sabato 17 gennaio 2026

Gregory Corso: il cherubino beat che rubò la poesia alla prigione


Nel grande affresco della Beat Generation, Gregory Corso si staglia come una figura irregolare e commovente, simile a un frammento di vetro colorato incastrato in una vetrata di santi sbeffeggiati: ne rifrange la luce, ma con un tono tutto suo, malinconico e infantile, a tratti tragico e insieme comico. Non fu mai un teorico, né un guru spirituale come Ginsberg, né un cartografo mistico dell’America come Kerouac, né tanto meno un alchimista tossico e visionario come Burroughs. Corso fu, anzitutto, un sopravvissuto, un autodidatta che afferrò la poesia come si afferra una scialuppa, e che con essa attraversò l’oceano in tempesta della propria vita. Come disse Fernanda Pivano, che pure conosceva bene le esagerazioni mitografiche di quella generazione, Corso fu “birbante e cherubino”, una formula ossimorica che ne coglie con squisita precisione l’essenza. Era l’angelo scacciato dal paradiso dei benpensanti, ma che — anziché dannarsi — decise di cantare.

Nato a New York nel 1930 da genitori adolescenti d’origine calabrese e lucana, abbandonato dalla madre e cresciuto tra famiglie adottive e istituti riformatori, Corso fu uno di quei bambini che la società preferisce dimenticare, poiché mettono in discussione la sua capacità di proteggere l’innocenza. Eppure, come spesso accade nelle biografie dei grandi outsider, è proprio nell’abbandono che nasce l’urgenza di una voce. La sua adolescenza è un collage di piccole illegalità, furti, espulsioni, notti in bianco, celle fredde e sogni incandescenti. Il suo primo vero spazio di libertà non fu un’aula scolastica o una biblioteca, ma la prigione di Clinton, nello Stato di New York, dove fu rinchiuso a diciassette anni. Paradossalmente, fu lì — in quello spazio di coercizione — che Corso cominciò a liberarsi davvero. Come racconterà in una delle sue confessioni più celebri, fu tra quelle mura che lesse I fratelli Karamazov, Les Misérables, Il rosso e il nero, e imparò “a pensare, a sentire, a scrivere”. Una scena tanto potente da sembrare letteraria: un giovane ladro che si trasforma in poeta grazie a un Dostoevskij sfogliato su una branda carceraria.

L’incontro decisivo, però, avvenne poco dopo, nel 1950, al Pony Stable, un bar del Greenwich Village frequentato da artisti e ombre. Allen Ginsberg, il profeta queer dell’America beat, riconobbe in quel ragazzo spaesato e strabordante un talento autentico, un poeta che non imitava nessuno e che portava nella scrittura la vita a nudo, con la sua violenza e la sua grazia. Lo aiutò a pubblicare, lo introdusse nel cerchio magico degli scrittori beat, e Corso — senza mai adattarsi davvero — divenne una delle loro voci più sorprendenti. Kerouac lo ricordava come “un ragazzino duro dei quartieri bassi che cantava come Caruso”: la dolcezza che nasce nei luoghi più duri, la melodia che sboccia in mezzo al cemento. È un’immagine che restituisce perfettamente la sua unicità: Corso era il più tenero e il più pericoloso, il più autodistruttivo e il più angelico, un fiammifero acceso tra le dita del destino.

Roma, dove visse per tre anni nel quartiere di Campo de’ Fiori, lo accolse con quella contraddittorietà che spesso riserva agli artisti: lo amò la società letteraria, lo detestavano i vicini. Beveva dal mattino, veniva cacciato dalle osterie, crollava a terra come un Cristo laico con la bottiglia al posto della croce. Eppure, anche qui, scriveva, osservava, trovava nello scompiglio quotidiano delle vite marginali la materia incandescente della sua poesia. La città gli fu, in un certo senso, madre adottiva più della sua New York; e non è un caso che alla fine abbia scelto di essere sepolto a Testaccio, accanto alle tombe dei poeti che venerava: Shelley, Keats. Una decisione che ha il sapore di un’epifania postuma, una riappropriazione lirica e simbolica della propria identità di poeta, accanto ai maestri da cui discendeva per affinità d’anima più che per genealogia culturale.

Nel componimento “Scritto la vigilia del mio 32° compleanno”, Corso si presenta nudo, come un uomo davanti allo specchio del tempo. È una poesia confessionale, ma priva di autocompiacimento. C’è in essa l’ironia di chi ha visto troppo per credere nella purezza dei bilanci esistenziali, ma anche la tenerezza di chi ancora spera. “Finalmente dimostro la mia età, se non di più”, scrive. La giovinezza non è più un travestimento, ma neppure la maturità è una conquista: è uno stato d’animo agrodolce, una forma di consapevolezza che si affaccia come una ruga sotto gli occhi. Il tono è colloquiale, quasi teatrale: Corso si rivolge a se stesso come in un soliloquio, mescolando autoanalisi, parodia e tenerezza. Non c’è niente di retorico in questi versi, e proprio per questo colpiscono così forte.

La sua visione dell’esistenza è prismatica, mai dogmatica: si riconosce nei suoi errori (“8 anni adesso che non rubo qualcosa!”), ma non si redime secondo le regole comuni. Il peccato non si lava: si trasforma in verso, in rima, in ritmo. E sebbene dichiari con fierezza di non essere più il “matto grande” che era, non c’è un solo istante in cui la poesia venga ridotta a decorazione. La poesia è, per Corso, lo spazio sacro dove la vergogna e la sfrontatezza, il fallimento e la grazia, convivono senza maschere. Ed è in questa ambivalenza che si manifesta la sua idea di anima: un’energia indomabile che “brucia come il sole” anche nei giorni più bui.

La dichiarazione finale del componimento — “Sono un buon esempio dell’esistenza di una cosa chiamata anima” — ha la forza di un manifesto esistenziale e poetico. Non è una vanteria, bensì un’affermazione che nasce da un percorso fatto di cadute e resistenze. Corso non è mai stato un maestro morale, ma ha incarnato con una sincerità disarmante la possibilità che anche i reietti, i perduti, i randagi, possano essere toccati dalla grazia della parola. In questo, è forse il poeta più autenticamente americano della sua generazione: non per l’ideologia, ma per quella capacità tipicamente americana di riplasmare la vita come un’opera d’arte, anche a costo di distruggersi.

Lo scrittore Enrico Franceschini lo ha descritto come il “quarto membro del canone beat”, accanto ai tre mostri sacri. Ma Corso, in realtà, appartiene a un’altra categoria: quella dei poeti che non cercano un canone, che non ambiscono alla sistemazione, ma che diventano classici loro malgrado, per la sola forza della loro voce. La sua poesia, intrisa di umanità bruciante, resta un corpo vivo, vulnerabile, incendiario. È la traccia di un’esistenza che ha attraversato il dolore senza mai abbandonare la bellezza. E come un fiume che “non ha paura di diventare mare”, Gregory Corso continua a scorrere — con i suoi versi ora leggeri come un coro di bambini, ora furibondi come un ubriaco in piazza — nel cuore della poesia contemporanea. Non si può catalogarlo: si può solo ascoltarlo. E lasciarsi toccare, come da una carezza bruciante.