lunedì 3 agosto 2026
Quello che resta quando gli altri se ne sono andati
Tutte le persone che hanno formato il mio pensiero non ci sono più. Lo dico e ogni volta questa frase mi sembra più definitiva di quanto vorrei. Non è una frase sulla morte, almeno non soltanto. È una frase sulla mia stessa esistenza, perché io sono stato costruito anche dagli altri, e forse molto più di quanto abbia voluto ammettere per gran parte della mia vita. Ho passato anni a pensare di essere un individuo, una voce, uno scrittore, qualcuno che aveva elaborato autonomamente le proprie idee, i propri gusti, le proprie ossessioni, le proprie insofferenze. Oggi mi accorgo che questa autonomia era in gran parte un'illusione. Io sono stato un incontro dopo l'altro. Sono stato le persone che ho amato, quelle che ho ammirato, quelle che mi hanno insegnato qualcosa, quelle che mi hanno fatto arrabbiare, quelle dalle quali ho preso le distanze, quelle che ho cercato di imitare e quelle dalle quali ho cercato disperatamente di differenziarmi. Sono stato i libri che mi sono entrati dentro quando ero troppo giovane per capire fino a che punto mi avrebbero modificato. Sono stato le poesie che ho imparato quasi a memoria, le immagini davanti alle quali sono rimasto fermo più a lungo del necessario, le voci che ho ascoltato fino a farle diventare una parte della mia stessa voce. Sono stato le conversazioni che non ricordo più per intero ma delle quali ricordo ancora l'effetto. Sono stato anche le persone che mi hanno detto cose che allora non volevo ascoltare e che molti anni dopo ho scoperto essere rimaste dentro di me come una scheggia. E ora tutte queste persone, una dopo l'altra, non ci sono più.
Quello che mi rimane è il loro deposito.
Non so trovare una parola migliore. Deposito. Sedimento. Residuo. Eredità, forse, ma la parola eredità mi sembra troppo nobile e ordinata. Io non ho ricevuto un'eredità composta e catalogata. Ho ricevuto frammenti. Frasi. Libri. Immagini. Modi di guardare. Pregiudizi che ho dovuto smontare. Idee che ho conservato. Altre che ho distrutto. Una quantità enorme di materiale umano che è entrato in me senza chiedere il permesso e che oggi non riesco più a separare da ciò che chiamo me stesso.
E forse è proprio per questo che, quando dico che tutte le persone che hanno formato il mio pensiero non ci sono più, mi viene spontaneo aggiungere che è un po' come se non ci fossi più nemmeno io. Perché una parte di me apparteneva a loro. Non nel senso sentimentale con cui si dice che qualcuno «rimane nel cuore». Non mi interessa molto questa formula. Mi sembra troppo semplice. Io intendo qualcosa di più concreto e più inquietante: una parte della mia struttura mentale era costruita attraverso il rapporto con quelle persone. Io pensavo davanti a loro. Pensavo contro di loro. Pensavo per poter parlare con loro. Pensavo perché avevo bisogno di rispondere a qualcosa che avevano detto. Pensavo perché qualcuno mi aveva aperto una porta. Pensavo perché qualcuno mi aveva fatto capire che dietro quella porta c'era qualcosa che valeva la pena guardare.
Adesso le porte sono ancora lì, ma dall'altra parte non c'è più nessuno.
È questo che faccio fatica ad accettare.
Non la morte in astratto. Non la morte come concetto. La morte concreta degli interlocutori.
Mi manca poter discutere.
Mi manca perfino poter essere smentito.
Mi manca qualcuno che possa dirmi che ho capito male. Mi manca qualcuno che possa ridere di una mia idea. Mi manca qualcuno che possa ricordarmi che una cosa che oggi considero fondamentale, vent'anni fa non mi interessava affatto. Mi manca qualcuno che possa raccontarmi una storia che io non ricordo più. Mi manca qualcuno che possa dire «no, non è andata così». Perché anche il «no» dell'altro è una forma di vita. Anche la contraddizione è una forma di presenza. Anche una discussione inutile, anche una polemica che oggi giudicherei ridicola, può diventare preziosa quando l'altra persona non può più essere raggiunta.
La morte rende tutto troppo definitivo.
E io, invece, ho passato la vita a diffidare delle cose definitive.
