martedì 20 gennaio 2026

"L'inconveniente di essere nati" di Emil Cioran


“L'inconveniente di essere nati” di Emil Cioran si presenta come un oggetto filosofico refrattario a ogni classificazione rassicurante. Non è un trattato, non è un diario, non è una raccolta sistematica di tesi: è piuttosto una lunga e ostinata permanenza davanti al nulla, un esercizio di immobilità pensante che rifiuta tanto la costruzione quanto la confessione. Cioran non argomenta nel senso tradizionale del termine, non dimostra, non persuade. Scrive come si incide una superficie, lasciando che il pensiero si depositi in forma di ferita. Il libro non conduce da un punto a un altro: resta, insiste, ritorna, come se ogni movimento in avanti fosse già una forma di illusione.

L’esperienza di lettura non è progressiva ma circolare, o forse stagnante. Le pagine non promettono un’evoluzione, non preparano una conclusione. Al contrario, sembrano lavorare per sottrazione, riducendo progressivamente il campo del dicibile, fino a lasciare il lettore in una zona di silenzio compatto, quasi fisico. Un silenzio che non ha nulla di pacificato, ma che ricorda piuttosto il rumore ovattato di una cattedrale abbandonata: non sacra, non profanata, semplicemente svuotata di funzione. In questo spazio, il pensiero non trova appigli trascendenti né consolazioni immanenti. È costretto a restare in equilibrio precario su ciò che resta quando tutto è stato messo in dubbio.

Il pessimismo di Cioran non è una disposizione emotiva né una postura intellettuale: è una struttura ontologica. Non si limita a denunciare l’errore delle ideologie, l’inganno del progresso o la fragilità delle costruzioni umane. Va oltre, fino a mettere in questione la legittimità stessa dell’esistenza. La scrittura, affilata e senza residui sentimentali, opera come uno strumento di dissezione. Ogni frase sembra tagliare via un’ulteriore porzione di senso, fino a esporre una nudità che non ammette abbellimenti. In questo processo non c’è gusto per la provocazione, né volontà di scandalizzare: solo una fedeltà ostinata a ciò che, per Cioran, appare innegabile.

La nascita occupa un luogo centrale in questa costellazione di pensiero, ma non come evento originario carico di promesse. Al contrario, viene trattata come una catastrofe iniziale, un trauma che precede ogni possibile esperienza e che non conosce riparazione. Nascere significa essere gettati in una condizione senza giustificazione, esposti a un mondo che non offre spiegazioni né compensazioni. La vita non è un dono, ma un fatto compiuto; non un’opportunità, ma una condanna senza tribunale. In questa prospettiva, la sofferenza non è un accidente, non è una deviazione dal corso “normale” dell’esistenza: è la sua grammatica profonda.

La voce di Cioran resta costantemente priva di pathos. Non c’è indignazione, non c’è lamento, non c’è rabbia. La sua è una freddezza che non anestetizza, ma intensifica. Come un vento che attraversa una distesa di macerie senza fermarsi su nulla, la scrittura procede senza concedere tregua al lettore. Ogni aforisma è una superficie instabile, una lastra di ghiaccio su cui il pensiero è costretto a muoversi senza sicurezza, consapevole che l’equilibrio è sempre provvisorio. Non esiste un punto di vista privilegiato, non esiste un luogo da cui osservare il disastro con distacco.

Pur inserendosi nella tradizione del grande pessimismo filosofico, Cioran se ne distacca nel momento decisivo. Se Schopenhauer intravedeva nella contemplazione estetica e nella compassione una possibilità di sospensione del dolore, Cioran rifiuta ogni forma di sollievo. Non perché le consideri insufficienti, ma perché le percepisce come deviazioni, come tentativi di rendere abitabile ciò che, per sua natura, non lo è. Non c’è rifugio nell’arte, non c’è redenzione nella morale, non c’è riscatto nella conoscenza. Ogni tentativo di salvezza viene smascherato come un artificio, un gesto di autodifesa che tradisce l’incapacità di sostenere la verità fino in fondo.
In questo senso, “L'inconveniente di essere nati” è anche una sfida etica, ma di un’etica negativa, priva di prescrizioni. Non dice cosa fare, non indica come vivere. Chiede piuttosto se siamo disposti a guardare l’abisso senza trasformarlo in metafora, senza addomesticarlo. È un esercizio di lucidità estrema, che non si limita a smontare le grandi narrazioni collettive, ma arriva a demolire l’idea stessa della vita come valore intrinseco. Nulla viene risparmiato: né la speranza, né la fede nel progresso, né la fiducia nella coscienza come strumento di emancipazione.

La forma frammentaria del libro non è una scelta stilistica arbitraria, ma l’unica possibile. Il pensiero di Cioran non potrebbe sostenere una struttura continua senza tradirsi. Ogni frammento è una scheggia, un residuo di pensiero che rifiuta di ricomporsi in totalità. Filosofia, poesia e viscere si intrecciano senza mai stabilizzarsi. L’aforisma non è qui una forma brillante, ma una necessità: dire di più significherebbe già mentire. L’apparente semplicità della prosa nasconde una profondità vertiginosa, una capacità di condensare in poche righe una sofferenza che non appartiene più all’individuo, ma a una condizione universale.

Cioran trasforma questa sofferenza in una forma di bellezza che non consola e non sublima. È una bellezza fredda, spoglia, che non promette alcuna trasfigurazione. Non c’è catarsi, non c’è purificazione. La bellezza, qui, coincide con la precisione dello sguardo, con l’assenza di menzogne. È il paradosso di un’estetica che nasce dal rifiuto di ogni giustificazione estetica dell’esistenza.

L’immaginario della desolazione che attraversa il libro richiama inevitabilmente i paesaggi di Caspar David Friedrich: orizzonti sconfinati, figure umane ridotte a presenze marginali, schiacciate da una vastità indifferente. Ma, a differenza del romanticismo, in Cioran non c’è alcuna nostalgia del sublime. L’orizzonte non è promessa, è chiusura. Eppure, in questa radicalità, il suo pensiero appare sorprendentemente moderno. Si avvertono echi dell’esistenzialismo di Camus e Sartre, ma privati di ogni residuo di impegno, di ogni tentazione di riscatto attraverso l’azione. Il nichilismo di Cioran non distrugge per fondare, non nega per aprire. Si limita a mostrare ciò che resta quando ogni costruzione è crollata.
Illumina, forse, ma senza offrire alcuna ricompensa per la lucidità. Non promette libertà, né autenticità, né una forma superiore di coscienza. La consapevolezza non è un premio, ma un peso aggiuntivo. E tuttavia, proprio in questa accettazione senza illusioni, si intravede una forma paradossale di rigore: non una liberazione, ma una fedeltà ostinata al reale.

“L'inconveniente di essere nati” non è un libro accogliente, né desidera esserlo. Richiede resistenza, attenzione, una disponibilità a restare in territori dove la sofferenza non è un incidente da correggere, ma una condizione strutturale dell’esistere. Chi riesce a sostenerne il peso non ne esce confortato, né “arricchito” nel senso consueto del termine. Ne ricava piuttosto uno sguardo spogliato, privato di ornamenti, rivolto verso la nuda evidenza dell’essere.
Cioran non offre risposte, non formula soluzioni, non costruisce alternative. Espone. E una volta chiuso il libro, ciò che resta non è una verità da custodire, ma un vuoto persistente, che non smette di interrogare. Non perché prometta un senso futuro, ma perché rende impossibile tornare all’innocenza di prima.