giovedì 16 luglio 2026

Giustappunto! L'incompatibilità della barbarie

Prima di tutto, è necessario comprendere che esiste una soglia oltre la quale le parole cessano di essere semplici dichiarazioni politiche, provocazioni mediatiche o opinioni discutibili e si trasformano in qualcosa di molto più pericoloso: un progetto di società. Le parole costruiscono immaginari, definiscono confini, stabiliscono chi appartiene alla comunità e chi, invece, deve esserne escluso. La storia del Novecento ci insegna che nessuna persecuzione è mai iniziata con i treni, con i campi o con le deportazioni. Tutte sono iniziate con un lessico apparentemente innocuo, con la costruzione di categorie umane considerate incompatibili, estranee, irriducibilmente diverse. È da questo punto di vista che devono essere lette le dichiarazioni pronunciate nei giorni scorsi da un noto esponente politico durante una trasmissione televisiva, quando ha affermato con assoluta tranquillità che «esistono culture non compatibili con la nostra». Può sembrare una frase come tante. In fondo la parola "cultura" richiama tradizioni, religioni, abitudini, modi di vivere. Sembra perfino un concetto più raffinato della razza, quasi una categoria antropologica. Ma è proprio qui che si nasconde il vero inganno. Perché sostituire la razza con la cultura non significa affatto superare la discriminazione: significa semplicemente darle un linguaggio nuovo, più presentabile, più spendibile nel dibattito pubblico, meno compromesso con gli orrori del passato. Il meccanismo, tuttavia, rimane identico. Non si giudicano più gli individui per ciò che fanno, ma per ciò che sono ritenuti essere. Non conta il comportamento concreto, non conta il rispetto delle leggi, non conta il contributo dato alla collettività. Conta soltanto l'appartenenza a una categoria ritenuta incompatibile. Da questa premessa discende inevitabilmente la teoria della cosiddetta "remigrazione". Un termine che qualcuno tenta di presentare come una semplice proposta amministrativa, quasi fosse una normale politica migratoria. Ma basta ascoltare con attenzione ciò che viene realmente sostenuto per comprendere quanto sia radicale e inquietante questa idea. Non si parla infatti dell'espulsione di persone condannate per reati gravi, né di chi rappresenti una concreta minaccia per la sicurezza pubblica. Si immagina invece l'allontanamento di centinaia di migliaia di persone perfettamente regolari, che lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, rispettano le leggi italiane e spesso vivono nel nostro Paese da molti anni. La loro unica "colpa" sarebbe quella di appartenere a una cultura che qualcuno, dall'alto della propria presunta superiorità morale e identitaria, decide essere incompatibile con quella italiana. È difficile immaginare una negazione più radicale dello Stato di diritto. Il diritto moderno si fonda infatti su un principio elementare: ogni individuo risponde esclusivamente delle proprie azioni. Non esiste responsabilità collettiva. Non esiste colpa ereditaria. Non esiste un reato di appartenenza culturale. Se una persona viola la legge, viene perseguita perché ha commesso un fatto specifico previsto dal codice penale. Se invece rispetta le leggi della Repubblica, nessuno Stato democratico può considerarla un nemico soltanto perché parla un'altra lingua in famiglia, pratica una religione diversa o proviene da un'altra parte del mondo. L'idea di dividere gli esseri umani in culture compatibili e culture incompatibili introduce invece un principio completamente diverso. Introduce la possibilità che il potere politico decida quali identità siano legittime e quali debbano essere eliminate dallo spazio pubblico. Non è più il diritto a stabilire chi possa vivere in una comunità nazionale. Diventa l'ideologia. Diventa il pregiudizio. Diventa una classificazione arbitraria delle persone fondata su caratteristiche che nulla hanno a che vedere con il rispetto della legge. È questo il punto sul quale sarebbe necessario riflettere con maggiore lucidità. Perché una simile impostazione non mette in discussione soltanto le politiche migratorie. Mette in discussione il concetto stesso di cittadinanza democratica. Se oggi è possibile dichiarare incompatibile una cultura, domani sarà possibile dichiararne incompatibile un'altra. Chi stabilisce il confine? Chi decide quali valori rendano una persona degna di appartenere alla comunità nazionale? Quale autorità politica può arrogarsi il diritto di certificare la compatibilità culturale di milioni di individui? Sono domande alle quali queste teorie non rispondono mai, perché la loro forza non risiede nella razionalità, ma