Ci sono figure che, quando tornano alla mente, non si presentano come semplici presenze del passato, ma come interrogazioni ancora vive, come frecce che non hanno smesso di vibrare nell’aria. Franco Fortini è una di queste. Non perché fosse un maître à penser nel senso accomodante che spesso attribuiamo a chi si colloca al centro di un sistema culturale; al contrario, Fortini non si sarebbe mai prestato a un ruolo di autorità decorativa. Il suo posto, mezzo secolo fa come oggi, è in quella zona di attrito dove la letteratura incontra il conflitto sociale, dove la poesia diventa una forma di conoscenza e al tempo stesso una sfida, un appello alla responsabilità individuale e collettiva. Ed è forse proprio questa sua posizione, scomoda e rigorosa, che mi spinge da sempre a considerarlo un riferimento imprescindibile.
Se mi chiedessero perché, tra tanti scrittori importanti, ho sempre riservato una stima particolare a Fortini, direi anzitutto che è stato uno dei pochi a incarnare una concezione integrale dell’intellettuale: non un produttore di idee, ma un uomo che viveva ogni sua parola come un atto politico. Questo, nell’Italia del secondo Novecento – così spesso segnata da opportunismi, abiure, riconversioni improvvise al nuovo spirito del tempo – rappresentava una rarità. Fortini ha attraversato le stagioni più incandescenti della storia contemporanea senza mai rinunciare alla lucidità critica, dalla stagione del ’68 e del ’69, che lo vide tra i pochi adulti capaci di comprendere la carica radicale e insieme fragile dei movimenti studenteschi, agli anni del compromesso storico e del caso Moro, fino al trauma della fine del PCI e alle guerre “democratiche” degli anni Novanta.
Il suo comunismo – parola che oggi suona quasi arcaica, come un reperto di un’altra epoca – non fu mai un feticcio ideologico. Per Fortini, essere comunista significava prima di tutto mantenere aperta la possibilità di un futuro diverso, sottrarre la storia al fatalismo dell’esistente, continuare a credere che la trasformazione fosse possibile. Non un’adesione cieca, ma un orizzonte critico, un’etica della responsabilità. In questo senso, Fortini fu forse uno degli ultimi veri “militanti della parola”: non parlava per la politica, ma dentro la politica, facendone contemporaneamente oggetto di riflessione e terreno di battaglia.
La sua poesia, spesso percepita come ardua, stratificata, perfino “ostile” alla facilità, discendeva da questa stessa convinzione. In un’epoca in cui la lirica italiana sembrava dividersi tra il recupero della tradizione e la tentazione di una sperimentazione talvolta autoreferenziale, Fortini scelse una terza via: la poesia come forma di conoscenza del reale. Non un abbellimento della vita, ma un modo per interrogare le sue contraddizioni. Le sue raccolte – da Foglio di via a Una volta per sempre, fino a Composita solvantur – sono attraversate da una tensione etica che rifiuta tanto il sentimentalismo quanto il distacco estetizzante. “La poesia non è un rifugio”, avrebbe potuto dire; e infatti non cercò mai rifugi, né li offrì. Cercò invece strumenti: parole affilate, sguardi obliqui, uno spazio dove il lettore fosse costretto a pensare, a partecipare, a riconoscere la complessità.
Non meno importante fu il Fortini traduttore. La sua attività di mediatore culturale è un capitolo essenziale della sua biografia intellettuale e politica. Portò in Italia Brecht, Benjamin, Kafka, Goethe, ma non come un semplice tramite: li scelse, li interpretò, li fece lavorare dentro la nostra cultura. Traduceva come scriveva: interrogando, problematizzando, cercando in ogni testo il nucleo conflittuale che potesse nutrire il presente. Le sue traduzioni non furono mai passive; erano un gesto politico, un atto di resistenza contro l’appiattimento culturale. Tradurre Brecht, negli anni Cinquanta e Sessanta, significava offrire una grammatica per pensare la realtà senza abbandonarsi alle illusioni; tradurre Benjamin significava introdurre in Italia un modo diverso di leggere il passato, un modo che non cancellava le ferite ma le rendeva visibili, produttive, necessarie.
