sabato 17 gennaio 2026

Tutto può diventare realtà perché nulla è mai stato così poco reale


L’affermazione secondo cui tutto può diventare realtà proprio perché nulla è mai stato così poco reale non va intesa come un paradosso retorico né come una formula aforistica buona per descrivere superficialmente il nostro tempo. Essa tocca invece un nodo teorico profondo, che riguarda la trasformazione storica, epistemologica e simbolica del concetto stesso di realtà. Non si tratta semplicemente di dire che viviamo in un’epoca di illusioni, di simulazioni o di inganni, ma di riconoscere che la realtà, così come è stata pensata per secoli come fondamento stabile, resistente, ultimo, ha subito una progressiva erosione della propria evidenza, fino a diventare qualcosa di instabile, fluido, esposto alla narrazione, alla manipolazione, ma anche all’invenzione.

Per lungo tempo la realtà ha funzionato come ciò che poneva un limite. Il reale era ciò contro cui si misuravano i desideri, le fantasie, le utopie, e che invariabilmente le smentiva o le ridimensionava. La realtà era il luogo della necessità, mentre l’immaginazione apparteneva al regno del possibile o dell’irreale. Questa distinzione ha strutturato non solo la filosofia, ma l’intero assetto simbolico dell’Occidente: il vero contro il falso, il fatto contro l’opinione, l’essere contro l’apparire. Anche quando queste opposizioni venivano criticate, il reale restava comunque un polo di riferimento, una sorta di ultima istanza a cui tornare.

Ciò che caratterizza il nostro tempo è invece l’indebolimento di questa istanza. La realtà non si impone più come un’evidenza che precede l’interpretazione, ma appare sempre più come il risultato di una mediazione. Essa non viene incontrata, ma costruita; non viene semplicemente percepita, ma filtrata, narrata, messa in forma. In questo senso, nulla è mai stato così poco reale: non perché il mondo sia svanito, ma perché il suo statuto di evidenza è venuto meno. La realtà non è più ciò che “c’è”, ma ciò che viene riconosciuto come tale all’interno di un orizzonte simbolico condiviso – o conteso.

Questo slittamento ha conseguenze radicali. Quando la realtà perde il suo carattere di necessità, ciò che fino a poco tempo prima appariva impossibile, impensabile o marginale può improvvisamente emergere come reale. La realtà non seleziona più rigidamente le possibilità; piuttosto, le possibilità competono per diventare realtà. Il reale non è più il punto di partenza, ma il punto di arrivo di un processo. In questo senso, tutto può diventare realtà non perché tutto sia vero, ma perché nulla possiede più un titolo ontologico definitivo che escluda il resto.

La tecnica ha avuto un ruolo decisivo in questo processo. Non solo perché ha moltiplicato i mezzi di rappresentazione, ma perché ha trasformato il rapporto stesso tra presenza e assenza. L’immagine ha progressivamente sostituito l’esperienza diretta; la riproducibilità ha eroso l’unicità dell’evento; la registrazione ha preceduto la memoria. Ciò che non è documentato rischia di non esistere, e ciò che è documentato acquisisce un grado di realtà spesso superiore a ciò che è vissuto. La realtà diventa così qualcosa che deve essere attestato, validato, condiviso per poter essere riconosciuto come tale.

Ma proprio questa dipendenza dalla mediazione rende la realtà vulnerabile. Se ciò che conta è il riconoscimento, allora la realtà è esposta alla manipolazione. Se ciò che esiste è ciò che appare, allora l’apparenza diventa costitutiva dell’essere. La distinzione tra vero e falso non scompare, ma si sposta: non riguarda più tanto il rapporto con un dato oggettivo, quanto la capacità di una narrazione di imporsi come credibile. La realtà diventa una questione di forza simbolica.

Questo non significa che viviamo in un’epoca puramente illusoria, come spesso si afferma con una certa nostalgia del “mondo solido” perduto. Al contrario, significa che il reale ha cambiato forma. Esso non è più compatto, ma reticolare; non è più unitario, ma plurale; non è più garantito, ma continuamente negoziato. La realtà non precede più il discorso, ma emerge al suo interno. E proprio per questo, essa può essere modificata.

In questo contesto, la finzione smette di essere l’opposto della realtà. La finzione non è più ciò che si colloca al di fuori del reale, ma una delle modalità attraverso cui il reale viene prodotto. Le narrazioni non si limitano a descrivere il mondo: lo organizzano, lo rendono abitabile, ne stabiliscono le gerarchie di senso. Ciò che chiamiamo realtà è sempre già una realtà raccontata. E quando i racconti cambiano, cambia anche ciò che consideriamo reale.

