La città riposa come un colosso addormentato sotto un drappo di nebbia, immersa in un sonno torbido e inquieto, quasi cullata dalle sue stesse rovine e dai suoi lamenti soffocati. È un sipario di vapori lividi e malati, sospeso fra la terra e il cielo, che trasfigura le linee e i volti, che confonde i colori fino a farli sbiadire in un grigio perenne. Ogni cosa è avvolta da una melodia muta, un canto che nessuno può udire, ma che penetra nelle ossa, insinuandosi nei pensieri come un veleno sottile.
I vicoli, stretti e tortuosi, si aprono come ferite nel corpo della città, ferite che non guariscono mai, che continuano a sanguinare l’ombra e il silenzio. Le pietre, consumate dal tempo e dai passi di generazioni dimenticate, portano i segni di un’umanità che sembra essersi dissolta nella nebbia, lasciando dietro di sé solo un’eco lontana. Qui, ogni suono è un sussurro, ogni movimento un’ombra fugace che si dilegua prima di poter essere afferrata.
I palazzi si ergono come reliquie di un tempo perduto, giganti anneriti che osservano il mondo con occhi vuoti, finestre che non riflettono nulla se non il vuoto interiore della città stessa. Ogni facciata racconta una storia di splendore e decadenza, di una bellezza che si è consumata nel peccato e nella disperazione. Le loro mura, screpolate e segnate dal tempo, sembrano respirare, emettendo sospiri lenti, come se fossero vive, come se fossero esse stesse parte del dramma eterno che si consuma in questa città.
E sopra tutto, la nebbia. Non è una semplice coltre di umidità: è una presenza, un essere senziente che si muove con lentezza, che si insinua ovunque, penetrando nelle crepe dei muri, nei respiri degli abitanti, nei loro pensieri più intimi. La nebbia trasforma ogni cosa, confonde i contorni, distorce le prospettive, rendendo anche il familiare alieno, il conosciuto sconosciuto. È come un velo steso fra il mondo reale e quello dei sogni, un confine sottile che non si può attraversare senza perdersi.
Le luci dei lampioni, fioche e tremolanti, sembrano stelle cadenti intrappolate sulla terra, incapaci di brillare davvero. Ogni fiammella è un cuore che batte piano, un’illusione di calore che si spegne lentamente, consumata dall’oscurità che la circonda. Eppure, anche in questa debolezza, c’è una bellezza struggente, una poesia che parla di resistenza, di una lotta silenziosa contro un’oscurità che sembra infinita.
La città non è morta, ma vive in un’agonia perpetua. Ogni vicolo, ogni piazza, ogni angolo è un frammento di un puzzle che racconta una storia di lotta, di sofferenza, di un desiderio che non si spegne mai. Gli abitanti, figure pallide e spettrali, si muovono come anime in pena, portando sulle spalle il peso di una città che sembra nutrirsi della loro stessa esistenza. I loro occhi, profondi e insondabili, brillano di una luce che è insieme speranza e disperazione, come se sapessero di essere parte di qualcosa di più grande, di un dramma cosmico che li trascende.
Ogni passo risuona come un’eco nella vastità del silenzio, un suono che sembra perdersi nell’infinito, eppure rimane, sospeso nell’aria, come un ricordo che si rifiuta di svanire. Ogni respiro è un atto di sfida, un tentativo di affermare la propria esistenza in un mondo che sembra volerla negare. E la nebbia, onnipresente, avvolge tutto in un abbraccio soffocante, un abbraccio che è insieme materno e letale, un abbraccio da cui è impossibile fuggire.
Questa città è un enigma, un luogo che sfida la logica e la ragione, che esiste in una dimensione tutta sua, al di là del tempo e dello spazio. È un luogo di contrasti, dove la bellezza e l’orrore si fondono, dove la vita e la morte si intrecciano in una danza eterna. È una città che non si può comprendere, ma solo vivere, una città che ti entra dentro, che ti cambia, che ti trasforma.
