Richard Dadd nasce nel 1817 a Chatham, nel Kent, in una famiglia borghese agiata. Suo padre, farmacista e uomo di rigore scientifico, osserva con attenzione il talento precoce del figlio. Richard, già da bambino, mostra una capacità insolita di osservare e riprodurre il mondo con precisione straordinaria: foglie, fiori, animali e volti umani diventano per lui materia viva su cui esercitare la propria creatività. Cresce circondato da libri classici, miti greci, Shakespeare, favole popolari e racconti di maghi e spiriti. Questi primi incontri plasmano la sua immaginazione, rendendola capace di trasformare la realtà in un mondo fantastico, popolato da figure che sembrano vivere al confine tra il visibile e l’invisibile.
Fin da giovane, Richard dimostra una disciplina rigorosa: passa ore a esercitarsi nel disegno, annota ogni dettaglio della natura, studia i gesti e le espressioni delle persone, come se stesse preparando la sua mente a catturare ciò che agli altri sfugge. Questo sguardo attento, combinato a una sensibilità quasi mistica, prefigura il suo stile artistico, in cui precisione e immaginazione convivono in equilibrio instabile.
Adolescente, Dadd entra alla Royal Academy di Londra. Qui, pur assimilando le tecniche accademiche di prospettiva, chiaroscuro e anatomia, avverte presto i limiti dell’insegnamento tradizionale. Il mondo reale appare insufficiente a contenere la vastità della sua immaginazione. Nascono così le prime opere notevoli: Il sonno di Titania e Puck, in cui la realtà quotidiana si fonde con creature fantastiche, miti e visioni oniriche. Questi quadri mostrano già una precisione maniacale dei dettagli e una capacità di organizzare lo spazio visivo con ordine quasi matematico, anticipando la struttura dei suoi lavori più complessi.
Durante questo periodo, Dadd entra a far parte del gruppo di giovani artisti noto come The Clique. Qui confronti e contrasti con altri pittori lo stimolano e lo isolano al tempo stesso: il suo mondo interiore è così ricco e particolare che difficilmente può essere compreso appieno dai coetanei. Il giovane artista è già consapevole di muoversi sul crinale tra genio e follia, tra osservazione attenta della realtà e creazione di universi propri, indipendenti da qualsiasi convenzione.
Nel 1842, Sir Thomas Phillips, collezionista e mecenate, offre a Dadd l’opportunità di un viaggio artistico attraverso Europa e Medio Oriente. Il giovane parte con entusiasmo, desideroso di assorbire culture, colori e paesaggi. Tuttavia, lungo la strada, il suo equilibrio mentale comincia a incrinarsi. In Francia e in Italia, Dadd manifesta allucinazioni e deliri religiosi. Si convince di essere un emissario divino, incaricato da Osiride di guidare le anime e proteggere il mondo da forze oscure.
Il viaggio che doveva essere un ampliamento della sua esperienza artistica diventa un catalizzatore per la sua follia. Ogni città, tempio o paesaggio assume un significato simbolico: Roma non è solo la città eterna, ma un crocevia di poteri invisibili; i deserti d’Egitto non sono solo luoghi aridi, ma spazi spirituali dove l’anima si confronta con l’infinito. L’arte, che prima era uno strumento di espressione controllata, diventa un mezzo per dare forma ai deliri e interpretare ciò che solo lui percepisce.
Il 10 agosto 1843 segna il punto di rottura: Dadd uccide suo padre, convinto che l’uomo ostacolasse il suo destino divino. Arrestato in Francia mentre tenta di perpetrare un altro omicidio, viene riportato in Inghilterra e processato secondo le McNaghten rules, che considerano la capacità di intendere e volere. Il verdetto lo conduce a Bethlem e poi a Broadmoor, due manicomî criminali dove trascorrerà il resto della vita.
Nei manicomî, l’arte diventa l’unico spazio di libertà. Dadd lavora con intensità e precisione ossessiva: ogni quadro è una meditazione, un rituale, un tentativo di imporre ordine al caos interiore. The Fairy Feller’s Master-Stroke rappresenta un microcosmo complesso e dettagliatissimo: ogni personaggio, albero, castello o animale è realizzato con cura quasi scientifica, creando un universo coerente che esiste solo nella mente dell’artista.
In ogni opera, la precisione maniacale si accompagna a una straordinaria sensibilità: la follia dell’artista non annulla la bellezza, ma la intensifica, rendendo le sue creazioni universi autonomi e coerenti.
L’Inghilterra vittoriana è un’epoca di contrasti: rigida nei costumi sociali, ossessionata dal progresso scientifico, eppure affascinata dall’occulto, dai miti e dal fantastico. Dadd incarna queste tensioni: da un lato la razionalità e il rigore della formazione accademica, dall’altro il fascino per il mistero, il soprannaturale e l’interiorità. La sua arte riflette l’ansia e le contraddizioni della società vittoriana, trasformandole in un linguaggio visivo unico e personale.
A Bethlem e Broadmoor, Dadd conduce una vita di isolamento, ma non di inattività. Riceve materiali per dipingere, lavora ore intere sulla minuzia dei dettagli, dialoga con altri pazienti attraverso immagini e racconti. La sua creatività diventa un canale di comunicazione e sopravvivenza: l’arte sostituisce la socialità, e ogni quadro è un universo in cui il tempo e lo spazio seguono regole interne. I medici osservano i suoi progressi, notano la costanza e la disciplina del lavoro artistico, e talvolta si meravigliano della sua lucidità nel realizzare opere così complesse.
Dadd muore a Broadmoor nel 1886, lasciando un corpus di opere che continua a ispirare. La Tate, il Louvre e il British Museum custodiscono le sue tele. La critica moderna lo considera un precursore del simbolismo e del surrealismo: la sua capacità di unire precisione tecnica e fantasia visionaria anticipa movimenti artistici futuri. La sua vita dimostra che il genio creativo può convivere con la fragilità mentale, e che la follia non è un ostacolo, ma a volte un veicolo di percezione e creazione uniche.
Ogni sua opera è un labirinto dell’immaginazione, un invito a perdersi e a confrontarsi con paure, desideri e ossessioni. L’arte di Dadd mostra che la creatività può nascere dal dolore, dall’isolamento e dal confronto con l’oscurità interiore.