venerdì 23 gennaio 2026

Il David di Michelangelo Buonarroti


Il David di Michelangelo Buonarroti, scolpito tra il 1501 e il 1504, è uno dei capolavori più straordinari della storia dell’arte e, senza dubbio, una delle sculture più iconiche di tutti i tempi. Con la sua imponente altezza di 5,17 metri e scolpita da un unico blocco di marmo bianco di Carrara, la statua rappresenta il giovane eroe biblico David, raffigurato nel momento di massima concentrazione prima di affrontare il gigante Golia. L’opera non solo esprime una perfezione formale e un’intensità psicologica straordinarie, ma incarna anche i valori fondamentali del Rinascimento: la riscoperta dell’individuo, la centralità della bellezza ideale e la fede nel potere dell’intelletto e della virtù. Oggi il David non è solo uno dei simboli di Firenze, ma un patrimonio mondiale, ammirato da milioni di visitatori ogni anno. La sua fama è indiscussa, ma il suo significato è anche profondamente legato alla storia politica e culturale di Firenze nel Rinascimento.

L’interpretazione simbolica del David

La scelta di Michelangelo di rappresentare David non come il trionfante eroe che decapita il gigante Golia, ma nel momento precedente al combattimento, rappresenta una decisione artistica straordinaria e innovativa. In questo modo, l’artista non solo coglie l’eroismo di David, ma anche la tensione psicologica e fisica del giovane che si prepara ad affrontare una sfida apparentemente insormontabile. Michelangelo non sceglie di enfatizzare il momento della vittoria, ma il potere della determinazione e della concentrazione, portando in primo piano l’intelligenza e la forza morale necessarie per affrontare il nemico. Questo David è un simbolo di potenziale, di una lotta che deve ancora iniziare ma che è già vinta grazie alla preparazione e alla fede nelle proprie capacità.

Il David diventa così anche un simbolo della libertà e della giustizia che caratterizzavano Firenze in quegli anni. La città, una repubblica che si vedeva minacciata dalle potenze esterne e dai conflitti interni, vedeva in David un emblema della propria lotta per l’indipendenza e la difesa della sua autonomia. Il giovane eroe biblico diventa il simbolo di un popolo che resiste alle minacce molto più grandi, proprio come la piccola Firenze si contrapponeva alle potenze più potenti del suo tempo. La bellezza fisica di David non è solo un simbolo estetico, ma una metafora del potere della virtù e dell’intelletto di fronte alla violenza e alla tirannia.

Il contesto storico e culturale del David

Michelangelo fu commissionato per realizzare questa statua nel 1501 dall'Opera del Duomo di Firenze, che desiderava una serie di statue monumentali per decorare i contrafforti della Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Il blocco di marmo utilizzato per il David era stato estratto dalle cave di Carrara circa quarant’anni prima, ma era stato abbandonato perché considerato di qualità scadente, con difetti che sembravano impossibili da correggere. Altri scultori, come Agostino di Duccio e Antonio Rossellino, avevano provato a lavorare su quel blocco senza successo. Michelangelo, allora ventiseienne, accettò la sfida e, con la sua straordinaria maestria, trasformò un marmo imperfetto in un'opera che sarebbe diventata il simbolo della perfezione artistica. Il suo approccio era radicalmente diverso da quello degli altri artisti: non cercava la simmetria perfetta, ma studiava con attenzione la muscolatura e l’anatomia umana per creare una figura che non fosse solo bella, ma che fosse anche verosimile nella sua espressione di forza e determinazione.

Il giovane Michelangelo lavorò per due anni al David, scolpendo nel cortile dell’Opera del Duomo di Firenze. Qui, l'artista realizzò ogni dettaglio con grande precisione: la muscolatura tesa, la vena che pulsa sul collo e le mani grandi e forti, tutte caratteristiche che enfatizzano la potenza e l'energia del corpo umano. Questo lavoro dimostra non solo la sua grande abilità tecnica, ma anche la sua profonda comprensione della forma umana e della psicologia dei suoi soggetti. Ogni aspetto della statua sembra comunicare una forza interiore, un'energia pronta ad esplodere, un’intensità che va al di là della pura apparenza fisica.

Le dispute sulla collocazione del David

Quando il David fu completato, il suo valore artistico e simbolico divenne subito evidente, ma la sua collocazione nella città di Firenze divenne un tema di accesa discussione. Inizialmente, il David era destinato ad adornare uno dei contrafforti della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, ma si pensò che una statua di tale magnificenza non avrebbe fatto giustizia a un posto così lontano dalla vista del pubblico. Fu quindi istituito un comitato, composto da artisti e intellettuali di spicco, per decidere dove posizionare l’opera. Tra i membri del comitato c’erano Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Giuliano da Sangallo e altri, e ognuno aveva una propria idea su dove dovesse essere collocato il David. Leonardo da Vinci, ad esempio, suggerì di posizionarlo sotto la Loggia dei Lanzi, un luogo coperto e protetto, ma Michelangelo si oppose fermamente a questa proposta. Il grande scultore voleva che la statua fosse collocata in un luogo aperto, dove la sua imponente figura potesse essere ammirata da tutti, non solo da chi si trovava nei pressi della cattedrale.

Michelangelo sosteneva che il David dovesse essere collocato in un punto centrale di Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, dove sarebbe stato visto da tutti e avrebbe assunto un significato ancora più forte. Il David non sarebbe stato solo un'opera d’arte, ma un simbolo visibile della resistenza e dell'indipendenza della città. Alla fine, la proposta di Michelangelo prevalse, e il David venne posto in Piazza della Signoria, a pochi passi dal palazzo del governo, proprio dove oggi si trova la copia della statua. L'evento fu celebrato come un trionfo, e il David divenne rapidamente uno dei simboli più potenti della Firenze del Rinascimento.

Il destino dell’opera e la sua conservazione

Nel corso dei secoli, la statua è stata oggetto di numerosi restauri e protezioni. Nel 1873, per preservarla dai danni causati dal tempo e dalle intemperie, il David fu trasferito nella Galleria dell’Accademia di Firenze, dove oggi è esposto al pubblico in uno spazio appositamente creato per esaltarne la bellezza e la grandezza. Il trasferimento fu una decisione necessaria, ma non priva di dolore per i fiorentini, che avevano sempre considerato la statua un simbolo sacro della loro città. In Piazza della Signoria, una copia del David ha preso il posto dell'originale, continuando a mantenere viva la connessione simbolica tra l’opera e il cuore di Firenze.

Oggi, il David di Michelangelo è più di una semplice statua. È un’icona universale che trascende il contesto storico in cui è stata creata. La sua bellezza senza tempo, la sua perfezione formale e il suo significato profondo continuano a ispirare e a commuovere chiunque la contempli. Michelangelo non ha solo scolpito un corpo umano; ha dato forma a un messaggio che continua a parlare all’umanità intera: un messaggio di resistenza, di lotta contro l’oppressione, di potere della ragione e della virtù. Il David è una delle opere che ha contribuito a definire l’identità culturale del Rinascimento e a costruire un legame indissolubile tra l’arte, la politica e la storia. Non è solo il simbolo di Firenze, ma un simbolo di ogni epoca che riconosce nel valore dell’individuo e nella forza della bellezza la chiave per la resistenza contro l’ingiustizia. La sua grandezza, come la sua bellezza, è destinata a perdurare nei secoli, senza mai perdere il suo fascino e il suo messaggio.

Dove nasce il grido: il paesaggio segreto di Munch


A volte l’arte non nasce: affiora. Non viene al mondo come un bambino, ma come un presagio. Circola nell’aria prima di prendere forma, si condensa nei corridoi del tempo come una nebbia elettrica, e poi, all’improvviso, sceglie un corpo. Così, in una notte di dicembre del 1863, mentre la Norvegia era stretta in un inverno che sembrava non finire mai, l’arte scelse un neonato pallido e inquieto per dare voce a ciò che l’umanità aveva tenuto nascosto per secoli: il tremore della propria anima. Prima ancora che quel bambino avesse un nome, l’angoscia aveva già acceso una candela sul suo destino.

Non fu una nascita, ma una convocazione. Qualcuno – o qualcosa – aveva bisogno di un tramite, di un sismografo umano capace di registrare il movimento impercettibile delle paure, il battito irregolare dell’amore, la lenta evaporazione della speranza. E quel corpo fragile, avvolto in una coperta troppo sottile, accettò la chiamata. La neve silenziosa fuori dalla finestra sembrò prendere nota. La casa, già allora, odorava di febbre e di presagi. E così, mentre Oslo dormiva, un nuovo modo di vedere iniziava a respirare.

Dire che in quella culla giaceva Edvard Munch è quasi riduttivo: lì giaceva un’intera costellazione di ferite future. C’erano già le assenze che lo avrebbero formato, le tubercolosi che avrebbero mangiato la sua infanzia, le febbri che gli avrebbero intaccato i polmoni e il cuore. E c’erano gli “angeli neri”, come lui li chiamerà più tardi, che non lo avrebbero mai abbandonato. Seduti accanto alla culla, vigilavano con una pazienza che solo le ombre possiedono.

Da questo punto della storia non si può procedere in linea retta. Munch non vive in un tempo lineare: vive in un circolo, in un tormento che ritorna, in un respiro che si fende. La sua vita non è una biografia, ma un’eco. E per comprenderlo bisogna lasciarsi attraversare dalla sua visione, densa come un temporale che non scoppia mai del tutto. Perché Munch non racconta l’angoscia: la propaga.

L’infanzia, più che una fase, è il primo colpo inferto da un destino senza indulgenze. La madre che muore, lasciandogli un’eredità di fragilità. La sorella Sophie, luminosa e gentile, che si spegne lentamente come un cero consumato dal proprio stesso bagliore. La casa, che dovrebbe proteggere, diventa invece un altare di paure; il padre, devoto fino al fanatismo, trasforma ogni malattia in un avvertimento divino. Edvard cresce come un bambino che ascolta i passi della morte nel corridoio. E quei passi, senza volerlo, gli insegnano il ritmo.

Non si diventa Edvard Munch: lo si è da subito. È un’identità involontaria, una condizione. Gli abissi esistono prima ancora del linguaggio che potrebbe descriverli. Così, quando il giovane Edvard prende in mano un pennello, non sta scegliendo un mestiere: sta aprendo una finestra. E da quella finestra entra tutto – il gelo, il respiro affannoso, la febbre, la paura di essere inghiottito dall’amore e dalla morte.

La Norvegia della sua giovinezza, così severa nei suoi inverni e così rigida nei suoi valori, non è un luogo che accoglie facilmente un temperamento come il suo. È una società sobria, borghese, ordinata, che non ha tempo per le crepe. Ma Munch non è interessato all’ordine. Lui vuole le crepe. Anzi: le cerca. Le allarga. Le rende abissi. La sua pittura nasce come una ribellione naturale, non intellettuale. Lui non rifiuta la realtà: la mostra per ciò che è realmente, tremante, instabile, minacciata dalle forze oscure che nessuno vuole nominare.

Il simbolismo europeo, allora in fermento, offre a Munch una sponda, ma solo fino a un certo punto. Se i simbolisti adornano i loro dipinti con suggestioni, Munch sfonda gli ornamenti e mostra il nervo vivo. Dove altri alludono, lui profetizza. Dove altri sussurrano, lui spalanca un varco. Non è un pittore che rappresenta: è un pittore che espone. Ogni tela è un arto scoperto, una vena pulsante, un dolore non ancora cicatrizzato.

Le sue tele esposte alla pioggia non sono eccentricità: sono rituali. Quando lascia che il vento asciughi i colori, sta chiedendo al mondo naturale di completare il suo destino. Quando lascia che la neve si posi, sta invitando l’inverno dentro la pittura. Per lui la natura non è uno sfondo, ma un collaboratore crudele, una forza che incide sulla sua arte così come incide sulle sue ossa e sulla sua mente. La pioggia che diluisce l’acqua dei colori è la stessa che, nella sua infanzia, scorreva tra le finestre della casa della malattia. È un dialogo. Una continuità. Un patto.

Munch è poeta anche quando non scrive. Le sue tele parlano come parlano i versi più disperati di Rilke o i più febbrili di Trakl. In esse amore e morte non sono simboli, ma creature. Non si sfiorano: si abbracciano. Si mordono. Si divorano. Le figure femminili che dipinge non sono donne: sono manifestazioni del destino. Vampiri, sirene, Madonne perverse, presenze che consumano l’anima come una brace.

Non è misoginia. È cosmologia. Munch percepisce il femminile come un’energia primordiale, un’onda che non può essere fermata. Chi guarda Vampire sente il calore del sangue che scende tra i capelli rossi della donna; chi contempla Madonna percepisce l’oscillazione tra beatitudine e peccato come una vertigine che non si può controllare.

