sabato 13 giugno 2026

La ronda delle ombre



Chi elude il gendarme di aspettare non compie un atto eroico. Non scardina le porte. Non grida alla libertà. Piuttosto si lascia svuotare lentamente, come un bicchiere lasciato in terrazza sotto la pioggia, finché non resta che il fondo intorbidito di ciò che è stato. È una forma di apnea, ma senza corpo da salvare.

Aspettare è diventato un comando inespresso. È l’ordine che si insinua tra i denti mentre si stringono le mascelle. È il verbo che rimbalza dentro ogni email rimasta in bozza, ogni saluto che avrebbe potuto iniziare qualcosa ma invece si è consumato come l’accensione fallita di un fiammifero. Chi aspetta è prigioniero. Chi elude l’attesa è un disertore senz’armi.

Le ronde non passano più col clangore metallico dei tempi andati. Ora si muovono lievi, portano uniformi invisibili, e si chiamano algoritmi, timer, notifiche che sfarfallano sul bordo dello schermo come insetti ciechi. Non bussano, ma entrano. Non accusano, ma ricordano. È peggio. Chi spezza la ronda non viene punito, viene dimenticato.

Contorcere il lenzuolo è l’unico gesto che rimane. Non è nemmeno rabbia: è un automatismo, un tic dell’anima che tenta di graffiare la notte. Nessun suono. Solo le fibre tirate, le dita che stringono per sentire un corpo dove non c’è più nulla. Le ombre assistono, testimoni stanche. Si stirano lungo i muri, si infilano tra le pieghe dei cuscini, si accovacciano nei pressi della sedia, quella con la maglia ancora appoggiata, rimasta lì da giorni. Nessuno la tocca. Nessuno la indossa.

Il computer è spento. Un atto di difesa. Come coprire uno specchio durante un lutto. Troppo rischioso guardare dentro. Troppo pericoloso attendere che qualcosa si accenda, che qualcosa chieda risposta. Lo schermo nero riflette solo la finestra chiusa, il soffitto screpolato, un viso che non è più riconoscibile.

Accanto, un oggetto piccolo. Una cosa insignificante, di uso comune. Potrebbe essere un accendino. O una boccetta. O un biglietto. Non importa. La sua funzione è nota: è la misura del limite. È la soglia su cui si posa il pensiero quando le parole mancano. Non è un simbolo. È un modo per sapere che si potrebbe. Che si può. Ma non si deve. Non ancora.

Bruciare. Non per diventare luce, né per scaldare altri. Bruciare per cessare di avere forma. Per farsi cenere, e niente di più. Alcuni parlano d’amore come se fosse una redenzione. Ma ciò che è stato, ciò che si è creduto tale, era solo un riflesso stanco in un fondale di cialtroneria. Un amore da fiera di paese, tutto paillettes e catrame. Ti voleva ultimo. Ti voleva nesso. Ti voleva collante per una frattura che non era tua.

Il pane, almeno, era vero. Lo spaccio sotto casa — chiamarlo forno era troppo — aveva una luce gialla che resisteva. Lì si barattavano saluti e briciole. Ora è parapiglia. Non perché manchi la farina, ma perché manca la fame. Nessuno ha più fame di pane. Hanno fame di tregua. Di smentite. Di errori che non siano da pagare.

Ogni gesto è diventato arringa. Ogni silenzio, un reato. Ogni scelta, una sciagura già preannunciata. L’ennesima. Eppure si continua. Si poggiano i piedi per terra con cautela, come se potesse cedere il pavimento. Si guardano i muri, nella speranza che accennino qualcosa, un consiglio, una crepa, un segno. Ma non parlano. Non sanno.

Il tempo, dentro questa stanza, è fatto di insetti lentissimi. Si muovono lungo la cornice della porta, si fermano a ogni passo, come a prendere fiato. Sono loro la vera misura. Non l’orologio al polso, che ha smesso di battere. Non il calendario, sbiadito da un’estate che non tornerà.

