lunedì 9 marzo 2026

Anna Maria Ortese: la visionaria dell'invisibile. Un saggio sul "diverso", sull'identità e sul reale come tensione morale



Introduzione
Anna Maria Ortese e la letteratura come rivelazione morale del reale

La figura di Anna Maria Ortese (1914–1998) resta una delle più singolari e inclassificabili del Novecento letterario italiano. Al di fuori delle correnti, refrattaria alle mode, estranea ai compromessi, la sua voce ha attraversato il secolo con la discrezione di chi parla da una soglia: non al centro della scena, ma non del tutto ai margini; non nell’ombra, ma neppure alla luce compiacente della ribalta. L’inattualità della sua opera, già rilevata da critici come Geno Pampaloni e Giorgio Manganelli, è oggi la sua qualità più necessaria.

Questo saggio si colloca nel solco di una riflessione che vede nella Ortese non soltanto una narratrice visionaria, ma una pensatrice radicale del reale come problema etico. Non si tratta, qui, di interpretare l’autrice con gli strumenti della filologia tradizionale, né di ricondurla a una genealogia estetica prestabilita. Piuttosto, si propone una lettura orientata a mettere in rilievo la dimensione morale, quasi sacrale, del suo sguardo. La Ortese è — secondo la prospettiva qui adottata — meno una “romanziera” e più una mistica laica del linguaggio. Non inventa storie per distrarre, ma plasma visioni per risvegliare. Ogni sua pagina è una ferita, ma anche una preghiera.

Il saggio segue un itinerario che attraversa la sua produzione narrativa, saggistica e giornalistica, mettendo in luce come le categorie di “diverso”, “identità” e “visione” non siano temi occasionali, ma strutture portanti della sua poetica. Viene proposta una lettura dell’alterità non come campo di studio sociologico, ma come esperienza spirituale. L’identità, nel mondo ortesiano, non si definisce per opposizione, ma per risonanza. Il reale, infine, non è mai dato: è una soglia di passaggio, un luogo che esige sguardo, dolore e meraviglia.

A emergere è una Ortese profondamente legata a una tradizione di pensiero che tiene insieme Dostoevskij e Simone Weil, Rilke e Leopardi, Poe e Nerval: figure per le quali la scrittura non è mestiere ma esodo, non intrattenimento ma responsabilità metafisica. In questa chiave, anche il rifiuto ortesiano di ogni “realismo” sociologico trova la sua legittimità più profonda: la scrittrice non nega il mondo, ma lo restituisce a una luce altra, che non è evasione ma rivelazione.

Questo lavoro non intende fornire una sistematizzazione definitiva della sua opera, ma contribuire al suo ripensamento come filosofia narrativa del visibile perduto. Non è un caso che Ortese sia oggi oggetto di un rinnovato interesse critico, soprattutto da parte delle nuove generazioni di studiosi e scrittori: la sua irriducibilità, che per decenni l’ha resa estranea ai circuiti del potere letterario, si rivela oggi condizione di autenticità.

Più che mai, nel nostro tempo di crisi ecologica, disorientamento antropologico e dissoluzione dei linguaggi comuni, la voce di Ortese parla con l’urgenza di una chiamata alla responsabilità del vedere. In lei, il sogno non è fuga ma tensione etica. La visione non è astrazione, ma forma di pietà. La diversità non è difetto, ma cifra di una possibile salvezza. Per questo, la Ortese non può essere “celebrata” — deve essere ascoltata, e infine attraversata.


Nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento, Anna Maria Ortese occupa un posto singolare e dissonante, difficilmente riconducibile a scuole, movimenti o correnti generazionali. La sua voce appare isolata, ma non isolabile, come una nota che vibra da un registro più alto e più remoto, spesso inascoltata, a tratti rigettata, ma che proprio per questo conserva una forza dirompente. Parlare di Ortese oggi non è solo un esercizio di riesame critico, ma un atto di necessaria restituzione, di giustizia nei confronti di una scrittrice che fu a lungo fraintesa, marginalizzata e che, come spesso accade ai veri veggenti, ha scritto per un tempo futuro, il nostro.

