C’è sempre un'occasione, nel calendario internazionale dell’arte contemporanea, in cui un’istituzione decide di alzare l’asticella, di rischiare davvero, di mettere in scena non soltanto grandi nomi ma soprattutto grandi idee. Per il biennio 2026-2027 è il turno di Pirelli HangarBicocca, che presenta un programma ambizioso, ramificato, intensamente politico e insieme profondamente sensoriale: otto artisti, tutti di profilo internazionale, molti dei quali per la prima volta in Italia, vengono invitati a confrontarsi con uno degli spazi espositivi più iconici d’Europa. Un luogo che ha la dimensione di una cattedrale laica e la storia di un’archeologia industriale reinventata. Un luogo che pretende, quasi genetramene, opere capaci di respirare con l’ambiente, di espandersi, di misurarsi con il vuoto e con la luce, con l’eco dei propri stessi materiali.
C’è una linea sotterranea, evidente già dalle prime anticipazioni: l’arte non è più soltanto una questione di oggetti, ma di esperienze, di comunità, di presenza. Il pubblico non è spettatore ma testimone, a volte complice, altre punto di intersezione fra ciò che l’artista costruisce e ciò che lo spazio restituisce. È una programmazione che riflette a fondo su come viviamo, su cosa ricordiamo, su come ci muoviamo dentro le città, i corpi, le memorie, gli ambienti. Un biennio che non vuole rassicurare: vuole disorientare, provocare, lasciare addosso la sensazione di aver attraversato qualcosa.
Il percorso comincia nel 2026 con Benni Bosetto, artista italiana che lavora da anni su una dimensione intima della forma, sul legame tra corpo, cura, danza, ritualità. Nello Shed, il suo intervento trasformerà lo spazio in un ambiente percorribile, quasi una stanza psichica in cui gli oggetti diventano estensioni di una gestualità antica, talvolta dolce, talvolta inquieta. È una scelta deliberate: aprire il biennio con un’artista capace di portare dentro un luogo così vasto una densità microfisica, una fragilità operativa che contrasta con le scale industriali. Il suo lavoro non è mai mero disegno o scultura, ma un organismo che vibra; e la sua presenza segna una direzione precisa, quella della permeabilità tra pratiche artistiche e performative, tra vita quotidiana e linguaggio visivo.
Se Bosetto mette in moto la dimensione intima, Rirkrit Tiravanija, dalle Navate, sposta subito l’asse verso la socialità, il gioco, la relazione. È quasi impossibile prevedere cosa farà, perché gran parte del suo lavoro nasce dal momento, dall’architettura che incontra, dal pubblico che la abita. È uno degli artisti che hanno cambiato la percezione dell’arte negli anni Novanta, inserendo la cucina, la convivialità, le attività collettive al centro dell’opera. A HangarBicocca si confronterà con una scala monumentale e con la possibilità di creare ambienti labirintici, ispirati a modelli architettonici storici. Non si tratterà soltanto di muoversi dentro un’installazione: sarà come attraversare la domanda stessa su cosa sia un’opera d’arte quando è fatta di persone, azioni, gesti, percorsi.
La stagione prosegue con Aki Sasamoto, artista giapponese la cui pratica sembra costruita sugli interstizi dell’esistenza quotidiana. Le sue installazioni performative sono sempre un equilibrio fra ordine e caos, fra matematica e intuizione, fra movimento e oggetto. Il corpo è il mezzo, la voce è una mappa, gli oggetti diventano dispositivi di memoria, prolungamenti di una coreografia che non finisce mai. È un’artista che sembra “abitare” l’opera e insieme svuotarla, lasciando nello spazio tracce di una partitura destinata a rimanere incompleta. Vederla in uno spazio come lo Shed sarà l’occasione per assistere a un lavoro che interroga i confini tra arte visiva e performance, tra evento e durata, tra corpo e architettura.