La politica offre forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Non perché la politica sia diventata improvvisamente menzognera, ma perché la sua efficacia dipende sempre più dalla capacità di costruire una narrazione convincente. Programmi, dati, fatti contano meno della loro messa in scena. La realtà politica non è ciò che accade, ma ciò che riesce a essere percepito come accaduto. In questo senso, la realtà non è abolita, ma teatralizzata. E il teatro, come si sa, non è irreale: è una forma particolare di realtà, fondata sulla sospensione consapevole dell’evidenza.

Ma se la realtà è così esposta alla narrazione, allora non solo il potere, ma anche il desiderio trova uno spazio di azione inedito. Ciò che prima veniva respinto come irrealistico può ora trovare una forma. Identità, corpi, relazioni, forme di vita che erano considerate impossibili o innominabili possono emergere come reali proprio perché il reale non le esclude più in modo automatico. La crisi del reale coincide, paradossalmente, con un ampliamento del campo dell’esistenza possibile.

Questa condizione produce inevitabilmente smarrimento. Se nulla è definitivamente reale, allora anche l’io perde la sua consistenza. Il soggetto non è più un centro stabile, ma un nodo mobile di pratiche, immagini, racconti. L’identità non è ciò che si è, ma ciò che si riesce a sostenere nel tempo come narrazione coerente. Questo può essere vissuto come una perdita di autenticità, come una dissoluzione del sé. Ma può anche essere vissuto come una possibilità di sottrazione a ruoli imposti, a destini prescritti, a identità naturalizzate.

Il corpo stesso, che per secoli ha rappresentato il punto di ancoraggio ultimo del reale, diventa oggetto di riscrittura. Non nel senso ingenuo di una negazione della materialità, ma nel senso di una rinegoziazione del suo significato. Il corpo non è più solo ciò che è, ma ciò che può diventare. Anche qui, la realtà si indebolisce come dato per rafforzarsi come progetto. Il corpo non è meno reale; è più esposto.

Questo è forse il punto decisivo: la perdita di realtà non coincide con una perdita di effetti. Al contrario, in un mondo poco reale, le conseguenze simboliche sono più intense. Le parole producono realtà, le immagini orientano i comportamenti, le narrazioni legittimano azioni. Nulla è innocuo, proprio perché nulla è garantito. La fragilità del reale aumenta la responsabilità di chi parla, scrive, rappresenta.

Dire che tutto può diventare realtà non significa quindi abbandonarsi a un relativismo indifferente. Significa riconoscere che la realtà è un campo di forze, un processo aperto, un compito. Non esiste una realtà neutra che ci sollevi dalla responsabilità delle nostre scelte. Ogni realtà è il risultato di un lavoro simbolico, e ogni lavoro simbolico ha effetti concreti.

La filosofia contemporanea ha insistito a lungo su questo punto, mostrando come ciò che chiamiamo realtà sia sempre già attraversato da dispositivi di potere, da pratiche discorsive, da strutture di senso. Non c’è un “fuori” puro da cui osservare il mondo. Siamo sempre implicati nella sua costruzione. Vivere in un mondo poco reale significa vivere in un mondo che dipende, almeno in parte, da ciò che facciamo diventare credibile.

E tuttavia, proprio questa implicazione rende possibile il cambiamento. Se la realtà non è un blocco, può essere incrinata. Se non è una necessità, può essere contestata. Se non è un destino, può essere riscritta. La crisi del reale non è solo una perdita; è anche un’apertura. Un’apertura inquietante, certo, ma anche carica di possibilità.

La realtà, oggi, non è meno reale perché è falsa. È meno reale perché è più vulnerabile. E proprio in questa vulnerabilità si annida la possibilità che ciò che oggi appare marginale, impensabile, impossibile trovi domani una forma di esistenza riconosciuta. Tutto può diventare realtà non perché tutto sia già reale, ma perché nulla è definitivamente escluso dal reale.

Se la realtà ha perso il carattere di evidenza indiscutibile che le veniva attribuito nei secoli precedenti, ciò non significa che essa sia diventata arbitraria o puramente illusoria. Al contrario, il reale contemporaneo è segnato da una tensione permanente tra costruzione e resistenza. Da un lato, tutto sembra esposto alla riscrittura; dall’altro, qualcosa continua a opporsi, a produrre attrito, a manifestarsi come sofferenza, limite, conflitto. La differenza fondamentale è che questo attrito non si presenta più come una verità ultima, ma come un elemento che deve essere interpretato, collocato, narrato. Anche il dolore, anche la violenza, anche la morte, che per secoli hanno funzionato come prove inconfutabili del reale, oggi appaiono sempre più come eventi che necessitano di una cornice simbolica per acquisire senso.