Al cuore della riflessione ortesiana, e della sua opera tutta, sta il concetto di diverso — termine che nel passo tratto da Corpo celeste viene contestato nella sua accezione più recente e superficiale, quella che lo vuole relegato all’ambito dell’identità affettiva o psichica. Ortese rivendica, invece, una diversità di ordine ontologico e spirituale, che si esprime nella figura del cercatore d’identità: colui che scruta nel fondo della realtà per ritrovare un senso smarrito, non solo per sé, ma per la collettività, per l’anima nazionale e cosmica. Non è la devianza a definire il diverso, né l’anomalia sociale o il trauma individuale; è la fedeltà a una chiamata più alta, la memoria del cielo, ciò che separa e distingue i pochi dai molti.

Questa concezione si radica nella convinzione che la realtà sensibile sia solo una parte, e forse la meno vera, dell’esperienza umana. «Credo in tutto ciò che non vedo, e credo poco in quello che vedo»: in questa dichiarazione si condensa non solo una posizione metafisica, ma un intero progetto etico e letterario. Ortese assume una postura che potremmo definire mistica, ma senza dogmi, priva di strutture teologiche: si tratta di una mistica laica, naturalistica, talvolta animistica, nutrita da una tensione continua verso l’invisibile. Gli spiriti dei boschi e delle montagne, le farfalle che osservano con occhi improvvisati, gli uccelli che all’alba salutano le case umane: questi elementi non sono ornamenti lirici, ma presenze reali, attive, agenti. Non si tratta di metafore, ma di entità. La scrittura ortesiana non descrive, rivela.

A partire da Il mare non bagna Napoli (1953), l'opera che più contribuì alla sua fama — e, paradossalmente, alla sua emarginazione dal contesto letterario partenopeo — Ortese denuncia una deformazione della realtà urbana e sociale che è anche una deformazione dell’anima. In quella raccolta di racconti e cronache, Napoli appare come un organismo ferito, brulicante di vite disperate e di una bellezza offesa. Ma la vera colpa che l’ambiente intellettuale napoletano non perdonò alla scrittrice fu la sua pietà intransigente, la sua insistenza nel non accettare il degrado come condizione necessaria. Ortese non descrive la miseria per farne oggetto di denuncia sociologica; essa le appare come una frattura metafisica, una perdita dell’ordine sacro delle cose.

Il “diverso” ortesiano, dunque, non è colui che si ribella per protesta, ma chi si ostina a credere. Credere nell’anima, negli spiriti della Natura, nelle apparizioni. In questo, Ortese si avvicina straordinariamente a figure come Cristina Campo, con cui condivide un’idea di letteratura come esercizio di purificazione e di verticalità. Entrambe diffidano dell’attualità, dell’ideologia, del tempo storico come unico orizzonte dell’essere. Entrambe si rivolgono a una realtà altra, che può essere colta solo attraverso il silenzio, la visione, l’invocazione.

Eppure, Ortese non è una scrittrice religiosa nel senso comune del termine. La sua fede nell’invisibile non si traduce mai in un’adesione dogmatica. Anzi, la sua è una spiritualità ferocemente individuale, quasi solipsistica, nutrita di malinconia mediterranea e di una disillusione radicale verso l’umanità. «In una sola cosa non credo: nell’uomo e nella donna, che esistano ancora», scrive in Corpo celeste. È una delle frasi più dure mai pronunciate da una scrittrice italiana. Ma non è una condanna misantropica: è piuttosto la constatazione di un vuoto ontologico. L’uomo e la donna — nel senso pieno, archetipico, platonico — non esistono più, sono diventati simulacri, canne vuote, luoghi comuni. L’identità umana si è dissolta in una retorica spenta, in un’apparenza che ha perso ogni contatto con il numinoso.

Come in Simone Weil, anche in Ortese l’idea di assenza è centrale. Ma mentre in Weil l’assenza di Dio è una prova, un atto d’amore assoluto, in Ortese l’assenza è soprattutto un dolore cosmico, una perdita che non ha redenzione. E tuttavia, nella sua opera affiora una possibilità: quella di immaginare strutture di luce, di gettare «reti aeree sulla terra» perché essa non sia più «un luogo buio e perduto». Qui la scrittura si fa progetto etico: non una forma di evasione, ma una vera e propria forma di soccorso. La letteratura diventa architettura luminosa, ponte tra l’alto e il basso, tra l’anima e la materia.