E poi, verso la fine del 2026, arriva la grande retrospettiva di Luciano Fabro. È il momento storico del programma, la traiettoria che riconnette HangarBicocca a quella genealogia dell’Arte Povera che trova nella materia, nella gravità e nella tensione formale i suoi fondamenti. Fabro è stato uno dei più sofisticati scultori del Novecento, capace di una precisione quasi metafisica nel rapporto tra forma e spazio. Portarlo nelle Navate significa tornare a interrogare lo spazio nella sua verticalità, nel suo peso, nella sua storia. Significa anche restituire al pubblico un artista che ha fatto del concetto di “habitat” una chiave per comprendere come l’opera non sia mai isolata, ma sempre un organismo che reagisce, che si adatta, che osserva e viene osservato. La retrospettiva avrà certamente anche un valore pedagogico: un modo per guardare indietro senza nostalgia ma con lucidità, per capire da dove viene una certa idea di arte italiana e dove può ancora andare.
Il 2027 si apre con Carlos Bunga, che lavora con materiali umili — cartone, nastro adesivo, legno — per costruire architetture temporanee, fragili, instabili. Le sue installazioni sono come città provvisorie, come case che non possono durare, come metafore di una precarietà abitativa e sociale che attraversa tutte le metropoli del mondo. È un lavoro potentemente politico ma mai didascalico: Bunga fa emergere la fragilità come estetica, come forma, come gesto. Nello Shed, i suoi interventi acquisteranno una vibrazione nuova, perché l’impermanenza è sempre più visibile quando dialoga con uno spazio pensato per esistenze industriali, per macchine durevoli e processi massivi. I suoi lavori, al contrario, sembrano costruiti per ricordarci che tutto può sparire.
Nelle Navate, invece, arriveranno Janet Cardiff e George Bures Miller, una delle coppie artistiche più influenti nel campo dell’arte sonora installativa. Le loro opere non si guardano soltanto: si ascoltano, si attraversano, si subiscono. Ci sono ambienti che sembrano teatri senza attori e storie che entrano nella testa come ricordi che non sono nostri. Le opere audio di Cardiff & Miller costruiscono un tempo “altra”, un tempo interiore che si sovrappone a quello del mondo reale, creando un doppio sensoriale che disorienta profondamente. Presentarli negli spazi amplissimi dell’HangarBicocca significa portare la percezione a una soglia nuova: sarà come entrare in una macchina del suono che trasforma la memoria in paesaggio.
Verso la fine del 2027, Hicham Berrada riporta l’attenzione sulla natura, ma su una natura trasformata dalla chimica, dalla fisica, dalle reazioni di materiali che sembrano generare mondi autonomi. Le sue “sculture chimiche” non imitano la natura: la producono. Sono paesaggi in evoluzione, microcosmi che cambiano davanti agli occhi, ecosistemi artificiali che mettono in discussione ciò che crediamo naturale. È un lavoro sospeso fra scienza e poesia, fra laboratorio e sogno. All’interno dello Shed, i suoi ambienti avranno un carattere quasi meditativo, come se si potesse osservare la nascita di un universo in scala ridotta.
A chiudere il biennio è Cecilia Vicuña, artista e poetessa cilena che da decenni costruisce un linguaggio visivo fatto di fili, tessiture, corde, nodi, quipu. Il suo lavoro ha la delicatezza di una memoria collettiva e la forza di un atto politico. Le sue installazioni sembrano sospese, come preghiere tessute, come mappe di un mondo che rischia di scomparire. La sua pratica è radicata tanto nelle cosmologie indigene quanto nelle lotte contemporanee: è una forma di arte che parla del corpo, della terra, del tempo, della giustizia. È un modo per restituire alla materia la sua voce, alla storia la sua complessità, alla spiritualità il suo spazio. Nelle Navate, le sue opere diventeranno un paesaggio rituale, forse una delle chiusure più intense che HangarBicocca potesse immaginare.
Guardato nel suo insieme, questo biennio non è una semplice successione di mostre: è un racconto sulla condizione contemporanea, su ciò che significa vivere in un mondo in trasformazione continua, su cosa può ancora fare l’arte quando decide di parlare non solo al pensiero ma ai sensi, non solo alla memoria ma alla presenza, non solo allo sguardo ma all’attenzione. È un programma che riflette la volontà di creare un ecosistema di opere, esperienze, voci. Un luogo che non impone una direzione, ma invita a perdersi, a ritrovare qualcosa, a lasciare tracce.
In un tempo in cui l’arte rischia spesso di diventare spettacolo o formula, il Pirelli HangarBicocca sceglie la strada opposta: restituire l’esperienza, la complessità, la perturbazione. Il suo biennio 2026-2027 sembra dirci che l’arte non deve somigliare al mondo: deve renderlo più visibile.