Io rido quando sento parlare di felicità come di una pace conquistata, come di una dimora tranquilla in cui finalmente riposare. Riposare da cosa? Da chi? Da sé stessi, forse. E già questo tradisce una stanchezza originaria, una volontà che ha rinunciato a volere. La felicità non è un divano su cui sprofondare, né una radura in cui sdraiarsi ad ascoltare il proprio respiro. Chi desidera quiete desidera solo la fine del conflitto, e chi desidera la fine del conflitto desidera la fine della vita senza avere il coraggio di dirlo apertamente.
Io non credo alla felicità che si nasconde, che si sottrae, che si ritira. Diffido di ogni felicità che ama il silenzio più della voce, l’ombra più della luce, la rinuncia più dell’affermazione. C’è qualcosa di sospetto in chi parla di essenza, di ritorno, di semplicità: spesso è il linguaggio di chi ha perso la forza di sostenere la complessità, di chi non regge più il peso dell’eccesso. L’essenza è un’invenzione dei deboli: un modo elegante per chiamare ciò che resta quando si è rinunciato a tutto il resto.
La felicità vera — se ancora vogliamo usare questa parola consunta — non consola, non pacifica, non riconcilia. Essa inquieta. Essa costringe. Essa domanda: “quanto sei disposto a rischiare per diventare ciò che sei?”. Non arriva come una carezza, ma come una scossa. Non ti dice “va tutto bene”, ti dice “non basta”. E in questo “non basta” c’è più vita che in mille armonie sussurrate.
Io appartengo alla felicità che fa rumore. Alla felicità che si sente arrivare come un temporale. Alla felicità che non chiede permesso e non promette nulla. La felicità che pretende forza, non purezza. Che ama la tensione, non l’equilibrio. Che preferisce l’altezza al rifugio, anche a costo della caduta. Perché chi teme di cadere ha già deciso di strisciare.
La città, sì, la città: non come luogo geografico, ma come forma dell’anima. La città è la verità dell’uomo moderno, perché è sovraffollata, nervosa, contraddittoria. Lì non puoi fingere di essere innocente. Lì sei costretto a misurarti, a esistere contro. La campagna consola, la città mette alla prova. La campagna ti accoglie, la città ti chiede chi sei. E io preferisco essere interrogato piuttosto che cullato.
Il rumore non è un difetto: è una selezione naturale. Solo chi ha una voce impara a parlare dentro il frastuono. Solo chi ha un passo impara a camminare nella folla. Il silenzio è democratico, il rumore no. Nel silenzio tutti sembrano profondi; nel rumore emerge chi ha davvero qualcosa da dire. E io non credo a una felicità che abbia bisogno di protezione per esistere.
Mi parlano di lentezza come di una virtù. Io vedo spesso nella lentezza una scusa. Una dilazione dell’atto, un rimandare mascherato da saggezza. La vita non aspetta che tu sia pronto. La vita accade. O la afferri, o ti passa sopra. Il tempo non è un alleato: è un banco di prova. Ogni secondo ti chiede se sei all’altezza di reggerlo. Chi si ferma a contemplarlo viene travolto. Chi lo usa, lo piega, lo consuma, imprime una forma.
E poi gli altri, sempre gli altri, santificati come rifugio morale. Ma io chiedo: chi sei tu, prima dell’altro? Chi sei, senza l’applauso, senza la gratitudine, senza lo specchio della bontà? Aiutare può essere un gesto nobile, sì, ma solo quando nasce dall’eccesso di forza, non dal bisogno di sentirsi giusti. La morale è piena di uomini che aiutano perché non osano affermarsi. La vera generosità non chiede di essere vista, ma nemmeno si nasconde per paura di apparire potente.
Io non voglio una comunità di consolatori. Voglio una comunità di creatori. Di uomini e donne che non si tengono insieme per paura del vuoto, ma per eccesso di energia. Non ponti tra solitudini piagnucolose, ma collisioni fertili tra volontà forti. L’incontro non come riparo, ma come urto.
Il lavoro, poi. Non chiamatelo celebrazione. Non chiamatelo dialogo col mondo. Il lavoro è un giudizio. È il luogo in cui l’uomo scopre quanto vale davvero la sua idea di sé. Non importa cosa fai: importa se resiste. Importa se lascia una traccia che non si dissolve al primo sguardo distratto. Chi lavora per autenticità spesso lavora per consolarsi. Chi lavora per incidere sa che ogni opera è una lotta contro l’oblio.
Creare non è un atto gentile. È un atto violento. È strappare forma al caos. È imporre una visione dove prima non c’era nulla. E chi teme questa violenza parla di armonia, di equilibrio, di rispetto. Ma la vita stessa non rispetta: seleziona. Non armonizza: eccede. Non equilibra: squilibra continuamente, perché solo nello squilibrio nasce qualcosa di nuovo.
E il riposo, non fatemi sorridere. Il riposo non salva. Il riposo prepara. Serve a ricaricare le armi, non a deporle. Chi cerca nel riposo una verità cerca solo una pausa dalla propria insufficienza. I libri non sono rifugi, sono lame. La musica non addormenta, risveglia. La natura non consola: continua. Indifferente. Magnifica proprio perché non ha bisogno di noi.
E l’amore, soprattutto l’amore. Quanta menzogna in questa parola. Lo vogliono puro, disinteressato, liberante. Ma l’amore che non vuole nulla è già morto. L’amore è volontà che incontra un’altra volontà. È desiderio di durata, di segno, di impronta. È fame di tempo condiviso, di spazio occupato. Non è possesso vile, ma tensione reciproca. Dove non c’è rischio, non c’è amore: c’è abitudine travestita da virtù.
Io non credo all’amore che dissolve l’io. Credo all’amore che lo mette alla prova. Che lo espone. Che lo costringe a diventare più forte per non essere annientato. L’amore non è fusione, è confronto prolungato. È un campo di forze. E solo chi è saldo può permettersi di amare senza scomparire.
Così la felicità non è ritorno a nulla. Non c’è un’origine da recuperare. L’origine è una favola per chi ha paura del divenire. La felicità è slancio in avanti, sempre. È creare valori dove prima c’erano solo abitudini. È dire sì alla vita non perché sia buona, ma perché è potente. Non perché consola, ma perché sfida.
Felice non è chi trova pace, ma chi regge la vertigine. Felice non è chi si sente a casa, ma chi ha il coraggio di abitare l’instabilità. Felice è chi può guardare il caos e non chiedergli di essere ordinato, ma fertile. Chi può guardare sé stesso senza cercare scuse, senza cercare rifugi, senza cercare redenzioni facili.
La felicità non ti abbraccia. Ti espone al vento. Ti mette sul bordo. Ti chiede se sei disposto a perdere tutto ciò che ti protegge per diventare qualcosa che valga la pena di esistere. E se tremi, se vacilli, se senti la tentazione di tornare indietro, allora sappi questo: non stai fallendo. Stai vivendo. E questo, per chi ha ancora forza, è già una vittoria.