Questa tensione si incarna perfettamente in L’Iguana (1965), uno dei romanzi più singolari della narrativa italiana del secolo scorso. Ambientato su un’isola immaginaria, il racconto segue le vicende di un giovane emissario milanese in missione per conto di un misterioso "patrizio illuminato". L’isola è abitata da un vecchio conte, dai suoi due figli e da una strana creatura: un’iguana che parla, soffre, implora pietà. Il protagonista, poco a poco, si rende conto che quella figura mostruosa e dolente è l’unico essere veramente umano sull’isola. In quest’opera, la diversità diventa rivelazione, ma anche martirio: l’iguana è l’anima sofferente del mondo, una figura sacrificale, una santa animale che porta in sé tutto il dolore dell’esistenza.

Ortese non teme di oltrepassare i confini della verosimiglianza. La sua scrittura è visionaria non per capriccio stilistico, ma perché il reale le appare come un velo da squarciare. La prosa diventa così il luogo in cui ciò che è nascosto si manifesta: non si tratta di realismo magico, né di allegoria; si tratta di una scrittura che crede, nel senso più radicale del termine, che prende sul serio l’invisibile. Per questo la sua voce ha più a che fare con Rainer Maria Rilke che con i suoi contemporanei italiani. Come Rilke, Ortese sente che il compito del poeta (o dello scrittore) è di custodire l’invisibile, di dargli una forma, di renderlo udibile. Entrambi parlano da un altrove, e tuttavia si rivolgono a noi con una urgenza che non ammette rinvii.

Se c’è una morale nel pensiero ortesiano, essa non risiede nei contenuti, ma nella forma stessa della visione. Scrivere, per lei, è un atto etico, una scelta di campo. In un mondo che ha rifiutato l’anima, scegliere di vederla ancora, e di parlarne, è già una forma di resistenza. L’infanzia non è per Ortese solo una fase biografica, ma una condizione ontologica: è l’età della credenza, della permeabilità all’invisibile, dello stupore che salva. Ecco perché conclude: «In tutto credo, come i bambini».

La bambina che Ortese fu — timida, ritardata, poco incline all’apprendimento scolastico — è forse la stessa scrittrice che, da adulta, ha saputo creare uno dei linguaggi più puri, lirici e vertiginosi della nostra letteratura. Il suo apprendistato non fu scolastico, ma interiore. I primi inverni a Potenza, i geloni, la neve come elemento iniziatico, i libri scoperti per caso, tutto concorre a disegnare il ritratto di un’educazione dall’interno, che non ha bisogno di istituzioni perché è già, da sempre, spirituale.


Il linguaggio come struttura di luce. L’etica della visione nelle opere tarde

Nel pensiero e nella prassi letteraria di Anna Maria Ortese, il linguaggio assume una funzione che va ben oltre la comunicazione: è un veicolo spirituale, un’emanazione della sostanza etica dell’universo. Scrivere non significa riprodurre il mondo, ma correggerlo, illuminare le sue ombre, restituirgli una dignità perduta. Per Ortese, la parola è tanto più vera quanto più si distanzia dalla cronaca, dall’utilità, dalla verifica. È una parola che sogna, che invoca, che si ritrae: una parola ferita e luminosa, come la lingua degli angeli caduti. La sua è una scrittura profetica, nel senso biblico del termine: una voce che parla per conto di un ordine superiore, e che cerca, con disperata umiltà, di ricucire lo strappo tra umano e divino.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta — gli ultimi della sua vita, e paradossalmente quelli della sua piena affermazione — Ortese radicalizza sempre più questa tensione tra linguaggio e salvezza. I romanzi e i saggi di questo periodo, in particolare Il cardillo addolorato (1993) e Corpo celeste (1997), si allontanano definitivamente dalla linearità narrativa per farsi sempre più oracolari. Il lettore non viene più accompagnato, ma iniziato. La pagina diventa uno spazio di apparizione, dove le figure non si lasciano addomesticare dal racconto, ma resistono, si trasfigurano, impongono una distanza sacrale.

In Il cardillo addolorato, ambientato in una Napoli settecentesca che è insieme reale e metafisica, Ortese costruisce un intrico di simboli, visioni e interrogativi ontologici che sfidano ogni intento di comprensione razionalistica. Il cardillo — uccello magico, creatura ferita, simbolo della parola sacra che non si lascia catturare — attraversa il romanzo come un grido trattenuto, come un’eco del divino perduto. Le figure umane che lo circondano — nobili, intellettuali, sognatori, prostitute, servi — sono tutte, in diversa misura, personificazioni di una colpa originaria: l’aver dimenticato l’anima, l’aver voltato le spalle alla luce. Il romanzo non offre redenzioni né trame rassicuranti; chiede, piuttosto, una disponibilità radicale al mistero, una resa senza condizioni alla bellezza che salva e ferisce insieme.

