvivenza. Come certi animali che cambiano colore, o certi uccelli che smettono di cantare per non farsi trovare. Lui, invece, aveva scelto il contrario: si era fatto visibile, esagerato, impeccabile. Un uomo che non poteva essere preso in giro. Audace, sicuro, tagliente. Sempre un passo avanti, sempre più in alto di chiunque. Lo avevano preso a modello. Lo guardavano con invidia e desiderio. E lui lo sapeva, e ci si nutriva. Ma quella maschera, seppure perfetta, era fatta della stessa materia della risata che lo aveva distrutto: era un riflesso. Non un volto.
Skeeen, che lo conosceva meglio di chiunque, diceva che c’era sempre un momento — breve, impercettibile — in cui gli si leggeva tutto in faccia. Era uno sguardo che sfuggiva, un’esitazione nelle mani, qualcosa che si muoveva sotto la superficie come un pesce nell’acqua torbida. Ma durava poco. Perché poi tornava il sorriso, la battuta, l’atteggiamento da uomo che nulla teme, nemmeno se stesso.
Alla Fossa, quel giorno, sembrava che tutto si fosse fermato proprio per dargli modo di ascoltare. Non le parole di Skeeen, ma il suono del proprio silenzio. Un silenzio che veniva da lontano, come l’eco di una caverna. E dentro quel silenzio, tornava la risata. Non reale, non viva — era più un fantasma, una vibrazione nella memoria. Ma era lì. Sempre lì. Come un nome che non si riesce a dimenticare, anche se si smette di pronunciarlo.
Il cielo sembrava finto, così grigio da sembrare piombo. E il respiro di Skeeen, accanto a lui, sembrava misurare il tempo. Lento, profondo, regolare. Aveva un modo tutto suo di stare al mondo, Skeeen. Un modo fatto di presenza e distanza insieme. Parlava poco, ma quando lo faceva lasciava un’eco. Quel giorno, mentre il rumore dei cavi saliva fino al cervello, Skeeen disse solo: “A volte mi chiedo se siamo ancora noi. Se ci siamo mai stati davvero.” E poi tacque. Ma bastava. Perché in quella frase c’era tutto: la perdita, il tentativo di recupero, la nostalgia per un’identità che forse non era mai esistita.
E lui capì che la costruzione dell’uomo che era diventato non era solo una difesa: era un lamento. Un grido a ritroso. Una preghiera lanciata nel vento perché qualcuno, chiunque, dicesse: “Ti vedo. So chi eri. So cosa hai perso.”
Ma nessuno lo diceva. Perché nessuno sapeva. Nessuno voleva sapere. Preferivano l’uomo sicuro, affascinante, quello che sapeva sempre cosa dire, cosa fare. L’altro — il vero — faceva paura. E anche lui, in fondo, ne aveva paura. Perché guardarlo in faccia significava ammettere che non bastava tutto il teatro. Che nessun numero, nessuna bevuta, nessuna notte passata con l’uno o con l’altro avrebbe mai potuto cancellare quella prima ferita.
Alla Fossa, quella ferita era di nuovo aperta. Non faceva male. Ma pulsava. E c’era qualcosa di solenne, di irrimediabile, nel riconoscerla.
E Skeeen, con la sua voce calma, il suo corpo immobile come pietra, stava lì a ricordarglielo senza bisogno di dire niente. Come se sapesse che certe cose si possono solo attraversare, non spiegare. In fondo, tutto era già successo. E continuava a succedere. Un ciclo che si ripeteva. Una nota lunga, acuta, che attraversava il tempo, come il suono dei fili tesi nel gelo.
Era davvero tutto sul serio. Non come una minaccia, ma come una verità.
E la verità, quando si mostra, non chiede permesso.
Arriva, si siede accanto, fuma in silenzio.
E ti guarda.
Come Skeeen.
74.
Skeeen si arrestò sul ciglio della frase, come davanti a un burrone. Le parole gli giravano attorno, incerte, come insetti ciechi attratti da una luce che non c’era.
