San Pietroburgo, inverno del 1837. La città giaceva sotto una coltre di neve, i palazzi della nobiltà rifulgevano sotto la luce delle fiaccole, e nei salotti aristocratici si respirava un’aria tesa, elettrica. Non si parlava d’altro che del duello imminente. Aleksandr Sergeevič Puškin, il più grande poeta di Russia, aveva sfidato il barone Georges-Charles d’Anthès. Un uomo di lettere contro un militare, un artista contro un uomo d’armi. Ma in gioco non c’era solo la loro vita: c’era l’onore, la dignità, l’amore.
La notizia aveva incendiato l’alta società come una scintilla nel fieno secco. Alcuni scommettevano su d’Anthès, giovane, aitante e abituato al combattimento. Altri si stringevano intorno a Puškin, un uomo che con la sua poesia aveva dato un’anima alla Russia, ma che ora sembrava divorato dalla passione e dalla gelosia. Poche ore prima del duello, mentre la città dormiva sotto il cielo di piombo, il poeta sedeva alla sua scrivania, incapace di scrivere. Il fuoco nel camino scoppiettava piano, proiettando ombre tremolanti sulle pareti. Sapeva che poteva essere la sua ultima notte. Ma non provava paura.
Da quando aveva sposato Natal’ja Gončarova nel 1831, la sua vita era cambiata radicalmente. Non era più solo il poeta ribelle, il giovane dalla lingua tagliente e dal cuore appassionato. Era diventato un marito, un padre, un uomo immerso nelle spietate dinamiche della corte imperiale. Ma se sperava di trovare pace nel matrimonio, si sbagliava.Natal’ja non era solo bella, era splendida. Aveva una grazia innata, una luce speciale che illuminava ogni stanza in cui entrava. La sua bellezza era così straordinaria da attirare sguardi ovunque andasse. Non c’era uomo a San Pietroburgo che non l’avesse desiderata almeno una volta, non c’era donna che non avesse sussurrato il suo nome con un misto di ammirazione e invidia.
Ma con la bellezza venivano i problemi. L’alta società era spietata, e il fatto che fosse la moglie di Puškin non bastava a proteggerla dai pettegolezzi. Anzi, li alimentava. C’erano sussurri nei corridoi, lettere anonime, insinuazioni velenose. E poi c’era lui: Georges d’Anthès.
Il barone d’Anthès era tutto ciò che la nobiltà russa ammirava in un uomo: alto, prestante, un ufficiale francese con il sorriso di chi sa di poter avere tutto ciò che vuole. E ciò che voleva, da mesi, era Natal’ja.All’inizio, il suo corteggiamento fu velato. Un sorriso prolungato, un complimento appena sussurrato, uno sguardo insistente durante un ballo. Ma con il tempo divenne più sfacciato. Ignorava le convenzioni, scherzava apertamente con lei, la seguiva con ostinazione ai ricevimenti.
Puškin ne era furioso. Ogni sorriso di sua moglie a d’Anthès gli sembrava un tradimento, ogni sguardo scambiato tra i due era un coltello nel cuore. Forse Natal’ja era semplicemente ingenua, forse non capiva il pericolo che correva. Ma per lui era insopportabile.
Poi arrivò la lettera.
Uno scherzo crudele, un’umiliazione pubblica. L’aristocrazia di San Pietroburgo rideva alle spalle di Puškin. Il poeta non poteva sopportarlo. Era troppo orgoglioso, troppo consapevole della sua importanza. In un impeto d’ira, sfidò d’Anthès a duello.
Il 27 gennaio 1837, il vento soffiava gelido sulla riva del fiume Neva. Il cielo era grigio, la neve attutiva ogni suono. I due uomini si trovarono uno di fronte all’altro, pistole cariche, testimoni ai lati.Puškin fissava il suo avversario con occhi di brace. Sapeva che d’Anthès era un abile tiratore, sapeva che le probabilità erano contro di lui. Ma non gli importava. In quell’istante, non era solo un uomo. Era il simbolo di un amore ferito, di un’onore da difendere.
Il primo colpo lo sparò d’Anthès. La pallottola colpì Puškin all’addome, perforandogli il fegato. Il poeta barcollò, sentì il calore del sangue impregnarli la camicia. Ma trovò la forza di alzare la pistola. Premette il grilletto. La sua pallottola sfiorò d’Anthès, ferendolo lievemente al braccio. Poi crollò nella neve.
Lo trasportarono a casa, dove rimase due giorni tra la vita e la morte. I dolori erano insopportabili, la febbre bruciava. Accanto a lui, amici e familiari osservavano impotenti il declino del poeta.Natal’ja era lì. Piangeva in silenzio, stringendogli la mano. Puškin, nonostante il dolore, trovò la forza di guardarla. “Perdonami”, le sussurrò. Forse si riferiva alla sua gelosia, forse al destino che aveva imposto alla loro famiglia.
Il 29 gennaio 1837, Aleksandr Sergeevič Puškin esalò l’ultimo respiro.
San Pietroburgo era sotto shock. Il poeta della Russia, il creatore di “Evgenij Onegin”, il cantore dell’anima russa, non c’era più. Le strade si riempirono di gente in lacrime, il popolo maledisse d’Anthès e i nobili che avevano permesso quell’assassinio.L’imperatore Nicola I, preoccupato da possibili rivolte, proibì ai cittadini di partecipare ai funerali. Il corpo di Puškin fu trasportato segretamente a Pskov, dove venne sepolto vicino al monastero di Sviatogorsk. Ma il popolo non dimenticò.
D’Anthès fu espulso dalla Russia. Rientrò in Francia, si sposò e fece carriera politica. Non si pentì mai. Morì anziano, lontano dal paese che aveva amato e dal poeta che aveva ucciso.
Natal’ja si ritirò dalla vita mondana, schiacciata dal dolore e dai pettegolezzi. Si risposò anni dopo, ma l’ombra di Puškin non la lasciò mai.
E la sua leggenda crebbe. Oggi, la tomba di Puškin è meta di pellegrinaggi. La sua poesia vive ancora, i suoi versi risuonano nei cuori di milioni di lettori. Morì giovane, ma il suo nome divenne immortale.
Aleksandr Puškin non fu solo un poeta. Fu il simbolo di una passione che bruciò troppo in fretta, il riflesso di un’epoca in cui l’onore valeva più della vita. E nella gelida notte russa, tra le pagine dei suoi versi, si può ancora sentire il battito del suo cuore innamorato.
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