Questo slittamento produce una trasformazione profonda del modo in cui pensiamo l’esperienza. Se la realtà non si impone più come un dato immediato, allora l’esperienza stessa non è più garanzia di verità. Vedere non significa più sapere, vivere non significa più comprendere. L’esperienza è frammentata, mediata, spesso contraddetta da altre esperienze ugualmente legittime. Ciò che per un soggetto è reale, per un altro può apparire irrilevante, falso o invisibile. La realtà perde il suo carattere universale per assumere una configurazione plurale e conflittuale.

In questo contesto, la nozione di “mondo comune” entra in crisi. Non esiste più un’evidenza condivisa che funzioni da base indiscussa per il dialogo. Il consenso non precede il conflitto, ma deve essere continuamente negoziato. La realtà non è più ciò che unisce, ma ciò che divide. Non perché manchi del tutto un terreno comune, ma perché questo terreno è instabile, continuamente soggetto a slittamenti. La realtà diventa una posta in gioco, non un presupposto.

È qui che il tema secondo cui tutto può diventare realtà assume una valenza politica decisiva. Se la realtà non è data una volta per tutte, allora essa può essere orientata, indirizzata, forzata. Chi controlla i dispositivi di produzione simbolica – i media, i linguaggi, le immagini, le piattaforme – possiede un potere reale, non metaforico. Non perché possa inventare il mondo dal nulla, ma perché può decidere quali aspetti del mondo saranno riconosciuti come rilevanti, quali saranno amplificati e quali relegati all’invisibilità. La realtà non è ciò che accade, ma ciò che resta.

Questo non significa che il potere sia onnipotente. La realtà continua a produrre eccedenze, residui, contraddizioni che sfuggono al controllo. Ma significa che il conflitto non si gioca più soltanto sul piano materiale, bensì su quello simbolico. La lotta per la realtà è una lotta per il senso. E in un mondo poco reale, il senso è fragile, mobile, reversibile.

La fragilità del senso produce, a sua volta, una crisi della temporalità. Se la realtà non è più stabile, anche il tempo perde la sua linearità. Il passato non è più un deposito fisso di eventi conclusi, ma una riserva di narrazioni che possono essere riattivate, reinterpretate, riscritte. Il futuro non è più una proiezione prevedibile, ma un campo di possibilità radicalmente aperto. Il presente, stretto tra questi due poli instabili, tende a dilatarsi, a diventare l’unico orizzonte percepibile. Viviamo in un eterno presente in cui tutto può accadere e nulla sembra definitivamente acquisito.

Questa sospensione del tempo contribuisce alla sensazione diffusa di irrealtà. Quando il passato non fonda più e il futuro non orienta, il presente appare come una sequenza di eventi senza profondità. Ma proprio questa perdita di profondità temporale rende possibile l’emergere dell’imprevisto. Se il futuro non è scritto, allora può essere immaginato. E se può essere immaginato, può, almeno in parte, essere costruito.

È qui che l’immaginazione assume un ruolo centrale. Non più come facoltà evasiva, ma come forza produttiva. In un mondo in cui la realtà non è garantita, l’immaginazione diventa uno strumento di orientamento. Essa non inventa dal nulla, ma riorganizza il possibile. L’immaginazione non nega il reale; lo attraversa, lo piega, lo apre. In questo senso, l’immaginazione è una pratica politica, etica, esistenziale.

La letteratura, l’arte, il pensiero critico operano precisamente in questo spazio. Non perché offrano consolazione o fuga, ma perché rendono visibili possibilità altrimenti inarticolate. Ogni opera è una proposta di realtà. Non nel senso che pretende di sostituirsi al mondo, ma nel senso che offre una forma alternativa di comprensione e di abitazione del mondo. In un’epoca in cui il reale è instabile, queste proposte acquistano un peso inedito. Esse non sono più marginali; diventano modelli, riferimenti, catalizzatori di senso.

La letteratura, in particolare, mostra con chiarezza come la realtà sia inseparabile dalla narrazione. Raccontare non significa falsificare, ma rendere abitabile. Un mondo senza narrazione sarebbe un mondo inabitabile, perché privo di orientamento. In questo senso, la crisi del reale non è una crisi del racconto, ma semmai il suo trionfo. Mai come oggi il mondo ha avuto bisogno di essere raccontato per poter essere compreso. Ma mai come oggi i racconti sono stati così numerosi, contraddittori, in competizione tra loro.

Questa proliferazione narrativa non produce necessariamente chiarezza. Al contrario, può generare saturazione, confusione, paralisi. Quando tutto è raccontabile, nulla sembra più definitivo. Ma anche questa indeterminazione può essere letta come una condizione di possibilità. Se non esiste un racconto ultimo, allora esiste lo spazio per racconti altri. Se nessuna versione del mondo può imporsi come assoluta, allora anche le voci marginali possono aspirare a essere ascoltate.