Ho riscritto.
Ho cambiato.
Ho corretto.
Ho ricominciato.
Ho ripreso testi che credevo conclusi e li ho riaperti anni dopo, come se dentro quelle pagine ci fosse ancora qualcosa che non avevo capito. Ho sempre avuto una certa difficoltà ad accettare che una cosa fosse davvero finita. Forse perché sapevo, anche senza saperlo, che la vita avrebbe finito per correggere tutto. Che una frase che sembrava definitiva avrebbe potuto apparirmi falsa qualche anno dopo. Che un'idea che sembrava incrollabile avrebbe potuto rivelarsi soltanto una fase. Che una persona che credevo indispensabile avrebbe potuto scomparire e che io avrei dovuto continuare comunque.
Ora lo so.
Continuare comunque è forse la cosa più difficile.
Non perché non ci siano più cose da fare. Ce ne sono sempre. La vita continua anche quando non dovrebbe, anche quando non ne comprendiamo il motivo, anche quando ci sembra quasi offensivo che il mondo continui a funzionare con la sua indifferenza dopo che qualcuno è morto. Le giornate arrivano. La luce cambia. Le persone comprano il pane. Qualcuno ride per strada. Qualcuno litiga. Qualcuno si innamora. Qualcuno pubblica un libro. Qualcuno ne scrive una recensione. Qualcuno apre una mostra. Qualcuno muore. E tutto continua.
Questa continuità del mondo, a volte, mi sembra quasi una forma di crudeltà.
Perché io so che certe persone non torneranno e il mondo sembra non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale della loro scomparsa.
Il mondo continua.
E io continuo con lui.
Questo è il punto che più mi costa.
Perché a volte penso che continuare significhi tradire.
Come se, andando avanti, stessi accettando troppo facilmente la loro assenza. Come se il fatto stesso di poter ancora ridere, scrivere, guardare un quadro, ascoltare una canzone, leggere un libro, occuparmi di qualcosa, fosse una specie di infedeltà nei confronti di chi non può più fare nessuna di queste cose.
So che non è così.
Ma il sentimento non obbedisce alla logica.
E allora continuo a vivere con questa contraddizione: so razionalmente che devo andare avanti, ma una parte di me rimane sempre seduta in una stanza precedente, in attesa che qualcuno rientri.
Nessuno rientra.
È questa forse la definizione più semplice della perdita.
Aspettare qualcuno che non può più arrivare.
E lentamente capire che non arriverà.
E ancora più lentamente capire che, nel frattempo, sei cambiato anche tu.
Quando penso a chi ero, penso inevitabilmente a chi c'era intorno a me. Non riesco a immaginare la mia giovinezza come una cosa puramente individuale. Non ero soltanto Fabio. Ero Fabio in relazione a certe persone, a certi libri, a certi luoghi, a certe idee. E quando quelle coordinate scompaiono, la persona che ero diventa difficile da ricostruire.
È come se una parte della mia autobiografia fosse stata scritta da altre mani.
E quelle mani non ci sono più.
Mi rimane la calligrafia.
Mi rimangono alcune pagine.
Mi rimane la memoria, che però è una cosa infida, perché la memoria non conserva: riscrive. Ogni volta che ricordo qualcosa, la modifico. Ogni volta che penso a una persona morta, creo una nuova versione di quella persona. La mia memoria non è un archivio, è un laboratorio. Prende ciò che è successo e lo riorganizza secondo ciò che sono oggi. Per questo so che non posso fidarmi completamente dei miei ricordi. Ma non posso nemmeno farne a meno.
È questa la mia condizione: non posso fidarmi della memoria e tuttavia vivo di memoria.
Scrivo anche per questo.
Scrivo perché la memoria mi sembra insufficiente.
Scrivo per fissare qualcosa prima che cambi.
Anche se so che appena fissata una cosa diventa già diversa da ciò che era.
La scrittura è una fotografia che sa di essere una fotografia.
Non restituisce la vita. Restituisce una forma.
E forse è tutto ciò che posso chiedere.
Una forma.
Non la salvezza.
Non l'immortalità.
Non il riconoscimento.
Una forma.
Una forma abbastanza resistente da permettermi di dire: questo è accaduto, questo l'ho pensato, questa persona è esistita, questa cosa mi ha cambiato, questa perdita è passata attraverso di me e non mi ha lasciato uguale.