Fuori, una macchina passa ogni tanto. È sempre la stessa, o almeno sembra. La si riconosce dal suono irregolare del motore, come un singhiozzo trattenuto. Si ferma al semaforo, riparte, svanisce. Potrebbe essere chiunque. Nessuno viene davvero qui. Nessuno suona. Nessuno bussa.

C’è un cassetto che non si apre da mesi. Contiene lettere mai spedite, scontrini, un bottone cucito male. Forse anche una chiave. La chiave di qualcosa che non esiste più. Una scatola, forse. Un armadietto. Un portone. O una promessa. Quella detta a bassa voce, che avrebbe dovuto restare.

Il corpo, nel frattempo, non protesta. Si è adattato. Ha imparato la geometria della resa. Dorme con un occhio aperto, ma non per paura. Per mancanza di sogni. Nessun sogno vale lo sforzo di chiudere gli occhi. Eppure ogni notte si ripete. Si torna a quella posizione, si piegano le ginocchia, si gira il volto verso il muro.

C’era un tempo in cui anche il pianto era una forma di dialogo. Ora è soltanto umidità. Qualcosa che scende, senza origine precisa. Come una perdita. Come un rubinetto che gocciola altrove, in un’altra stanza, in un’altra vita.

La bara è una parola che si finge oggetto. Non è presente davvero. Non c’è un legno, non c’è un odore. Ma c’è. Sta accanto. È il simbolo che si fa mobile, presiede il lato sinistro della coscienza. Non reclama, non incombe. Ma suggerisce. E il suggerimento è sufficiente. Accende qualcosa. Un’urgenza che non ha nome, ma solo direzione.

Amore, quel ridicolo, ha avuto la forma di un abbraccio sgraziato. Un nodo malfatto. Un tentativo di complicità tra chi non sa giocare. Era buono solo all’inizio, come le caramelle alla menta nei distributori automatici. Poi si è sbriciolato. Ha lasciato un gusto amarognolo, e denti stretti.

Tutti parlavano di redenzione, di fiducia, di camminare insieme. Ma erano solo parole per coprire il vuoto. Per evitare il silenzio che arriva dopo. Il silenzio vero, quello in cui si riconoscono le voci. Quello in cui si sa chi si è stati, e quanto poco resta.

La sciagura, alla fine, non è nel gesto. È nel tempo in cui accade. Sempre troppo tardi. Sempre quando nessuno guarda. Sempre quando l’uditorio ha già voltato pagina, ha già acceso la prossima serie, ha già scrollato abbastanza da dimenticare.

E allora si resta. Non per eroismo. Non per ostinazione. Ma perché non si ha altro. Si resta a guardare il soffitto. A sentire le ombre cambiare posto. A domandarsi se esista, da qualche parte, un gendarme che sia disposto non a punire, ma a capire. Anche solo un attimo prima che si spenga l’ultima luce.


