domenica 18 gennaio 2026

The "Opening of a Door", primo e unico romanzo di George Davis

La casa al centro della storia di The Opening of a Door, primo e unico romanzo di George Davis, non è solo una dimora borghese di Chicago degli anni ’20: è un microcosmo di segreti, ipocrisie e desideri repressi. È qui, tra le sue stanze cariche di mobili pesanti e fotografie ingiallite, che si intrecciano le vite di una famiglia spezzata, in cui ogni membro sembra essere il prigioniero di un ruolo, di un destino che non ha scelto ma che gli è stato imposto. La morte del nonno, figura austera e simbolo di un ordine familiare ormai in declino, è il punto di rottura, l’evento che svela le crepe in un’apparente solidità. Nulla sarà più come prima, eppure quasi nulla verrà detto apertamente. La grande forza narrativa del romanzo di Davis sta proprio in questo: nella sua capacità di far parlare i silenzi, di raccontare ciò che rimane tra le righe, di svelare l’inespresso attraverso dettagli apparentemente insignificanti.

C’è una tensione palpabile che percorre ogni pagina. L’omosessualità, per esempio, non viene mai nominata, ma è una presenza costante, un fantasma che si insinua nelle vite dei personaggi. Lo zio Daniel, ad esempio, vive a San Francisco, lontano dalla famiglia, circondato da prime edizioni di André Gide, autore che per molti era sinonimo di audacia e dissidenza intellettuale. La sua vita è un enigma che nessuno in famiglia osa affrontare. Poi c’è lo zio Lincoln, che sembra combattere una battaglia interiore altrettanto oscura. Il suo matrimonio è un campo di tensione; sua moglie sembra sapere più di quanto lasci intendere, e la loro relazione è un alternarsi di scontri e silenzi carichi di rancore. Lincoln, incapace di affrontare la verità su se stesso, si rifugia nell’alcol, trasformando ogni bicchiere in una barriera contro il mondo e contro la propria coscienza. Infine c’è Edward, forse il personaggio più tragico e affascinante del romanzo. Giovane e intrappolato in una vita monotona, Edward sogna di scappare, di diventare uno scrittore capace di raccontare quelle verità che il mondo intorno a lui preferisce ignorare. Edward non sa ancora chi è, ma sente che il suo posto non è tra quelle pareti soffocanti. La sua lotta per la libertà personale è il cuore emotivo del romanzo, il filo conduttore che lega tutte le altre storie.

La Chicago degli anni ’20 descritta da Davis è una città in fermento, un luogo dove la modernità si scontra con tradizioni consolidate, e dove i ruggenti anni del jazz nascondono spesso un’anima conservatrice. La famiglia al centro del romanzo non è tanto un’eccezione quanto un esempio emblematico di questa contraddizione. Il progresso è visibile ovunque: nelle automobili che sfrecciano per le strade, nei grattacieli che si innalzano verso il cielo, nelle mode che si diffondono velocemente tra i giovani. Eppure, dentro le case, le vecchie regole continuano a dominare, imponendo silenzi e repressioni che soffocano ogni tentativo di cambiamento.

George Davis, l’autore di questa storia, conosceva bene questo mondo. Nato nel 1906 a Chicago, da una famiglia di immigrati canadesi, visse in prima persona le tensioni e le difficoltà della classe media americana. Suo padre, un farmacista notturno che studiava medicina nei ritagli di tempo, rappresentava l’ideale del self-made man, ma Davis non seguì mai quella strada. Fin da giovane, mostrò un’indole ribelle e un desiderio di libertà che lo portarono a sfidare le convenzioni. Dopo un’infanzia segnata da continui traslochi e dalla morte della sorella maggiore, Davis abbandonò gli studi per cercare la sua strada. Lavorò in un’acciaieria, poi in una libreria, ma sentiva che il suo destino era altrove. Nel 1927, con il sostegno finanziario del padre, partì per Parigi, il centro della vita intellettuale europea.

A Parigi, Davis si immerse nella comunità di espatriati americani, un gruppo eterogeneo che includeva figure come Gertrude Stein, Ernest Hemingway e F. Scott Fitzgerald. Fu in questo ambiente vibrante e stimolante che iniziò a lavorare al suo romanzo. The Opening of a Door è il prodotto di quel periodo, un’opera che riflette non solo le esperienze personali di Davis, ma anche le tensioni culturali e sociali del suo tempo. Pubblicato nel 1931, il libro ricevette recensioni entusiastiche, ma non riuscì a conquistare il grande pubblico. Forse era troppo avanti per i suoi tempi, o forse il mondo non era pronto per una storia che affrontava temi come l’omosessualità con una tale profondità e sensibilità.

Negli anni successivi, Davis si reinventò come editor, lavorando per riviste prestigiose come Harper’s Bazaar e Mademoiselle. In questi ruoli, trasformò il panorama delle riviste femminili, introducendo al pubblico voci nuove e provocatorie come Truman Capote, Ray Bradbury e Carson McCullers. La sua capacità di scoprire e sostenere nuovi talenti lo rese una figura centrale nella cultura letteraria americana del XX secolo. Ma Davis non si limitò al lavoro editoriale. Nel 1940, fondò una comune artistica a Brooklyn Heights, nota come “February House”, che divenne un crocevia di creatività. Tra i residenti c’erano figure come W.H. Auden, Benjamin Britten e Gypsy Rose Lee.

La vita personale di Davis era altrettanto complessa quanto la sua carriera. Sebbene fosse apertamente omosessuale, si sposò con Lotte Lenya, celebre attrice e cantante austriaca. Il loro matrimonio, durato sei anni, fu un’alleanza non convenzionale, un’unione che sfidava le norme dell’epoca. Davis morì improvvisamente nel 1957, lasciando dietro di sé un’eredità frammentata ma preziosa.

Oggi, The Opening of a Door è considerato un “romanzo gay perduto”, un’opera che merita di essere riscoperta per la sua capacità di affrontare temi complessi con straordinaria sensibilità. Davis, con la sua vita e la sua opera, rappresenta un ponte tra mondi diversi: il vecchio e il nuovo, il conformismo e la ribellione, il silenzio e la verità. È un autore che, anche nella dimenticanza, continua a parlare a chiunque sia disposto ad ascoltare.