«Non posso dire con certezza che fosse solo l’alcool, capisci? Né quella frenesia collettiva, quella baraonda di suoni e corpi e urla che ci teneva in scacco come un battito cardiaco accelerato… No. C’era qualcosa d’altro. Era lui. Era lui come detonazione, come campo magnetico. Era come se il suo corpo avesse una massa propria capace di piegare le intenzioni. Mi ha tirato dentro come si cade in un vortice. Non riesco a dare a quella attrazione un nome preciso. Non era sesso, non era bellezza. Era un tipo di fame. Una cosa animale, spaventosa.»
Faceva un freddo disumano.
L’aria si infilava ovunque, come una voce maligna decisa a parlare direttamente ai nervi. La sciarpa che aveva al collo, una striscia di lana infeltrita color mostarda, si arrotolava come un cappio troppo timido per strozzare.
Ogni centimetro del suo corpo sembrava lottare per mantenere una temperatura minima, e l’alcool – che all’inizio era stato un fuoco – ora scivolava via dalla pelle come sudore freddo, lasciando solo un intorpidimento ingannevole.
Poi, quel dolore secco alla mano. Una stilettata improvvisa, precisa, come un ammonimento. Le dita scattarono verso l’alto, come in un gesto involontario di resa.
Intorno, la notte sembrava vibrare. La città, avvolta nella sua stessa stanchezza, respirava come una bestia nascosta sotto un manto di nebbia.
Da qualche parte, oltre il ponte metallico del tram dismesso, si udì una risata. Poi una voce.
Un giovane sikh, magro come un ago, con un turbante giallo acceso che sembrava brillare di luce propria, si fece avanti. Mormorava qualcosa a denti stretti, in una lingua che scivolava come acqua su vetro. Nessuno capiva. Ma tutti sentirono il tono: non era preghiera, non era supplica. Era una dichiarazione.
Da un lato, un ghigno tagliente.
Dall’altro, un brusio crescente. Irritazione, paura. Quel tipo di disagio che si diffonde come un gas.
Un attimo dopo, gli inservienti — ombre in divisa grigia, volti neutri, scarpe silenziose — sbucarono da ogni lato della sala.
Camminavano con precisione.
Avevano il passo dei ragni.
E le torce, come occhi meccanici, scattarono su di lui. Lo inchiodarono. Il suo corpo tremava, ma non si mosse.
Vanessa Vaz, che era poco distante, si voltò di scatto.
Un secondo dopo non c’era più.
Era scomparsa come se fosse stata assorbita da una crepa dell’aria.
Rimase il rumore della sua assenza.
Rimase il buio.
Un inglese si avvicinò.
Aveva l’odore della formalina. Di quel tipo di morte che si conserva per studio. I suoi capelli erano lucidi di umidità, e le mani delicate, troppo curate.
Prese Skeeen per un braccio, lo aiutò a sollevarsi con una finta gentilezza.
«Sta meglio ora?», chiese, con l’accento affettato di chi non capisce davvero la domanda che fa.
Skeeen non rispose. Aveva l’istinto di allontanarlo, ma non la forza.
Gli inglesi hanno quell’odore, pensò. Quell’odore educato e mortifero. Come se fossero tutti stati partoriti in un museo chiuso.
Poi venne il nero.
Si presentò senza clamore. Senza spiegazioni.
Era alto, scolpito. E stanco.
Si sfilò i pantaloni lentamente, con un gesto che sembrava religioso. E mostrò ciò che nessuno voleva vedere: una ferita nel corpo del mondo.
Il suo culo non era più un culo. Era un paesaggio.
Un cratere.
Una rovina.
Una memoria.
Nel mezzo, tra le gambe, qualcosa si muoveva. Ma non era desiderio.
Era un richiamo muto, una speranza di senso.
Skeeen sentì le mascelle contrarsi.
Non per disgusto.
Perché non riusciva a non guardare.
