giovedì 2 luglio 2026

Giustappunto! L'utilità dell'ultimo.

Viene spontaneo pensare male. Anzi, forse il problema è proprio questo: quando si osservano certe realtà troppo a lungo, il sospetto finisce per sembrare più plausibile dell'ingenuità. Ogni volta che incrocio una persona senza una casa, seduta su un marciapiede o accampata sotto un portico, non riesco a evitare una domanda che va oltre la sua storia personale: quella presenza è davvero soltanto il risultato di una somma di sfortune, errori e fragilità individuali, oppure svolge, suo malgrado, una funzione all'interno dell'ordine sociale che l'ha prodotta? Non lo so. E proprio perché non lo so, preferisco restare nel dubbio piuttosto che rifugiarmi nelle certezze. Perché vedere qualcuno "a terra" produce inevitabilmente un effetto su chi guarda. Certo, suscita compassione. Talvolta genera solidarietà. Ma genera anche paura. La paura di poter diventare lui. La paura di perdere ciò che si possiede. La paura di uscire dal perimetro della normalità. E la paura, più di qualsiasi argomento razionale, è spesso il cemento invisibile sul quale si reggono gli equilibri sociali. Così l'ultimo diventa un monito per i penultimi. I penultimi, a loro volta, diventano un avvertimento per i terzultimi. E la catena continua, alimentando una società nella quale ciascuno tende a guardare verso il basso più per rassicurare sé stesso che per comprendere chi soffre. Basta che esista qualcuno che sta peggio perché la propria condizione appaia, tutto sommato, accettabile. Anche chi si sente libero dovrebbe forse interrogarsi sulla natura di quella libertà. Perché esiste una differenza profonda tra essere liberi ed essere autorizzati a sentirsi tali. Se il Padrone allunga il guinzaglio di qualche metro, il cane può perfino convincersi di correre senza vincoli. Ma un guinzaglio più lungo resta pur sempre un guinzaglio. La libertà concessa dipende sempre da chi concede; quella autentica nasce invece dalla possibilità di autodeterminarsi senza dover continuamente temere di perdere tutto. Forse sono un malpensante. Lo spero sinceramente. Perché la conclusione alternativa sarebbe assai più amara: immaginare che certe forme di marginalità non vengano eliminate non perché sia impossibile farlo, ma perché la loro stessa esistenza produce effetti utili al funzionamento del sistema. Il senza tetto, allora, non sarebbe soltanto una vittima del sistema. Ne diventerebbe, inconsapevolmente, anche uno degli ingranaggi. La sua presenza permette a molti di esercitare la propria solidarietà, e la solidarietà è una delle qualità più nobili dell'essere umano. Ma qualche volta mi domando se una società che ha costantemente bisogno della carità non rischi di assolversi troppo facilmente dalle proprie responsabilità. Perché una cosa è soccorrere chi soffre, altra cosa è chiedersi perché quella sofferenza continui a riprodursi. Allo stesso tempo, quella stessa figura ricorda a chi coltiva desideri di ribellione quanto possa essere alto il prezzo dell'esclusione. Non serve minacciare apertamente nessuno. Basta che l'esclusione rimanga visibile. La paura completa il lavoro. E poi c'è un ultimo meccanismo, forse il più sottile. Guardando chi vive nella miseria estrema, finiamo spesso per raccontarci che, in fondo, la nostra vita non è poi così terribile. Magari siamo precari, frustrati, alienati, costretti a continui compromessi, ma almeno non siamo arrivati fin lì. Così la misura della nostra felicità non dipende più da ciò che siamo riusciti a costruire, ma dalla distanza che ci separa da chi è precipitato più in basso. È un modo curioso di intendere la felicità: non come pienezza, ma come semplice assenza del peggio. Eppure sarebbe intellettualmente scorretto fermarsi qui. Perché ogni riflessione sul sistema rischia di diventare ingiusta se pretende di spiegare automaticamente ogni singola esistenza. Ci sono infatti persone che, per motivi profondissimi e spesso invisibili, rifiutano qualsiasi forma di aiuto. Esistono dipendenze, malattie psichiche, traumi, delusioni, ferite così radicate da rendere difficile perfino accettare una mano tesa. Chi ha avuto esperienza diretta di queste situazioni sa quanto sia complicato costruire un rapporto di fiducia stabile. Aiutare qualcuno non significa semplicemente offrirgli qualcosa; significa anche confrontarsi con la sua libertà, perfino quando quella libertà si esprime nel rifiuto. Da fuori è facile immaginare soluzioni semplici. Molto più difficile è abitare davvero la complessità di una vita. Per questo motivo non vorrei mai trasformare una persona concreta nel simbolo di una teoria. Non conoscendo la sua storia, sarebbe presuntuoso attribuirle un significato che forse non le appartiene. Gli esseri umani sono infinitamente più complessi delle idee che costruiamo su di loro. Ma proprio questa consapevolezza non elimina la domanda iniziale. Semmai la rende ancora più urgente. Perché anche ammettendo tutta la complessità delle singole biografie, resta da chiedersi se una società possa considerarsi davvero giusta quando continua ad avere bisogno di mostrare, ogni giorno, il volto dell'esclusione. Resta da chiedersi se quelle presenze siano soltanto il prodotto di vicende individuali o se finiscano inevitabilmente per svolgere una funzione simbolica: rassicurare alcuni, disciplinarne altri, alimentare la retorica della beneficenza e ricordare a tutti quanto sia sottile il confine tra l'inclusione e la caduta. Forse mi sbaglio. Me lo auguro davvero. Perché se questa fosse anche solo una parte della verità, dovremmo ammettere che l'emarginazione non è semplicemente ciò che il sistema non è ancora riuscito a risolvere, ma anche ciò che, inconsapevolmente o meno, contribuisce a mantenerlo in equilibrio. E sarebbe una conclusione molto più inquietante di qualsiasi pessimismo personale.