giovedì 9 luglio 2026
Giustappunto! Il desiderio del potere
Che cosa significa affermare che il fascismo non appartiene soltanto alla storia ma costituisce, più radicalmente, una modalità di funzionamento del desiderio? È attorno a questa domanda che ruota una delle intuizioni più destabilizzanti della filosofia di Gilles Deleuze e Félix Guattari. La nozione di microfascismo non introduce infatti una semplice categoria aggiuntiva della teoria politica, né designa una versione attenuata del fascismo storico; essa implica piuttosto una trasformazione del modo stesso in cui il problema del potere può essere pensato. Finché il fascismo viene identificato esclusivamente con un regime, con un apparato statale o con una determinata esperienza storica, esso resta confinato entro coordinate cronologiche e istituzionali che ne delimitano il significato. Ma nel momento in cui si comprende che il potere non è anzitutto una proprietà dello Stato bensì una modalità di organizzazione dei rapporti, degli affetti e del desiderio, allora il fascismo cessa di essere un episodio concluso della modernità per rivelarsi come una possibilità costitutiva della soggettivazione stessa.
La radicalità di questa prospettiva risiede nel fatto che essa sposta l'analisi dal livello delle istituzioni a quello infinitamente più instabile dei processi di produzione del soggetto. Non si tratta più di domandarsi quali dispositivi disciplinino gli individui, ma di comprendere come gli individui stessi divengano il luogo nel quale tali dispositivi acquistano consistenza. Nessun potere potrebbe infatti durare se fosse soltanto coercizione; nessuna forma di dominio potrebbe consolidarsi senza riuscire a trasformarsi in desiderio. La questione decisiva non riguarda dunque la forza delle istituzioni, bensì l'economia affettiva che le rende possibili. Ogni ordine politico trova infatti il proprio fondamento in una determinata distribuzione del desiderabile, in un regime degli affetti che stabilisce preventivamente ciò che appare naturale, ciò che appare inevitabile e ciò che appare perfino degno di essere amato.
È precisamente qui che il concetto di microfascismo acquista il proprio statuto filosofico. Esso designa il momento in cui il desiderio rinuncia alla propria apertura verso la molteplicità e si lascia catturare dalla promessa dell'identico. Il fascismo, in questa prospettiva, non coincide anzitutto con la violenza manifesta, ma con una progressiva riduzione dell'esperienza, con un impoverimento delle possibilità del vivere, con quella sottile pedagogia dell'obbedienza attraverso cui la complessità del reale viene incessantemente ricondotta all'ordine rassicurante della classificazione. Laddove la differenza diviene minaccia, dove l'ambiguità viene percepita come qualcosa da eliminare e dove l'alterità viene trasformata in un problema anziché in una possibilità, il microfascismo ha già iniziato il proprio lavoro.
Per questo Deleuze e Guattari insistono sul carattere molecolare del potere. Le grandi macchine autoritarie non costituiscono l'origine del fascismo, ma il suo effetto più visibile. Esse sono rese possibili da un'infinità di microprocessi che attraversano il linguaggio, la famiglia, la scuola, il lavoro, le relazioni amorose, l'educazione dei corpi, la costruzione dell'identità e perfino le modalità attraverso cui ciascuno interpreta la propria interiorità. Prima di occupare le piazze, il fascismo occupa le abitudini; prima di imporsi attraverso le leggi, si sedimenta nei gesti; prima di assumere la forma dell'apparato politico, diventa una grammatica dell'esistenza. Esso non arriva dall'esterno come un evento improvviso, ma cresce dall'interno delle pratiche ordinarie attraverso cui impariamo a desiderare la sicurezza più della libertà, l'appartenenza più della differenza, l'ordine più della trasformazione.
Da questo punto di vista, la celebre domanda ripresa da Spinoza – perché gli uomini combattono per la propria servitù come se combattessero per la propria salvezza? – smette di essere un semplice interrogativo storico per assumere il valore di una questione ontologica. Essa riguarda il modo in cui il desiderio può essere separato dalla propria potenza creativa fino a trasformarsi nella principale forza di riproduzione dell'ordine esistente. Il dominio non si limita più a proibire; esso insegna a desiderare determinate forme di vita, produce affetti compatibili con la conservazione dell'ordine, organizza l'immaginazione collettiva entro coordinate che rendono impensabile qualsiasi eccedenza. In questo senso il microfascismo costituisce la figura estrema della cattura del desiderio: non perché reprima la vita, ma perché riesce a presentare la rinuncia alla vita come condizione della sua stessa conservazione.
Sarebbe tuttavia un errore interpretare questa analisi come una dissoluzione indiscriminata di ogni principio di autorità. La forza teorica di Deleuze e Guattari consiste esattamente nel rifiuto delle semplificazioni morali. Non è l'organizzazione in quanto tale a essere problematica, né la presenza di istituzioni o di norme. Ciò che diviene oggetto della critica è il punto in cui ogni organizzazione smette di essere un dispositivo aperto alla trasformazione e si irrigidisce nella riproduzione dell'identico; il momento in cui l'ordine non costituisce più una condizione della convivenza, ma diviene un fine autonomo, un valore assoluto, un principio che pretende di assorbire integralmente la ricchezza del vivente. Il fascismo non nasce allora dall'esistenza della forma, ma dalla sua assolutizzazione; non dall'istituzione, ma dalla sua pretesa di coincidere definitivamente con la vita.
È forse questa la lezione più profonda che il concetto di microfascismo continua a consegnare al presente. La politica non coincide soltanto con la gestione delle istituzioni né con la competizione per il governo dello Stato. Essa riguarda, prima ancora, il modo in cui vengono prodotte le soggettività, distribuiti gli affetti e orientati i desideri. Ogni critica del potere che trascuri questa dimensione molecolare è destinata a rimanere superficiale, perché continuerà a combattere gli effetti senza interrogare i processi che li rendono possibili. La resistenza, allora, non consiste semplicemente nell'opporre un diverso programma politico, ma nel sottrarre il desiderio alla sua cattura, restituendolo alla sua originaria capacità di inventare forme di vita non ancora codificate. È in questa fedeltà alla molteplicità, più che in qualsiasi identità già costituita, che Deleuze e Guattari riconoscono il luogo autenticamente politico dell'emancipazione.
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