venerdì 17 luglio 2026

Il giuoco fatale: Borges, la predestinazione e l'ordine cosmico

Introduzione

La conversazione tra Jorge Luis Borges e Osvaldo Ferrari, pubblicata nel volume "Conversazioni" (Bompiani, 1986, a cura di Francesco Tentori Montalto), offre uno squarcio di straordinaria profondità sulla concezione del tempo, della fatalità e della scrittura nell'opera di Borges. A partire da un verso della poesia "La pantera", l’argomentazione si sposta presto dal destino dell’animale in gabbia alla condizione metafisica dell’uomo, con una svolta apparentemente ironica — la possibilità che il nostro destino sia "fissato da una macchina" — che rivela invece un’intuizione modernissima, precorritrice di tematiche che oggi potremmo definire post-umanistiche.

Questo passaggio, semplice e colloquiale in apparenza, contiene invece le coordinate di un'intera cosmologia poetica. Si affaccia l'idea che l’universo non sia caotico, bensì profondamente ordinato; che la vita non proceda a tentoni, ma si muova lungo binari già tracciati, invisibili ma ineludibili. Il pensiero di Borges, tanto in prosa quanto in versi, si dispiega attorno a questo paradosso: l'uomo vive credendo di scegliere, ma è l'effetto di forze che lo precedono, lo determinano, lo replicano. Il tempo, lo spazio, la parola stessa sono rifrazioni di un ordine nascosto, forse imperscrutabile, ma affascinante proprio perché solo intuibile attraverso l'arte.

Il presente saggio intende sviluppare, attraverso un’analisi articolata in più sezioni, le implicazioni di questa conversazione, tracciando parallelismi filosofici e letterari, connettendo la poetica di Borges con il pensiero islamico, il calvinismo, il determinismo e la teoria dell’informazione. Cercheremo inoltre di mettere in relazione la visione borgesiana con alcuni autori a lui affini — da Schopenhauer a Leopardi, da Spinoza a Calvino — e con le riflessioni più recenti sulla simulazione, sull’intelligenza artificiale e sull’algoritmo.

I. Borges e il labirinto del tempo

Uno dei temi centrali dell’opera borgesiana è l’idea di un tempo che non procede secondo una linea retta ma che si avvolge su se stesso, che si biforca, che si ripete. Borges è il poeta della simultaneità, della coesistenza di tutti i tempi nel presente, della vertigine dell’eterno ritorno. Già in racconti come "El jardín de senderos que se bifurcan" o "La Biblioteca di Babele", il tempo non è una sequenza di eventi ma una struttura potenzialmente infinita di combinazioni già presenti, già date, già scritte. Questo è il nucleo concettuale della frase: “La giornata che tutti compiono è stata fissata”.

Il mondo, per Borges, è un testo che si legge, non che si scrive. L’universo è un enorme libro, ogni pagina è una vita, ogni riga una decisione già presa. In questa visione, la libertà è un’illusione prodotta dall’ignoranza della totalità. Il lettore vede solo un frammento della narrazione, e scambia quel frammento per libertà. Ma ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero è già previsto nella struttura totale. Non è un caso che Borges sia stato affascinato da Spinoza, per il quale la libertà consiste nel comprendere la necessità.

II. Fatalismo e letteratura: l'eco islamica e calvinista

Borges richiama due grandi tradizioni religiose: l’Islam e il calvinismo. Entrambe si fondano su un’idea radicale di predestinazione. Nell’Islam, ogni evento è iscritto nella Qadr, la volontà divina; nel calvinismo, il concetto di predestinatio distingue gli eletti dai dannati prima ancora della nascita. Borges, tuttavia, non accetta questi paradigmi in modo fideistico, ma ne adotta la struttura concettuale per pensare un universo in cui ogni evento è la conseguenza necessaria di una catena causale infinita.

Queste due visioni, pur differenti, convergono su un punto: l’essere umano non è il motore della propria esistenza, ma il suo interprete. Borges si serve di queste dottrine non per aderirvi ma per strutturare la propria poetica. È importante notare che in Borges non c'è condanna, né fede: il suo fatalismo non è morale, ma ontologico. Si tratta di un fatalismo narrativo, estetico, linguistico. Il mondo è un testo composto da combinazioni finite di lettere, e la nostra vita è una delle possibili permutazioni.

III. Il ruolo dell’autore: creatore o esploratore?

Se tutto è già scritto, qual è il ruolo dell’autore? Borges si considera non come colui che inventa, ma come colui che scopre. La scrittura è una forma di archeologia metafisica: l’autore scava nella sabbia dell’infinito per rivelare ciò che è già lì. Non è un demiurgo, ma un esegeta. In questo, Borges si avvicina alla figura dello scriba nella tradizione mistica ebraica o al poeta-veggente nella tradizione orfica.