E lì, nella penombra di quel momento indecente, arrivò Norman.
Con la sua faccia da studente eterno e l’arroganza di chi ha capito tutto.
Norman, con i suoi denti perfetti e l’alito che sa di marketing.
Si sedette senza chiedere permesso.
«Ti ricordi la mia invenzione?» disse, come se non stesse accadendo nulla attorno.
«La maglietta-video. Vent’anni di icone, ridotte a venti secondi in loop. Una gif indossabile. Pensa: invece della solita stampa di Mick Jagger col broncio… Mick Jagger che prende un pompino. Su tutta la maglietta. All’infinito. La realtà che si masturba da sola.»
Era entusiasta.
Skeeen lo ascoltava e sentiva un disagio che si appiccicava addosso come un odore dolciastro.
Norman parlava, e nel parlare si masturbava con le parole.
Tecnologia, potenziale virale, trasgressione vendibile.
Ma in casa sua non si scopava mai.
Mai.
Tutto era finto, pulito, sterile come una sala d’attesa.
Più tardi, Skeeen rimase solo.
Il corpo gli sembrava più pesante.
L’anima più sottile.
Si avvolse in una coperta ruvida e si sdraiò sul divano senza spegnere la luce.
Guardava il soffitto e cercava di ricordare quando aveva cominciato a sentirsi così.
Malato di nostalgia per cose mai vissute.
Intriso di una tristezza che gli sembrava quasi cara.
Un sibilo.
Un rumore acuto e morbido insieme. Come una lama che canta.
Gli attraversò la testa, poi l’occhio sinistro cominciò a pulsare.
Il verde dell’iride si fece più profondo, e dentro quel verde una chiazza rossa si allargava, simile a un’eclissi.
Una lacrima si affacciò.
Ma non cadde.
Rimase lì, appesa.
Un piccolo monumento liquido a tutto ciò che non si poteva dire.
75.
Una pausa breve, ma acuta, e in un istante tutta la furia di Skeeen si trasforma in una prigione di pensieri che non riesce a liberarsi. Un pensiero dietro l’altro si accavallano, formando una gabbia di angoscia e rivolta. Una prigione che diventa sempre più stretta, tanto insopportabile quanto inevitabile. Eppure, in mezzo a tutto quel caos mentale, una lama di luce penetra nel corridoio e si riflette sul pavimento, squarciando l’oscurità. Ma non c’è nulla che distolga lo sguardo dalla visione che resta impressa: il sigaro che Skeeen fuma. Ogni fumo che si alza sembra una traccia indelebile di qualcosa di irreversibile.
"Una paura che ricordo bene, simile a quella che provavo da ragazzo, quando, già adolescente, attraversavo il bosco del Ticino di notte. Avevo venti anni, forse, ma il buio di quella notte sembrava allungarsi e, in quel silenzio denso, mi mettevo a immaginare lupi, assassini, fantasmi nascosti nell’ombra, pronti a saltarmi addosso. Il cuore mi batteva forte, terrorizzato, ma allo stesso tempo, c’era una strana soddisfazione nel sapere che ero io, solo io, a controllare quel battito e quella paura. Come se, con un solo pensiero, potessi fermare il tempo e il mio corpo, riuscendo a dominare il terrore e la confusione. C’era una forza in me che non comprendevo, ma mi dava un'incredibile sensazione di potere, come se avessi il diritto di decidere cosa sarebbe successo, come se fossi io a scegliere se il cuore doveva battere più forte o se i miei nervi dovevano tremare". Le parole di Skeeen, cariche di ricordi, sembrano rivelare molto di più di quanto lui stesso intenda dire.