E quando la nebbia si dirada, quando il sole si affaccia timidamente all’orizzonte, la città si rivela per quello che è: non un luogo, ma uno stato d’animo, un riflesso dell’anima di chi la guarda. È un quadro dipinto con le ombre, una sinfonia composta con i silenzi, una poesia scritta con le lacrime. È una città che non dimentica, che non perdona, ma che ama, in un modo tutto suo, oscuro e profondo, un amore che ti avvolge, che ti consuma, e che alla fine ti lascia con il desiderio di tornare, ancora e ancora.
Io, invece, me ne sto lontano, arroccato su questa mia montagna, come un angelo caduto che non cerca redenzione, ma si compiace del suo esilio. Guardo dall’alto un mondo che mi appartiene eppure mi respinge, un panorama dove ogni dettaglio sbiadisce sotto il peso di un cielo opaco, eternamente gravido di pioggia e rimpianto. Non sono re, non sono servo; sono una creatura al di fuori del tempo e dello spazio, confinata in un giardino che è insieme tomba e tempio, rifugio e prigione. Questo luogo non è altro che la proiezione della mia anima, una distesa in cui ogni ombra si allunga verso l’infinito e ogni cosa respira un’agonia segreta.
Qui, nel mio regno, ogni pianta è un monumento alla decadenza, ogni ramo si piega sotto il peso di una disperazione muta. Gli alberi, scuri come se fossero stati scolpiti nel carbone, si protendono verso il cielo non in cerca di luce, ma come mani tese in un grido silenzioso. Le foglie, macchiate di cenere, sembrano le pagine strappate di un libro sacro, consumato dal tempo e dall’indifferenza. E i fiori... oh, i fiori! Non sbocciano in segno di vita, ma come ferite aperte sulla carne della terra: corolle di porpora e nero, che pulsano di un’intensità quasi crudele, come se il loro stesso essere fosse un’offesa alla purezza.
L’aria qui non è l’aria di un giardino rigoglioso, ma un respiro pesante, carico di umidità e di un odore dolciastro che sa di decomposizione e sogni infranti. Ogni respiro sembra un atto di ribellione, ogni battito del cuore un colpo sordo che echeggia nel vuoto. Le ore si trascinano lente, come un fiume di pece che scorre senza mai raggiungere la foce. Quando il vento soffia, non porta con sé freschezza, ma un lamento lontano, un’eco che sembra provenire da un altro mondo, o forse dal cuore stesso di questo.
Cammino tra i sentieri di ghiaia che si snodano come vene scure attraverso il giardino. Ogni passo è un invito al ricordo, ogni pietra un testimone silenzioso del tempo che si è fermato. Le statue, disseminate qua e là, non sono figure di gloria o di speranza: sono frammenti di un passato spezzato, volti senza occhi che fissano il vuoto, corpi mutilati che sembrano emergere dalla terra come se volessero liberarsi da un incubo eterno. Ogni cosa qui parla di caducità, di un equilibrio instabile tra la bellezza e il nulla.
E nel mezzo di tutto questo, io. Il custode solitario di un mondo che non è mai stato davvero vivo, ma che respira di una vita propria, cupa e insondabile. Mi siedo sotto un albero il cui tronco contorto sembra la schiena di un gigante piegato dal dolore, e lascio che il mio sguardo vaghi. Davanti a me, uno specchio d’acqua stagnante riflette non il cielo, ma una versione distorta di esso, un’immagine in cui le nuvole sembrano ferite aperte e la luce è solo un sussurro lontano. Mi chino e vedo il mio volto riflesso: non un volto umano, ma una maschera scolpita nella cera, il simulacro di ciò che ero, di ciò che avrei potuto essere.
Ogni pensiero che mi attraversa è una lama affilata, ogni ricordo un veleno che scorre nelle mie vene. Ma c’è una strana dolcezza in tutto questo, una bellezza che solo la sofferenza può rivelare. Qui, nel mio giardino di tenebra, sono libero di abbandonarmi alla mia natura, di amare la decadenza come altri amano la vita. Ogni petalo avvizzito, ogni statua spezzata, ogni ombra che si allunga nel crepuscolo mi parla con una voce che nessun altro può udire. E in quella voce trovo la mia verità, la mia essenza: sono il poeta delle rovine, l’amante dell’irrecuperabile, il custode di un regno che non morirà mai, perché non è mai stato davvero vivo.