La Napoli ortesiana di fine secolo — sia quella reale, vista dalla terrazza di vico Belvedere a Mergellina, sia quella onirica, teatrale, mitica delle sue invenzioni — non è mai solo un luogo geografico. È una prova morale. È il simbolo di una civiltà che ha rinunciato alla propria vocazione spirituale in cambio del pragmatismo, della retorica, del consumo di sé. «Una volta – scrive in Corpo celeste – fu pensabile che la città fosse un’anima. Poi si è cominciato a pensare che la città fosse un mercato.» In questa frase, apparentemente semplice, si cela un intero giudizio escatologico sulla storia italiana del Novecento. Il passaggio dalla città-anima alla città-mercato non è solo un declino urbanistico: è una catastrofe ontologica. Non si tratta di restaurare il passato, ma di riscoprire il senso perduto del vivere insieme.

Il linguaggio ortesiano è dunque, sempre più, uno strumento di opposizione alla barbarie del tempo. Non per nostalgia, ma per fedeltà a una verità altra. Le frasi si allungano, si spezzano, oscillano tra lirismo e invettiva, tra dolcezza e durezza. La sintassi si fa labirintica, talvolta mistica. Alcuni critici hanno parlato di “prosa barocca”, ma sarebbe più giusto parlare di una prosa visionaria, in cui ogni parola è pesata come in una liturgia. La frase ortesiana non è mai decorativa, anche quando sembra eccedere: è sempre chiamata, offerta, resistenza.

In Corpo celeste, forse il testo più esplicitamente teorico della sua produzione, Ortese affronta direttamente la questione della crisi del reale. Il saggio si presenta come una raccolta di riflessioni, sogni, memorie e profezie, ma nella sua apparente frammentarietà si disegna un itinerario preciso: quello che conduce dalla consapevolezza della fine dell’umano alla possibilità di una rinascita spirituale fondata sulla visione. L’epoca moderna ha disimparato a vedere, dice Ortese. Ha ridotto la realtà a visibilità, a rappresentazione, a consumo ottico. Ma la vera visione non è guardare — è sentire con l’anima. Vedere, per Ortese, è un atto morale: implica la disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che si contempla.

In questo senso, la visione ortesiana non ha nulla di voyeuristico o estetizzante: è penitenziale. Chi guarda con l’anima si espone alla sofferenza del mondo, ne assume il dolore, ne porta le stigmate. È questo il senso ultimo del “diverso” che Ortese difende: una figura fragile, spesso incomprensibile, ma che è chiamata a custodire il fuoco sacro della realtà. Non un ribelle, non un eretico, non un outsider, ma un custode dell’invisibile.

La letteratura, allora, non è più uno strumento di rappresentazione, ma di intercessione. Il compito dello scrittore non è dare voce al suo tempo, ma salvarlo. Questa posizione, così radicale e antitetica rispetto alle estetiche dominanti del secondo Novecento italiano — spesso più inclini al disincanto, al minimalismo, all’ironia — ha contribuito a isolare Ortese, ma anche a renderla irriducibile. Nel suo rifiuto della “normalità”, ella anticipa molte delle domande che oggi agitano il pensiero ecologico, postumano e spirituale. La sua attenzione per gli animali, per le piante, per la sofferenza dei luoghi, non nasce da un'ideologia ambientalista, ma da un'intuizione mistica dell'unità del vivente.

E in questa visione unitaria, l’idea di identità viene completamente rovesciata. Per Ortese, identità non è ciò che ci separa, ma ciò che ci lega. Non è il nome, il sesso, la provenienza, la memoria biografica: è il mistero che ci accomuna a tutte le creature. In questo senso, Ortese è una pensatrice radicalmente anti-identitaria. Non per negazione, ma per trascendenza. Il vero io, per lei, è sempre in cerca, è sempre oltre. Chi si definisce, si limita. Chi si riconosce in una categoria, si chiude. Il diverso, invece, è colui che resta aperto al vento dell’invisibile.