Una pelle che, nonostante il passare degli anni, conserva una sensualità che è difficile ignorare, una pelle che sembra in contrasto con il tempo che scorre. Due volti che si riflettono, uno di fronte all’altro, come se si osservassero per cercare qualcosa che li unisca, che li spinga a cercare nella bellezza di un’apparenza che forse non è più la stessa. E poi, un'esplosione di risate. Una risata che non è solo un suono, ma una dichiarazione di guerra contro la verità. Ogni risata sembra una promessa di tradimento, un tradimento che, a suo modo, Skeeen sembra aver sempre conosciuto. Ma, nonostante tutto, c'è la convinzione che ogni destino si sia incrociato quella notte, a ElHorno. Una notte che, nelle sue illusioni, unisce ogni persona a un destino comune. Per Skeeen, ogni volto che incontra è un alleato, ma, nella sua mente, nessuno è davvero innocente. Tutti, in un modo o nell’altro, sono sedotti dal suo fascino, e lui, consapevole della propria seduzione naturale, si illude che questa sia la vera chiave per mantenere la sua posizione. Si racconta che la sua missione non sia solo una messinscena, un gioco comico per gli altri, ma una vera e propria ricerca di qualcosa che ha sempre desiderato. Non sa bene cosa sia, ma è convinto che ogni passo che compie lo stia avvicinando alla verità. E, tuttavia, non è così sicuro che la verità che cerca sia davvero quella che pensa.
Ancora una volta, quella pelle giovane, quella sensualità che non perde mai il suo fascino, la stessa che riemerge ogni volta che i suoi occhi incontrano il riflesso di qualcun altro. Ma non si tratta solo di bellezza, si tratta di una connessione più profonda, qualcosa che va oltre la superficie, come un corpo che si svela e si nasconde allo stesso tempo. Un colpo di tosse, un suono che taglia l’aria, fa trasalire Skeeen, come se quella piccola interruzione potesse rivelare una verità che non vuole vedere. E poi, la voce: una voce che potrebbe sembrare maschile, ma che, allo stesso tempo, ha una sfumatura femminile, come se provenisse da un luogo indefinito. "Padrone." La parola rimbomba nell'aria, e in quel momento, Skeeen sente che la sua realtà si scompone, come se le distinzioni tra chi comanda e chi è comandato fossero più sfocate di quanto pensasse.
Nel buio, quando le luci blu e rosse della dark iniziano a lampeggiare, sembra che il sangue riprenda a scorrere, come se quelle luci fossero l'innesco di un flusso che non può più fermarsi. È come se un segnale invisibile stesse risvegliando qualcosa di primordiale, qualcosa che è sempre stato lì, sotto la superficie. La pelle giovane, la sensualità che non accenna a svanire. Ogni gesto diventa parte di un movimento coreografato dal desiderio, ma anche dal timore che ogni passo possa essere quello sbagliato.
Skeeen, incapace di agire, resta fermo per un attimo, come se ogni decisione fosse troppo pesante da prendere. La sua mano, contratto in un gesto di incertezza, stringe qualcosa che non può essere identificato, mentre l'altra mano sprofonda in tasca, come se cercasse un riparo nel movimento. Il silenzio che lo circonda è carico di attesa, e lui sembra indeciso se restare fermo o proseguire. Ma, alla fine, riprende: "Quando ho finalmente afferrato il ragazzo e messo da parte il suo amante, ho lasciato che il piacere mi travolgesse. Mi sono immerso in una marea di carezze, tanto intense da farmi dimenticare qualsiasi altro desiderio. Mi sono lasciato andare completamente, senza pensare a nulla, nemmeno a sentire la sua voce. E via, e via, con gli occhi gli ho succhiato l’alluce, un gesto che non aveva bisogno di parole. Il suo corpo tremava sotto le mie mani, una tortura dolce che sembrava non finire mai. Eppure, sulle sue labbra c’era un sorriso, che non mi sembrava un tradimento, ma piuttosto una complicità silenziosa. Un’alleanza che, nel silenzio del nostro scambio, diventava più forte di ogni parola. E via, e via, anche se, in fondo, non ero sicuro che lui non si fosse accorto di qualcosa, che non avesse percepito la leggerezza con cui agivo, quella forma di incertezza che mi accompagnava. Ma, in quel momento, ero troppo preso dalla vertigine per preoccuparmi. La mia indifferenza verso ciò che pensava di me mi dava una sensazione di invulnerabilità, come se non potessi essere toccato da nulla, nemmeno dai suoi dubbi".