E poi c’è L’Urlo. Ma trattarlo come un’opera isolata è come trattare un fulmine come un fenomeno autonomo: è il risultato di tempeste precedenti. Il rosso violento del cielo non è un colore: è un presagio. È la febbre dei suoi anni, è la combustione del siglo XIX che sta per spegnersi nel crepuscolo. L’uomo, con le mani sulle orecchie, è una figura che chiunque può diventare. Non sta urlando: è il mondo che urla in lui. È la materia stessa che vibra, che cede, che sussulta come una membrana troppo tesa.

Il successo, quando arriva, non porta pace. Porta nuovi fantasmi. Berlino, Parigi, i salotti in cui gli intellettuali lo esaltano come il profeta del disagio moderno, non sono per lui luoghi di riposo. Sono arene. A volte incanta, a volte fugge. A volte ama troppo. A volte ferisce e si ferisce. Il colpo di pistola che gli lacera un dito non è un episodio isolato: è un sintomo. È il corpo che, come la sua pittura, non riesce più a contenere le tensioni.

Il ricovero del 1908 è uno spartiacque. Munch entra nella clinica come un uomo divorato dai propri demoni e ne esce come qualcuno che, pur senza averli sconfitti, ha capito come parlare con loro. La calma che segue non è guarigione. È tregua. Una tregua che gli permette di esplorare un’altra forma di luce, un’altra forma di silenzio. I campi, gli animali, le figure contadine degli anni successivi non sono idilli: sono sussurri, pause tra due tempeste.

E poi, nel ritiro di Ekely, arriva il periodo più dolce e più inquieto al tempo stesso. Dipinge la natura come si dipinge un ricordo: con la consapevolezza che tutto ciò che esiste è in procinto di svanire. I colori si fanno più teneri, ma vibrano ancora. Le linee si fanno più calme, ma restano tremanti. Munch non diventa mai un artista pacificato: diventa un artista stanco. È un cambiamento enorme.

Alla sua morte, nel gennaio del 1944, lascia non una produzione, ma un continente. Una geografia sentimentale che non si può leggere con l’occhio del critico ma con il corpo del sopravvissuto. Chi entra oggi nel museo dedicato a lui a Oslo non visita un’esposizione: attraversa un clima, una pressione atmosferica che cambia il ritmo del cuore.

E così, guardando indietro, appare chiaro che la frase che Munch scrisse – “Malattia, follie e morte sono stati gli angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla” – non è un lamento. È una lode. Un ringraziamento. La consapevolezza che la bellezza vera non risiede nell’armonia, ma nella ferita illuminata. Che ciò che ci attira verso l’arte non è ciò che ci consola, ma ciò che ci assomiglia più profondamente.

Edvard Munch non ha dipinto il male di vivere: ha dipinto il miracolo di poterlo ancora osservare.


Gioia, gesto e libertà: il corpo in azione in 'Ever Is Over All' di Pipilotti Rist


In "Ever Is Over All", Pipilotti Rist non si limita a proporre un’immagine o una sequenza video: costruisce un’esperienza visiva, corporea e percettiva che mette in dialogo lo spettatore con la libertà dell’azione e la trasformazione dello spazio urbano. La protagonista, una donna vestita di blu, si muove lungo una strada cittadina, avanzando con passo leggero ma deciso, e brandendo un bastone che colpisce i vetri delle auto con una delicatezza apparente ma al tempo stesso profondamente destabilizzante. Questo gesto, semplice nella sua forma, è denso di ambivalenze: è ludico e gioioso, quasi infantile, ma nello stesso momento è trasgressivo, interrompendo l’ordine visivo e sociale della città. La tensione che si crea tra innocenza e azione radicale costituisce il nucleo dell’opera: Rist mostra che la libertà non è un concetto astratto, ma una pratica che si manifesta attraverso il corpo e il gesto, e che può assumere forme sorprendenti nel quotidiano.

La scelta di rappresentare una figura singolare e autonoma in un contesto urbano definito è significativa. La città, con le sue regole, la sua linearità e la sua prevedibilità, funge da sfondo simbolico e narrativo. Lo spazio urbano, ordinato e funzionale, viene trasformato dall’azione della donna: ciò che è rigido, prevedibile e normativo diventa teatro di gioco, sperimentazione e ribellione poetica. In questo senso, il video può essere letto come una riflessione sulla performatività dello spazio: ogni gesto della protagonista interroga e ridefinisce le relazioni tra individuo e contesto, tra corpo e struttura sociale. Non si tratta più di rappresentazione, ma di intervento, in cui l’arte diventa azione concreta e percepibile nello spazio condiviso.

L’opera di Rist si situa inoltre in un ampio discorso sulla corporalità come strumento di potere e trasformazione, un tema che attraversa gran parte della videoarte contemporanea e degli studi di genere attuali. In questo senso, la protagonista non è mai un oggetto contemplativo, ma un soggetto che agisce, occupa lo spazio, interagisce con gli oggetti e sfida aspettative sociali implicite. Come suggeriscono teorici contemporanei della performatività, tra cui Judith Butler e Diana Taylor, il corpo diventa un mezzo di produzione di significato, un agente attraverso cui si manifesta e si negozia l’identità e il potere. Nella performance di Rist, il corpo della donna è centrale: non rappresenta solo sé stesso, ma apre uno spazio di possibilità, dove libertà, gioco e trasgressione si intrecciano.

La dimensione visiva è fondamentale per comprendere l’impatto dell’opera. Rist utilizza colori saturi, movimenti rallentati e distorsioni visive che generano un effetto onirico, quasi surreale. Questa manipolazione dell’immagine non è decorativa: serve a sospendere lo spettatore tra realtà e immaginazione, creando una sorta di “campo esperienziale” in cui il gesto, la luce e il colore diventano strumenti di percezione e di partecipazione emotiva. La distorsione visiva e la saturazione cromatica intensificano la qualità poetica dell’opera, evidenziando come l’arte video possa trasformare il quotidiano in esperienza sensoriale, poetica e politica. La realtà urbana non è più neutra: è resa flessibile, reattiva e plasmabile dall’azione individuale, in un continuo scambio tra corpo e contesto, tra gesto e spazio.
Un altro aspetto rilevante è la dimensione della trasgressione sottile, che attraversa tutto il video. Il gesto di rompere i vetri non è aggressivo in senso tradizionale: non provoca danno reale, ma rompe la percezione ordinaria dello spettatore, destabilizzando l’idea di controllo e prevedibilità che la città impone. Questa ambivalenza tra innocenza e forza radicale rende evidente come Rist lavori sulla tensione tra norme sociali e azione individuale, tra spazio condiviso e libertà personale. Lo spettatore è chiamato a confrontarsi con questa contraddizione, riconoscendo che la libertà autentica non è mai semplice, lineare o innocua: è sempre un atto, una decisione, un gesto che si inscrive nel contesto e lo modifica.

Dal punto di vista concettuale, "Ever Is Over All" si colloca in un continuum di riflessioni sulla performatività del corpo e sulla capacità dell’arte di creare interazioni tra spazio, soggetto e spettatore. La combinazione di azione fisica, presenza corporea e immaginazione visiva rende evidente che la libertà individuale non è un’idea astratta: è esperienza tangibile, percepibile e condivisibile. L’opera di Rist invita a considerare il corpo come medium di trasformazione, capace di ridefinire lo spazio urbano, di generare poesia dal quotidiano e di proporre alternative simboliche e concrete alle strutture sociali consolidate.
Infine, il video può essere letto come una riflessione sulla capacità dell’arte di plasmare il reale attraverso il gesto, di trasformare la percezione, di espandere le possibilità dell’individuo. La protagonista, con i suoi movimenti eleganti e decisi, mostra come la gioia, il gioco e la trasgressione possano diventare strumenti di liberazione. Rist suggerisce che la libertà non è solo un concetto teorico o filosofico: è tangibile, corporea, e si manifesta attraverso l’azione quotidiana, anche nei contesti più ordinari e apparentemente vincolanti. "Ever Is Over All" diventa così non solo un’opera visiva, ma un manifesto poetico e teorico sulla trasformazione dello spazio, sull’agenzia corporea e sulla forza dell’immaginazione umana.

giovedì 22 gennaio 2026

Joseph Beuys: l’arte come forza trasformativa per la società e la natura

Joseph Beuys è una di quelle figure che trascendono i limiti tradizionali dell’arte per entrare nel campo della filosofia, della politica e della sociologia, configurandosi come un innovatore totale del pensiero creativo. Nato in Germania nel 1921, la sua esperienza personale, segnata dagli orrori della guerra e dalla successiva ricostruzione, ha profondamente influenzato la sua idea di arte come forza rigeneratrice e trasformativa. Beuys ha saputo vedere oltre la semplice produzione artistica, concependo l’arte come un fenomeno che abbraccia tutta la vita, in cui ogni persona ha un ruolo attivo e creativo da svolgere. Per comprendere la portata rivoluzionaria del suo pensiero, è necessario esplorare i vari livelli di questa visione che unisce estetica, etica e politica in un unico grande progetto esistenziale.

Al centro del pensiero di Beuys si trova una convinzione semplice ma potente: ogni individuo è un artista in potenza. Questo concetto va ben oltre la semplice nozione di talento o abilità tecnica; si tratta di un’affermazione radicale della capacità creativa come qualità umana universale. Non importa se si dipinge, si scolpisce o si suona uno strumento; l’arte è una forma di espressione della libertà e della vitalità umana che può manifestarsi in ogni ambito della vita, dal modo in cui si organizza una comunità, all’insegnamento, all’economia. Questa idea democratizza l’arte, rimuovendo le barriere elitiste che spesso la circondano, e la pone come un terreno aperto a tutti, un campo di gioco dove la creatività diventa lo strumento per cambiare e migliorare il mondo. Beuys sfida dunque la tradizionale separazione tra “artista” e “pubblico”, invitando ognuno a riconoscere e sviluppare il proprio potenziale creativo.

Ma la visione di Beuys non si ferma a questo. L’arte, secondo lui, è una “scienza della libertà” — un’espressione che sembra quasi paradossale se si pensa all’arte come qualcosa di spontaneo e istintivo. Tuttavia, per Beuys, la scienza e la metodologia sono fondamentali per sviluppare un processo creativo che non sia mero estro, ma azione consapevole e diretta. Questa “scienza” indica un modo di pensare e di agire che consente di sperimentare nuove forme di libertà, non solo individuale, ma soprattutto collettiva. Attraverso l’arte si può esplorare e mettere in pratica un nuovo modo di vivere insieme, in cui le gerarchie si abbassano e si creano spazi di dialogo e partecipazione. L’arte diventa così un laboratorio sociale, una palestra in cui esercitare la libertà in modo attivo e concreto.

Un altro tema cardine nel pensiero di Beuys è il rapporto tra l’uomo e la natura. In un’epoca in cui lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali stava mostrando le sue tragiche conseguenze, Beuys anticipava un nuovo modo di guardare al mondo naturale. Non come un semplice contenitore di materie prime da utilizzare, ma come un soggetto vivo e dinamico, con cui l’essere umano deve instaurare un dialogo rispettoso e costruttivo. La natura non è solo il fondamento materiale della nostra esistenza, ma anche una fonte di ispirazione e di energia creativa, una compagna di viaggio imprescindibile. Questa visione ecologica è profondamente radicata nel suo lavoro artistico, dove materiali naturali come il feltro, il legno o la terra non sono mai elementi decorativi, ma parti essenziali di un linguaggio che parla di vita, cicli e rigenerazione. Attraverso questa relazione simbiotica, Beuys ci invita a riconsiderare il nostro ruolo nel mondo, a riconoscere che il nostro benessere è indissolubilmente legato a quello dell’ambiente che ci circonda.

In linea con questa prospettiva, Beuys attribuisce all’arte una funzione terapeutica e sociale. Le sue opere e le sue performance non sono semplici oggetti da contemplare, ma atti che cercano di guarire ferite profonde della società, ferite che sono sia materiali che spirituali. Attraverso l’arte, Beuys promuove la pace, la solidarietà e la collaborazione, opponendosi alle divisioni e ai conflitti che lacerano le comunità umane. La sua pratica artistica diventa così uno spazio di incontro, dove le persone si riconoscono come parte di un progetto comune, dove l’atto creativo diventa un gesto di cura verso gli altri e verso il mondo. Questo approccio trasforma radicalmente il ruolo dell’artista, che smette di essere un creatore isolato per diventare un facilitatore di processi collettivi, un educatore che stimola il coinvolgimento e la partecipazione attiva.

La figura dell’artista, nel sistema beuysiano, è quindi profondamente politica e sociale. Beuys si vede come un catalizzatore di cambiamenti, capace di mobilitare energie e risorse umane per generare nuovi modelli di vita e di lavoro. Non si tratta di una leadership autoritaria, ma di una guida che apre spazi di autonomia e creatività, invitando le persone a prendere parte a un processo condiviso di trasformazione. Questa dimensione pedagogica è evidente nelle sue numerose attività di insegnamento e nei suoi interventi pubblici, dove l’arte diventa strumento di empowerment e di responsabilizzazione. In questo modo, Beuys inaugura una nuova concezione del fare artistico che travalica la dimensione estetica per entrare in quella etica e politica.

