domenica 12 luglio 2026
Ordet e il miracolo
Dopo aver compreso che il vero miracolo di Ordet comincia ancora prima del miracolo finale, nel lento esercizio dello sguardo al quale Dreyer sottopone lo spettatore, possiamo forse avvicinarci al centro più profondo dell'opera: la parola. Non è casuale che il film non si intitoli "Il miracolo", né "La resurrezione", né "La fede", ma semplicemente "La Parola". In questa scelta apparentemente spoglia è contenuta tutta la vertiginosa ambizione del film. Dreyer non vuole raccontare soltanto un evento straordinario; vuole interrogarsi sulla natura stessa del linguaggio, su quella misteriosa facoltà attraverso cui l'uomo non si limita a descrivere il mondo, ma in qualche modo lo costituisce, lo apre, lo trasforma.
La parola, nella tradizione occidentale, non è mai stata soltanto uno strumento pratico di comunicazione. Prima ancora di diventare il mezzo con cui gli uomini si scambiano informazioni, essa è stata percepita come una forza capace di mettere in relazione il visibile e l'invisibile. Nel mondo greco arcaico il termine logos possedeva una ricchezza semantica quasi intraducibile: significava parola, discorso, ragione, ordine, principio. Eraclito vedeva nel Logos una struttura profonda dell'universo, una legge nascosta che univa gli opposti e dava forma al divenire incessante delle cose. Secoli dopo, il cristianesimo avrebbe compiuto una trasformazione radicale di questa idea: il Logos non sarebbe stato soltanto un principio astratto, ma una presenza incarnata. "Il Verbo si fece carne". La parola divenne corpo, storia, volto umano.
È precisamente dentro questa tensione tra parola e incarnazione che si colloca il cinema di Dreyer. Il cinema, arte dell'immagine per eccellenza, sembra a prima vista distante dalla dimensione della parola. Ma Ordet dimostra che l'immagine cinematografica può diventare il luogo stesso in cui la parola rivela la propria potenza originaria. Non perché una frase pronunciata produca magicamente un effetto, ma perché esistono parole che non sono semplicemente suoni emessi dalla voce umana: sono atti. Sono gesti spirituali. Sono eventi.
La modernità ha progressivamente indebolito questo rapporto sacrale con il linguaggio. Le parole sono diventate strumenti di consumo, formule pubblicitarie, slogan politici, rumore continuo. Più le parole aumentano, più sembrano perdere peso. Parliamo incessantemente e tuttavia spesso non diciamo nulla. Dreyer realizza un film che sembra nascere dalla nostalgia di una parola perduta, di una parola che abbia ancora la capacità di compromettere chi la pronuncia, di una parola che non sia separata dalla vita.
In Ordet ogni parola pesa. Ogni frase pronunciata sembra portare con sé una responsabilità. I personaggi non parlano per riempire il silenzio; parlano perché qualcosa deve essere detto. Questa è una differenza enorme rispetto alla maggior parte del cinema contemporaneo, dove il dialogo spesso serve a velocizzare l'azione o a fornire informazioni allo spettatore. In Dreyer la parola non accelera il racconto: lo rallenta. Diventa una forma di meditazione.
È impossibile non pensare a Søren Kierkegaard, il grande filosofo danese della fede e del paradosso, la cui presenza aleggia su tutto il film anche quando non viene mai nominato esplicitamente. Dreyer e Kierkegaard appartengono alla stessa terra spirituale: una Danimarca severa, protestante, attraversata dalla consapevolezza del peccato, della solitudine e dell'angoscia, ma anche dalla possibilità di una relazione assoluta con l'eterno.
Per Kierkegaard, la fede autentica non coincide con l'accettazione tranquilla di una dottrina. È piuttosto un salto nell'impossibile, un atto che la ragione non può compiere al posto dell'individuo. La figura biblica di Abramo, disposto a sacrificare Isacco perché chiamato da Dio, diventa per lui il simbolo di una dimensione in cui l'esistenza supera ogni categoria puramente razionale.
Johannes, il personaggio centrale di Ordet, sembra provenire direttamente da questo universo kierkegaardiano. Gli altri personaggi lo considerano pazzo perché afferma di essere Cristo, perché parla con la convinzione di chi non percepisce più la distanza tra la parola e la realtà. Ma il genio di Dreyer consiste nel non risolvere mai completamente la questione. Johannes è davvero un folle? È un malato? È un visionario? Oppure è l'unico personaggio che ha conservato un rapporto non degradato con la dimensione del sacro?