Come critico, Fortini non fu certo più indulgente. La sua penna era celebre per la precisione e la ferocia, ma dietro quella durezza apparente c’era un profondo rispetto per la letteratura come luogo del vero. Criticò Montale, Pasolini, la neoavanguardia, la nuova sinistra, l’industria culturale, la televisione, i giornali. Non per vezzo polemico, ma perché vedeva in ogni cedimento al consenso una forma di tradimento dell’intelligenza. Molti lo temevano, qualcuno lo detestava, ma nessuno poteva ignorarlo. Il suo rifiuto dei compromessi intellettuali lo rese un outsider permanente, e al tempo stesso una coscienza necessaria. Non aveva paura di essere impopolare: la popolarità non rientrava tra le sue categorie di giudizio. Il suo metro era la verità, una verità dinamica, dialettica, mai acquisita una volta per tutte.
Anche la scuola e la formazione ebbero un ruolo centrale nella sua vita. Per anni insegnò nelle scuole superiori, portando in quell’arena spesso trascurata un rigore e un fervore critico senza paragoni. Per Fortini, insegnare significava partecipare alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di leggere la realtà e di trasformarla. Le sue lezioni erano celebri per il loro carattere tutt’altro che rassicurante: parlava ai ragazzi non come a destinatari passivi, ma come a interlocutori critici. A volte questo atteggiamento veniva percepito come severo, ma chi ebbe la fortuna di incontrarlo ricorda soprattutto la sua capacità di accendere domande, di aprire spazi di pensiero. In un sistema educativo spesso preoccupato di non disturbare, Fortini disturbava. Era il suo modo di rispettare gli studenti.
Negli anni Ottanta e Novanta, quando molti intellettuali italiani si riciclarono nel grande calderone del neoliberismo trionfante, Fortini rimase fedele al suo sguardo critico. Fu uno dei pochi a denunciare le guerre “umanitarie”, a mettere in discussione la retorica della globalizzazione, a smascherare le nuove forme del dominio economico e culturale. La caduta del Muro e la dissoluzione del PCI non lo spinsero né al rimpianto né alla resa: lo spinsero a una lucidità ancora più feroce. La fine delle ideologie? Per Fortini era uno slogan, utile solo a chi voleva imporre l’ideologia più pervasiva e invisibile: quella del mercato come logica unica.
Se oggi, in un panorama culturale dominato dalla velocità, dalla superficialità e dal consumo rapido delle idee, il nome di Fortini continua a emergere come un faro, è perché la sua opera resta irriducibile a qualsiasi moda. Non è un autore che si legge per intrattenimento, né per un semplice omaggio alla tradizione. Lo si legge per entrare in conflitto, per essere sfidati, per non lasciarsi addomesticare. Leggerlo è un esercizio di resistenza intellettuale.
Ed è per questo che, tra tanti autori che ho incontrato, studiato e amato, continuo a tornare a Fortini. Perché la sua voce non consola, ma orienta; non illude, ma rende più nitida la mappa del possibile. Il suo lascito non sta soltanto nei libri che ci ha lasciato, ma nel modo in cui ci invita a parlare, a scrivere, a vivere dentro la storia. In un tempo in cui tutto sembra spingerci verso la rinuncia, Fortini ci ricorda che la parola può ancora essere un atto di trasformazione. E che il compito dell’intellettuale – se questa parola ha ancora un senso – non è quello di rassicurare, ma di inquietare. Non quello di aderire all’esistente, ma di mostrarne le crepe. Non quello di descrivere il mondo, ma di renderlo nuovamente discutibile.
La sua eredità è questa: una ferita che non si rimargina, una domanda che non si chiude, un invito a prendere posizione. E forse è proprio questo, oggi più che mai, ciò di cui abbiamo bisogno.