La natura stessa costituisce una fonte inesauribile di ispirazione per Beuys, ma anche un laboratorio materiale dove sperimentare. I suoi lavori sono spesso realizzati con materiali naturali o recuperati, come feltro, cera, legno o piante, che acquisiscono un valore simbolico e pratico insieme. Questi elementi non sono semplici supporti, ma protagonisti attivi dell’opera, portatori di significati legati alla vita, alla morte, al calore e alla protezione. Attraverso questa scelta, Beuys stabilisce un dialogo diretto con il mondo materiale, sottolineando l’importanza dell’esperienza sensoriale e tattile nella conoscenza e nella creazione artistica. L’arte, in questo senso, diventa un’esperienza totale, che coinvolge corpo, mente e ambiente in un unico atto creativo.

Un’ultima dimensione fondamentale del pensiero di Beuys è l’importanza dell’esperienza diretta. Per lui, conoscere e comprendere il mondo non è un atto intellettuale distaccato, ma una pratica che passa attraverso l’azione, il contatto e la partecipazione concreta. L’esperienza, soprattutto quella vissuta attraverso il fare artistico, permette di instaurare un rapporto autentico con la realtà, capace di superare le astrazioni e le separazioni. Questo approccio esperienziale si traduce in una forma di sapere pratico e immediato, che alimenta continuamente il processo creativo e la trasformazione sociale. Beuys invita quindi a immergersi nel mondo con tutti i sensi, a lavorare con le mani e con il corpo, a vivere la realtà come un campo aperto di possibilità.

Ricapitolando, il pensiero di Joseph Beuys si dispiega in una visione olistica e integrata dell’arte, che travalica i confini tradizionali per abbracciare l’intera esperienza umana. La sua è una filosofia della creatività che si estende alla politica, all’ecologia, all’educazione e alla società, proponendo un modello di vita fondato sulla collaborazione, sulla responsabilità e sul rispetto reciproco. L’arte non è mai un fine a sé stessa, ma un mezzo per costruire un mondo più giusto, sostenibile e umano. Attraverso la sua eredità, Beuys ci lascia un invito a riscoprire la forza creativa che alberga in ciascuno di noi e a metterla al servizio di un cambiamento reale e profondo. In questo senso, la sua opera rimane una delle testimonianze più significative e attuali del Novecento, un richiamo potente a trasformare la creatività in un atto di liberazione e di cura per il mondo e per le future generazioni.

“La metamorfosi” di Franz Kafka


“La metamorfosi” di Franz Kafka è un’opera che sfida ogni tentativo di categorizzazione. È un racconto che si muove tra il surreale e il reale, che utilizza il grottesco per parlare dell’essenza più intima dell’essere umano e che, a distanza di oltre un secolo, non smette di interrogare, inquietare e commuovere. L’apparente semplicità della trama – la storia di Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che si risveglia trasformato in un gigantesco insetto – è solo un velo sottile che nasconde un abisso di significati. Kafka, attraverso questo racconto, non si limita a narrare una vicenda bizzarra, ma costruisce un universo simbolico capace di riflettere alcune delle domande più profonde dell’esistenza: chi siamo davvero? Come ci definiscono gli altri? E cosa succede quando perdiamo il nostro posto nel mondo?

Fin dall’incipit, Kafka ci catapulta in una realtà che ha perso ogni equilibrio: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.” La narrazione inizia senza preamboli, senza preparazioni o spiegazioni. L’evento centrale – la metamorfosi di Gregor – è accettato come un fatto dato, privo di cause o giustificazioni. Non c’è una punizione divina, una maledizione o una malattia che spieghi la trasformazione. Questa assenza di spiegazione è il cuore dell’opera: Kafka ci presenta un mondo in cui l’assurdo è la norma, in cui gli eventi più sconvolgenti accadono senza motivo apparente, lasciandoci soli a fronteggiare il mistero dell’esistenza.

La metamorfosi di Gregor, però, non è solo un fatto biologico. È una trasformazione che ha radici profonde, che riflette il suo stato interiore e il suo rapporto con il mondo. Gregor, prima della sua trasformazione, viveva già in una condizione di alienazione. La sua vita era interamente dedicata al lavoro, un lavoro monotono e opprimente che lo costringeva a viaggiare continuamente, privandolo di qualsiasi legame autentico con gli altri. Gregor era diventato, per usare un termine moderno, una macchina: un individuo definito esclusivamente dalla sua funzione economica, dal suo ruolo di sostegno per la famiglia. Non aveva sogni propri, né desideri, né ambizioni. La sua identità era interamente costruita intorno al suo lavoro, e la sua esistenza si consumava nel tentativo di soddisfare le aspettative altrui.

In questo senso, la metamorfosi non è tanto una rottura quanto una rivelazione: il corpo di Gregor diventa ciò che la sua mente era già. Diventando un insetto, Gregor non subisce una trasformazione, ma si manifesta per ciò che era realmente: un essere disumanizzato, ridotto a una funzione, privo di valore al di fuori della sua utilità economica. Il suo nuovo aspetto è il simbolo di questa condizione: un corpo repellente, che suscita disgusto e paura, che non può più integrarsi nel mondo degli uomini.

L’opera di Kafka è un’esplorazione magistrale dell’alienazione, un tema centrale nella filosofia e nella letteratura del Novecento. Gregor, nella sua nuova forma, è un individuo completamente separato dal mondo. Non è più in grado di comunicare, di lavorare, di partecipare alla vita familiare o sociale. La sua trasformazione lo rende estraneo persino a sé stesso: non riconosce più il proprio corpo, non riesce più a muoversi con facilità, non riesce più a nutrirsi come prima. Questa condizione di isolamento richiama il pensiero di Søren Kierkegaard, che descriveva la disperazione come una separazione tra l’individuo e la sua essenza autentica. Gregor è, in questo senso, un uomo che ha perso ogni connessione con ciò che lo definiva, un uomo intrappolato in una forma che non gli appartiene.

Ma l’isolamento di Gregor non è solo fisico o psicologico: è anche e soprattutto relazionale. Kafka ci mostra come la trasformazione di Gregor riveli le vere dinamiche dei suoi rapporti familiari. All’inizio del racconto, la famiglia sembra provare una sorta di pietà nei suoi confronti. La sorella Grete si prende cura di lui, portandogli da mangiare e cercando di mantenere la sua stanza in ordine. Ma col passare del tempo, questa pietà si trasforma in fastidio, poi in disgusto, infine in aperta ostilità. La madre, incapace di accettare la realtà, evita di guardare Gregor; il padre, che rappresenta l’autorità patriarcale, lo respinge con violenza, arrivando persino a ferirlo. E Grete, che inizialmente sembrava essere l’unico legame umano di Gregor, diventa la sua più feroce accusatrice, dichiarando apertamente che sarebbe meglio liberarsi di lui.

Questo progressivo abbandono da parte della famiglia è uno degli aspetti più tragici dell’opera. Gregor, che aveva sacrificato tutta la sua vita per il benessere dei suoi familiari, viene rifiutato nel momento in cui non può più soddisfare le loro aspettative. La sua condizione di “inutile” lo rende invisibile, un peso di cui disfarsi. In questo senso, Kafka ci offre una critica spietata alla società moderna, in cui il valore di un individuo è strettamente legato alla sua produttività. Gregor non è più un uomo: è un fardello, un ostacolo, un problema da risolvere.

Ma l’opera di Kafka non si limita a una critica sociale. È anche una profonda riflessione filosofica sull’assurdità della vita e sulla fragilità dell’identità umana. La metamorfosi di Gregor è un evento che sfida ogni tentativo di comprensione. Non ha senso, non ha scopo, non ha spiegazione. È un fatto che accade, e che Gregor – e noi con lui – deve accettare senza riserve. In questo, Kafka anticipa il pensiero di filosofi come Albert Camus, che descrivevano l’esistenza come un confronto continuo con l’assurdo. Gregor non cerca mai di capire perché sia diventato un insetto; non si ribella, non si interroga. Accetta la sua condizione con una passività che è al tempo stesso tragica e profondamente umana.

Il finale dell’opera è un culmine di questa tragedia dell’assurdo. Gregor muore solo, dimenticato e abbandonato. La sua famiglia, sollevata dalla sua scomparsa, riprende la propria vita come se nulla fosse accaduto. Questo epilogo, che potrebbe sembrare cinico o crudele, è in realtà una rappresentazione spietatamente realistica della condizione umana. Gregor non è un eroe, né un martire: è un uomo qualunque, la cui vita si consuma nel tentativo di trovare un senso in un mondo che non ne ha.

“La metamorfosi” di Kafka è un’opera che non offre risposte, ma che pone domande fondamentali: chi siamo davvero? Quanto della nostra identità dipende dagli altri? E cosa succede quando perdiamo il nostro ruolo nel mondo? Gregor Samsa, nella sua tragica parabola, è un simbolo universale dell’essere umano di fronte all’assurdo, un personaggio che ci ricorda che, nella vita, ciò che conta davvero non è ciò che facciamo, ma ciò che siamo. E in questo, Kafka ci offre una visione dell’esistenza che è al tempo stesso inquietante e profondamente commovente.

Proseguendo nella lettura e nell’analisi de “La metamorfosi”, emerge un altro tema centrale che Kafka intreccia sapientemente alla trama: la dinamica del potere e il suo rapporto con la vulnerabilità. Se Gregor, prima della sua trasformazione, era la colonna portante della famiglia, il suo ruolo viene drasticamente ribaltato nel momento in cui perde la capacità di lavorare e provvedere economicamente ai suoi cari. La sua utilità sociale – e con essa il suo potere – svanisce, lasciandolo in balia di una famiglia che non esita a rimodulare le relazioni di forza una volta cambiati gli equilibri.

Il padre, una figura che prima della metamorfosi viveva nell’inerzia e nella dipendenza economica da Gregor, si rialza simbolicamente e fisicamente. È lui, infatti, a prendere il controllo della situazione, a imporsi come figura autoritaria e a relegare Gregor al ruolo di intruso nella casa. Questo ribaltamento di potere è accompagnato da un atteggiamento di crescente violenza: il padre, invece di provare empatia per la sofferenza del figlio, lo scaccia, lo ferisce, lo tratta come un nemico. Questo atteggiamento rappresenta un atto di rifiuto non solo verso Gregor come individuo, ma anche verso tutto ciò che egli rappresenta: la fragilità, la dipendenza, l’incapacità di rispettare le norme sociali.

La sorella Grete, invece, attraversa un’evoluzione che appare inizialmente come un tentativo di maturazione, ma che si rivela essere un’altra forma di rifiuto. All’inizio, la sua cura per Gregor sembra indicare una possibilità di connessione, di empatia, persino di redenzione. Tuttavia, con il tempo, la responsabilità di prendersi cura del fratello diventa un peso insopportabile. Grete, che nella trasformazione di Gregor trova un’occasione per uscire dall’ombra del fratello e conquistare uno spazio proprio, finisce per tradire completamente quel legame, identificandolo ormai solo come una minaccia al benessere della famiglia. Il momento in cui propone apertamente di liberarsi di lui rappresenta la fine simbolica di qualsiasi speranza di riconciliazione.

Questa dinamica familiare, spietatamente descritta da Kafka, riflette le contraddizioni intrinseche dei rapporti umani. L’amore e il legame affettivo vengono messi alla prova dall’utilitarismo, dalla paura e dal conformismo. La famiglia Samsa, lungi dall’essere un rifugio sicuro, diventa il teatro di una lotta di potere in cui il più debole viene inevitabilmente sacrificato. Qui Kafka ci invita a riflettere sulla condizione dell’individuo in una società dominata dalle logiche della produttività e dell’apparenza: cosa resta dell’essere umano quando viene privato della sua utilità? Quando smette di rispondere alle aspettative sociali?

A questo si aggiunge una riflessione sulla condizione corporea, un tema spesso sottovalutato ma cruciale nella lettura dell’opera. Gregor, trasformato in un insetto, perde non solo il suo aspetto umano, ma anche la capacità di relazionarsi al mondo attraverso il corpo. La sua nuova forma lo costringe a una serie di limitazioni fisiche: non può più camminare eretto, non riesce più a parlare, e persino nutrirsi diventa un’impresa difficile. Il corpo, che nella filosofia e nella letteratura è spesso considerato il mezzo attraverso cui l’individuo si connette al mondo, diventa per Gregor una prigione. La sua esperienza corporea è segnata dalla sofferenza, dall’alienazione e dalla vergogna, un’esperienza che riflette simbolicamente il disagio di sentirsi “fuori posto” nel mondo.