Un uomo al bancone del bar si sposta per invitare un altro a bere, e la sua voce suona provocante: "L’invito è valido anche per il signore che ti accompagna", dice con un sorriso malizioso. "Che diavolo vuole?", chiede l'altro. "Vuole invitarci a bere", risponde l’uomo, ma la sua voce tradisce una certa stanchezza.
Nel frattempo, il rumore di popper che viene sniffato taglia l'aria, e uomini monocromi camminano come ombre, in una marcia uniforme, tutti segnati dallo stesso sguardo vuoto, da atteggiamenti che sembrano identici, come se fossero intrappolati in un ciclo ripetitivo e inesorabile. La monotonia del loro movimento sembra una riflessione di ciò che sta accadendo intorno, eppure, per Skeeen, ogni passo è carico di un significato che non è mai del tutto chiaro.
76.
Una voce proveniente dal tavolo vicino commenta con disinvoltura: “Le pratiche più comuni, quelle che normalmente vengono praticate nel nostro quotidiano, sono tranquillamente accessibili, proprio su richiesta delle coppie.” Le parole sembrano danzare nell'aria, leggere come un'eco che attraversa la stanza senza sforzo, mentre il suono scivola via senza lasciare traccia. È un discorso che sembra appartenere a un mondo a parte, un mondo dove tutto è permesso, dove ogni limite è sfumato. Godz, intanto, non smette di muoversi. La sua presenza è una forza inarrestabile, come un fiume in piena che travolge tutto ciò che incontra sul suo cammino. È sempre in movimento, costantemente impegnato a mantenere alto il suo “BOLGIASHOCK,” come se fosse un capitano su una nave che non si ferma mai, sempre in viaggio. Non si concede pause. Ogni singolo gesto sembra un atto di sacrificio: si dà senza riserve, investendo ogni parte di sé in un evento che non lascia spazio a dubbi, che non concede tregua.
Godz è un’entità che agisce con determinazione, il corpo consumato dalla fatica ma mai davvero stanco. Ogni suo movimento è calcolato, come una marea che va e viene, ininterrotta, con la stessa forza e lo stesso ritmo incessante. Ogni volta che si tocca, che si ferma per spiegare gli scopi e le ragioni di ciò che fa, non è solo un gesto fisico, ma un atto di volontà, una dichiarazione di esistenza. In questa continua oscillazione, in questo continuo mutamento, è come se Godz fosse l’emblema di un mondo che non si ferma mai, che fluttua tra il desiderio e il caos, tra la consapevolezza e l’assenza di senso. E nel frattempo, nella mente di Skeeen, tutto si riagita. È un turbine di pensieri, di emozioni, di ricordi che si sovrappongono, che non danno pace. L’odio, la confusione, la dimenticanza sembrano fondersi in una melassa densa, ma c’è qualcosa di più. È Godz che lo divora, lo assorbe con il suo sapere, con la sua conoscenza infinita. Non è solo un’ombra che lo sovrasta, ma una presenza che lo invade, che lo attraversa, come un fratello che bacia ogni sconosciuto, che saluta con il sorriso di chi ha tutto sotto controllo.