E così resto, immobile e vigile, come un dio dimenticato che contempla la propria creazione. Il tempo si piega intorno a me, perdendo ogni significato; la notte si fonde con il giorno, e io, avvolto nella mia solitudine, costruisco castelli di pensieri e di rimpianti, torri di sogni che si innalzano fino a sfiorare le stelle. Ma le stelle, in questo mio cielo, non brillano: sono occhi spenti, luci che si sono consumate sotto il peso della propria esistenza. E io, nel mezzo di tutto questo, regno e mi dissolvo, trovando in ogni attimo di dolore una gioia oscura, in ogni rovina una bellezza che solo io posso comprendere.
Questo giardino nero non è solo un rifugio, ma un abisso in cui mi perdo e mi ritrovo ogni volta che i miei pensieri sfuggono alla morsa di un mondo che mi soffoca. Qui, l’aria è densa di una fragranza misteriosa, che non è mai quella di fiori freschi e puri, ma di un'essenza che sembra provenire dalla stessa terra, carica di melancolia, di memoria e di morte. Ogni respiro che prendo in questo luogo è come un atto di resistenza contro la vita stessa, una ribellione contro la frenesia di un mondo che non mi appartiene. Qui, l’essere e il non essere si mescolano, e la distinzione tra il reale e l’immaginario sfuma, come se il giardino fosse il confine tra due mondi, quello della luce accecante e quello delle ombre rassicuranti. In quest'oscurità, io vivo, come una creatura di pura essenza, di pura solitudine.
I fiori, se di fiori si può parlare, non hanno colori vivaci, ma una gamma di sfumature che vanno dal grigio al nero, passando per toni di porpora profonda, come se il giardino stesso fosse stato imbevuto del dolore del mondo. Ogni petalo che cade non è un atto di morte, ma una liberazione, un segno di quanto il mio spirito sia in sintonia con le sue ombre. Essi si spargono sul terreno come lacrime dimenticate di un cuore che ha cessato di piangere, ma che non ha mai smesso di soffrire. La bellezza di questo giardino è una bellezza straziante, che non ha nulla di innocente, ma che affascina proprio per la sua capacità di evocare il tormento, il desiderio e la tristezza, quegli stessi sentimenti che mi corrodono dall’interno, che sono ormai parte di me come il sangue che scorre nelle vene.
Le siepi che circondano questo angolo di mondo sono come guardiani silenziosi di un segreto antico, un segreto che non desidero scoprire, ma che mi è inevitabilmente appartenuto fin dal momento in cui ho scelto di ritirarmi in questo recesso oscuro. Ogni ramo che si piega e ogni foglia che tremola al vento sono come sospiri di un'anima che ha deciso di rinunciare a tutto ciò che è tangibile, che ha scelto di essere una presenza invisibile, un’ombra che sfugge alla luce. I tronchi degli alberi, rugosi e contorti, sono come le cicatrici di un passato che non posso più ignorare, segni lasciati dalla sofferenza e dall’abbandono, testimonianze mute di un dolore che non trova mai fine, come un sogno che continua a ripetersi all’infinito senza mai svelare la sua verità.
Nel silenzio che regna in questo luogo, ogni suono diventa un frammento di un universo parallelo. Il fruscio delle foglie è il linguaggio segreto degli spiriti, le radici che si intrecciano sotto la superficie sono come i pensieri che corrono nella mia mente, invisibili, ma incessanti, un labirinto senza uscita. Ogni passo che compio è come un invito a perdere me stesso, a immergermi sempre più in questa distesa di ombre che mi avvolge come una nebbia densa e impenetrabile. Eppure, è proprio in questa nebbia che trovo la mia salvezza, perché qui nessuna luce mi acceca, nessuna verità mi ferisce. Qui, il mio spirito può danzare senza catene, senza essere limitato dalla realtà del mondo che mi circonda. Qui, posso essere il poeta che non ha bisogno di parole, il sognatore che non ha più bisogno di sogni.