La dimensione corporea, inoltre, diventa il luogo in cui si manifesta il giudizio degli altri. Il disgusto che la famiglia prova nei confronti di Gregor non è rivolto tanto a lui come persona, quanto al suo corpo, al suo aspetto, a ciò che rappresenta. Questo ci porta a un’altra riflessione fondamentale: quanto del nostro valore, della nostra identità, è determinato dall’aspetto esteriore? Quanto siamo definiti dal nostro corpo, dalle nostre capacità fisiche e dalla nostra conformità alle norme sociali? Kafka, attraverso la figura di Gregor, ci mostra quanto sia fragile il confine tra accettazione e rifiuto, tra appartenenza e esclusione.

Il finale dell’opera, pur nella sua estrema cupezza, apre una possibilità di interpretazione che va oltre la tragedia individuale di Gregor. La morte del protagonista, infatti, non è solo la fine della sua sofferenza, ma anche il momento in cui la famiglia Samsa trova una sorta di rinascita. La descrizione del giorno successivo, con i membri della famiglia che escono di casa per godersi il sole e discutono del futuro, suggerisce un ritorno alla normalità, una rigenerazione dopo la crisi. Ma questa normalità è davvero positiva? O è semplicemente una rimozione del problema, un tentativo di dimenticare ciò che è accaduto e andare avanti come se nulla fosse successo?

Kafka ci lascia con questa ambiguità, con una domanda aperta che continua a risuonare nella mente del lettore: è possibile superare l’assurdità della vita senza affrontarla direttamente? O siamo destinati a vivere in un eterno ciclo di alienazione, crisi e oblio? Gregor, con la sua metamorfosi, ci ha mostrato la fragilità della condizione umana, ma la famiglia Samsa, con la sua apparente resilienza, ci mostra quanto sia facile cedere alla tentazione di dimenticare, di rimuovere ciò che non riusciamo a comprendere.

“La metamorfosi” non è solo il racconto di un uomo trasformato in insetto. È una lente attraverso cui osservare l’esistenza umana nella sua complessità e nelle sue contraddizioni. Kafka, con il suo stile asciutto e privo di retorica, ci offre un’opera che continua a parlare al nostro tempo, che continua a interrogare le nostre certezze e a sfidarci a guardare oltre le apparenze. È un racconto che ci invita a riflettere su chi siamo, su come viviamo e su cosa significa, davvero, essere umani.



Por los caminos de Sodoma: Memorias íntimas de un homosexual


"Por los caminos de Sodoma: Memorias íntimas de un homosexual", scritto nel 1932 e tradotto come "Sulle strade di Sodoma: confessioni intime di un omosessuale", è una delle opere più audaci e visionarie della letteratura latinoamericana, nonché un contributo pionieristico alla narrativa LGBTQ+. A quasi un secolo dalla sua pubblicazione, questo romanzo continua a risuonare per il suo coraggio, la sua profondità emotiva e la sua capacità di esplorare temi che all’epoca erano considerati indicibili. La trama, che segue il giovane David nel suo viaggio esistenziale, si trasforma in un’allegoria potente della ricerca di autenticità e libertà, in un mondo che condanna tutto ciò che è diverso.

Il protagonista, David, è un adolescente cresciuto in un ambiente familiare opprimente, immerso nella rigidità morale e sociale di una cittadina provinciale colombiana. Il soffocamento emotivo e l’incapacità di conformarsi alle aspettative familiari lo portano a compiere una scelta drastica: fuggire. Ma la sua fuga non è solo una ribellione contro le mura fisiche della casa paterna, bensì un rifiuto delle catene culturali e psicologiche che lo legano a una vita di menzogne e rinunce. David intraprende un viaggio che lo porta ad attraversare città, relazioni e contesti diversi, sempre animato da una profonda sete di amore e comprensione.

Il cuore della narrazione è la ricerca di David di un amore vero, di un compagno che possa accoglierlo e amarlo per ciò che è. Tuttavia, il suo cammino è costellato di delusioni e tradimenti, riflesso delle difficoltà di vivere apertamente come omosessuale in una società che rifiuta e stigmatizza tutto ciò che non si conforma ai suoi standard. La sua storia prende una svolta inaspettata quando incontra un trapezista circense, un uomo bellissimo e carismatico, capace di accendere in lui una passione intensa e travolgente. Questo amore, però, non rappresenta la salvezza che David aveva immaginato. Al contrario, diventa l’inizio di un nuovo tormento: il suo passato, intriso di vergogne e segreti, lo perseguita, portandolo lentamente verso la perdizione. Il romanzo si conclude in modo tragico, con un epilogo che sottolinea l’impossibilità, per David, di conciliare il suo desiderio di amore con le realtà di un mondo ostile.

Dietro questa trama intensa e commovente si nasconde la figura altrettanto straordinaria di Bernardo Arias Trujillo (1903-1938). Nato a Caldas, in Colombia, Arias Trujillo fu uno degli intellettuali più controversi e originali del suo tempo. Cresciuto in un ambiente profondamente conservatore, si ribellò fin da giovane contro le norme sociali e morali imposte dalla società in cui viveva. La sua dichiarata omosessualità e il suo stile di vita bohémien lo resero una figura scandalosa, ma anche irresistibilmente affascinante, per i circoli letterari e culturali dell’epoca. Nonostante la stigmatizzazione e le difficoltà, Arias Trujillo abbracciò la sua identità senza compromessi, diventando un simbolo di resistenza e libertà.

La stesura di "Por los caminos de Sodoma" coincise con un periodo cruciale della vita dell’autore. Nel 1932, Arias Trujillo si trasferì in Argentina per lavorare come addetto culturale colombiano. Sebbene l’incarico fosse prestigioso, era svolto senza compenso, costringendolo a cercare modi alternativi per sostenersi. Fu così che pubblicò il romanzo sotto lo pseudonimo di Sir Edgar Dixon, una scelta che rifletteva non solo la necessità di proteggersi dalle critiche della società colombiana, ma anche la volontà di sperimentare una libertà creativa lontano dagli occhi giudicanti del suo paese. Buenos Aires, negli anni ’30, offriva un’atmosfera più aperta e cosmopolita rispetto alla provincia colombiana, e Arias Trujillo trovò in questa città una comunità di artisti e intellettuali che lo accolse e lo ispirò. Tra le sue amicizie più significative vi furono gli amici di Federico García Lorca, il grande poeta spagnolo, noto per la sua poesia appassionata e per il suo spirito libero. Arias Trujillo ricordò con orgoglio quei giorni, sottolineando quanto fosse raro entrare nel cerchio intimo di Lorca, un uomo che sfuggiva ai falsi intellettuali e agli adulazioni superficiali.

Il contesto storico in cui "Por los caminos de Sodoma" fu scritto aggiunge ulteriore valore all’opera. Gli anni ’20 e ’30 del Novecento furono un periodo di profonda repressione per le persone LGBTQ+, non solo in Colombia, ma in gran parte del mondo. L’omosessualità era criminalizzata, patologizzata e stigmatizzata, e chiunque osasse vivere apertamente la propria identità rischiava l’ostracismo sociale, se non addirittura la persecuzione legale. In questo scenario, scrivere un romanzo che affrontava apertamente l’omosessualità non era solo un atto di coraggio: era una vera e propria sfida alle strutture di potere e alle ideologie dominanti. Arias Trujillo, con il suo romanzo, non solo diede voce a una comunità emarginata, ma creò anche uno spazio di riflessione e resistenza.

Come sottolinea lo studioso Jaiber Ladino Guapacha nel suo studio sui romanzi omosessuali dell’antica Caldas, "Por los caminos de Sodoma" non si legge semplicemente per la sua trama o per il piacere del linguaggio. Si legge come un manifesto, un documento che affronta le domande più profonde sull’identità, sulle paure e sui sogni di chi vive ai margini. È un’opera che invita il lettore a confrontarsi con i propri pregiudizi e a esplorare le complesse dinamiche del desiderio, del potere e della resistenza. È anche un testo che, nonostante la sua apparente tragicità, offre una speranza: la speranza che la verità, per quanto dolorosa, sia sempre preferibile alla menzogna.

Oggi, grazie alla disponibilità online, "Por los caminos de Sodoma" può raggiungere un pubblico globale, continuando a ispirare lettori di ogni generazione. È un’opera che ci ricorda quanto sia importante lottare per il diritto di essere sé stessi, indipendentemente dai costi. Bernardo Arias Trujillo, con la sua vita breve ma intensa, ha lasciato un’eredità che va ben oltre le sue opere. Ha dimostrato che la letteratura può essere un’arma potentissima contro l’ingiustizia, un mezzo per affermare la propria umanità e per dare voce a chi non l’ha mai avuta. "Por los caminos de Sodoma" non è solo un romanzo: è una testimonianza, un atto di resistenza e una celebrazione della forza dell’amore e della verità.

L’Iran senza padri: il ritorno dei Pahlavi e l’illusione di una guida



Ogni volta che l’Iran torna al centro dell’attenzione mondiale attraverso immagini di piazze incendiate, di corpi che cadono, di donne che sfidano apertamente il potere togliendosi il velo, l’Occidente avverte quasi fisicamente il bisogno di attribuire un nome, un volto, una genealogia. È una reazione antica e rassicurante: se esiste un erede, una dinastia, un possibile “capo”, la crisi diventa narrabile, addomesticabile, persino risolvibile entro categorie già note. In questo spazio, fatto di ansia interpretativa e nostalgia politica, riemerge ciclicamente il nome di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, erede del Trono del Pavone, figura che per molti osservatori – soprattutto fuori dall’Iran – sembra offrire una via d’uscita simbolica al caos.

La ricomparsa periodica di Reza Pahlavi nel discorso pubblico dice più di noi che dell’Iran. Rivela il nostro rapporto irrisolto con le rivoluzioni altrui, il bisogno di tradurle in storie familiari e riconoscibili, possibilmente dinastiche. Mostra anche la difficoltà – quasi l’incapacità – di accettare che un movimento radicale di emancipazione possa non avere un centro, un leader unico o una figura salvifica pronta a subentrare al regime.

Reza Pahlavi, in realtà, non ambisce a un ritorno al trono. Da decenni rifiuta con coerenza l’idea di una restaurazione monarchica, insistendo pubblicamente sulla laicità dello Stato, sulla democrazia, sui diritti civili e sulla necessità che sia il popolo iraniano a decidere la propria forma di governo. In questo senso, il Pahlavi contemporaneo si distingue nettamente dall’ombra ingombrante del padre. Eppure, nonostante i suoi sforzi per sottrarsi al peso della genealogia, il suo nome resta tutt’altro che neutro. In Iran, la memoria storica non è lineare: è un campo minato, attraversato da ferite politiche profonde, dalla Rivoluzione del 1979, dalle guerre e dalle sanzioni internazionali.

La monarchia dei Pahlavi rappresenta una delle grandi ambivalenze della storia iraniana del Novecento. Da un lato, il progetto di modernizzazione accelerata: la secolarizzazione dello Stato, l’apertura all’Occidente, l’alfabetizzazione di massa, la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali, e la promozione delle arti e della cultura. Dall’altro, un potere autoritario, la repressione del dissenso politico (come documentato dagli archivi SAVAK), una distanza crescente tra élite urbane e masse popolari, e una forte dipendenza dalle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. La Rivoluzione del 1979 non nacque nel vuoto: fu anche il risultato di queste fratture, delle esclusioni sociali ed economiche accumulate negli anni, e della percezione di un regime distante e oppressivo.

In questo contesto entra inevitabilmente la figura di Farah Diba. Terza e ultima moglie dello scià, arrivata dopo il ripudio di Soraya, Farah è diventata nel tempo molto più di un’ex imperatrice: è un’immagine, un mito, una superficie di proiezione. Colta, raffinata, promotrice delle arti, apparentemente emancipata in un contesto patriarcale, incarna per molti – soprattutto nella diaspora e in una certa immaginazione occidentale – l’Iran che “avrebbe potuto essere”: elegante, cosmopolita, femminile, con Teheran che dialogava con Parigi e Roma, dove l’arte contemporanea aveva spazio e il velo non era imposto dallo Stato.

Ma anche qui la nostalgia è selettiva. L’Iran di Farah non era l’Iran di tutti. Era l’Iran di una classe colta e privilegiata, spesso impermeabile alle tensioni economiche, sociali e religiose che attraversavano il Paese. Mitizzare Farah significa rimuovere questa complessità, trasformare una figura storica reale in un’icona estetica e consolatoria, più adatta a Instagram o ai salotti culturali che a comprendere le radici profonde della tragedia iraniana contemporanea.

Oggi, il punto non è stabilire se Reza Pahlavi sia “buono” o “cattivo”, né se la monarchia sia stata migliore o peggiore della Repubblica islamica. Il punto è comprendere la natura delle proteste che attraversano l’Iran. Esse non chiedono il ritorno di un passato, ma la fine di un presente. Non invocano un padre politico, ma reclamano la possibilità di essere adulti, autonomi, sovrani di se stessi.

