sabato 17 gennaio 2026

Il vuoto tra le potenze


Noi guardiamo. È questo che facciamo da sempre. Guardiamo perché non ci è stato chiesto altro, perché il campo non ci appartiene, perché la distanza sembra l’unica forma di sicurezza concessa. Non siamo chiamati in causa, ci diciamo, eppure sentiamo che qualcosa ci riguarda già. Ogni volta che due sapienze si fronteggiano, chi resta ai margini diventa misura del loro impatto. È sul nostro silenzio che si decidono gli esiti, anche quando nessuno pronuncia il nostro nome.

Il campo è aperto davanti a noi come una ferita che non sanguina ancora. Davide e Golia avanzano l’uno verso l’altro, e già in questo movimento c’è qualcosa che ci inquieta. Non sono semplicemente due figure opposte: sono due necessità che si sono date appuntamento. Sappiamo, confusamente, che da questo incontro non uscirà un ordine più giusto, ma un ordine diverso. E la differenza, più della violenza, è ciò che temiamo.

Golia lo conosciamo bene. Non perché ci sia vicino, ma perché è sempre stato lì. La sua presenza è continua, pervasiva, quasi naturale. Occupa lo spazio, definisce i percorsi, stabilisce ciò che è possibile e ciò che non lo è. La sua violenza non ha bisogno di mostrarsi in ogni istante: è sufficiente che sappiamo che può farlo. Ci ha educati alla previsione, all’adattamento, alla prudenza. Sotto la sua ombra abbiamo imparato a muoverci senza farci notare, a parlare una lingua misurata, a riconoscere i limiti prima ancora di urtarli.

Non amiamo Golia, ma lo comprendiamo. E questa comprensione è una forma di assuefazione. La sua forza è leggibile, la sua logica riconoscibile. Colpisce quando deve, arretra quando conviene, punisce in modo esemplare. Ci toglie spazio, ma in cambio ci offre una mappa. Ci opprime, ma ci rende visibili. Sappiamo dove siamo, anche se non possiamo muoverci.

Davide è un’altra cosa. Non arriva preceduto da segnali. Non porta con sé un linguaggio che riconosciamo. Non chiede permesso, ma nemmeno annuncia un programma. Il suo corpo esposto non ci rassicura: ci disorienta. Non sappiamo se la sua nudità sia una promessa o una minaccia. Non sappiamo se parli solo per sé o se, senza chiederlo, ci stia già includendo nel suo gesto.

La sua presenza introduce una variabile che non avevamo calcolato. Non perché sia debole, ma perché non sappiamo come leggerlo. Non offre garanzie. Non promette continuità. Non si presenta come rappresentante di nessuno, e proprio per questo potrebbe pretendere di parlare a nome di tutti. È questo che ci inquieta: la possibilità che la sua violenza non sia regolata, che non risponda a un codice condiviso, che non si fermi dove ci aspettiamo.

Quando Davide tende il braccio, sentiamo un irrigidimento collettivo. Non è entusiasmo, non è speranza. È una contrazione. Sappiamo che quel gesto, una volta compiuto, non potrà essere ritirato. La pietra che lascia la sua mano non vola solo verso Golia: attraversa anche noi. Porta con sé una domanda che non abbiamo formulato, ma che ora non possiamo più evitare.

Il colpo arriva. Golia cade. E il suono della caduta non è liberatorio. È sordo, pesante, definitivo. Non celebriamo. Non gridiamo. Avvertiamo piuttosto un vuoto, come quando un rumore costante smette all’improvviso e ci si accorge di quanto lo si fosse interiorizzato. L’ombra che ci copriva si ritira, e la luce che arriva non è gentile. Espone.

Con Golia non cade solo un corpo, ma un’abitudine. Cade la prevedibilità della violenza. Cade la sicurezza di sapere chi decide. L’ordine che ci opprimeva ci permetteva almeno di orientarci. Ora il campo è aperto, e l’apertura non è libertà. È esposizione totale. Non sappiamo chi parlerà, chi imporrà le nuove regole, chi verrà chiamato a rispondere del caos che segue.

Davide resta in piedi, e questo ci mette a disagio. Non lo abbiamo scelto. Non lo abbiamo autorizzato. Eppure il suo gesto ha modificato il mondo in cui dovremo continuare a vivere. Lo guardiamo e cerchiamo di capire se sia uno di noi, o se stia già diventando altro. La sua violenza non è amministrata, non è ancora ritualizzata. È giovane, diretta, concentrata. Proprio per questo potrebbe moltiplicarsi.

Ci chiediamo se colpirà ancora. E soprattutto, se saprà fermarsi. Perché chi ha infranto un ordine senza proporne uno nuovo lascia dietro di sé uno spazio che qualcun altro riempirà. E il potere, lo sappiamo, non ama il vuoto. Tornerà. Forse con un altro volto. Forse con parole più persuasive. Forse imparerà a parlare la lingua di Davide, a vestirsi della sua nudità, a presentarsi come eccezione necessaria.

È questo che temiamo più di tutto: che la differenza tra ciò che ci ha oppressi e ciò che ora ci espone sia meno netta di quanto vorremmo raccontare. Che la violenza che abbatte possa, col tempo, organizzarsi. Che l’imprevisto diventi metodo. Che il gesto isolato si trasformi in fondazione.

Restiamo fermi. Tratteniamo il respiro. Non per rispetto, ma per prudenza. Sappiamo che presto ci verrà chiesto di parlare. Di raccontare ciò che abbiamo visto. Di scegliere una versione. Ci verrà chiesto di trasformare il colpo in una storia, la caduta in un significato condivisibile. È così che le fratture diventano miti, e i miti diventano strumenti.

Noi, che abbiamo visto entrambi, sappiamo che nessuna delle due figure ci appartiene davvero. E sappiamo anche che, qualunque ordine emerga, sarà sulle nostre vite che verrà testato. La paura non nasce dalla forza di Davide o di Golia, ma dalla certezza che, comunque vada, saremo noi a dover imparare a vivere sotto il nuovo equilibrio.