La luna, che mi osserva dall’alto come una madre pallida e distante, non è un faro di speranza, ma un occhio gelido che scruta la mia anima, che mi sfida ad accettare la verità della mia condizione, quella di essere un essere umano condannato a vivere tra il bene e il male, tra il desiderio e la disillusione. La sua luce, quando riesce a filtrare tra i rami intricati, è un faro di morte e di bellezza, come un angelo caduto che, pur mantenendo la sua purezza, è costretto a esistere nell’inferno. La luna non mi consola, ma mi ricorda che la bellezza è effimera, che ogni cosa, ogni sentimento che tocco con mano, è destinato a svanire, a dissolversi come la nebbia al mattino. Eppure, è proprio questa consapevolezza che mi dà una sorta di piacere malinconico, una dolcezza amarissima che mi pervade e che mi impedisce di abbandonare questo giardino.
Ogni angolo di questo regno oscuro è impregnato di un'energia che non si vede, ma che si sente, come una corrente invisibile che percorre l’aria e penetra nel corpo. È l’energia della solitudine, dell’abbandono, dell’oblio. Ogni fruscio, ogni sussurro che si alza tra le fronde, è il respiro di un’anima che si è stancata di vivere, ma che non ha mai cessato di cercare un significato. In questo giardino, il tempo non esiste, eppure tutto sembra essersi cristallizzato in un unico, interminabile istante, come se ogni cosa fosse sospesa in un eterno presente, in un ciclo senza fine di morte e rinascita.
Qui trovo finalmente la mia pace, ma non una pace tranquilla e serena, bensì una pace inquieta, tumultuosa, che pulsa nel cuore di ogni ombra, di ogni fruscio, di ogni fiore che svanisce nel nulla. In questo regno di tenebre, io sono libero, ma la mia libertà è fatta di catene invisibili, di una condizione che non cerca riscatto, ma si accontenta della sua stessa esistenza. Il giardino non è altro che il riflesso di una condizione interiore che ho scelto di accettare, una condizione di ricerca incessante, di anelito verso l’ignoto, di resa a un destino che non posso né comprendere né sfuggire. Qui, dove il tempo si ferma, eppure tutto muta, trovo la mia vera casa, una casa che è fatta di ombra, di dolore, di morte, ma anche di una bellezza che non ha paura di mostrarsi nella sua forma più pura, la forma che solo la solitudine sa rivelare.
Ho scelto volontariamente quest’esilio sublime, quest’isolamento che è insieme una fuga e un ritorno. Lontano dalle frivolezze della folla e dalla violenza del giorno, ho trovato un santuario dove il silenzio è un amico fidato, un confidente discreto che sa custodire i miei pensieri più reconditi, i miei sogni proibiti. Qui, nell’abisso del mio giardino, ho la libertà di contemplare la mia anima spogliata di ogni maschera, di accarezzare quella parte di me che vive solo nel mistero. In questo angolo di mondo che nessun occhio curioso ha mai osato scrutare, la mia esistenza si dissolve come una nebbia che svanisce nell'alba, mentre le ombre degli alberi, tese e distorte, sembrano invocare antiche presenze. Questo rifugio è il mio corpo e il mio spirito, un tempio di solitudine che il mondo non ha mai compreso, un eden di morte che respira, dove la bellezza della rovina non è una condanna, ma una promessa di libertà. Eppure, in questo esilio che ho scelto, non vi è alcuna infelicità; al contrario, vi è un'appagante serenità, un'armonia nascosta che solo chi ha vissuto il dolore della solitudine può comprendere. In questa solitudine, dove nessuna voce umana ha il coraggio di penetrare, io mi ritrovo a scrutare l’essenza del mio essere, lontano dalla superficie effimera che il mondo mi ha imposto.