Per questo "El Horno" continua a sembrarmi qualcosa di diverso da un romanzo. Dopo venticinque anni non riesco più a considerarlo soltanto un'opera. È diventato una specie di contenitore della mia vita, un involucro dentro il quale si sono depositate cose che quando lo scrivevo non potevo sapere. È cresciuto insieme a me, anche quando io non lo guardavo. È rimasto lì mentre io cambiavo. E quando sono tornato a riprenderlo, ho scoperto che non era soltanto il libro a essere cambiato: ero io.
Per questo l'ho riscritto.
E riscriverlo è stato, in qualche modo, un gesto quasi testamentario prima ancora che io decidessi di considerarlo tale.
Perché un testamento non è necessariamente un documento che si scrive soltanto quando si è prossimi alla morte. Un testamento, nel senso più profondo, è un atto attraverso il quale si decide cosa lasciare. E io credo che ogni scrittore, prima o poi, arrivi a una fase nella quale deve domandarsi non soltanto che cosa vuole ancora scrivere, ma che cosa vuole lasciare di ciò che ha scritto.
Io non so che cosa resterà di me.
Non so se resterà qualcosa.
Non ho più l'ingenuità di credere che la pubblicazione equivalga alla sopravvivenza. Un libro può essere pubblicato e poi scomparire. Può essere recensito e poi dimenticato. Può essere amato da poche persone e poi non essere più letto. Può avere una vita breve. Può avere una vita lunga. Può essere recuperato dopo decenni. Può non essere recuperato mai.
Non posso controllare nulla di tutto questo.
E forse, arrivato a questo punto, non mi interessa nemmeno più controllarlo.
Mi interessa averlo fatto.
Mi interessa sapere che "El Horno" esiste nella forma nella quale oggi sono riuscito a portarlo. Che dopo venticinque anni ho avuto la possibilità di riaprirlo e di dire: questo non sono più io, ma questo sono stato. E soprattutto: questo fa ancora parte di me.
È una differenza enorme.
Non voglio più possedere il mio passato.
Voglio soltanto riconoscerlo.
Forse è questa la maturità che mi è arrivata tardi, o che forse non mi è arrivata affatto e sto soltanto cercando adesso di inventarla. Per anni ho pensato che dovessi difendere ciò che avevo fatto. Oggi mi interessa maggiormente comprenderlo. Non ho più bisogno di convincere il ragazzo che ero di avere avuto ragione. Non ho nemmeno bisogno di condannarlo per i suoi errori. Voglio soltanto guardarlo.
Guardarlo e dirgli: ti ho portato fino qui.
Non so se lui avrebbe immaginato di arrivare fino a questo punto.
Non so se avrebbe riconosciuto la vita che ho vissuto.
Probabilmente no.
Ma la cosa più strana è che neanch'io riconosco completamente la sua.
Eppure siamo la stessa persona.
Questa è la cosa che mi commuove più di tutto.
Essere contemporaneamente estraneo e continuità di me stesso.
Guardare una fotografia di tanti anni fa e pensare: quello sono io.
E subito dopo: no, quello non sono più io.
Le due cose sono vere contemporaneamente.
E forse è questo che sono diventato: una sovrapposizione di persone che hanno avuto il mio stesso nome.
Alcune di queste persone sono morte.
Alcune sono semplicemente scomparse.
Alcune esistono ancora da qualche parte, ma non fanno più parte della mia vita.
Alcune le ricordo con precisione.
Altre le ricordo soltanto come si ricorda una stanza dalla quale siamo usciti molto tempo fa.
E dentro tutte queste versioni di me, io cerco ancora una continuità.
Non la trovo sempre.
A volte trovo soltanto una voce.
E forse mi basta.
La voce è una delle poche cose che riconosco.
La mia voce cambia, naturalmente. Cambia il lessico, cambia il ritmo, cambia ciò che voglio dire. Ma c'è qualcosa che torna. Una certa ostinazione. Un certo modo di guardare ciò che non mi convince. Una certa difficoltà ad accettare le spiegazioni troppo semplici. Una certa attrazione per ciò che è marginale, irregolare, inquieto. Una certa necessità di spingere le cose fino al punto in cui cominciano a mostrare la propria contraddizione.
