giovedì 2 luglio 2026
Ma s'el dis minga per rì, se dis per pianz!
Ma s'el dis minga per rì, se dis per pianz!
Cumendatùr, el g'ha present? Gh'era ona volta la distinziun. E no, lasciemm perd i discors del "si stava meglio quando si stava peggio", che quelli fan compagnia ai pensionati davanti al bar e ai commentatori che rimpiangono qualsiasi cosa purché sia passata. Qui il problema l'è on alter. Qui no se parla de nostalgia; se parla de geografia culturale. Perché una volta, nel mondo dell'editoria italiana, le mappe esistevano davvero. C'erano confini, c'erano montagne, c'erano fiumi, c'erano città riconoscibili. Ogni casa editrice occupava un territorio preciso, e quel territorio non era soltanto commerciale: era estetico, intellettuale, persino morale.
La Rizzoli era la Rizzoli. La Mondadori era la Mondadori. L'Einaudi era l'Einaudi. Adelphi sembrava abitare una galassia tutta sua, Sellerio parlava sottovoce con un accento siciliano che sapeva di biblioteche antiche e cortili assolati, Laterza aveva il passo dell'università, Feltrinelli quello della piazza. Persino quando pubblicavano gli stessi autori, li pubblicavano in modo diverso. Cambiava la veste, cambiava l'apparato critico, cambiava il pubblico immaginato. Cambiava, soprattutto, l'idea di libro.
Perché un libro non nasce due volte. Nasce quando lo scrive un autore, certo. Ma rinasce quando un editore decide di pubblicarlo. E quella seconda nascita è meno innocente di quanto sembri. Significa inserirlo dentro una costellazione di altri libri, farlo dialogare con una tradizione, attribuirgli un posto nel mondo. L'editore non era soltanto colui che stampava. Era colui che interpretava. Era, in un certo senso, il primo lettore responsabile.
Oggi, invece, sembra che l'unica interpretazione rimasta sia quella del foglio Excel.
Non ridete, Cumendatùr.
Perché l'è propri inscì.
Una volta, nei racconti degli editor anziani, si parlava di manoscritti letti fino all'alba, di discussioni interminabili, di collane pensate per anni, di autori coltivati pazientemente anche quando vendevano poco. Oggi si parla di KPI, di engagement, di target, di segmentazione, di finestre promozionali, di posizionamento. Parole legittime, ci mancherebbe. Ma quando diventano l'unico vocabolario possibile, la letteratura finisce col sembrare un reparto marketing che, incidentalmente, stampa anche romanzi.
E così succede una cosa curiosa.
Entri in libreria.
Giri fra gli scaffali.
Ti sembra di avere davanti una quantità sterminata di libri.
Eppure, dopo dieci minuti, ti prende una strana sensazione di ripetizione.
Le copertine parlano tutte la stessa lingua.
I titoli sembrano costruiti con gli stessi quattro o cinque ingredienti: il silenzio, il mare, il vento, la memoria, il segreto, la libreria, il caffè, la ragazza, il treno, l'ultima estate. Cambia l'ordine delle parole, ma il meccanismo resta identico.
Le fascette gridano tutte allo stesso modo.
"Il caso editoriale dell'anno."
"Il romanzo che ha conquistato milioni di lettori."
"Tradotto in quaranta Paesi."
"Il nuovo fenomeno."
Ogni settimana nasce un fenomeno.
Ogni mese nasce un capolavoro.
Ogni stagione nasce il libro destinato a cambiare tutto.
Alla fine non cambia quasi niente.
L'unica cosa che cambia davvero è la velocità con cui i libri vengono dimenticati.
Una volta il catalogo era memoria.
Oggi sembra diventato un nastro trasportatore.
I libri salgono.
Restano esposti qualche settimana.
Poi scendono.
Arriva la novità successiva.
E la precedente scompare come se non fosse mai esistita.
La cosa buffa, Cumendatùr, è che chi lavora bene continua a esistere. Gli editor capaci ci sono ancora. I traduttori straordinari pure. I grafici che fanno miracoli anche. I correttori di bozze, quei santi laici che salvano la lingua italiana dagli svarioni, resistono con la pazienza dei certosini. I librai indipendenti combattono ogni giorno una battaglia che somiglia a una forma di volontariato civile.
Eppure, sopra tutto questo lavoro, sembra essersi stesa una specie di nebbia.
La nebbia dell'indifferenziazione.
Come se ogni identità dovesse essere attenuata per non disturbare il mercato.
Come se ogni spigolo dovesse essere levigato.
Come se ogni catalogo dovesse assomigliare a tutti gli altri.