Per comprendere appieno questa posizione, occorre rileggere il passo già citato: «Questo essere ‘diverso’ non può più essere compreso nella psiche, o affettività, o istintività. Egli si presenta oggi come un cercatore d’identità, un testimone della caduta e della ricerca, e del bisogno della memoria, del cielo.» La diversità, dunque, è una condizione spirituale. Il diverso è colui che non accetta l’oblio, che rifiuta il silenzio degli dèi, che continua a cercare un ordine più alto. In questo, è martire e profeta, pellegrino e eretico, fanciullo e folle. In una società che ha espulso l’anima, il diverso non è più marginale: è centrale, perché custodisce l’unica verità possibile.

Ortese ci chiede allora una scelta: continuare a vivere nella superficie della visibilità, o tentare il rischio della profondità. Scrivere — e leggere — non sono, per lei, attività culturali, ma atti sacri. Condividere una pagina è come accendere una candela in una stanza buia. Chi legge Ortese con cuore aperto non ne esce indenne: è costretto a cambiare sguardo, a disimparare le certezze, a riaprire ferite che pensava cicatrizzate. Ma in questo dolore si nasconde la possibilità di una metamorfosi. Come l’iguana del suo romanzo, anche noi possiamo tornare a essere umani. Forse.


Ortese e il tempo: l’utopia del visibile e il lascito di una scrittrice senza eredi

Il tempo, per Anna Maria Ortese, non è mai lineare. Né nella sua concezione filosofica né nella struttura dei suoi testi. Si potrebbe anzi affermare che l’intera sua opera sia una battaglia costante contro la cronologia come forma di dominio. Per Ortese, il tempo storico — quello della politica, della guerra, dell’economia, dell'industria, dei telegiornali — è una trappola. È il tempo del dominio e della dimenticanza. È il tempo che spezza la continuità tra l’umano e l’invisibile, tra la creatura e l’eterno. La sua scrittura mira invece a costruire un tempo altro, che è insieme memoria, profezia e durata interiore.

In questo tempo altro — tempo visionario — gli eventi non si succedono, ma si rispecchiano. Le epoche si parlano. Le figure ritornano, sotto altri nomi, in altri luoghi, come reincarnazioni di una stessa domanda senza risposta. Il bambino cieco di Il mare non bagna Napoli è fratello del fanciullo di Alonso e i visionari, che a sua volta è parente del piccolo Ambron di Il cardillo addolorato. Non importa che siano ambientati in secoli diversi: appartengono tutti allo stesso ordine morale. Sono, ciascuno a suo modo, testimoni di un’assolutezza perduta. Figure angeliche, ma non celesti; ferite, ma non vinte; creature che continuano a cercare anche quando tutto sembra condannato all’oscurità.

La funzione di queste figure non è decorativa né semplicemente narrativa. Esse sono il cuore pulsante del tempo ortesiano. In loro si raccoglie ciò che resta del sacro, non più accessibile per via liturgica o religiosa, ma ancora percepibile nel dolore, nel sogno, nella compassione. È nel loro sguardo — sempre disarmato, sempre in attesa — che si rivela la possibilità di una rigenerazione del reale. Se vi è un’utopia in Ortese, essa non è politica ma ontologica: è l’utopia del visibile restituito alla luce. Un visibile che non è apparenza, ma epifania; che non serve a confermare il noto, ma a dischiudere l’ignoto.

Eppure, proprio in questa tensione verso l’invisibile si consuma la distanza abissale tra Ortese e il suo tempo. Gli anni in cui pubblica i suoi ultimi libri coincidono con un’Italia sempre più affaticata, cinica, impoverita non solo economicamente, ma spiritualmente. L’immaginazione, che per Ortese è la sola via di salvezza, è ormai derisa come infantilismo. L’etica è ridotta a formalismo. La letteratura — da lei vissuta come un sacramento — è sempre più mercificata. E proprio qui la scrittrice sceglie il gesto più paradossale e radicale: non si adegua. Rifiuta premi, convegni, carriere. Scrive lettere infuocate a direttori di giornale. Risponde ai critici con parole che non ammettono compromessi. Non si oppone con rabbia, ma con solitudine. Ortese non milita, non polemizza: si ritrae. Ma in questo ritrarsi, costruisce l’unica forma possibile di testimonianza: la fedeltà assoluta a sé stessa.

