sabato 3 gennaio 2026

Desiderare fino a consumarsi. Una meditazione su ‘Au Poiss’ D’Or’ di Alec Scouffi


“Au Poiss’ D’Or, Hôtel Meublé” può essere letto come un romanzo che pensa, anche quando non concettualizza. Non formula teorie, ma le mette in scena nel punto in cui diventano esperienza vissuta. È un testo che si colloca esattamente là dove, nel primo Novecento, il pensiero europeo comincia a interrogarsi sul desiderio non più come mancanza da colmare, bensì come forza che eccede, che spinge, che consuma. In questo senso, Scouffi scrive nello stesso tempo storico in cui Freud ha già mostrato che il desiderio non è mai innocente, e in cui Georges Bataille sta per riconoscere nell’erotismo una zona di perdita, di dispendio improduttivo, di messa a rischio dell’identità.

Pierre non desidera nel senso romantico del termine. Non è mosso da un oggetto preciso, né da una vocazione definita. Il suo desiderio è inizialmente un desiderio di apertura, di uscita, di esposizione. Vuole sottrarsi alla provincia, alla ripetizione, alla vita già assegnata. Ma ciò che Scouffi mostra con estrema lucidità è che ogni desiderio di apertura implica una vulnerabilità strutturale. Esporsi significa rendersi leggibili. E rendersi leggibili, in un mondo che ha imparato a capitalizzare i corpi, equivale a entrare in un circuito di scambio che non si controlla fino in fondo.

Qui il romanzo entra in risonanza con una delle intuizioni più radicali della modernità: il corpo non è più soltanto il luogo dell’esperienza, ma il luogo della valutazione. Pierre scopre che il suo corpo vale. Ma questo valore non è mai stabile, né garantito. Dipende dallo sguardo altrui, dal contesto, dal tempo. Come ogni merce, il corpo è soggetto a fluttuazioni. Ciò che oggi apre porte, domani può non bastare più. In questa precarietà del valore corporeo si annida una forma nuova di angoscia, che il romanzo non nomina, ma lascia filtrare in ogni gesto.

La sessualità, allora, non è il luogo della riconciliazione con se stessi, ma il teatro di una perdita progressiva. Bataille parlerebbe di dépense, di dispendio: ogni atto erotico è una fuoriuscita, una dissipazione di energia che non ritorna mai integralmente al soggetto. In Pierre, questa dissipazione non assume mai la forma dell’estasi, ma piuttosto quella di una stanchezza sottile, accumulata. Non c’è ebbrezza, ma usura. Il piacere, quando c’è, è breve, e subito inglobato in una logica di compensazione: cosa ottengo in cambio? cosa devo restituire?

Scouffi sembra anticipare una critica che diventerà centrale nel pensiero del Novecento: la riduzione del desiderio a funzione. Quando il desiderio smette di essere apertura all’ignoto e diventa strumento, perde la sua capacità di trasformare davvero il soggetto. Pierre non viene trasformato dal desiderio; viene adattato. Diventa sempre più funzionale al mondo che lo circonda, sempre più competente nel muoversi tra le sue regole implicite. Ma questa competenza coincide con una perdita di opacità, con l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo che lo definisce.

Parigi, così, è meno una città che una macchina simbolica. È il luogo in cui le promesse della modernità — libertà, anonimato, sperimentazione — rivelano il loro rovescio. L’anonimato non libera, ma rende intercambiabili. La sperimentazione non emancipa, ma espone a un rischio continuo. La libertà, priva di un orizzonte simbolico che la orienti, si traduce in una serie di scelte obbligate, mascherate da possibilità. Pierre è libero di scegliere, ma solo all’interno di un campo già tracciato.

Qui il romanzo tocca una zona che dialoga implicitamente con la riflessione di Simone Weil sulla forza e sulla sradicazione, pur senza condividerne il lessico. Pierre è uno sradicato. Non perché abbia perso una patria, ma perché non riesce più ad abitare se stesso come luogo stabile. Ogni esperienza lo sposta leggermente, senza mai offrirgli un punto d’appoggio. La pensione del pesce d’oro diventa così l’immagine concreta di una condizione ontologica: vivere in un luogo che non è casa, abitare un corpo che non è rifugio.

La giovinezza, in questa luce, non è una promessa, ma una condizione di massima esposizione alla forza del mondo. Pierre non è punito per la sua curiosità o per il suo desiderio. È semplicemente attraversato da forze più grandi di lui. Scouffi rifiuta ogni schema morale, ma proprio per questo il romanzo risulta più radicale. Non c’è colpa, non c’è redenzione. C’è solo un processo.

La morte prematura di Scouffi, spesso evocata come chiave interpretativa, può allora essere letta non come destino individuale, ma come sintomo di un’epoca. Un’epoca in cui il corpo, liberato dai vincoli tradizionali, viene immediatamente catturato da nuove forme di potere, più sottili, meno visibili, ma non meno efficaci. Il desiderio, una volta sganciato dalla norma, non diventa automaticamente emancipazione: diventa terreno di contesa.

“Au Poiss’ D’Or” non ci dice che la libertà è impossibile. Ci dice qualcosa di più scomodo: che la libertà, quando viene pensata solo come assenza di vincoli, rischia di trasformarsi in una forma di esposizione totale. Pierre è libero, ma proprio per questo è disponibile. E ciò che è sempre disponibile finisce per consumarsi.

Alla fine del romanzo — e forse alla fine di questa meditazione — resta una domanda che Scouffi non formula mai apertamente, ma che attraversa ogni pagina: che cosa resta del soggetto quando tutto, anche il corpo, è entrato nel circuito dello scambio? Non una risposta, ma un vuoto denso, saturo di esperienza. Un vuoto che non chiede di essere colmato, ma riconosciuto come il vero residuo della modernità.


note

Questo testo è stato creato sulla base di una descrizione originale della trama del romanzo "Au Poiss' D'Or, Hôtel Meublé" di Alec Scouffi, arricchita con dettagli e approfondimenti basati su conoscenze generali della letteratura francese e delle dinamiche culturali degli anni ruggenti e si basa su un’interpretazione dei temi e degli eventi che potrebbero essere presenti nell'opera, non su una ricerca dettagliata o su citazioni dirette da fonti esterne.

Consiglio di consultare risorse letterarie specializzate, come riviste di critica letteraria, libri di storia della letteratura francese o archivi di autori meno noti. Una buona partenza potrebbe essere una ricerca nelle biblioteche universitarie o database accademici come JSTOR, Google Scholar o siti di editori che si occupano di letteratura d’epoca.