Firenze, la città dei gigli, delle torri e delle chiese che toccano il cielo, è un luogo dove ogni angolo sembra custodire un frammento di storia. Tra questi angoli, ce n'è uno che, per quanto umile, possiede un fascino discreto capace di attirare l'attenzione di chiunque si prenda il tempo di ascoltare le sue storie. Vicino alla monumentale Piazza Duomo, dominata dalla maestosità della Cattedrale di Santa Maria del Fiore con la sua cupola che sembra sfidare le leggi del cielo, si trova uno slargo chiamato "Piazza delle Pallottole". Qui, in un angolo quasi nascosto e apparentemente dimenticato, riposa un grosso masso noto come "i' vero Sasso di Dante".
A un primo sguardo, questo masso non sembra altro che una pietra, una di quelle che chiunque potrebbe calpestare senza pensarci due volte. Ma come spesso accade a Firenze, ciò che sembra insignificante nasconde storie che collegano il presente al passato, che legano ogni singolo granello di pietra alla grandezza di uomini e donne che hanno camminato per le stesse strade secoli prima. Questo sasso, per i fiorentini, è molto più di un semplice pezzo di roccia: è un simbolo di Dante Alighieri, il Sommo Poeta, e della sua connessione profonda con la città che lo ha accolto, celebrato e, infine, esiliato.
La leggenda racconta che Dante, nei suoi frequenti vagabondaggi per Firenze, si fermasse spesso su quel sasso per riposare. All'epoca, l’area di Piazza delle Pallottole non era che uno spiazzo verde, un piccolo rifugio di tranquillità nel cuore di una città in fermento. Firenze, infatti, era nel pieno dei lavori di costruzione della sua cattedrale, un'opera che avrebbe richiesto decenni e che sarebbe diventata il simbolo della città e del suo spirito innovatore. Dante, seduto su quel sasso, osservava i lavori, ascoltava il clangore degli attrezzi e il vociare degli operai, e lasciava che il caos del mondo si trasformasse in ordine nella sua mente.
Quel masso divenne il suo luogo preferito per riflettere, un punto d’osservazione privilegiato non solo sui lavori della cattedrale, ma anche sulla vita della città. Firenze, con il suo intreccio di nobiltà e plebe, di commercianti, artisti e artigiani, era un teatro vivente. Ogni dettaglio, ogni volto che passava di lì poteva trovare spazio nei suoi pensieri e, forse, anche nei suoi versi. È facile immaginare Dante, con il mantello avvolto sulle spalle e lo sguardo perso nel vuoto, intento a scrutare non solo la città che si trasformava, ma anche i mondi interiori che avrebbero dato vita alla sua Commedia.
Ma il Sasso di Dante non è soltanto un luogo di riflessione e contemplazione poetica; è anche il protagonista di un aneddoto che dimostra l’intelligenza arguta e la memoria straordinaria del poeta. Un giorno, racconta la tradizione, Dante era seduto sul suo sasso, assorto nei suoi pensieri, quando un conoscente lo avvicinò. La scena doveva essere comune: Dante, con la fronte alta e pensierosa, attirava inevitabilmente l’attenzione di chi passava. Forse per rompere quel silenzio imponente, o forse per pura curiosità, l’uomo gli chiese:
«Oh Dante, icché ti piace di più da mangiare?»
La risposta del poeta fu immediata, breve e precisa: «L’ovo.»
La storia, però, non si conclude qui. Un anno dopo, lo stesso conoscente, forse divertito dal ricordo di quell’incontro o forse per mettere alla prova la memoria del Sommo Poeta, tornò nello stesso luogo. Vide Dante seduto nuovamente sul sasso, come se il tempo non fosse mai passato, e decise di riproporgli la domanda, questa volta con una sfumatura diversa:
«Co’ icché?»
Senza esitare, Dante rispose con la stessa precisione che aveva caratterizzato la sua prima risposta: «Co’ i’ sale!»
Questo aneddoto, per quanto semplice, è diventato parte del mito di Dante. Non si tratta solo di un episodio curioso o divertente: è un esempio del genio del poeta, della sua capacità di conservare nel dettaglio ogni frammento di esperienza e di restituirlo con una prontezza che lascia a bocca aperta. È un ritratto di Dante nella sua umanità, un uomo che, pur immerso nei suoi pensieri più alti, sapeva rispondere con ironia e arguzia alle provocazioni del mondo reale.
Oggi, "i' vero Sasso di Dante" è ancora lì, adagiato in Piazza delle Pallottole, un frammento silenzioso di storia che ha attraversato i secoli. Eppure, nonostante la sua importanza simbolica, molti passano accanto a quel masso senza notarlo. Solo chi si ferma, chi si prende il tempo di osservare e di ascoltare le storie che la città sussurra, può comprendere il valore di quel sasso. Non è solo una pietra, ma un simbolo di Firenze stessa: una città che sa intrecciare grandezza e semplicità, che trova significato non solo nei suoi monumenti grandiosi, ma anche nei dettagli più umili.
Chi si siede oggi su quel sasso entra, in qualche modo, in dialogo con Dante. È facile immaginare il poeta lì, con il viso rivolto verso i ponteggi della cattedrale, intento a riflettere non solo sulla costruzione fisica di un edificio, ma anche su quella spirituale dell’umanità. Ogni passante diventa una comparsa in questo teatro immaginario, una figura che Dante avrebbe potuto osservare e forse inserire nei suoi versi.
Il Sasso è anche un simbolo di resistenza, un legame fisico con un passato che Firenze ha saputo preservare. Rappresenta il legame indissolubile tra Dante e la sua città, un rapporto complesso fatto di amore e conflitto, di esilio e nostalgia. È il luogo dove il Sommo Poeta si mescola con l’uomo, dove la leggenda si intreccia con la realtà.
E così, mentre la città intorno cambia, mentre nuove generazioni camminano per le sue strade, il Sasso di Dante rimane. Silenzioso e immobile, è un invito a fermarsi, a riflettere e a ricordare che anche le cose più piccole, come un sasso o una domanda sull’uovo, possono contenere un frammento di eternità.