Non è una polemica personale, è un segnale politico: cosa rivela lo scontro tra Veneziani e Giuli?
Lo scontro tra Marcello Veneziani e il ministro della Cultura Alessandro Giuli, esploso sulle pagine dei quotidiani e immediatamente amplificato dal circuito mediatico, non è una semplice disputa tra due figure pubbliche appartenenti alla stessa area politica. È un episodio che merita attenzione perché intercetta un nodo irrisolto della destra italiana al governo: il rapporto tra potere istituzionale e produzione culturale, tra gestione e visione, tra critica interna e legittimazione.
L’intervento di Veneziani ha riaperto una questione che da tempo attraversa il dibattito pubblico: la difficoltà della destra, oggi forza di governo, di tradurre il controllo delle istituzioni culturali in un progetto riconoscibile, duraturo, capace di incidere realmente sull’immaginario collettivo. La critica non riguarda singole nomine o decisioni amministrative, ma una percezione più ampia di assenza di direzione, di frammentarietà, di prevalenza della gestione sull’elaborazione.
La replica di Giuli, in quanto titolare del dicastero della Cultura, va quindi letta non solo come risposta a un’opinione critica, ma come indicatore di un certo modello di relazione tra istituzione e dissenso. Il punto non è il diritto di rispondere – sacrosanto – ma il piano su cui la risposta si colloca. Quando una contestazione di natura culturale viene affrontata principalmente sul terreno della polemica, anziché su quello dell’argomentazione, si produce uno slittamento che impoverisce il confronto pubblico.
La questione dell’egemonia culturale, evocata per anni come obiettivo strategico, emerge qui in tutta la sua complessità. L’egemonia non coincide con l’occupazione degli spazi istituzionali né con l’alternanza ai vertici. È un processo lento, che richiede la capacità di produrre pensiero, linguaggi, opere capaci di vivere anche al di fuori della protezione politica. Richiede, soprattutto, una disponibilità al conflitto intellettuale che non venga percepito come una minaccia.
Insomma, la polemica rivela una fragilità strutturale: la difficoltà di accettare che il dissenso possa provenire dall’interno senza essere immediatamente interpretato come delegittimazione. In un ecosistema culturale solido, la critica interna è una risorsa. In un sistema fragile, diventa un problema. E il rumore che produce è spesso inversamente proporzionale alla pluralità reale delle voci.
Il dibattito mette inoltre in luce una carenza che da tempo viene segnalata da osservatori diversi: la scarsità di figure intellettuali capaci di esercitare un ruolo autonomo rispetto al potere politico. Non si tratta di appartenenze ideologiche, ma di funzioni. L’intellettuale, per definizione, non coincide con il comunicatore istituzionale né con il commentatore militante. Il suo compito è problematizzare, non semplificare; introdurre complessità, non ridurla.
Quando questo ruolo fatica a trovare spazio, la cultura rischia di essere assorbita integralmente nel circuito della comunicazione politica. In questo quadro, ogni intervento critico appare sovradimensionato, ogni parola assume un peso eccessivo, ogni divergenza viene caricata di significati che non le competono. Il risultato è un dibattito permanente che produce attrito ma poca elaborazione.
Dal punto di vista istituzionale, la sfida è evidente. Governare la cultura significa garantire le condizioni perché il confronto possa esistere, non orientarne preventivamente gli esiti. Significa accettare che la produzione culturale non risponda ai tempi della politica e che, anzi, spesso li contraddica. La forza di una politica culturale si misura nella sua capacità di sostenere questa tensione, non di neutralizzarla.
La polemica tra Veneziani e Giuli diventa così un caso emblematico non per i suoi protagonisti, ma per il momento storico che intercetta. La transizione da una cultura di opposizione a una cultura di governo comporta inevitabilmente frizioni, ma anche un salto di responsabilità. Tra queste, la capacità di distinguere tra critica e attacco, tra dissenso e ostilità, tra pluralismo e disgregazione.
Se l’egemonia culturale resta un obiettivo dichiarato, il suo perseguimento non può prescindere da una pratica del confronto che riconosca il valore del conflitto intellettuale. In assenza di questo presupposto, ogni polemica rischia di rivelare più una difficoltà di fondo che una vitalità reale. E la cultura, invece di essere un luogo di elaborazione condivisa, finisce per ridursi a un campo di attrito permanente, privo di profondità e di prospettiva.