giovedì 9 gennaio 2025

"La corazzata Potëmkin" (Бронено́сец «Потёмкин»), diretto da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

"La corazzata Potëmkin" (Бронено́сец «Потёмкин»), diretto da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn nel 1925, è uno di quei film che hanno travalicato i confini del cinema per diventare veri e propri simboli storici e culturali. Non è soltanto una pellicola, ma una dichiarazione di intenti, un manifesto politico in movimento che ha ridefinito il modo di narrare e di guardare al mezzo cinematografico. La corazzata Potëmkin non si limita a raccontare un episodio di ribellione navale; attraverso la sua potenza visiva e narrativa, diventa una rappresentazione universale della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia.
Realizzato in occasione del ventesimo anniversario della Rivoluzione del 1905, il film rappresenta una delle vette espressive del cinema muto e del montaggio come linguaggio autonomo e creativo. L’opera, che si concentra sull’ammutinamento avvenuto a bordo della corazzata russa Potëmkin, si distingue per la sua straordinaria capacità di coniugare emozione, estetica e ideologia. Ėjzenštejn, maestro indiscusso della regia, utilizza il montaggio per creare un crescendo drammatico che coinvolge e sconvolge lo spettatore, facendolo partecipe di una narrazione che trascende il racconto lineare e diventa pura esperienza visiva ed emotiva.
Ancora oggi, quasi cento anni dopo la sua prima proiezione, La corazzata Potëmkin continua a esercitare una fortissima influenza sul cinema, sulle arti visive e sulla cultura popolare. Da Orson Welles a Martin Scorsese, passando per Kubrick e Coppola, molti dei più grandi registi del XX e XXI secolo hanno guardato a Ėjzenštejn come a un punto di riferimento imprescindibile. Ma al di là dell’influenza cinematografica, la pellicola conserva un valore storico e simbolico che la rende una testimonianza vibrante di un’epoca di grandi cambiamenti e conflitti.


Per comprendere a fondo La corazzata Potëmkin, è essenziale inquadrare la vicenda nel contesto della Russia di inizio Novecento, un paese attraversato da tensioni sociali, politiche ed economiche che avrebbero portato alla caduta del regime zarista nel 1917.
All’alba del XX secolo, la Russia era un impero vasto e arretrato, governato dallo zar Nicola II, un sovrano autocratico che si opponeva a ogni forma di modernizzazione politica. Mentre in Europa i paesi stavano adottando modelli costituzionali e democratici, in Russia il potere era ancora concentrato nelle mani di una ristretta élite aristocratica, mentre la stragrande maggioranza della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà.
L’industria era in fase di espansione, ma il proletariato urbano viveva in condizioni disumane, costretto a lavorare in fabbriche prive di norme di sicurezza e sottoposto a turni massacranti. I contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione, erano ancora legati a sistemi feudali che impedivano loro di migliorare la propria condizione di vita.
A peggiorare la situazione contribuì la guerra russo-giapponese (1904-1905), un conflitto che si concluse con una clamorosa sconfitta per l’Impero russo e che fece emergere tutte le debolezze del regime. Le perdite militari e la crisi economica che ne derivò esasperarono il malcontento popolare, dando vita a un’ondata di scioperi, proteste e rivolte in tutto il paese.


Il 22 gennaio 1905 (9 gennaio secondo il calendario giuliano in uso in Russia), una grande manifestazione pacifica si diresse verso il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo per presentare una petizione allo zar. La marcia, organizzata dal sacerdote ortodosso Georgij Gapon, radunò migliaia di operai, donne e bambini che sventolavano icone religiose e cantavano inni. Ma l’esercito aprì il fuoco sulla folla, causando centinaia di morti e feriti.
Questo episodio, noto come "Domenica di Sangue", scatenò una serie di insurrezioni in tutto l’impero. Tra le numerose ribellioni che seguirono, una delle più significative fu quella dei marinai a bordo della corazzata Potëmkin.
Nel giugno del 1905, la corazzata Potëmkin era ancorata al largo di Odessa. A bordo, l’atmosfera era tesa: i marinai erano costretti a vivere in condizioni degradanti e il cibo fornito dall’equipaggio ufficiale era spesso avariato. La ribellione esplose quando fu servita carne infestata da vermi. Di fronte alle proteste dei marinai, gli ufficiali risposero con minacce di esecuzione.
Il culmine si raggiunse quando i marinai si rifiutarono di eseguire gli ordini e si sollevarono contro i loro superiori. Durante la rivolta, il leader carismatico Grigorij Vakulinčuk venne ucciso, ma il controllo della nave passò ai ribelli, che dirottarono la corazzata verso il porto di Odessa. Qui, il corpo di Vakulinčuk fu esposto alla popolazione, diventando un simbolo di martirio e ispirando ulteriori proteste popolari.

Quando Sergej Ėjzenštejn iniziò a lavorare a La corazzata Potëmkin, il cinema sovietico era ancora agli albori, ma il governo bolscevico aveva compreso il potenziale propagandistico del mezzo cinematografico. Lenin stesso dichiarò che “il cinema è l’arte più importante per noi”, intuendo il potere delle immagini in movimento come strumento per educare e mobilitare le masse.
Ėjzenštejn, che all’epoca aveva appena trent’anni, era già noto per le sue idee innovative sul montaggio. Egli riteneva che il cinema dovesse abbandonare la narrazione tradizionale per concentrarsi sulla costruzione di immagini in grado di suscitare emozioni e pensieri nello spettatore. Questa visione trovò la sua massima espressione in La corazzata Potëmkin, che divenne un laboratorio sperimentale per le sue teorie sul montaggio.

Uno dei momenti più celebri del film è la sequenza della scalinata di Odessa, un capolavoro di montaggio che è entrato nella storia del cinema. In questa scena, l’esercito zarista apre il fuoco sulla folla che si era radunata in segno di solidarietà con i marinai ribelli. Tra le immagini più potenti vi è quella di una madre colpita a morte mentre spinge una carrozzina, che inizia a rotolare giù per i gradini.
Questa scena, sebbene inventata per esigenze narrative, è diventata un’icona universale della brutalità della repressione. La sequenza, costruita attraverso un montaggio serrato e innovativo, esemplifica l’abilità di Ėjzenštejn nel creare tensione e pathos attraverso il linguaggio cinematografico.


La corazzata Potëmkin influenzò profondamente il cinema mondiale e contribuì a elevare il cinema sovietico a un livello di eccellenza artistica riconosciuto internazionalmente. Nonostante le censure e le critiche, il film continua a essere proiettato e studiato in tutto il mondo come una delle opere più significative mai realizzate.