Il tema dell’identità si colloca pienamente in questo quadro. L’identità non è più un’essenza da scoprire, ma una narrazione da costruire. Ciò che siamo non coincide con ciò che ci è stato assegnato alla nascita, ma con ciò che riusciamo a rendere intelligibile agli altri e a noi stessi. Questa condizione produce angoscia, perché priva l’individuo di un fondamento stabile. Ma produce anche libertà, perché apre la possibilità di sottrarsi a identità coercitive, normative, escludenti.

In un mondo poco reale, l’autenticità non consiste più nella fedeltà a un’essenza originaria, ma nella coerenza di un percorso. Essere autentici non significa essere “veri” in senso ontologico, ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte narrative. L’identità diventa un lavoro, non un dato. E come ogni lavoro, può fallire, essere interrotto, ripreso, trasformato.

Questo vale anche per le forme collettive di identità. Nazioni, comunità, tradizioni non sono entità naturali, ma costruzioni simboliche che devono essere continuamente rinnovate per continuare a esistere. In un mondo in cui il reale non è più garantito, anche queste costruzioni diventano fragili. Ma la loro fragilità non è necessariamente una debolezza. Può diventare l’occasione per ripensarle, per liberarle da elementi violenti, escludenti, fossilizzati.

La paura che accompagna la perdita di realtà è comprensibile. Quando nulla appare stabile, il desiderio di certezze diventa urgente. È in questo spazio che prosperano le narrazioni semplificatrici, le promesse di ritorno a un reale “autentico”, “naturale”, “originario”. Ma queste promesse sono spesso illusioni reazionarie, tentativi di chiudere artificialmente ciò che è ormai aperto. Esse non restituiscono la realtà; ne producono una versione impoverita e coercitiva.

Accettare che nulla sia mai stato così poco reale significa invece accettare l’apertura come condizione. Non nel senso di un entusiasmo ingenuo per l’indeterminatezza, ma nel senso di una consapevolezza lucida dei rischi e delle possibilità. Vivere in un mondo poco reale significa vivere senza garanzie ultime. Ma significa anche vivere in un mondo in cui il cambiamento non è un’eccezione, bensì una possibilità strutturale.

In questo senso, il reale non è scomparso; ha cambiato statuto. Non è più ciò che si oppone al possibile, ma ciò che emerge dal possibile quando una configurazione riesce a stabilizzarsi, anche solo temporaneamente. La realtà è ciò che dura, non ciò che è eterno. È ciò che riesce a imporsi per un tempo sufficiente a produrre effetti, a lasciare tracce, a modificare il campo delle possibilità.

La domanda decisiva non è più “che cos’è reale?”, ma “che cosa vogliamo rendere reale?”. Questa domanda non può essere delegata a un’autorità esterna, perché non esiste più un fondamento che possa rispondere al nostro posto. Essa ci riguarda direttamente, come individui e come collettività. In un mondo in cui tutto può diventare realtà, la realtà diventa una responsabilità condivisa.

La dimensione etica del vivere in un mondo poco reale non può essere elusa, perché proprio là dove la realtà perde il suo carattere di necessità si apre uno spazio di scelta che non riguarda soltanto l’individuo, ma l’intero assetto del vivere comune. Quando il reale non si impone più come un’evidenza indiscutibile, l’etica non può più limitarsi a prescrivere comportamenti conformi a un ordine dato. Essa è chiamata piuttosto a interrogare i processi attraverso cui quell’ordine viene costruito, mantenuto, legittimato. In questo senso, l’etica contemporanea non è un codice, ma una pratica critica.

La crisi della realtà coincide infatti con una crisi della verità, ma non nel senso semplicistico di una sua scomparsa. La verità non viene abolita; viene spostata. Essa non è più concepita come una corrispondenza immediata tra un enunciato e un fatto, ma come il risultato di un processo di validazione che coinvolge comunità, istituzioni, dispositivi di sapere. La verità diventa fragile, esposta alla contestazione, ma proprio per questo più legata alla responsabilità di chi la enuncia. Dire il vero non significa più appellarsi a un dato incontestabile, ma assumersi il rischio di sostenere una posizione all’interno di un campo di forze.

Questo spostamento ha conseguenze profonde. In un mondo in cui la verità non è garantita, la menzogna non è più semplicemente la negazione del vero, ma una sua possibile imitazione. Il falso non si oppone frontalmente al reale; lo mima, lo occupa, ne assume le forme. La distinzione tra vero e falso diventa meno una questione di contenuto e più una questione di effetti. Ciò che conta non è solo se qualcosa è vero, ma che cosa produce, quali comportamenti orienta, quali rapporti legittima.

