John Boswell non era uno studioso comune. Quando il suo Cristianesimo, tolleranza sociale e omosessualità comparve in libreria nel 1980, aveva appena poco più di trent’anni ma si era già conquistato una cattedra a Yale, una delle università più prestigiose degli Stati Uniti. La sua carriera sembrava un’ascesa inarrestabile, segnata da un rigore accademico raro e da un carisma intellettuale che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Ma dietro il successo universitario si nascondeva un’urgenza più profonda: il desiderio di rimettere in discussione una tradizione secolare, di scavare nel passato per illuminare un presente che per i gay e le lesbiche americane restava soffocante e spesso pericoloso.
La sua formazione era stata eclettica. Boswell padroneggiava diverse lingue antiche e moderne, dal greco al latino, dall’arabo al catalano medievale, e questa competenza linguistica gli permetteva di muoversi attraverso fonti spesso trascurate dagli storici meno versatili. Non si accontentava di leggere i grandi trattati teologici: cercava nei margini dei codici, nelle liturgie, nelle cronache apparentemente minori. In quelle pieghe della tradizione intravedeva segnali che contraddicevano la narrazione dominante. La sua erudizione, nutrita da anni di studio meticoloso, non era mai fine a sé stessa: serviva a sostenere un’ipotesi che, se confermata, poteva cambiare radicalmente il modo in cui la società occidentale immaginava la propria storia morale.
Il libro apparve in un momento particolarmente carico di tensioni. Nel 1980 Ronald Reagan conquistava la Casa Bianca, inaugurando una stagione politica segnata dall’alleanza stretta tra conservatorismo economico e cristianesimo evangelico. La “moral majority”, guidata dal reverendo Jerry Falwell, agitava lo spettro della decadenza sessuale come minaccia alla civiltà americana. In questo clima, l’omosessualità era additata come nemico interno, simbolo di corruzione dei costumi e di pericolo per la famiglia. Era difficile, se non impossibile, proporre una lettura storica che non fosse schiacciata sotto il peso di questo moralismo.
Eppure Boswell osò. Con una calma accademica che non celava la passione civile, ricostruì un quadro radicalmente diverso: fino al XII secolo, dimostrava, la Chiesa non aveva condannato in modo sistematico le relazioni omosessuali, e in alcuni casi aveva persino celebrato i vincoli affettivi tra persone dello stesso sesso. Era un’affermazione esplosiva. Non era soltanto una questione di erudizione: significava mostrare che la condanna non era eterna né necessaria, ma storicamente situata. Nel cuore del reaganismo, quando la retorica pubblica si irrigidiva su valori tradizionali e sulla difesa della famiglia eterosessuale, il libro di Boswell apriva uno spazio di libertà inatteso.
A dare maggiore intensità a quell’opera era il contesto in cui esplodeva l’epidemia di AIDS. All’inizio degli anni Ottanta, la malattia cominciava a diffondersi nelle comunità gay, generando paure e alimentando stigmi. I giornali parlavano di “cancro dei gay”, il governo di Reagan taceva, le istituzioni sanitarie faticavano a reagire. L’America osservava con sospetto e spesso con disprezzo una comunità che chiedeva soltanto sopravvivenza e dignità. In questo scenario, un libro che sosteneva che nel passato cristiano non solo non c’era stata sempre condanna, ma persino possibilità di riconoscimento, assumeva il valore di un contraccolpo simbolico.
All’interno di Yale, Boswell era amato da molti studenti. Le sue lezioni non erano mai semplici trasmissioni di contenuti: erano performance intellettuali, in cui la storia diventava carne viva, attraversata da conflitti, desideri, censure e aperture. Parlava con passione del Medioevo, non come di un’età oscura ma come di un laboratorio di sperimentazioni e contraddizioni. E non era difficile intravedere, nelle sue parole, un messaggio rivolto anche al presente: la storia non è mai una linea retta, la tradizione non è un blocco immutabile. Alcuni colleghi lo stimavano profondamente, altri lo guardavano con diffidenza, accusandolo di fare politica travestita da storiografia.
Il successo del libro, coronato nel 1981 dal National Book Award e dallo Stonewall Book Award, non cancellò le critiche. Alcuni storici misero in dubbio l’interpretazione di certi documenti, altri denunciarono un eccesso di ottimismo nel leggere il passato come spazio di tolleranza. Ma il punto non era soltanto accademico. Nel pieno della crisi sanitaria e morale, mentre la società americana si spaccava sulla questione dei diritti civili, Boswell offriva alle persone gay una genealogia alternativa: la possibilità di immaginarsi non come aberrazione, ma come parte integrante della civiltà occidentale.
Fu questo, forse, il lascito più duraturo del libro: non soltanto i dati, le fonti, le analisi, ma la capacità di aprire un orizzonte diverso. L’idea stessa che potessero esistere, nel passato cristiano, rituali di unione tra persone dello stesso sesso fu accolta come rivelazione e scandalo. Per i movimenti gay e lesbici fu un’arma di legittimazione, per i conservatori un bersaglio polemico. Ma in ogni caso, nessuno poté più ignorare la questione.
La parabola personale di Boswell fu segnata dalla stessa tragedia che colpì un’intera generazione. Nel 1994 morì di AIDS, a soli 47 anni. La sua scomparsa privò l’accademia e il movimento LGBTQ+ di una voce unica, capace di coniugare rigore e militanza, delicatezza personale e fermezza intellettuale. Ma la sua opera continuò a vivere, e ancora oggi rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere non solo la storia del rapporto tra cristianesimo e sessualità, ma anche le dinamiche più ampie della memoria culturale occidentale.
Guardando a ritroso, è chiaro che Cristianesimo, tolleranza sociale e omosessualità non fu soltanto un libro di storia medievale. Fu un atto politico, un gesto culturale, un segnale di speranza. Nel cuore di un’America conservatrice, segnata dallo stigma dell’AIDS e dal silenzio delle istituzioni, John Boswell ebbe il coraggio di dire che il passato poteva essere interpretato in modi diversi, e che dentro quelle interpretazioni si nascondeva la possibilità di un futuro più libero.