Il film non offre una risposta definitiva, perché una risposta definitiva distruggerebbe proprio il mistero che vuole preservare. Se Johannes fosse semplicemente un folle, il finale perderebbe ogni forza. Se fosse semplicemente un santo riconosciuto, il film diventerebbe una parabola religiosa convenzionale. Dreyer sceglie invece la zona più difficile: quella dell'ambiguità.
L'ambiguità, però, non significa confusione. Al contrario, è una forma superiore di precisione. Significa riconoscere che alcune esperienze umane non possono essere ridotte a una sola interpretazione senza perdere qualcosa della loro verità. La follia e la profezia possono avere confini indistinti; il sogno e la rivelazione possono condividere lo stesso territorio; ciò che una società definisce anormale può talvolta essere proprio ciò che mette in discussione la sua normalità.
In questo senso Johannes è una figura profondamente moderna. Non è soltanto un personaggio religioso: è l'uomo che rifiuta un mondo completamente amministrato dalla spiegazione. La sua presenza mette in crisi tutti coloro che lo circondano perché introduce una domanda insopportabile: e se la realtà fosse più ampia di ciò che siamo disposti ad ammettere?
Questa domanda è forse una delle domande fondamentali del cinema di Dreyer. Dai primi film muti fino a La passione di Giovanna d'Arco, da Dies Irae fino a Gertrud, il regista ha sempre osservato individui che entrano in conflitto con le strutture del mondo che li circonda. Giovanna d'Arco viene giudicata perché ascolta una voce che gli altri non possono udire. Le donne accusate di stregoneria in Dies Irae vengono condannate perché incarnano un sapere che la comunità teme. Gertrud viene isolata perché rifiuta di accettare una vita fondata sul compromesso.
Dreyer ritorna continuamente sullo stesso nucleo: che cosa accade quando un essere umano entra in rapporto con qualcosa che supera l'ordine stabilito?
La società, spesso, risponde eliminando il perturbante. Lo definisce follia, eresia, deviazione. Ma il cinema di Dreyer suggerisce che forse proprio in ciò che viene respinto si nasconde una possibilità di verità.
E qui emerge uno dei paradossi più affascinanti di Ordet: il personaggio apparentemente più irrazionale è forse colui che conserva la visione più radicale della realtà. Gli altri vedono soltanto ciò che la loro esperienza permette loro di vedere. Johannes vede ciò che nessuno osa più immaginare.
Ma vedere, in Dreyer, non significa semplicemente possedere un senso più acuto della vista. Significa essere disponibili a ricevere.
La grande tragedia dell'uomo moderno, sembra suggerire il film, non è soltanto quella di non credere più. È quella di non essere più capace di attendere qualcosa che possa sorprenderlo.
E forse è proprio qui che il cinema di Dreyer affonda la sua lama più sottile e più dolorosa. La questione non è semplicemente che l'uomo abbia perduto la fede. Una simile interpretazione sarebbe persino troppo facile. La questione più radicale è che l'uomo contemporaneo ha perduto la capacità di essere ferito dal mistero. Non soffre più perché Dio tace; soffre perché non sente più nemmeno il bisogno di porre la domanda.
Il mondo rappresentato in Ordet è un mondo ancora attraversato da Dio, ma non è affatto un mondo pacificato dalla presenza divina. Al contrario: è un mondo lacerato dalla sua assenza apparente. I personaggi vivono come prigionieri di un universo in cui le parole religiose continuano a esistere, ma hanno smesso di bruciare. Pregano, discutono di fede, difendono le proprie convinzioni, ma spesso sembrano abitare soltanto le rovine di un linguaggio che un tempo possedeva una potenza terribile.
Questo è forse uno degli aspetti più crudeli del film: Dreyer non contrappone semplicemente credenti e non credenti. Non costruisce una favola morale in cui la fede è luminosa e il dubbio è tenebra. Sarebbe un'operazione troppo rassicurante, quasi una fuga dal vero problema. Il regista danese mostra qualcosa di molto più inquietante: mostra uomini che possiedono le parole della fede ma ne hanno perduto il fuoco.
La religione, quando si separa dal rischio dell'esperienza, diventa una carcassa. Un corpo senza respiro. Una forma vuota che continua a ripetere gesti antichi senza più incontrare ciò da cui quei gesti erano nati.
È qui che Johannes diventa una presenza insopportabile.
