domenica 2 febbraio 2025

Central Station: la storia del club gay di Mosca che ha sferrato un colpo alla repressione


A Mosca, tra le architetture monumentali del potere e i vicoli carichi di storia, si trovava un luogo che pulsava di vita diversa. Il Central Station non era solo un club, ma una dichiarazione d’intenti, un santuario di resistenza e libertà in un contesto dove l’amore che sfidava l’eteronormatività rischiava di diventare un atto sovversivo. Nato nei primi anni Duemila, il Central Station non ci mise molto a imporsi come il più grande e rinomato club gay della capitale russa.

Tra le sue mura, luci colorate e suoni vibranti si mescolavano con risate, baci rubati e sguardi complici. Le drag queen regnavano sul palco, trasformando ogni esibizione in un inno alla libertà d’espressione. In quelle serate, anche se solo per qualche ora, il Central Station permetteva di respirare un’aria diversa, sospesa tra le note di musica elettronica e le conversazioni che si perdevano fino all’alba.

Tuttavia, in un paese come la Russia, dove l'omosessualità, pur essendo legalmente depenalizzata dal 1993, rimane un tabù sociale e politico, la visibilità può essere un’arma a doppio taglio. Man mano che la fama del Central Station cresceva, cresceva anche l’insofferenza di chi, al di fuori delle sue porte, vedeva in quel luogo una minaccia ai valori tradizionali.

Per comprendere la storia del Central Station, bisogna inserire la sua esistenza in un contesto più ampio. Fino ai primi anni 2010, la vita per la comunità LGBT+ in Russia, sebbene difficile, era sopportabile. Nonostante l’omofobia diffusa, vi erano zone grigie in cui la comunità riusciva a trovare spazi di respiro.

La situazione cambiò radicalmente nel 2013, con l’approvazione della legge sulla propaganda omosessuale, fortemente sostenuta dall’allora presidente Vladimir Putin e da una parte influente della Chiesa ortodossa russa. La legge, formalmente creata per “proteggere i minori dall’influenza di idee distorte”, di fatto criminalizzava qualsiasi rappresentazione positiva o pubblica di relazioni non eterosessuali.

Questa normativa segnò l'inizio di un’ondata di violenza e discriminazione sistematica. Gruppi ultranazionalisti, estremisti religiosi e vigilantes interpretarono la legge come un lasciapassare per aggredire, insultare e perseguitare le persone queer. In quel clima di tensione crescente, il Central Station divenne rapidamente uno dei simboli più visibili da abbattere.

Entrare al Central Station significava varcare una soglia che separava il mondo esterno, freddo e ostile, da una dimensione calda, vibrante e accogliente. L’arredamento moderno, le luci soffuse e la selezione musicale creavano un’atmosfera che richiamava i grandi club di Berlino o Londra, ma con un tocco locale che rendeva l’esperienza unica.

Ogni weekend, centinaia di persone riempivano il locale. C’erano giovani alla ricerca della loro identità, coppie stanche di nascondersi e veterani della comunità che ricordavano i tempi ancora più bui. I performer sul palco non erano solo artisti, ma veri e propri attivisti che sfidavano il conformismo con abiti sgargianti e performance provocatorie.

In un paese in cui dichiararsi apertamente omosessuale significava rischiare la carriera e l’incolumità personale, il Central Station rappresentava un rifugio psicologico e fisico. Per molte persone, era l’unico luogo in cui poter danzare mano nella mano con un partner dello stesso sesso senza paura.

Tuttavia, la crescente visibilità del club finì per attirare l’attenzione indesiderata di gruppi estremisti. I primi segnali d’allarme arrivarono nel 2012, con piccoli atti di vandalismo. Vetri rotti, graffiti omofobi sulle pareti esterne e telefonate minatorie divennero eventi quasi settimanali.

Nel 2013, con l’approvazione della legge anti-LGBT+, la violenza raggiunse livelli senza precedenti:

Ottobre 2013: Un gruppo di uomini armati irruppe nel locale, sparando colpi in aria e seminando il panico tra i clienti. Fortunatamente, nessuno rimase ferito, ma il messaggio era chiaro: nessun luogo era al sicuro.

Dicembre 2013: Durante una serata di festa natalizia, gas tossici vennero rilasciati all’interno del club. Decine di persone riportarono intossicazioni leggere e furono necessarie ore per bonificare l’area.

Gennaio 2014: L’attacco più devastante avvenne all’inizio del nuovo anno. Circa 100 uomini armati di mazze e strumenti da demolizione tentarono di abbattere il soffitto del locale, causando danni strutturali ingenti.


Dopo ogni attacco, i proprietari sporgevano denuncia, ma la polizia raramente interveniva. Secondo alcune testimonianze, le forze dell’ordine arrivavano in ritardo o minimizzavano gli eventi, lasciando intendere che non avrebbero fatto nulla per fermare gli aggressori.


A marzo 2014, dopo mesi di attacchi incessanti e la mancanza di protezione da parte delle autorità, il Central Station chiuse definitivamente. Fu un momento di lutto per la comunità LGBT+ di Mosca e non solo. La chiusura del club rappresentò la perdita di un luogo che era molto più di una semplice discoteca: era una casa, un rifugio, un simbolo di speranza in un contesto ostile.

La storia del Central Station, però, non si concluse con la chiusura. Due mesi dopo, nel maggio 2014, il club riaprì in una nuova location vicino alla stazione Avtozavodskaya, questa volta dotato di vetri antiproiettile, porte blindate e sistemi di sorveglianza avanzati.

La nuova sede, benché meno centrale, riuscì a ricreare l’atmosfera del vecchio locale. Il messaggio era chiaro: la comunità LGBT+ russa non avrebbe ceduto alla paura.


Oggi, nonostante la chiusura del club gemello di San Pietroburgo nel 2023, il Central Station rimane una leggenda nella comunità LGBT+ russa. La sua storia è raccontata nei circoli queer e ricordata come un atto di coraggio e resistenza. Anche se le sue luci si sono spente, l’eco delle sue notti di libertà continua a risuonare.