Non tutto nasce da un progetto preciso. Non tutto ciò che sembra un compito di routine resta confinato nella sua modestia. Spesso sono proprio le circostanze più vincolanti a generare aperture inattese. Nel caso di Maurice Merleau-Ponty, questo accade nel 1947: un incarico didattico, che avrebbe potuto sembrare poco più di un esercizio scolastico, si trasforma in un’esperienza destinata a segnare profondamente la sua traiettoria intellettuale.
La situazione, a prima vista, appariva ordinaria: un giovane professore, poco meno che quarantenne, già noto per la sua lettura originale della fenomenologia, viene chiamato a preparare gli studenti dell’École Normale Supérieure e dell’Università di Lione al temutissimo esame dell’agrégation. Il programma, deciso dalle autorità accademiche, comprendeva tre figure della filosofia francese: Nicolas Malebranche, Maine de Biran e Henri Bergson. Tre nomi che, messi insieme, delineavano un percorso singolare, ma non necessariamente coerente.
Eppure Merleau-Ponty non era uomo da limitarsi a un’esposizione ordinata e rassicurante. Ciò che avrebbe potuto ridursi a una semplice spiegazione d’autore per studenti ansiosi diventa, nelle sue mani, un vero laboratorio filosofico. Dietro quei nomi – Malebranche, Biran, Bergson – egli intravede la possibilità di affrontare la questione che più lo ossessiona: il rapporto tra anima e corpo, spirito e carne, pensiero e percezione. Un tema che, lungi dall’essere un residuo della tradizione cartesiana, rappresenta per lui la chiave per comprendere la condizione umana nella sua interezza.
L’Europa di quegli anni è un continente ferito. La guerra ha infranto non solo le vite, ma anche le certezze intellettuali. I sistemi filosofici ereditati dall’Ottocento appaiono troppo rigidi, troppo sicuri di sé, incapaci di rendere conto della fragilità dell’esperienza umana. Merleau-Ponty, al contrario, vuole dare voce a quella fragilità, senza ridurla a formula. Vuole mostrare che tra anima e corpo non esiste frattura irreparabile, ma un legame continuo, fatto di intrecci e reciproche aperture. Per farlo, deve rileggere Malebranche, Biran e Bergson non come tre tappe separate della storia della filosofia, ma come tre tensioni complementari, capaci di illuminarsi a vicenda.
Malebranche, con il suo occasionalismo, porta all’estremo la lezione cartesiana: ogni azione, ogni percezione, ogni moto dell’anima non è che occasione per l’intervento divino. In questa prospettiva, il corpo sembra quasi svuotato, ridotto a puro tramite. Ma Merleau-Ponty non si limita a rilevarne i rischi: intravede anche un’intuizione preziosa. L’uomo non basta a sé stesso; l’esperienza umana non può mai chiudersi in un’autosufficienza. Dietro la rigidità metafisica, scorge la traccia di una dipendenza originaria, un’apertura che la fenomenologia saprà reinterpretare.
Biran rovescia la prospettiva. La sua filosofia dell’abitudine e della resistenza del corpo suggerisce che l’io non sia mai pura coscienza trasparente: si costituisce nell’attrito con la materia, nel peso e nello sforzo. La volontà non nasce nel vuoto, ma nell’esperienza concreta di un corpo che resiste. Per Merleau-Ponty, questo diventa un punto cruciale: non c’è spirito senza carne, non c’è libertà senza il vincolo che la sostiene e la sfida.
Infine Bergson, il più vicino a noi, il più moderno e al contempo il più poetico. Con il suo “élan vital”, con l’idea di una durata che sfugge alle categorie statiche dell’intelletto, Bergson insegna a pensare il tempo e la vita come movimento creativo. Anche qui Merleau-Ponty coglie un’intuizione decisiva: l’esperienza non può essere ridotta a uno schema astratto; è flusso, slancio, invenzione. Eppure, Bergson rischia anche di dissolvere troppo l’esperienza concreta nella sua dimensione cosmica. Tocca al lettore fenomenologo recuperare il legame tra movimento vitale e percezione incarnata.
In questo intreccio di riletture e appropriazioni, Merleau-Ponty non si limita a fare da commentatore. La sua lezione non ha nulla del compendio scolastico: è attraversamento, un mettersi in gioco nel dialogo con gli autori. È qui che emerge la sua concezione della filosofia come comunicazione. Non comunicazione di formule già pronte, ma esposizione a ciò che negli autori resta incompiuto, alle pieghe in cui il pensiero mostra la propria vulnerabilità. È da queste pieghe, sostiene Merleau-Ponty, che può nascere qualcosa di nuovo.
Così il corso del 1947 diventa più di un esercizio didattico: è un esempio vivente di come i filosofi vadano letti. Non come statue immobili da contemplare, ma come interlocutori che parlano attraverso esitazioni, tentativi falliti e scarti. È lì, nel non-pensato, che si trova la vera energia filosofica.
Il manoscritto che oggi leggiamo è frutto degli appunti degli studenti, pubblicato solo dopo la morte di Merleau-Ponty. Ci restituisce la voce di un filosofo che pensa in diretta, che non teme di mostrarsi mentre esplora e cerca. Non c’è l’ordine levigato dei libri scritti a tavolino, ma il respiro dell’insegnamento, la vibrazione di un discorso nato dall’urgenza del momento.
Eppure, proprio in questa forma imperfetta, frammentaria, il testo conserva un valore straordinario. Vi si scorge in filigrana tutto ciò che farà grande Merleau-Ponty negli anni successivi: la “Fenomenologia della percezione” con la sua analisi dell’esperienza incarnata; le ricerche sulla natura, in cui il corpo si pensa parte integrante del mondo vivente; fino ai lavori incompiuti sulla “carne del mondo”, in cui spirito e materia si fondono in un tessuto comune.
Guardando indietro, il corso del 1947 non fu un episodio marginale, ma una soglia: il luogo in cui Merleau-Ponty mise alla prova, davanti agli studenti, il nucleo stesso della sua filosofia. Per noi, quelle lezioni restano un invito. Ci mostrano che leggere un filosofo non significa ripetere ciò che ha detto, ma abitare le sue mancanze, ascoltare i suoi silenzi, continuare i suoi abbozzi.
È questo, in fondo, il lascito più profondo: ricordarci che la filosofia non si nutre di certezze acquisite, ma di aperture, di domande che restano vive. E che l’unione tra anima e corpo, lungi dall’essere un problema risolto o risolvibile, è la forma stessa della nostra esistenza: una tensione inesauribile che nessun dualismo potrà mai spegnere.