È per questo che oggi, più che mai, la sua voce appare profetica. La sua radicalità, che in vita l’ha resa difficile da inquadrare, è oggi ciò che la rende indispensabile. Ortese non ci ha lasciato un messaggio da decifrare, ma una postura da assumere. Ci chiede di tornare a guardare il mondo come se fosse nuovo. Ci chiede di restare fedeli alla meraviglia anche nel cuore del disincanto. Ci chiede di scegliere — ogni giorno — tra la visione e l’indifferenza.

Il suo tempo, come si è detto, non è quello degli orologi, ma delle apparizioni. È un tempo che non rassicura, ma interpella. In questo senso, Ortese non ha eredi. Non perché manchino scrittori visionari o profondi nella letteratura italiana contemporanea, ma perché nessuno ha voluto portare fino in fondo il suo gesto estremo di allontanamento dalla realtà condivisa. Nessuno ha osato vivere la scrittura come unica forma di vita possibile. Ortese ha sacrificato tutto — popolarità, denaro, appartenenza, serenità — in nome di una visione. Ha pagato il prezzo della sua coerenza, e solo oggi cominciamo davvero a comprenderne il valore.

Chi sono oggi i diversi di cui parlava Ortese? Sono ancora tra noi? Sono figure marginali, silenziose, invisibili, che non trovano posto nelle narrazioni dominanti. Sono i poeti, i bambini, i malati, gli animali, gli alberi, i migranti, i folli, i sognatori. Sono coloro che resistono alla logica dell’efficienza, della velocità, della semplificazione. Sono quelli che — come scriveva in una delle sue lettere più toccanti — «ancora parlano alla luna». A tutti costoro Ortese rivolge il suo invito più alto: non smettere di vedere. Non smettere di cercare il corpo celeste che ogni realtà nasconde.

In questo senso, il pensiero ortesiano sulla diversità, sull’identità e sul reale non è solo un discorso letterario. È un’etica, una mistica, un atto di resistenza. In un’epoca in cui l’identità viene usata spesso come arma — per escludere, per definire, per irrigidire — Ortese ci propone una visione fluida, interrogativa, sacra. L’identità, per lei, non è ciò che si possiede, ma ciò che si custodisce. Non è ciò che si afferma, ma ciò che si ascolta. Non è confine, ma soglia.

Ecco allora che il “diverso”, nella sua definizione, si rovescia. Non è più colui che sta fuori, ma colui che vede dentro. Non è più l’escluso, ma il veggente. Non è più il debole, ma il prescelto. Un prescelto che non ha potere, ma ha sguardo. E in questo sguardo abita una promessa: quella di un mondo ancora possibile, dove ogni creatura — umana e non — possa essere finalmente vista, amata, rispettata.

Con Ortese non si legge, si cammina nel buio con una candela. Si procede lenti, timorosi, incantati. Si inciampa, si torna indietro, si rilegge. Ma ad ogni passo, se si è disposti a vedere, il mondo si trasfigura. Il reale, che sembrava opaco e crudele, si fa poroso, incerto, aperto alla grazia. E allora il lettore — come il protagonista di una delle sue storie più belle — si scopre trasformato. Non più cittadino di una terra morente, ma pellegrino di un regno invisibile, dove il tempo non ha padroni, e ogni parola è una ferita che canta.



Scrivere di Anna Maria Ortese significa affrontare il rischio della vertigine. Nulla in lei è semplice, lineare, classificabile. La sua opera sfida la critica, resiste all’accademia, si sottrae alla retorica. Ma proprio per questo, essa ci obbliga a essere lettori nuovi. Lettori disarmati. Lettori umili. Perché in ogni sua pagina Ortese ci chiede non un’interpretazione, ma una trasformazione. Ci chiede di tornare a essere diversi, cioè vivi.

In un tempo come il nostro — che ha smarrito l’infanzia, deriso l’anima, e mercificato il linguaggio — la sua voce è una delle poche a indicarci ancora un sentiero. Un sentiero stretto, impervio, talvolta doloroso, ma che porta verso ciò che più manca: la luce invisibile del reale.

E se è vero, come scriveva, che «il dolore dell’uomo viene dalla caduta della visione», allora leggere Ortese non è un lusso intellettuale, ma un dovere etico. Un atto di resistenza. Una possibilità di salvezza.


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