Questa condizione rende particolarmente pericolosa l’idea che tutto sia equivalente. Se tutto può diventare realtà, non tutto dovrebbe diventarlo. La possibilità non coincide con la legittimità. Ma in assenza di un fondamento trascendente, il criterio di legittimità non può più essere imposto dall’alto. Deve emergere da una riflessione collettiva, da un confronto critico, da una pratica condivisa del giudizio. L’etica non precede il mondo; si costruisce al suo interno.

La responsabilità, in questo contesto, non riguarda soltanto le azioni, ma le narrazioni. Ogni racconto che si impone come reale produce esclusioni, gerarchie, invisibilità. Raccontare significa selezionare, e selezionare significa lasciare fuori. In un mondo poco reale, il potere di raccontare equivale al potere di rendere reale. Questo vale tanto per i grandi apparati mediatici quanto per le micro-narrazioni quotidiane attraverso cui ciascuno costruisce il proprio spazio di senso.

La crisi della verità non deve essere letta come una caduta nel relativismo assoluto, ma come un passaggio a una concezione più esigente del vero. Se il vero non è garantito, deve essere argomentato. Se non è evidente, deve essere costruito con rigore. Se non è eterno, deve essere continuamente riattualizzato. La verità diventa una pratica, non un possesso. E come ogni pratica, può essere esercitata bene o male, con onestà o con cinismo.

In questo senso, la filosofia non perde il suo ruolo; al contrario, lo riacquista. Non come disciplina che fornisce risposte definitive, ma come esercizio di problematizzazione. Pensare significa oggi sospendere l’evidenza, interrogare ciò che appare ovvio, rendere instabile ciò che si presenta come naturale. In un mondo poco reale, il pensiero critico non è un lusso, ma una necessità vitale.

Ma anche il pensiero critico è esposto a una tensione. Se tutto è messo in questione, che cosa resta? Se ogni realtà è costruita, come evitare il collasso del senso? La risposta non può essere il ritorno nostalgico a un reale assoluto. Può essere piuttosto l’accettazione di una realtà parziale, situata, ma condivisibile. Una realtà che non pretende di essere l’unica, ma che si espone al confronto. La realtà, in questo senso, non è ciò che chiude il discorso, ma ciò che lo rende possibile.

Il rapporto tra realtà e linguaggio diventa allora centrale. Non perché il linguaggio sostituisca il mondo, ma perché ne è la condizione di intelligibilità. Non esiste un reale muto; esiste solo un reale che parla attraverso le forme che gli diamo. Questo non significa che il mondo sia riducibile al linguaggio, ma che senza linguaggio il mondo non è abitabile. In un’epoca in cui il linguaggio è inflazionato, accelerato, semplificato, la cura delle parole diventa un gesto etico.

Scrivere, parlare, rappresentare non sono atti neutri. In un mondo poco reale, essi sono interventi. Ogni parola contribuisce a stabilizzare o a destabilizzare una configurazione di senso. Ogni discorso può rafforzare una realtà esistente o aprirne un’altra. Questo vale in modo particolare per le istituzioni culturali, educative, artistiche, che operano precisamente sul piano della produzione simbolica. Il loro ruolo non è decorativo; è strutturale.

La scuola, l’università, i luoghi della cultura non trasmettono semplicemente conoscenze; trasmettono criteri di realtà. Decidono ciò che merita attenzione, ciò che viene considerato vero, ciò che viene archiviato come marginale. In un mondo poco reale, questi criteri diventano decisivi. Non perché possano garantire la verità, ma perché possono allenare alla sua ricerca. L’educazione non consiste più nell’impartire certezze, ma nel formare la capacità di orientarsi nell’incertezza.

Anche la scienza, spesso invocata come ultimo baluardo del reale, non è immune da questa trasformazione. I fatti scientifici non sono meno reali, ma la loro interpretazione, comunicazione, integrazione nel discorso pubblico è sempre più complessa. La scienza produce realtà operative, modelli che funzionano, ma la loro traduzione in decisioni collettive implica scelte di valore. Anche qui, il reale non parla da solo; deve essere ascoltato, interpretato, mediato.

Il rischio, in questo scenario, è la tentazione del disimpegno. Se la realtà è instabile, se la verità è fragile, perché assumersi la responsabilità di scegliere? Perché non lasciarsi trascinare dal flusso, adottare un atteggiamento ironico, distaccato, cinico? Questa tentazione è comprensibile, ma è anche una forma di rinuncia. In un mondo poco reale, il cinismo non è una difesa; è una complicità passiva con le realtà che si impongono per inerzia o per forza.