Egli non è soltanto colui che crede. È colui che crede troppo.
La sua follia, ammesso che sia follia, consiste nell'aver preso sul serio ciò che gli altri pronunciano soltanto per abitudine. Quando dice di essere Cristo, non pronuncia una semplice bestemmia o una semplice illusione patologica: mette davanti agli altri uno specchio nel quale la loro fede appare improvvisamente insufficiente. Se Cristo fosse davvero presente, se il Verbo avesse davvero attraversato la carne, quale sarebbe il comportamento degli uomini? Continuerebbero forse a ragionare con prudenza? Continuerebbero a proteggere i confini della loro rispettabilità? Continuerebbero a chiedere prove?
Johannes è scandaloso perché porta fino alle estreme conseguenze una possibilità che gli altri preferiscono mantenere astratta.
Ed è questo il grande tema kierkegaardiano che attraversa Ordet: la differenza abissale tra parlare della fede e vivere nella fede. La prima può essere condivisa socialmente, discussa, istituzionalizzata. La seconda è una vertigine privata, quasi una solitudine davanti all'infinito.
Kierkegaard aveva compreso che il cristianesimo, nel momento in cui diventa semplicemente cultura, perde il proprio veleno e la propria potenza. Il paradosso dell'incarnazione — Dio che diventa uomo — è scandaloso proprio perché distrugge ogni comoda separazione tra il divino e l'umano. Non è una bella idea. È un'affermazione che mette in crisi l'intero ordine del pensiero.
Dreyer porta questo scandalo sullo schermo.
E lo fa con una radicalità che ancora oggi ferisce.
Perché il cinema moderno, in larga parte, ha imparato a diffidare del miracolo. Lo ha sostituito con il trauma, con la psicologia, con la sociologia, con il conflitto storico. Tutto questo è legittimo e spesso necessario. Ma Dreyer ricorda una cosa dimenticata: l'essere umano non è soltanto un animale sociale o psicologico. È anche un animale metafisico. È una creatura che, anche quando nega ogni trascendenza, continua a essere perseguitata dalle domande ultime.
Da dove veniamo?
Che cosa significa morire?
Perché esiste qualcosa invece del nulla?
Può l'amore vincere la morte?
Sono domande che nessuna tecnologia potrà cancellare.
Il nostro tempo tenta spesso di neutralizzarle trasformandole in problemi tecnici. La morte diventa una questione biologica. La solitudine diventa una questione psicologica. Il desiderio di assoluto diventa una questione neurologica. Ogni spiegazione può contenere una parte di verità, ma il pericolo nasce quando la spiegazione pretende di esaurire il mistero.
Dreyer non combatte la conoscenza.
Combatte l'arroganza della conoscenza.
Il suo cinema sembra dirci che esiste una differenza immensa tra comprendere un fenomeno e comprendere il significato di quel fenomeno. Possiamo descrivere un battito cardiaco, ma non abbiamo ancora spiegato perché quel battito appartenga a qualcuno che ama, che teme, che spera.
Possiamo analizzare la morte come cessazione delle funzioni biologiche, ma rimane intatta la domanda dell'essere umano davanti al corpo immobile di chi ha amato.
È in questo spazio irriducibile che nasce il miracolo di Ordet.
Non nello spazio dell'ignoranza.
Nello spazio dell'eccedenza.
Ciò che eccede non è ciò che non sappiamo ancora spiegare. È ciò che nessuna spiegazione potrà mai sostituire.
Per questo il finale del film è così sconvolgente. Perché Dreyer non ci conduce verso un evento straordinario: ci conduce verso una crisi del nostro modo ordinario di vedere.
Il vero miracolo non è che qualcosa di impossibile accada.
Il vero miracolo è che, per un istante, l'uomo torni capace di vedere l'impossibile come una possibilità.
Ed è forse proprio perché il miracolo, in Ordet, non viene trattato come un'eccezione, ma come una possibilità estrema della realtà, che il finale del film continua a possedere una forza quasi intollerabile. Dreyer non mette in scena il soprannaturale come una fuga dal mondo. Non apre una porta verso un altrove rassicurante dove finalmente tutto trova una spiegazione. Al contrario: il suo gesto è infinitamente più rischioso. Egli insinua che forse il mistero non si trova al di là del reale, ma nel cuore stesso del reale, là dove noi abbiamo smesso di guardare.