Le donne che scendono in piazza non lo fanno in nome di Farah Diba, ma contro l’umiliazione quotidiana imposta sul loro corpo. I giovani che affrontano la repressione non lo fanno per restaurare il Trono del Pavone, ma perché non vedono futuro in un sistema che li soffoca economicamente, culturalmente ed esistenzialmente. È un movimento che nasce dalla vita concreta, non dalla nostalgia, ed è per questo che sfugge a ogni facile categorizzazione.

L’Occidente, invece, continua a cercare scorciatoie narrative. Reza Pahlavi è una di queste: parla inglese, conosce i codici mediatici internazionali, può essere invitato nei talk show, non mette in crisi le nostre categorie politiche. Ma l’Iran reale non è un talk show. È un Paese in cui il potere si esercita attraverso la paura, la violenza simbolica e religiosa, documentata da Amnesty International e Human Rights Watch, e dove pensare che una figura esterna, per quanto simbolicamente forte, possa “guidare” un movimento così diffuso, frammentato e radicale significa non comprenderne la natura stessa.

C’è un aspetto più sottile, ma decisivo. Le rivoluzioni del XXI secolo – quando avvengono davvero – non assomigliano più a quelle del Novecento. Non hanno un Lenin, un Castro, un Khomeini. Sono orizzontali, instabili, contraddittorie, spesso destinate a fallire proprio perché rifiutano la centralizzazione del potere. Ma in questo rifiuto c’è anche la loro verità più profonda: le proteste iraniane non cercano un nuovo sovrano illuminato, ma mettono in discussione l’idea stessa di sovranità imposta dall’alto.

Reza Pahlavi può avere un ruolo, ma è limitato e ambiguo. Può essere un punto di riferimento per la diaspora, un interlocutore per le istituzioni internazionali, un simbolo di un’alternativa possibile al regime. Ma non può – e forse non deve – diventare il centro di un movimento nato proprio dal rifiuto di ogni eredità politica non scelta.

Il paradosso, per molti osservatori occidentali, è difficile da accettare: la forza dell’Iran che protesta sta nel suo vuoto di potere, nella sua assenza di un volto unico, nella sua radicale indeterminatezza. È un movimento che non promette un nuovo ordine rassicurante, ma chiede la fine di un ordine che ha trasformato la vita in una colpa.

Forse è proprio questo che ci inquieta di più. Un Iran senza scià e senza ayatollah, senza troni e senza guide carismatiche, è molto più difficile da immaginare. Ma è anche, probabilmente, l’unico Iran che quelle piazze stanno davvero cercando di far nascere.

"Dioniso e Ampelo": un racconto eterno tra mito, frammenti antichi e spirito rinascimentale


"Dioniso e Ampelo" di Pierino da Vinci è un’opera che sfugge a qualsiasi definizione semplice. Non è solo un gruppo scultoreo rinascimentale: è un nodo complesso di tempo, mito, tecnica e sensibilità artistica, un crocevia tra passato e presente, tra antico e moderno, tra corporeità e anima. L’opera nasce da un frammento antico, un torso in marmo pentelico greco, risalente probabilmente al V secolo a.C., che Pierino non si limita a completare, ma trasforma, reinventa e trasfigura. Questo frammento, privato di testa, braccia e gambe, conserva una forza plastica e una perfezione proporzionale che sfidano i secoli: ogni curva, ogni piano muscolare, ogni superficie levigata parla di un linguaggio antico e codificato, di un’estetica in cui l’armonia del corpo umano è quasi matematica, ma insieme carica di poesia.

La scultura diventa allora un dialogo tra epoche: il marmo pentelico, originario della Grecia classica, porta con sé non solo materia ma memoria, testimone di un’armonia codificata; il marmo di Carrara, scelto da Pierino per le aggiunte, porta leggerezza, luminosità e modernità. La fusione dei due materiali non è solo tecnica, ma concettuale: antico e rinascimentale non si scontrano, ma si rispondono, creando un ritmo visivo e simbolico in cui il frammento diventa narrazione e la scultura diventa mito incarnato.

Pierino, formato nell’ombra di Leonardo, mostra una sensibilità rara: comprende il corpo nella sua tensione, la postura nella sua dinamica, il gesto nella sua espressività. La testa di Dioniso, scolpita ex novo, non è un rifacimento della classicità, ma una nuova incarnazione del mito. Lo sguardo del dio è penetrante, i muscoli sono tesi e pronti al movimento, la torsione del torso suggerisce energia e vitalità. Accanto a lui, Ampelo è giovane, fragile, delicato: il suo corpo è una sintesi di grazia ed effimero, incarnazione della bellezza breve, della vulnerabilità dell’esistenza umana. La loro interazione crea un equilibrio straordinario: il possente Dio sostiene con uno sguardo e un gesto la fragilità del giovane, trasformando la tragedia in una tensione armonica, l’assenza in presenza, la morte in rinascita simbolica.

Il mito di Ampelo racconta la morte prematura del giovane e la sua trasformazione in tralcio di vite, origine del vino. Questa metamorfosi, narrata da fonti classiche e reinterpretata nel Rinascimento, diventa nel lavoro di Pierino una trama emotiva e simbolica: l’amore e la perdita, la vita e la morte, il dolore e la gioia si intrecciano in una danza permanente, dove la scultura diventa al tempo stesso narrazione, esperienza sensoriale e meditazione filosofica.

Un elemento tecnico, il foro alla base del torso, suggerisce che l’opera fosse destinata a una fontana pubblica. L’acqua avrebbe circondato le figure, amplificando il mito e integrando la scultura nello spazio urbano, come parte di un rituale visivo e celebrativo. L’assenza di segni di utilizzo come fontana ha però consentito di preservare l’opera, permettendoci oggi di ammirarne ogni dettaglio con precisione. Il simbolismo dell’acqua, legata a Dioniso, alla vita, al flusso e alla rigenerazione, rafforza il senso di trasformazione insito nella scultura: ciò che era morto o incompleto ritorna alla vita attraverso l’arte.

Dal punto di vista iconografico, Dioniso e Ampelo rappresentano due poli complementari: Dioniso, robusto e muscoloso, incarna la forza della natura, la vitalità e l’estasi; Ampelo, delicato e giovanile, incarna la fragilità, la bellezza effimera, la caducità della vita. Questa dualità non è un semplice contrasto estetico: è un dialogo continuo tra energia e vulnerabilità, tra mito e realtà, tra immortalità divina e transitorietà umana. La postura dei corpi, la torsione dei muscoli, l’inclinazione dei volti, la tensione degli arti, tutto concorre a creare un ritmo narrativo interno che coinvolge chi osserva e lo trasporta nel mito.

Il contesto fiorentino aggiunge ulteriori strati di significato. Nel Cinquecento, Firenze era un laboratorio culturale in cui l’antico veniva riscoperto, studiato e reinventato. La città era popolata di collezionisti, intellettuali, scultori e pittori che guardavano al passato non come a un modello da copiare, ma come a un interlocutore con cui dialogare. In questo contesto, Pierino manifesta la sua originalità: reinventa il torso antico con rispetto e libertà, creando un’opera che non è copia ma interpretazione, non è imitazione ma invenzione. La scultura diventa così testimonianza del Rinascimento come epoca di dialogo tra sapere antico e creatività moderna.

Comparando "Dioniso e Ampelo" con altre opere coeve, emergono differenze e anticipazioni di sensibilità. Nei vasi attici Dioniso appare come simbolo, lontano e stilizzato; nelle opere rinascimentali di Bandinelli o Cellini il dio è spesso eroico ma isolato. Pierino invece privilegia la relazione: Dioniso e Ampelo non sono solo divinità e mortale, ma interpreti di una narrazione emotiva e psicologica. La scultura anticipa un approccio in cui il mito diventa esperienza concreta, percepibile e partecipativa, un’idea di arte che attraversa i secoli senza appiattirsi sulla forma.

Anche l’analisi anatomica e gestuale offre spunti straordinari. La tensione del torso di Dioniso suggerisce movimento potenziale, energia accumulata; le spalle leggermente inclinate, la torsione del bacino, la pressione sui piedi, tutto comunica vitalità. Ampelo, inclinato verso Dioniso, esprime affidamento, fragilità, dipendenza emotiva. Lo sguardo dei due personaggi è complementare: Dioniso osserva con potenza e dolcezza, Ampelo con innocenza e vulnerabilità. Ogni muscolo, ogni curva, ogni gesto è narrativo, funzionale al racconto mitologico e simbolico, ma al tempo stesso poetico e universale.

Il mito si intreccia con la tecnica: il marmo pentelico e il Carrara non solo dialogano visivamente, ma diventano strumenti per tradurre l’emozione. Il contrasto tra la superficie più ruvida del torso antico e la levigatezza delle aggiunte rinascimentali enfatizza il passaggio tra il passato e l’oggi, tra la memoria e l’invenzione. La scultura diventa così un codice complesso in cui il materiale, il gesto e il mito si fondono.

Osservare l’opera oggi significa entrare in un dialogo complesso con la storia, con il mito e con l’arte. L’opera non si limita a essere osservata: si vive, si percepisce con tutti i sensi, si decifra come un testo poetico tridimensionale. L’esperienza del visitatore diventa parte della narrazione: la scultura parla, induce riflessione, trasmette emozione. Dioniso e Ampelo non sono fermi; la loro relazione, il mito che incarnano, la trasformazione simbolica in vino e vita, tutto continua a muoversi attraverso chi li osserva.

Il significato simbolico dell’acqua e del vino rafforza ulteriormente il senso della scultura. Il vino, creato dal tralcio di Ampelo, rappresenta l’unione tra morte e rinascita, fragilità e potenza, piacere e dolore. L’acqua, pensata per la fontana mai realizzata, simboleggia flusso, purificazione e vita che si rinnova. La scultura, pur isolata, trasmette comunque questi valori, facendo sentire il visitatore parte di un ciclo eterno.

Infine, "Dioniso e Ampelo" è un’analisi sull’arte stessa: sul suo potere di attraversare secoli, di trasformare frammenti in narrazione, di far dialogare passato e presente. Pierino da Vinci, in pochi anni di vita, ci lascia una lezione sulla creatività, sulla sensibilità, sulla capacità di reinterpretare e reintegrare il mito. L’opera è un invito a guardare oltre la superficie, a leggere tra le pieghe del tempo, a percepire la fragilità della vita e la potenza dell’arte. Dioniso e Ampelo parlano ancora, oggi, della bellezza, del mito, della storia, della trasformazione, del dialogo tra epoche e della capacità infinita della scultura di rendere visibile l’invisibile.


Gramsci, le ghiande e le querce. Note per una sopravvivenza critica

Il problema non è che Gramsci venga citato troppo. Il problema è come viene citato. Nel vocabolario del progressismo contemporaneo, Gramsci è diventato una figura di garanzia, una sorta di santo laico da evocare per certificare la bontà di una posizione. Il suo nome circola come un lasciapassare culturale, un marchio di legittimità. Ma proprio questa circolazione continua rischia di neutralizzarlo. Perché Gramsci, più di ogni altro pensatore del Novecento italiano, è incompatibile con una politica che si accontenta del linguaggio.

Il lessico progressista oggi ruota attorno a parole che suonano bene, che rassicurano chi le pronuncia e chi le ascolta: inclusività, rappresentazione, empowerment, visibilità, consapevolezza. Sono parole che promettono molto e impegnano poco. Funzionano nel registro simbolico, morale, comunicativo. Gramsci, invece, parla un’altra lingua. Una lingua aspra, materiale, ostinata. Una lingua che non separa mai il piano culturale da quello organizzativo, né il discorso dalla struttura. Mettere Gramsci accanto a questo vocabolario senza farli entrare in collisione significa tradirlo.

Prendiamo l’idea di inclusività. Nel discorso progressista è spesso un valore in sé, un fine ultimo. Essere inclusivi equivale a essere dalla parte giusta. Per Gramsci, al contrario, l’inclusione non è mai neutra. Integrare senza trasformare significa rafforzare l’ordine esistente. La storia italiana che Gramsci analizza è piena di inclusioni apparenti: masse assorbite, neutralizzate, educate a riconoscersi in un progetto che non hanno contribuito a costruire. L’inclusione, se non produce autonomia e capacità di direzione, è una forma raffinata di subordinazione. È rivoluzione passiva. È modernizzazione senza emancipazione.

Lo stesso vale per la rappresentazione. Il progressismo contemporaneo tende a identificare il problema politico con la mancanza di visibilità: chi non è rappresentato deve essere reso visibile, nominato, esposto. Ma Gramsci non avrebbe mai confuso la rappresentazione con il potere. Essere rappresentati non significa dirigere. Essere visibili non significa contare. Una classe subalterna può essere perfettamente rappresentata, raccontata, celebrata, e restare subalterna. Il punto, per Gramsci, non è chi parla di chi, ma chi organizza chi, chi forma chi, chi costruisce una visione del mondo capace di diventare senso comune attivo.

