venerdì 10 luglio 2026
Strega! Per una settimana si è discusso di una frase. Poi ha vinto un libro.
È una differenza che vale la pena sottolineare, perché racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato della nostra vita culturale. Nei giorni che hanno preceduto il Premio Strega, il romanzo di Michele Mari sembrava quasi un dettaglio. A occupare la scena erano le parole attribuitegli da Teresa Ciabatti su Michela Murgia, le ricostruzioni, le smentite, le repliche, i comunicati, le prese di posizione. La letteratura era finita sullo sfondo, sostituita dall'eterna macchina dell'indignazione, che ormai lavora ventiquattr'ore su ventiquattro e non conosce pause, né sfumature, né proporzioni.
È il destino di qualsiasi discussione pubblica nell'epoca dei riflessi condizionati. Nessuno aspetta. Nessuno legge. Nessuno distingue più tra il fatto e il giudizio sul fatto. Si reagisce. Si prende posizione. Si sceglie una fazione. Si distribuiscono assoluzioni e condanne con la rapidità con cui si scorre uno schermo. Nel frattempo il libro, quello vero, resta chiuso sul tavolo.
La vicenda Mari è diventata l'ennesima dimostrazione di una patologia ormai cronica: l'incapacità di parlare delle opere senza trasformarle nel prolungamento morale dei loro autori. Sembra che non siamo più in grado di discutere una pagina senza compilare prima il fascicolo personale di chi l'ha scritta. La critica letteraria arretra, sostituita da una specie di tribunale permanente in cui ogni autore viene chiamato a dimostrare non tanto di saper scrivere, quanto di essere impeccabile secondo il codice etico del momento.
È una deriva che impoverisce tutti.
Impoverisce chi legge, perché sostituisce il confronto con i testi con il pettegolezzo culturale.
Impoverisce chi scrive, perché trasforma lo scrittore in un personaggio costretto a gestire la propria reputazione più della propria lingua.
Impoverisce perfino la polemica, che smette di essere esercizio critico e diventa semplice amministrazione dell'indignazione quotidiana.
In questo meccanismo c'è qualcosa di profondamente provinciale. Ci si convince che il destino di un libro possa dipendere dalla polemica della settimana, come se la letteratura fosse una disciplina olimpica giudicata in tempo reale dai commentatori televisivi. È un'illusione ridicola. Le polemiche hanno la durata biologica di una notizia. I libri, se valgono qualcosa, hanno un'altra misura del tempo.
E infatti il rumore si è fermato davanti all'unica cosa che conta davvero: il voto.
Si può discutere qualunque premio. Lo Strega, come ogni riconoscimento, è perfettibile, contestabile, perfino discutibile nelle sue dinamiche. Ma una volta espresso il verdetto resta un dato impossibile da aggirare: la giuria ha giudicato un'opera, non una tempesta social, non una controversia giornalistica, non un processo mediatico.
È un dettaglio che sembra banale, e invece oggi suona quasi eversivo.
Perché siamo arrivati al punto in cui pretendiamo che la cronaca abbia il diritto di riscrivere il giudizio estetico. Come se il valore di un romanzo potesse oscillare al ritmo dell'ultimo titolo di giornale. Come se la qualità di una lingua dipendesse dall'andamento dell'indignazione collettiva. È una concezione miserabile della cultura, perché riduce la letteratura a semplice sottoprodotto dell'attualità.
Il paradosso è evidente. Chiediamo continuamente che la letteratura sia libera, coraggiosa, capace di attraversare le zone oscure dell'esperienza umana. Poi, quando quella stessa letteratura entra nello spazio pubblico, pretendiamo che venga filtrata attraverso criteri che con la letteratura hanno poco o nulla a che vedere. Non vogliamo più libri che disturbino: vogliamo autori che rassicurino. Non chiediamo complessità: chiediamo conformità.
È il trionfo della reputazione sull'opera.
Dell'immagine sul linguaggio.
Del personaggio sullo scrittore.
Del rumore sulla pagina.
La vittoria di Mari ricorda invece una verità elementare che sembrava quasi dimenticata: alla fine, per fortuna, i libri conservano ancora una loro irriducibile autonomia. Possono essere amati, criticati, persino respinti. Ma devono essere letti. Non possono essere sostituiti dalla caricatura del loro autore né sequestrati dalla polemica del momento.
Tra vent'anni nessuno ricorderà l'ennesima controversia estiva che ha incendiato per qualche giorno giornali e social. È il destino inevitabile di tutto ciò che nasce per consumarsi nell'arco di un ciclo mediatico.
Resteranno invece i libri che avranno saputo modificare il linguaggio, aprire nuove possibilità narrative, lasciare un segno nella memoria dei lettori. È sempre stato così. E continuerà a essere così, nonostante la convinzione, sempre più diffusa e sempre più ingenua, che una valanga di commenti possa sostituire una pagina ben scritta.
La letteratura ha un difetto insopportabile per il nostro tempo: non si lascia intimidire dal rumore. Aspetta. Decanta. Sopravvive.
Le polemiche, invece, hanno una sola certezza: fanno moltissimo rumore proprio perché sanno di avere pochissimo tempo.
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