Questa è la ragione per cui il finale di Ordet non assomiglia a nessun altro miracolo della storia del cinema. Non vi sono effetti spettacolari, non vi è trionfo, non vi è quella retorica dell'eccezionale che spesso accompagna la rappresentazione del sacro. Dreyer procede quasi con pudore. La macchina da presa non si inchina davanti all'evento; lo accompagna. Non lo commenta; lo ascolta.
È come se il regista sapesse che ogni enfasi avrebbe distrutto ciò che voleva mostrare.
Il sacro, per Dreyer, non ha bisogno di essere annunciato.
Ha bisogno di essere riconosciuto.
E qui emerge una delle intuizioni più profonde del film: il miracolo non cambia soltanto la realtà; cambia lo sguardo che la contempla. Prima ancora che Inger torni alla vita, qualcosa deve morire negli altri personaggi: deve morire la loro certezza assoluta su ciò che è possibile e ciò che non lo è. Deve crollare il confine artificiale che hanno costruito tra il reale e l'incredibile.
Il miracolo, dunque, è anche una forma di umiliazione dell'orgoglio umano.
Non un'umiliazione nel senso morale della punizione, ma nel senso filosofico della restituzione alla nostra misura autentica. L'uomo scopre di non essere il padrone definitivo dell'essere. Scopre che il mondo non coincide con la sua capacità di comprenderlo.
Questa è una delle grandi intuizioni della tradizione mistica: l'incontro con l'assoluto non accresce semplicemente il nostro sapere; spesso lo distrugge. Ci sottrae le false sicurezze. Ci lascia nudi davanti a ciò che non possiamo possedere.
Anche Simone Weil aveva compreso che l'attenzione autentica è una forma di spoliazione. Per vedere davvero bisogna smettere di imporre al mondo le proprie categorie. Bisogna accettare di essere trasformati da ciò che si guarda.
Dreyer chiede allo spettatore esattamente questo.
Guardare Ordet significa accettare un lungo apprendistato alla disponibilità.
All'inizio resistiamo. Cerchiamo coordinate familiari. Cerchiamo di classificare i personaggi: questo è il credente, questo è lo scettico, questo è il folle, questo è il razionale. Ma progressivamente il film distrugge queste categorie. Ci accorgiamo che ogni personaggio porta dentro di sé una parte di verità e una parte di cecità.
La fede senza dubbio può diventare fanatismo.
La ragione senza umiltà può diventare sterilità.
La tradizione senza esperienza può diventare museo.
Il dubbio senza apertura può diventare disperazione.
Dreyer non salva nessuno attraverso un'ideologia. Salva, forse, soltanto la possibilità dell'incontro.
Ed è significativo che il momento decisivo del film avvenga attraverso un bambino.
Non è un dettaglio narrativo, ma una scelta filosofica profondissima. Il bambino rappresenta ciò che la modernità spesso perde: la capacità di ricevere il mondo senza averlo già completamente interpretato. Il bambino non possiede ancora quella corazza di spiegazioni che protegge gli adulti dal mistero.
Il suo sguardo non è innocente perché ignora la realtà.
È innocente perché non ha ancora deciso che cosa la realtà possa o non possa essere.
In questo senso il bambino è il vero interlocutore di Johannes. Non perché comprenda intellettualmente il miracolo, ma perché possiede ancora quella forma di apertura originaria che gli adulti hanno sacrificato sull'altare della sicurezza.
Forse ogni grande opera d'arte tenta, in fondo, di restituirci proprio questa condizione.
Non l'infantilismo.
L'infanzia dello sguardo.
Quella capacità perduta di stare davanti alle cose prima di possederle concettualmente.
È ciò che accade davanti a una grande icona, davanti a una poesia di Rilke, davanti a una tela di Rothko, davanti alla musica tarda di Beethoven. Non ci troviamo semplicemente davanti a un oggetto estetico: ci troviamo davanti a qualcosa che resiste alla nostra appropriazione.
E ciò che resiste ci trasforma.
Forse è questa la ragione più profonda per cui Ordet continua a commuovere anche spettatori lontanissimi dalla fede cristiana. Perché il film non chiede anzitutto di credere in un dogma. Chiede qualcosa di più difficile: chiede di non chiudere definitivamente il possibile.
In un'epoca che confonde spesso il sapere con il controllo, Dreyer restituisce alla realtà la sua dimensione di abisso.
Un abisso non negativo.
Un abisso come profondità.
Perché l'opposto del mistero non è la conoscenza.
È la superficialità.
