sabato 13 dicembre 2025

Nel semibuio, una soglia: Marta Abba e il teatro inquieto di Pirandello



Nel grande palcoscenico della cultura europea del primo Novecento, pochi rapporti umani e artistici brillano di quella luce complessa, stratificata e talvolta inquieta che avvolge la relazione tra Luigi Pirandello e Marta Abba. Non fu una semplice collaborazione professionale, né una banale infatuazione intellettuale. Quel legame, a tratti sfuggente, a tratti rovente, abitò un tempo sospeso, una zona intermedia tra arte e vita, tra parola scritta e voce recitata, tra desiderio e astrazione. Fu una relazione nutrita di lettere, di ruoli teatrali cuciti addosso come abiti d’anima, di partenze e ritorni, di domande mai del tutto risolte. Un rapporto segnato dal genio di un uomo in bilico tra modernità e malinconia, e dalla tenacia luminosa di una giovane attrice che non volle mai essere solo una musa: Marta Abba voleva essere parte attiva di quella creazione, voleva essere voce, corpo e battito di un teatro nuovo.

È difficile oggi comprendere fino in fondo la natura di questo legame se non ci si immerge, parola dopo parola, nella mole epistolare che lo racconta e lo documenta. Un dialogo continuo, iniziato nell’agosto del 1926, quando Pirandello, ormai affermato e premiato — già Premio Nobel nel 1934 — decise di puntare tutto su quella giovane interprete milanese che gli apparve, fin dal primo incontro, come una possibilità di rinascita, un ponte verso un’idea più autentica e radicale della scena. L’ultima lettera che Marta riceverà da lui è datata 4 dicembre 1936: sei giorni dopo, il 10 dicembre, Luigi Pirandello morirà a Roma. Quell’intervallo di dieci anni tra il primo saluto e l’addio finale è un territorio da esplorare con cautela, con attenzione, con empatia. Non basta leggerlo: bisogna abitarlo.

Eppure, tutto nacque da un gesto semplice. Un momento teatrale, ma reale. Il sipario della vita si aprì su quella scena del Teatro Odescalchi di Roma, un giorno del 1926. La giovane attrice Marta Abba si presentò sul palcoscenico, chiamata a un provino — o forse a qualcosa di più. Le luci erano basse, le figure sedute in platea appena distinguibili. Fra esse, una colpì il suo sguardo: un uomo dai capelli d’argento, il pizzetto curato, il corpo un po’ ricurvo, ma l’energia pronta a scattare. Appena qualcuno pronunciò il nome dell’attrice, quell’uomo si alzò di colpo, si avvicinò con impeto e vitalità inattesi: era Luigi Pirandello. “Benvenuta, signorina, siamo contenti che lei sia arrivata, la stavamo aspettando”, disse, stringendole la mano più volte. Anni dopo, in un’intervista rilasciata il 13 dicembre 1985, Marta Abba ricorderà quel momento con tenerezza e ancora con un certo stupore: “Non pareva affatto un vecchio, tutt’altro”. Una frase semplice, ma rivelatrice: in quella prima stretta di mano, Marta aveva riconosciuto non un uomo d’età, ma un fuoco. E quel fuoco si sarebbe trasmesso al suo destino.

Ma chi era davvero Marta Abba? E perché proprio lei divenne così centrale nella vita e nell’immaginario teatrale di Pirandello? Nata nel 1900 a Milano, Marta era figlia di una borghesia operosa, e si era formata con rigore e determinazione. Quando Pirandello la incontrò, vide in lei una figura femminile che univa l’innocenza all’ambizione, la disciplina alla passione. E soprattutto vide una presenza scenica capace di incarnare il suo teatro non solo nei ruoli, ma nella carne stessa, nei gesti, nello sguardo. Non è un caso che molte delle protagoniste delle sue ultime opere — come “Diana e la Tuda”, “Trovarsi” e “Come tu mi vuoi” — furono scritte pensando a lei, quasi come se Marta fosse la materia viva da cui trarre le proprie creature teatrali. Fu una sorta di transfert creativo, ma anche un affidamento. Pirandello aveva bisogno di Marta non solo per la riuscita delle sue pièces, ma per completare — o forse rispecchiare — il proprio immaginario femminile. Lei era specchio, ma anche fiamma, volto, ma anche spinta.

Eppure, la relazione non fu mai semplice. Le lettere — centinaia, in dieci anni — non sono mai banali. Sono fitte di riflessioni sull’arte, richieste minuziose, dichiarazioni piene di pathos, e talvolta amareggiati lamenti per un’assenza. Lui scrive da Berlino, da Parigi, da Roma, da New York; lei risponde, ma non sempre. Le sue lettere — molte meno — mostrano un’altra Marta: affettuosa, ma anche determinata, grata, ma libera. Alcuni hanno parlato di un amore non corrisposto. Forse. Ma forse fu qualcosa di diverso: un amore che si nutriva di distanza, un amore che non doveva consumarsi nel quotidiano, ma vibrare nelle pagine, nei ruoli teatrali, nel silenzio tra una tournée e l’altra. È Pirandello stesso, a volte, a lamentare il gelo, la reticenza, il disinteresse. Ma è anche lui a tornare, sempre, con nuove lettere, con nuovi testi, con nuove offerte di palcoscenico. Marta è la sua attrice ideale, ma anche una sfinge che non si lascia decifrare del tutto.

Quando nel secondo dopoguerra Marta decise di donare l’intero carteggio all’Università di Princeton nel New Jersey, non si trattò di un gesto impulsivo. Fu una scelta precisa, quasi politica: togliere quelle lettere al gossip, al chiacchiericcio, e consegnarle a un’istituzione in grado di custodirle con serietà. Solo decenni dopo, nel 1994, le lettere furono pubblicate in Italia da Mursia, con il titolo "Caro Maestro. Lettere a Luigi Pirandello 1926-1936". È in quelle pagine che si può sentire, oggi come allora, la tensione ardente tra due personalità inquiete, divergenti ma complementari. È un ascolto difficile, che richiede tempo e attenzione. Ma necessario, per comprendere non solo un rapporto privato, ma l’idea stessa che Pirandello aveva del teatro: un luogo di rischio, di esposizione, di verità — ma anche, sempre, di travestimento.

Per questo, il primo incontro tra Marta e Luigi non fu soltanto l’inizio di una collaborazione: fu l’alba di un’epoca artistica nuova. E quell’incontro, pur narrato mille volte, mantiene intatta la sua carica di mistero. Come tutti i grandi inizi, accadde in silenzio, in una luce incerta, tra il semibuio e l’intuizione. Fu una soglia. E Marta Abba, attraversandola, non entrò solo nel teatro di Pirandello. Entrò nel suo cuore inquieto. E non ne uscì mai davvero.