Ogni fiore che sboccia nel mio giardino è una creatura dalle labbra nere, una promessa di un amore maledetto che non troverà mai soddisfazione. La loro fragranza è come il respiro di un amante perduto, che mi sfiora senza mai abbracciarmi. Le rose, piegate sotto il peso della loro stessa bellezza, sono il simbolo di una passione che non ha mai conosciuto la felicità, di un piacere che si nutre della sua stessa infelicità. Eppure, in questa corruzione, c'è una dolcezza oscura, un richiamo a cui non posso resistere, un desiderio di perdersi nell’abisso come una fiamma che cerca la sua estinzione. Mi ritrovo in questo giardino, un giardino che non è mai stato coltivato dalla mano dell’uomo, ma che è nato da un’assenza, da una disillusione profonda, che ne ha segnato ogni angolo con il marchio dell’oblio. In ogni angolo vi è il respiro pesante della decadenza, ma è proprio in questa decadenza che il mio spirito trova una strana serenità, un appagamento che il mondo esterno non può offrire. In questo giardino, ogni fiore, ogni filo d’erba, ogni pietra che giace dimenticata sotto la polvere del tempo è il custode di una verità che non può essere rivelata, ma solo vissuta nella solitudine del cuore che ha osato guardare oltre la superficie.
Ogni albero è una statua di tristezza che non chiede pietà, ogni radice è un filo che lega il mio cuore a una terra lontana, dimenticata, un luogo dove non vi sono più desideri da appagare, né sogni da inseguire. Il mio corpo si è fuso con questa terra, con questo suolo intriso di malinconia e di sogni perduti. Il cielo sopra di me è spesso opaco, come una grande coperta di piombo che non lascia entrare il sole. Ma questo cielo, che potrebbe sembrare oppressivo agli occhi di chi cerca il chiarore del giorno, è in realtà una protezione, un mantello che mi avvolge e mi nasconde, come se la notte fosse l’unico posto dove la mia anima potesse respirare senza paura. Il giorno non è che una dolorosa illusione, una luce che inganna l’anima, un richiamo che mi tira fuori dal mio rifugio, solo per restituirmi alla realtà di un mondo che ha dimenticato il vero senso della bellezza. Eppure, il cielo grigio che mi sovrasta non è un nemico, ma un amico silenzioso, che non mi giudica, che non mi chiede nulla. Mi accoglie in silenzio, come una madre che sa che il suo bambino ha bisogno di tempo per crescere, per evolversi, per scoprire la propria verità.
Nel silenzio che mi avvolge, il vento porta con sé le voci di mille fantasmi, quei pensieri che la società ha relegato al dimenticatoio, quei desideri inconfessabili che non troveranno mai una voce. La mia solitudine è il rifugio degli erranti, il luogo dove ogni cosa prende forma e dissoluzione allo stesso tempo, dove l'inquietudine si nutre di sé. Eppure, è in questa solitudine che trovo la mia verità, la mia essenza più pura, quella che il mondo ha tentato di piegare alle sue leggi, ma che è sfuggita, selvaggia e indomita, come un’onda che frange su una scogliera dimenticata. Non vi è peccato in questa solitudine, ma una sacralità che il tempo stesso non osa profanare. Le mie mani non sono più quelle di un uomo che desidera, ma di un vecchio che sa e che non teme più il peso della conoscenza, della verità che gli altri non osano guardare. Come l’albero che cresce selvaggio e senza forma, senza curarsi dei confini imposti, così la mia anima si espande in questa solitudine, in questo vuoto che è il solo spazio in cui posso esistere senza essere giudicato. E qui, dove l’assenza è la mia unica compagnia, mi trovo a fronteggiare un mare che non si è mai placato, una tormenta che non ha mai smesso di scorrere attraverso le mie vene. Qui il dolore non è un nemico, ma una vecchia conoscenza, una compagna che mi accompagna in silenzio, come una danza tra le ombre.