Nella sua poetica, l’autore è un mediatore tra l’invisibile e il visibile. Ogni opera è un’epifania, non una creazione. E qui si inserisce un altro tema caro a Borges: la riscrittura. Ogni testo è la riscrittura di un altro. In racconti come "Pierre Menard, autore del Don Chisciotte", Borges dimostra che scrivere è riscrivere, e che ogni lettura è già un’interpretazione. L’originalità è un’illusione: ogni opera d’arte è un frammento dell’opera totale.

IV. La macchina e l’ironia del destino

Il colpo di coda ironico di Borges — “quel ch’è peggio credo sia fissata da una macchina” — apre a scenari inquietanti. Siamo di fronte alla prefigurazione del mondo algoritmico in cui viviamo? Borges, che amava il tema del Golem, della creatura meccanica capace di pensare, anticipa qui con lucidità la possibilità che il nostro destino sia inscritto non in una mente divina, ma in un codice.

Il fatalismo si secolarizza, diventa cibernetico. L’universo come programma, la vita come calcolo. Questo tema, oggi familiare nella teoria della simulazione e nella filosofia dell’informazione, ha in Borges un’anticipazione affascinante. La macchina, simbolo dell’inumanità, diventa l’agente metafisico supremo. Ma Borges non è un tecnofobo: la sua ironia non è paura, ma gioco. La macchina, per lui, è un’altra maschera del destino.

V. La conversazione come struttura cosmica

Ferrari osserva: “questa conversazione sarebbe, come si diceva l’altra volta, cosmica cioè ordinata”. Borges annuisce. La conversazione, lungi dall’essere un evento accidentale, è essa stessa un frammento del destino. Parlare è rivelare, e ogni parola detta è il risultato inevitabile di infinite concatenazioni. Anche l’ironia, anche la casualità apparente, sono inscritte nell’ordine.

Questa visione, che potremmo definire stoico-barocca, trasforma ogni evento in un nodo di senso. Il tempo stesso diventa un testo, e parlare è leggere quel testo. Borges, lettore prima ancora che scrittore, concepisce la conversazione come uno degli atti più profondi dell’essere: non mera comunicazione, ma rivelazione. E la conversazione con Ferrari, appunto, è cosmica perché partecipa dell’ordine.

VI. Predestinazione e libertà: un’illusione fertile

Ma Borges non è un nichilista. Egli riconosce che l’illusione della libertà è necessaria per la costruzione del significato. L’arte vive di questa illusione: se tutto fosse davvero noto, non ci sarebbe gusto né poesia. Il lettore è sempre libero, perché è sempre inconsapevole. E così anche l’autore, anche se il suo gesto è mosso da forze più grandi, agisce come se potesse scegliere.

Questo doppio movimento — illusione e fatalità — è il cuore della poetica borgesiana. La libertà è un’ombra che ci accompagna, un riflesso del nostro non sapere. Ma proprio in quella zona d’ombra si annida la poesia. Borges non vuole liberarci dall’illusione, ma renderci consapevoli della sua bellezza. Perché l’illusione, se ben compresa, diventa una forma di grazia.

VII. Borges e il pensiero contemporaneo: dal determinismo al post-umano

Le intuizioni di Borges trovano oggi riscontro in diversi ambiti del pensiero contemporaneo. La teoria dell’informazione, la filosofia del linguaggio, il concetto di universo simulato sono tutte forme moderne di quel fatalismo che Borges intuì e trasformò in letteratura. Alcuni filosofi contemporanei, come Nick Bostrom, ipotizzano che l’universo sia una simulazione prodotta da una civiltà superiore: un’ipotesi che Borges avrebbe amato e forse già prefigurato.

Anche le riflessioni sul post-umano, sull’intelligenza artificiale, sull’autonomia delle macchine, trovano in Borges un precursore. Il suo universo è popolato di specchi, di doppi, di automi, di labirinti: simboli che oggi potremmo leggere alla luce delle neuroscienze e della robotica. Borges non temeva la macchina: temeva l’ignoranza dell’uomo. Ed è proprio per questo che la sua scrittura resta attuale: perché ci invita a pensare, a ripensare, a dubitare.

VIII. Conclusione: un gioco infinito di specchi

La conversazione tra Borges e Ferrari è un piccolo gioiello filosofico che illumina l’intera architettura della poetica borgesiana. Tutto è già scritto, eppure tutto è ancora da leggere. Il mondo è una biblioteca — forse infinita, forse ciclica — in cui ogni libro è l’eco di un altro. Il destino non è un monolite, ma una struttura rizomatica di possibilità già fissate. E noi, lettori, scrittori, pantere, siamo tutti parte di quel gioco fatale.

Forse orchestrato da Dio. Forse da una macchina. O forse da una voce che, nel dirsi, si è già detta. Borges ci lascia in sospeso, tra fede e ironia, tra metafisica e poesia. Ma è in questo sospeso, in questa soglia incerta, che si annida il senso. E l’arte, forse, è proprio questo: l’eco di una conversazione cosmica che non smette mai di iniziare.


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