lunedì 20 luglio 2026

La santa che non doveva esistere: Wilgefortis e il corpo che resiste

C’è un’immagine che, più di molte altre, lascia interdetto chi si avvicina alla storia dell’iconografia cristiana: una donna crocifissa, con la barba lunga, i piedi nudi, talvolta un violino accanto, talvolta una scarpa d’argento in meno. La scena sembra uscita da un sogno febbrile, da una versione alternativa e queer della Passione. E invece è reale. È l’immagine di Wilgefortis, una santa che la Chiesa non ha mai voluto davvero, ma che il popolo, per secoli, ha custodito, invocato, amato.
Wilgefortis è l’anomalia. Non solo nella storia della santità, ma nel modo stesso in cui l’Occidente ha costruito l’idea di genere, di corpo sacro, di martirio. È la santa del rifiuto, la santa che ha detto no al matrimonio forzato, che ha pregato di diventare inguardabile per restare fedele a sé stessa, e che per questo è stata crocifissa dal padre. È, oggi, un simbolo di ribellione, di fluidità, di forza interiore, di autodeterminazione.
La sua storia non si legge nei sinottici, né nei bollettini vaticani, ma tra le pieghe di cronache locali, nelle statue dimenticate, nei nomi cambiati di paese in paese, come a volerla proteggere da chi ne temeva il potere. Wilgefortis — detta anche Kümmernis, Uncumber, Ontkommer, Frasobliwa, Débarras, Librada — è la santa della fuga, della liberazione, della trasformazione. E ancora oggi, nella sua ambiguità luminosa, parla al nostro tempo con una voce che non può essere messa a tacere.

La leggenda di Wilgefortis nasce nel XIV secolo, ma si radica in un immaginario molto più profondo, e soprattutto molto più collettivo. Si racconta che fosse una giovane principessa cristiana, figlia di un potente nobile o re della Penisola Iberica — secondo alcuni in Galizia, secondo altri in Portogallo. Come molte altre giovani donne della sua condizione, era destinata a un matrimonio di alleanza politica: il padre l’aveva promessa a un re musulmano. Ma Wilgefortis aveva fatto voto di castità, e desiderava consacrarsi a Dio.

L’unica via per sfuggire a quell’unione imposta fu pregare intensamente di divenire così ripugnante da spezzare l’accordo matrimoniale. E il miracolo avvenne: una barba folta e scura le crebbe sul viso. Il re, sconvolto, rifiutò la sposa. Il padre, furioso per la vergogna subita, la fece crocifiggere. La scena — una donna nobile, vergine, barbuta e martirizzata dal genitore stesso — rompeva ogni schema del tempo: l’icona di Wilgefortis non solo negava il dominio maschile, ma lo denunciava come violento, ingiusto, sacrilego.

Il popolo, nel frattempo, costruiva una storia parallela. La barba non era un difetto, ma un dono divino; la croce, non punizione, ma gloria; il rifiuto del matrimonio, non disobbedienza, ma fedeltà a un patto superiore, spirituale. Wilgefortis diventava così, generazione dopo generazione, la protettrice delle donne che volevano liberarsi da matrimoni indesiderati o da mariti violenti. Era invocata anche da chi non rientrava nei ruoli assegnati: le sue raffigurazioni, ambigue e perturbanti, hanno parlato nei secoli a chi si trovava ai margini delle norme di genere e di potere.

In Inghilterra, Wilgefortis veniva chiamata Saint Uncumber, un nome che richiama l’idea di “sbarazzarsi” di un peso. In Olanda era Ontkommer, in Germania Kümmernis, nome che richiama la sofferenza e l’ansia. In Polonia Frasobliwa, in Francia Débarras, e nel mondo ispanico, dove la sua immagine si fuse con quella di Santa Librada, divenne un simbolo di redenzione femminile. In Italia, anche a causa della sua iconografia crocifissa, fu spesso confusa con la stessa Liberata, benché quest’ultima non avesse barba e portasse la corona.
A Sigüenza, in Spagna, il culto delle due sante si sovrappose; così anche in altre città in cui la linea fra l’ufficiale e il popolare era sottile, e il bisogno di figure protettive femminili superava le rigide maglie della dottrina.

La sua iconografia presenta sempre lo stesso tratto destabilizzante: la barba. Una donna barbuta, e per di più santa, era qualcosa che la teologia ufficiale non riusciva a incasellare. Se nelle visioni mistiche medievali la barba poteva talvolta essere simbolo di sapienza o di partecipazione alle sofferenze di Cristo, qui diventava un segno fisico, concreto, che metteva in discussione l’ordine naturale dei sessi così come la Chiesa lo intendeva.

A rendere ancora più viva la figura di Wilgefortis è la leggenda del violinista. Una variante tarda, probabilmente di origine nordalpina, narra che una statua della santa, ornata di ricchi ex voto in argento, venne visitata da un povero pellegrino. Costui si mise a suonare il violino ai suoi piedi. Commosso dalla devozione, il simulacro si animò e lasciò cadere ai suoi piedi una scarpa d’argento.
In alcune versioni la scarpa mancante è visibile nella statua stessa, simbolo di un miracolo tangibile, e del favore che la santa accorda a chi, anche nella povertà e nell’emarginazione, mostra amore e fedeltà. In questa fusione di elemento teatrale, miracoloso e laico, Wilgefortis conferma la sua vocazione a parlare agli esclusi, a chi non ha voce, a chi chiede un rifugio nel mondo brutale del potere e della norma.

Nel corso del Rinascimento, con la crescente razionalizzazione della fede e la stretta riformatrice della Controriforma, il culto di Wilgefortis fu progressivamente represso. La sua iconografia fu rimossa dagli altari maggiori, il suo nome dimenticato nei martirologi. Ma non scomparve. Sopravvisse nei piccoli santuari, nelle statue lignee, nei racconti tramandati oralmente. In alcune zone della Baviera, in Austria, in Belgio e nel nord della Francia, il suo culto si è mantenuto fino al XX secolo. A Beauvais, nella chiesa romanica di Saint-Étienne, si conserva una splendida statua in legno del XVI secolo: Wilgefortis crocifissa, barbuta, con una lunga tunica blu. È una figura ieratica e sovversiva, dolente e potente.

Oggi, in un’epoca in cui la riflessione sul corpo, sull’identità di genere, sulla spiritualità delle minoranze è più urgente che mai, Wilgefortis torna a essere interrogata e riscoperta. Alcuni la considerano una santa queer, altri una figura transgender ante litteram, altri ancora un’icona della lotta femminista contro l’imposizione del matrimonio e del corpo docile.
In ogni caso, il suo messaggio resta intatto: il corpo non è destino, e nemmeno punizione; può essere rivelazione, scelta, verità. La barba, invece di essere disprezzo, è protezione. La croce, invece di essere solo sofferenza, è un grido: non mi possiederai.

La santità di Wilgefortis non è quella dei dogmi, ma quella delle lacrime nascoste, delle scarpe cadute, delle donne in ginocchio che chiedono di essere liberate, delle creature che non si riconoscono nei confini imposti e tuttavia scelgono la fedeltà a sé.
In questo senso, Wilgefortis è la santa che non poteva esistere — e proprio per questo continua a esistere.

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