martedì 20 gennaio 2026

Il germoglio del nulla

1.

Pestilenza di sale fu germoglio,
una promessa arida, spezzata,
un'ombra che si contorceva sola
nel ventre del silenzio senza aurora.
Nessun calore accese la radice,
nessun soffio di vita la carezzò,
e quella gemma chiusa in sé per sempre
rimase solo il segno dell'assenza.


2.

Concepita nel grembo senza nome,
che mai concesse il dono della luce,
la gemma si piegò senza lottare,
madre soltanto l'ombra e mai l'affetto.
La notte, nera e densa come pece,
si fece culla e tomba del respiro,
un grembo amaro, aspro, senza semi,
un'eco vuota che mai si spegneva.


3.

Mai si estinse la fame di scomparire,
di non sentire il peso del destino,
di non dover toccare il mondo sterile
né ascoltarne il respiro sordo e greve.
Quel desiderio d'essere nel nulla
scettro aguzzo stringeva tra le mani,
un’arma rivolta contro la sostanza,
contro il germe del vivere ostinato.


4.

La ferita del buio incise il seme,
le sue radici scivolarono al fondo,
dove la terra arsa non sa cedere
nemmeno un filo d'acqua alle speranze.
Lì si consumò il grido muto e cieco,
lì il tempo si piegò come un ramoscello,
fragile e inerme, privo di risposta,
un ciclo che non osava più riaprire.


5.

Ma impavido, il coniglio di resistenza
sfidava quell'inferno senza confini,
tra crepe scure e fenditure inerti,
cercava un varco dove luce viva
potesse dare un senso alla sua corsa.
Saltava cieco, guidato dal tormento,
disegnava traiettorie di speranza
su quel deserto che tutto consumava.


6.

La sua corsa, una danza tra gli abissi,
era il gesto di chi sfida l'impossibile,
di chi si oppone al vuoto che l'assedia
e cerca l'infinito nel dolore.
Un filo tenue, un desiderio eterno,
lo spingeva oltre il limite del nulla,
ma ogni suo salto s’infrangeva lento
contro un silenzio che nulla concedeva.


7.

Il tempo, complice del grande vuoto,
scivolava tra sabbia e cicatrici,
modellava quel corpo in lotta vana,
un’orma fragile che il vento cancellava.
E tutto, nella notte senza tregua,
ritornava a quel buio inesauribile,
dove l'attesa, madre del rimpianto,
nutriva solo il seme della fine.


8.

Così il germoglio, privo di carezze,
rimase sogno spento tra le ombre,
una promessa mai mantenuta al cielo,
un canto strozzato prima del mattino.
E il coniglio, stanco del suo cercare,
si arrestò su quella terra desolata,
abbandonando l’ultimo respiro
al grembo amaro che lo aveva negato.


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Questi versi affrontano tematiche profonde e universali legate alla condizione umana, scavando nei recessi più oscuri dell’esistenza e nella lotta per trovare un senso, anche laddove sembra non esserci nulla da afferrare.

Si parte da un'immagine potente: la "pestilenza di sale". È una visione che richiama immediatamente l’aridità, la sterilità, il rifiuto della vita. Il germoglio, simbolo per eccellenza della nascita e della crescita, qui non riesce nemmeno a sbocciare. Non c’è terra fertile, non c’è luce, e persino l’idea stessa di vita appare come una condanna, piuttosto che una promessa. Questa immagine iniziale racchiude l’idea di un mondo privo di possibilità, dove il potenziale di esistere viene negato in partenza, imprigionato in un grembo che non nutre, non accoglie e non dona calore.

Uno dei temi principali è il desiderio di annullamento, espresso nella "fame di non nascere". Questa frase racchiude un paradosso esistenziale: l’istinto di sottrarsi all’esistenza stessa, di non dover affrontare il dolore e la fatica del vivere. È una lotta silenziosa contro l’imposizione della vita, vista non come un dono, ma come un peso insostenibile. Questo desiderio di sparire si collega al tema della sofferenza interiore, rappresentata dallo "scettro aguzzo del buio dentro". Qui il buio non è solo un’assenza di luce, ma una presenza opprimente, un simbolo del tormento che accompagna la coscienza di sé, quella ferita che sembra essere parte inevitabile dell’essere umano.

Eppure, in mezzo a questo quadro desolante, emerge la figura del coniglio, un simbolo che porta con sé la forza della resistenza. Il coniglio è fragile, vulnerabile, eppure non si ferma: continua a saltare, a correre, a cercare una luce che forse non troverà mai. Questo rappresenta lo spirito umano, che nonostante il vuoto, il dolore e la consapevolezza dell’inutilità della lotta, continua a opporsi al nulla. È una resistenza che non ha bisogno di motivazioni razionali, che si manifesta nel gesto stesso di non arrendersi.

Il tema del tempo è altrettanto importante. Qui il tempo non è un alleato, ma un nemico spietato. Consuma tutto, cancella ogni traccia, trasforma l’attesa in rimpianto e lascia dietro di sé solo silenzio e vuoto. È una forza che non si può contrastare, che amplifica la fragilità della condizione umana, rendendo ogni tentativo di resistenza ancora più eroico, ma anche tragicamente vano.

Infine, c’è il tema del vuoto, onnipresente in questi versi. È un vuoto fisico, spirituale ed emotivo, che tutto avvolge e tutto consuma. È l’assenza di significato, di calore, di una direzione chiara. Eppure, paradossalmente, è proprio contro questo vuoto che i versi costruiscono la loro tensione: l’essere umano si oppone al nulla con la sua corsa, con il suo anelito verso qualcosa di più grande, anche quando sa che la luce potrebbe non arrivare mai.

In sintesi, questi versi rappresentano un viaggio nel cuore dell’esistenza, tra dolore, rifiuto, lotta e speranza. Parlano di un mondo che sembra ostile e sterile, ma anche della capacità umana di resistere, di continuare a cercare un senso, anche quando sembra non esserci. È un quadro intenso, che riflette sulla fragilità dell’essere, sul conflitto tra il desiderio di vivere e quello di scomparire, e sulla forza inaspettata che si trova nel semplice gesto di continuare, nonostante tutto.