domenica 11 gennaio 2026

La democrazia riscritta: cronaca di un’autorità che avanza mentre la realtà arretra

Non tutte le democrazie crollano sotto il peso dei carri armati. Alcune si trasformano lentamente, senza rumore, mentre continuano a chiamarsi con lo stesso nome. Accade quando il potere impara a governare non solo le leggi, ma il linguaggio; non solo le istituzioni, ma la percezione dei fatti; non solo il presente, ma il passato. È ciò che sta avvenendo oggi negli Stati Uniti d’America, dove il secondo mandato di Donald Trump non rappresenta una parentesi controversa, ma un punto di non ritorno nella ridefinizione autoritaria della democrazia occidentale. 

Non una distopia futuribile, non un’ipotesi da romanzo politico, ma un processo in atto, quotidiano, documentabile, e proprio per questo ancora più inquietante.
Per decenni la democrazia americana ha funzionato anche grazie a un mito: quello dell’eccezionalismo. Le istituzioni erano solide perché “americane”, la Costituzione reggeva perché “la più antica”, l’equilibrio dei poteri era garantito da una sorta di automatismo morale. Trump, già nel primo mandato, aveva incrinato questo racconto; nel secondo lo sta smantellando senza più infingimenti. Non c’è più la maschera dell’imprevisto, dell’anomalia passeggera. C’è un progetto di potere che agisce sul linguaggio, sulla memoria, sulla definizione stessa di ciò che è legittimo e ciò che non lo è.

La repressione del dissenso interno non avviene più – o non solo – attraverso strumenti apertamente coercitivi. Avviene attraverso la delegittimazione preventiva. Chi protesta, chi contesta, chi pone domande viene ricollocato semanticamente in una zona grigia dove il dissenso non è più un diritto ma una minaccia. La parola “terrorismo” viene stirata, dilatata, svuotata e riempita di nuovo, fino a includere chiunque si opponga alle politiche dell’Esecutivo. È una tecnica antica, ma oggi resa più efficace dalla velocità dei media e dalla polarizzazione permanente: non serve dimostrare, basta etichettare.

In questo senso, la mutazione più profonda non è istituzionale, ma culturale. La democrazia non viene abolita per decreto: viene reinterpretata. Si trasforma in una forma di sovranismo plebiscitario dove il voto diventa un’investitura totale e irreversibile. Chi vince non governa, incarna. E chi non si riconosce in questa incarnazione viene automaticamente escluso dal perimetro del “popolo”. È un ribaltamento radicale del costituzionalismo liberale, che nasce proprio per limitare il potere della maggioranza e proteggere le minoranze.

La riscrittura della storia è il secondo pilastro di questo processo. Non si tratta solo di revisionismo ideologico, ma di una vera e propria costruzione di una realtà parallela. I fatti diventano opinioni, le prove diventano propaganda ostile, la cronaca viene assimilata al complotto. In questo scenario, la verità non è più qualcosa da accertare, ma qualcosa da scegliere. O, peggio ancora, qualcosa da imporre. Il passato viene riletto in funzione del presente e il presente viene narrato come l’unica possibilità di salvezza da un nemico onnipresente e sfuggente.

Qui emerge un nodo cruciale: la paura. Ogni regime che scivola verso l’autoritarismo ha bisogno di una paura strutturale, costante, indefinita. Non importa che sia reale; importa che sia credibile. Migranti, oppositori politici, intellettuali, giornalisti, attivisti, minoranze: l’elenco dei nemici cambia, ma la funzione resta la stessa. Tenere la società in uno stato di allerta permanente, dove ogni critica può essere interpretata come tradimento e ogni richiesta di diritti come sabotaggio.

Il secondo mandato di Trump opera in questo clima con una consapevolezza nuova. Non c’è più la necessità di sembrare democratici, perché la democrazia è stata già ridefinita. Non c’è più il bisogno di rassicurare gli alleati, perché l’isolazionismo viene presentato come forza. Non c’è più la vergogna della menzogna, perché la menzogna è diventata uno strumento legittimo di governo. È questo che rende la situazione radicalmente diversa dal periodo 2017-2021: allora si poteva ancora parlare di deviazione; oggi siamo di fronte a una trasformazione strutturale.

Le conseguenze non si fermano ai confini statunitensi. Gli Stati Uniti non sono uno Stato come gli altri: sono un moltiplicatore simbolico. Quando la principale potenza occidentale legittima pratiche autoritarie, quando relativizza i diritti umani, quando riduce il diritto internazionale a fastidio burocratico, l’intero sistema globale ne risente. Leader già inclini all’autoritarismo si sentono rafforzati; quelli indecisi trovano un alibi; le opposizioni interne vengono isolate. Il messaggio è chiaro: se lo fanno loro, possiamo farlo anche noi.

C’è poi un aspetto forse ancora più sottile e devastante: l’assuefazione. Ogni giorno che passa senza una reazione forte, ogni compromesso accettato in nome della stabilità, ogni “ma anche dall’altra parte…” contribuisce a spostare un po’ più in là il confine di ciò che è tollerabile. La democrazia muore raramente in un solo giorno; più spesso si spegne lentamente, sotto lo sguardo distratto di chi pensa che “non può succedere davvero”.

Eppure sta succedendo. Non come un evento spettacolare, ma come una cronaca insistente, ripetitiva, quasi noiosa. Ed è proprio questa noia il segnale più allarmante. Quando l’erosione dei diritti non scandalizza più, quando la manipolazione della realtà viene accolta con un’alzata di spalle, quando l’autoritarismo diventa un’opzione politica come un’altra, allora il terreno è pronto.

Non siamo davanti a una distopia, perché la distopia consola: è sempre altrove, sempre dopo. Qui siamo nel presente, e il presente chiede una presa di posizione netta. Non ideologica, ma democratica. Non contro un uomo solo, ma contro una logica di potere che sta ridefinendo il senso stesso della parola “democrazia”. Ignorarlo, minimizzarlo o relativizzarlo non è neutralità: è complicità passiva.

La domanda, a questo punto, non è cosa diventeranno gli Stati Uniti. La domanda è quanto siamo disposti ad accettare che ciò che sta accadendo diventi il nuovo standard. Perché una democrazia che sopravvive solo nel nome non è una democrazia ferita: è una democrazia già perduta.