La diversità, oggi, pare quasi un rischio d'impresa.
E allora via con i compromessi.
Via con i libri "che funzionano".
Via con i romanzi "che intercettano un pubblico".
Via con i fenomeni "trasversali".
Sembra di ascoltare un consulente finanziario, non un editore.
E intanto il lettore cambia senza accorgersene.
Non entra più in libreria cercando un editore.
Entra cercando il titolo di cui parlano tutti.
La casa editrice diventa invisibile.
È un dettaglio grafico.
Un logo.
Un marchio commerciale.
Non più una promessa culturale.
Ed è qui che, secondo me, si consuma la perdita più grave.
Perché un editore dovrebbe essere riconoscibile anche quando sbaglia.
Come un regista.
Come un pittore.
Come un filosofo.
Dovrebbe avere una propria idea del mondo.
Una propria voce.
Un proprio modo di scegliere.
Altrimenti diventa soltanto un distributore di contenuti.
E la parola "contenuto", Cumendatùr, la fa già paura da sola.
Una volta c'erano i libri.
Poi sono arrivati i prodotti editoriali.
Poi i contenuti.
Tra un po' parleremo direttamente di asset narrativi.
E nessuno si ricorderà più che un romanzo è, prima di tutto, una forma di conoscenza.
La verità è che abbiamo importato nell'editoria la logica della piattaforma.
Tutto deve essere compatibile con tutto.
Tutto deve dialogare con tutto.
Tutto deve poter essere promosso nello stesso modo.
Lo stesso linguaggio per il saggio filosofico e per il diario dell'influencer.
Lo stesso tono per Dostoevskij e per il vincitore dell'ultimo talent.
La stessa retorica dell'evento.
La stessa ansia di visibilità.
Lo stesso culto della novità.
E la novità, si sa, ha un difetto enorme.
Invecchia nel momento stesso in cui viene proclamata tale.
Per questo continuo a pensare che il vero patrimonio di una casa editrice non siano i bestseller.
Siano i libri che continuano a vivere quando i bestseller sono già finiti al macero.
Sono quelli che, vent'anni dopo, qualcuno continua ancora a cercare.
Quelli che non hanno bisogno di una fascetta.
Quelli che non devono essere spiegati da una campagna pubblicitaria.
Quelli che, semplicemente, resistono.
Resistere.
Forse è questa la parola che l'editoria ha dimenticato.
Resistere alle mode.
Resistere agli algoritmi.
Resistere alla tentazione di inseguire ogni fenomeno.
Resistere perfino alla paura di vendere un po' meno pur di costruire qualcosa che duri un po' di più.
Perché un catalogo non si misura in trimestri.
Si misura in decenni.
E qualche volta in secoli.
Quando apriamo un classico, non leggiamo soltanto uno scrittore.
Leggiamo anche la storia degli editori che hanno deciso di continuare a pubblicarlo.
È una responsabilità enorme.
Quasi invisibile.
Ma decisiva.
Ecco perché, Cumendatùr, ogni tanto mi viene da sorridere quando sento dire che l'editoria deve "reinventarsi".
No.
L'editoria deve ricordarsi.
Ricordarsi che prima dei mercati esistono i lettori.
Prima dei target esistono le persone.
Prima delle strategie esistono le idee.
Prima dei prodotti esistono i libri.
E prima ancora dei libri esiste quella misteriosa ostinazione umana che ci porta a scrivere, leggere e conservare parole che forse non serviranno mai a far salire un titolo nelle classifiche, ma che continueranno a tenere in piedi una civiltà.
Il resto passa.
Le classifiche passano.
Le campagne pubblicitarie passano.
I trend passano.
Le piattaforme cambiano.
Gli algoritmi vengono riscritti.
I fenomeni editoriali evaporano con la stessa rapidità con cui sono comparsi.
Ma un catalogo costruito con intelligenza resta.
Ed è quella permanenza, silenziosa e ostinata, che distingue ancora un editore da una semplice azienda che produce libri.
Per questo, Cumendatùr, continuo a credere che il problema non sia la Rizzoli, o la Mondadori, o qualunque altro marchio. Il problema è molto più grande. È l'idea stessa di editoria che rischia di dissolversi dentro un'economia dell'attenzione dove tutto vale finché viene guardato, e nulla vale abbastanza da essere ricordato.
E allora sì, torno a borbottare.
Non perché il passato fosse perfetto.
Non lo era affatto.
Ma perché il futuro, senza memoria, rischia di assomigliare a uno scaffale pienissimo di libri tutti uguali.
E sarebbe il paradosso più triste.
Avere più libri che mai...
e sempre meno editoria.
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