nota d'autore: Non ho scritto La ronda delle ombre per raccontare una storia, e nemmeno per descrivere uno stato d'animo particolare. Mi interessava osservare quel territorio sospeso in cui l'esistenza sembra ridursi a una lunga attesa, a un'abitudine del tempo che finisce per diventare una forma di disciplina. Credo che una delle grandi illusioni contemporanee sia l'idea che il controllo si eserciti sempre attraverso il rumore, la violenza, il divieto esplicito. Ho l'impressione, invece, che il controllo più efficace sia quello silenzioso, quello che si traveste da normalità e che finiamo per accogliere nelle nostre giornate senza quasi accorgercene. Per questo nel testo non compaiono grandi eventi. Ho preferito affidarmi agli oggetti comuni: una sedia con una maglia appoggiata, un computer spento, un cassetto che non si apre, il forno sotto casa, una macchina che passa sempre alla stessa ora. Mi interessava capire se le cose che ci circondano possano conservare una memoria che noi, a poco a poco, perdiamo. In fondo, credo che gli oggetti abbiano una fedeltà che gli esseri umani spesso non possiedono: restano al loro posto e assistono ai nostri cambiamenti senza commentarli. Anche le ombre del titolo nascono da questa idea. Non le considero presenze fantastiche o metafisiche. Sono le tracce che lasciamo nelle stanze che abitiamo, i pensieri che non trovano voce, le possibilità non realizzate, le parole che abbiamo scelto di non dire. La loro ronda è il movimento incessante della memoria, che continua a percorrere gli stessi luoghi anche quando tutto sembra essersi fermato. L'attesa è il vero centro del testo. Non l'attesa di qualcosa che arriverà, ma quella che finisce per diventare una condizione permanente. Aspettare una risposta, una telefonata, una conferma, un segno, una spiegazione. Ho la sensazione che il nostro tempo abbia trasformato l'attesa in una forma di dipendenza. Viviamo circondati da richieste di attenzione, da notifiche, da algoritmi che ci ricordano continuamente la nostra presenza nel mondo e, nello stesso momento, la nostra possibile irrilevanza. In questo senso il gendarme che attraversa il testo non è una figura storica o politica, ma il nome che ho dato a tutto ciò che sorveglia i nostri gesti e pretende una risposta. La dimensione più difficile da affrontare è stata quella del dolore. Non volevo costruire un testo sulla disperazione, e nemmeno indulgere nella retorica della sofferenza. Ho cercato di raccontare quel momento in cui il dolore smette di essere un'esplosione e diventa un'abitudine, un paesaggio interiore. Mi interessava la stanchezza più che il dramma, la resa più che la ribellione. Per questo il corpo, nel testo, quasi non protesta: si adatta, impara nuove geometrie, continua a esistere anche quando sembra aver dimenticato il motivo per cui lo fa. Anche l'amore compare in questa prospettiva. Non come redenzione, non come salvezza, ma come uno dei tanti tentativi umani di dare una forma al vuoto. Mi sembrava importante sottrarlo a ogni idealizzazione e restituirgli qualcosa di imperfetto, persino di goffo. Gli amori che attraversano queste pagine non sono grandi passioni tragiche: sono abbracci maldestri, promesse dette a bassa voce, legami che cercano di tenere insieme ciò che forse era destinato a rompersi. Molti degli oggetti disseminati nel testo sembrano alludere a una fine possibile. Ho preferito, però, che rimanessero oggetti. Non volevo trasformarli in allegorie. Mi interessava che conservassero la loro concretezza, perché credo che il pensiero dei limiti della nostra esistenza si manifesti proprio così: attraverso dettagli minimi, cose apparentemente insignificanti che, a un certo punto, acquistano un peso inatteso. Non sono simboli. Sono presenze. Ci ricordano che esiste sempre una soglia, e che vivere significa anche decidere, ogni giorno, di non oltrepassarla. Il finale, per me, è il punto più importante del testo. Non cercavo una conclusione consolatoria, ma nemmeno una condanna senza appello. La domanda sul gendarme disposto a capire nasce da una convinzione molto semplice: forse il contrario del giudizio non è il perdono, ma l'ascolto. Forse ciò che manca davvero nelle nostre vite non è qualcuno che assolva o condanni, ma qualcuno che resti un momento in più prima di voltare lo sguardo. Se c'è un'immagine che credo riassuma il senso di La ronda delle ombre, non è quella della bara, né quella del fuoco, né quella dell'ultima luce. È una persona sola in una stanza che osserva gli oggetti intorno a sé e si accorge che ciascuno di essi custodisce una parte della propria storia. Scrivere questo testo è stato, in fondo, un tentativo di ascoltare il silenzio di quelle cose e di capire se, dentro la loro immobilità, esistesse ancora una possibilità di dialogo con ciò che siamo stati e con ciò che, nonostante tutto, continuiamo a essere.

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