Assumere fino in fondo la condizione contemporanea significa invece accettare l’esposizione. Esporsi al rischio di sbagliare, di essere contraddetti, di dover rivedere le proprie posizioni. La realtà, intesa come processo aperto, non tollera certezze dogmatiche. Ma richiede impegno, attenzione, vigilanza. Non tutto può diventare realtà senza conseguenze. Ogni realtà che si afferma lo fa a scapito di altre possibilità.

È qui che il tema iniziale acquista il suo spessore più profondo. Dire che tutto può diventare realtà non è un invito all’arbitrio, ma un monito. Ci ricorda che il mondo in cui viviamo è, in larga misura, il risultato di ciò che abbiamo accettato come reale. Ciò che abbiamo smesso di contestare. Ciò che abbiamo lasciato sedimentare. In un mondo poco reale, l’inerzia è una forza potentissima.

La domanda etica fondamentale diventa allora: quali realtà siamo disposti a rendere abitabili? Quali narrazioni vogliamo sostenere? Quali forme di vita vogliamo rendere possibili? Non esiste una risposta unica a queste domande. Ma esiste la responsabilità di porsele. La realtà, oggi, non è un dato da subire, ma un campo da attraversare con consapevolezza.

Se si accetta fino in fondo l’idea che la realtà non sia più un fondamento ma una costruzione instabile, allora diventa necessario rivedere anche il criterio con cui giudichiamo ciò che “tiene” nel tempo. In assenza di un reale assoluto, la domanda non può più essere se qualcosa sia vero in senso definitivo, ma se sia sostenibile, se sia abitabile, se produca relazioni che non si dissolvano immediatamente nel conflitto o nell’indifferenza. La realtà, in questo senso, non è più ciò che si impone per forza, ma ciò che riesce a durare senza annientare ciò che le sta attorno.

La nozione di durata diventa allora centrale. Non una durata metafisica, garantita da un’essenza, ma una durata fragile, continuamente minacciata, che deve essere rinnovata attraverso pratiche, gesti, attenzioni. Una realtà che dura non è una realtà immobile; è una realtà che accetta di trasformarsi pur di non spezzarsi. In un mondo poco reale, la solidità non è più un valore: lo è la flessibilità, intesa non come adattamento passivo, ma come capacità di riformulare se stessi senza perdere del tutto coerenza.

Questo spostamento incide profondamente anche sul modo in cui pensiamo il legame sociale. Se la realtà non è data, anche il legame non è naturale. Non esiste un “noi” originario che preceda la relazione; esiste piuttosto un noi che emerge dall’interazione, dalla negoziazione, dal conflitto e dalla sua temporanea composizione. Il legame non è il presupposto della realtà comune; è il suo effetto. E come ogni effetto, può essere più o meno stabile, più o meno giusto, più o meno inclusivo.

In questo senso, la realtà condivisa non è un punto di partenza, ma un risultato sempre provvisorio. Essa si produce quando una pluralità di soggetti accetta, anche solo temporaneamente, di riconoscere una stessa configurazione di senso. Questo riconoscimento non elimina il dissenso, ma lo rende praticabile. Una realtà che non tollera il dissenso è una realtà fragile, destinata a irrigidirsi o a esplodere. Paradossalmente, una realtà che accetta di essere contestata è più reale di una che pretende di essere indiscutibile.

Il venir meno di una realtà assoluta obbliga dunque a ripensare il concetto stesso di consenso. Il consenso non è più l’adesione a una verità evidente, ma un accordo sempre rinegoziabile su ciò che, in un dato momento, consideriamo reale. Questo rende il vivere comune più complesso, ma anche più aperto. La complessità non è un difetto; è il prezzo della pluralità. In un mondo poco reale, la semplicità è spesso una forma di violenza simbolica.

Anche il conflitto assume una nuova fisionomia. Non è più soltanto lo scontro tra interessi opposti all’interno di una realtà condivisa, ma lo scontro tra realtà diverse. Ciò che entra in conflitto non sono solo le opinioni, ma le cornici di senso che rendono quelle opinioni intelligibili. In questo senso, il conflitto non è un’anomalia; è una dimensione strutturale del reale contemporaneo. Tentare di eliminarlo significa spesso cancellare la pluralità che lo genera.

La tentazione di ridurre questa complessità attraverso narrazioni semplificate è forte. Il richiamo a una realtà “vera”, “naturale”, “originaria” risponde al bisogno di stabilità, ma rischia di produrre nuove forme di esclusione. Ogni volta che una realtà viene presentata come naturale, qualcuno viene espulso dal suo perimetro. In un mondo poco reale, l’idea di natura è spesso un dispositivo retorico, non una garanzia ontologica.