Questa voce è forse la cosa più vicina a ciò che chiamo io.
E dentro questa voce ci sono tutti.
È una cosa che non avevo capito quando ero giovane.
Credevo che trovare la propria voce significasse liberarsi dalle influenze.
Oggi penso esattamente il contrario.
La mia voce è fatta delle influenze che ho trasformato.
Non sono originale perché sono senza antenati.
Sono me stesso perché ho trasformato ciò che ho ricevuto.
E dunque le persone che non ci sono più continuano a essere presenti proprio nel luogo nel quale io mi sento più individuale: la mia voce.
Questo pensiero mi impedisce di considerarli completamente morti.
Non li rende vivi.
Non voglio usare questa parola con troppa facilità.
Ma li rende operanti.
È diverso.
Un morto non può più parlarmi, ma può ancora avermi insegnato a parlare.
Un morto non può più guardare un quadro con me, ma può avermi insegnato come guardarlo.
Un morto non può più leggere ciò che scrivo, ma può aver contribuito a costruire il modo nel quale scrivo.
Un morto non può più discutere con me, ma può avermi insegnato a non accontentarmi della prima risposta.
Questo è ciò che resta.
Non la persona.
Il gesto che ha prodotto in me.
Forse questo è il senso più concreto dell'eredità.
Non ciò che possediamo.
Ciò che continuiamo a fare perché qualcuno, prima di noi, ci ha insegnato a farlo.
Io sono pieno di gesti che non ho inventato.
Sono pieno di parole che hanno attraversato altre bocche prima di arrivare alla mia.
Sono pieno di immagini che qualcun altro mi ha insegnato a vedere.
Sono pieno di domande che non mi appartengono completamente.
E non mi dispiace.
Anzi.
Mi sembra una delle poche cose che rendono la vita meno assurda.
Sapere che non siamo mai soltanto noi.
Sapere che ciò che chiamiamo individualità è anche una specie di folla.
Io sono una folla.
E oggi quella folla è composta in gran parte da assenti.
Forse è per questo che mi sento così stranamente pieno e vuoto nello stesso tempo.
Pieno di voci.
Vuoto di presenze.
Pieno di memoria.
Vuoto di futuro condiviso.
Pieno di cose da dire.
Vuoto di alcune persone alle quali avrei voluto dirle.
È una contraddizione che non posso risolvere.
E forse non devo.
Forse una certa età consiste proprio nell'imparare a convivere con contraddizioni che non possono più essere risolte.
Non posso riavere indietro quelle persone.
Non posso tornare indietro.
Non posso recuperare il tempo.
Non posso ricostruire il mondo nel quale mi sono formato.
Non posso essere nuovamente giovane.
Non posso leggere per la prima volta quei libri.
Non posso guardare per la prima volta quelle opere.
Non posso avere nuovamente davanti a me alcune persone che mi hanno insegnato a pensare.
Posso però ancora leggere.
Posso ancora guardare.
Posso ancora pensare.
Posso ancora scrivere.
E dunque qualcosa rimane.
Non so quanto.
Non so per quanto.
Ma rimane.
Ed è qui che il mio discorso diventa quasi testamentario, perché ormai mi interessa meno ciò che potrei ancora conquistare e molto di più ciò che potrei lasciare in ordine. Non intendo un ordine morale. Non credo di avere una morale da lasciare a nessuno. Non ho lezioni. Non ho formule. Non ho una saggezza particolare da consegnare. Ho soltanto una serie di tracce.
Queste sono le mie tracce.
Quello che ho scritto.
Quello che ho pensato.
Quello che ho sbagliato.
Quello che ho amato.
Quello che ho difeso.
Quello che ho rifiutato.
Quello che non ho capito.
Quello che ho capito troppo tardi.
E soprattutto quello che ho continuato a cercare anche quando non ero più sicuro che esistesse.
Forse questo è il mio vero testamento: non le risposte, ma le ricerche.
Non ciò che ho trovato, ma ciò che non ho smesso di cercare.
Perché io sono stato soprattutto questo: una persona che cercava.
Cercava una lingua.
Cercava una forma.
Cercava un modo per dire qualcosa che non riusciva a dire diversamente.
Cercava persone nelle quali riconoscersi.