Il lessico dell’empowerment è forse quello che più stride con il pensiero gramsciano. L’idea che il potere possa essere “conferito” individualmente, attraverso il riconoscimento o l’autostima, è radicalmente estranea alla sua concezione politica. Per Gramsci il potere non si distribuisce: si costruisce. E si costruisce collettivamente, attraverso conflitti reali, istituzioni, pratiche durevoli. L’empowerment individuale, sganciato da un processo di organizzazione collettiva, produce soggetti più espressivi, non soggetti più forti. Produce voci, non direzione. Gramsci avrebbe visto in questa retorica una forma aggiornata di depoliticizzazione.

Anche la centralità attribuita alla consapevolezza meriterebbe di essere messa sotto accusa. Nel discorso progressista sapere equivale spesso ad agire: essere consapevoli diventa già una forma di trasformazione. Gramsci non ha mai creduto a questa scorciatoia. La coscienza non precede automaticamente la prassi, né la garantisce. Può restare sterile, narcisistica, autoreferenziale. La formazione di una coscienza critica, per lui, è inseparabile da un lavoro organizzativo, disciplinato, lungo. Non è illuminazione improvvisa, ma educazione reciproca, faticosa, contraddittoria.

Qui emerge la distanza più profonda tra Gramsci e il progressismo mediatico: il rapporto con il conflitto. Il lessico progressista tende a edulcorarlo, a trasformarlo in confronto, dialogo, gestione delle differenze. Gramsci non rimuove mai la dimensione antagonistica. L’egemonia non è armonia: è direzione conquistata dentro una lotta. È capacità di tenere insieme consenso e forza, pedagogia e decisione. Pensare di poter costruire un’egemonia senza conflitto equivale a rinunciare all’egemonia stessa.

La figura dell’intellettuale, così come viene oggi celebrata, è forse il punto in cui lo scarto diventa più imbarazzante. L’intellettuale progressista è spesso un produttore di discorsi corretti, un sorvegliante del linguaggio, un certificatore morale. L’intellettuale gramsciano, invece, è una figura immersa nei rapporti sociali, esposta, parziale, coinvolta. Non corregge il mondo: lo organizza. Non si limita a interpretare il presente: lavora per trasformarlo, accettando la possibilità dell’errore e del fallimento. È una figura che non funziona bene nei media, perché non produce sentenze rapide né posture impeccabili.

La “guerra di posizione” entra così in rotta di collisione con l’ossessione contemporanea per la performance. Gramsci immagina un lavoro lento, molecolare, spesso invisibile. Il progressismo attuale chiede risultati immediati, segnali, indicatori di impatto. La temporalità gramsciana è incompatibile con l’ansia di visibilità. Non promette vittorie rapide, né gratificazioni simboliche. Chiede pazienza, continuità, disciplina. Chiede anche di accettare periodi di oscurità, di arretramento, di silenzio. È una politica che non “funziona bene” nei cicli mediatici.

Non stupisce, allora, che Gramsci venga spesso celebrato come icona mentre viene rimosso come metodo. Si citano le sue parole, ma si evita la sua durezza. Si adopera il suo lessico, ma si elude il suo materialismo. Lo si invoca come padre nobile di una sinistra colta, mentre si rifiuta il lavoro sporco che il suo pensiero implica: costruire organizzazione, formare soggettività, accettare il conflitto come dimensione strutturale della politica.

Eppure Gramsci resta lì. Non perché sia attuale, ma perché è intempestivo. Torna a disturbare ogni volta che la politica si riduce a linguaggio, ogni volta che il cambiamento viene confuso con la rappresentazione, ogni volta che l’inclusione sostituisce l’emancipazione. È un pensiero che non consola, che non assolve, che non offre scorciatoie etiche.

Quando Gramsci scrive che le ghiande sono gravide di querce, ma spesso finiscono in pasto ai maiali, non sta offrendo una metafora edificante. Sta dicendo qualcosa di più scomodo: che le possibilità storiche non si realizzano da sole, e che il fallimento è la norma, non l’eccezione. Oggi il rischio più grande è che le ghiande vengano scambiate per simboli, per contenuti, per ornamenti discorsivi. Salvare le ghiande, oggi, significa sottrarle alla retorica progressista che le consuma senza piantarle. E accettare che far crescere una quercia richiede tempo, conflitto, e una pazienza che il presente sembra aver smarrito.

E allora conviene dirlo senza più attenuanti, senza più cautele stilistiche: il progressismo contemporaneo funziona sempre più come una nuova rivoluzione passiva. Non nel senso caricaturale di un tradimento consapevole, ma in quello più gramsciano e dunque più inquietante: come processo storico che assorbe il conflitto, lo riformula in linguaggio, lo neutralizza in nome del cambiamento. Un cambiamento che avviene, certo, ma sempre altrove rispetto ai rapporti di forza reali.

Il progressismo non smantella l’ordine: lo aggiorna. Non costruisce soggettività autonome: le integra. Non produce direzione politica: amministra sensibilità. È una macchina raffinata di trasformazione senza rottura, di movimento senza spostamento. Esattamente ciò che Gramsci aveva imparato a riconoscere nella storia italiana: riforme dall’alto, avanzamenti simbolici, modernizzazioni che lasciano intatta la struttura del potere. La differenza è che oggi tutto questo avviene con un lessico seducente, eticamente irreprensibile, culturalmente sofisticato. E proprio per questo più efficace.

Il progressismo parla incessantemente di cambiamento, ma rifugge l’idea di antagonismo. Celebra il pluralismo, ma teme l’organizzazione. Esalta la differenza, ma diffida della disciplina collettiva. Promuove l’inclusione, ma non sopporta l’autonomia che potrebbe metterne in crisi la cornice. Il conflitto viene riscritto come problema di linguaggio, come fraintendimento, come mancanza di consapevolezza. Mai come questione di potere. Mai come scontro tra interessi inconciliabili. Mai come necessità di scegliere e di perdere.

È qui che Gramsci diventa davvero intollerabile. Perché Gramsci non permette di nascondersi dietro la buona coscienza. Non consente di scambiare la visibilità per forza, la rappresentazione per direzione, il riconoscimento per emancipazione. Smonta l’illusione che basti occupare il piano simbolico per trasformare la realtà. Mostra che senza organizzazione, senza sedimentazione, senza una pedagogia politica lunga e conflittuale, ogni avanzamento resta reversibile. Decorativo. Fragile.

Il progressismo odierno, invece, sembra aver fatto pace con la reversibilità. Accetta che tutto sia provvisorio, che ogni conquista sia negoziabile, che ogni diritto sia una concessione revocabile. E lo chiama realismo. In realtà è adattamento. È una forma elegante di rinuncia alla direzione storica. Gramsci avrebbe riconosciuto in questa postura una nuova variante dell’antica malattia italiana: l’incapacità di costruire un blocco storico alternativo, sostituita da una gestione intelligente dell’esistente.

In questo quadro, Gramsci viene tollerato solo a patto di essere disinnescato. Trasformato in citazione alta, in lessico nobile, in icona culturale. Ma il suo pensiero, preso sul serio, è incompatibile con una politica che ha sostituito l’organizzazione con la comunicazione, il partito con la piattaforma, l’intellettuale collettivo con l’influencer colto. È incompatibile con una sinistra che parla molto di egemonia e pratica poco la lotta per conquistarla.

Chiamare tutto questo “rivoluzione passiva” non è un insulto: è una diagnosi. Significa riconoscere che il mutamento c’è, ma non produce emancipazione; che l’inclusione avviene, ma senza autonomia; che il consenso si amplia, ma senza potere reale. Significa anche accettare che il progressismo, così come oggi si configura, non è l’antidoto al presente, ma uno dei suoi ingranaggi più sofisticati.

Gramsci, in fondo, non chiede di essere celebrato. Chiede di essere usato male, contro le comodità del tempo. Chiede di essere rimesso là dove fa attrito: contro il linguaggio che sostituisce l’azione, contro la morale che rimuove il conflitto, contro il cambiamento che non cambia nulla. Finché il progressismo continuerà a trattarlo come un patrimonio simbolico e non come una pratica esigente, Gramsci resterà una presenza fantasmatica: evocata, rispettata, innocua.

E allora sì, bisogna dirlo fino in fondo: il vero tradimento di Gramsci oggi non viene dai suoi nemici dichiarati, ma dai suoi amici troppo educati. Da chi lo cita per non farlo agire. Da chi lo onora per non seguirlo. Da chi lo conserva come si conserva un seme in una teca, dimenticando che un seme, se non viene piantato, marcisce.

Le ghiande non muoiono solo divorate dai maiali. Muoiono anche quando vengono esposte, lucidate, trasformate in simboli. Salvare Gramsci, oggi, significa sottrarlo al progressismo che lo consuma senza rischiarlo. E accettare, finalmente, che far crescere una quercia non è un atto comunicativo, ma un lavoro sporco, lungo, e irrimediabilmente conflittuale.

mercoledì 21 gennaio 2026

Fiamme e ombre dell'infinito


Quando si dissolverà l'inerzia greve della mia stasi,
ecco che, come un'onda audace, solcherò la gioia;
un'ebbrezza inarrestabile m'attenderà,
montagne russe d'estasi e spossatezza,
un perpetuo susseguirsi di giochi arcani,
mai esauriti, mai compiuti, mai domati.

Oh, le frottole scaltre e velenose degli anni!
Esse, che come belve hanno morso il tempo,
si trasmuteranno in danzatrici suadenti,
parranno miss mondo dai sorrisi di porcellana,
alunni eterni, inginocchiati, lodevoli,
con dieci incisi su pergamene di rugiada.

E il mio uomo, arcangelo dalle piume d'oro,
sarà come il vento che porta sentenze,
che sferza le onde e doma i deserti;
deporrà a mio favore, davanti a un'assemblea d'ombre,
e i suoi versi, potenti come un turbine poliglotta,
solleveranno cieli, squarceranno mari,
parlando la lingua dei venti immortali.

E in quella corte d’insonni giudici astrali,
dove il tempo si curva come un’arpa ferita,
il mio nome sarà inciso su un fuoco vivo,
carezzato da echi di desideri infranti
e dalle piume spente di notti mai nate.
Oh, il mio arcangelo, dolce despota d’amore,
farà del mio cuore il calice delle sue lodi,
inabissandosi in me come un naufrago lieto
che trova salvezza nell’abisso e non sulla riva.

Allora le stelle, ormai sazie di veglia,
piangeranno polvere d’oro sulle mie ferite,
e i miei passi, scalzi e disarmati,
calpesteranno un sentiero di rovine e di fiori.
Ogni pietra incontrata, un volto amato,
ogni fiore, un ricordo intriso di profumo.
Eppure, tra il canto delle sirene assopite
e il grido lontano di tempeste ignote,
mi perderò, non nel caos, ma nella meraviglia,
dove la bellezza sarà sempre più crudele,
e la crudeltà un balsamo di poesia.

Oh tu, mondo dimentico del mio respiro,
non trattenermi con le tue mani di cera;
lascia che la mia anima divampi tra le fiamme,
non per perire, ma per essere luce,
non per bruciare, ma per accendere il buio
con l’immortalità di un sogno senza tregua.

E quando il mio corpo, abbandonato alle ombre,
sarà consumato da un languore senza pace,
il mio spirito, ebbro di incertezze divine,
salirà come un fumo d’incenso verso l’ignoto.
Lì, nei cieli spalancati dai venti d’occidente,
troverò il banchetto degli spiriti in esilio,
un festino di rivelazioni e promesse disilluse,
dove i calici traboccano di malinconia e estasi.

Vedrò i poeti, quei sacerdoti del dolore,
con penne come coltelli e inchiostro di sangue,
incidere versi eterni su tavole di stelle,
mentre i loro occhi bruciano come carboni vivi,
fissi su un orizzonte che mai potranno raggiungere.
Sarò uno di loro, fratello delle loro ossessioni,
una voce che sussurra al vento il suo giuramento:
amare l’infinito e morire ogni giorno per esso.

Oh, dolce condanna dell’anima innamorata!
Camminerò su un ponte di desideri infranti,
dove ogni passo risuona di speranze spente,
ma ogni crepa si illumina di una bellezza feroce.
E quando giungerò alla fine del sogno,
al confine tra il nulla e l’eterno,
ti troverò, arcangelo mio, con le braccia tese,
pronto a raccogliermi come un frutto maturo,
pronto a farmi risorgere come un’alba di fuoco,
e a sussurrarmi, con voce di tempesta:
“Non esiste fine, ma solo un altro inizio.”

E nel tuo abbraccio, tremendo e dolcissimo,
saprò che l’amore è l’unica legge universale,
che non conosce tregua né misericordia,
ma solo il fervore di un incendio perpetuo.
Oh, come divoreranno le fiamme del tuo essere
ogni traccia di me, ogni vana resistenza!
Sarò cera e tu la fornace,
sarò ombra e tu il sole che la dissolve.