Accettare la costruzione della realtà non significa negare i limiti. Significa piuttosto riconoscere che i limiti non parlano da soli. Anche il limite deve essere interpretato. Anche il dato più resistente acquista senso solo all’interno di una cornice. Questo vale per il corpo, per il dolore, per la finitezza. Nulla di tutto questo è meno reale; ma nulla di tutto questo è autosufficiente. La realtà non è mai muta: siamo noi a farla parlare.

Così, il ruolo dell’arte e della letteratura assume una funzione quasi paradigmatica. Esse non pretendono di dire la verità ultima del mondo, ma mostrano come il mondo possa essere altrimenti. Non offrono fondamenti, ma possibilità. In un’epoca in cui il reale è fragile, questa capacità di immaginare forme alternative non è evasione; è una risorsa critica. L’arte non nega la realtà; ne mette in evidenza il carattere contingente.

La letteratura, in particolare, lavora sulla durata fragile delle esperienze. Essa non produce realtà stabili, ma intensità che resistono al tempo proprio perché non pretendono di fissarsi una volta per tutte. Un personaggio letterario è reale non perché esiste, ma perché continua a parlare, a interpellare, a produrre senso. In questo senso, la letteratura anticipa una concezione della realtà come relazione, non come oggetto.

Anche la memoria collettiva si colloca su questo crinale. La memoria non conserva semplicemente il reale; lo ricostruisce. Ogni atto di memoria è una selezione, un montaggio, un’interpretazione. In un mondo poco reale, il passato non è mai definitivamente chiuso. Esso ritorna, si riattiva, viene risignificato alla luce del presente. Questo non significa che tutto sia riscrivibile senza limiti, ma che il passato non è mai indipendente dal modo in cui lo raccontiamo.

La memoria, come la realtà, è un campo di forze. Ciò che viene ricordato e ciò che viene dimenticato non dipende solo da ciò che è accaduto, ma da ciò che una comunità è in grado di sostenere simbolicamente. In questo senso, anche il passato può diventare realtà in modi nuovi, proprio perché il reale non è mai stato così poco reale nel senso della sua fissità.

Arrivati a questo punto, appare chiaro che il tema iniziale non descrive una semplice condizione storica, ma una trasformazione antropologica. Cambia il modo in cui gli esseri umani si rapportano al mondo, al tempo, a se stessi. La realtà non è più il terreno solido su cui camminare, ma una superficie mobile su cui mantenere l’equilibrio. Questo richiede nuove competenze: interpretative, simboliche, relazionali.

Forse è proprio questa la sfida più profonda del presente. Non tanto difendere una realtà perduta, quanto imparare a vivere in una realtà che non garantisce più nulla se non la possibilità di essere continuamente rifatta. In questo senso, tutto può diventare realtà non come promessa di onnipotenza, ma come esposizione radicale. Nulla ci protegge dalla necessità di scegliere.

La realtà, oggi, non è più un rifugio. È un compito. Un compito fragile, sempre incompiuto, che richiede attenzione, cura, responsabilità. In un mondo in cui nulla è mai stato così poco reale, rendere qualcosa reale significa assumersi il peso delle sue conseguenze. Ed è forse solo a partire da questa consapevolezza che diventa possibile pensare una nuova forma di convivenza, non fondata sulla certezza, ma sulla tenuta reciproca.

Se si guarda retrospettivamente al percorso fin qui tracciato, appare evidente che il paradosso da cui siamo partiti non descrive semplicemente un’epoca di confusione o di perdita, ma una trasformazione strutturale del modo in cui il reale viene prodotto, abitato e trasmesso. Dire che nulla è mai stato così poco reale non equivale a denunciare un’epoca di falsità universale, bensì a riconoscere che il reale ha perso il suo statuto di evidenza autosufficiente. Il reale non è più ciò che si impone in quanto tale, ma ciò che deve essere continuamente sostenuto, interpretato, legittimato. Proprio per questo, tutto può diventare realtà: non perché tutto sia vero, ma perché nulla è definitivamente escluso dal processo di realtà.

Questo spostamento comporta una ridefinizione profonda del rapporto tra possibilità e necessità. In passato, la realtà era il luogo della necessità, mentre la possibilità restava confinata al pensiero, al desiderio, all’utopia. Oggi questa gerarchia si rovescia. La possibilità precede la realtà, la interroga, la mette alla prova. La realtà non è più ciò che chiude il possibile, ma ciò che ne seleziona alcune forme, temporaneamente, provvisoriamente. Viviamo in un mondo in cui la possibilità non è più un’eccezione, ma una condizione permanente.

Questo non significa che la realtà abbia smesso di opporre resistenza. Al contrario: la resistenza esiste, ma non ha più un significato univoco. Non è più il segno di una verità ontologica, bensì l’effetto di una configurazione storica, sociale, simbolica. Ciò che resiste oggi può cedere domani; ciò che sembra impossibile può improvvisamente diventare praticabile. La realtà non è un muro; è una soglia.