Cercava libri.
Cercava immagini.
Cercava una possibilità di stare nel mondo senza accettarlo completamente così com'era.
E forse oggi la ricerca è diventata più difficile perché molti dei miei interlocutori non ci sono più.
Ma non è finita.
È cambiata.
E questa differenza mi sembra fondamentale.
Non sono più giovane, ma non sono ancora soltanto memoria.
Non sono più quello che ero, ma non sono ancora soltanto ciò che ho lasciato.
Sono in mezzo.
Sono in quella zona stranissima nella quale il passato è enorme e il futuro è ancora presente, ma non più infinito.
E in questa zona devo fare i conti con ciò che ho perduto.
Non voglio nasconderlo.
Non voglio addolcirlo.
Non voglio dire che «tutto ciò che abbiamo amato resta con noi» come se questa frase potesse risolvere il problema.
No.
Le persone muoiono.
Le persone scompaiono.
Le voci cessano.
Le mani non si muovono più.
Le conversazioni finiscono davvero.
Alcune cose non tornano.
Alcune perdite non hanno compensazione.
E io non voglio fingere che la scrittura possa colmare questo vuoto.
Non può.
Un libro non sostituisce una persona.
Un ricordo non sostituisce una presenza.
Una fotografia non sostituisce un corpo.
Una frase non restituisce una voce.
La scrittura non salva i morti e non salva necessariamente nemmeno chi scrive.
La scrittura fa una cosa più modesta.
Testimonia.
Dice: è accaduto.
Dice: io ero qui.
Dice: tu eri qui.
Dice: ci siamo incontrati.
Dice: questa cosa mi ha cambiato.
Dice: non sono riuscito a dimenticarla.
Forse è tutto.
E forse è abbastanza.
Perché io non ho bisogno che la scrittura mi renda immortale. Ho bisogno che mi permetta, almeno per un istante, di oppormi alla cancellazione.
Non alla morte.
Alla cancellazione.
La morte è inevitabile.
La cancellazione, invece, è qualcosa contro cui posso ancora lavorare.
Posso scrivere.
Posso conservare.
Posso nominare.
Posso ricordare.
Posso dire che una persona è esistita.
Posso dire che una certa idea ha attraversato il mio pensiero.
Posso dire che un certo libro ha cambiato la mia vita.
Posso dire che "El Horno" è stato con me per venticinque anni.
Posso dire che la persona che l'ha scritto non è più quella che oggi lo riscrive.
Posso dire che tra quei due uomini ci sono stati anni di vita, e che dentro quegli anni ci sono morti, amori, perdite, cambiamenti, fallimenti, ostinazioni.
Posso dire che non so più esattamente chi fossi.
Ma posso ancora riconoscermi nella necessità che mi ha portato a scrivere.
E forse questa è la continuità che cercavo.
Non la continuità della persona.
La continuità della necessità.
Io non sono più quello che ero.
Ma forse ho ancora bisogno delle stesse cose fondamentali.
Ho ancora bisogno di capire.
Ho ancora bisogno di dire.
Ho ancora bisogno di guardare.
Ho ancora bisogno di trasformare ciò che mi accade in una forma.
Ho ancora bisogno di non lasciare che l'esperienza rimanga completamente muta.
E finché esiste questa necessità, esiste anche qualcosa che posso ancora chiamare me.
Forse per questo, quando penso alle persone che hanno formato il mio pensiero, provo insieme dolore e gratitudine.
Dolore perché non ci sono.
Gratitudine perché ci sono state.
Ma persino «gratitudine» mi sembra una parola troppo semplice.
C'è qualcosa di più ambiguo.
Io sono anche il risultato dei loro errori.
Sono il risultato delle loro contraddizioni.
Sono il risultato delle cose che mi hanno insegnato e di quelle dalle quali mi sono dovuto liberare.
Non voglio trasformare il passato in una processione di maestri illuminati.
Erano persone.
Io ero una persona.
Tutti abbiamo avuto le nostre miserie.
Tutti abbiamo sbagliato.
Tutti abbiamo avuto momenti di lucidità e momenti di stupidità.
Ed è proprio questa imperfezione a rendere la loro presenza ancora più reale nella mia memoria.
Non voglio santificarli.
Voglio ricordarli.
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