E forse il compito più alto dell'arte è proprio questo: impedire al mondo di diventare superficiale.
Perché il miracolo di Ordet non avviene in un giardino edenico, non discende su un mondo preparato ad accoglierlo. Avviene nell'antro, come lo hai definito: in uno spazio quasi sepolcrale, dove la vita sembra avere già pronunciato la propria ultima parola. Avviene là dove gli steli dei fiori hanno già iniziato ad abbassarsi verso la terra, dove ogni cosa porta il segno della precarietà, dove il tempo sembra aver compiuto il proprio lavoro di erosione.
È forse questa la ragione per cui il finale di Dreyer possiede una potenza che raramente il cinema ha saputo raggiungere. Non assistiamo semplicemente al ritorno della vita. Assistiamo alla vittoria impossibile della vita proprio nel momento in cui tutto sembrava averla definitivamente abbandonata.
La morte, in Ordet, non è un semplice evento narrativo. È una presenza. Abita le stanze, attraversa i volti, pesa sulle parole non dette. La morte non arriva improvvisamente: era già lì, come un ospite silenzioso seduto accanto ai personaggi. E proprio per questo la resurrezione finale non ha nulla di trionfalistico. Non cancella il dolore precedente. Non lo rende un errore. Non dice che la sofferenza non è esistita.
Dreyer compie qualcosa di molto più crudele e più sublime: attraversa la morte senza negarla.
Perché soltanto ciò che ha conosciuto davvero l'abisso può conoscere la resurrezione.
Un cinema più convenzionale avrebbe potuto trasformare il miracolo in una liberazione. Dreyer invece lo lascia avvolto da una specie di terrore sacro. Prima della gioia c'è il silenzio. Prima della luce c'è la notte. Prima della parola che ricrea il mondo c'è il vuoto.
Ed è proprio nel vuoto che il film raggiunge la sua altezza metafisica.
Il vetro infranto che evochi è forse la più precisa immagine possibile per comprendere Dreyer. Il vetro è una materia trasparente: permette di vedere, ma allo stesso tempo separa. È una superficie fragile che divide l'uomo dal mondo. Quando il vetro si rompe, la separazione viene meno, ma il prezzo è la ferita.
Ogni autentica rivelazione ha qualcosa di una frantumazione.
Vedere veramente significa spesso perdere la protezione che ci teneva al sicuro.
L'uomo comune vive dietro un vetro. Osserva la realtà attraverso le proprie abitudini, le proprie categorie, le proprie convinzioni. Il vetro gli permette di guardare senza essere toccato. Ma il miracolo, in Dreyer, è proprio ciò che rompe quella distanza. È l'irruzione di qualcosa che non può più essere contemplato da fuori.
Non siamo più spettatori.
Siamo coinvolti.
Ed è per questo che il finale di Ordet può essere vissuto quasi come un'apocalisse. Non nel senso moderno della catastrofe, ma nel senso originario della parola greca apokálypsis: rivelazione, disvelamento. Qualcosa viene tolto dal velo. Qualcosa che era nascosto appare.
Ma ciò che appare è così potente che distrugge il mondo precedente.
Dopo il miracolo non si può più tornare alla condizione di prima.
Questa è forse la vera resurrezione del film: non soltanto Inger ritorna alla vita, ma coloro che assistono all'evento vengono costretti a rinascere a una diversa percezione dell'esistenza. Il loro mondo precedente, fatto di certezze, opposizioni, giudizi e classificazioni, è ormai in frantumi.
Il vetro è rotto.
E attraverso quella frattura passa una luce nuova.
Ma Dreyer è troppo grande per trasformare questa luce in una semplice consolazione. Sa che ogni rivelazione porta con sé una ferita. Chi ha visto veramente qualcosa non può più vivere nella tranquilla cecità di prima.
È il dramma di tutti i grandi personaggi spirituali della storia: da Abramo ai profeti, dai mistici ai poeti. L'incontro con l'assoluto non rende la vita più facile. La rende più vera, e spesso la verità è un peso che l'uomo deve imparare a sostenere.
Anche Johannes porta questo peso.
La sua follia è forse il prezzo di una percezione troppo intensa. Egli vede un mondo che gli altri non riescono più a vedere. Ma chi vede oltre il velo spesso appare folle a coloro che sono ancora protetti dal vetro.
La società preferisce il vetro intatto.
Preferisce una realtà ordinata, spiegabile, controllabile.
Il miracolo invece è disordine.