Pensare la realtà come soglia implica un mutamento del nostro immaginario etico e politico. La soglia non è un confine netto, ma uno spazio di passaggio, di incertezza, di negoziazione. Abitare una soglia significa accettare l’ambiguità come condizione, non come errore. Significa rinunciare all’illusione di una stabilità definitiva senza precipitare nel caos. In questo senso, la realtà contemporanea richiede una maturità simbolica nuova: la capacità di vivere senza fondamenti assoluti, ma non senza criteri.

I criteri, in un mondo poco reale, non possono più essere garantiti da un ordine naturale o trascendente. Devono essere costruiti, discussi, condivisi. Essi non hanno la forma di leggi eterne, ma di orientamenti pratici. Non dicono ciò che è vero una volta per tutte, ma ciò che, in un determinato contesto, permette al mondo di restare abitabile. La realtà, allora, non è ciò che semplicemente esiste, ma ciò che non distrugge la possibilità di esistere insieme.

Questo porta a una concezione della verità meno trionfale e più fragile, ma anche più esigente. La verità non è ciò che mette fine al discorso, ma ciò che lo rende responsabile. In un mondo in cui tutto può diventare realtà, dire il vero significa assumersi il rischio di incidere sul reale. La verità non è mai innocua, perché contribuisce a stabilire ciò che conta, ciò che pesa, ciò che viene riconosciuto. Proprio per questo, essa non può essere ridotta né a opinione soggettiva né a dogma indiscutibile.

La realtà, in questa prospettiva, non è il contrario della finzione. È il risultato di una finzione che ha retto, che ha trovato consenso, che ha prodotto effetti sufficientemente stabili da diventare mondo. Questa affermazione può sembrare provocatoria, ma non implica una svalutazione del reale. Al contrario, ne sottolinea il carattere laborioso. La realtà è ciò che costa fatica, ciò che richiede manutenzione, ciò che non può essere dato per scontato.

In questo senso, il reale contemporaneo assomiglia più a un equilibrio dinamico che a una struttura portante. Esso non poggia su un fondamento immobile, ma su una rete di relazioni che devono essere continuamente rinnovate. Quando queste relazioni si spezzano, la realtà si frammenta. Quando vengono curate, la realtà acquista consistenza. Non esiste una realtà forte in sé; esiste una realtà più o meno sostenuta.

Tornando al paradosso iniziale, si potrebbe allora dire che tutto può diventare realtà proprio perché la realtà non è più protetta dalla sua presunta naturalità. La perdita di naturalità non rende il mondo irreale; lo rende storico, contingente, esposto. E ciò che è esposto può essere trasformato. La trasformabilità del reale è la sua fragilità, ma anche la sua promessa.

Questa promessa, tuttavia, non è garantita. Nulla assicura che le realtà che prenderanno forma saranno più giuste, più vivibili, più inclusive. Il fatto che tutto possa diventare realtà non implica che tutto debba diventarlo. Qui risiede il punto di massima tensione del nostro tempo. L’apertura del possibile non coincide automaticamente con il progresso. Essa può generare emancipazione, ma anche nuove forme di dominio. La differenza non sta nella struttura del reale, ma nelle pratiche che lo attraversano.

Viviamo dunque in un’epoca in cui la realtà non è mai stata così poco reale nel senso della sua pretesa di necessità, ma mai così carica di conseguenze. Ogni configurazione che si stabilizza produce effetti profondi sulle vite, sui corpi, sulle relazioni. Nulla è neutro, perché nulla è dato. La realtà è sempre una scelta che si è naturalizzata.

Forse è proprio questa consapevolezza a definire la possibilità di una nuova maturità collettiva. Non il ritorno a un reale forte, ma l’assunzione di un reale fragile. Non la nostalgia di un fondamento perduto, ma la capacità di costruire legami senza garanzie ultime. Non la rinuncia alla verità, ma la sua pratica responsabile.

In questo orizzonte, la realtà non è più ciò che si oppone al pensiero, ma ciò che nasce dal pensiero quando esso accetta di confrontarsi con le sue conseguenze. La realtà non è più ciò che chiude il mondo, ma ciò che lo tiene aperto abbastanza da poter essere abitato. Tutto può diventare realtà non perché tutto sia uguale, ma perché nulla è definitivamente sottratto al lavoro del senso.

Il paradosso iniziale non si risolve, dunque. Si abita. Come una soglia, come una tensione, come una condizione permanente. Vivere oggi significa vivere in questo spazio instabile, in cui il reale non è mai garantito, ma sempre possibile. E forse è proprio in questa instabilità che risiede, nonostante tutto, la possibilità di un mondo meno cieco, meno inevitabile, meno crudele.