In quel regno di penombra e splendore,
dove la carne diviene memoria e la memoria carne,
ogni dolore si rivelerà come un dio travestito,
ogni pianto, un preludio al riso delle stelle.
E danzeremo, sì, come angeli ebbri,
su sentieri di lapilli e petali sparsi,
mentre il tempo, invidioso del nostro ardore,
si spezzerà, lasciando spazio all’eterno.

Ma guai a chi osa osservare senza bruciare!
Guai ai cuori tiepidi, ai sognatori d’argilla,
che temono il naufragio nel mare dell’assoluto!
Essi non vedranno mai le mie ali dispiegarsi,
né sentiranno il tuo canto,
un urlo profondo come l’abisso,
che richiama ogni anima vagante
a perdersi e ritrovarsi nell’immensità.

Allora, al culmine di questo sacro delirio,
quando persino gli dèi abbasseranno il capo,
sarò coronato re di un regno invisibile,
dove ogni desiderio si trasforma in una ferita
e ogni ferita canta l’inno della redenzione.
Sarà lì che il mio viaggio troverà il suo compimento,
non nella quiete, ma nel perpetuo ardore,
non nella morte, ma in un’esplosione di vita,
dove io, pellegrino e dio,
sarò finalmente tutto e nulla.



nota:

Questo testo è un viaggio poetico che si muove tra temi universali e potenti, tutti avvolti in un’aura di malinconia e trascendenza, tipica di Baudelaire. Lascia che te li srotoli davanti, uno per uno, come se fossero perle di una collana incantata.

1. La noia e l’aspirazione al sublime:
Si parte con un senso di stasi, di apatia, quella che i francesi chiamano ennui. È il peso del quotidiano, della vita che si trascina senza brividi. Ma questo non è un testo che si rassegna: c’è una sete infinita di superare la noia, di abbracciare qualcosa di più grande, più intenso, più divino. La gioia, qui, non è semplice piacere, ma un’esperienza che consuma e trascende.

2. Il tempo e il suo inganno:
Gli anni passati vengono descritti come un nemico subdolo, un ingannatore. Eppure, con un tocco poetico, il tempo sembra redimersi: le sue menzogne si trasformano in bellezza, in un gioco eterno tra ciò che ci ferisce e ciò che ci consola. È una riflessione sulla dualità del tempo, capace di distruggere e creare.

3. L’amore come forza divina e distruttiva:
L’arcangelo, figura che rappresenta l’amato, non è solo un compagno, ma un’entità quasi sacra, un despota che distrugge e salva nello stesso momento. L’amore non è gentile: è un incendio, un’esperienza totale che divora e trasforma, che eleva e annienta.

4. Il viaggio verso l’eterno:
C’è un continuo slancio verso l’infinito, un desiderio di andare oltre i limiti umani. Non si tratta di una fuga, ma di una ricerca incessante, quasi ossessiva, di qualcosa di assoluto. È il viaggio del poeta, dell’artista, che si perde per ritrovarsi in una dimensione di eterna bellezza e dolore.

5. La bellezza nella sofferenza:
Qui la sofferenza non è mai sterile. Ogni ferita, ogni pianto, si trasforma in arte, in significato. È una visione romantica e decadente, dove il dolore diventa l’unico accesso alla redenzione e alla vera comprensione della vita.

6. La lotta contro il tempo e la mortalità:
Alla fine, il testo non cerca una fine tranquilla. Al contrario, celebra l’ardore perpetuo, il fuoco che non si spegne mai. È una sfida al tempo, alla morte stessa, che viene vinta non con la pace, ma con un’esplosione di vita e passione.

In poche parole?
Questo testo parla di un’anima che rifiuta la mediocrità del quotidiano e lotta per vivere al massimo, anche se questo significa bruciare nel fuoco dell’amore, del dolore e del desiderio di infinito. È un inno alla bellezza tormentata, alla ricerca dell’assoluto, alla vita che non si accontenta mai di essere banale. Un po’ come Baudelaire che, con il suo Spleen e il suo Ideal, ci insegna che il vero splendore nasce solo dall’oscurità.

La lunga storia di un dipinto rivoluzionario


Nel 2011 il Museum of Fine Arts di Boston si trovò davanti a una decisione che superava di gran lunga la normale politica acquisitiva: portare nella propria collezione “Uomo nel suo bagno” di Gustave Caillebotte significava assumersi la responsabilità di un’immagine che, fin dalla sua comparsa nel 1884, aveva dimostrato una singolare capacità di resistenza. Non al tempo, non al mutare dei costumi, non alle mutazioni dello sguardo. Più che un capolavoro in senso tradizionale, il dipinto appariva come un nodo irrisolto, un’immagine refrattaria all’assimilazione piena.

Caillebotte, figura laterale e insieme centrale dell’impressionismo, non aveva mai cercato l’effetto o la sintesi iconica. La sua modernità si muoveva per slittamenti, per deviazioni minime ma decisive. “Uomo nel suo bagno”, rimasto a lungo nella collezione dell’artista e dei suoi eredi, appartiene a questa zona ambigua: non manifesto, non eccezione scandalosa, ma immagine che scava silenziosamente sotto la superficie del visibile.

Il soggetto è disarmante nella sua semplicità. Un uomo di schiena, appena uscito dalla vasca, colto in un gesto privo di enfasi: asciugarsi. Il corpo non è offerto allo sguardo, non è composto, non si organizza secondo una grammatica eroica. I capelli ancora umidi, i vestiti appoggiati con distrazione su una sedia, l’asciugamano lasciato cadere sul pavimento: tutto concorre a costruire una scena sospesa, colta in un tempo intermedio. Non l’acqua, non il rivestimento; non il pubblico, non il sociale.

Il bagno, qui, non è solo un interno domestico. È uno spazio di passaggio, un luogo in cui il corpo è sottratto ai ruoli e alle funzioni che lo definiscono all’esterno. Caillebotte sceglie consapevolmente questo ambiente, caricandolo di un valore che va oltre il dato realistico. Nella pittura del XIX secolo, lo spazio del bagno era già stato ampiamente esplorato, ma quasi esclusivamente attraverso il corpo femminile. Trasferire quella stessa intimità sul maschile significava incrinare una consuetudine visiva profondamente radicata.

La scelta di raffigurare l’uomo di spalle accentua ulteriormente questa frizione. Non c’è incontro di sguardi, non c’è offerta, non c’è complicità. Lo spettatore si trova in una posizione instabile, priva di legittimazione simbolica. Guardare diventa un atto problematico, non più garantito dalla tradizione o dal mito. L’uomo non si presta allo sguardo: lo subisce, inconsapevolmente.

Non sorprende che alla sua prima esposizione, nel 1884 a Bruxelles, il dipinto abbia generato reazioni di evidente disagio. Non si trattò di un rifiuto compatto, ma di una costellazione di imbarazzi, perplessità, resistenze. Il corpo maschile, privato di ogni funzione esemplare, appariva improvvisamente privo di giustificazione. La nudità, ampiamente tollerata quando inscritta in un sistema di valori morali o mitologici, diventava qui difficile da sostenere proprio perché priva di alibi.

La tradizione accademica aveva costruito il corpo maschile come luogo di potenza, controllo, verticalità. Anche quando nudo, l’uomo era sempre investito di un compito: incarnare un ideale, sostenere una narrazione. Caillebotte sottrae il corpo a questo circuito. Lo mostra senza attribuirgli un ruolo, senza farlo funzionare come segno. Ed è questa sottrazione, più ancora della nudità, a risultare disturbante.

Il confronto con Edgar Degas, spesso evocato in relazione a quest’opera, rende il cortocircuito ancora più evidente. Le donne al bagno di Degas, pur nella loro crudezza, erano state rapidamente assorbite dal canone. L’intimità femminile, anche quando priva di idealizzazione, restava uno spazio legittimo dello sguardo artistico. Applicare lo stesso registro al corpo maschile produce invece un attrito che il sistema visivo dell’epoca non era pronto ad accogliere.

Questo squilibrio non riguarda solo la storia dell’arte, ma il modo stesso in cui lo sguardo occidentale ha distribuito fragilità e potere tra i corpi. “Uomo nel suo bagno” non tematizza esplicitamente questa asimmetria, ma la rende visibile, mettendola in tensione senza risolverla.

Quando, nel 2011, il Museum of Fine Arts di Boston decise di acquisire il dipinto, si trovò a confrontarsi con un’eredità tutt’altro che pacificata. La cifra richiesta, 17 milioni di dollari, non era eccezionale per un’istituzione di quel livello, eppure la campagna di fundraising incontrò una risposta sorprendentemente tiepida. Nessuno scandalo, nessuna opposizione dichiarata, ma una serie di esitazioni difficili da nominare.

Ancora una volta, l’opera sembrava generare una forma di resistenza silenziosa. Non tanto per il suo valore artistico, quanto per ciò che continuava a mettere in crisi: un’immagine del maschile sottratta alla performance, alla forza, alla rappresentazione. La vulnerabilità, anche in questo contesto, rimaneva un terreno incerto.

La scelta del museo di alienare alcune opere della propria collezione per finanziare l’acquisto segnò una presa di posizione netta. Non era solo una decisione amministrativa, ma un atto simbolico: affermare che quell’immagine, con tutto il suo carico di ambiguità, meritava di entrare stabilmente nello spazio pubblico.

Oggi “Uomo nel suo bagno” è esposto come uno dei punti più densi della collezione impressionista del Museum of Fine Arts di Boston. Non più nascosto, non più protetto. E tuttavia, la sua forza non si è attenuata. Continua a porre lo spettatore in una posizione scomoda, priva di certezze. Guardare quel corpo significa accettare una sospensione, rinunciare a un significato immediato.

Le domande che il dipinto solleva restano aperte, e forse è proprio questa la sua qualità più radicale. Perché l’intimità maschile continua a essere percepita come un problema? Perché un corpo che non agisce, che non rappresenta, che non si impone, ci appare ancora come un’anomalia?

Caillebotte non offre risposte, né propone modelli alternativi. Si limita a mostrare un uomo solo, in un gesto elementare, in uno spazio chiuso. Ed è in questa semplicità ostinata che l’opera continua a lavorare, sottilmente, contro le nostre abitudini visive. Non come scandalo, ma come attrito persistente.

Lo scrittore tra i giurati: la letteratura come coscienza della giustizia


Quando lessi per la prima volta quella frase – “Poiché l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano…” – fui colpito come da un lampo, ma non un lampo che illumina: uno che lascia zone d’ombra ancora più dense. Era come se Tabucchi, con la naturalezza del suo stile insinuante, stesse toccando qualcosa che io avevo sempre pensato in modo confuso, ma che lì prendeva forma: che la letteratura non è solo un luogo dove si fabbricano storie, ma un punto d’osservazione radicale sull’umano. Forse il più radicale.

Mi dissi: ha ragione. Se davvero vogliamo capire l’essere umano, non basta osservarlo in laboratorio, né psicanalizzarlo sul lettino, né tantomeno giudicarlo da una cattedra. Bisogna vederlo dove cade, dove mente, dove uccide, dove piange, dove tace: nelle aule dei tribunali. E allo stesso tempo, chi meglio di uno scrittore è allenato a cogliere le sfumature, i non detti, le maschere? Tabucchi lo sa, e per questo immagina, con quella dolce ferocia che lo contraddistingue, uno scrittore seduto tra i giurati — per riflettere di più.

Quando ho letto La testa perduta di Damasceno Monteiro, ho avuto la sensazione di camminare su una frontiera: tra la cronaca e la coscienza, tra la giustizia e la sua parodia. Lì dentro, tutto è reale e tutto è simbolico. La testa decapitata che dà il titolo al romanzo è il segno più crudo della violenza, ma anche il simbolo della disumanizzazione. E Tabucchi non cerca redenzione: cerca verità. Non la verità che si scrive con la “v” maiuscola, ma quella che si cerca nei dettagli, negli interstizi, in ciò che sfugge. La verità letteraria, che è sempre parziale, sempre inquieta, sempre plurale.

Il personaggio dell’avvocato Loton è diventato per me una figura indimenticabile. Non solo per la sua intelligenza anticonformista, ma perché parla da un luogo laterale. Non rappresenta la legge, ma la coscienza. E ogni volta che apre bocca — e la apre per destabilizzare, per ridicolizzare, per interrogare — sembra che sia Tabucchi stesso a prendere la parola. Quando Loton dice che ci dovrebbe essere uno scrittore tra i giurati, non sta scherzando: sta proponendo una rivoluzione. Sta dicendo che la giustizia ha bisogno di chi sa che ogni essere umano è un mistero, anche il più colpevole.

