martedì 3 febbraio 2026

L'alba

L’alba non si limita a nascere: è un parto doloroso, un’apertura brutale del ventre dell’universo che lacera il buio come un coltello incandescente. Non c’è dolcezza nella sua venuta, né promessa di quiete: si riversa sugli occhi chiusi, li schiaccia con il suo peso, una luce che non consola ma svela ogni angolo nascosto, ogni crepa nell’anima. Dietro le palpebre, il cranio è un teatro di ombre frantumate, dove il sangue, come un mare maledetto, si riversa in silenzio. Non scorre, non danza: si contorce, si agita, un’onda densa e malata che non conosce tregua, portando con sé i detriti di sogni infranti e speranze marcite.

Il cielo, sconfitto da se stesso, si spacca in torrenti che cadono come lacrime velenose, colando tra i crepacci della terra. Non c’è pietà nei suoi flussi: ogni goccia è una lama, ogni corrente un giudizio. L’orizzonte, spettro lontano, trema sotto il peso di quella cascata infinita, e nelle sue pozze si riflette un sorriso spezzato, l’ultimo riflesso delle lacrime versate. Ma quel sorriso non è umano: è il ghigno di un’entità crudele, un olio che brucia lentamente, consumando tutto ciò che sfiora.

Nelle orbite vuote, la notte rimane aggrappata, densa e inamovibile, un tarlo nero che rode dall’interno. La luna, un grumo di catrame rappreso, galleggia nell’oscurità, troppo lontana per portare conforto, troppo vicina per essere ignorata. Intorno, le stelle sono ferite aperte nel manto del cielo, scintille di dolore che illuminano solo la desolazione. E poi, senza avviso, il giorno irrompe. Non arriva come una salvezza, ma come un predatore affamato, insinuandosi tra le ossa, scorticando il gelo che proteggeva il cuore. I suoi raggi sono lame sottili, chirurgiche, che penetrano fino al midollo, lasciando che i venti, spietati e gelidi, strappino la pelle come un velo inutile.

L’inverno si sgretola, cade a pezzi, le sue vesti si disfano in una pioggia di polvere e spine. E mentre il corpo rimane nudo, esposto al giudizio del mondo, una primavera fredda, quasi artificiale, si aggrappa alle palpebre. Le sue membrane pendono, fragili come ragnatele, vibranti sotto il peso di una promessa che non può essere mantenuta.

La luce, indifferente e tirannica, scivola sui segreti sepolti, svelando particelle di pensiero che si disintegrano al suo passaggio. Non è una rivelazione: è una condanna. Ogni idea si piega, ogni ragione crolla, lasciando spazio al silenzio che pulsa sotto la terra. È lì, nel profondo, che il segreto germoglia: una radice nera che si nutre di morte e si spinge verso l’occhio, trasformandolo in un pozzo senza fondo.

Il sangue, richiamato dal sole come da un amante crudele, si lancia verso di esso, bruciando d’un desiderio che non può essere saziato. Ma il sole non accoglie: è un tiranno che consuma, un re di cenere che trasforma tutto ciò che tocca in polvere e disperazione. Sopra la terra, sopra i campi ormai vuoti e i cuori ridotti a gusci, l’alba si ferma. Non avanza, non retrocede: rimane sospesa, un’agonia perpetua, una ferita spalancata nel tessuto del tempo. Nulla vive sotto il suo sguardo, nulla muore del tutto. È un limbo che avvolge il mondo, un incubo che non si spegne mai.

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