Skeeen, sotto l’influenza di Godz, si trova a respirare l’aria che lui stesso respira. Non c’è più spazio per l’imperfezione, per il dolore. Ogni cosa sembra prendere forma in un’armonia straniante, come se il mondo stesso fosse in perfetta sintonia con quella follia. Godz è la follia che non si ferma, è un vampiro che succhia senza sosta, che non lascia scampo. E Skeeen è lì, prigioniero di questa energia travolgente, di questo potere che sembra eterno. Non c’è più nulla da fare, se non cedere al ritmo, seguire la corrente, immergersi in un tempo che non concede pause. Eppure, ogni tanto, una voce, quella di Skeeen, si fa sentire. È una voce che cerca di spiegare, di fare chiarezza, ma le sue parole sembrano disperdersi nel vuoto. “Veniamo alla questione che mi ha spinto a mettermi in mostra,” dice, come se fosse una confessione, come se ogni sua parola fosse un passo verso una verità che non riesce a raggiungere. “Sì, qualcosa è cambiato nella mia vita, e forse è l’amore, forse è questa febbre che mi tormenta per Godz. Ma è un amore strano, un amore che non so come spiegare. Non è solo passione, non è solo desiderio. È qualcosa di più profondo, qualcosa che mi consuma.”
Skeeen sembra lottare con sé stesso mentre parla, come se stesse cercando di trovare una risposta che gli sfugge. La sua ironia non è più un gioco, ma una difesa contro la verità che teme di scoprire. “Non è facile parlare di sé in modo serio,” continua, “soprattutto quando la vita ti ha già gettato in un mare di cambiamenti, di riflessioni che non sai come affrontare. Ma è così, la mia anima è malata d’amore, d’amore per Godz, un amore che non mi lascia. E non c’è nulla che io possa fare per liberarmi.”
Nel buio della notte, dove le ombre sembrano prendere vita, Skeeen si trova tra corpi distesi. Le parole che pronuncia sono dure, cariche di una rabbia soffocata. “Siamo simili, siamo gemelli, ma non è vero che scopiamo tra di noi,” dice, come per sfidare la realtà che gli è stata imposta. La sua mano si appoggia alla parete, il nero della carta da parati sembra risucchiarlo dentro, come un vuoto che minaccia di inghiottirlo. Eppure, mentre parla, Godz non smette di muoversi, di agire, di modellare la realtà con la sua voce, che è tanto ostile quanto minacciosa. “La libertà è un obiettivo nobile,” dice, “ma diventa ridicolo se non comprendiamo quanto è difficile raggiungerla. Molti si sono fermati a guardare mentre i gruppi politicizzati si sgretolavano, e nessuno ha saputo fermare la disintegrazione.”
Mentre Godz parla, la tensione nell’aria cresce. Ogni parola che pronuncia è un peso che si aggiunge al peso di Skeeen, ma lui non riesce a liberarsene. Non può. La sua mente è ancora prigioniera di un passato che non ha mai veramente lasciato andare. Ma nonostante la pesantezza del momento, c’è qualcosa di irrimediabile nella sua ricerca di se stesso, qualcosa che lo spinge ad andare avanti, a cercare, a capire.
Skeeen, infine, vuota la lattina di Ceres con un gesto che sembra meccanico, quasi involontario. Il gesto non è solo un atto fisico, ma un simbolo di resa, di accettazione. “Vivere significa sentire,” dice, con una smorfia che sembra essere una risposta a tutto ciò che lo ha tormentato. “Bere, ballare, ridere significano vivere. E se vivere è questo, allora sono disposto ad accettarlo. Non ci sono risposte facili, non ci sono certezze. Solo il movimento, solo il suono, solo l’esistenza.”
La sua voce si fa più bassa, quasi sussurrata: “Ho messo da parte le lusinghe, quelle che a volte mi fanno sentire potente. So cosa sono, so quanto valgono. Ma non mi servono. Quello che davvero voglio è capire, capire me stesso, capire questo mondo che sembra sfuggire da ogni logica. Eppure, non posso fare a meno di pensare che il mio stile, il mio modo di affrontare le cose, somigli a quello di tanti altri. Non sono speciale, non pretendo di esserlo. Ma sono qui, a cercare risposte.”
Infine, in un momento di silenzio, Skeeen si alza e si avvicina a uno stereo. “Vuoi ascoltarlo?” chiede, senza attendere una risposta. Mette una cassetta, e la voce distorta di un cantante riempie l’aria. Le parole sembrano non avere senso, ma c’è qualcosa nella loro dissonanza che lo colpisce, qualcosa che lo fa sentire meno solo. “Norman è un tipo strano,” dice, “ma a casa sua non si scopa mai. Eppure c’è qualcosa di affascinante in lui, qualcosa che non riesco a spiegare.”