E allora mi sono chiesto: che cosa cambierebbe davvero se, accanto a giudici e avvocati, sedesse un narratore? Forse niente, forse tutto. Forse le sentenze non cambierebbero, ma cambierebbe il modo in cui si arriva a pronunciarle. Cambierebbe il peso con cui vengono dette, la qualità del silenzio che le precede.

Perché uno scrittore sa che ogni parola può contenere un abisso. E che dietro ogni imputato c’è una storia che non assolve, ma che almeno spiega. E spiegare, in certi casi, è già una forma di giustizia.

Io credo profondamente che Tabucchi abbia scritto La testa perduta di Damasceno Monteiro non solo per denunciare un crimine, ma per mettere in crisi l’idea stessa di giustizia come meccanismo. L’ha fatto con la grazia ambigua che gli era propria, con quella scrittura sottile che sembra non gridare mai, ma che si insinua e non ti lascia in pace. La letteratura, per lui, è una forma di vigilanza. È un osservatorio mobile che non smette mai di guardare. E anche quando tace, giudica.

Quando penso a quella frase di Tabucchi, mi accorgo che non mi ha mai lasciato davvero. Torna a farmi visita nei momenti più imprevisti: ogni volta che leggo una sentenza, ogni volta che vedo ridotto un essere umano a colpevole o innocente, come se la complessità potesse davvero risolversi in un verdetto. Non ci credo. E credo che nemmeno Tabucchi ci credesse. Forse per questo ha immaginato lì, tra i giurati, la figura silenziosa di uno scrittore. Non un tecnico, non un oratore, ma qualcuno che porta con sé la memoria dei dettagli, degli inciampi, degli abissi.

Lo scrittore che lui convoca nel tribunale non è un giudice in incognito. È un perturbatore. Una presenza dissonante. Non parla per semplificare, ma per complicare. Per ricordare che dietro ogni reato c’è una storia. E che ogni storia ha le sue crepe, le sue ferite, i suoi fantasmi. Non è lì per difendere né per accusare. Ma per far sentire che qualcosa manca sempre, che c’è un resto che il codice non contempla, che nessuna sentenza potrà mai colmare.

Mi rendo conto anche di quanto questa proposta, che può sembrare stravagante, sia in realtà profondamente politica. Democratica, nel senso più serio del termine. Perché immaginare uno scrittore nel cuore della giustizia significa accettare che la verità non è mai tutta da una parte sola. Significa offrire al processo la possibilità di essere attraversato dallo sguardo di chi ha come mestiere l’inquietudine. Di chi ascolta anche quando non c’è niente da dire. Di chi sa che nessuna parola è innocente.

E poi penso ai nostri tempi, a quanto sia diventato facile giudicare, liquidare, gridare colpe e sentenze senza conoscere nulla. Un processo oggi si consuma in poche ore su uno schermo, senza contraddittorio, senza memoria. Lo scrittore, se ci fosse, sarebbe l’unico a rallentare. L’unico a domandare: cosa non sappiamo? Cosa ci sfugge? Che cosa non si può dire, ma pesa lo stesso?

Mi è chiaro che Tabucchi non offre una soluzione. Non pretende di riformare il diritto con la poesia. Quello che fa è aprire uno spazio, anche piccolo, dentro cui la giustizia possa tornare a essere un gesto umano. Un gesto fragile, imperfetto, ma consapevole della propria imperfezione. E allora capisco che non sta parlando solo di tribunali. Sta parlando di noi. Di come scegliamo di guardare l’altro. Di quanto siamo disposti a sospendere il giudizio per ascoltare davvero.

Sì, la letteratura non assolve. Ma sa guardare. E se anche solo per questo potesse stare lì, a vegliare tra i giurati, forse qualcosa cambierebbe. Forse giudicheremmo con più esitazione. Forse saremmo un po’ meno ciechi.

Oggi più che mai la figura dello scrittore-giurato appare paradossale. In un tempo in cui la giustizia è burocratizzata, e la narrazione pubblica è colonizzata da algoritmi, la presenza di uno sguardo letterario dentro il cuore del giudizio sembra anacronistica. Eppure, proprio per questo, essenziale.

Lo scrittore, se accettasse quel ruolo, non porterebbe solo la propria sensibilità, ma anche la consapevolezza dei limiti del linguaggio. Di come le parole si deformano, si consumano, o vengono usate per nascondere. Porterebbe in aula il dubbio, la memoria, e soprattutto quella forma rara di compassione che nasce non dall’innocenza, ma dalla conoscenza della colpa.

In un’aula di tribunale, oggi, lo scrittore potrebbe farsi carico di ciò che il diritto, per sua natura, non può considerare: il contesto umano. Non per giustificare, ma per comprendere. Non per decidere, ma per ricordare che ogni decisione comporta una perdita, un’eccedenza, un residuo di mistero.

E a ben vedere, ci sono stati scrittori che hanno abitato quella soglia.

Albert Camus, per esempio. Non ha mai fatto parte di una giuria, ma ha passato la vita a interrogarsi sul rapporto tra giustizia e assurdo. Lo straniero è proprio il romanzo di un processo — o meglio, della sproporzione tra la macchina giudiziaria e la solitudine di un individuo che non aderisce alle regole emotive e morali della società. Camus sapeva che il diritto non basta, se non è accompagnato da una riflessione sul senso. E che spesso la condanna nasce più da un’incomprensione che da un reato.

Poi c’è Primo Levi, forse la figura più vicina a ciò che intendo. Non solo testimone, ma analista. Non solo sopravvissuto, ma osservatore morale. In I sommersi e i salvati, Levi diventa il giurato ideale: non quello che emette sentenze, ma quello che si interroga senza sosta sulla natura della colpa, della responsabilità, della zona grigia. La sua scrittura giudica, sì, ma lo fa in modo spietatamente onesto, sempre consapevole che il male non è mai puro, e che ogni processo è anche un processo alla memoria.

Hannah Arendt, pur non essendo una scrittrice di romanzi, ha incarnato la figura dell’intellettuale-giurato. Lo si è visto nel modo in cui ha seguito il processo Eichmann: seduta in aula, come una giurata silenziosa che annota, ascolta, riflette. Il suo concetto di banalità del male è nato lì, in mezzo ai codici, agli atti, alle testimonianze. Non ha assolto. Non ha condannato in modo facile. Ha osservato. E ha scritto. Con quella freddezza limpida che è il contrario della superficialità.

Più vicino a noi, penso a J.M. Coetzee. I suoi romanzi sono tribunali interiori. In Vergogna, per esempio, tutto ruota intorno alla colpa, al giudizio pubblico, alla possibilità o impossibilità di redenzione. Il protagonista è un docente caduto in disgrazia, ma ciò che interessa a Coetzee non è se sia “colpevole” nel senso giudiziario: interessa ciò che il processo non vede, ciò che la comunità non sa dire quando si tratta di punire. Coetzee è uno scrittore che si comporta sempre da giurato: non emette mai un verdetto, ma ti obbliga a sederti accanto a lui, a guardare senza alzarti.

E ancora penso a Annie Ernaux, che nei suoi testi autobiografici porta in tribunale se stessa, senza sconti. Anche lei è una scrittrice-giurata: della propria storia, del proprio tempo. Il suo linguaggio asciutto, quasi notarle, è un modo per restituire dignità e verità a eventi minimi, spesso taciuti. Il suo sguardo è insieme esatto e compassionevole — due qualità che ogni giudizio dovrebbe possedere, ma raramente possiede.

Allora, oggi, uno scrittore-giurato sarebbe questo: uno che si rifiuta di accettare la prima versione dei fatti. Uno che ascolta anche quando tutto invita a chiudere il caso. Uno che non ha paura della complessità. Non per passione del romanzesco, ma per fedeltà all’umano.

E in un tempo come il nostro, in cui il diritto è spesso sostituito dal giustizialismo mediatico, o dalla retorica della sicurezza, la sua presenza non sarebbe un lusso. Sarebbe una necessità.

Mi piace immaginare che in un processo realmente accaduto — in uno di quelli che cambiano il volto di un’epoca — ci sia stato da qualche parte, seduto in silenzio, uno scrittore. Che ha visto ciò che altri non potevano vedere. E che ha taciuto per il tempo necessario. Per poi, un giorno, raccontarlo. Con giustizia. Non quella del codice. Ma quella delle parole che non cercano potere. Solo verità.

Alla fine, la proposta di Tabucchi — quella di mettere uno scrittore tra i giurati — non è una provocazione estetica né un vezzo intellettuale, ma un gesto profondamente politico, etico e umano. Non chiede una nuova funzione per lo scrittore, ma ne rivendica una antichissima, rimossa, repressa: quella dell’interprete della coscienza collettiva. Lo scrittore come testimone, come sentinella, come presenza che non dimentica, che tiene conto di ciò che sfugge ai registri e ai protocolli, di ciò che si muove sotto la pelle della legge.

Nel processo, quando la legge si fa carne, quando le biografie si scontrano con le istituzioni e la colpa viene nominata, pesata, tradotta in condanna o assoluzione, lo scrittore può — anzi deve — portare ciò che manca: la risonanza del non detto, la vertigine della complessità, la tensione dell’ambiguità. Non per assolvere, né per mitigare, ma per rendere il giudizio un atto realmente umano, attraversato dalla fragilità, dalla memoria, dalla possibilità del dubbio. Perché dove non c’è dubbio, non c’è giustizia. C’è solo la sua caricatura, la sua maschera più crudele.

E allora penso a figure reali: a Leonardo Sciascia, che nella vicenda del “caso Moro” volle inserirsi come scrittore ma anche come cittadino, come mente non conforme; o a Roberto Saviano, che da anni vive sotto scorta per aver pronunciato una verità che i tribunali faticavano a riconoscere; o ancora a Annie Ernaux, che nel suo sguardo crudo e personale ha saputo processare, senza divise, i dispositivi del potere, della classe, del patriarcato. Non sono giurati nel senso tecnico, ma giurati morali, giurati laterali, in dialogo e in attrito con la giustizia ufficiale. Portano il racconto dentro il rito della giurisdizione. Rompono l’incantesimo della neutralità.

Lo scrittore non è l’arbitro. È il perturbatore. È colui che si fa carico di ciò che disturba, che eccede, che infetta il racconto pulito. Colui che, come direbbe Pasolini, «vede ciò che altri non vogliono vedere». Non necessariamente più giusto, ma più esposto. Non al di sopra, ma dentro: dentro la materia umana, dentro il conflitto, dentro la responsabilità della parola. A volte, semplicemente, è colui che ha imparato a tacere nel momento in cui il silenzio è più eloquente di mille frasi rituali.

Allora sì, io continuo a credere — con sempre maggiore urgenza — che in ogni giuria dovrebbe esserci uno scrittore. Non per rappresentare la cultura, ma per rappresentare l’incertezza. Non per scrivere una sentenza migliore, ma per ricordare che nessuna sentenza basta a contenere il mistero di una vita. Anche uno solo, anche uno che non scrive più, ma che ha imparato a guardare in profondità. A portare nella sala del giudizio non la retorica del perdono, ma la nudità della verità. Una verità che non consola, che non riscatta, ma che almeno dice: “io ho visto, io ho ascoltato, io non ho chiuso gli occhi”.

Perché in fondo, l’unico vero compito della letteratura — il suo compito insostituibile — è quello di mantenere viva una domanda: chi siamo, davvero, quando ci troviamo di fronte all’altro, al colpevole, al diverso, al mostro? E chi potremmo essere, se cominciassimo a giudicare non solo con la legge, ma anche con la consapevolezza delle nostre stesse ombre?

Lo scrittore-giurato serve a questo. A farci ricordare che non esiste giustizia senza immaginazione, e che ogni sentenza è, prima ancora che un verdetto, una forma di narrazione. E che se non interroghiamo le narrazioni che ci abitano, finiremo per giudicare non secondo giustizia, ma secondo abitudine. O paura.

Ed è proprio lì, nel momento in cui tutto sembra chiaro, netto, definitivo, che lo scrittore alza gli occhi, e ci obbliga a guardare di nuovo. A chiederci: siamo sicuri? Siamo giusti? O stiamo solo cercando un colpevole per placare il nostro stesso disordine?

Io non ho risposte. Ma so che qualcuno deve continuare a fare le domande. Anche in aula. Anche sotto giuramento. Anche — e soprattutto — quando è troppo tardi.

Ma ora, ogni volta che penso a un’aula di tribunale — o anche solo quando leggo un articolo di cronaca giudiziaria — mi domando: dov’è lo scrittore? Perché non c’è? Perché non lo ascoltiamo? Non per abbellire il processo, ma per scomporlo, per decifrarlo, per ricordarci che l’umano non è mai lineare, mai giusto del tutto, mai del tutto sbagliato. È, semplicemente, ciò che la letteratura cerca da sempre di raccontare.

E forse sì, se ci fosse uno scrittore tra i giurati, io mi sentirei meno solo. E più disposto a riflettere. Di più, davvero.