Il mio giardino è un inferno, sì, ma un inferno che brucia in silenzio, che esiste al di fuori del tempo e dello spazio. Qui, tra le ombre di piante lussureggianti e fiori dalle petali maledetti, trovo la libertà più assoluta: la libertà di essere senza più maschere, senza più catene, senza più illusioni. Il mondo fuori non mi riguarda, è solo un’eco lontana, un suono che si perde nel vuoto, mentre io mi immergo nei miei pensieri come un corpo che affonda nel mare profondo e senza fine. Ogni pensiero è un’onda che mi travolge, ma non cerco di fermarla. È in questo abisso che trovo la mia ragione di esistere, una ragione che non ha bisogno di giustificazioni o di comprensioni. La vita che mi scorre dentro è fatta di polvere e luce, di ombre e riflessi, di gioia e dolore che si intrecciano come i rami contorti di un albero che ha vissuto secoli senza mai cadere. Ogni attimo che passa è una fine e un inizio, una promessa e una condanna, una delusione che si trasforma in nuova speranza. E la bellezza che nasce da questa continua lotta, da questa tensione tra la luce e il buio, non è la bellezza che il mondo celebra nei suoi trionfi effimeri, ma quella nascosta negli abissi, nelle pieghe più profonde della notte. Una bellezza che si nutre di solitudine, di morte, di perdita, ma che al tempo stesso è vita, è un canto che si leva dal cuore stesso dell’universo.
E nel fondo di quest'inferno personale, dove non esistono orologi né segreti da svelare, trovo una bellezza che sfida la morte, che sfida la decadenza stessa. Una bellezza che si nutre del buio, che si arrende alla solitudine come una madre che culla il proprio figlio, eppure, come un figlio, continua a crescere, ad evolversi, ad abbracciare la sua stessa morte. Questo è il mio regno, il mio impero di ombre, dove il concetto di tempo si frantuma in mille frammenti che si dissolvono nell’eternità. Un regno in cui ogni respiro, ogni battito del cuore, è l’eco di una vita che non ha mai veramente avuto inizio, ma che continua senza fine, nel silenzio del mio esilio. Una bellezza che non vuole piacere, ma essere, che si disvela e si nasconde al contempo, come una dea che non si lascia mai raggiungere, ma che, in ogni sua fugace apparizione, lascia un segno indelebile nel cuore di chi osa guardarla.
In questa tenebra, ogni respiro diventa un incantesimo, ogni passo un rito, ogni movimento una sacra invocazione al nulla che tutto pervade. Ogni gesto si fa lamento e preghiera, un atto di penitenza che si consuma nell’aria nera come un fumo sottile. Ogni battito del cuore è un urlo nel vuoto, un richiamo che non trova mai risposta, ma che continua a risuonare nell’immensità di un silenzio che sembra inghiottire il mondo intero. È come se l’oscurità stessa mi fosse compagna, una compagna che non chiede nulla, che non impone alcuna legge, ma che mi avvolge dolcemente, come il mantello di una divinità antica e insondabile. In questa solitudine che mi è stata imposta e che io stesso ho scelto, trovo l’unico rifugio possibile, il solo spazio in cui posso ancora respirare senza il peso dell’altro, senza il tormento del giudizio esterno. La carne, che una volta sperava di essere riscatta dalla luce, ora è solo un fragile involucro, un guscio che si sbriciola ad ogni respiro, che si consuma sotto il peso dei miei stessi desideri inappagati.
Avvolto dalla notte perpetua del mio rifugio, mi sento sospeso tra la vita e l’oblio, tra la carne e il nulla. Ogni battito del cuore diventa un passo più profondo nell’abisso del mio essere, e ogni pensiero che mi attraversa è un frammento di luce che svanisce prima di potermi mostrare la sua vera forma. Qui, nel mio spazio oscuro, ogni sensazione si fa più acuta, più tangibile, come se il mondo esterno si fosse dissolto in una nuvola di fumo, lasciandomi solo con le mie ossessioni, i miei ricordi, le mie angosce. Lontano dalla luce del mondo, mi ritrovo a camminare nel buio, dove ogni ombra si fa forma, ogni suono si fa respiro. Ogni angoscia che mi tormenta non è che un riflesso della mia stessa anima, un riflesso che si infrange contro i muri della mia prigione mentale e fisica. Eppure, in questa prigione, trovo la mia libertà, una libertà che non ha bisogno di ali per essere raggiunta, ma che si alimenta della consapevolezza di essere finalmente solo, finalmente libero da ogni illusione di salvezza, da ogni speranza di redenzione.