Godz, con il suo solito atteggiamento provocatorio, interrompe: “Vuoi essere ammanettato, biondo?” La sua risata è quella di chi sa che tutto è un gioco, che nulla ha veramente importanza. Eppure, in quel momento, tutto sembra più chiaro, come se il capriccio di Godz fosse l’unica vera risposta possibile. “Fotto,” dice, come se fosse un manifesto di ciò che è, come se l’unica verità fosse quella di vivere senza chiedersi il perché. E Skeeen non può fare altro che seguirlo, in un gioco che non ha regole, ma che sembra essere l’unico modo per respirare in questo mondo senza senso.
Vuole finire secondo il suo capriccio… e via, e via.
lettera
Non ti scrivo perché io ti debba ancora qualcosa, né perché la mia anima trovi sollievo nel pronunciare l’addio. Ti scrivo perché l’orrore del silenzio è a volte più feroce della menzogna, e perché il veleno che abbiamo distillato insieme merita almeno un ultimo sorso, solenne, funebre, ubriaco. È tardi, amore mio — troppo tardi per salvarci, troppo presto per dimenticare. E allora ascolta questo canto, quest’invocazione nera, che sgorga come sangue da una rosa tagliata: la nostra rosa, languente, già marcia di bellezza.
Il nostro amore non è stato di quelli che si raccontano alla luce del giorno, né uno di quelli che si appendono, come quadri ben incorniciati, alle pareti delle case felici. Era un amore da cimitero d’infanzia, da stazione abbandonata, da soffitta colma di uccelli morti e profumi d’incenso marcio. Era un amore che grondava maledizione e miele, che mi spezzava e insieme mi redimeva. Sei stato la mia peste e il mio balsamo, la mia febbre e la mia neve. In te tutto cantava e tutto bruciava, e io – poeta senza cielo – danzavo intorno alla tua fiamma come un angelo ubriaco d’abisso.
Non abbiamo fatto altro che confonderci con le nostre stesse ombre. Ci siamo amati nei cunicoli della mente, con le mani sporche e i pensieri bendati. Tu avevi la voce dei profeti muti, e io l’ascoltavo come si ascolta il rumore delle ossa sotto la terra. Insieme abbiamo costruito un altare alla malinconia, e ci siamo offerti in sacrificio senza pietà. Nulla ci fu lieve, né le carezze, né le promesse: ogni gesto era già condanna, ogni abbraccio una nostalgia che si annunciava prima ancora di iniziare.
Ti ho aspettato nel fondo del bicchiere, ti ho cercato tra le pagine macchiate dei miei quaderni, ti ho intravisto persino nei sogni degli altri, come un volto sacro e immondo insieme. Ma tu non c’eri. Non ci sei mai stato come avevo bisogno che fossi. E ora che il tuo nome si spegne sulle mie labbra, resta solo il profumo – maledetto e divino – di ciò che poteva essere e non è stato. L’odore acido dell’amore che muore, come un giglio chiuso in un armadio.
Vado, e non ti chiedo perdono. Vado come un passante notturno che non guarda indietro, lasciandoti tra i marmi del nostro stesso tempio sconsacrato. Resta pure lì, se vuoi: tra le ceneri e le reliquie, tra i sogni infranti e i versi smozzicati. Io cammino altrove, sotto cieli più feroci, tra labbra più crudeli, in cerca di un altro veleno che sappia almeno farmi cantare.
E se mai un giorno mi vedrai passare – spettro tra i vivi o vivo tra gli spettri – non cercare nei miei occhi la dolcezza che ti negai. Cercaci, piuttosto, la memoria della nostra rovina. Perché anche quella, mio maledetto amore, fu una forma sublime di bellezza.