giovedì 8 gennaio 2026

Elogio dell’ombra (monologo contro la luce che divora)

Io credo…
No, non è vero.
Non credo.
Io sento — e lo sento da sempre, come si sente una pulsazione che non si può zittire — che c’è un mistero, un mistero intimo, ostinato, viscoso quasi, che scorre dentro di noi con la stessa naturalezza con cui scorre il sangue. Non è un mistero spettacolare, non ha niente di mistico nel senso rassicurante del termine. È un mistero che non consola. È un mistero che pesa. Che ci abita. Che ci tiene fermi.
È quel qualcosa che ci spinge, senza che ce ne rendiamo davvero conto, ad accettare la nostra condizione di esseri incompleti, spezzati, limitati. A rimanere, docili e sorprendentemente tranquilli, dentro un destino che sembra già scritto prima ancora che noi impariamo a pronunciare il nostro nome. Come se fossimo nati con un’ombra già cucita addosso. Come se, appena venuti al mondo, qualcuno avesse spento una luce — non del tutto, no — solo abbastanza da farci capire che non avremmo mai visto tutto.
E noi…
noi accettiamo.
Ci adattiamo.
Ci rassegniamo.
Ma attenzione: questa rassegnazione non è una resa miserabile, non è una sconfitta. È qualcosa di più sottile, di più elegante, persino di più sensuale. È una forma di consenso. Un sì detto sottovoce. Un sì pronunciato con la consapevolezza che non saremo mai infiniti, che non saremo mai interi, che non saremo mai del tutto chiari a noi stessi.
È una voluttà, questa accettazione. Una voluttà oscura.
Come quella degli amanti che non hanno bisogno della luce per riconoscersi. Che non accendono la lampada per paura di rompere l’incanto. Che si cercano al buio, si esplorano al buio, si consegnano l’uno all’altro nell’oscurità senza provare disgusto, senza provare vergogna.
L’ombra, per noi, non è un nemico.
Non lo è mai stata.
È una compagna.
Una presenza silenziosa.
Un mantello che non giudica.
L’ombra non chiede spiegazioni, non pretende risultati, non misura il nostro valore. Ci avvolge e basta. Ci lascia essere quello che siamo: imperfetti, opachi, incompiuti.
E quando la luce è debole, tremolante, incerta — non facciamo come i bambini che piangono quando la stanza si spegne. No. Non ci ribelliamo. Non urliamo. Non battiamo i pugni sul muro. Lasciamo che l’oscurità ci prenda. Che ci inglobi. Che ci sussurri cose che non conosciamo, parole che non sapremo mai ripetere ad alta voce.
È lì, nel buio, che scopriamo una bellezza diversa.
Una bellezza che non acceca.
Che non ferisce gli occhi.
Una bellezza che nasce dalla profondità, dalla pienezza della tenebra. Un’estasi inquietante, certo. Ambigua. Seducente. Una bellezza che non promette salvezza, ma presenza. Che non redime, ma accompagna.
E poi c’è l’Occidente.
Ah, l’Occidente…
L’Occidentale non sopporta tutto questo. Non tollera l’indeterminato, l’ambiguo, il non detto. Ha bisogno di chiarezza, di esposizione totale, di trasparenza assoluta. Vuole vedere tutto. Vuole sapere tutto. Vuole illuminare tutto.
Per lui il progresso è una febbre. Una malattia cronica. Una corsa che non ammette soste né ritorni. Ogni ombra è una colpa. Ogni zona buia è un fallimento. Ogni mistero è un’offesa personale.
Ha fatto della luce la sua religione.
E della visibilità il suo dio.
Ha preso la candela — fragile, tremolante, intima — e l’ha trovata insufficiente. Troppo umana. Troppo vulnerabile.
Ha acceso il petrolio. Poi il gas. Poi l’elettricità. Sempre più luce, sempre più violenta, sempre più aggressiva.
E non gli è bastato.
Non gli basta mai.
Ogni nuova fonte luminosa è un’arma contro il buio. Un tentativo di sterminio. Una guerra dichiarata all’ombra. E in questa guerra — che lui chiama progresso — perde qualcosa di essenziale. Perde la capacità di vedere davvero. Perché una luce che vuole annientare tutto ciò che è oscuro diventa cieca. Diventa sterile. Diventa disumana.
La luce, quando non conosce l’ombra, non rivela: consuma.
Brucia.
Svuota.
E l’uomo che la venera diventa piatto. Superficiale. Trasparente fino all’insignificanza.
I nostri antichi, invece…
i nostri antichi sapevano.
Non perché fossero migliori, ma perché erano meno arroganti. Sapevano che la bellezza non vive nella luce assoluta. Vive nel contrasto. Nel dialogo. Nella tensione.
Quando scavavano una nicchia d’ombra nella natura non lo facevano solo per ripararsi dal sole. Lo facevano per dare casa alla bellezza. Perché la bellezza, se lasciata sola sotto una luce totale, muore. Diventa volgare. Si consuma.
E al centro di quella nicchia posero la donna.
Non come trofeo.
Non come oggetto da esporre.
Ma come enigma.
Come segreto.
La donna, nella sua bellezza fragile, nella sua pelle chiara, nel suo essere promessa e sottrazione insieme, non veniva offerta alla luce senza difese. Veniva custodita dall’ombra. Protetta. Avvolta.
Era l’ombra a rendere il suo volto profondo.
Era l’ombra a dare al corpo la sua tensione.
Era l’ombra a trasformare la forma in mistero.
Perché la bellezza più pura non è mai completamente visibile.
Si lascia intravedere.
Si concede a metà.
E allora io chiedo —
chi siamo noi, oggi, per deridere tutto questo?
Chi siamo noi per credere di aver capito di più?
Non siamo forse creature accecate dalla nostra stessa luce?
Non abbiamo forse dimenticato che ogni nascita avviene nel buio?
Che ogni desiderio nasce da una mancanza?
Che ogni bellezza vera ha bisogno di un’ombra per respirare?
La luce viene sempre dalla tenebra. Sempre.
E chi lo dimentica — chi lo nega — non diventa più luminoso.
Diventa solo più vuoto.