Marc Daniel – André Baudry, Gli omosessuali (Vallecchi, 1974): una tappa intermedia tra patologizzazione e liberazione
La pubblicazione italiana di Gli omosessuali nel 1974 per i tipi di Vallecchi segna un momento di notevole rilevanza nel lento e accidentato processo di emersione del discorso sull’omosessualità nella cultura italiana del secondo Novecento. Il volume, firmato da Marc Daniel e André Baudry, è la traduzione dell’originale francese Les homosexuels, uscito per la collana "Que sais-je?" delle Presses Universitaires de France nel 1969, e costituisce uno dei primi tentativi sistematici di trattare l’omosessualità da una prospettiva pluridisciplinare e, per quanto possibile all’epoca, depatologizzata.
Va sottolineato che la collana "Que sais-je?", nota per la sua impostazione enciclopedica e divulgativa ma rigorosa, conferiva al testo un’aura di rispettabilità e scientificità che ne favorì la ricezione anche presso un pubblico non militante, al quale il discorso sull’omosessualità era generalmente estraneo o deformato da stereotipi medici, morali e giudiziari.
André Baudry, noto fondatore e direttore della rivista Arcadie, è figura di snodo per comprendere il posizionamento ideologico del libro. Ex seminarista, intellettuale cattolico e fervente sostenitore di una rispettabilità borghese dell’identità omosessuale, Baudry promosse per decenni, attraverso Arcadie, una strategia di "integrazione silenziosa" degli omosessuali nella società, fondata su comportamenti discreti, rispetto delle norme sociali e una distanza marcata dalle forme più radicali di contestazione.
L’identità del co-autore Marc Daniel rimane incerta; si ritiene che si tratti di uno pseudonimo, forse dello stesso Baudry o di un collaboratore interno al gruppo redazionale di Arcadie. L’uso dello pseudonimo riflette le tensioni e i pericoli legati alla visibilità omosessuale nel contesto francese e, ancor più, in quello italiano, dove la pubblicazione del testo avvenne in un periodo di acceso dibattito politico e culturale, ancora lontano dalla stagione dell’emancipazione inaugurata dal movimento del FUORI! (sorto nel 1971) e dalle elaborazioni teoriche di Mario Mieli.
Dal punto di vista contenutistico, Gli omosessuali si distingue per l’ambizione di offrire una sintesi delle principali teorie scientifiche e sociologiche allora disponibili. Il testo esamina l’omosessualità in prospettiva storica, biologica, psicoanalitica, legale e letteraria, con un approccio che oscilla tra la neutralità scientifica e un moderato intento apologetico. Se da un lato gli autori tentano di disinnescare la dimensione patologica che aveva dominato il discorso medico-psichiatrico dell’Ottocento e del primo Novecento, dall’altro restano vincolati a una concezione dell’omosessualità come “variante minoritaria” e per certi versi "problematicamente integrabile" nella società eteronormativa.
La ricezione del libro in Italia deve essere letta alla luce del clima culturale dell’epoca: nel 1974, l’anno della pubblicazione, l’Italia era attraversata dal dibattito sul divorzio (con il referendum abrogativo vinto dai fautori del mantenimento della legge) e da un lento processo di secolarizzazione che, pur incontrando resistenze, apriva nuovi spazi di discussione. In tale contesto, Gli omosessuali rappresentò per alcuni intellettuali e lettori un primo strumento di conoscenza meno viziato da pregiudizi morali. Tuttavia, non fu immune da critiche, soprattutto da parte della nascente militanza gay, che lo giudicò timido, conservatore e inefficace sul piano politico.
L’interesse storico del testo risiede oggi, più che nella tenuta scientifica delle sue argomentazioni — in gran parte superate dalle acquisizioni successive —, nella testimonianza che offre di un momento liminale: quello in cui il sapere sull’omosessualità si stava lentamente spostando da un paradigma repressivo e medicalizzante a un paradigma identitario e liberatorio. In questo senso, l’opera di Daniel e Baudry si colloca in una posizione intermedia tra la produzione psichiatrica novecentesca (da Freud a Rado, da Kinsey a Bieber) e i successivi sviluppi del pensiero queer, dei cultural studies e della riflessione post-strutturalista.
A livello editoriale, è degno di nota che sia stata proprio Vallecchi, storica casa fiorentina con radici nel primo Novecento culturale italiano, a pubblicare il volume, confermando un interesse crescente, seppur ancora marginale, per temi legati alla sessualità, all'identità e alla devianza percepita.
Infine, se si volesse inserire Gli omosessuali all’interno di una genealogia della letteratura omosessuale in lingua italiana, si dovrebbe riconoscergli un ruolo preparatorio, quasi pre-politico: non ancora capace di attivare una soggettività militante, ma già orientato verso un riconoscimento dell’omosessuale come soggetto sociale, dotato di una sua storia, una sua cultura e — soprattutto — una sua voce.
Dalla normalizzazione alla liberazione: il caso Baudry/Daniel vs Mieli
Il confronto tra Gli omosessuali di Marc Daniel e André Baudry (1974) e Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli (1977) consente di osservare, in modo quasi paradigmatico, l’evoluzione — o meglio: la frattura — nel discorso sull’omosessualità in Europa tra la fine degli anni Sessanta e la seconda metà degli anni Settanta. Le due opere, pur trattando lo stesso oggetto — l’omosessualità come fenomeno individuale, culturale e politico — si collocano in emisferi ideologici non solo distanti, ma per certi versi inconciliabili.