nella capacità di alimentare paure collettive. La propaganda ha sempre funzionato così. Prima costruisce un nemico astratto. Poi convince l'opinione pubblica che quel nemico rappresenti una minaccia esistenziale. Infine presenta la sua eliminazione come un atto di autodifesa. Cambiano i bersagli, cambiano i vocaboli, cambiano le strategie comunicative, ma il dispositivo resta sorprendentemente identico. Il Novecento europeo lo ha conosciuto fin troppo bene. Per questo motivo non si può liquidare tutto con un'alzata di spalle, come se si trattasse dell'ennesima provocazione televisiva destinata a occupare qualche ciclo di notizie. Le parole hanno conseguenze. Preparano il terreno culturale sul quale, un domani, potrebbero germogliare decisioni politiche sempre più radicali. Ogni discriminazione sistematica inizia molto prima delle leggi che la codificano. Comincia quando un'intera società accetta l'idea che esistano categorie di persone naturalmente incompatibili con il resto della popolazione. La Costituzione italiana nasce precisamente per impedire che questo accada di nuovo. Non è un testo neutrale. È il risultato storico della sconfitta del fascismo e dell'elaborazione di una democrazia fondata sull'eguaglianza, sulla dignità della persona e sul rifiuto di ogni discriminazione arbitraria. Non protegge soltanto i diritti individuali. Protegge la struttura stessa della convivenza democratica. Per questo motivo non può essere considerata un semplice riferimento retorico da evocare nelle ricorrenze istituzionali. È il limite invalicabile oltre il quale la politica cessa di essere democratica. Non si tratta, dunque, di discutere se una proposta sia più o meno efficace. Non siamo di fronte a un confronto tra diverse politiche migratorie. Siamo davanti all'affermazione di un principio incompatibile con lo Stato costituzionale di diritto: l'idea che una persona possa essere privata della possibilità di vivere nel Paese non per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenterebbe culturalmente. Ed è proprio questa normalizzazione che dovrebbe preoccuparci. Non tanto l'eccesso verbale di un singolo protagonista della scena politica, quanto l'assuefazione collettiva che rischia di seguirne. Ogni volta che simili dichiarazioni vengono archiviate come semplici opinioni, ogni volta che vengono trasformate in spettacolo televisivo, ogni volta che il dibattito si concentra sul personaggio anziché sulla gravità delle idee espresse, si compie un piccolo passo verso la loro legittimazione. La risposta, naturalmente, non può essere la censura né la violenza. Deve essere la forza della democrazia, delle istituzioni e del diritto. Deve essere la capacità della magistratura di valutare, quando ne ricorrano i presupposti, se determinate dichiarazioni oltrepassino i limiti fissati dall'ordinamento. Deve essere la fermezza della politica nel rifiutare qualsiasi progetto fondato sull'esclusione di intere categorie umane. Deve essere il coraggio della società civile nel riconoscere tempestivamente quei linguaggi che la storia ci ha già insegnato a temere. Perché la barbarie non si presenta mai annunciando sé stessa. Si traveste da buon senso. Si presenta come difesa dell'identità, della sicurezza, della tradizione, della cultura nazionale. Chiede soltanto una piccola eccezione ai principi democratici, soltanto una categoria da escludere, soltanto un gruppo umano da considerare meno degno degli altri. E quando quella prima eccezione viene accettata, tutte le successive diventano più facili. Per questo non possiamo permetterci né indifferenza né rassegnazione. La Repubblica dispone degli strumenti giuridici, culturali e morali per respingere questa deriva. La Costituzione rimane il nostro argine più solido contro ogni tentazione autoritaria, perché afferma un principio semplice e rivoluzionario: gli esseri umani non si giudicano per il sangue, per l'origine, per la religione, per la cultura o per l'identità che qualcuno attribuisce loro, ma esclusivamente per le loro azioni. Difendere questo principio oggi significa difendere la democrazia stessa. Significa impedire che il linguaggio dell'esclusione diventi il linguaggio delle istituzioni. Significa ricordare che nessuna civiltà si rafforza espellendo persone innocenti, ma garantendo a tutti l'eguaglianza davanti alla legge. Significa, soprattutto, non dimenticare mai che ogni volta che qualcuno pretende di decidere chi sia compatibile con la comunità nazionale e chi no, il bersaglio immediato può cambiare, ma è sempre la libertà di tutti a essere messa in discussione. Non passerete.

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