È scandalo.
È una crepa nell'architettura del possibile.
E tuttavia è proprio attraverso le crepe che entra la luce.
Dreyer sembra suggerire che forse l'uomo non viene salvato quando costruisce muri più solidi contro l'incomprensibile, ma quando accetta di lasciarsi attraversare da ciò che lo supera.
Il finale di Ordet è dunque una delle più radicali meditazioni cinematografiche sulla fragilità umana. Non perché mostri la fragilità come una condanna, ma perché mostra che proprio lì, nel punto in cui siamo più vulnerabili, può manifestarsi qualcosa che non avevamo previsto.
Gli steli dei fiori appassiscono.
Il vetro si rompe.
I corpi muoiono.
Le parole vengono consumate dall'uso.
Eppure, dentro questa rovina, una parola può ancora accadere.
Una parola che non descrive.
Una parola che crea.
Una parola che, pronunciata nell'abisso, restituisce il mondo.
Ed è forse qui che il cinema di Dreyer smette definitivamente di appartenere alla storia del cinema e comincia ad appartenere alla storia dello spirito. Non perché ci consegni una verità, ma perché ha il coraggio di condurci fino al punto in cui ogni verità vacilla. Il suo non è un cinema della risposta; è un cinema della soglia. Ci accompagna fin dove il linguaggio umano può arrivare e poi, con una lentezza quasi insostenibile, ci costringe a contemplare ciò che resta quando anche il linguaggio si arresta.
È il panico che Ordet produce. Non il panico dell'orrore, ma quello infinitamente più radicale della mancanza. La scoperta improvvisa che il mondo potrebbe non bastare a sé stesso. Che le parole che pronunciamo ogni giorno abbiano perduto il loro fuoco. Che la fede possa ridursi a un'abitudine, la ragione a una corazza, l'amore a una consolazione incapace di attraversare la morte. È il panico di chi vede incrinarsi il vetro attraverso il quale aveva sempre osservato la realtà, e comprende che, una volta frantumato, nessuno potrà più ricomporlo.
Forse è proprio questa l'apocalisse del vetro in frantumi. Non una catastrofe, ma un disvelamento. L'istante in cui tutte le superfici trasparenti che ci proteggevano dall'abisso cedono contemporaneamente, lasciandoci esposti a una profondità che avevamo dimenticato esistesse. L'apocalisse non è la fine del mondo. È la fine del mondo come credevamo di conoscerlo.
Ed è qui, proprio in quest'antro, che anche gli steli dei fiori appassiscono per sempre. Non perché la vita venga sconfitta, ma perché ogni innocenza decorativa è ormai impossibile. Dopo avere attraversato Dreyer non esistono più fiori che possano ignorare la propria caducità. Ogni petalo reca ormai inscritta la memoria dell'inverno. Ogni corolla custodisce il presentimento della terra da cui è emersa e alla quale farà ritorno.
Eppure è proprio in questa estrema desolazione che qualcosa continua ostinatamente a respirare.
Non una certezza.
Non una dottrina.
Non una consolazione.
Un respiro.
Quasi impercettibile.
Come quello di uno zampognaro efebico che sogna sé stesso nella notte madida, mentre il suo canto sembra provenire da un luogo che nessuna geografia conosce più. Non sappiamo se quella musica annunci una nascita o un funerale, un'alba o un tramonto, una resurrezione o l'ultima veglia dell'universo. Sappiamo soltanto che continua a risuonare quando ogni altra voce è ormai sprofondata nel silenzio.
Forse è questa la vera parola di Ordet. Non quella che trionfa sulla morte come una vittoria definitiva, ma quella che continua ostinatamente a levarsi dall'abisso quando tutto sembrava avere già pronunciato l'ultima sillaba. Una parola che non pretende di spiegare il mistero, ma di abitarlo. Una parola che non dissolve la notte, ma la attraversa senza rinnegarla.
Quando lo schermo si oscura, il miracolo è già avvenuto, ma non coincide con la resurrezione di Inger. Il miracolo siamo noi, se usciamo da quel film incapaci di guardare il mondo con gli stessi occhi. Se il vetro è rimasto infranto. Se la ferita non si è richiusa. Se abbiamo finalmente compreso che l'opposto del mistero non è la ragione, ma l'indifferenza.
Allora Dreyer può tacere.
Perché la sua ultima parola non è una parola.
È il silenzio che rimane quando la Parola ha finito di creare il mondo.
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