1. Genealogie e obiettivi
Gli omosessuali nasce all’interno di una cornice moderatamente positivista: il testo, originariamente pubblicato nella collana "Que sais-je?" delle PUF, si propone come strumento informativo, divulgativo, volto a offrire una "conoscenza sobria" del fenomeno omosessuale. Il suo intento è chiaramente integrativo: si cerca di fornire al lettore medio strumenti di comprensione razionale per superare pregiudizi e timori, nel quadro di una concezione liberal-progressista della tolleranza.
Di segno diametralmente opposto è Elementi di critica omosessuale, opera che si pone sin dal titolo come parte integrante di una prassi rivoluzionaria. Il testo di Mieli — radicale, filosofico, psicopolitico — non intende spiegare l’omosessualità al lettore eterosessuale borghese, ma decostruire violentemente le fondamenta stesse dell’eterosessualità come regime politico, come dispositivo repressivo e come apparato ideologico. In questo senso, Elementi non è un saggio "sull’omosessualità", bensì un trattato queer ante litteram sul desiderio, sul travestimento, sulla sessualità come campo di lotta.
2. L’identità omosessuale: da devianza contenuta a sovversione antropologica
Nel testo di Daniel/Baudry, l’omosessuale è rappresentato come un soggetto minoritario ma legittimo, da comprendere, compatire, talvolta difendere. Sebbene gli autori si sforzino di adottare un lessico sobrio e non discriminatorio, l’omosessualità vi è spesso trattata nei termini di un’anomalia "neutra", tollerabile a condizione che non turbi l’ordine sociale e la morale pubblica. La strategia è quella dell’assimilazione: l’omosessuale può (e deve) essere accettato, purché discreto, non provocatorio, conforme — o perlomeno mimetico — nei confronti dei codici dell’eterosessualità dominante.
Mieli ribalta questa logica. In Elementi di critica omosessuale, l’identità gay non è qualcosa da "normalizzare", ma il fulcro di una rivoluzione antropologica, che passa attraverso la liberazione del desiderio, la messa in discussione del genere, la disidentificazione come pratica politica. L’omosessualità non è un orientamento sessuale tra altri, ma il sintomo, il detonatore di una verità più profonda: il desiderio umano è fondamentalmente polimorfo e transessuale, e l’eterosessualità obbligatoria è una violenza istituzionalizzata.
Per Baudry e Daniel, l’omosessuale è una variabile tollerabile; per Mieli, è la figura cristologica del sovvertimento del dominio.
3. Disciplina vs trasgressione
L’impostazione culturale e filosofica delle due opere è altrettanto divergente. Il testo di Daniel/Baudry si colloca entro i confini della razionalità positivista e della prudenza sociologica. Il suo modello è ancora legato all’idea che la conoscenza scientifica possa emancipare le minoranze attraverso un lento progresso delle coscienze.
Mieli, invece, attinge a una tradizione ben più incendiaria: la psicoanalisi lacaniana e freudo-marxista, la teoria critica (Marcuse, Reich), il teatro brechtiano, il surrealismo, il pensiero di Michel Foucault. La sua critica è spietata: la psichiatria, la famiglia borghese, la religione, la scuola, lo Stato — tutti questi apparati sono dispositivi repressivi che costruiscono l’"io normale" come risultato della rimozione dell’erotismo infantile, della paura della castrazione, dell’identificazione coattra con il ruolo virile. In questo senso, la "transessualità" per Mieli non è una patologia, ma una verità originaria da cui l’uomo moderno è stato violentemente separato.
4. Politica della visibilità
Mentre Gli omosessuali incoraggia un’idea di accettazione pacata, quasi timorosa, fondata sulla discrezione e sull’integrazione, Elementi di critica omosessuale è un inno alla visibilità dissacrante, allo scandalo, alla teatralità sovversiva. Mieli fa dell’effeminatezza, del travestimento, del "frocio visibile" una categoria politica — anticipando in modo straordinario temi che verranno pienamente esplorati solo con la queer theory degli anni Novanta.
5. Universalismo borghese vs utopia rivoluzionaria
Infine, il contrasto tra le due opere può essere letto come scontro tra due forme di utopia: da un lato quella borghese-liberale della coesistenza civile (Baudry), dall’altro quella rivoluzionaria della dissoluzione delle categorie sessuali e familiari (Mieli). Per Baudry, il massimo a cui può aspirare l’omosessuale è il riconoscimento sociale entro l’ordine esistente; per Mieli, l’omosessuale autentico è colui che lavora al superamento di quell’ordine, rovesciando i presupposti stessi della normatività.
Conclusione
Il confronto tra Gli omosessuali e Elementi di critica omosessuale evidenzia il passaggio da un paradigma di assimilazione a uno di liberazione. Entrambe le opere hanno avuto, a loro modo, una funzione storica: se la prima ha contribuito ad avviare un discorso pubblico e rispettabile sull’omosessualità in un’Italia ancora conservatrice, la seconda ha scardinato definitivamente la cornice entro cui quel discorso era stato tollerato. Oggi, a cinquant’anni di distanza, Mieli appare profetico nella sua capacità di anticipare i conflitti teorici del nostro presente, mentre Baudry/Daniel rimangono come documenti preziosi di una fase di transizione, ancora prigioniera dei limiti culturali che cercava — timidamente — di superare.
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