Ogni passo che faccio in questa solitudine è un passo più vicino a una verità che non ha volto, che non ha forma, che non ha nemmeno nome. In questo vuoto che mi circonda, trovo finalmente la bellezza di un’esistenza che non è più schiava delle convenzioni, delle aspettative, del desiderio di essere qualcosa che non sono. Qui, nel buio, ogni desiderio si trasforma in un sogno irraggiungibile, un sogno che non chiede di essere realizzato, ma che esiste solo per sé stesso, per il suo piacere di esistere nel momento in cui si manifesta. Ogni lacrima che scende sul mio volto è un segno di purificazione, un simbolo di una bellezza che non ha bisogno di essere mostrata agli altri, ma che si nutre di sé stessa, come una pianta che cresce nelle tenebre, senza bisogno di luce, senza bisogno di approvazione. Il dolore che mi invade non è un nemico da combattere, ma una parte integrante di me, una parte che non posso negare, che non voglio più negare, perché è in esso che trovo la mia identità, il mio essere vero.
Mi lascio cullare da un’inquietudine sublime, avvolto dalle braccia fredde e seducenti del mio giardino nero, dove ogni fiore che sboccia è una promessa di morte e ogni sussurro del vento è una preghiera mai pronunciata. Qui, nel buio che tutto pervade, trovo la mia pace, una pace che non è quiete, ma movimento; non è silenzio, ma il suono lontano di una campana che rintocca nell’infinito. Ogni passo che faccio in questo giardino è un passo più vicino alla verità che abita in me, una verità che non ha parole, ma che si esprime nel gesto, nel dolore, nell’attimo che sfugge alla comprensione. Ogni fiore che cresce qui non è altro che un simbolo del mio stesso decadimento, un segno che la bellezza non è mai un qualcosa di puro, ma sempre di imperfetto, di incompleto, di inafferrabile. La morte, che tutti temono, non è altro che un’amante silenziosa che mi attende tra le ombre, pronta a prendersi ciò che resta di me, ma che non mi spaventa. No, io non temo la morte, perché la morte è la mia unica verità, la mia unica certezza, l’unico rifugio che mi accoglie senza chiedere nulla in cambio.
La mia carne si sbriciola, il mio corpo è solo un ricordo che lentamente svanisce nel tempo, ma io non cerco la salvezza, non cerco la redenzione. Io cerco solo di esistere, di essere in questo momento, in questa oscurità, in questa solitudine che mi è così intima, che mi è così propria. Qui, nel giardino nero, dove tutto è segreto, dove tutto è sacro, ogni fiore è una ferita che si apre e si richiude, ogni respiro è un grido che si spegne prima di essere udito. Non c’è speranza, non c’è promessa, solo il presente che si fa infinito, solo il buio che diventa luce nell’abbraccio della morte che tutto avvolge, tutto consuma. La bellezza che mi inonda non è quella che il mondo conosce, ma quella che nasce dalla morte, dal dolore, dalla sofferenza che non ha fine. Ogni battito del cuore è un battito che non si ferma, che non si esaurisce mai, come un fiume che scorre senza mai fermarsi, che si nutre di sé stesso, che si consuma senza mai morire veramente. In questo abisso, io trovo la mia libertà, una libertà che è l’abbandono completo, il lasciare che la morte mi prenda, che il nulla mi accolga, che il buio mi consumi.
Ogni passo che faccio è un passo che mi avvicina a questa libertà, eppure ogni passo è anche una distanza che cresce tra me e il mondo che non mi comprende. Ogni respiro che emetto è un respiro che mi allontana dalla vita, che mi avvicina al mio vero essere, che mi porta a quella verità che non ha né forma né nome. La solitudine non è più un tormento, ma una benedizione, una condizione che mi permette di esplorare le profondità del mio essere, di scoprire le pieghe più nascoste della mia anima. In questo giardino di ombre, dove tutto è segreto, dove ogni fiore che sboccia è una promessa di morte, io trovo finalmente il mio posto, il mio rifugio, la mia pace.
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