Il ricordo della scena in Les Paravents di Jean Genet, quell’ufficiale accovacciato che muore colpito da un proiettile vagante nel momento più intimo e ordinario della sua giornata, continua a espandersi nella mia mente, trasformandosi in un prisma complesso e caleidoscopico, capace di riflettere infiniti spunti di riflessione. Quella che potrebbe apparire come un’immagine banale, quotidiana, quasi grottesca, in realtà si rivela una rappresentazione profondamente simbolica, un manifesto della condizione umana, della nostra inevitabile fragilità, della nostra incapacità di sottrarci alla materialità del corpo e alla casualità di un’esistenza che spesso sfugge a qualsiasi controllo.
Partiamo dall’elemento più evidente e al contempo più scomodo: l’atto di defecare...
Questo gesto, così universale, così imprescindibile, è paradossalmente uno dei più occultati nella narrazione collettiva. La cultura, la società, le convenzioni ci spingono a relegarlo nell’ombra, a considerarlo un momento da nascondere, quasi da cancellare. Eppure, nell’opera di Genet, questo atto diventa il fulcro della riflessione, il centro gravitazionale attorno al quale ruota una visione disarmante della nostra esistenza. Non si tratta solo di un richiamo alla nostra natura biologica, ma di un potente invito a riconoscere quanto siamo, in fin dei conti, fragili e legati a una corporeità che sfugge al nostro controllo.
L’ufficiale, inchiodato a terra in quella postura che lo rende così umano, così spogliato della sua autorità, della sua divisa e di ciò che essa rappresenta, è un’immagine che colpisce nel profondo. Non è più un simbolo, non è più una figura gerarchica che incute rispetto o timore: è un uomo. Un corpo che si manifesta nella sua funzione più elementare. Lì, in quel momento, non esistono decorazioni, medaglie o gradi militari. Tutto ciò che definiva l’ufficiale agli occhi del mondo si dissolve, lasciando spazio alla realtà nuda e cruda di un essere umano colto nella sua essenza più vera.
E poi c’è il proiettile. Il proiettile vagante, casuale, imprevedibile. Non è un colpo destinato a lui, non c’è una mano che lo abbia mirato con intenzione, non c’è un disegno che lo collochi in una narrazione di sacrificio o di gloria. Il proiettile arriva come la morte spesso arriva nella vita reale: senza preavviso, senza un significato, senza alcuna considerazione per chi colpisce. È l’emblema dell’assurdo, della precarietà dell’esistenza. In un attimo, quel corpo che fino a un secondo prima era vivo, che svolgeva una funzione primaria, cessa di essere. L’ufficiale diventa un corpo inerte, un oggetto abbandonato, un frammento della tragedia universale che riguarda tutti noi.
Genet, con la sua penna tagliente, ci spinge a guardare questa scena senza veli, senza le lenti deformanti delle convenzioni o delle ideologie. Non ci offre consolazioni, non ci permette di rifugiarci in un ideale di morte gloriosa o di senso ultimo. L’ufficiale non è un martire, non è un eroe: è un uomo qualsiasi che muore in un momento qualsiasi. Questa morte non ha nulla di sublime, nulla di epico. È un atto meccanico, un evento privo di significato intrinseco che, proprio per questo, ci pone di fronte alla verità più sconvolgente della nostra condizione: la nostra vulnerabilità, la nostra mortalità, l’assurdità di un’esistenza che si regge su equilibri tanto fragili quanto effimeri.
Ma perché questa scena colpisce così profondamente? Perché l’idea di un uomo che muore in un momento così intimo e ordinario risuona con una forza così universale? Forse perché ci costringe a confrontarci con ciò che più temiamo: la perdita del controllo, la consapevolezza della nostra natura animale, la realtà di una morte che non fa distinzioni. L’ufficiale, simbolo di potere e di autorità, è ridotto a un corpo. La sua identità, i suoi ideali, le sue azioni: tutto questo si dissolve di fronte alla realtà brutale di un proiettile vagante.
Ed è proprio questa dissoluzione, questo smascheramento, che rappresenta il cuore della poetica di Genet. L’opera non si limita a mostrare la morte, ma ci invita a riflettere su ciò che essa rivela. Tutto ciò che diamo per scontato – i nostri ruoli, i nostri valori, le nostre costruzioni sociali – si sgretola di fronte alla realtà del corpo e della sua finitezza. La gloria, la patria, la bandiera: tutti quegli ideali per cui siamo pronti a sacrificare la vita perdono ogni significato davanti alla semplicità di un gesto quotidiano e alla casualità di un proiettile.
Questa visione non è solo destabilizzante; è anche profondamente liberatoria. Nel mettere a nudo la nostra vulnerabilità, Genet ci offre la possibilità di accettarla, di riconoscere che siamo, prima di tutto, esseri umani. E questa umanità, per quanto fragile, è ciò che ci rende vivi. È ciò che ci connette gli uni agli altri, ciò che ci permette di amare, di soffrire, di esistere.
Nella mia mente, questa scena si lega a tanti altri momenti della vita in cui il corpo ha imposto la sua presenza, la sua realtà ineludibile. Ricordo come, da bambino, il corpo fosse un terreno di scoperta e di meraviglia, ma anche di imbarazzo e di derisione. Le risate che scaturivano a ogni riferimento alle funzioni fisiologiche, l’incapacità di comprendere il motivo di tanto tabù. E poi, con l’adolescenza, il corpo si è trasformato in un campo di battaglia, un luogo di vergogna e di insicurezza. Ogni cambiamento, ogni imperfezione, ogni deviazione dalla norma diventava un peso, un motivo di isolamento e di conflitto.
Ora, da adulto, mi rendo conto che il corpo è tutto ciò che abbiamo. È il nostro tramite con il mondo, il mezzo attraverso cui viviamo, sentiamo, amiamo. Ma è anche il luogo della sofferenza, della decadenza, della morte. E questa realtà, per quanto difficile da accettare, è qualcosa che dobbiamo affrontare. Genet, con la sua crudezza e la sua lucidità, ci invita a farlo senza paura, senza illusioni.
Alla fine, la lezione di Genet è chiara: accettare il corpo per ciò che è, con tutte le sue debolezze e le sue imperfezioni, è un atto di liberazione. Significa riconoscere che non siamo immortali, che non siamo invincibili, che non siamo altro che esseri umani. Ma in questa consapevolezza, in questa accettazione, c’è una forma di bellezza. Una bellezza che non si trova nella perfezione, ma nella verità, nella fragilità, nell’autenticità. È la bellezza di un corpo che vive, che ama, che soffre, che muore. Una bellezza che ci ricorda che, in fondo, siamo tutti uguali, tutti fragili, tutti umani.