Donald Trump non rappresenta una deviazione improvvisa nel corso della politica occidentale, né un’anomalia generata da circostanze eccezionali. È piuttosto il momento in cui una logica sedimentata nel tempo smette di mascherarsi. La violenza del linguaggio, l’esibizione permanente del conflitto, la trasformazione dell’avversario in nemico interno non inaugurano una fase nuova: rendono manifesto ciò che per anni è stato praticato con maggiore discrezione. Trump non inventa, esplicita. Porta alla luce pratiche che altri hanno esercitato sotto traccia, protetti dal lessico dell’istituzione e dalla liturgia della normalità democratica.
Per cogliere il senso di questo slittamento non è sufficiente osservare il solo contesto statunitense. Occorre spostare lo sguardo e tornare a uno dei momenti più opachi della storia repubblicana italiana, quando la democrazia venne difesa attraverso la sospensione informale delle sue stesse regole. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, l’Italia si trasforma in un laboratorio politico anomalo: non di riforme, ma di gestione autoritaria della paura. Il nodo centrale non era l’ordine pubblico in quanto tale, bensì la possibilità che il conflitto sociale producesse un esito considerato inaccettabile: l’accesso delle sinistre al governo attraverso il consenso elettorale.
È dentro questo quadro che prende forma la cosiddetta strategia della tensione. Una sequenza di attentati, stragi portate a termine e stragi fallite, depistaggi sistematici e coperture istituzionali che non può essere ridotta a una sommatoria di episodi casuali. Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, non irrompe come un evento isolato. È piuttosto il punto di massima concentrazione di una violenza già sperimentata, calibrata, inserita in un disegno di lunga durata.
La reazione immediata dello Stato all’esplosione di Milano è rivelatrice della logica in atto. Invece di seguire le piste più coerenti con il contesto politico, l’attenzione viene indirizzata verso gli ambienti anarchici. Pietro Valpreda viene esposto come colpevole esemplare, Giuseppe Pinelli muore precipitando da una finestra della questura. Non si tratta di errori contingenti o di deviazioni individuali: siamo di fronte a una costruzione narrativa funzionale a spostare l’asse del conflitto. Il depistaggio non è un incidente del percorso, ma un elemento strutturale del dispositivo.
Solo negli anni successivi emergerà con maggiore chiarezza il ruolo dell’area neofascista legata a Ordine Nuovo, in particolare del nucleo veneto. Una rete ideologica e operativa che non agisce in autonomia, ma si muove all’interno di un sistema di relazioni opache con settori degli apparati statali. Le inchieste giudiziarie, pur senza giungere a condanne definitive per Piazza Fontana, restituiscono un quadro sostanzialmente coerente: una matrice ordinovista, una protezione istituzionale diffusa, un uso politico del terrore come strumento di governo del consenso.
In questa trama si colloca la figura di Carlo Digilio, tecnico degli esplosivi e militante di Ordine Nuovo. Le sue dichiarazioni tardive, raccolte dal giudice Guido Salvini negli anni Novanta, richiedono prudenza interpretativa, ma non possono essere liquidate come pure invenzioni. Quando Digilio afferma che il depistaggio sugli anarchici era previsto sin dall’origine, non introduce una novità clamorosa: esplicita una logica che l’andamento dei fatti rende già evidente. La sua ambiguità personale riflette l’ambiguità del sistema di cui è parte.
Attorno a Digilio gravita l’ambiente ordinovista padovano. Gianni Casalini, Ivano Toniolo, Franco Freda, Marco Pozzan sono nomi che ricorrono in testimonianze, informative, interrogatori. Casalini, inizialmente utilizzato come fonte dai servizi, viene progressivamente emarginato quando le sue ammissioni iniziano a sfiorare responsabilità non più gestibili. Anni dopo, ormai anziano, tenterà di attribuirsi alcune delle azioni più gravi, in un gesto che oscilla tra confessione, autoprotezione e tardiva esigenza di riconoscimento.
Un capitolo spesso trascurato è quello delle stragi mancate, forse il più istruttivo. Il 2 giugno 1969, a Padova, una bomba collocata in Prato della Valle avrebbe potuto causare una strage persino più devastante di Piazza Fontana. Non esplode per un difetto tecnico. Seguono gli attentati ai treni dell’agosto dello stesso anno, il caso Nico Azzi nel 1973, i tentativi falliti lungo le linee ferroviarie nel 1974. Episodi che mostrano quanto il confine tra strage compiuta e strage evitata sia spesso affidato al caso: un temporizzatore difettoso, un guasto, un segnale automatico.
In questi episodi l’obiettivo non è solo colpire, ma orientare. La messinscena ideologica è parte integrante dell’azione: ordigni che devono apparire “rossi”, attentatori che si fingono militanti di sinistra, piste costruite per indirizzare l’opinione pubblica verso una richiesta di ordine e repressione. La paura non è un effetto collaterale, ma una risorsa politica deliberatamente prodotta.
Esistono poi progetti che non giungono all’attuazione, ma che rivelano il grado di radicalizzazione raggiunto. L’ipotesi di avvelenare acquedotti cittadini, evocata in interrogatori e testimonianze, non si traduce mai in un piano operativo concreto. Ma il solo fatto che venga discussa restituisce il clima di quei gruppi: la disponibilità a colpire indiscriminatamente, oltre ogni limite etico e strategico.
Il ruolo degli Stati Uniti rimane uno dei nodi più sensibili. Non esistono prove di una regia diretta delle stragi, né sentenze che attestino una catena di comando americana. Esistono però dichiarazioni che parlano di contatti, forniture, canali informali, e soprattutto esiste un contesto geopolitico in cui l’Italia rappresenta un punto nevralgico dello schieramento occidentale. Più che di ordini scritti, gli storici parlano di convergenze di interesse, tolleranze operative, spazi lasciati deliberatamente aperti.
Come osserva Davide Conti, Ordine Nuovo svolge una funzione detonatrice: non dirige il processo, ma lo rende praticabile. È manovalanza ideologica e militare che agisce all’interno di un clima favorevole a una torsione autoritaria del sistema repubblicano. Una democrazia che, nel tentativo di preservarsi, accetta di infliggersi ferite profonde.
È a questo punto che il legame con Trump diventa evidente. Anche oggi il conflitto politico viene presentato come una minaccia esistenziale. Anche oggi le istituzioni vengono delegittimate quando ostacolano il potere. La differenza è che non sono più necessarie bombe né depistaggi: la paura può essere prodotta attraverso il linguaggio, in tempo reale, senza intermediari. Trump non ha creato questa logica; l’ha resa visibile.
Rileggere Piazza Fontana alla luce del presente non significa forzare analogie, ma riconoscere una continuità strutturale. La democrazia è tollerata finché non mette in discussione equilibri considerati intoccabili. Quando lo fa, il sistema reagisce. Talvolta con la violenza, talvolta con le parole. La sostanza resta invariata.
Per questo Piazza Fontana non è soltanto un capitolo della storia italiana. È una chiave interpretativa. Mostra come il potere gestisce il dissenso quando smette di credere alle regole che proclama. E spiega perché figure come Trump non emergono dal nulla: emergono quando non è più necessario fingere che quelle regole valgano per tutti.